PIETA’



È curioso come Kim Ki-duk, durante la mini conferenza stampa a cui abbiamo assistito nei giorni scorsi, abbia definito Pietà un film d’azione. Premesso che no, Pietà non è decisamente un film d’azione, viene da chiedersi se non sia la cosa più vicina a un action che il regista coreano possa partorire…
O per lo meno, la cosa più vicina a un film mainstream, in cui l’estetica e la narrazione per immagini non vanno mai a “intralciare” o soffocare il plot. Un plot diretto, comprensibile, capace di parlare a tutti attraverso metafore semplici che veicolano messaggi potenti e legittimi. Questo naturalmente senza rinunciare a uno stile autoriale, che per alcune fette di pubblico potrebbe costituire un ostacolo ma che, una volta compreso, non impedisce assolutamente di fruire di una narrazione fluida e intensa.
La storia ruota intorno a Lee Kang-do (Lee Jung-jin), un uomo che vive in un quartiere povero di Seoul, dove riscuote a modo suo i debiti per conto della malavita. Un giorno, incontra una donna (Cho Min-soo) che dice di essere sua madre: inizialmente la rifiuta, ma poi la accoglie nella sua vita e inizia un processo di redenzione che sembra arrestarsi bruscamente quando lei scompare. Dire di più vorrebbe dire rovinare il film, perché la storia è ben più complessa di così.
Pietà sembra inizialmente un titolo antitetico rispetto a quello che Kim mostra nel film, ovvero un protagonista che di pietà non ne ha nemmeno l’ombra, mentre storpia le sue vittime per incassare i soldi delle loro assicurazioni. Ma l’intervento di questa figura materna rimette tutto in discussione e costringe Kang-do ad affrontare questioni morali che prima aveva rimosso. La pietà è quello che lo spinge a lasciarsi la violenza alle spalle, la pietà si insinua nella mente di uno dei personaggi nel momento in cui deve prendere una decisione cruciale. “Pietà”, però, è anche quello che le vittime di Kang-do implorano prima di essere da lui brutalizzati.
Ma dove finisce la pietà inizia la vendetta, che nel film ha altrettanta voce in capitolo. Il cammino di redenzione agli occhi di Dio non può, dopo tutto, essere in discesa: Kang-do dovrà prima raccogliere tutto il male che ha seminato. Dalla catarsi finale arriva, forse, la purificazione e una chance di ricominciare da capo.
Di Marco Triolo , da film.it

E’ un aguzzino che gira per le degradate strade di una città nel sud della Corea amputando gli arti a chi non paga in tempo i debiti contratti con gli strozzini, il protagonista di ‘Pietà’ ultimo film di Kim Ki-Duk e vincitore del Leone d’oro alla 69° Mostra del cinema di Venezia. La vita dell’uomo cambia quando alla sua porta bussa una donna che dice di essere la madre che da piccolo lo abbandonò. Tra situazioni estreme di violenza e di sesso, in cui compaiono anche scene incestuose ed uno stupro, per l’uomo comincerà un cambiamento interiore che lo porterà alla scoperta del sentimento della pietà, appunto.
A vestire i panni della sua salvatrice è l’ottima Jo Min-Su, che nei panni di questa madre addolorata tratteggia un personaggio difficile da dimenticare quanto la storia raccontata, destinato a rimanere tra i ruoli più belli creati da Kim Ki-Duk.
‘Pietà’ è un’opera anti capitalista, come dichiara lo stesso regista e sul modo in cui il denaro abbia preso, scavancandoli, il posto dei sentimenti. E’ solo con la riscoperta di un’emotività, che nel film coincide con la prima affettività, quella materna, che a guidarci potranno essere compassione, amore ed altruismo e non il denaro.
Ciò che più cattura del film, oltre al forte impatto di alcune scene che però non risultano mai forzate o create solo per scioccare ma si integrano perfettamente nella storia, è che nulla è ciò che sembra, né si segue un percorso prestabilito. I ruoli vittima-carnefice si ribaltano, e i sentimenti di pietà e vendetta si rincorrono, alternandosi anche nella mente dello spettatore.
Dopo il documentario autobiografico ‘Arirang’ e l’inedito ‘Amen’ che mostrano la profonda crisi depressiva durata tre anni di cui è stato vittima il regista, questa nuova pellicola, la sua diciottesima, ci restituisce il genio coreano con un rinnovato sguardo alla società e alle contraddizioni dell’animo umano, raccontati in maniera lucida e spietata ma profonda. A cambiare, rispetto ai precedenti film, è un impostazione più classica e dunque maggiormente fruibile rispetto a quella labirintica di alcune sue precedenti opere, con cui il regista sembra guardare più all’Occidente.
Infine non si può non ammirare la forte immagine iconica della splendida locandina, che rimanda, ovviamente, alla Pietà di Michelangelo.
Di Marilena Vinci, da rbcasting.com

Denaro, vendetta, famiglia. Il 18° film di Kim Ki-Duk riafferma il talento visionario del regista coreano dopo i passi falsi delle sue ultime pellicole in un dramma intenso e avvincente sul mondo del parassitismo usuraio. Kang-do è un trentenne solitario che lavora per uno strozzino, la sua missione è recuperare il credito maturato in esponenziali interessi dai poveri debitori della zona, tutti lavoratori in stato di precarietà economica. Crudeltà e sadismo alimentano le azioni del giovane sino a quando un giorno gli si presenta dinanzi a lui una donna che sostiene di essere sua madre. Il rifiuto del figlio abbandonato, cresciuto in solitudine e in disaffezione con il mondo, presto lascia spazio a un bisogno innato di fanciullesca maternità. Il carnefice, il macellaio, quello che soltanto il giorno prima regolava i conti mutilando e storpiando poveri innocenti, d’improvviso viene domato dal bisogno di raccogliere tutto ciò che sin dall’infanzia non gli era stato concesso.
Kim filma con fervore una parabola sul capitalismo estremo e sulle conseguenze che questo riflette sulle relazioni umane e interfamiliari. Adottando una messa in scena che sfiora più volte la tragedia greca, il regista si sofferma su un sentimento di pietà che sgorga dalla società contemporanea, soggiogata da violenza e soprusi e che trova nel dio denaro l’origine e la fine di tutte le cose. Inevitabilmente il titolo dell’opera si ricollega al capolavoro di Michelangelo, come testimoniato da una delle immagini di locandina, un’immagine che abbraccia il dolore e la sofferenza dell’umanità intera. La regia vivace ed eclettica non cade mai vittima del virtuosismo più sfrontato, anzi, aiuta il regista a non prendersi sul serio pur analizzando concetti importanti e di denuncia. Ecco allora che ironia ed egocentrismo fluiscono costantemente, tra una gamba fracassata e un braccio mozzato c’è posto per più di un sorriso, irrisione crudele, forse, di un mondo che non accetta il fatto di prendersi mai seriamente e che è destinato a non cambiare le sue radici, quelle insite nella natura di un uomo come l’avidità, la violenza o la vendetta. Imperfezioni di scrittura si ravvisano con facilità ma i colpi di scena non mancano e questo basta per coinvolgesi totalmente nel nuovo progetto del cinquantaduenne coreano.
Dopo una pausa di tre anni a seguito dell’incerto “Dream” e dopo essersi immerso in ambito documentaristico con i personali “Arirang” e “Amen”, Kim Ki-Duk prosegue la sua filmografia all’insegna della coerenza, lui che nel corso di quindici anni ha da sempre privilegiato un cinema che sappia comunicare per mezzo della violenza, dello shock e della trasgressione (“L’isola”, “La samaritana”). Lo conferma una delle sequenze più scabrose (forse la più) dell’intera rassegna: l’incesto madre-figlio che impatta sullo spettatore con una potenza devastante, tra urla lancinanti e dialoghi al limite dello scandalo. Impossibile rimanere imperturbabili nel cinema di Kim Ki-Duk.
Di Matteo De Simei, da ondacinema.it

C’è da scommettere che il Leone d’oro dell’ultima Mostra del cinema di Venezia non riuscirà a conquistare il botteghino italiano, troppo abituato a tutt’altro genere di film. Eppure la speranza è che non siano solo i cinefili doc ad attendere l’arrivo di Pietà di Kim Ki-duk, in uscita venerdì 14 settembre. Una pellicola che ha il grosso merito di tirare il suo regista fuori dal buco nero nel quale era precipitato e restituirlo ai suoi ammiratori con una linfa creativa degna dei grandi maestri contemporanei. Il suo 18° film è un autentico capolavoro, che richiede uno sforzo emotivo non indifferente ma lo ripaga ampiamente.
VITE DISPERATE. La storia si svolge a Cheonggyecheon, sobborgo a sud di Seul, sporco, sudicio e pieno di baracche all’interno delle quali si consumano le esistenze disperate di piccoli artigiani perennemente indebitati e chiusi nelle loro buie officine. La loro paura più grande è rappresentata da una ragazzo con giubbotto di pelle e lo sguardo indifferente che si occupa di un recupero crediti a dir poco violento: chi non può saldare il prestito viene reso invalido, i soldi dell’assicurazione potranno così ripagare il debito. La vita dell’usuraio cambia quando alla sua porta suona una donna, che si presenta come sua madre. Ma l’uomo non le crede e la sottopone a nauseabonde prove per smascherarla. Ma la donna sopporta i suoi soprusi e riesce a far breccia nel suo cuore. A trent’anni questo strozzino crudele si riappropria della famiglia che non ha mai avuto e questo lo porta a un esame di coscienza: come può aver causato tanto male a così tante persone? Quando poi sua madre sarà rapita da una delle sue vittime il dolore e la disperazione diventeranno insostenibili.
CINEMA D’AUTORE. Stomaco, cervello e cuore sono richiesti in dosi massicce per comprende totalmente quest’opera d’arte, che mette in guardia lo spettatore sin dalla prima scena: la violenza è una fastidiosa costante, come lo sporco delle strade di Seul, ben lontane dal centro città, dove il denaro gira copioso tra i piani alti dei grattacieli. Nei sobborghi abitati dai reietti della società i soldi rappresentano solo il demonio. Senza non vi si può sopravvivere e averne è una condanna costante perché non bastano mai. Solo l’amore familiare sembra tenere ancorate alla vita terrena le misere esistenze che nascono, crescono e troppo spesso muoiono tra il fango delle strade non asfaltate, lasciando nella povertà e nello strazio chi è costretto ad andare avanti in un mondo che sembra assomigliare a un gigantesco girone dantesco. Persino il protagonista piega le sue resistenze dinanzi alla donna che l’ha tenuto in grembo e che prima ignora, poi odia, poi tollera e infine ama, e che con la sua scomparsa lo getterà in uno sconforto che non avrebbe mai compreso altrimenti. Kim Ki-duk ha detto di essersi ispirato alla Pietà di Michelangelo per questo film e lo si intuisce facilmente dalla bellissima locandina, che rende l’idea del film molto più di qualsiasi foto di scena. Il finale lascia l’amaro in bocca a più livelli, la sensazione di fastidio per le immagini che scorrono sullo schermo probabilmente persisterà anche fuori dalla sala, ma la pellicola del regista sudcoreano, che avevamo imparato ad amare grazie a Ferro 3, Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, è senza dubbio da annoverare tra gli imperdibili di questa stagione. Anzi, degli ultimi anni.
Di Paola D’Antuono, da tempi.it

Assunto da uno strozzino per ottenere il pagamento dei debiti dai  clienti in ritardo, Kang-do si comporta come un macellaio, storpiando orribilmente le sue vittime e seminando la morte. Fino a quando non si presenta alla sua porta una donna che dice di essere la madre e si addossa la colpa di ogni suo crimine, pentita di averlo abbandonato alla nascita e lasciato crescere senza amore. Dopo averla sottoposta alle prove più terribili per accertarsi che dica la verità, Kang-do accetta finalmente la donna ma la paura di perderla lo mette, per contrappasso, nella posizione di scacco in cui ha sempre tenuto le sue vittime. 
La vita, la morte, il denaro. Per Kim Ki-duk c’è un termine di troppo, un intruso fatale. La pietà non è un trittico ma una figura sacra, che prevede solo due attanti. Il denaro non dovrebbe avere un posto tra questi temi, ma l’ha acquisito, ed è un errore che domanda giustizia, o meglio, un giustiziere. 
Non c’è dubbio che Pietà sia un film sulla sproporzione. Lo dice in un sol colpo (d’occhio) l’immagine della coppia protagonista: un ragazzo gigantesco e una piccola signora, e lo ribadisce ogni scena, ogni sfumatura. La crudeltà di Kang-do è fuori misura, così come la stupidità di alcuni debitori. Lo sono la capacità di sopportazione dell’una, l’ingenuità dell’altro, l’architettura della vendetta. Lo sono, dunque, le scelte in sede di racconto e di regia: le scene di sesso dichiaratamente eccessive, l’enfasi musicale, l’utilizzo di un’attrice, Min-soo Cho, dalla bravura fuori dell’ordinario. 
Eppure, non si può fare a meno di avvertire anche un eccesso di sicurezza, da parte del regista sudcoreano, uno sfoggio di sé, che qualche volta toglie forza a ciò che avviene dentro l’inquadratura, o più semplicemente le impedisce di sorprenderci. È un genere, questo, che Kim ha già cavalcato e nel quale eccelle, ma non incanta più. Se non fosse per la massiccia dose di ironia che ha calato in questo diciottesimo film, probabilmente più che in ogni altro lavoro precedente, il rischio sarebbe quello della predica morale leggermente ridondante, come lo è il kyrie eleison finale. “Signore, pietà”. 
Salvato dall’ironia, Kim regala allora, nonostante tutto, un film circoscritto e alto, in parte ispirato dal connazionale Park Chan-wook, ma intimo e sporco, meno lirico e più radicato nelle “passioni” di questo tempo buio.
Di Marianna Cappi, da mymovies.it

Ingaggiato da un usuraio, un uomo ne riscuote i crediti, minacciando senza pietà i debitori. Senza famiglia, e quindi con nulla da perdere, l’uomo spietato vive senza tenere in nessuna considerazione il dolore che provoca a moltissime persone. Un giorno, gli si presenta una donna sostenendo di essere sua madre. Dapprima la respinge con freddezza, ma piano piano la accetta e decide di abbandonare quel lavoro crudele per condurre una vita normale. Ma la madre viene rapita all’improvviso…
C’era una volta un regista che era uno dei paladini dei cinefili, salito alla ribalta anche grazie al passaparola on line. Kim Ki-duk ha trovato la sua massima fortuna nella prima metà degli anni 2000, periodo in cui è stato amato da un pubblico di giovani, così entusiasti che hanno voluto riscoprire anche i suoi lavori precedenti, ovviamente inediti in sala. Poi, ad un certo punto, la fortuna di Kim è iniziata a scemare, nel momento in cui le sue pellicole hanno cominciato a far discutere animatamente sotto il profilo artistico.
Prima fu L’arco, poi Time. Ci fu quindi un momento in cui Kim pareva essere ritornato ad essere quella figura centrale del cinema orientale per gli appassionati, grazie a Soffio. Infine è arrivato Dream: un’esperienza spaventosa, traumatica, che ha segnato il regista a causa di un incidente che ha coinvolto la protagonista del film. Da quel momento, Kim non è stato più lo stesso, ed ha passato un periodo di depressione fortissima, raccontata nel documentario Arirang. Kim ha girato in fretta e furia un nuovo lungometraggio, Amen, che avrebbe dovuto rimetterlo in carreggiata. Il risultato non lo ha convinto, tant’è che ha ritirato il film definitivamente…
Stupisce, quindi, questo Pieta, alla luce del declino artistico che ha coinvolto Kim da L’arco in poi, e alla luce degli eventi personali a cui abbiamo fatto riferimento prima. Eppure siamo felicissimi di poterlo annunciare: ragazzi, Kim è tornato. Ed è tornato alla grande. Pieta è un film che innanzitutto si inserisce perfettamente in una certa tradizione del cinema coreano, quello che molti identificano con alcuni film di Park Chan-wook; è poi un film che, per atmosfera, tematiche e “sporcizia”, ricorda il primo Kim, piuttosto che gli ultimi lavori.
Ma, cosa importante, è un film unico, in cui c’è un’energia che dev’essere scaturita naturalmente durante le riprese e la produzione. Pieta è un film sentitissimo, talmente sentito da essere un progetto a suo modo “a rischio”: bisogna invece togliersi il cappello di fronte ad un risultato del genere, perché la pellicola è travolgente, girata benissimo, ed anche tenuta sotto controllo. Kim torna ad essere il maestro che era anche sotto questo aspetto: se Pieta è un film “furioso”, è allo stesso tempo un film delicato e straziante, curato nella forma e mai lasciato al caso.
“Il 18° film di Kim Ki-duk” (come recita una delle prime didascalie) incomincia con una dichiarazione d’intenti: non sarà certo una passeggiata… Un uomo si avvolge attorno al collo un gancio d’acciaio, che mette poi in funzione con un macchinario. Vediamo che viene sollevato dalla sedia su cui era seduto. Non sappiamo ancora che fine farà, ma non è difficile capire che si tratta di un suicidio. Successivamente vediamo per la prima volta Lee Kang-do, il nostro protagonista, addormentato a letto, dove, durante il sonno, imita l’atto sessuale strofindandosi con un cuscino.
Lee ci viene presentato come un uomo freddissimo, pericoloso, temibile, un personaggio ancora più inquietante e ferreo del protagonista di Bad Guy. In bagno raccoglie quelle che sembrano delle interiora di animale e le butta via. Appesa in casa (disordinatissima!) ha un dipinto di una donna nuda, appeso al muro con un coltello: proprio quel coltello che prende ogni volta che va via di casa per svolgere il suo lavoro, ovvero riscuotere i soldi di chi non ha pagato un prestito, minacciandoli.
Difficilmente però l’uomo potrà riscuotere dei soldi immediatamente, visto che gli interessi si sono magicamente moltiplicati di dieci volte. Quindi Lee va dai clienti per renderli storpi, affinché incassino i soldi dell’assicurazione e possano restituire con questi la somma di denaro che avevano chiesto in prestito. Non si pone problemi a mutilarli di fronte alle mogli o alle madri, anzi. Svolge con freddezza il suo compito, e sembra pure godere della paura provata dagli uomini nei momenti che precedono la tortura.
Poi un giorno arriva lei: una donna che, silenziosa, lo segue fino a casa, entra dentro ed inizia a lavare i piatti e riordinare la casa. Dice di essere sua madre. “Mi spiace averti abbandonato”: Lee non le crede. “Non dire il mio nome! Io non ho nessuno”, e chi non ha nessuno non ha nulla da perdere. Ma visto che la donna insiste, Lee vuole metterla alla prova, e queste “prove” saranno umilianti e terribili… Piano piano, però, tra i due si instaura una relazione davvero sincera e sentita, tant’è che Lee le porta a casa un regalo e lei lo attende con la cena pronta.
Quello di Kim è sempre stato un cinema di relazioni “oltre”, completamente fuori dagli schemi. Pieta segue questo percorso: Kim descrive il rapporto madre-figlio in maniera “spudorata”; si tratta di un rapporto in cui una madre pentita torna dopo 30′anni per ricominciare a vivere con il figlio, un uomo violento fino alla nausea, che non si fa problemi a schiaffeggiarla, chiamarla con i peggiori appellativi o andare addirittura oltre la “morale comune”. Eppure la donna resiste, e in un film di Kim non potrebbe essere altrimenti: i personaggi coinvolti nel rapporto sono sempre diversissimi, si odiano, si amano, litigano e vorrebbero uccidersi, ma poi, per qualche umanissimo motivo, scatta sempre l’empatia reciproca.
A Kim bastano una serie di sguardi o una canzone cantata al telefono per accendere la tenerezza di questo rapporto scomodo e difficile da descrivere, inserito in un contesto complicato ancora di più dal potere dei soldi. “Che cos’è il denaro?”, si chiede Lee ad alta voce; “è la fine delle cose”, le risponde la madre. La fine di tutto, nel caso specifico di Pieta, che tende inesorabilmente verso una conclusione nerissima; così come è inesorabile il cambiamento radicale della cittadina in cui è ambientato il film. “Tra una decina d’anni ci saranno solo grattacieli”: potere e dolori del dio denaro…
Kim si riappropria con Pieta del suo stile, attraverso un uso squisito dei mezzi cinematografici: basta vedere come muove la macchina da presa in alcune occasioni, come nel momento in cui un personaggio viene schiaffeggiato e noi ne vediamo la soggettiva. Non si scorda nemmeno di stemperare il clima nero della pellicola con tocchi di sublime ironia, spesso grottesca (gli occhiali tondi!), ed avvolge il film con una fotografia curatissima, ricca di chiaro-scuri, e con una musica che è fondamentale come collante emotivo.
Sorprende l’uso delle ambientazioni, visto anche che alcune sembrano uscire direttamente da Address Unknown, quasi Kim ci stesse dicendo che è tornato, e fa sul serio come una volta. E lo ribadiamo anche noi, perché di Pietà faremo tanta fatica a dimenticarcene. Non si possono scordare quei pianti lunghi e strazianti di una donna ferita nel profondo, quell’albero che funziona come una tomba, o quel maglione… E non si può scordare l’ultimo gesto: che ha un sapore rivoluzionario e definitivo, ma che non può non lasciare una scia di sangue lunghissima. Bentornato, Kim.
Di Gabriele Capolino, da cineblog.it

Corea del Sud. Gang-do è un sadico sicario assoldato da un gruppo di usurai per riscuotere i loro debiti. Senza famiglia e senza niente da perdere, il giovane tortura e storpia di debitori i poveri debitori che non riescono a pagare. La sua prospettiva di vita cambia quando gli si presenta in casa una donna che sostiene di essere sua madre. Inizialmente scontroso e violento, col tempo si affeziona a quella figura materna finora assente che nasconde però una tragica verità.
Col suo ultimo film il coreano Kim Ki-Duk ci porta di fronte una realtà sociale contemporanea crudele e spietata. Il titolo infatti trae in inganno. Al suo interno non è presente alcun sentore di pietà: le coscienze sono unicamente mosse e governate dal denaro; tutto si muove in sua funzione e tutto viene sopraffatto da priorità che uccidono e infangano la dignità umana.
Senza pietà è Gang-do quando “violenta” le sue vittime e senza pietà, verso i loro corpi e la loro vita, risultano essere le vittime stesse, disposte a sacrificare una parte di loro per sottomettersi alle leggi del capitalismo. Una pietà che viene sottomessa al sentimento di vendetta e al forte rimorso dell’incredibile finale.
Se la prima parte del film può sembrare leggermente lenta, piatta e ambigua (comunque carica delle consuete forti e destabilizzanti immagini del regista coreano) è perfettamente funzionale alla seconda, che improvvisamente trasforma il film in un inquietante “thriller” psicologico angosciante e feroce.
Cambiando in continuazione tipo di focalizzazione Ki-Duk turba e sbigottisce le coscienze dello spettatore, muovendo nello stesso tempo una feroce critica alla società contemporanea e alla sua ideologia capitalista, usando immagini di una violenza disturbante e una tecnica impeccabile, sospinta da numerose riprese a mano e accompagnate da un montaggio ritmato e deviante e snaturante, come nella scena in cui la donna, interpretata da una superba Cho Min-soo, intona una commovente ninna nanna.
Pieta è un grande film, una superba riflessione che illumina e sconvolge al tempo stesso
Di Nicolò Barabino, da storiadeifilm.itstoriadeifilm.it

Esci dalla sala e resti lì, senza parole, a cercare qualcosa da dire sul film che hai appena visto. Ecco la sensazione che lascia la nuova pellicola di Kim Ki-Duk, dal titoloPieta, presente In concorso alla 69esima Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia. Il regista coreano, giunto al suo 18esimo film, così come ci annuncia nei titoli di testa, era atteso al varco dai cinefili di tutto il mondo, dato che le ultime sue prove cinematografiche non erano state all’altezza delle pellicole dell’inizio del Millennio, quelle (soprattutto Primavera, Estate, Autunno, Inverno… E ancora Primavera e Ferro 3) che hanno permesso a Kim Ki-Duk di farsi conoscere da tutto il mondo.
Con Pieta il regista ritorna proprio ai fasti di un tempo, quasi per urlare a tutti quelli che lo hanno criticato negli ultimi anni di essere ritornato, dimostrando, tra l’altro, di essere in splendida forma. Pieta non è un film facile. Pieta è un film dove la violenza regna sovrana. Pieta è il racconto di una società che basa tutto sui soldi, con i protagonisti che si chiedono solo una cosa: “Che cos’è il denaro?”. Pieta è una pellicola dove si ritrova tutto il cinema di Kim Ki-duk in nuce. Pieta è soprattutto un film, che vale la pena di guardare e forse anche di rivedere, per cogliere al meglio tutte le sfumature, le citazioni, i rimandi sparse qua e là dal regista coreano.
Il film racconta la storia di Kang-Do (Lee Jung-Jin), un uomo cinico e disincantato che lavora per uno strozzino. Gang-Do non ha famiglia, né amici e tanto meno scrupoli, soprattutto quando si tratta di reclamare il dovuto presso i debitori. Infatti chi non paga subisce una punizione corporale, in modo tale che lui può riscuotere i soldi dell’assicurazione e far saldare il debito. Un giorno, compare dal nulla una donna misteriosa (Jo Min-Su) che sostiene di essere sua madre. Raccontare altro di Pieta rischierebbe di rovinare la narrazione, dato che tutto è giocato su un ribaltamento della situazione, con un’ultima ora finale degna della suspence del miglior Hitchcock.
Il regista in questo lavoro non ha paura di sporcarsi le mani, anzi ha girato proprio in luoghi dove a regnare è lo squallore, con chiari riferimenti anche al carattere dei suoi personaggi, che non si pongono alcuno scrupolo per raggiungere il loro obiettivo. Emozionante ed intenso, Pieta entra direttamente nell’anima dello spettatore senza nemmeno chiedere il permesso di entrare, soprattutto grazie alla straordinaria interpretazione di Jo Min-Su: da brividi. Sicuramente comunque questo è attualmente il film più bello visto al Lido: un Leone d’Oro, per manifesta superiorità!
Di Davide Monastra, da filmforlife.org

“E’ vero, insieme ai due protagonisti in carne e ossa del mio film, il denaro è al centro di ‘Pieta”. Voglio mostrare il suo vero volto, la tragedia del capitalismo estremo. Il denaro, va detto, non è condannabile in sé e per sé. Può avere un volto positivo o il volto negativo e perverso che viene appunto mostrato nel mio film”. A parlare così è Kim Ki-duk, regista di ‘Pieta”, film in concorso in questa 69/a mostra Internazionale d’Arte Cinematografica che ieri è stato applaudito ripetutamente.
La pellicola, che sarà nelle sale dal 14 settembre distribuito da Goods Film, racconta la tragica storia di un malvagio strozzino che a un certo punto si redime all’apparizione di una presunta madre. Nonostante il titolo, spiega il regista, “il film non vuole raccontare concetti cristiani. Ci sono tanti elementi, come il demonio, la pietà appunto, il denaro, ma sono solo alcuni aspetti di un lavoro che vuole raccontare il tutto: l’essenza umana che stiamo perdendo e che abbiamo perduto. Pietà vuole parlare di salvezza attraverso il recupero di determinati valori”.
Per quanto riguarda il cristianesimo, “non ho nessun pregiudizio, nessuna prevenzione – dice – né rifiuto nei confronti di alcuna delle religioni, tantomeno per il cristianesimo. In ‘Primavera, estate, autunno, inverno’ ero ispirato dal buddismo. Il film ‘La Samaritana’ è stato visto come un lavoro protestante e ‘Pieta”, infine, è stato definito più di ispirazione cattolica. Per quanto riguarda me – conclude il regista che con Ferro 3 ha avuto il Leone d’argento nel 2004 – io ho una mia religione personale, ma non l’ho mai voluta esprimere”.
I miei film, ha poi spiegato Kim Ki-duk, “non si costruiscono su figure preordinate, ma vogliono solo essere l’interpretazione del mondo che vedo in quel particolare momento. Nel caso di Pietà i protagonisti sono come digitali, si muovono senza memoria e radici e hanno come unico interesse il denaro”. Il film è stato girato nella zona pre-industriale di Cheonggyecheon. “E’ un quartiere che esiste ancora, un luogo in cui tra i quindici e i vent’anni sono stato operaio ed è anche la zona che visto nascere in Corea l’information technology che ci ha reso all’avanguardia per telefonini e tv. E’ una zona, però, che sta scomparendo, sostituita dai simboli del capitalismo coreano che sono i grattacieli”.
La differenza con il regista giapponese Takeshi Kitano (in concorso anche lui al Lido con Outrage Beyond)? “Conosco bene Kitano e amo molto i suoi film, ma devo dire che i suoi sono di pura azione, mentre i miei di azione psicologica”. Infine, una parola sul regista che oggi all’incontro stampa ha mostrato una gentilezza e una disponibilità sorprendenti. “Vorrei parlare con ognuno di voi per più tempo anche per conoscervi meglio” ha detto. Una cortesia, la sua, lontana mille miglia dalla violenza dei suoi film. “Per spiegare il buio, il nero, bisogna presentare la luce, il bianco. La violenza e la crudeltà nei miei film serve a questo, a poter raggiungere il bianco”.
Da veneziatoday.it

Cheonggyecheon è un quartiere di Seul dove negli anni ’50, dopo la guerra di Corea, sono emigrati coreani desiderosi di migliorare le loro vite, in case di fortuna, in condizioni degradanti e rifiuti, un pugno nell’occhio nell’architettura della città. Tanto che la zona è stata oggetto di un progetto controverso di rinnovamento con infrastrutture e grattacieli. Lì ha lavorato come operaio anche Kim Ki-duk da giovane. Infatti Cheonggyecheon oggi soprattutto è il luogo dove si ambienta il nuovo lavoro del regista sudcoreano in anteprima al Lido e la sua metafora sulla crisi del capitalismo.
Pieta, film in concorso alla Mostra del cinema di Venezia , ha debuttato ieri sera ricevendo gli applausi della stampa, finora tra i più calorosi e prolungati. Stasera sarà invece presentato al pubblico.
Crudo, certamente, e forse più occidentale dei suoi precedenti film, è attraversato però dal germe della compassione (nel senso letterale del “patire con”). Violenza e spietatezza si mescolano al sentimento primordiale della vendetta come a quello, altrettanto atavico, dell’amore filiale e materno, del legame così insolubile tra madre e figlio, che dà forza ma, quando è usato come altrui mezzo di estorsione, dà vulnerabilità. Che potrebbe anche chiamarsi umanità, come nel caso del protagonista maschile di Pieta.
Kang-do (Lee Jung-jin) storpia la gente per “professione”. Il suo compito è riscuotere i crediti per conto degli usurai, e lo fa con una fermezza estrema e usando mezzi atroci, straziando mani e braccia dei debitori in mole e ingranaggi elettrici contando poi sui soldi dell’assicurazione contro gli infortuni. Non si ferma davanti a nulla, neanche dinnazi a madri o fidanzate distrutte per l’umiliazione e il dolore fatti patire a figli o compagni. A Cheonggyecheon è temutissimo e odiato. Tutto però cambia quando una strana donna (Cho Min-soo) in lacrime si presenta a lui sostenendo di essere la madre che l’ha abbandonato da piccolo. Kang-do è riottoso a crederlo, ma anche il più crudele dei “mostri” apre il cuore al calore materno, a quel cordone che non si spezza. Di fronte a questo, come recita il film, “cosa sono il denaro, la vita, la morte?”.
Sul carnefice Kang-do si apre una nuova luce e lo si percepisce nella sua solitudine, nel vuoto avuto negli anni vissuti senza famiglia. Abbiamo appena visto tutte le sue efferratezze eppure non si può non sentire ora un po’ di pietà per lui…
“Sono stato in Vaticano due volte e ho visto il capolavoro dellaPietà di Michelangelo”, spiega Kim Ki-du. “Col titolo del mio film mi riferisco all’abbraccio della Vergine Maria che stringe il figlio sulla croce. L’immagine che da allora mi sono portato dentro è quella di un abbraccio all’intera umanità, alle sofferenze, una comprensione e compassione del dolore”.
Lontano da opere precedenti come Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera oSoffio, in tutta la sua violenza e nel raro umorismo nero vuole soprattutto essere una denuncia. “Voglio parlare del capitalismo estremo e delle sue conseguenze sulle dinamiche interpersonali, spesso trasfigurate in senso negativo”, dice il cineasta cinquantaduenne. “È un film dedicato a tutta l’umanità e alla situazione difficile derivata dalla crisi del capitalismo”.
Regista eclettico e fuori dagli schemi, amatissimo da noi, è un po’ meno osannato in patria. “In Corea quando si riferiscono a me mi presentano come ‘il regista famoso in Europa’. Questa espressione può essere interpretata anche nel senso che il mio cinema in Corea non sia molto noto” racconta Kim Ki-duk. “I miei lavori in realtà trovano poco spazio all’interno del mercato cinematografico coraeno che consiste soprattutto nell’intrattenimento e nelle commedie delle major. Ho anche un pubblico di fan affezionati in Corea, sì. Credo però che ora con questo film la situazione stia cambiando e che avrò maggiore distribuzione e interesse delle major”.
Di Simona Santoni , da cultura.panorama.it

Come è noto, il quadro di Caravaggio dedicato alla “Vocazione di San Matteo”, è ambientato in una bettola dove presumibilmente si gioca d’azzardo. Due dei personaggi, seduti a un tavolo, sono immersi, come sprofondati, a contare monete. Matteo (esattore delle imposte) è seduto accanto a loro, ma si è riscosso da tale occupazione in virtù del gesto misericordioso di Cristo che, all’ingresso del locale, lo indica perché lo segua.
Matteo, forse stupito, sembra chiedersi: “Proprio io?”. Ma allo stesso tempo il quadro di Caravaggio suggerisce con sottigliezza che l’incontro fra Cristo e Matteo in quel luogo e in quel momento, non è casuale; ma, misteriosamente, come stabilito da sempre.
Questo quadro – è una libera associazione (ma nemmeno le libere associazioni sono casuali!) – mi è stato rievocato da “Pietà”, il film del sudcoreano Kim Ki Duk, che ha vinto il Leone d’Oro all’ultimo festival di Venezia.
Il protagonista è un giovane, anche lui ciecamente immerso nella sua vita, che è delle più squallide e allo stesso tempo delle più brutali. Vive completamente solo e il suo mestiere è riscuotere soldi prestati a strozzo. Quando i creditori non riescono a rispettare le scadenze, lui li storpia o li mutila, per riscuotere l’assicurazione sulle invalidità.
Il giovane appare alle sue vittime soltanto come la maschera implacabile del demonio. Ne sono così terrorizzate che, al momento delle sevizie, non abbozzano la minima difesa: riescono solo a piangere e a supplicare. Ma noi spettatori, che lo accompagniamo in vari momenti della sua vita quotidiana, sappiamo che almeno un “sentimento”, in fondo al suo animo, c’è: ed è il disgusto, per la vita propria come per la vita altrui. Ma anche per questa anima persa, giunge il momento della Grazia; dell’incontro che redime e salva, anche se il prezzo della redenzione sarà il sacrificio, e il sacrificio estremo.
Un giorno si mette a pedinarlo una donna che afferma di essere sua madre; quella madre che, avendolo abbandonato da piccolo, è all’origine della sua infelicità. Il giovane la scaccia, la insulta; ma lei sopporta tutte le ingiurie, con la remissività eroica di chi ha una missione da compiere. Accetta perfino di subire un rapporto sessuale con lui, in un amplesso che ha la violenza di uno stupro. E lo stupro della propria madre ha, per il figlio, il valore di una maledizione contro la propria nascita, di una bestemmia contro la vita.
Le due scene di incesto (o di presunto incesto: soltanto sul finale, scopriremo se la donna è davvero la madre del ragazzo) sono forse le migliori del film. Perché nel sesso si manifesta in modo più diretto, con più verità, il dolore, il malessere profondo del protagonista.
Egli ha l’abitudine di masturbarsi strofinandosi contro il materasso del letto, con un movimento che dà un’impressione, più che di voluttà, di tormento. Ebbene la donna, come per alleviare la sua angoscia, accetta di masturbarlo lei stessa.
Si sarà compreso che “Pietà” è un film di immagini e di temi estremi ed ostici. Si potranno rimproverare al film dei difetti: un certo semplicismo dei personaggi, che a momenti possono perfino sembrare figure di fumetti; o un intrigo sforzato: quell’intrigo per il quale il giovane sarà condotto a espiare tutte le sue colpe.
Ma ciò che a mio parere porta il film ad alti livelli artistici – insieme a immagini capaci di sintetizzare con grande forza personaggi e situazioni – è il clima di mistero religioso che lo avvolge dall’inizio alla fine. Un mistero sui temi della Dannazione e della Salvezza. E poiché qui la salvezza si realizza con la morte, si tratta di un mistero doloroso.
Di GIANFRANCO CERCONE, da notizie.radicali.it

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