MOONRISE KINGDOM



Estate 1965. Su un’isola del New England vive la dodicenne Suzy, preadolescente incompresa dai genitori. Sulla stessa isola si trova in campeggio scout il coetaneo Sam, orfano affidato a una famiglia che lo considera troppo ‘difficile’ per continuare ad occuparsene. I due si sono conosciuti casualmente, si sono innamorati e hanno deciso di fuggire insieme seguendo un antico sentiero tracciato dai nativi nei boschi. Gli adulti, ivi compreso lo sceriffo Sharp, si mettono alla loro ricerca anche perché è in arrivo una devastante tempesta. 
È indispensabile prestare attenzione all’ouverture di Moonrise Kingdom e non abbandonare la sala prima della fine dei titoli di coda per comprendere il senso profondo del film di Anderson che, altrimenti, rischia di essere letto superficialmente come un’ulteriore esibizione di genialità narrativa infarcita di gag e di trovate visive senza però che si vada oltre. Non è così. Chi era bambino nella prima metà degli Anni Sessanta ha molto probabilmente nella propria raccolta di vinili la suite didattica “Young Person’s Guide to the Orchestra” di Benjamin Britten in cui si presentavano i diversi strumenti che compongono l’orchestra basandosi su un tema di Purcell in cui l’ensemble si riuniva per eseguire una fuga. 
Una fuga è esattamente ciò che mettono in atto Suzy e Sam. Una fuga che serve apparentemente a scomporre ma in realtà ha come meta la ricomposizione dei frammenti di due vite che rischiano la dissoluzione. Alla fine del film Anderson gioca con questo fil rouge sonoro di nuovo ‘scomponendo’: questa volta tocca alla musica di Desplat, autore del soundtrack originale del film. Ci ricorda così, al contempo, che fare cinema (stanno scorrendo i titoli di coda non dimentichiamolo) è ‘orchestrare’ varie e quasi innumerevoli professionalità ma riesce anche a fare di più. Sottolinea che il suo cinema più recente è orientato a cercare le radici del comportamento adulto in accadimenti che hanno marcato gli anni giovanili.
Così era per i fratelli de Il treno per il Darjeeling, così è stato per Fantastic Mr.Fox (un ritorno alle proprie origini con il portare sullo schermo il primo libro che Anderson ricorda di aver letto), così accade ora. Suzy e Sam sono non dei disadattati ma dei ‘disadatti’ a un mondo adulto che si sta spegnendo nell’indifferenza (la famiglia della ragazzina) o sopravvive grazie a regole applicate puntigliosamente che pretendono di imbrigliare l’avventura (il campo scout per Sam). Nel prologo, dalla casa di bambola in cui vive con i genitori e i fratelli, Suzy osserva il mondo grazie alla distanza del suo binocolo ma, per un istante, guarda in macchina interrogandoci. 
Siamo ancora capaci di emozionarci per un bacio? Sappiamo capire fino a che punto un essere umano in formazione abbia bisogno del nostro aiuto per togliersi il costume nero da corvo (e viene in mente “Blackbird”, masterpiece dei Beatles) e quanto invece possa e debba affrontare il piacere dell’avventura della vita con quel tanto di libertà che gli permetta di dipingere un mondo nuovo? Sono quesiti che ogni tanto gli adulti dovrebbero porsi. Anderson fa bene a riproporceli.
Di Giancarlo Zappoli, da mymovies.it

Siamo su un’isola al largo della costa del New England, nell’estate del 1965. Sam e Suzy sono due due ragazzini di 12 anni che si innamorano, stringono un patto segreto e scappano insieme nei boschi. Mentre una violenta tempesta si prepara ad abbattersi sulla costa e l’intera comunità della pacifica isola è in subbuglio, tutti si affannano alla ricerca dei due fuggitivi…
Forse non vorrà dire nulla, e forse è solo strategia da parte del Festival di Cannes (il film apre in Francia proprio in questi giorni, prima di uscire in patria; e poi un film americano non fa mai troppo male in cartellone): però l’onore di dare l’apertura aMoonrise Kingdom mi pare indicativo. E’ la prima volta che Wes Anderson finisce sulla Croisette, tra l’altro in concorso: prima era andato “solo” a Berlino e Venezia.
Ma, appunto, questo onore mi sembra che da una parte confermi l’importanza del regista, e dall’altra renda omaggio ad un certo tipo di cinema americano che ha avuto, piaccia o meno, una parte importante nel decennio 2000: quello delle quirky comedies indipendenti. Wes Anderson è il re, il padre di questo tipo di commedie indie stralunate e colorate, e senza di lui non avrebbero mai visto il buio della sala Juno, Garden State o i film di Miranda July.
Il regista torna con Moonrise Kingdom a girare un film in live action, dopo la (meravigliosa) parentesi in stop motion di Fantastic Mr. Fox e a cinque anni dal discusso Il treno per il Darjeeling. E pare non aver voglia comunque di abbandonare il mondo ‘’animato’’, che è dopotutto il suo, quello che più gli appartiene. E con questo Moonrise Kingdom regala al suo pubblico (e non solo) un altro bel tassello della sua filmografia.
Il film si apre con una serie di carrellate che ci mostrano la villetta in cui vive la protagonista, Suzy, che pare quasi una casa delle bambole. Abbiamo sin da subito un primo livello di lettura del film, che è quello più ‘’tipico’’ di Anderson: il gioco. Moonrise Kingdom, coi suoi colori e i suoi dettagli anni 60 filtrati dal gusto bizzarro dell’autore, è innanzitutto un gioco molto divertente. Non è un caso che la comunità si metta alla ricerca dei ragazzini seguendo alcuni ‘’indizi’’.
Inquadrature plongée, simmetrie perfette, tempi azzeccatissimi. Tutto qua? Certo che no.Moonrise Kingdom conferma la nuova vitalità di Anderson, e conferma che sotto la superficie formalista c’è un mondo personalissimo, addirittura commovente. Sam e Suzy sono infatti anime gemelle: lo sono davvero, è bastata un’occhiata, una piccola frase (“Che tipo di uccello sei?”, chiede lui a lei, travestita da corvo in occasione di una messa in scena teatrale dell’Arca di Noè).
Vorrebbero anche sposarsi: peccato che, attorno a loro, ci sia un micro-mondo pieno di problemi. Il primo è, guardacaso, la famiglia. Apparentemente, quella di Suzy è “a posto”: vive con mamma e papà, tre fratellini e un gatto, nella ridente villetta già citata. Ma in realtà qualcuno nasconde un segreto. Sam invece non ha una vera e propria famiglia: è infatti rimasto orfano da poco, e la fuga potrebbe costargli caro, visto che i Servizi Sociali si sono interessati al suo caso…
Sam, infine, decide di fuggire anche per abbandonare il gruppo di scout di cui ha sempre fatto parte. Non ha infatti amici. Pure Suzy, depressa ed emotivamente instabile, non ha amici. Ovvio che due persone del genere non solo entrino subito in sintonia, ma si capiscano con un solo sguardo. Quello sguardo che pare mancare al mondo adulto, privo ormai di strumenti per comunicare in modo sincero e diretto (si veda il personaggio della madre di Suzy, interpretato dalla Frances McDormand, che in casa si porta un… megafono!).
Ricco di sorprese e momenti assurdi (il fulmine!), a volte anche sanguinosi (Snoopy…), pieno di sfumature tenere e disarmanti (le letterine), di battute, e benedetto da una ricchissima colonna sonora – quella originale è di Alexandre Desplat, omaggiato sui titoli di coda: non andate via subito! -, il film regge benissimo soprattutto anche grazie ai suoi attori, diretti meravigliosamente da Anderson, che pretende sempre una recitazione originale e “depressa”. Funzionano tutti alla grande, da un ironico Bruce Willis, in versione poliziotto che dà da bere birra al giovane protagonista, ad un ritrovato Edward Norton, irresistibile capo scout.
Ma chi entra subito nel cuore è la giovanissima coppia di esordienti formata da Jared Gilmane Kara Hayward (alcune sue espressioni sono identiche a quelle di Ash, il figlio di Mr. Fox!). E’ anche grazie a loro due se Moonrise Kingdom è quel bellissimo ritratto della “diversità” adolescenziale che è. Un ritratto onestissimo del primo fulminante amore e della ribellione. Ma anche dei dolori degli adulti, dei loro errori. Nel raccontarci tutto questo, Wes Anderson non ha mai bisogno di essere pesante e di calcare la mano. Anzi, è leggerissimo come l’aria, e limpido come l’acqua di quel commovente dipinto finale…
Di Gabriele Capolino , da cineblog.it

“Moonrise Kingdom” inizia con una dichiarazione di intenti – una dichiarazione di poetica scriverebbe qualcun altro in vena dei soliti parallelismi letterari: la variazione sul tema, derivata dalla “Variazione e fuga su un tema di Henry Purcell” di Benjamin Britten, ascoltata dai tre compiti fratelli minori di Suzy, ci apre le porte del settimo lungometraggio di Wes Anderson. Quasi a prevenire le solite critiche nel confronti del suo stilismo e dei meccanismi di scrittura ormai consolidati nella sua filmografia, Anderson sembra mettere le mani avanti affermando che è vero, gli autori fanno sempre lo stesso film. Quello che può apparire quindi come una resa di fronte all’esercizio di stile – la presentazione della famiglia Bishop con carrellate parallele/ortogonali sembra immettere il film nei binari de “I Tenenbaum” e de “Le avventure acquatiche di Steve Zissou” – è al contrario un astuto espediente architettato dal regista texano per irretire il suo pubblico. Seguendo la struttura musicale di Britten, la sceneggiatura  di “Moonrise Kingdom” dimostra come far dialogare i vari gruppi di personaggi “suonanti” il medesimo tema: ossia, le tematiche che si ereditano di film in film sin da “Rushmore”, la ricerca dell’amore nell’ambiente familiare e al di fuori di esso, il senso di appartenenza e l’incomprensione come codice comune a tutti i rapporti umani.
Nel campo estivo degli scout Khaki, guidato dal Master Ward, la solita ispezione mattutina scopre una spiacevole novità: la mancanza del dodicenne Sam che con una lettera si dimette dal servizio, essendo scappato, probabilmente durante la notte. Nel frattempo, nella vicina cittadina di New Penzence, Suzy Bishop prepara la fuga da una famiglia dove non si sente amata e che, in effetti, non si accorgerà della sua sparizione fino alla chiamata per la cena (con tanto di freddo e violento megafono).
Un flashback ci fa capire che i due coetanei si erano conosciuti casualmente l’anno prima: Sam puntò dritto verso Suzy, che faceva il corvo nella rappresentazione parrocchiale dell’opera di Britten “Noye’s Fludde” e l’amour fou li unì. Lui è un orfano “mentalmente instabile” che vive in una famiglia adottiva, oltre a essere lo scout Khaki meno popolare del suo reparto, mentre Suzy è la figlia problematica di una famiglia borghese (i genitori sono avvocati). Entrambi i ragazzini avvertono già il male come assenza d’amore: sono disubbidienti, violenti, persino pericolosi. 
Con la solita ironia surreale, Wes Anderson inanella una serie di sequenze abbastanza ardite, come la morte del cane (infilzato da una freccia), il ferimento di un ex-compagno di Sam, l’approccio simil-sessuale sulla spiaggia dopo che i due fuggiaschi allestiscono un campo. La comicità deadpan del regista texano e del co-writer Roman Coppola non è mai stata così poco accomodante.
Inoltre, tra i boschi del New England, Anderson muove la macchina da presa piegando le sue geometrie alla vastità degli spazi, aprendosi a panoramiche a 360° che fungono per ellittiche transizioni e, al contempo, ci permette di percepire l’incombente minaccia naturale: quasi accodandosi a un comune sentire apocalittico (il 2011 è stato l’anno di “The Tree Of Life”, “Melancholia” e de “Il cavallo di Torino”) il regista si accinge a scatenare sui propri protagonisti un uragano (annunciato da un meteorologo uscito dalla ciurma di Zissou) che potrebbe spazzarli via. Ci si salva un attimo prima di cadere nel baratro (si pensi al circolo vizioso e nevrotico di “Rushmore”), anche se Anderson cambia gradualmente rotta con uno stile in cui l’elemento mitopoietico si ispessisce: nasconde sotto la cortina del suo leitmotivambizioni tenute latenti che esplodono sottopelle grazie a una densità stratificata, rivelandosi solo dopo il primo impatto. Anderson mette in scena un atipico coming-of-age (da notare il dialogo del primo bacio tra Sam e Suzy pieno di doppi sensi che forse si perderanno col doppiaggio), un romance sul primo amore vissuto e non vissuto (come quello tra il capitano Sharp e la signora Bishop), ammantato da un’aura fiabesca e surreale (acuita dal ruolo di deus ex-machina del cartografo/meteorologo) che si rispecchia nel mondo magico che spera di vivere la ragazzina leggendo i suoi romanzi ai compagni d’avventura. Il potere di osservare cose distanti come se fossero vicine, grazie al proprio binocolo, si realizza circondandosi delle persone che si amano: Moonrise Kingdom, il nome dato alla piccola baia, è il regno immaginario in cui si gioca la reale conquista di un sentimento puro e primigenio da parte di questi giovani pionieri. 
Intorno ai due protagonisti, interpretati dai magnifici esordienti Jared Gilman e Kara Hayward, abbiamo coppie consumate – il feticcio Murray e la new entryFrances McDormand – poliziotti tristi e sentimentalmente frustrati (Willis, giustamente sottotono), maestri scout che hanno fatto della loro passionenerd la vera ragione di vita (un grande Norton). Un gruppo di ragazzini che cova rancore nei confronti dell’instabile Sam, ma che finisce per ravvedersi passando dalla parte dei coraggiosi amanti. C’è anche il tempo per tre gustose partecipazioni straordinarie da parte di Tilda Swinton (la fredda e spietata assistente sociale), Harvey Keitel (il capo-scout Khaki venerato da Norton), Jason Swartzman (il “cugino grande” un po’ traffichino, che finisce per sposare clandestinamente la coppia). E’ il microcosmo familiare che varia sugli schemi della “commedia umana” che l’autore de “I Tenenbaum” sta portando avanti da quasi un quindicennio. 
L’operazione centra tutti gli obiettivi prefissati. In particolare, si noti l’abilità di variare registro, realizzato con una levità rara anche per la macchina da presa di Anderson; la cinefila palinodia bellico-avventurosa, la rassegna dei suoi luoghi comuni, ripresi col sarcastico straniamento di vedere l’organizzazione para-militare dei piccoli scout all’inseguimento del fuggiasco; un’estetica che, servendosi di viraggi prima in rosso e poi, durante la tempesta, in un blu elettrico, con la rocambolesca sequenza del salvataggio, omaggia il cinema muto e riporta alla memoria la grafica d’animazione – e il lavoro compiuto con “Fantastic Mr. Fox”.
La colonna sonora, diversissima dagli assemblaggi super-pop che hanno reso celebre Anderson, spazia dalle candide arie di Benjamin Britten (quasi la guida spirituale della pellicola) alle composizioni originali dell’ottimo Alexandre Desplat, che sembra ribattere alle variazioni britteniane. Da ricordare la scatenata e romantica danza in riva all’Oceano sulle note de “Le temps de l’amour” di Françoise Hardy.
Un accento va posto sul grado di maturità raggiunto da Wes Anderson: proprio quando con “The Darjeeling Limited” molti estimatori del regista texano stavano passando dalla parte dei critici, accusandolo di una stasi creativa e di una caduta nel manierismo dopo una manciata di opere, ecco che il nostro ritorna acclamato, adattando una novella di Roald Dahl, “Fantastic Mr. Fox”, realizzando un film d’animazione con una stop-motion e una regia che si rifacevano in tutto e per tutto al suo stile geometrico e compassato. 
Contro ogni previsione, l’improvvisa sterzata di Anderson non è servita a rinfrescare il suo cinema, ma a consolidare i topoi di una poetica ormai profonda, in cui l’anima estetica che conferisce a ogni opera squaderna di volta in volta il suo mondo autoriale. Invece di muoversi in avanti, il cinema andersoniano fa una torsione all’indietro, regredisce. Così, dopo l’animazione “adulta” di “Fantastic Mr. Fox”, “Moonrise Kingdom” ha come protagonisti proprio due ragazzini. Naturalmente non si sottintende la volontà di abbassare il target, bensì è il proseguimento coerente del suo percorso d’autore che, invece di scivolare in una vena pessimista sempre più profonda ed evidente, preferisce tornare al mondo dell’infanzia e smascherarne gli stessi tic, le stesse idiosioncrasie che trova negli adulti. Perché l’umanità di Anderson appartiene a un limbo in cui niente si compie veramente e la maturità resta sempre il prossimo traguardo da tagliare. Sempre più vicino alla classicità dei “Peanuts” dell’immenso Schulz.
Di Giuseppe Gangi, da ondacinema.it

Nell’incipit del nuovo film di Wes Anderson, i figli della coppia interpretata da Bill Murray e Frances McDormand si incantano nell’ascolto di un disco che spiega e destruttura una composizione sinfonica, ne illustra le parti, spiega fughe e variazioni.
Ecco, Moonrise Kingdom è l’ennesima variazione d’autore su di una partitura squisitamente andersoniana: una variazione ricca di personalità e nella quale una fuga, letterale e figurata, regala nuove angolazioni e nuove prospettive al cinema dell’americano.
Se Anderson torna a parlare di famiglie, padri e amori (im)possibili, lo fa con rinnovato entusiasmo e con uno stile niente affatto cristallizzato. Perché persino dai tipici carrelli iniziali che regalano il noto effetto casa di bambola, dalle inquadrature piatte e simmetriche che lo hanno sempre caratterizzato, si capisce che il regista ha cercato in Moonrise Kingdom la sua personale Nuovelle Vague. Asciugando, essenzializzando i suoi marchi di fabbrica, che si tratti di scelte visive o di sceneggiatura: anche i colori pastello delle sue immagini e dei suoi costumi, solitamente sgargianti e vivaci, sono stati smorzati e ammorbiditi, per adeguarsi alla nuova sintesi del loro autore.
In questo contesto più soffuso, come ammantato dalla foschia che circonda l’isola immaginaria del New England che è teatro delle vicende, ecco che dalla sintesi e dall’essenzialità nasce una storia tra le più emotivamente intense e coinvolgenti mai raccontate da Wes Anderson.
La fuga d’amore di Sam e Suzy, con tutto il suo precipitato su un mondo adulto che non li aveva mai realmente compresi e accettati nella loro differenza, viene affrescata in Moonrise Kingdom con pennellate lievi e delicate nel tocco ma serenamente dirompenti nel risultato. Quello dei due giovani protagonisti (Kara Hayward eJared Gilman, splendidi nuovi visi scovati dal regista) è un amore squisitamente nouvellevaguiano, ingenuamente fou come solo quello tra due 12enni può riuscire ad essere, tra imbarazzi e idealismi, infantilità e pulsioni adulte.
E lo scompiglio che creano negli adulti è quello di qualcuno che, obbligando a ritrovare, costringe anche a ritrovarsi.
Era dai tempi diStand By Me, probabilmente, che il cinema mainstream non raccontava con tanta grazia ed efficacia il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, l’affacciarsi alla vita adulta.  E come in quel caso, anche se le situazioni lunari e l’umorismo obliquo e surreale di Anderson giungono sempre a stemperare l’eccesso di sentimento, la commozione è inevitabile per gli animi sufficientemente sensibili.
Tutt’altro che spensierato, nonostante le apparenze, ma venato di un serenamente rassegnato pessimismo, quasi esistenzialista, che non riesce mai a spegnere il fuoco ideale ed eterno del sentimento e della sua possibilità (di rinascita e redenzione, di collocazione), Moonrise Kingdom è un nuovo gioiello della corona andersoniana.
Più opaco forse, meno luminoso, ma anche più prezioso e affascinante.
Di Federico Gironi, da comingsoon.it

Siamo nell’estate del 1965, in una piccola isola sulla costa del New England: Sam e Suzy hanno entrambi 12 anni, ma per il resto le loro similitudini non sono molte. Lui è un orfano che è stato appena cacciato dalla famiglia che lo aveva adottato per il suo carattere problematico, ed è poi entrato nel campo scout retto dall’eccentrico Mastro Ward; lei è figlia di una famiglia ricca che vive in un lussuoso villino, con due genitori talmente stufi l’uno dell’altra da abitare su due piani separati e comunicare tra loro attraverso un megafono. Un giorno, i due si incontrano casualmente durante una recita scolastica di lei, si guardano ed è colpo di fulmine: nel giro di poco iniziano a scriversi, diventano amici di penna e programmano una fuga insieme. La fuga avviene esattamente un anno dopo, e finisce per gettare nel panico la piccola comunità: con i genitori della ragazzina furiosi, lo sceriffo solidale con i due piccoli fuggitivi, e i compagni di Sam (e lo stesso Ward) che iniziano a vedere il ragazzino sotto una luce diversa.
Pochi registi, nel panorama cinematografico moderno, possono vantare uno stile così personale e riconoscibile come quello di Wes Anderson. Già nelle prime sequenze di questo Moonrise Kingdom, infatti, si avverte in modo inequivocabile l’impronta del regista de I Tenenbaum e Fantastic Mr. Fox: la scansione minuziosa degli interni dell’abitazione di Suzy, le scenografie fantasiose e i colori pastello, gli esterni surreali del campo scout, la presentazione di personaggi che fin dalle prime battute appaiono caricaturali e sopra le righe. In un universo umano come quello descritto da Anderson e dal co-sceneggiatore Roman Coppola, in effetti, Sam e Suzy appaiono di fatto come i personaggi più equilibrati; due Romeo e Giulietta sui generis, piccoli sognatori in grado tuttavia di studiare e mettere in atto un piano di fuga, laddove gli adulti arrancano nelle loro incertezze e meschinità quotidiane, e vanno nel panico di fronte all’emergenza creata loro dai due fuggitivi. Anderson crea il suo caleidoscopio ambientale e umano strappando risate convinte e colpendo l’occhio con le sue scenografie da fumetto, ma il suo gioco non è mai fine a sé stesso: lo sguardo del regista sulla comunità cittadina è acido, tra assistenti sociali rapaci, poliziotti poco credibili nel loro ruolo, e una rappresentazione della vita familiare borghese tutt’altro che positiva o rassicurante. Nella sua ottica programmaticamente nerd e sfrontatamente cinefila, il regista inanella citazioni (gustosissima quella, inattesa, da Le ali della libertà), ironizza su tutti i luoghi comuni del cinema bellico e mette alla berlina impietosamente una realtà come quella dei boy scout; ma soprattutto offre un racconto “ad altezza di bambino” che, pur nella semplicità della sua struttura da favola moderna, colpisce per la sua freschezza e sincerità. Assolutamente da ricordare singole sequenze che coinvolgono i due piccoli protagonisti (i bravissimi esordienti Jared Gilman e Kara Hayward) tra cui un divertentissimo primo bacio e un curioso ballo; perfetti si rivelano inoltre anche i nomi “pesanti” del cast (in realtà semplici comprimari per le performance dei due ragazzini) quali lo sceriffo dal volto umano di Bruce Willis, il pittoresco capo scout interpretato daEdward Norton e l’ansiosa e triste coppia composta da Bill Murray e Frances McDormand. Il ritmo è quello vivace e in crescendo di tutti i film di Anderson, il cui tocco è riconoscibile anche nella scelta del commento sonoro, tra le composizioni classiche che aprono (e chiudono) il film e momenti più pop che ben riecheggiano il periodo in cui la storia è ambientata (gli anni ’60). L’esito felice dell’avventura di Sam e Suzy rispecchia quello del film, ultimo gustoso tassello della carriera di un cineasta la cui riconoscibilità, finora, non si è mai trasformata in maniera. L’auspicio, ovviamente, è che ciò continui per molto tempo a non accadere.
Di Marco Minniti, da movieplayer.it

Avete presente una di quelle recite scolastiche dove tutti i genitori trepidano per salutare i propri pargoletti nascosti dietro pesantissimi costumi? Proprio dopo una di queste esibizioni comincia l’amore di Suzy e Sam in Moonrise Kingdom – un fuga d’amore, ultimo lavoro di Wes Anderson. I due dodicenni sono ragazzi cosiddetti “difficili”: lui, scout denigrato, abbandonato dalla famiglia naturale e in difficoltà pure con quella adottiva e lei che vive in una casa dove la mamma convoca a cena i figli col megafono. Nel New England del ’65 Suzy e Sam decidono dopo fitta corrispondenza di partire per un fuga d’amore con bussola, cartine, libri e tanto sentimento. E intanto la comunità si mobilità per cercarli, una terribile tempesta è in arrivo.
Basterebbe un secondo d’immagine di Moonrise Kingdom – una fuga d’amore per capire che siamo in un film di Wes Anderson, una tavolozza che sembra un quadro puntinista o meglio una pagina di quei libri illustrati per l’infanzia che ormai non si disegnano più. E in Moonrise Kingdom colorato è il passaggio dall’infanzia all’adolescenza fino alla vita adulta, Anderson spennella ancora storie di famiglie e personaggi eccentrici, aiutato dalla penna di Roman Coppola, trattegiandole con ‘un estetica costante, a volte quasi disturbante, ma unica nel suo sembrare naif ma in realtà bellissima reinterpretazione anche narrativa della Nouvelle Vague. Per fortuna però non siamo davanti a un film di estetica pura, una bella confezione di design col vuoto dentro: Moonrise Kingdom è una delicatissima composizione su due giovani ribelli in un mondo dove anche i bambini sono adulti, bloccati nella fantasia dal rigido protocollo umano, simboleggiato dal campo scout, dal personaggio di Bruce Willis e dalla senzacuore assistente sociale: ruolo di Tilda Swinton.
A completare il cast superbo c’è Bill Murray, Frances McDormand, Edward Norton e ovviamente i due piccoli grandi protagonisti Jared Gilman (Sam) e Kara Hayward (Suzy), personaggi ben forgiati che fanno da controcanto ai due ragazzini che hanno il gusto di esplorare di essere se stessi in un mondo che una recita lo è davvero, come quella iniziale. Una fiaba cinefila che fa rima col romanticismo di William Wordsworth quando scrisse che “il bambino è il padre dell’uomo”.
Di Luca Marra , da it.ibtimes.com

(…) c’è un certo sollievo con il primo dei fil in concorso, che è questo Moonrise Kingdom, diretto da Wes Anerson, uno dei rari quarantenni invitati in quest’anno, americano fuggito a Parigi come gli intellettuali degli anni 20, aspetto molto dandy, qui in elegante completo color sabbia e capelli lisci lunghi e biondi. Il cosceneggiatore è un altro giovanotto molto chic, Roman Coppola, filgio di Francis Ford e fratello di Sofia. C’è motivo di scandalo per quel lieve goffo abbraccio, mentre il bambino chiede scusa per la sua erezione preadolescenziale e la bambina gi spiega che nel bacio bisogna che le lingue si tocchino, e lui alla fine con garbo, sputa? Certamente no, perché la scena è allo stesso tempo commovente e buffa, al centro di un’avventura fatta di innocenza, nata dalla solitudine, dallo sperdimento della fine dell’infanzia e dalla paura del mondo adulto: e tutto il film è soprattutto il racconto dell’immensa, trionfante, emozione del primo amore; eppure il film negli Stati Uniti è sconsigliato ai minori di 13 anni, mentre dovrebbe esserlo agli adulti, spesso immalinconiti dalla nostalgia di aver perso lungo gli anni, il meraviglioso, segreto sapore della vita. Come gli adulti del film, a loro volta buffi e commoventi, chiusi nei loro ruoli professionali e nella loro irrimediabile solitudine, nei loro tentativi di trovare un senso nel lavoro fatto bene, nella bella casa, nei legami fortuiti, nel matrimonio spento, nei figli, o comunque nei bambini, che invece restano estranei, irraggiungibili. Il padre malinconico Billy Murray, la madre sciatta e adultera Frances McDormand, il solitario poliziotto Bruce Willis, il volenteroso comandante dei boyscout Edward Notron, la crudelissima assistente sociale Tilda Swinton con una spaventosa cotonatura rossa, e tutti gli altri attori adulti, sono irresistibili nella capacità di vivere ironicamente personaggi seri e sperduti. Geniale la scelta dei ragazzini al loro primo film, dodicenni durante la lavorazione del film: Jared Gilman, Sam, che affronta la fuga attrezzato per la sopravvivenza, col pesantissimo zaino da boyscout, tenda e scorta d’acquae Kara Hayward, Suzy, che lo segue, attrezzata per la fantasia, col mangiadischi, il gattino e i suoi amati libri. Esistono ancora così seri e decisi, così segreti e senza paura? Forse, ma per precauzione, quasi raccontasse una fiaba, Wes situa la sua storia nel 1965, tempo che oggi appare separato dalla contemporaneità, in u’isola quasi disabitata al largo della Nuova Inghilterra. Le prime scene scandagliano una bella villa di quadri come fosse la sezione di una casa della bambole, stanza per stanza. Una donna si lava i capelli, un uomo legge, tre bambini ascoltano un disco di musiche di Britten ispirate a Purcell, la bambina musona Susy ascolta Francoise Hardy e guarda col binocolo le vuote distese d’erba e gli incontri semiclandestini della madre. Sam sta dalla parte opposta dell’isola, in un campeggio di boyscout, sbeffeggiato dai compagni, orfano dei genitori e respinto da quelli affidatari. Giudicati sia Susy che Sam bambini difficili, “disfunzionali” come si dice adesso, sono legati a un segreto: un anno prima si sono conosciuti ad una esilarante recita in chiesa (lei travestita da corvo) e si scrivono, per prepararsi alla fuga. In quell’isola aspra, di rocce, foreste, precipizi, cascate, si nascondono, vagano, liberi degli adulti: il boyscout sa montare tende, infilzare pesci e accendere il fuoco, la ragazzina sa con le sue letture fantasy rendere ogni cosa meravigliosa. Finalmente tra loro, escono dal silenzio, si amano con la goffaggine dei bambini e la sicurezza dei grandi: intanto gli adulti danno loro la caccia, come fossero piccoli criminali, incapaci di capire, immersi nei loro fallimenti, il mondo splendente ch i bambini “disfunzionali”, hanno finalmente, anche se forse non per sempre, attraversato.
Di Natalia Aspesi, da trovacinema.repubblica.it

Stati Uniti 1965, sullo sfondo di una bucolica isola del New England di nome New Penzanceil dodicenne Sam Shakusky (Jared Gilman), un orfano che frequenta un campo estivo di scout, si da alla fuga con Suzy Bishop (Kara Hayward) una ragazzina che vive sull’isola con i suoi genitori Walt (Bill Murray) e Laura (Frances McDormand) e tre fratelli più piccoli.
Sam e Suzy si sono incontrati l’estate precedente durante una rappresentazione teatrale della chiesa e sono diventati amici di penna nel corso dell’anno successivo. durante lo scambio delle loro missive i due hanno fatto un patto segreto per rivedersi e fuggire insieme. Così i due incontratisi di nascosto si sono dati alla macchia mentre l’intera comunità, capeggiata dal capo della polizia Sharp (Bruce Willis), nel frattempo si è messa sulle loro tracce…
Il regista Wes Anderson torna dietro la macchina da presa con il suo inconfondibile stile eccentrico e ricco di humour, maniacali inquadrature simmetriche, ricercate suggestioni musicali e una fumettosa fotografia dai colori saturi per raccontarci di una sonnolenta comunità americana anni ’60 scossa dalla fuga di due ragazzini, considerati dei veri e propri corpi estranei all’interno di meccanismi che sanno di ipocrisia e bigottismo, due schegge impazzite che mettono in discussione le ferree regole di un microcosmo emotivamente asettico che Anderson descrive con un’intrigante regia geometrica e iperstilizzata.
Il film di Anderson però non si limita ad un gusto visivo di spessore, un noto punto di forza del regista che già aveva raggiunto vette memorabili con il precedente Fantastic Mr. Fox, ma può contare su un corposo immaginifico dai tratti fabulistici, capace di trasformare il bucolico viaggio dei due giovani protagonisti in una tenera e nostalgica eco di gioventù, troppo spesso confinata in una metaforica soffitta polverosa tra foto ingiallite e vecchi giochi.
Moonrise Kingdom è un invito ad emozionarci più spesso, a fantasticare come antidoto al grigiore della routine, a non trasformarci in adulti incapaci di sognare, ma soprattutto un invito a non perdere l’entusiasmo che non solo è motore della vita, ma anche sinonimo di giovinezza interiore.
Di Pietro Ferraro, da .ilcinemaniaco.com

«We’re in love. We just want to be together. What’s wrong with that?»
1965, un’isola del New England: Sam e Suzy, due ragazzini di estrazione diversa – lui è orfano e frequenta gli scout, lei vive con i genitori e i fratellini in una grande casa – decidono di fuggire insieme per coronare il loro amore. La fuga li conduce in una piccola laguna che eleggono a propria dimora, Moonrise Kingdom, ma solo dopo aver affrontato gli scout che sono sulle tracce di Sam. Al contempo, la famiglia di Suzy mobilita l’intera cittadina, e non si darà pace prima di averla trovata…
L’epica dell’infanzia
Benvenuti nel Regno della Luna Nascente, sintesi e vertice di un cinema che per Wes Anderson è fortemente autoreferenziale, chiuso, anzi trincerato nel suo stesso mondo di sogni. Ma va bene così, perché si tratta pur sempre di un mondo terrificante e meraviglioso.
Terrificante, certo: presa di coscienza, crescita e maturazione nei film di Anderson passano necessariamente attraverso il trauma di una perdita, il dolore di una morte inattesa, e anche Moonrise Kingdom a suo modo non fa eccezione. Si avverte una sottile nota di cinismo, che poi è la stessa delle fiabe nella loro versione originale, dove le lezioni di vita s’imparavano a caro prezzo. Ma c’è anche tanta, tantissima dolcezza, e tanto amore per questi pargoli così bizzarri e risoluti, deliziosamente seriosi (Jared Gilman e Kara Hayward, adorabili interpreti di Sam e Suzy, indossano spesso una maschera grave e imperturbabile), nonché pieni di risorse. Non proprio dei piccoli adulti, bensì due reietti in età pre-puberale che, insieme alla curiosità per l’amore, per i rispettivi corpi e per il dialogo che fra essi intercorre, cominciano a sentire l’inaffidabilità degli adulti, in quel preciso e terribile istante in cui si scopre che i genitori non sono affatto la voce della Verità. La famiglia, cruccio e ossessione di Wes Anderson, anche stavolta allunga le sue dita soffocanti sui protagonisti, e li scova nel loro paradiso idilliaco. Come a dire che gli adulti non possono capire, possono soltanto pontificare, rimproverare e… “castrare”, in senso figurato. Abbiamo la morale comune – quella dell’isola del New England in cui si svolge la storia – che si scontra con le aspirazioni anarchiche di una coppia di ribelli, cultura e controcultura, la generazione dei padri e quella dei figli, una lotta che poteva svolgersi così intensamente solo negli anni Sessanta, ambientazione non casuale della vicenda. Ognuno ha la propria istituzione cui ribellarsi – gli scout per Sam, la famiglia per Suzy – e anche se al “parentame” si deve sempre tornare, non è detto che il nucleo degli affetti risponda ai dogmi della tradizione: l’amore acquisito, dopotutto, vale quanto l’amore di sangue.
Un mondo, quello di Moonrise Kingdom, ritratto con i toni caldi e sfumati delle illustrazioni per l’infanzia, popolato da quadri in movimento costruiti su geometrie impeccabili, simmetrie precise e carrelli riconoscibilissimi, fedeli a uno stile che tende sempre più verso una stilizzazione esasperata, quasi raffreddasse o deridesse il tumulto emotivo che si agita nei personaggi. Anderson sintetizza qui molte caratteristiche del suo cinema, e per farlo deve riavvolgere il nastro fino alla prima età: processo inevitabile, per uno spirito giocoso e stralunato come il suo. Ma il regista texano va oltre, e di fatto allestisce una vera e propria “epica della fanciullezza”, un modo di concepire l’infanzia come la più infuocata, radicale e appassionata delle avventure, a tratti persino violenta. Una bizzarra epopea che segna il passaggio all’adolescenza, e si porta dietro un uragano (anche letterale) di cambiamenti insperati, a livello collettivo e non solo personale.
Forse il miglior Wes Anderson in assoluto, almeno finora. Da non perdere.
Di Lorenzo Pedrazzi, da spaziofilm.i

Su un’isola del New England sorge l’accampamento Ivanhoe dei Cachi Scout, capitanato dal solerte (ma non troppo) Ward (Edward Norton) e del quale fa parte anche l’occhialuto Sam Shakusky, dodicenne acuto e introverso. Sulla stessa isola, non molto lontano, in una lussuosa villa a più piani, abita anche la piccola Suzy, tormentata dalla convivenza con due genitori assenti e assillanti. Basterà l’incontro galeotto di una recita al campo estivo (al quale entrambi parteciperanno) per far scattare il colpo di fulmine classico di chi (riconoscendosi estraneo al mondo circostante) è alla disperata ricerca di un’altra esistenza solitaria. Un’occhiata passata attraverso un paio di lenti e una maschera da corvo che sarà sufficiente a generare il bisogno di unirsi nella ribellione verso un mondo che non trasmette affetto (la sterilità famigliare di Suzy) o solidarietà (la difficoltà d’integrazione nel gruppo scout di Sam). Un anno di missive ingenue e appassionate e poi la fuga, pianificata con dovizia di dettagli e scrupolosa attenzione, verso un luogo distante (ma neanche troppo) dove costruire dal nulla una nuova vita. Ma a breve distanza dal piano attuato, la scomparsa dei due ragazzini verrà ricollegata alla fuga amorosa e partiranno, frenetiche, le ricerche. Sulle tracce dei due fuggitivi si metteranno non solo il Capo scout Ward e i genitori di Suzy (tra cui il zelante avvocato interpretato da Bill Murray), ma anche le forze congiunte di polizia (l’indolente comandate Sharp interpretato daBruce Willis) e dell’irritante Assistente Sociale (Tilda Swinton). Un inseguimento vano se visto dagli occhi dei due protagonisti, il cui gesto non rappresenta tanto una fuga reale quanto una fuga simbolica (e dunque inarrestabile) da un modo incapace di vedere “quell’essenziale invisibile agli occhi”.
Al levarsi della luna (Moonrise), il Regno (Kingdom) di Wes Anderson prende magicamente vita, avvolto da un giallo crepuscolare in cui la storia di due giovanissimi fuggiaschi in preda all’amore e sulle note di una partitura in divenire diventa il mezzo per guardare alla vita con occhi nuovi, sfruttare la magia di una lente che ci permetta di vedere vicine cose che in realtà vicine non sono. Un’avventura filmica volta a scomporre e ricomporre il sistema-vita attraverso la metafora di un’orchestra, in cui ogni strumento ha un suo ruolo ma ha bisogno di tutti gli altri per mettere in piedi la sua fuga. E infatti così, proprio comeBenjamin Britten scompose il tema di Purcell per realizzare la sua Guida all’orchestra per giovani, Wes Anderson scompone il suo film per realizzare variazioni e ‘fughe’ sul tema della vita. Wes Anderson (I Tenenbaum, Il treno per il Darjeeling), un regista che ha il suo tratto maggiormente distintivo nelle proiezioni del reale in cui inscrive i suoi film, realizza stavolta una vera e propria sinfonia di personaggi rispetto ai quali i due protagonisti (i bravissimi esordienti Jared Gilman eKara Hayward) appaiono visibilmente ‘scordati’. Eppure, nella loro totale astrazione dal mondo circostante, i due piccoli antieroi Sam e Suzy rappresentano la sana voglia di fuggire da una vita di adulti e bambini-che-saranno-adulti costretti a portare sempre la loro maschera (che sia la divisa degli scout o il travestimento della festa poco conta). Da questo mondo di burattini tristi (il poliziotto di Bruce Willis), rapaci (l’assistente sociale) o colpevolmente assenti (i genitori di Suzy), i due innamorati proveranno a scappare, portando scompiglio nello schema di quel mondo, ma ritrovando l’armonia di una realtà a loro uso e consumo (splendido il sincronismo con cui affronteranno la fuga e poi daranno vita al loro nido) che parla a gran voce di rispetto e sensibilità. Un momento d’evasione che infrangerà la routine del mondo esterno, spazzando via ogni realtà meccanicamente precostituita, e riportando in auge il valore della diversità in quanto dono di unicità. Un poetico surrealismo visivo che, a poco a poco, si trasforma in una ventata d’amore per la vita e per quella capacità (sempre più rara) di vivere ogni giorno come se fosse il primo (o l’ultimo), e dunque smisuratamente speciale.
Tutto in Moonrise Kingdom è splendidamente accarezzato da un garbo stilistico (il calore delle immagini) e visivo (basti pensare alla delicatezza dell’incontro pro-fuga in un campo sterminato o alla dolcezza del primo e impacciato bacio dei protagonisti) che coinvolge la scrittura (realizzata dallo stesso Anderson insieme all’amico Roman Coppola) e anche lo splendido tappeto sonoro a cura dell’infallibile Alexandre Desplat. Una commovente storia di bambini ‘fiabescamente’ maturi alla prese con un mondo adulto corrotto dagli schemi ed essenzialmente privo di bellezza. Un’opera tenera e toccante con cui Wes Anderson narra la magia (e la speranza) di un mondo diverso in cui primeggia la musicalità del sentimento.
Di Elena Pedoto, da everyeye.it

Quando hai uno stile così distinguibile, netto, inesorabile e personale come quello che Wes Andersonsbandiera la cosa più facile in assoluto è ripetersi all’infinito.
Ripetere le proprie trovate visive e declinare sempre i medesimi temi in storie solo leggermente diverse, interpretate quasi sempre dai medesimi attori (o da altri truccati per somigliargli). Per questo la forza di Moonrise Kingdom sta in come Anderson faccia un piccolo passo avanti e un piccolo passo di lato.
Si tratta di un film di ribellismo, molto di più che in passato, fino a ricordare a un certo punto ricorda La rabbia giovane (ma senza rabbia e con distaccata disillusione), e uno in cui il romanticismo individuale dei due protagonisti (unici e assoluti, non capitava da Rushmore) è limpido e cristallino. Due ragazzi incompresi dal loro ambiente che fuggono per amore. Niente di più semplice, inserito nel mondo di Anderson, questa volta declinato nel microcosmo dei boyscout, ovvero bambini vestiti da adulti che prendono ordini da adulti vestiti da bambini in un ambiente paramilitare solo più grottesco, che poi è la summa di qualsiasi storia Anderson abbia raccontato fino ad ora.
Quindi un passo di lato per puntare sul romanticismo spinto di due persone e un passo in avanti per volerlo perseguire con tale pervicacia disinteressandosi dei suoi soliti temi che rimangono comunque sullo sfondo.
Questo ovviamente non significa che Anderson sia andato in deroga al proprio stile, anzi sembra aver trovato una storia che gli calza a pennello. Lo script e la recitazione distaccati, colmi di formalismi e poco espansivi riescono a enfatizzare gli smottamenti interiori invece che raffreddarli, le esplosioni inattese di emotività irrompono inattese, i movimenti ortogonali raccontano bene la vita di costrizione dei protagonisti e ancora di più l’emarginazione che nasce dall’essere più interessato alle cose del mondo rispetto ai propri coetanei non fa che servire la causa dei due amanti in fuga.
E quando alla fine si scopre quale sia il Moonrise Kingdom (ma in fondo anche prima) può scendere più di una lacrima per una delle storie d’amour fou più convincenti degli ultimi anni.
Di Gabriele Niola , da badtaste.it

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