POSTI IN PIEDI IN PARADISO


Per capire l’aria che si respira in Posti in piedi in paradiso possiamo partire dai nomi dei tre protagonisti, coinquilini per forza al costo di duecentocinquanta euro al mese. Se consideriamo, con l’aiuto di un pizzico di immaginazione, che l’ex produttore discografico Ulisse Diamanti non ha né il fiuto dell’ideatore del cavallo di Troia né le pietre preziose del suo cognome, che l’ex imprenditore Domenico è “Segato” sia di nome che di fatto, e che il nome dell’ex critico cinematografico Fulvio Brignola ricorda il più abbiente ma non meno tristemente borghese Furio di Bianco, rosso e Verdone, ci rendiamo conto che è di uomini senza qualità che si parla. E di crisi economica.
Di crisi economica e di una categoria di squattrinati contro cui il nostro tempo e il nostro sistema giudiziario sembrano essersi accaniti: i padri separati. Senza esplicite prese di posizione, ma con uno sguardo che non tradisce più la sua abituale fascinazione nei confronti di un femminile imperscrutabile, Carlo Verdone sfodera i suoi artigli da gattone e dissacra veri e falsi miti squisitamente contemporanei, a cominciare dalla proverbiale carità cristiana e dalla cieca fiducia in uno stato assistenzialista.
Come i padri della grande commedia all’italiana, da Steno a Scola passando per Monicelli, riesce poi nella encomiabile missione di rendere divertenti, a volte perfino spassose, situazioni di cui non c’è nulla da ridere. Il miracolo avviene grazie all’escamotage di costringere in un unico luogo, fatiscente, rumoroso e parzialmente coperto dalle reti di telefonia mobile, tre uomini che in una vita senza debiti e pasti saltati non si sarebbero frequentati mai e poi mai. Minati nella propria mascolinità dall’assenza di quel denaro che permetterebbe loro di offrire la cena a una bella ragazza o di non girare con i calzini bucati, acquistano spessore comico sia facendo l’uno da contrappunto alle goffaggini degli altri, sia alleandosi in rocambolesche imprese ai limiti della legalità in perfetto stile I soliti ignoti.
Senza svelare altro di un film pieno di scene gustose, ci teniamo però a dire che docce mal funzionanti e montagne di panini intascati segretamente non scatenerebbero ilarità se dietro queste piccole miserie non ci fossero dei “mostri” come Pierfrancesco Favino, Marco Giallini e un Carlo Verdone che, pur diventando l’anima saggia del film, sceglie di rimanere in sordina.
Il suo personaggio, che del regista incarna la più inquietante nevrosi (l’ipocondria) e la più grande passione (la musica), lascia infatti che a fare la parte del guascone sia il gigolo per necessità Marco Giallini, straordinario nella sua arte di arrangiarsi, nel suo autentico accento romanesco e nel suo look marinaresco senza tempo.
E’ lui il grande mattatore di Posti in piedi in Paradiso, anche se il primato di figura più dolente va senza dubbio al cinéphile duro e puro Pierfrancesco Favino, costretto a ripiegare sugli articoli di gossip e a ostentare un’amicizia con Gabriele Muccino per conquistare una giovane starlette.
Per lui e per i suoi flat-mate Verdone non ha per fortuna in mente un avvenire totalmente sventurato. Sarebbe troppo.
Una speranza – ci avverte il regista – esiste: è nei figli, unici esseri capaci di riabilitare la dignità perduta dei padri e di colmare quel vuoto affettivo che rende questi ultimi un po’ meschini. Sono le persone giovani, insomma, e con loro le donne dal cuore grande come Gloria, la cardiologa bisognosa d’amore interpretata daMicaela Ramazzotti, la salvezza del nostro cinico, ingiusto e disumano mondo. Posti in piedi in paradiso lo dice con un candore e una semplicità che potremmo scambiare per melensaggine e retorica se non sapessimo quanto Carlo Verdone creda nelle nuove generazioni, che in ogni sua storia puntualmente confronta con adulti aridi e opportunisti.
Il messaggio solo in apparenza buonista del film non deve comunque trarci in inganno. Nonostante le redenzioni, una volta arrivati in paradiso, Ulisse, Domenico e Fulvio non sentiranno subito gli angeli cantare. A differenza dei poveri di Miracolo a Milano (citato in una scena del gioco dei mimi), che a cavallo di una scopa andavano in cielo, i nuovi poveri della ventiquattresima fatica di Carlo Verdone dovranno restare in piedi. Forse un giorno riusciranno a sedersi, a patto che, nel grande autobus dell’Onnipotente, i più buoni si stringano oppure i meno buoni capiscano che è ora di farsi un giretto in purgatorio.
Di Carola Proto, da comingsoon.it

Tre sconosciuti sopra i trenta si ritrovano a condividere un appartamento spinti dalle tasche vuote a dividere l’affitto e a confrontarsi con quanto li accomuna: un divorzio o una separazione alle spalle, spese legali e coniugali insostenibili e figli lontani, sia in senso letterale sia metaforico. A unirli, loro che provengono da contesti culturali, professionali e sociali diversi, sarà la stanchezza di una quotidianità fatta di stenti e insoddisfazioni emotive: Ulisse è un ex produttore musicale ridotto a vendere vecchi dischi in vinile su ebay e memorabilia per nostalgici in un negozietto, Domenico ha perso il lavoro di critico e ora s’arrangia a fare il cronista rosa, Fulvio si è giocato gli stipendi da agente immobiliare al poker, e non solo. Uniti da una disperazione che li attanaglia e li logora i tre miserabili genitori si ritrovano a fare i conti con la durezza di una vita che non vuole saperne di seconde chance e con debolezze umane pronte a farli precipitare oltre l’orlo di una crisi economica. Ma un solo miracolo può salvarli dall’abisso di una precarietà ormai insuperabile: quei figli di genitori separati capaci di una sorprendente maturità.
A poche settimana dall’uscita in sala di Paradiso amaro con George Clooney, il rapporto padre-figli torna nuovamente sul grande schermo. Questa volta a mostrarcelo in una versione piuttosto moderna, figlia di un’epoca fatta di separazioni più che di unioni, è Carlo Verdone. A un primo sguardo la commedia corale Posti in piedi in Paradiso racconta un’altra storia sulla crisi e sulla precarietà tutta italiana, che s’innesca come un pretesto per sdrammatizzare e riderci su. Se però le grasse risate non tardano a riempire la sala, Verdone, un regista ormai maturo e un autore più determinato che mai, riesce a trovare la strada di un equilibrio di toni che mancava da tempo nel cinema nostrano. Le gag del suo personaggio con Gloria (un’esilarante Micaela Ramazzotti), una cardiologa isterica con problemi di cuore pronta a trasformare la disillusione dei cinquanta con il ciclone ancora energico dei trent’anni, e con Favino-Giallini alle prese con fallimentari piani b e cataloghi umani fatti di borderline e supercafoni, rappresentano nel film il motore perfettamente funzionante di un’azione comica strategicamente calibrata.
Ma è altrove che risiede il cuore della riflessione, tanto cercata e insistita, specie nel finale demagogico, dagli sceneggiatori (Plastino e Albertazzi oltre allo stesso Verdone): ai margini della perdita della propria dignità, Ulisse, esasperato fino al punto di vendere l’unico cimelio vintage di valore, il radical chic Domenico, che, come suggerisce il cognome, è stato Segato dalla vita, e Fulvio, lupo da letto condannato alla tragedia dal vizio del gioco, possono contare sulla loro unica speranza, i figli. Il film sembrerebbe quindi dedicato ai giovani, ri-valorizzati in tempi sospetti e iper-responsabilizzati: sulle loro spalle pesano gli errori dei genitori e nella loro saggezza precoce risiede l’unica luce in grado di rischiarare il buio del passato e del presente. A uscirne severamente giudicati sono gli adulti, gli unici spettatori che, usciti dalla sala, dovranno levarsi l’amaro dalla bocca che solo pochi minuti prima era allargata dal riso.
Di Angela Cinicolo, da doppioschermo.it

Un discografico fallito e nostalgico (Carlo Verdone), un donnaiolo con il vizio del gioco che prova a fare l’agente immobiliare (Marco Giallini) e un composto critico di cinema “retrocesso” al gossip (Pierfrancesco Favino). Tre personaggi “tipici” dell’Italietta odierna, divorziati e disastrati. Tre poveracci in cerca del paradiso, che sbarcano il lunario nel purgatorio terreno della capitale, e scelgono di dividere l’affitto dello stesso fatiscente appartamento, anche se non sono coetanei e non si conoscono affatto.
Verdone l’osservatore raccoglie “dettagli” e “situazioni” del nostro paese per raccontare la crisi economica attuale dal particolare punto di vista delle famiglie spaccate. Posti in piedi in Paradiso è una tragicommedia incentrata su neo-sigle che devono fare i conti anche con gli alimenti da pagare.
Le motivazioni sono differenti, ma in un certo senso il regista romano espande in 120 minuti di film la situazione da ex marito spiantato già vista in Stasera a casa di Alice, dove si riduceva a convivere in una squallida pensioncina con Sergio Castellitto, proprio per dividere le spese.
L’emergenza sociale viene comunque gestita con sensibilità e autenticità: le donne del film non vengono ad esempio rappresentate come mostri succhia-sangue e i giovani figli dei protagonisti, quasi tutti, dimostrano di possedere più testa e più coraggio dei loro genitori, ormai disillusi. Andando avanti con la visione aumentano i personaggi e si accavallano le vicende da gestire, ma Posti in piedi in paradiso non vira sull’amaro ad un certo punto dello svolgimento: questa volta momenti comici e tragedie si alternano fin da subito.
Il gran lavoro di scrittura, realizzato insieme alla Maruska Albertazzi di E! Entertainment, ha generato una storia anche troppo “equilibrata” sul fronte emozionale, visto che si sorride e si riflette a momenti alterni, senza mai arrivare ad un vero apice da appendere nella bacheca dei “cult”. Gli ingredienti “verdoniani” più genuini non restano ovviamente fuori dalla ricetta, tra crisi d’ansia, cazzari sboccati, brani rock stranieri e sottofondi musicali composti daGaetano Curreri, mitico fondatore degli Stadio che torna a collaborare con Carlo dopo i successi anni ottanta.
I momenti simpatici che sottolineano la convivenza forzata dei tre, giocati su conflittualità di caratteri e abitudini, già valgono il prezzo del biglietto. Le sequenze problematiche non sono meno sincere di quelle comiche, ma i dialoghi “seri” continuano a mettere il dito nella stessa piaga, per più volte, dimenticando l’esistenza dei sinonimi. Niente da ridire, invece, sul fronte della caratterizzazione dei personaggi e su quello della recitazione. Favino porta a casa il risultato interpretando un prototipo di italiano medio, insicuro e cinico allo stesso tempo.Micaela Ramazzotti aggiunge leggerezza al tutto, confermando la sua bravura con i ruoli sopra le righe. Il personaggio del “Gallo Cedrone” irrecuperabile è nuovamente affidato al trascinante Giallini, già utilizzato nel precedente Io, Loro e Lara.
Il Verdone attore toglie invece la maschera e abbandona lo scettro del mattatore per ritagliarsi un ruolo maturo meno “carico” di comicità. Dietro tanta generosità ci sarà anche una punta di stanchezza? I fan cresciuti ed “evoluti” insieme a lui, che continuano a volergli bene evitando i continui paragoni con il passato, non rimarranno comunque delusi da questo ennesimo tentativo interessante.
Da cineblog.it

L’Italia è al verde. Verdone lo sa. E lo applica alla sua ultima finta commedia che in realtà è uno dei drammi sociali più riusciti e intelligenti visti di recente al cinema.
Tre uomini e una casa. Falliti Ulisse Diamanti (Carlo Verdone), Fulvio Brignola(Pierfrancesco Favino) e Domenico Segato (Marco Giallini) lo sono per davvero. Un ex produttore musicale schiavo della nostalgia come l’Owen Wilson di Midnight in Paris proprietario di un negozio di memorabilia che non vende niente (Verdone), un ex imprenditore di successo adultero per vocazione (ha due famiglie) vittima della febbre del gioco (Giallini), un ex critico cinematografico di punta finito a scrivere di cronaca rosa su giornaletti simil-free press (Brignola). Tre Ex alla Brizzi? No. Tre Ex alla Loach.
Il primo conserva il cinturone di Jim Morrison come fosse l’ultima prova della grandezza di un tempo, il secondo si veste un po’ “regimental” ma ha il calzino bucato, il terzo ha il cellulare di Gabriele Muccino perché “L’ho recensito tante volte in passato. Siamo amici”. Patetici.
Un sessantenne (Diamanti), un cinquantenne (Sagato), un quarantenne (Brignola). Storie d’amore disastrose e ancora economicamente costose alle spalle e un futuro esaltante: condividere in tre un appartamento fatiscente dove la metro passa ogni dieci minuti facendo tremare tutto come nei Blues Brothers. 250 euro a testa e passa la paura. “Una signora situazione” la descrive quel ciarlatano di Sagato. In realtà c’è solo un termine adatto ala circostanza: sopravvivenza. Ma lo sapete che gli interni scenograficamente scarni di questa “signora situazione” mi hanno ricordato tanto, tanto i film di Kaurismaki?
Ho adorato Posti in piedi in Paradiso di Carlo Verdone. Finalmente un film italiano dove ho visto la difficoltà del presente, dove ho visto i protagonisti contare i soldi quasi a ogni scena, dove l’amicizia maschile non è scontata (i tre si stanno immediatamente sulle palle) ma il becero cameratismo virile scatta sempre quando si può prendere in giro una coatta con le mutande di fuori oppure quando si può esclamare a colazione: “Io questa me la sono fatta!” mentre tutto attorno va in miseria. Mi ricorda qualcosa: un ex Presidente del Consiglio. Posti in piedi in Paradiso è un film su tre miserabili ometti senza qualità, ma forse pure con qualche pregio, che si arrabbattano per capire quale sarà la loro nuova dimensione esistenziale da “neo single”.
E l’amore? C’è l’amore? Qua Verdone si supera. Quando temi, con l’ingresso in campo di Micaela Ramazzotti nei panni di una squinternata cardiologa fissata con Ulisse, che il regista di Un sacco bello cada vittima della malattia che colpì Woody Allen ormai parecchi anni fa (scritturare bellissime attrici molto più giovani di lui nei ruoli improbabili, e per loro mortificanti, di innamorate del protagonista decrepito), ecco invece la sorpresa. Ma non aggiungiamo altro. Il logorio della vita moderna, e del presente storico italiano, così ben rappresentato in Posti in piedi in Paradiso, si concretizza costantemente con piccoli incidenti fisici da slapstick: quando sta per scattare l’erotismo anche nella vita dei tre misarabili c’è sempre un rumore che dà fastidio (qualcuno, ad esempio, che mozzica brutalmente una zolletta di zucchero), uno strappo muscolare, un dito infilato nell’occhio, un letto che si sfascia… Tutti intelligenti escamotage verdoniani per deviare la concentrazione dei suoi protagonisti (soprattutto del suo Ulisse) verso un altro aspetto della loro esistenza che esplode nel finale dopo che un farsesco episodio di piccola criminalità ha portato i nostri tre derelitti verso la zonaI soliti ignoti/Tower Heist. Micaela Ramazzotti, ancora in veste svampita, è deliziosa. Quando accenna uno strip sulle note di The Ghost Song dei Doors – occhio alla reazione di Ulisse: qui Verdone è raffinatissimo – è bella come la Kim Basinger di Nove settimane e mezzo.
Speranza per i tre? Assumersi le proprie responsabilità di genitori, placare l’ansia dell’autoaffermazione, avere fiducia nelle generazioni future. Ciò che mi ha colpito enormemente del film di Verdone è l’ammissione di una pesante sconfitta generazionale e l’evidente messaggio di SOS scritto nella bottiglia, che non si trova mai in altri film di simbolici cineasti italiani 60enni come lui (penso a Moretti, ad esempio): “Abbiamo sbagliato tutto, adesso tocca a voi, AIUTATECI”. L’ultima inquadratura, da questo punto di vista, è semplicemente sconvolgente e, non a caso, lontana geograficamente dal suolo italiano. E’ forse da lì che la vita di Ulisse Diamanti tornerà a brillare.
La filmografia di Verdone emerge già ora e parecchio con questo emozionante ventiquattresimo lungometraggio. Tra i finti giovani Brizzi-Martani che affrontano la commedia sexy con il ciuccio in bocca, e il 3D finto, la favola di Natale flaccida e sovrappeso di Pieraccioni, il sequel mal scritto Benvenuti al Nord, i mostriciattoli ignobili di umanità e gusto Zalone e Soliti idioti e l’escapismo idiota di Immaturi, Verdone è un farmaco intelligente e un ritorno alla realtà. E non c’è molto da ridere.
Di Francesco Alò, da badtaste.it

Ulisse, Fulvio e Domenico sono tre individui molto diversi tra loro, che però hanno qualcosa in comune: tutti e tre padri, tutti e tre separati e tutti e tre vittime di una crisi economica che non risparmia nessuno. Il primo è un ex discografico di successo che ora vive nel retrobottega del suo negozio di vinili, perennemente immerso nel passato, musicale e non; il secondo è un critico cinematografico ora ridottosi a scrivere di gossip, che dopo la separazione con sua moglie è costretto ad abitare in un convitto di suore; il terzo, un ex imprenditore di successo, ora agente immobiliare, che dorme sulla barca di un suo amico, ha il vizio compulsivo del gioco e arrotonda le sue magre entrate facendo il gigolò per ricche ed annoiate signore. I tre uomini finiscono per andare a vivere insieme nel più improbabile dei modi, su proposta di un Domenico che per l’occasione da agente si trasforma (anche) in cliente di se stesso. La convivenza, in un vecchio appartamento romano in cui i cellulari hanno problemi di segnale e la metropolitana sembra provocare un terremoto ad ogni suo passaggio, non sarà esattamente semplice. Eppure, l’arrivo improvviso e in circostanze tragicomiche di Gloria, cardiologa stramba quanto attraente, sembra offrire almeno allo scoraggiato Ulisse una possibile via d’uscita…
Con questo Posti in piedi in paradiso, Carlo Verdone prova ad affrontare il tema della crisi che attanaglia il nostro paese (e le sue ricadute sulla vita delle persone) da un punto di vista inedito. Non più le giovani generazioni sotto i riflettori, quindi, ma piuttosto adulti delusi, confusi e inaffidabili, attaccati a un passato che non esiste più o incapaci di gestire la propria vita nel presente. Incapaci, soprattutto, di recuperare, o anche semplicemente stabilire, un rapporto con dei figli che ci vengono programmaticamente presentati come più equilibrati di loro. Il dramma dei padri separati, della lontananza dai figli, della forzata separazione da quegli affetti che, a differenza dei disastrosi matrimoni che accomunano i tre protagonisti, restano scolpiti nella pietra e nel sangue, va a innestarsi sul tessuto di una crisi economica che crea con esso un mix terribile: la pura sussistenza diventa ardua, avere un piatto da mangiare non è più scontato, la tentazione di azioni criminali è sempre dietro l’angolo (e a volte oltre). In una scena, il personaggio di Ulisse, interpretato dal regista, parla con la sua amica Gloria e dice testualmente “noi siamo i nuovi miserabili”. Lo dice a Parigi, là dove Victor Hugo muoveva i suoi primi passi nella letteratura, in quella Francia solo apparentemente immune dalla crisi, in cui Robert Guédiguian ha ambientato il suo recente, e per certi versi affine, Le nevi del Kilimangiaro. Chissà se Verdone l’ha visto, e cosa pensa del fatto che due registi così diversi, pre e oltralpe, abbiano deciso di raccontare, a loro modo, una storia di miserabili moderni.
Posti in piedi in paradiso è comunque, dichiaratamente e inevitabilmente, una commedia. Una commedia più corale delle precedenti dell’attore/regista romano, in cui quest’ultimo accetta di buon grado (e con un coraggio che gli va riconosciuto) di farsi spesso da parte e lasciare la scena a due ottimi comprimari come il prolificissimo Pierfrancesco Favino e il mattatore naturaleMarco Giallini. Le parti più riuscite del film sono proprio quelle che vedono l’interazione dei tre nel vecchio appartamento preso in affitto, con il fatalistico pessimismo di Ulisse, la costante frustrazione e il nervosismo del Fulvio interpretato da Favino, la cialtroneria che nonostante tutto strappa risate di un Domenico che si rivela una “maschera” di approfittatore e arraffone perfettamente riuscita. Si ride a vedere le tragicomiche disavventure dei tre, e si ride anche quando fa il suo rocambolesco ingresso nella casa la Gloria interpretata da Micaela Ramazzotti. E’ arguta, la sceneggiatura, quando delinea i tre personaggi, le loro idiosincrasie e (in parte) il loro background, compreso quello di un Fulvio attraverso il quale il regista getta un ironico sguardo sul mondo della critica cinematografica. Paradossalmente, però, Verdone appare meno convinto nel momento in cui alza il tiro e prova davvero a raccontare i miserabili moderni, con tutto il portato del loro vissuto, e le loro esistenze già segnate: un po’ viziati da stereotipi i rapporti dei tre personaggi con le rispettive famiglie, un po’ risaputa la stessa relazione tra il protagonista e la solare e svampita Gloria, un po’ nell’ombra il passato da imprenditore di un Domenico che appare, piuttosto, come un personaggio che la cialtroneria (pur simpatica) ce l’ha nel sangue.
La sceneggiatura, un po’ disunita, vive di alti e bassi, e le ottime intenzioni del suo autore non sempre trovano una conferma nello svolgersi di una vicenda che rischia spesso, e a volte cade, sul fronte della credibilità. Resta comunque, in questoPosti in piedi in paradiso, un’ottima alchimia tra i tre interpreti principali, l’apprezzabile tentativo di Verdone, dopo tanti anni di istrionismo, di offrire una prova più misurata (se non proprio intimista) e il tentativo di ritorno, da rivedere e verificare, a una commedia dai toni più malinconici e dai temi ancorati alla realtà. Il bel finale, intelligentemente ottimista senza per questo risultare poco credibile, lascia comunque un buon sapore in bocca all’uscita della sala, e offre buone indicazioni, in questo senso, per il futuro.
Di Marco Minniti, da movieplayer.it

Rimpiangere il passato o detestare il presente? Pende comunque dalla parte sbagliata la bilancia esistenziale dei tre protagonisti di Posti in piedi in paradiso. Un discografico di successo (Verdone) travolto da onde sonore sintonizzate sui nuovi mercati; un imprenditore rovinato dal vizio del gioco e dall’azzardo in camera da letto (Giallini); un critico cinematografico (Favino) caduto in disgrazia con il proprio direttore per averne sedotto (per email!) la moglie.
Tre moschettieri dalla spada spuntata e le calze bucate, eternamente in bolletta e stretti nella morsa dei matrimoni falliti, dei figli a carico e degli alimenti da pagare. Vite tremebonde e terremotate, smarrite e speculari, costrette nella trincea di un appartamento bombardato dal passaggio della metropolitana, tagliato fuori dal mondo, con poco campo (per i cellulari) e anche meno spazio (per vivere).
Il dominio della crisi si è esteso fino a intaccare il cinema di Carlo Verdone, al suo ventitreesimo film da regista. Se Io, loro e Lara terminava con l’espatrio (volontario) del comico romano, il ritorno in patria è da apolidi, lo scenario sconosciuto, scomodo, ristretto. Disponibili solo posti in piedi. Sospinta da una grande allucinazione collettiva la nave Italia è andata avanti senza rendersi conto che il mare delle possibilità e della ricchezza (ilparadiso) intanto si stava prosciugando. Nelle secche son finiti tutti, tanto che la generazione dei 60, 50, 40enni – provvida solo di nostalgie e rimpianti – può confondersi con le successive – quella dei nati precari (che sono in definitiva più preparati, ergo più responsabili dei loro padri) – e condividerne infamia e destino.
Dentro questa visione d’insieme, disincantata e a tratti feroce (climax raggiunto con la festa di compleanno della Ramazzotti), Verdone non ha più nemmeno bisogno di orchestrare farse e indossare maschere (come sempre felice la scelta dei volti): la realtà è diventata talmente iperbolica e sfasciata, deformata e finta, che è sufficiente rispecchiarla. Si ride di riflesso, ma guardarsi fa male. Quei posti in piedi sono anche per noi.
Di Gianluca Arnone, da cinematografo.it

L’ultimo film di Carlo Verdone vede come protagonisti un trio d’eccezione: lo stesso Verdone nei panni di Ulisse,Pierfrancesco Favino in quelli di Fulvio e Marco Gialliniin quello di Domenico. La presenza femminile è invece garantita dalla sempre identica a se stessa (sarà così anche nella vita?) Micaela Ramazzotti, nei panni di Gloria.
Ulisse, Fulvio e Domenico sono tre padri separaticostretti a versare quasi tutto quello che guadagnano in alimenti e spese di mantenimento per ex mogli e figli. Un tempo stimati professionisti, tutti e tre vivono ora in grandi difficoltà economiche e si ritrovano a sbarcare il lunario come possono.
Ulisse, un ex discografico di successo, vive nel retro del suo negozio di vinili e arrotonda le scarse entrate vendendo “memorabilia” su e-bay. Ha una figlia, Agnese, che vive a Parigi con la madre Claire, un’ ex cantante.
Fulvio, ex critico cinematografico, scrive di gossip e vive presso un convitto di religiose. Anche lui ha una bambina, di tre anni, che non vede quasi mai a causa del pessimo rapporto con l’ex moglie Lorenza.
Domenico, in passato ricco imprenditore, è oggi un agente immobiliare che dorme sulla barca di un amico e, per mantenere ben due famiglie, fa il gigolo con le signore di una certa età. Ha un rapporto conflittuale con i due figli più grandi ed è perennemente in ritardo con gli alimenti da versare alla sua ex moglie e all’ex amante Marisa, da cui ha avuto un’altra figlia.
Dopo un incontro casuale, durante la ricerca di una casa in affitto, Domenico realizza di avere incontrato due poveracci come lui e propone a Ulisse e Fulvio di andare a vivere insieme per dividere le spese di un appartamento. Inizia così la loro convivenza e la loro amicizia, tra nuove conoscenze femminili e inaspettate possibilità di riscatto.
“Il paradiso amaro di Verdone lascia posto solo a un messaggio consolatorio in cui la realizzazione delle generazioni dei figli scagiona i fallimenti di quelle dei padri. Speranza legittima e lodevole, ma che dimentica che se per i genitori ci sono solo posti in piedi, per i loro figli, al momento, non c’è neanche una lista d’attesa”.
Di Caterina Martucci, da spettacoli.blogosfere.it

Ulisse, Fulvio e Domenico vivono in una situazione di precarietà fuori tempo massimo: tutti tra i 40 e i 50 anni, divorziati, sono ex uomini di successo caduti in disgrazia dopo la separazione dalle compagne e la relativa spesa mensile per gli alimenti. I tre si trovano insieme un po’ per caso un po’ per sopravvivenza, e a loro si uniranno altre persone più o meno nella stessa situazione, a testimonianza che la precarietà non è appannaggio solo dei trentenni.
Carlo Verdone torna al cinema con una commedia dai toni amari. I suoi protagonisti sono dei falliti o poco ci manca, ma quello che è evidente è che non fanno nulla di costruttivo per uscire fuori da questa situazione, è lo stesso personaggio interpretato da Verdone, l’ex produttore musicale di successo Ulisse a dirlo: “Siamo una generazione di disastrati”.
I tre personaggi, che hanno vissuto quasi, sembrerebbe, una vita precedente di successi e riconoscimenti, non sono riusciti a rimettersi in discussione una volta che il caso e magari il troppo orgoglio hanno rovinato il loro equilibrio precedente.
In effetti, quello che emerge da questa commedia, è non la volontà dei tre di riscattarsi, ma piuttosto quella di svoltare, così come volevano fare i “soliti ignoti” di Mario Monicelli 50 anni fa.
Così Domenico sbarca il lunario affittando case di giorno, accompagnando anziane signore di notte e cercando la fortuna con il gratta e vinci, Fulvio, ex critico cinematografico ridimensionato alla cronaca rosa perché reo di avere concupito la moglie del direttore del giornale per cui lavora, cerca di mantenere un contegno ma allo stesso tempo seduce una starlette ventenne affascinandola con le sue conoscenze cinematografiche, e Ulisse, appunto, ex discografico, si aggrappa al passato glorioso, dal quale non si vuole separare, come non si vuole separare dalla cintura appartenuta a Jim Morrison che ha nel negozio di vinili che gestisce e in cui abita finché non decide di dividere un appartamento con gli altri due disgraziati.
A loro si unisce una cardiologa un po’ svampita e un po’ sopra le righe, interpretata da Micaela Ramazzotti che conferma la sua bravura in ruoli leggeri e comici con tempi, mimica e interpretazione perfetti che fa da tratto di unione tra la generazione dei tre e quella dei figli, che ai loro occhi è altrettanto disgraziata, ma che invece nasconde la volontà di riscatto che i tre genitori non hanno.
Da un lato quindi Verdone comunica un certo sconforto per i tempi attuali ma dà uno speranzoso occhio al futuro e alle generazioni future, che da questo film escono comunque più coscienti dei padri di cosa sia essenziale fare per riscattarsi nella vita.
Ulisse è un personaggio da cui traspare molto Verdone, anzi, il personaggio si adatta alle caratteristiche ormai note del personaggio Verdone: sono suoi alcuni tic e manie che ormai sono diventate note a chi lo conosce: la sua ipocondria e la conoscenza perfetta di alcune patologie e i medicinali adatti alla cura.
Di Alice Vivona, da cinefilos.it

L’importante è che i posti in piedi rimangano in sala, che poi, al paradiso ci penserà dopo il Carletto nazional-popolare. Che torna, dopo due anni, con una nuova commedia delle sue. All’italiana, agrodolce e melanconica, irriverente e persino perfida in alcuni spunti. Perché? Beh, sveglia, gente, sveglia: ormai non c’è più posto per i portatori (in) sani di insuccesso, i ‘miserabili’. Tre uomini maturi che hanno superato gli ‘anta’, fra defaillance pecuniarie e vite sentimentalmente demolite rientrano a pieno titolo nella categoria. Sono i nuovi poveri che devono confrontarsi coll’incubo degli alimenti, gli ex appartenenti a una micro borghesia spazzata dalla crisi. E rappresentano quindi l’attualità. La fonte cui Verdone, da buon lettore delle dinamiche sociali nostrane, si abbevera.
Senza rinunciare alla risata, giammai. Sebbene sia un sorriso storto, che induce alla riflessione. Ruspante si, però mai volgare la nuova pellicola del regista ed interprete romano cresciuto alla scuola di Alberto Sordi, si contraddistingue anche per un tratto tipico, caro al cineasta: la delicatezza. Magari, a volte, sconfina nella (eccessiva) leggerezza – e in alcuni incroci pericolosi di una struttura narrativa pericolosamente forzata – ma tant’è, siamo ben lontani dalla perfezione. E dal paradiso, visto che, più che altro, ci si trova dinnanzi a un girone dantesco popolato da (pen)ultimi, deboli e viziosi.
Posti in piedi in paradiso è tuttavia un film che riguarda anche l’amicizia. Quella fra tre uomini che inizialmente non si sopportano, e che finiranno per volersi bene, per replicare una sorta di comunità sostitutiva alle famiglie originarie che li hanno defenestrati. C’è l’eterno pusillanime (Carlo Verdone), il borgataro trameschino (Marco Giallini, divenuto celebre con la maturità), il finto intellettuale (l’ormai onnipresente Pierfrancesco Favino). Al trio delle meraviglie va aggiunta pureMicaela Ramazzotti che, quando recita, fa quasi dimenticare i contenuti delle sue interviste.
Capitolo a parte per la colonna sonora, con musiche inedite di Fabio Liberatori, la collaborazione del leader degli Stadio, Gaetano Curreri (già collaudata in Acqua e Sapone, Borotalco e Stasera a casa di Alice) e due brani inediti cantati da Angelica Ponti.
Insomma, daje Carlè, daje!
Di Edoardo Triboli, da film-review.it

E’ una tragicommedia dal finale aperto, senza troppe certezze, ma con qualche speranza riposta soprattutto nei giovani, quella proposta da Carlo Verdone con Posti in piedi in Paradiso.
Un film in cui il regista romano affronta il tema della crisi guardandolo dal punto di vista dei padri separati che, di questi tempi, fanno ancora più fatica a sopravvivere e a riuscire a pagare in tempo gli alimenti.
Una pellicola che a dispetto della serietà del tema, affrontato con rigore e un’ottima dose di realismo, è paradossalmente una delle più esilaranti dirette da Verdone negli ultimi anni con scene come quella, ad esempio, del furto in un appartamento che diventano da antologia della commedia all’italiana e non solo del cinema verdoniano.
Posti in piedi in Paradiso parte dalla convivenza forzata di tre persone che non hanno niente in comune se non un matrimonio disastroso e un “grande avvenire dietro le spalle”. Le vicissitudini economiche, i disastri nel mondo che li circondano, le illusioni di non avere, in fondo, sbagliato strada, li accomunano in un percorso divertente ed esilarante, dove la risata diventa ancora più forte grazie alla malinconia che fa da sottofondo alla trama.
Interpretato dallo stesso Verdone insieme ad uno straordinario Marco Giallini e ad un brillantemente impacciato Pierfrancesco Favino il film celebra la resilienza di tre uomini che, nonostante tutto, sperano di riuscire ancora a cambiare le loro vite, nonostante le numerose ex mogli e le donne che, improvvisamente, piombano nelle loro esistenze nel bene o nel male.
Verdone conferma, qualora ce ne fosse bisogno, la sua vocazione di grande regista di donne portando sullo schermo un universo femminile variegato e sfuggendo alla tentazione di una sorta di ‘maschi contro femmine’ in cui gli uomini, di cui riconosce ampiamente le colpe, sono schiacciati da arpie, nonostante le loro innegabili qualità umane.
Un film figlio dell’Italia di oggi con attori straordinari e attrici di enorme talento come Michela Ramazzotti in un ruolo un po’ da commedia americana anni Cinquanta dove un’improbabile cardiologa sconvolge anche dal punto di vista sentimentale il cuore del personaggio di Carlo Verdone. Una sorta di erede di Marilyn Monroe che come un ciclone cambia per in meglio la vita di tutti con una ventata di ottimismo seguita a tanti, tantissimi guai. Nicoletta Romanoff, un’attrice che vorremmo vedere di più sullo schermo, affronta invece, in un ruolo delicatissimo, con uno sguardo ribalta il finale del film, riportando lo spettatore a considerare quale possa essere il vero destino dei protagonisti.
Insomma, come sempre un film di Carlo Verdone è un vero e proprio evento grazie al suo talento nel cercare un cinema fedele alla sua visione del mondo e della vita, ma, al tempo stesso, nel quale innestare idee nuove e le istante di un futuro che il regista racconta sempre con il senso dell’etica, dell’ironia e del gusto del cinema che gli sono propri.
Una pellicola divertentissima e che ci obbliga a riflettere sul nostro presente grazie ad un punto di vista intelligente mutuato attraverso una storia figlia della commedia e dello sguardo realistico sulla realtà che ci circonda.
Un risultato ancora più apprezzabile grazie al fatto che Verdone evita cliches e luoghi comuni, con energia e divertimento. Non proponendo in maniera facile un mondo di ‘buoni e cattivi’ Verdone esplora la condizione di alcuni miserabili postmoderni, vittime di una società ancora non capace, ma forse questo film potrebbe cambiare le cose, di riconoscere quanto accade oggigiorno a chi divorzia e si trova a vivere una condizione del tutto nuova e inaspettata.
Segno della grande intelligenza di Verdone e della sua capacità di osservare la nostra società con lungimiranza, ma anche – fortunatamente per noi – senza cinismo e senza fare sconti a nessuno.
Di Marco Spagnoli, da primissima.it

A distanza di due anni da Io, Loro e Lara, Carlo Verdone torna al cinema con Posti in piedi in Paradiso, uno dei suoi film più riflessivi sui tempi e sull’età.
I protagonisti, di Posti in piedi in Paradiso, sono tre uomini, tra i 40 e i 50 anni, separati, con i sogni piegati nei cassetti, con una o più famiglie da mantenere. Ulisse (Carlo Verdone), ex produttore musicale, vende vinili ed espone cimeli in un negozietto di Roma; Fulvio (Perfrancesco Favino), noto critico cinematografico, è passato alla cronaca rosa; Domenico (Marco Giallini), impenitente latin lover, agente immobiliare, arrotonda facendo il gigolò di ventura.
Sono figli dei tempi, della crisi, degli assegni di mantenimento, legati o ancorati a un passato prossimo; tre disgraziati insomma. Per destino e per necessità si trovano a condividere lo stesso appartamento, e, inevitabilmente, anche le rispettive situazioni, instaurando un’amicizia solidale, nel bene e nel male. Soprattutto nel male, quando Domenico, una sera, si sente male: Ulisse e Fulvio chiamano il medico e arriva una strampalata cardiologa, Gloria (Micaela Ramazzotti), dalla vita sentimentale molto complicata. Gloria lega subito con Ulisse, come lei “drogato di solitudine”. Nel frattempo, Fulvio si barcamena tra le pagine di spettacolo e tra buffet di set e feste; con un filo sottile di infantilismo e incredulità, dai libri sulla storia del cinema e da Orson Welles, è passato a intervistare stelle nascenti delle soap, per provvedere all’assegno mensile destinato all’ex moglie (Nicoletta Romanoff). Ma la situazione economica peggiora senza conoscere tregua, anche per Domenico, nonostante i suoi piani folli, falliti, nonostante cerchi di assecondare sempre di più i figli, soprattutto l’unico figlio maschio, con cui non riesce a trovare un dialogo. Alla fine questi tre figli dei tempi, dovranno smettere di essere tali e riscoprirsi padri, assumendosi le proprie responsabilità, anche per merito dei loro stessi figli, più consapevoli dei genitori.
Posti in piedi in Paradiso, uno dei film più riusciti del regista, è una commedia tinta di quella malinconia, che, con colori tenui o forti, ha sempre contraddistinto i film di Verdone. Una tragicommedia conciliante, abile, e snella nello descrivere i personaggi, che sanno essere amareggiati e amari, buffi, truffaldini, infantili; e nel tratteggiare una realtà dove nel portafoglio si contano solo gli spiccioli. Un Verdone che tende a rappresentare molto di sé stesso; e lo fa con una grande dimestichezza, e sobrietà umana, nostalgico, ma senza banalità. Si lascia andare a troppi intrecciati giri di vite, forse, nella seconda metà, come se gli sfuggisse la praticità dello svolgimento. L’ottimo cast riesce. però, a intervenire, facendo dimenticare quelle poche imperfezioni, troppo forzate. Micaela Ramazzotti conferma il suo intuito elegante nella recitazione. Mentre Favino, Giallini e Verdone esprimono al meglio la propria indole creativa, incastrando con professionalità dialoghi e tempi comici.
Posti in piedi in Paradiso, che esibisce con vanto una colonna sonora che va da Scott Walker a The Doors, è un bel soggetto, con frammenti di vita reale, tra incertezza ed euforia.
Di Ilaria Falcone, da nonsolocinema.com

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