PARADISO AMARO


“Siccome vivo alle Hawaii, i miei amici pensano che io sia sempre in Paradiso. Diamine, saranno almeno 15 anni che non salgo su una tavola da surf… Paradiso un…!”
Il Sex symbol per eccellenza, l’emblema dell’uomo di successo: bello, ricco, famoso, con milioni di donne ai suoi piedi e una carriera che lo ha portato ad essere una delle personalità più potenti del cinema.
Lui è George Clooney, uno che, nel mondo dello spettacolo, ha fatto praticamente di tutto, affermandosi, in questi ultimi periodi, anche come regista e sceneggiatore impegnato grazie all’apprezzatissimo political thriller Le idi di marzo.
Ma se proprio dobbiamo trovare un neo in quella che è, come detto, una filmografia estremamente corposa e variegata, è allora d’obbligo sottolineare la “mancanza” – per così dire – di un ruolo tragicomico, che fondesse in egual misura dramma e commedia risultando una scelta artistica ragionata e non semplicemente una tattica per fare incetta di statuette e globi dorati.
Detto fatto: il buon George ha dunque posto rimedio anche a questo, affidandosi nelle mani dell’esperto Alexander Payne – che torna dietro la macchina da presa a oltre sette anni di distanza da quel fenomenale Sideways – In viaggio con Jack (2004) reo di averlo imposto all’attenzione di pubblico e critica come uno dei più talentuosi filmaker indipendenti del panorama hollywoodiano – in un film che lo vede nei panni dell’avvocato Matt King, sposato, con due figlie e una casa che è – o meglio, sarebbe – la sopraffina sintesi di una vita semplicemente perfetta.
Peccato che, a rovinare tutto, sopraggiunga un tragico incidente in motoscafo ai danni di sua moglie Elizabeth, in seguito al quale la donna entra in coma irreversibile. Evento, questo, che porta con sé conseguenze da una parte prevedibili e dall’altra totalmente inaspettate, svelando la vera natura dei personaggi e particolari della vita di ognuno che mai ci saremmo potuti immaginare.
D’un tratto, Matt viene infatti a scoprire dalla figlia più grande – ribelle per natura e con il vizio dell’alcool – che sua moglie aveva un amante ed era da tempo intenzionata a chiedere il divorzio. E’ dunque così che, nel bel mezzo dell’agonia della donna, Matt e le figlie si mettono in viaggio per scoprire chi è il farabutto che si è introdotto nella loro vita.
Ultimamente siamo abituati a vederlo, in dolce compagnia – e come potrebbe essere altrimenti… – nell’ormai ultra nota campagna pubblicitaria del caffèNespresso, che lo mostra al top della forma e lo propone nel ruolo di Sex symbol che ogni donna vorrebbe al suo fianco.
Ma, purtroppo o per fortuna – noi propendiamo per la seconda – non sono queste le principali caratteristiche appartenenti al Matt King interpretato da George Clooney in questa quinta fatica registica di Alexander Payne, all’interno della quale il buon George propone un’immagine di sé del tutto differente da quella che siamo solitamente abituati a trovarci davanti. Look trasandato, portamento goffo, personalità insicura e – sì, sembra incredibile – poco successo con le donne, tant’è vero che, come detto prima, la consorte, prima di entrare in coma, lo voleva mollare per un altro.
Perché, allora, lo spettatore – soprattutto quello di sesso femminile – dovrebbe essere interessato a vedere un film in cui un attore dal fascino inarrivabile come George Clooney “rinnega” ciò che, per anni, gli ha garantito fama, soldi e successo in favore di “qualcos’altro”? Potrà sembrare il più abusato dei cliché, ma il motivo sta proprio in quell’”altro”.
Di una bravura ineccepibile e talvolta addirittura spiazzante, Clooney disegna un personaggio che forse ricorderemo come il più significativo della sua intera filmografia, in grado di divertire con contegno e, subito dopo, di farti commuovere grazie a una spontaneità che ben pochi attori, negli annali della storia della settima Arte, sono stati in grado di eguagliare.
E il punto forte della sua performance come dell’intero film risiede proprio in questo aspetto del suo personaggio: la spontaneità.
Matt King non è il rapinatore gentiluomo Jack Foley di Out of Sight (1998) che riusciva ad ammaliare l’intrepida Jennifer Lopez con il solo sguardo, non è lo scaltro svaligiatore di casinò Danny Ocean della saga di Ocean’s Eleven (2001, 2004, 2007), non è il sicuro ed elegante tagliatore di teste Ryan Bingham di Tra le nuvole (2009) e non è nemmeno lo stupido, barbuto e imbranato agente del tesoro Harry Pfarrer di Burn After Reading (2008), tanto per ricordare che, di metamorfosi, il bravo George ne ha fatte parecchie.
Matt è un uomo come noi, con le nostre stesse debolezze e le stesse fragilità che accomunano ogni individuo di questo mondo, e che, cosa più importante, si trova ad affrontare una di quelle disgrazie che non augureresti nemmeno al tuo peggior nemico.
George Clooney è straordinario in questo film perché si immedesima nei panni di un comune mortale attribuendogli comicità e dramma in parti uguali senza risultare oltremodo enfatico e regalando, dunque, una prestazione che possiamo descrivere a dovere solo usando, anche in questo caso, un cliché, ovvero: da Oscar!
Ma così come la sua performance, straordinaria è anche l’intera pellicola, perché se Clooney riesce ad adattarsi così bene al piacevole oscillare del film tra commedia e dramma, il più grande merito è proprio dello script – a firma dello stesso Payne in collaborazione con Nat Faxon e Jim Rash, basato sul romanzoEredi di un mondo sbagliato (2007) di Kaui Hart Hemmings – che, nonostante le quasi due ore di durata, impedisce il proliferare di momenti di noia grazie a una struttura solida e che riesce sempre a trovare il giusto appeal per coinvolgere lo spettatore.
L’ironia amara – proprio come il Paradiso del titolo – il dolore improvviso, la rabbia sopita che impetuosamente si scatena, i personaggi sopra le righe e proprio per questo affascinanti sono tutte componenti del racconto che rendono visibile e inconfondibile il marchio di Alexander Payne e che rimandano la memoria, in particolar modo, al bellissimo – e forse troppo sottovalutato – A proposito di Schmidt (2002), in cui un Jack Nicholson in stato di grazia diventava anch’egli vedovo tutto d’un tratto scoprendo poi che la moglie lo tradiva.
Alla fine, ciò che resta in mano non sono le lacrime, non è lo sconforto e nemmeno il senso di angoscia, ma solo la sicurezza che, in un modo o nell’altro, si riesce sempre a trovare la forza per andare avanti e per colmare un vuoto tanto grande quale può essere quello causato dalla perdita di un familiare.
Ed è grazie a opere come questa che riusciamo ad averne la consapevolezza.
Un George Clooney straordinario protagonista di una tragicommedia raffinata e sottile, già inserita tra i candidati all’Academy Award.
Gran ritorno alla regia di Alexander Payne a sette anni di distanza da Sideways (2004) in un film con il quale riprende in mano gli stessi temi che facevano da sfondo al suo A proposito di Schmidt (2002) adattandoli a un contesto diverso.
Da segnalare anche le buone performance del resto del cast, con una menzione speciale alla giovane Shailene Woodley, al ritrovato Robert Forster e a una vecchia conoscenza dei teen-movie a stelle e strisce come Matthew Lillard (Scream, Scooby-Doo).
Academy, volete dare un Oscar? Datelo a Paradiso amaro! E datene un altro anche a Clooney!
Di Francesco Manca, da everyeye.it

Le Hawaii non sono esattamente il paradiso in terra che tutti crediamo: almeno non lo sono più per uno dei suoi abitanti, Matt King. Sua moglie Elizabeth ha appena avuto un incidente che l’ha gettata in coma, e non si riprenderà più. Non resta che staccare le macchine che la tengono ancora in vita. Da anni troppo concentrato sul suo lavoro, l’uomo si ritrova con due figlie che ormai non conosce più, la più grande delle quali, Alexandra, è sulla via della ribellione più spinta. Il dolore di Matt per la tragedia subita si trasforma in frustrazione quando scopre che sua moglie aveva una relazione extraconiugale, e stava per chiedere il divorzio. Il marito tradito e disperato si lancia allora alla ricerca dell’amante della sua sfortunata consorte…
Prima di Sideways consideravamo Alexander Payne un regista interessante ma tutto sommato sopravvalutato: Election e A proposito di Schmidt avevano svelato un cineasta dotato di notevole gusto acido per la commedia ma troppo propenso a dipingere personaggi sopra le righe e con i quali era difficile empatizzare. Poi è arrivato il capolavoro con protagonista Paul Giamatti, straordinario esempio di compostezza estetica e volontà di scavare in profondità dentro la psicologia e i sentimenti di uomini comuni. Adesso a sette anni di distanza viene presentato Paradiso amaro al Toronto Film Festival, opera che si pone come ulteriore e prezioso tassello nella filmografia di Payne in quanto capace di equilibrare le due facce del suo cinema che sopra abbiamo evidenziato.
Spesso l’ironia, il sarcasmo e le situazioni più assurde arrivano proprio nei momenti in cui l’animo umano è maggiormente esposto al dolore. Questo ci mostra con perizia e sensibilità il suo nuovo lungometraggio, costruito su persone assolutamente comuni che nella difficoltà perdono le loro certezze ma si sforzano di ritrovare un nuovo equilibrio, simile nella sostanza ma costruito su basi molto più solide di quello trovato in passato. George Clooney si dimostra, fin dalle primissime scene, perfetto nelle vesti comode ma sottilmente complicate di un uomo confuso come potrebbe essere chiunque in tali circostanze. Una prova d’attore tanto matura la sua quanto convincente proprio perché lavora in sottrazione, e non sfrutta l’appeal e il carisma ormai consolidati che la star di solito propone sul grande schermo. Accanto a lui appaiono in varie scene un gruppo di caratteristi di finissima bravura, tra i quali spiccano Robert Forster e la troppo sottovalutata Judy Greer. Merita poi una segnalazione la giovane Shailene Woodley, bravissima nella parte della primogenita scombinata che nel momento del bisogno ritrova se stessa e si dimostra spesso più matura di suo padre.
Alexander Payne costruisce Paradiso amaro secondo il suo stile di regia lineare, mai ostentato, che inquadra volti e ambienti lasciando che siano loro e i dialoghi di una sceneggiatura umanissima a creare la sostanza del film. Il risultato è una commedia molto toccante, vagamente stonata, abile nello scavare dentro figure che si differenziano pochissimo da noi. L’acquisita forza del cinema di Alexander Payne comeParadiso amaro conferma pienamente sta proprio in questo, nel rendere interessante e coinvolgente la vita interiore di personaggi con cui ci si può identificare nel loro essere ordinari, o meglio esseri umani.
Di Adriano Ercolani , da mymovies.it

Lontano da quell’America tutta glamour hollywoodiano, carriere fulminanti, curve e testosterone, gare sportive quasi sempre vinte oppure perse dopo estenuanti dimostrazioni di coraggio, c’è un’altra America, più dimessa e sottotono, più rassegnata e conciliante. Un’America che il cinema indipendente ha saputo raccontare come nessun altro e che, con una grazia sempre mista a disincanto, Alexander Payne è riuscito rappresentare a meraviglia sia in A proposito di Schmidt sia in Sideways. Questo mondo smarrito e confuso viene colpito da un nuovo scossone in Paradiso Amaro, film da cinque nomination all’Oscar che negli States non ha portato a casa nemmeno una recensione negativa e che è stato giudicato come l’opera migliore del regista.
Anche se l’America (continentale) è presente solo nelle radici del protagonista della vicenda, che vive sull’isola hawaiiana di Ohau, l’umanità fotografata è sempre la stessa, e il viaggio metaforico descritto è sempre quello di un antieroe, in questo caso un avvocato che si veste come se ogni giorno fosse un casual friday e che in famiglia è sempre rimasto in sordina.
Un cinquantenne che non ha né il fascino blasé del suo interprete George Clooney né quell’aria malandrina che rende Alexander Payne un micidiale tombeur de femmes.
Proprio la leggerezza di questo personaggio e la sua dimessa bizzarria consentono a Paradiso amaro di rendere malinconica e tragicomica, invece che patetica o gratuitamente struggente, una storia che sulla carta si annunciava fortemente drammatica perché alle prese con temi come la morte, il tradimento, le problematiche ambientaliste, le famiglie disfunzionali, la crisi di mezza età. Ecco il primo dei tanti pregi diThe Descendants (preferiamo il titolo inglese), un film che invece di avere l’X-Factor, possiede, secondo un critico americano, il “breeziness factor”, e cioè il benefico effetto di una brezza leggera. Payne lo ottiene bilanciando con un’attenzione che non sempre appare spontanea il triste e l’allegro, il divertimento e le lacrime.
Lasciando che la commedia faccia capolino, sempre con tenerezza, anche nelle scene più dolorose, il regista riesce ad esplorare il confine fra la sofferenza causata dal distacco e la rabbia che spesso si prova per l’oggetto del distacco. Con grande sensibilità, ci mostra gli stati d’animo altalenanti di chi si sta preparando a una perdita e passa dal risentimento alla quasi indifferenza, dall’incredulità alla rassegnazione. Senza risparmiarci lo spettacolo di un corpo segnato da settimane di coma irreversibile, affronta infine il mistero della morte e solleva tutte quelle domande che ci facciamo quando uno dei nostri cari sta per lasciarci: chi era veramente? Siamo riusciti a stargli abbastanza vicino? Lo conoscevamo fino in fondo?
La cosa bella, e sorprendente, è che in questo percorso di elaborazione e di riflessione sul lutto, i vari personaggi finiscono per avere poco tempo per piangere, perché la scoperta dell’infedeltà coniugale della moglie del protagonista li mette sulle tracce di un improbabile agente immobiliare, trasformando la loro avventura in uno spiritoso road-movie. Un tranquillo road-movie, perché Paradiso amaro non è un film dal ritmo forsennato, ma un insieme di quiete e di tempesta che invece di seguire la regola dei 3 atti procede per piccoli salti, per incidenti che possono provocare improvvisi cambiamenti di rotta.
L’unico modo per apprezzare questo incedere frammentato e pacato è lasciarsi trasportare dalla corrente e aspettare. Aspettare con pazienza il momento finale della separazione, che poi coincide con il miracolo di un uomo che non solo perdona gli altri, ma anche e soprattutto se stesso.
Di Carola Proto, da comingsoon.it

“Paradiso Amaro” è un film di genere dramma/commedia diretto da Alexander Payne e interpretato nel ruolo principale da George Clooney.
In “Paradiso Amaro” Matt King (George Clooney) è un marito e un padre di famiglia un po’ troppo assente che vive una vita tranquilla e senza tante ambizioni nelle splendide e soleggiate Hawaii. Quando sua moglie finisce in coma a causa di un grave incidente nautico, Matt si ritrova catapultato nel difficile ruolo di genitore. Le sue due figlie femmine, di 10 e 17 anni, avranno molto da insegnargli attraverso questa esperienza drammatica, che vedrà Matt anche alle prese con la scoperta di essere stato a lungo tradito da quella stessa moglie che ora accudisce – immobile e in punto di morte – su un letto di ospedale…
“Paradiso Amaro” è un film garbato e ben fatto, capace di raccontare una terribile tragedia familiare senza fare tragedie, piuttosto mescolando sapientemente commozione, sentimento e perfino tanta ironia in una storia che non può che toccare e coinvolgere lo spettatore. Il film di Payne in sostanza ci dimostra, attraverso il suo racconto, che il Paradiso non esiste (almeno quello in terra) e che se qualcuno pur ci si avvicina non per questo potrà avere la certezza di vivere sempre sereno e tranquillo. L’inferno, o l’amaro – per citare il titolo – possono infatti sempre trovarsi dietro l’angolo, anche quando la nostra vita ci sembra scorrere su binari costantemente ben oliati.
In conclusione “Paradiso Amaro”, sebbene per noi sia onestamente una pellicola un tantino sopravvalutata, rimane comunque una di quelle che ci sentiamo assolutamente di consigliare.
Di Luisa Scarlata, da cineradar.it

Nella lussureggiante natura delle isole Hawaii, nel mezzo del tenue albeggiare raggiante del sole, sotto la coltre opaca e svampita delle villette della zona, e dentro la pacata rassegnazione di un uomo che è andato incontro alla verità quando ormai era troppo tardi, un certo Matt King (il quale è tutt’altro che un re, nonostante possieda un vasto appezzamento di terreno) cerca di affrontare per la prima volta nella sua vita le contraddizioni della famiglia. Allora ecco che il dialogo con la moglie si fa più fitto, e lo diviene nel momento in cui la moglie è soltanto una carcassa in carne ed ossa senza più capacità d’intendere né di volere, e attende solo che la spina venga staccata, come da testamento (eutanasia sì, eutanasia no?). Ma nel film “Paradiso amaro” Alexander Payne non vuole dimostrare al pubblico di essere schierato da una parte o dall’altra: gli interessano piuttosto i meccanismi insiti nei rapporti umani, e attraverso il perdono, una profonda riflessione sulla capacità di perdonare, ci parla di quanto la vita insegni proprio attraverso le tragedie.
Matt King è interpretato da uno splendido George Clooney, depurato di tutte le sue “sciccherie” d’alta classe, del suo puro fascino di uomo carismatico dal sorriso sempre brillante, e reso al contrario un uomo ordinario, come del resto accadde egregiamente con altri attori del calibro di Jack Nicholson (“A proposito di Schmidt”) e Paul Giamatti (“Sideways”); ma un uomo qualunque che si candida in punta di piedi al suo secondo Oscar, che in questo caso sarebbe meritatissimo. Alexander Payne, nominato all’Oscar sia per il film che per la regia, dirige lasciando pendere l’ago della bilancia più sul drammatico (mai melodrammatico) che sulla commedia, nonostante qualche battuta e un personaggio un po’ al di fuori delle regole, che rende buffe alcune situazioni altamente tragiche. La linearità del film, coniugata ad una sceneggiatura classica e ad un’ambientazione insolita per il cinema americano, è resa più ricca e convincente perché vista con uno sguardo diverso e più umano.
La sceneggiatura, scritta da Payne in collaborazione con Nat Faxon e Jim Rash, è tratta dal romanzo di Kaui Hart Hemmings, che recita palesemente dal titolo il motivo conduttore del film: “Eredi di un mondo sbagliato”. Matt King è erede di un mondo sbagliato, è padre e figlio allo stesso tempo di scelte sbagliate, di cui ci si pente soltanto alla perdita dei propri cari o delle persone con cui in qualche modo si era in conflitto. Matt King è erede di un paradiso che, oltre ad essere amaro, è anche rilassante: sarà un’assurdità, ma le paradisiache musiche hawaiiane del film sembrano suggerire proprio questo. Rilassarsi sotto il sole, nel caldo tepore della sabbia che mescola ulteriormente i sentimenti con i rancori. Rilassarsi in controluce per ritrovare se stessi e cambiare, perché in fondo c’è sempre tempo per farlo. Matt King lo capisce lì, al cospetto della moglie Elizabeth, e fra le braccia delle figlie Alexandra e Scottie, di diciassette e otto anni. Il quadretto è al completo e una ricerca ha inizio, dentro e fuori gli stati d’animo, pur sempre evidenti.
Di Federico Mattioni , da filmedvd.dvd.it

In viaggio amaro con l’amato Alexander. Ancora una volta.
Eravamo stati con lui, nel 1999, in un liceo in cui Matthew Broderick e Reese Witherspoon erano parimenti grassocci e insopportabili. Lui maestro perdeva clamorosamente la sfida sociale ed esistenziale con lei allieva finendo per tirarle addosso un bicchierone di soda dopo averla vista sfilare in limousine nel team presidenziale a Washington. Sono soddisfazioni, eh? Quel piccolo uomo ridicolo era il protagonista del film.
Nel 2003 eravamo stati con Payne accanto a un Warren Schmidt con la faccia di Jack Nicholson. Avevamo capito il suo disorientamento di fronte alla pensione, apprezzato l’amore per la figlia, stimato l’adozione a distanza di un bambino africano, sostenuto quando lo sentivamo lamentarsi della moglie e ghignato, lo ammettiamo, quando avevamo visto crepare la sgradevole consorte in modo ridicolo a inizio film. Avevamo pensato che Warren da quel momento in poi fosse libero e che meritasse di più. Ci eravamo messi in viaggio con lui. Ci eravamo illusi. Andammo a trovare sua figlia che stava per sposarsi per scoprire, miglio dopo miglio e minuto dopo minuto, quanto Warren fosse meschino, vigliacco e accidioso. Quel grande uomo ridicolo, cornificato dalla moglie che avevamo disprezzato, era il protagonista del film.
Infine, avevamo seguito nel 2006 l’eterno aspirante romanziere Miles (Paul Giamatti) e il suo amico attore scemo Jack su e giù per le colline del vino californiane in cerca di rimorchio e piccoli surrogati di gratificazioni. Mamma mia quanto erano ridicoli, vigliacchi e bambocci pure quei due protagonisti indiscussi della pellicola. Li salvavano simpatia e un briciolo di autoconsapevolezza. Uno dei due avrebbe avuto addirittura le palle di suonare in extremis al campanello dell’amore: “Ehilà? C’è qualcuno?”. Che coraggio.
Ora Alexander Payne ci porta alle Hawaii ma subito mette in chiaro le cose: colori autunnali, se non invernali, traffico, povertà, gente in carrozzina, sgradevolezza in ciabatte, la moglie del protagonista in coma, sgraziata e bavosa su un letto gelido d’ospedale dimesso. Paradiso? “Paradiso, un ca**o” come ci dice subito il protagonista interpretato da un George Clooney col capello fuori posto, i piedi a papera che gli impediscono di correre in modo decente e un’aria da “cagnone” (©Francesco Castelnuovo) bastonato.
Il marito con la moglie in coma dovrà: 1) occuparsi delle ultime volontà della moglie in coma interagendo con due figlie poco filate prima e un suocero veramente bastardo che però ha ragione a rimproverarlo (la grandezza di Payne) 2) vendere un terreno di famiglia in riva al mare che potrebbe far lui e tutti i suoi parenti scalcagnati (“Alle Hawaii i veri pezzi grossi si vestono come barboni”), più ricchi di quanto già lo siano. Un altro viaggio acre in compagnia di un protagonista di Payne? Ahiahi. Scopriremo quante verità nascoste verranno rivelate a questo nuovo uomo senza qualità (come accadeva a Warren Schmidt), quanto la sua accidiosa sicurezza di sé l’abbia trasformato in un essere meschino e perdente (come in Election) ma come l’invasione delle novità nella sua vita, rappresentate da esseri umani più sorprendenti di alieni (come in Sideways), possa produrre cambiamenti in positivo.
Paradiso amaro è un film di Alexander Payne ed è un ottimo film di Alexander Payne. Il colpo di scena è sempre dietro l’angolo, i personaggi possono essere contemporaneamente bastardi, perbene o addirittura eroici e attraverso una narrazione pacata in campo spesso largo e ripreso a distanza (Payne ama immergere i suoi personaggi nello sfondo riprendendoli da lontano come fosse undocumentarista), il regista di origini greche sviluppa una storia accattivante di dolore, meschinità, rivelazioni e redenzioni. E’ questa la caratteristica dei suoi due ultimi film androcentrici rispetto al dittico iniziale Election e A proposito di Schmidt: meno acri, più ottimisti nei confronti dei maschi protagonisti. Il molto divertente La storia di Ruth – Donna americana, avendo una donna per protagonista assoluta, sembra quasi appartenere a un’altra filmografia per Payne.
Torniamo a Paradiso amaro. Due scene madri semplicemente eccezionali e pilastro della struttura narrativa dell’opera: il colloquio notturno tra il padre e il fidanzato della figlia grande; l’incontro in ospedale tra Clooney e la moglie di un personaggio molto importante legato alla consorte del protagonista in coma. Soprattutto quest’ultimo momento permette l’innesco del monologo finale di Clooney che potrebbe concorrere a fargli vincere il primo Oscar da Attore Protagonista. Quell’incontro in ospedale andrebbe studiato attentamente da ogni aspirante sceneggiatore.
Infine, ho adorato rivedere Matthew Lillard, che ricordavo come l’eterno ragazzone rumoroso scalmanato di Fuori di cresta, Scream e Scooby-Doo, in un ruolo invecchiato e piccolo-borghese. Una delle tante qualità di Payne è lavorare sul casting con guizzi rinfrescanti e mai stucchevolmente metacinematografici come quando resuscitò la carriera di Matthew Broderick giocando sulla sua icona di giovane mito liceale anni ’80 (War Games, Una pazza giornata di vacanza) contrapponendogli la Witherspoon paffuta di fine anni ’90.
Di Francesco Alò, da badtaste.it

Fresco vincitore di due Golden Globe (miglior film drammatico e miglior attore protagonista, George Clooney) “Paradiso amaro” si prepara alla corsa agli Oscar tra i favoriti; certi di un sicuro successo i distributori italiani faranno uscire la pellicola il 17 febbraio, fiduciosi del traino che gli Oscar portano sempre con sé.
Il film, basato sul un romanzo di Kaui Hart Hemmings, è un dramma familiare che vede George Clooney nei panni, insoliti per l’attore, di un padre di famiglia, grigio e assente, costretto dal coma irreversibile della moglie a ripensare alla sua vita e a ristabilire un rapporto con le due figlie. Clooney è incredibilmente bravo nello smettere i panni del seduttore piacione e indossare quelli di Matt, un uomo apatico, senza ambizioni, senza passioni e indifferente alla famiglia. Anche se molto ricco lavora come avvocato, mantenendo in tutto un basso profilo, non tanto per scelta o vocazione personale, ma per seguire le orme già tracciate dal padre. Pensa che la sua vita sia perfetta, solo perché non vuole vedere quello che succede intorno a lui, è indifferente ai segnali di insofferenza della moglie Elizabeth, donna forte e risoluta, o ai disastri che combinano le due figlie: l’adolescente Alexandra e Scottie di 10 anni.
Nel film tutto questo però non viene mostrato esplicitamente, Elizabeth è fin dalla prima scena in coma, intubata in un letto di ospedale, Matt si trova fin da subito immerso nel dramma che sconvolgerà la sua vita e gli farà rivedere tutti i suoi progetti.
Fortunatamente non abbiamo flash back che ci mostrano un prima e un dopo, Alexander Payne, che è un maestro nel mostrare la natura umana con tutte le sue debolezze e sfaccettature, non ha bisogno di digressioni, gli bastano i rapporti tra i personaggi, i primi piani insistiti, i dialoghi perfetti, per restituirci tutta l’umanità e la normalità di una famiglia straziata dal dolore, in cui non ci sono né buoni, né cattivi, ognuno con le proprie mancanze e le proprie colpe, dove la tragedia imporrà a tutti di fare un percorso di dolorosa conoscenza di sé e dell’altro.
La regia di Payne è sobria, ma che riesce a restituirci momenti di incredibile e profondissima commozione, quando Alexandra, da tempo arrabbiata con la madre, in piscina scopre che la donna non potrà mai più riprendersi dal coma si immerge nell’acqua e urla, è una scena straziante, evocativa e molto simbolica, che da sola basterebbe a giustificare la vittoria ai Golden Globe. Vedremo quanto sapranno apprezzarlo anche i membri dell’Academy.
La frase:
“I miei amici sono tutti convinti che – dato che abito alle Hawaii – vivo in un paradiso. Come se fossimo sempre tutti in vacanza, a bere Mai Tais ancheggiando sulla spiaggia e a tuffarci fra le onde. Ma sono matti?”.
Di Elisa Giulidori, da filmup.leonardo.it

Matt King (George Clooney), marito indifferente e padre di due bambine, più che alla famiglia si è sempre dedicato alla sua carriera di avvocato e alla cura degli interessi economici derivanti dalla moltitudine di proprietà terriere alle Hawaii. Dopo che un incidente in barca nei pressi di Waikiki riduce la moglie in coma irreversibile, Matt scopre che la donna per anni ha condotto una doppia vita, tenendo in piedi una relazione con Brian, un venditore di immobili, residente nell’isola di Kauai. Intenzionato a conoscere il rivale, Matt decide di mettersi in viaggio insieme alle due figlie per recarsi dall’altro lato dell’arcipelago. Grazie al viaggio, l’avvocato rivaluterà tutto il passato rivoluzionando l’ordine delle sue priorità. Tratto dall’omonimo romanzo di Kauai Hart Hemmings.
Sette anni dopo i vigneti della California di Sideways (allora il protagonista eraPaul Giamatti) Payne sceglie ancora una volta un luogo esotico e dalla natura lussureggiante ovvero le isole Hawaii come cornice di un dramma individuale ancora più stridente di fronte alla maestosità della natura, affidandosi totalmente al carisma di George Clooney per articolare la storia di un piccolo uomo cui improvvisamente cade il mondo addosso.
Matt King, il personaggio interpretato da George Clooney, ricalca i personaggi descritti da Alexander Payne nei suoi precedenti film: un uomo con molti difetti e che cerca di barcamenarsi in un mondo tutt’altro che perfetto. Un personaggio apparentato all’invidioso insegnante interpretato da Matthew Broderick in Election, al pessimista pensionato dal volto di Jack Nicholson inA proposito di Schmidt, ed al turista pasticcione di mezza età in viaggio fra i vigneti della California, impersonato da Paul Giamatti in Sideways. Nemmeno King è l’uomo che vorrebbe essere. Ha due figlie ribelli che non si fidano di lui, una moglie che lo tradiva e una schiera di parenti squattrinati che non aspettano altro che mettere le mani sul suo patrimonio. La sua vita problematica si contrappone al suggestivo ambiente naturale in cui vive, creando un netto contrasto con il suo tumulto interiore. Le vicende personali conducono Matt ad un brusco risveglio, scomodo, comico e persino assurdo, ma che cambierà per sempre la sua idea dell’amore, della paternità e di cosa significa essere un uomo.
Alexander Payne ha sempre avuto un debole per queste situazioni della vita quotidiana, che sono allo stesso tempo comiche, terribili e rivelatrici. Quando il regista ha letto l’apprezzato romanzo di esordio di Kaui Hart Hemmings, The Descendants, è rimasto immediatamente catturato dai suoi forti contrasti. Ecco il ritratto di un uomo che ha ricevuto una notizia devastante, circondato da persone problematiche e difficili, costretto a prendere decisioni impossibili che avranno importanti ripercussioni sulla sua vita.
Nel suo libro, Kaui Hart Hemmings ha saputo amalgamare la cultura hawaiana con la storia di un uomo in crisi, alla ricerca di un riscatto morale. Anche l’autrice è cresciuta in una famiglia hawaiana non convenzionale: il suo patrigno era Fred Hemmings Jr., un noto politico del posto nonché campione di surf. Nei suoi racconti la scrittrice ha sempre trattato i temi della famiglia, della terra, del passato e dell’eredità. The Descendants è nato come racconto breve (pubblicato con il titolo “The Minor Wars”), che inizialmente la Hemmings aveva narrato dal punto di vista della figlia minore Scottie, ma che in seguito ha deciso di raccontare dalla prospettiva maschile e matura di Matt King, con un approccio audace e innovativo per una scrittrice. Questa decisione ha cambiato tutto. La storia e il romanzo non erano più incentrati esclusivamente su un clan di feroci individualisti concentrati solo sui propri interessi, ma su un padre che impara a conoscere e a fidarsi della sua famiglia.
Da primissima.it

“Paradiso Amaro”, titolo orginale “The Descendants” è il nuovo film di Alexander Payne con protagonista George Clooney. Il film è stato presentato in Italia al 29esimo Torino Film Festival nella sezione “Festa mobile – Figure nel paesaggio” ed sarà sicuramente una delle pellicole protagoniste della notte degli Oscar, dopo esserlo stato ai Golden Globes. George Clooney, in “Paradiso Amaro”, interpreta un uomo diviso tra lavoro e famiglia, tra i sentimenti e il denaro. L’opera di ALexander Payne è ambientato in un luogo da sogno, le isole delle Hawaii, in cui, come si dice all’inizio del film, non tutto è il paradiso, motivo che ha spinto i distributori italiani a dare il titolo di “Paradiso Amaro”, invece di mantenere l’orginale “The Descendants”, ovvero “Gli eredi”. La pellicola vuole giocare sul rapporto tra l’immaginario collettivo, considerare le Hawaii un luogo di svago e divertimento, e la realtà della situazione, perché anche alla Hawaii la gente muore e soffre come in qualsiasi altra parte del mondo.
Matt King, protagonista di “Paradiso Amaro”, è un marito e padre da sempre indifferente e distante dalla famiglia, impegnato nel suo lavoro di avvocato, anche se desideroso di dare il meglio alle sue figlie e alla moglie, dai migliori studi, alla migliore casa. Ma quando la moglie rimane vittima di un incidente in barca è costretto a riavvicinarsi alle figlie e a cercare di ricostruire un rapporto che sembra irrimediabilmente frantumato e logorato dai tanti anni di indifferenza. Inoltre Mattdeve decidere a chi vendere il terreno di famiglia, eriditato dalla bis-bis-bis-bisnonna, una regina delle isole.
Il film è tutto giocato sulla perdita dei sentimenti e il difficoltoso modo di ricostruirli. parando la lezione di Almodovar (“Parla con lei”), il regista Alexander Payne capisce che può mettere in relazione tutti i suoi personaggi con il corpo in stato vegetativo di una donna, che agisce e spinge all’azione pur in uno stato comatoso. Qualche dubbio rimane sulla sceneggiatura e sulle sequenze troppo lunghe e a volte troppo noiose, ma questo lo dovranno decidere gli spettatori, una volta che il film arriverà nelle sale.
Di Davide Monastra, da filmforlife.org

Ad alcuni autori bastano pochi film per dimostrare di che pasta sono fatti. Nel caso di Alexander Payne avremmo potuto anche fermarci a tre. Dopo l’esordio alla regia nel 1996 con il coraggioso dramma La storia di Ruth – Donna americana, film sul tema dell’aborto con Laura Dern, e l’uscita di Election nel 1999, commedia nera intrisa di satira sociale con Matthew Broderick e Reese Whiterspoon, Payne aveva già fatto capire il suo talento nel raccontare l’umanità più umana, le debolezze della gente comune, nel combattere il bigottismo e l’arrivismo della società americana smascherando con leggerezza e sincerità una società che ha perso di vista i valori morali che sono alla base del mondo civilizzato. Con A proposito di Schmidt e Sideways, Payne ha definitivamente dimostrato il suo talento, sfornando due ritratti tra il comico e il tragico chegli sono valsi un premio Oscar per la sceneggiatura e numerose nomination, comprese quelle a Jack Nicholson per la sua interpretazione nei panni di un anziano assicuratore in pensione, un antieroe burbero e cinico ancora alla ricerca di sé e a Paul Giamatti (attore fino a quel momento attore pressoché sconosciuto) straordinario nei panni dell’intellettuale fallito e deluso sentimentalmente che insieme al suo migliore amico si perde nelle assolate colline californiane alla ricerca della felicità perduta. In questo suo quinto lungometraggio Paradiso amaro, Payne continua questo suo cammino alla scoperta dell’animo umano e delle sue tante risorse. Ancora una volta si diverte a mettere con le spalle al muro un uomo in difficoltà che si è smarrito, ponendolo di fronte alla consapevolezza delle sue potenzialità, alle sue sconfitte ed ai suoi tanti errori. Proprio come aveva fatto nei film precedenti con Broderick, Nicholson e Giamatti, Payne ha preso per mano un attore di grande classe come George Clooney e lo ha trascinato in un universo malinconico intriso di ironia e di realismo offrendogli la rara possibilità di cambiare toni, genere e timbro attoriale per calarsi in un personaggio del tutto nuovo per lui, pieno di sorprese e di sfumature.
La storia stavolta è fortemente ancorata al luogo in cui è ambientata, un luogo esotico e fortemente evocativo mostrato con occhio discreto ed assolutamente privo di ammiccamenti da cartolina: le Hawaii. Matt King è un avvocato, uno degli uomini più facoltosi dell’intero arcipelago, discendente di una delle famiglie reali hawaiiane più antiche. Unico fiduciario testamentario con potere di decisione sulle sorti di una delle spiagge tropicali più belle dell’arcipelago ereditata dai suoi avi, Matt è in trattative insieme ad una decina di cugini mercenari per la vendita della terra. Padre e marito distratto, Matt si ritrova ad un certo punto a dover affrontare una tragedia familiare molto dolorosa. Dovrà infatti badare per la prima volta nella sua vita alle sue due figlie per via di un incidente in barca che ha ridotto la moglie, appassionata di sport estremi, in un coma irreversibile. A fargli perdere definitivamente la bussola sarà la scoperta del tradimento della moglie, che aveva intenzione di lasciarlo perchè innamorata di un importante immobiliarista della zona. Combattuto tra venali faide patrimoniali e la sua precaria situazione psicologica e familiare, Matt sarà costretto a riesaminare il suo passato e a doversi reinventare un futuro, ma solo dopo aver risolto una volta per tutte le questioni rimaste in sospeso.
Tante le emozioni, tante le sfumature emotive e tante le vicende legate a doppio filo l’una all’altra raccontate in questo dramma intriso di ironia e tragicità che Alexander Payne con la sua grazia e la sua straordinaria lucidità riesce a trasformare in qualcosa di magico. Il dolore, la sofferenza, il rancore e molto più semplicemente l’amore sono narrati in The Descendants in tutta la loro complessità e in tutte le loro manifestazioni attraverso personaggi di grande spessore umano, vitali e mai sopra le righe nonostante alcune situazioni un po’ fuori dall’ordinario.
Senza mai perdere di vista il registro comico, Payne disegna un ritratto familiare assolutamente fuori dal comune che racchiude una riflessione dolorosa e autentica sull’amore, sull’attaccamento alla terra, al denaro e al proprio passato, ma anche una profonda meditazione sulle responsabilità e sull’onestà morale.
Tratto dal romanzo di Kaui Hart Hemmings, Eredi di un mondo sbagliato, The Descendants racconta di un arcipelago di solitudini familiari, isolotti che fluttuano e solo visti dall’alto sembrano vicini, in realtà man mano che ci si avvicina con lo sguardo si percepisce come si stiano lentamente allontanandosi l’uno dall’altro per ottenere la propria indipendenza, esattamente come le terre incentevoli delle Hawaii.
Un’altra straordinaria prova autoriale per Alexander Payne, supportata dalla performance convincente e toccante di un George Clooney in stato di grazia che, sebbene trattenuto nei toni, lascerà un segno indelebile nel cuore degli spettatori e nella sua carriera di attore. Un film destinato a lasciare il segno, una commedia delicata di rara bellezza, pervasa da suggestioni ancestrali che trasformano la dimensione turistica di quei luoghi paradisiaci in uno stravagante rifugio dell’anima, un habitat accogliente, rassicurante e molto speciale.
Di Luciana Morelli, da movieplayer.it

“Il film ambientato alle Hawaii. È diretto dal tipo che ha fatto ‘Sideways’. Quello in cui ogni sessanta secondi ci si ferma a pensare quantoGeorge Clooney sia un grande attore”. È così che verrà ricordato “Paradiso amaro”, il film di Alexander Payne presentato a Torino 29 nella sezione “Festa mobile: Figure nel paesaggio”.
Payne torna a realizzare un lungometraggio sette anni dopo essere andato a esplorare i vigneti della California (e la depressione di Paul Giamatti). Dalla contea di Santa Barbara a Honolulu, il regista sceglie ancora una volta location che tolgono il fiato, perfette come arma letale per protagonisti che devono affrontare un momento particolare della vita. Il momento della resa dei conti con il dolore.
Al centro dell’obiettivo un uomo che tenta di riprendersi in mano quel che resta della sua famiglia. Una storia raccontata visivamente da primi piani, silenzi riflessivi e il solito humour amaro tipico di Payne, regista che riesce sempre ad arrivare in fondo all’animo dei suoi personaggi (i giornalisti in America hanno sottolineato la sua “agilità emotiva”). A ritmo di ukulele e affidandosi a un set di bizzarre camice hawaiane, il regista poggia l’intero film sulle spalle larghe di George Clooney. Non bastano solo le espressioni, la sua è anche una prova fisica: le sequenze più riuscite sono quelle in cui lo vediamo in preda a un’esplosione emotiva, pronto a scattare e correre per strada con i sandali o a inseguire il presunto amante della moglie, per poi nascondersi tra i cespugli.
Il tentativo di schivare i duri colpi fallisce, finché il grande George fa l’unica cosa possibile: incassarli per ritrovarsi successivamente al tappeto, crollato improvvisamente in ginocchio. Quello è il momento più memorabile del film. Se già nei panni di Ryan Bingham in “Tra le nuvole” l’attore aveva liberato la sua vulnerabilità, in questo film sottoscrive il tutto, lacrima dopo lacrima. Dilatando i tempi e bilanciando impeccabilmente crudeltà e speranza,Payne e il suo protagonista realizzano un’opera memorabile in cui i momenti struggenti diventano reali proprio perché filtrati attraverso un registro agrodolce.
Di Pierpaolo Festa, da film.it

Matt King è un brillante uomo di mezza età, erede di una facoltosa famiglia hawaiiana che ha permesso a lui e cugini vari di vivere senza alcuna ristrettezza economica. Il conto in banca e la ingente eredità non hanno però garantito a Matt (interpretato da uno strepitoso George Clooney) la stabilità famigliare, stravolta da un terribile incidente: Elisabeth, la sua compagna, è vittima di un incidente nautico che la porterà in coma irreversibile lasciando al marito il compito di prendersi cura della piccola e vivace Scottie e di Alexandra, adolescente ribelle che vive lontano da casa, tra droghe e ragazzi più grandi, mostrando un risentimento acceso verso i propri genitori ( esemplificativo l’ingresso in scena della giovane che in pochi secondi insulta il padre e la madre).
Il genitore di riserva, così appare Clooney, sarà ulteriormente scosso dalla notizia che la moglie frequentava un altro uomo e che avrebbe chiesto il divorzio. Il tutto sullo sfondo delle Hawaii mai così malinconiche. Il protagonista della pellicola ci “racconta” il film, la storia grazie alla voce fuori campo che ci “legge” i pensieri dell’uomo creando una perfetta sinergia tra linguaggio visivo e parlato e permettendoci di entrare ben presto in empatia con quell’uomo che all’apparenza sembra un predestinato, uno di quelli fortunati, con una bella villa – con piscina – uno studio legale ben avviato, una splendida moglie e due figlie. Peccato che a cominciare dalle Hawaii – letteralmente sdoganate – da Matt “Paradiso un c….”, tutto giri in senso antiorario alla fortuna. Se è vero, come diceva qualcuno “io la fortuna me la creò (“Titanic” di James Cameron), in questo caso la fortuna è arrivata grazie agli abili avi. Ma non basta per essere un buon marito: “non sento mia moglie da tre giorni ma in realtà sono tre mesi” la dice lunga sul rapporto di Matt con la moglie Elisabeth. Aggiungeteci una figlia dispettosa che manda sms “crudeli” a una compagna di classe, un’altra in piena fase ribelle adolescenziale, amici omertosi, un suocero che vi odia ed ecco che avrete una panoramica della prima parte del film. Un prologo alle difficili decisioni che dovrà prendere Matt: conoscere o meno l’amante della moglie? Vendere l’ultimo pezzo di terreno ereditato che garantirebbe benessere economico per lui e la famiglia? e salutare la moglie, l’ultimo saluto, anzi. Poiché il dottore è stato chiaro: Elisabeth non si sveglierà e le sue ultime volontà parlano chiaro, non vuole restare in vita grazie a una macchina. Meglio una dignitosa dipartita con annessa concessione per la donazione degli organi.
Forse è abbastanza scontato ma una tragedia può far riappacificare una famiglia, può creare dinamiche ex novo, può creare sinergie nel rapporto tra padre e figlia, e parliamo soprattutto di Alexandra, impeccabile nella veloce rinascita in fenice matura, in donna, con tutte le responsabilità del caso. L’amaro del titolo richiama la paradossale bolla nella quale sono rinchiusi i protagonisti della pellicola di Payne, la volontà di girare la pellicola esclusivamente negli scenari hawaiiani è un punto di forza, poiché riesce a svelare una realtà sopita in quel contrasto continuo tra paesaggi da cartolina e letto d’ospedale, tra le onde dell’oceano e la morte, tra dolore e forza di andare avanti, tra dramma e ironia. Intenzione non mascherata quella del regista, di mostrare una storia attraverso il volto dei personaggi, che con la loro espressività riescono a dettare il ritmo della pellicola. Al regista greco non resta osservare da lontano lo svolgersi degli eventi. Senza intervenire e riuscendo a non farci deprimere ispirandoci e lasciandoci con l’esplicito messaggio che una vita nel paradiso può diventare molto amara ma che, nonostante tutto, possiamo trovare la forza per andare avanti. Proprio come Matt/Clooney mai così efficace, mai così lontano dalla sua immagine sexy, mai così uomo normale con le sue debolezze e continue insicurezze.
Consigliato
Da cinezapping.com

Alexander Payne alcuni anni fa aveva cavalcato l’onda della moda sul vino facendo credere al bevitore di Tavernello di essere un fine sommelier. Parlo di Sideways uno dei film più furbetti degli ultimi trent’anni, talmente ben costruito che ognuno ci ha trovato qualcosa di sé, scambiando la costruzione su tipologie sfigate per verità assolute, perché è sempre più facile identificarsi con gli sfigati che con chi è felice.
Paradiso amaro alza il tiro, il sottotitolo potrebbe essere “Anche i ricchi piangono”, una celebre telenovela sudamericana che ebbe un successo pazzesco negli anni ottanta.
Scopriamo infatti che le Haway non sono solo isole per turisti oltre che la residenza di Magnum P.I. ma anche un luogo fisico in cui abitano dei miliardari talmente miliardari che non sanno a chi dare i resti.
George Clooney, unica star del cast, è l’amministratore di un appezzamento di terreno hawayano che sarà grande quanto l’Abruzzo, ha due figlie e una moglie che trascura per il lavoro e forse tuto sommato perché è semplicemente fatto così. Un evento drammatico sconvolgerà la vita della famiglia, cambierà gli equilibri ma non il patrimonio economico. Tra allegre camiciole, informali camminate a piedi nudi e un perenne stato in bermuda e calzoncini si susseguono i fatti della famigliola messa di fronte a scomode verità, travagli affettivi, rimurginamenti del cuore e piccole rivalse con qualche momento anche divertente.
Sicuramente Paradiso amaro, titolo che meglio figurerebbe sulla copertina di un romanzo Harmony, è un bel film, solido ma con una mano lieve nell’affrontare i legami familiari alle prese con la perdita, l’affetto e l’amore tradito. Ancora una volta George conferma un fiuto pressocché infallibile nella scelta dei copioni.
Divertenti i comprimari, figure appositamente tratteggiate per stemperare quello che altrimenti sarebbe stato un drammone di una pesantezza inenarrabile.
E’ vero, anche i ricchi piangono ma decisamente con un leggero sorriso sulle labbra!
Da cinerepublic.film.tv.it

Chi ha seguito il cinema di Alexander Payne sa bene cosa aspettarsi da questo Paradiso amaro, film con protagonista George Clooney, in uscita domani nelle sale italiane. Una commedia che non è una commedia e un dramma che non è propriamente una dramma: le battute infatti non si susseguono a ruota libera, e non hanno lo scopo di esilarare lo spettatore, quanto piuttosto quello di rendere più evidenti gli aspetti stranianti e ridicoli che si nascondono in ogni momento della vita, persino in quelli più tragici.
L’utilizzo di personaggi peculiari, spesso bloccati emozionalmente, rende ancora più evidente questo contrasto, restituendo quel particolare sapore agrodolce: Paradiso amaro, dopo Election, Sideways e A proposito di Schmidt, è sicuramente il film che più gioca sull’alternanza e la compenetrazione di questi registri, anche grazie alla esotica ambientazione (le Hawaii).
La sinossi ufficiale della pellicola, così come il trailer, ci aiutano a comprendere queste caratteristiche:
Quando sua moglie entra in coma in seguito ad un incidente in barca al largo di Waikiki, Matt King (George Clooney), padre di due figlie, dovrà riesaminare il proprio passato e affrontare gli imprevisti del futuro. Rimasto solo, cercherà di ricucire il rapporto con le figlie, la matura Scottie (Amara Miller) di 10 anni e la ribelle Alexandra (Shailene Woodley) di 17, dovendo allo stesso tempo decidere se vendere o meno la terra di famiglia, una striscia di spiaggia tropicale di inestimabile valore, che la famiglia King ha ereditato dai reali hawaiani e dai missionari.
Quando Alexandra rivela al padre che la madre, al momento dell’incidente, si trovava in vacanza con il suo amante, Matt inizia a riflettere sulla sua vita e capisce che deve darle una svolta. Insieme alle due figlie intraprende un viaggio avventuroso alla ricerca dell’amante di sua moglie, durante il quale farà incontri divertenti, difficili e spirituali e inizierà a ricostruire la sua vita e la sua famiglia.
Di Alessio Cappuccio, da spettacoli.blogosfere.it

Nella scena in basso troviamo l’attore nei panni di un padre “rimproverato” dalla figlia maggiore di non passare tanto tempo con la minore. Fin dal trailer s’intuisce come le atmosfere “paradisiache” delle Hawaii contrastino con il dramma del protagonista interpretato da George Clooney in una delle sue interpretazioni più toccanti. Nel cast ci sono anche Judy Greer, Matthew Lillard, Beau Bridges, Robert Forster e Shailene Woodley.
Protagonista di Paradiso Amaro è Matt King, interpretato dal regista de Le Idi di Marzo, marito e padre assente che viene a scoprire, quando la moglie subisce un incidente in barca al largo di Waikiki, alle Hawaii, di non essere stato l’unico uomo nella sua vita. L’evento porta Matt a riesaminare tutta la sua vita attraverso una serie di strazianti domande: da quanto tempo non parlavo con lei? Come ho fatto a lasciare che s’innamorasse di un altro? A cosa è servito accumulare denaro se tutto quello a cui avrei dovuto tenere sta andando in frantumi?
È tempo per Matt di riavvicinarsi alle figlie per prendersi cura di loro. Suo malgrado si trova davanti a due sconosciute, come racconta questa featurette: non sa cosa preferiscono mangiare oppure chi siano i loro amici. Entrambe si ribellano alla sua autorità e lo accusano del naufragio della loro famiglia.
In qualità di avvocato, Matt ha anche la responsabilità di vendere una delle proprietà più estese e redditizie dell’isola, ma presto gli interessi personali interferiscono nella sua decisione.
Affrontare la malattia e la morte senza retorica è una delle sfide più delicate che si prefigge questa pellicola. Come si fa a trovare un equilibrio tra il dolore per la propria moglie o madre in fin di vita e il perdono che si aspetterebbe per aver tradito le aspettative? In questo sottilissimo confine s’inserisce il racconto di Paradiso Amaro che con pennellate delicate ma decise usa personaggi di forte impatto per valorizzare una solida sceneggiatura.
Uno dei pregi del regista sta poi nell’essere riuscito ad inserire la storia in un panorama mozzafiato senza che neppure per un istante fossero le Hawaii a rubare la scena ai protagonisti.
A chiudere il cerchio ci pensa un finale poetico, ma senza clamori.
Di Alessandra De Tommasi e Claudia Nuzzarello, da vivacinema.it

Commedia amara e dai risvolti drammatici; così potrebbe essere definita questa pellicola di Alexander Payne che, a molto tempo di distanza dall’acclamato “Sideways – in viaggio con Jack”, torna a farsi apprezzare sul grande schermo come regista e sceneggiatore di livello. “Paradiso Amaro” è il titolo che ha ricevuto in Italia quest’opera, basata sul romanzo di Kaui Hart Hemmings “Eredi di un mondo sbagliato”, e ben rispecchia la situazione del protagonista Matt King (un George Clooney davvero brillante).
Ultimo discendente di una ricchissima famiglia hawaiiana, Matt si divide tra il lavoro di avvocato e le pratiche per la vendita di un terreno ereditato, il quale potrebbe fruttargli una fortuna incredibile. Poco è il tempo per relazionarsi con le figlie Alex e Scottie, e da dedicare alla moglie Elizabeth. Tutto cambierà quando quest’ultima rimarrà vittima di un tragico incidente, a causa del quale entrerà in coma. Importanti segreti verranno a galla e Matt sarà costretto a fare i conti con la propria vita e con le sue responsabilità di padre.
Paesaggi da sogno, personaggi molto ben costruiti e un Clooney in grande spolvero sono i capisaldi di un film toccante, che, senza pretendere di essere un capolavoro, risulta comunque valido e saprà allietarvi la serata. Ottima alternativa!
Da ifilmdavedere.it

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