MONSIEUR LAZHAR


Con Monsieur Lazhar (candidato per il Canada agli Oscar come miglior film straniero) Philippe Falardeau, già autore di “It’s Not Me I swear”, affronta (e si confronta) con i temi dell’elaborazione del lutto e della perdita (qui duplicemente intesi come morte del singolo e/o necessità di abbandonare la propria terra). Centrale nel racconto sarà infatti il rapporto tra due ‘realtà’ accomunate dal medesimo senso di privazione: l’insegnante Bachir Lazhar (rifugiato algerino con un doloroso e irrisolto passato) e la classe elementare di giovanissimi studenti canadesi, reduci dall’improvvisa perdita della loro insegnante. L’incontro di questi due mondi, entrambi mancanti di un loro fondamentale tassello emotivo, sarà (come spesso accade) funzionale per elaborare un lutto che va oltre la condizione estemporanea di perdita e che si spinge invece a rappresentare la vita stessa come un insieme perennemente mutabile in cui sempre (co)esistono dei vuoti. Il contesto scolastico spesso utile nell’identificazione di un microcosmo societario in cui convergono luci e ombre funge qui, piuttosto, da luogo rappresentativo in cui la vita (e vitalità) congenite alla scuola stessa, si vanno a contrapporre all’oscura imprevedibilità dell’evento morte, passando per il fondamentale ponte-umano generato dalla carismatica presenza di Lazhar. Una storia che racchiude il suo potente senso allegorico nel delizioso aneddoto finale dell’albero e della crisalide, racconto toccante e poetico sull’esigenza (nel corso della vita) di figure solide che (al bisogno) possano – e sappiano – ergersi al ruolo di protettori.
In una classe elementare di una scuola di Montréal, l’insegnante Martine si toglie la vita proprio all’interno della sua aula, lasciando la classe preda dello sgomento e di un incolmabile senso di vuoto. Alla guida degli studenti, scossi dal terribile evento, giungerà poco dopo Bachir Lazhar, immigrato algerino determinato a ricoprire il ruolo di insegnante. Tra sensi di colpa e smarrimento, Lazhar sarà in grado di diventare ben presto un solido punto di riferimento per gli studenti, avvicinando con la sua sensibilità il loro forte spaesamento. Ma il passato di Bachir nasconde un segreto che, prima o poi, è destinato ancora una volta ad allontanarlo dalla sua stessa vita.
Mostra grande delicatezza registica e sensibilità al tema della perdita il regista canadese Falardeaucon questa sua opera seconda, in cui ai piccoli protagonisti bambini vengono attribuite una saggezza e una profondità fuori dal comune. Viceversa, saranno proprio la spontaneità e (anche) l’incoscienza accordate al personaggio di Lazhar ad avvicinare l’improvvisato ‘pastore’ al suo gregge di pecorelle smarrite, attraverso un rapporto disposto a conquistarsi la fiducia lentamente, gesto dopo gesto.
È così che, poco alla volta, il vuoto lasciato dalla precedente insegnante, quello perenne dei genitori assenti, il senso di colpa e la ricerca di un capro espiatorio generati da una inaspettata morte saranno placati (se non colmati) dalla presenza indulgente del maestro(non-maestro). Un film che avvolge il freddo della morte nei toni caldi dei protagonisti tutti (grandi e piccini), e che trova riscontro anche nella tenue fotografia di Stéphane Lafleur, e nelle delicate note de La Chrysalide(splendido tema musicale del film) di Martin Léon. Piccolo grande film che rapporta l’età dell’innocenza alla delicatezza e alla fragilità di una crisalide che va protetta perché riesca, nel tempo, a volare. Una bella riflessione dunque sulla difficoltà del diventare adulti e dell’affrontare con responsabilità e coscienza tutti gli ostacoli che la vita ci obbliga a superare prima di omaggiare ognuno di noi delle nostre ‘ali’.
Candidato per il Canada come miglior film straniero, Monsieur Lazhar di Philippe Falardeau è un film intenso e poetico (ma mai melenso o banalmente drammatico) che sfrutta l’elemento morte per parlare della vita e che dipinge le difficoltà come una tappa fondamentale per la crescita. Nel rapporto speciale che s’instaurerà tra Lazhar e i suoi studenti, Falardeau trova il giusto mix di distacco e partecipazione, ironia e affetto. In tempi in cui il sistema scolastico soffre e rispecchia la crisi delle società, ecco un film che ci riconcilia con il mondo della scuola e con la figura del Maestro: non un mero dispensatore di nozioni ma piuttosto una guida illuminata in grado di far luce sul percorso ancora incerto dei più giovani.
Di Elena Pedoto, da everyeye.it

A ispirare il regista canadese è il dramma teatrale “Bashir Lazhar” di Évelyne de la Chenelière. La sua trasposizione cinematografica è stata un trionfo al Festival di Locarno 2011 dove ha conquistato il Premio del Pubblico ed il premio Variety Piazza Grande Award. Premi davvero meritati, si, perché Falardeau si è addossato un compito per niente facile, quello di narratore attento di un mondo così complesso e delicato come quello dei bambini e in particolare della scuola. All’interno di questo spazio limitato si intreccia la figura del maestro, Bachir Lazhar, interpretato da Mohamed Fellag, alla vicenda poco felice di una classe elementare di un istituto del Montreal, turbata dal suicidio della propria insegnante. Avendo appreso la notizia sul giornale Lazhar, immigrato algerino di 55 anni, si presenta nella scuola per offrirsi come supplente, pur non avendo esperienze in questo campo lavorativo. Immediatamente assunto per sostituire la povera scomparsa, si ritrova in un contesto del tutto nuovo e per di più in crisi, mentre è costretto al contempo ad affrontare un dramma personale: superare la morte della sua famiglia, distrutta dalla violenza inaudita del suo paese natale.
La sua improvvisata professione, quella di docente, di per sé non facile, risulta ancora più complicata perchè costretto ad affrontare la tematica della morte con i bambini. La sua, è una responsabilità tosta: affiancare all’aspetto pedagogico una vicinanza emotiva agli alunni non indifferente. Egli prova goffamente a imitare i gesti delle colleghe, che questo mestiere lo svolgono da tempo. La moderna scuola occidentale, poi, è frequentata da bambini svelti e precoci con dei genitori esigenti, orari ferrei, precisi programmi e regolamenti ministeriali. Poco a poco Bachir impara a misurarsi con i suoi alunni, accompagnandoli nel processo di guarigione.
Attraverso i suoi tentavi, spesso maldestri, di impostazione delle lezioni: dettati e letture di Honoré de Balzac, forse fin troppo seri per dei bambini così piccoli, non si può che non apprezzare la figura di Lazhar, un uomo solo ma dotato di un notevole bagaglio culturale che gli permette di portare avanti credibilmente il suo ruolo. Adorato dai bambini, riesce in maniera straordinaria ad empatizzare con loro cercando di scavare nei dolorosi e ancora vivi ricordi per favorire la rimozione del tragico evento.
Dopo l’indimenticabile “L’attimo fuggente” e il più recente “La classe – Entre les murs” e varie serie televisive italiane e straniere incentrate sulle esperienze docenti-alunni, era da tanto tempo che non si vedeva una bella pellicola girata tra i banchi di scuola. Felaurdeau senza troppa presunzione ha cercato di creare un’immagine fruibile da qualsiasi tipo di pubblico ma che attirasse per l’eleganza e l’immediatezza; la sua è una regia apparentemente molto semplice ma in realtà assai curata e ricercata. Nel cast del film, candidato agli Oscar 2012 come miglior film straniero, accanto al personaggio principale spiccano i due “piccoli” protagonisti Sophie Nélisse (Alice) ed Émilien Néron (Simon).
Di Giulia Surace, da ecodelcinema.com

Un inizio folgorante. Niente di meglio per catturare lo spettatore fin dall’inizio. Non facile, ma riesce in pieno a Philippe Falardeau nel suo Monsieur Lazhar, nominato agli scorsi Oscar come rappresentante del Canada.Viviamo la morte della maestra di una scuola elementare del Québec attraverso gli occhi di un alunno di 11 anni che la trova impiccata nella sua aula. A sostituirla arriverà un elegante signore algerino che dice di aver insegnato letteratura per 19 anni nel suo Paese. Un impatto difficile, per lui, per i ragazzi colpiti dall’evento tragico e per i genitori che forse sono i più scioccati e irrazionali di tutti. Genitori che per i sensi di colpa ormai soccombono ai figli su tutto e non permettono di farli contraddire dagli insegnanti, portandoli alla perdita della loro autorità. Scopriamo presto che l’incapacità di capire il gesto estremo così pubblico dell’insegnante per Bachir Lazhar, questo il nome dell’insegnante, è legata al fatto che la sua famiglia è stata vittima di una tragedia ad Algeri. Per lui è impossibile capire, vittima di una morte imposta, chi possa togliersi la vita, pur potendone disporre. 
Monsieur Lazhar è la storia dell’elaborazione di un lutto, attraverso la condivisione di un microcosmo variegato e problematico come quello di una scuola. Un processo in cui le ferite si creano e si suturano giorno dopo giorno nel corso di un anno scolastico, passando anche attraverso la disposizione dei banchi o l’amore per la lingua francese o un processo di formazione che porta dei bambini alla perdita dell’innocenza, ad incontrare la violenza e la morte possibilmente educandoli a non ritenerli dei tabù. 
Bachir è interpretato in maniera davvero splendida da Mohamed Fellag, un attore e comico teatrale algerino. Una figura di enorme dignità ed eleganza, che diventa un albero solido su cui far sbocciare la crisalide in cui sono rinchiusi i suoi alunni e lasciarli diventare delle farfalle, ancora più reali per aver capito le dure leggi della morte e della violenza. Un punto di vista diverso, quello di un esiliato, un po’ fuori dal tempo, come il suo francese cristallino (“parla come Balzac”), che pone una società matura e ossessionata dal politicamente corretto di fronte alle proprie forzate contraddizioni. Una scuola asettica in cui il contatto fisico è vietato e diventa a sua volta tabù fino ai limiti più ossessivi. Non a caso chi veramente riuscirà ad instaurare un rapporto pieno con lui saranno i suoi allievi, i bambini, attraverso la lora purezza tutto istinto. 
Nonostante la neve cada insistente e ricopra tutto sarà un grigio inverno nel Québec. L’unico sprazzo di sole e di biancosaranno quelli predominantinella lontana ed esotica Algeria che arriverà ai ragazzi dai racconti del professore e sarà per loro e per noi spettatori un mondo affascinante e misterioso. Come Monsieur Lazhar, un’altra conferma della ricchezza del cinema canadese degli ultimi anni.
Di Mauro Donzelli, da comingsoon.it

Sulla scia dell’attimo fuggente, ecco arrivare in punta di piedi nelle sale italiane, Monsieur Lazhar.
La classe di una scuola elementare, viene sconvolta dall’improvviso suicidio del suo insegnante. Viene assunta per sostituirlo,Bachir Lazhar, un immigrato algerino ad un passo dall’espulsione dal paese. Ancora sconvolti dalla tragedia, nessuno a scuola si cura del nuovo insegnante, restando così all’oscuro di alcuni episodi del suo passato che lo accomunano al dolore dei suoi alunni.
Due mondi che s’incontrano, due realtà private di un qualcosa, segnate nel profondo dagli avvenimenti della vita che, si aiuteranno a vicenda.
Con Monsieur Lazhar, Philippe Falardeau, già autore di “It’s Not Me I swear”, porta sul grande schermo una metafora della vita in grande stile. Perno principale della pellicola è infatti la mutabilità della vita, e il suo costringerci spesso a coinvivere con dei vuoti, in questo caso provocati dalla morte.
Acclamato dalla critica, la pellicola è stata selezionata come candidata agli Academy Awards 84, Monsieur Lazhar, è un film poetico ed intenso e, allo stesso tempo mai banale, destinato a colpire lo spettatore per la sua dolcezza e spessore. L’interesse dimostrato da Falardeau nei confronti dei drammi della crescita e, la sua bravura nel raccontarlo, fa della pellicola un piccolo grande capolavoro, capace di riscaldare anche i cuori più aridi abitanti di un mondo, che da tempo ha perso di vista i suoi valori.
Di  Daniela Bizzarro, da bestmovie.it

Dopo la tragica morte di un’insegnante in una scuola di Montreal, Bachir Lazhar, cinquantenne immigrato algerino, si offre come supplente e viene subito assunto. Lentamente riesce a riportare alla normalità la classe più scossa dall’evento, ma tutti ignorano che l’uomo è a rischio di espulsione.
Il passaggio di un copione dai palchi alla pellicola può essere testimone di un avvicendamento innaturale che, anziché approfondire un personaggio, ne scalfisce l’autonomia e la credibilità. Tratta dall’opera teatrale Bachir Lazhar di Evelyne de la Chenelière, la ricerca registica e drammaturgica di Philippe Falardeau e il suo Monsieur Lazhar contraddice l’opposizione connaturata ai ruoli di teatro e cinema. Opposizione più dichiarata in Italia che non altrove e certamente non in Francia dove continuamente, invece, si respira il successo dei vasi comunicanti e la felice mescolanza del grande schermo conl’esperienza dello spettacolo dal vivo. Là dove tutto è messo alla prova e non si può rimontare, prima che la responsabilità del racconto passi alle immagini.
Monsieur Lazhar, candidato agli Oscar 2012 come miglior film straniero, non solo vede nel ruolo del protagonista lo stesso attore che ha interpretato lapièce – Mohamed Fellag, la cui vicenda personale rende conto peraltro di un esilio durante la guerra civile algerina – ma si radica nei parallelismi che determinano l’incrocio e la rottura con la realtà. Quando Bachir Lazhar si presenta nella scuola traumatizzata dalla fine brutale di una tra le insegnanti più amate, mente sulle proprie condizioni, agisce da pacificatore estraneo e antiquato agli occhi di un gruppo di bambini che non si riconoscono nella sua delicata eppure ferma discrezione.
Tra loro spiccano Alice (Sophie Nélisse) e Simon (Émilien Néron), gli opposti dell’infanzia già matura di rabbia e consapevolezza, due sguardi sulla fine e il dolore come ragione di femminile e maschile in potenza. Eppure, Falardeu non gioca sui simboli, né si diverte a virare sui sentimentalismi, ma mostra la situazione di una scuola e di un equilibrio sconvolto avvicinandoli indirettamente e senza facili rispecchiamenti al dramma mai confessato, se non in tribunale e dunque in una sede civile e preposta, del professor Lazhar.
Il silenzio sulla propria vita è infatti per Bachir un tratto di piccoli segmenti dove la conoscenza, l’affronto, il sorriso e la compiutezza involontaria di ogni bambino individuano il linguaggio che gli manca. Il libro che Alice, allieva prediletta, gli presta per aiutarlo a comprendere quale sia la letteratura più apprezzata è un sorso del tè portato da casa, il pianto raccolto alla fermata dell’autobus, il pacco con gli oggetti appartenuti alla moglie e alla verità senza rispetto del limite di dolore accettabile.
E non è lo scorrimento di un dramma di immigrazione, ma la tragedia del combattente di fronte ai fantasmi dell’indipendenza algerina e degli attentati di cui si preferisce non parlare. Fantasmi di un ex ristoratore che si aggira confuso in una scuola occidentale traboccante di innovazione ed efficienza, alla ricerca diincontri che facciano da terrapieno e gli permettano di valutare la propria fiaba. Quando Bachir ne scrive una e chiede ai piccoli allievi di cogliere gli errori disseminati ad hoc tra le righe, sa di aver mentito sulla propria origine e di aver respinto l’interesse di una giovane collega perché non riesce o non vuole liberarsi dei ricordi.
Il mascheramento congenito al clandestino per un rifugio e un approdo temporanei sono l’umanità sfrontata o silenziosa di bambini che poco o nulla sanno di una condanna a morte, ma si sono appena affacciati su un atto simile per cui non serve rompersi la testa. Servono piuttosto la guarigione reciproca passata di mano in mano, l’età diversa e la città innevata per raccontare il freddo del non detto. Servono i muri stretti e bianchi di un piccolo appartamento in cui è difficile prendere sonno e le pagine di un libro provano a educare alla libertà.
Di Giulia Valsecchi, da doppioschermo.it

In una Montreal di incolore luminosità, una giovane insegnante si suicida nella sua classe. Panico fra colleghi, dirigenti, genitori. Mentre si cerca di tornare alla normalità e di fronteggiare i possibili danni riportati dai bambini, alla Preside in crisi si presenta Monsieur Lazhar, un garbato signore sulla cinquantina, di origine algerina e dal francese impeccabile, proponendosi come sostituto per la classe colpita dal lutto. Ha i suoi metodi, un po’ particolari, e se trova sintonia con alcuni alunni e colleghi, con altri il rapporto genera frizioni, mettendolo in rotta di collisione con l’autorità scolastica. Lazhar del resto sotto la scorza affabile anche se riservata, nasconde la sua tragedia personale: è infatti un sans papier ancora in attesa che la sua posizione di rifugiato politico sia accettata, dopo essere fuggito dall’Algeria dove sono morte la moglie e le due figlie, in seguito a un attentato durante la lunga guerra civile che è costata al paese migliaia di morti.
Inoltre non è nemmeno un insegnante, solo un uomo colto e sensibile, che sta cercando di sopravvivere con i pochi strumenti a sua disposizione. Monsieur Lazhar è un bellissimo esempio di film che, senza comporre manifesti, senza enunciare tesi, riesce a comunicare svariate sensazioni e riflessioni (e a commuovere), sorprendendo quasi lo spettatore per l’intensità della sua reazione. Il tema dominante è quello del dolore, dell’elaborazione del lutto, da parte degli adulti, ma soprattutto da parte dei bambini, dei quali il film traccia alcuni ritratti di grande delicatezza. Amore è protezione. Ma quando non funziona? Non sarà con ipocrite menzogne né con rigide regole formali (come se l’elaborazione del lutto passasse attraverso una serie di istruzioni per l’uso) che gli adulti calmeranno il tumulto nei cuori dei loro figli. Monsieur Lazhar ci prova con metodi dettati dalla sua umanità, forgiata dai fatti tragici della sua esistenza, che naturalmente finiscono per cozzare contro il formalismo con il quale autorità e famiglie si affannano a “proteggere” i bambini, ma soprattutto se stessi, dalla responsabilità di spiegare, di far accettare. Quando si può parlare a un bambino come a un adulto, qual è quel momento che si tende sempre a rimandare, lasciandoli nel frattempo soli nel guado tragico di certi eventi? Così che gli adulti genitori sono ben contenti di scaricare sugli adulti “stipendiati” quello che dovrebbe essere un loro compito. Ma guai a uscire dalle regole. E così con un sottile parallelo, altrettanto difficile sarà la comunicazione della tragedia più intima di un emigrato con l’algida e impersonale burocrazia che dovrebbe accettarlo, proteggerlo. La sceneggiatura infatti descrive con pochi tocchi efficaci anche i rapporti fra gli adulti, fra Lazhar e il resto del mondo, un mondo dove il “politicamente corretto” sta diventando un ostacolo alla reciproca conoscenza e comprensione, dove la discrezione è scusa per evitare coinvolgimenti. In un mondo fondamentalmente chiuso e cattivo, c’è ancora la possibilità che la semplice bontà, la generosità d’animo, facciano la differenza? Presentato a Locarno con gran successo l’anno scorso, il film, diretto daPhilippe Falardeu, è pronto per raccogliere soddisfazioni ai Golden Globe e anche agli Oscar. Grandi interpreti, fra gli adulti e i ragazzini. Si impone la bravura del protagonista Mohamed Fellag, attore e scrittore algerino, già interprete del lavoro teatrale di Evelyne de la Chenelière da cui è tratto il film. Ma vanno segnalati anche i due giovanissimi protagonisti Sophie Nélisse e Émilien Néron. Monsieur Lazhar racchiude fra un inizio e una fine di rara, toccante efficacia una vicenda che resterà nel ricordo dello spettatore più sensibile.
Di Giuliana Molteni, da moviesushi.it

Bachir Lazhar è un rifugiato: è scappato dall’Algeria perché in pericolo di vita. Arriva a Montreal dove va a insegnare in una scuola elementare. Una classe è da poco rimasta senza maestra: Martine Lachance si è impiccata proprio all’interno dell’aula. Bachir non è un insegnante, lo era sua moglie, e lui continua idealmente il lavoro di lei, facendo il meglio che può. Non sarà facile trattare con questi bambini, alcuni troppo maturi per la loro età, che studiano tutti i giorni in un’aula in cui aleggia sempre la morte.
Monsieur Lazhar è carico di tematiche, tutte molto diverse, che il regista Philippe Falardeau riesce a far convivere con abilità e coerenza. Primo fra tutti, il tema della morte ci viene presentato all’inizio del film, in modo inaspettato: siamo sorpresi insieme al bambino che scopre il corpo appeso. Attraverso l’ambiente scolastico, l’autore fa emergere le problematiche del mestiere dell’insegnate, soprattutto nei confronti degli alunni. A tutto questo, si aggiunge la vicenda di politica internazionale che riguarda Lazhar e la sua situazione di rifugiato.
Esteticamente parlando, il film di Falardeau segue perfettamente le tendenze del cinema francese degli ultimi anni  Duemila: alla maniera di Elles o 17 ragazze, le scelte artistiche si orientano verso inquadrature piuttosto lunghe (spesso dei veri e propri priani-sequenza), camera a mano, commento musicale sporadico e fotografia fatta di luci morbide e colori tenui. L’autore di Monsieur Lazhar ci racconta infatti questa storia con un sottofondo di delicato pianoforte, in perfetta armonia con gli altri elementi dell’opera.
In effetti si potrebbe dire che ultimamente i film francesi sono delicati, pacati, ma non è del tutto vero, almeno non in questo caso: il tema di fondo (o meglio, ciò che succede all’inizio) è segretamente violento. La violenza fisica non si vede mai in viso – tranne forse quando due bambini si azzuffano – mentre è sempre presente la violenza morale, psicologica, intima. La questione viene fuori soprattutto attraverso il personaggio del piccolo Simon, che sembra avere qualcosa a che fare con la scomparsa della maestra.
Continui rimandi alla violenza ci vengono anche dal contesto: Bachir è scappato dal suo paese perché rischia la tortura e la morte, senza contare che la sua famiglia è stata assassinata; i bambini non fanno che prendersi in giro a vicenda, si fanno degli scherzi di cattivo gusto e si intuisce che alcuni di loro non hanno un buon rapporto con i genitori. In questo turbine di sentimenti latenti, l’interpretazione di Mohamed Fellag si inserisce perfettamente: ottima e a tratti davvero commovente, si accompagna a quella altrettanto valida dei bambini (forse troppo maturi) che compongono la classe.
Monsieur Lazhar è un film emozionante, in alcuni passi anche ironico, è una bella esperienza che vale la pena di far vivere agli occhi e al cuore.
Di Fabiola Fortuna, da filmforlife.org

In una scuola elementare di Montreal una maestra s’impicca in classe; a trovarla è uno dei suoi alunni. Nello shock generale occorre cercare un supplente: è lo stesso Bachir Lazhar, un immigrato algerino di 55 anni, a presentarsi di sua sponte alla preside e, come un deus ex machina, ad aiutare la classe a fare i conti con l’idea del lutto e della morte. Ma anche Bachir deve affrontare un passato tragico di cui nessuno è a conoscenza. 
Dramma collettivo e dramma personale a confronto. Bachir si nasconde mimeticamente nel dolore dei bambini. Gentile, spaesato, geloso della sua storia di cui non mette a parte nessuno, Bachir riesce a trasformare l’ostilità e la diffidenza iniziali dei suoi alunni in confidenza. Tale evoluzione viene descritta con una gradualità che caratterizza ogni snodo del film: niente è gratuito o pretestuoso, tutto è preparato e costruito con cura. Così, dall’ostico dettato su Balzac che i bambini seguono a fatica, si passa con naturalezza alla foto di classe, cui viene invitato anche Bachir a prendere parte, e in cui gli alunni sostituiscono goliardicamente la parola “cheese” con “Bachir”. Allo stesso modo, il passato dell’algerino emerge con delicatezza e non diventa mai preponderante rispetto ai rapporti che si vengono a instaurare fra il supplente e gli alunni, o fra gli alunni stessi. 
Le rappacificazioni, le simpatie, i sensi di colpa sono sempre tratteggiati dando più spazio ai silenzi che alle parole. Lo stesso personaggio della maestra suicida viene delineato a posteriori con leggerezza e sensibilità: una sola foto, qualche oggetto lasciato sulla scrivania, quell’aspetto angelico e rassicurante che si mescola con un egoismo che solo Bachir coglie. Ed è lui, infatti, che s’impegna a disseppellire il dolore degli alunni per curarlo definitivamente, contro alcuni genitori e la preside che vorrebbero farlo passare sotto silenzio. 
Da qui una delle scene più intense e commoventi, in cui il bambino che porta su di sé tutte le colpe della scuola si sfoga, e rimargina senza volerlo le ferite di tutti. Regia raffinata e recitazione eccellente, in un film che affronta un tema noto – lo straniero che suscita diffidenza e poi ricuce uno strappo antecedente al suo arrivo – con una capacità di sintesi rara e densa di contenuti, che ha valso a Monsieur Lazhar una candidatura all’Oscar e altri prestigiosi riconoscimenti internazionali.
Di Chiara Apicella, da sentieriselvaggi.it

“Monsieur Lazhar” esce nelle sale italiane il 31 agosto 2012 e il regista canadese Philippe Falardeau si è ispirato al dramma teatrale “Bashir Lazhar” di Évelyne de la Chenelière; la pellicola è stata accolta con grande successo al Festival di Locarno 2011, dove è riuscito a conquistare il Premio del Pubblico ed il Premio Variety Piazza Grande Award. Sicuramente premi molto meritati, che vanno a compensare il regista che si è incaricato dell’ingrato compito di gestire tanti bambini e della narrazione di un mondo così complesso e vario come quello della scuola e dell’infanzia, attraverso gli occhi di un immigrato algerino. Ecco la trama e la nostra recensione. Bachir Lazhar, (Mohamed Fellag) immigrato algerino di 55 anni e dissidente politico che rischia l’espulsione dal Canada, apprende alla televisione del suicidio di un’insegnante, che si è impiccata e si presenta così all’istituto di Montreal dove insegnava, per sostituirla; egli non è in possesso di nessun titolo e non ha avuto nessuna esperienza in questo campo, ma nessuna referenza gli viene richiesta ed anzi, viene assunto immediatamente come insegnante supplente. Bachir Lazhar si ritrova così in un mondo per lui del tutto nuovo, in un momento tragico della sua vita; ha infatti appena perso tutta la sua  famiglia a causa della violenza inaudita scoppiata nel suo paese. Il mestiere di insegnante, già di per sè molto complicato, è anche amplificato dal dover affrontare con i bambini il tema della morte, visto che tutti vogliono sapere che fine ha fatto la precedente insegnante. Egli prova a copiare i gesti che vede fare alle colleghe e poco a poco Bachir impara a misurarsi con i suoi alunni e riesce ad accompagnarli nel processo di guarigione.
I suoi tentativi di impostare le lezioni sono molto maldestri, ma riesce a farsi amare moltissimo dai bambini e la sua figura non si può non apprezzare; il suo gesto di diventare insegnante senza nessun titolo adeguato, non deve essere visto come l’usurpazione di un posto di lavoro a discapito di una persona in possesso dei requisiti richiesti, ma come il tentativo di un uomo, dotato comunque di un notevole bagaglio culturale, che cerca di uscire dal periodo di crisi in cui è caduto, aiutando altri esseri umani a fare altrettanto. I bambini canadesi scelti per interpretare gli studenti della scuola di Montreal, sono assolutamente spontanei e riflessivi, teneri ed  ironici, a tratti perfino  più maturi degli adulti  e rappresentano il motore di un film sostenuto anche da una sceneggiatura e da una regia acuta, intelligente e piacevole, ricca di momenti tristi, ma anche di ironia. Davvero non si sa come abbia fatto Philippe Falardeau a dirigere tutti questi straordinari bambini, riuscendo anche a costruire un dramma semplice, narrandolo in modo trasparente, con umanità e comprensione. “Monsieur Lazhar” è un film commuovente, che  fa riflettere anche lo spettatore su quello che ci perdiamo per strada tutti i giorni; non ci sono fronzoli, nè vittimismo, né mistificazioni, ma la storia riesce ad entrare in contatto con il cervello e soprattutto con il cuore dello spettatore.
Altro merito poi, del regista canadese, è quello di aver fatto conoscere al grande pubblico un bravissimo attore come Mohamed Fellag, che riesce a trovarsi benissimo in mezzo a tutti questi bambini, in grado sia di apprendere dagli adulti, ma anche di insegnare a loro quali sono i veri valori della vita. Fellag in patria è conosciuto solo come attore comico, ma dimostra di essere un attore di grande talento interpretando un insegnante che, dopo vari errori di valutazione e soprattutto di inesperienza, si farà amare senza riserve dai suoi studenti, ai quali dovrà anche parlare del difficile tema della morte. Il film è del tutto basato sul rapporto tra l’insegnante ed i bambini, specialmente Alice, interpretata dalla bravissima Sophie Nelisse e Simon, nei panni del quale troviamo l’altrettanto bravo Emilien Neron, che scopriranno reciprocamente le loro storie personali che vanno aldilà di un nome e un cognome sul registro e da una parte e dall’altra della cattedra. In definitiva un film ispirato che parla in modo realistico del mondo dell’infanzia, non solo in termini gravi, ma anche con un tocco leggero e di simpatia. Da vedere.
Di Angelica Vandini, da mistermovie.it

L’insegnante bravo, buono ed in grado di cambiare umori e volti di una classe altrimenti allo sbando è un grande classico della cinematografia, molto più di quanto lo sia nella letteratura. Di film del genere ne sono stati realizzati in ogni parte del mondo e con ogni variazione possibile, eppure per quanto il rischio di déjà-vu sia sempre dietro l’angolo, una volta seduti in sala e iniziata la proiezione, è facile che si finisca con l’appassionarsi al tutto con grande probabilità anche di lacrimuccia finale. Amiamo l’idea che ci siano persone in grado di mettere la propria cultura al servizio del benessere altrui, non è solo ciò che dice, ma il come lo dice, la capacità di immedesimarsi nell’ascoltatore, l’impegno profuso verso ogni suo giovane interlocutore, lo stesso che avremmo voluto un tempo quando eravamo in classe e che tuttora avidamente desideriamo intorno a noi, che si parli di famiglia come di lavoro.
Monsierur Lazhar segue questa tipologia di canovaccio caratterizzandosi per due elementi: la provenienza dell’insegnante, un algerino dal misterioso passato che ha appena chiesto asilo politico al Canada (la storia è ambientata a Montréal) e per lo shock che la classe ha subito nel prologo del film, ovvero il suicidio della maestra, impiccatasi durante la ricreazione. L’occhio di Monsieur Lazhar, un uomo del sud che si trova ad avere a che fare con l’anche troppo civilizzato Canada francese, serve per indagare sulle contraddizioni di un sistema educativo che, troppo ossessionato dal politically correct, ha perso di vista i veri soggetti del tutto, ovvero i bambini, piccoli adulti in divenire che per il momento devono essere trattati per quello che sono, bambini. L’amabilità di Monsieur Lazhar, persona tanto pragmatica quanto umile, viene perfettamente resa sullo schermo dal volto di Mohamed Fellag, uno dei volti più noti della cultura algerina, con un passato non tanto lontano dal suo Lazhar (nel 1995, dopo lo scoppio di una bomba nel teatro dove stava andando in scena il suo spettacolo, decide di esiliarsi a Parigi). Attorno a lui Philippe Falardeau scrive e dirige una bella pellicola, ironica e toccante allo stesso tempo, che giustamente è arrivata a competere per l’Oscar per il migliore film straniero nel 2012. Al cinema, o in dvd, vale senza dubbio una visione.
Di Andrea D’Addio , da filmup.leonardo.it

La classe, gli alunni, i docenti. Uno spazio racchiuso e condiviso, un mondo limitato, in cui la formazione è il progetto per eccellenza, il divenire ed il crescere, situazioni che si svolgono non senza emozioni, sentimenti, frustrazioni e segreti personali. Bachir Lazhar (Mohamed Fellag) è algerino, approdato in Canada a Montreal, cerca di fuggire dalla violenza inaudita del suo paese che gli ha distrutto l’intera famiglia. Si presenta in una scuola elementare di Montreal e chiede di rimpiazzare Martine Lachance, una giovane docente impiccatasi in classe. Bachir Lazhar riesce ad avere il posto nella scuola e ben presto percepisce che all’interno della classe si respira una sofferenza condivisa e soffocata. I giovanissimi scolari sono come delle micce inesplose, con un bisogno palpabile di raccontare e raccontarsi sul suicidio della loro insegnante, di far venir fuori i dubbi, le paure, le angosce che turbano le loro piccole ed innocenti coscienze. E questo nuovo supplente algerino, che cerca di insegnare alla classe un linguaggio più colto, si rivela la salvezza, la persona giusta al momento giusto. Lazhar è colui che instaura in classe una corretta e favorevole comunicazione empatica, grazie alla quale i bambini mettono a confronto l’enorme disagio e malessere di cui si sentivano vittime e prigionieri. Philippe Falardeau, regista del film “Monsieur Lazhar”, sceglie la classe per raccontare un microcosmo di umanità, guidata da Lazhar, mentore impostore, perché si spaccia per insegnante ma non lo è, ma che ben sa come fare a porgere ai bambini onestà e verità, leggendo in classe i classici di Balzac e scrivendo insieme ai piccoli scolari favole individuali, strumenti di confronto e dialogo terapeutico. L’uomo Bachir, pur colpito con crudeltà da un destino nefasto, diverso per cultura, trasmette ai piccoli scolari sentimenti positivi, edificanti. Riesce a restituire alle loro coscienze tormentate sicurezza, porgendo con naturale delicatezza e capacità dialogica l’imprevisto, il diverso, che il quotidiano ha in serbo per ognuno di noi. L’importante è trovare il modo corretto e schietto perché si possa capire fino in fondo l’accaduto, proteggendo l’infanzia, ma senza coccolarla con false menzogne e pietosi sotterfugi. Una scrittura filmica lineare ed efficace convince e rende alla perfezione un momento di vita scolare problematico e complesso, smontando progressivamente la tensione emotiva e lo scontro dei ruoli, restituendo un po’ alla volta quella dimensione di umano bisogno reciproco per uscire dal tunnel della solitudine, dell’angoscia e della stessa morte. “Monsieur Lazhar” è un piccolo gioiello, un film che regala momenti di profonda riflessione, riuscendo anche abilmente a porre lo spettatore in una situazione di proficuo confronto. Tratto dal dramma teatrale Bashir Lazhar di Évelyne de la Chenelière, il film è stato un trionfo al Festival di Locarno 2011 dove ha ottenuto il Premio del Pubblico, ed il premio Variety Piazza Grande Award.
Di Rosalinda Gaudiano, da cinema4stelle.it

Sono armoniosi vuoti di immagini silenziose, che accompagnano l’intricato viaggio dell’elaborazione del lutto, della consapevolezza della perdita, ad evocare la sottile linea di confine fra l’ipocrisia dei grandi e la costernazione dei piccoli di fronte ad un atto così definitivo come quello del suicidio. Amplificato nella sua dimensione di crudele violenza se commesso da un’insegnante all’interno della sua aula. Ed è lì che il piccolo Simon la trova in una fredda mattina invernale del Québec, nel Canada francese. Il grave fatto lascia subito spazio, in quello che è uno degli angoli più civilizzati del nostro Occidente, a un’attenzione maniacale per i “giusti” comportamenti che la burocrazia impone: i bambini possono esprimere i loro turbamenti con la psicologa, ma non con gli altri adulti, non fra di loro perché è lo specialista che deve affrontare la questione. Gli insegnanti, i genitori, la preside sono autorizzati a nascondere la testa sotto la sabbia. Il dolore e lo shock deve essere anestetizzato con la lama di un bisturi. Ed è in questo contesto che arriva il sostituto della giovane insegnante suicida, un rifugiato algerino di mezz’età, il signor Lazhar, che ha una concezione del tutto diversa dell’insegnamento rispetto ai metodi moderni, imbellettati da sorrisi chirurgici e, soprattutto, ha alle spalle un segreto altrettanto doloroso.
Attraverso il racconto e l’analisi di una società estremamente contemporanea, Philippe Falardeau, che adatta al suo quarto lungometraggio il romanzo Bachir Lazhar di Evelyne De La Chenelière, rischia di produrre un film a tesi. Ma Monsieur Lazhar, nella cinquina del miglior film in lingua straniera agli ultimi Oscar, è un’opera che affronta la questione con grande pudore e onestà. Falardeau sottolinea come il dramma consumato sembra scomparire nel racconto della quotidianità della scuola; sembra non sia accaduto nulla di così tragico da scuotere gli animi di tutti, ma il regista tiene ben salda la macchina psicologica attraverso comportamenti e azioni minime, che relegano la sofferenza in una dimensione implosa. E pertanto ancora più pericolosa.
Si racconta così una tragedia più brutale della violenza in sé, ovvero l’indifferenza ad essa e al dolore che l’ha provocata (Martine, l’insegnante suicida era per tutti socievole, sorridente e felice. Possibile?), l’inaccessibilità ai sentimenti, la prepotenza umana di nascondere ogni turbamento.Falardeau analizza le contraddizioni di un sistema scolastico che, per parafrasare una frase fondamentale del film, non può toccare gli alunni nemmeno con un dito tanto da provocarne ustioni di secondo grado da insolazione perché non autorizzato a mettergli la crema solare sulle spalle. Con queste regole, gli adulti però preservano più sé stessi che i loro bambini. Costruendo una realtà ovattata, fatta dei colori pastello dei disegni appesi al muro nelle classi, di comportamenti interattivi, confidenziali e giocosi, che nascondono l’impossibilità di un abbraccio, del dire la verità, di essere sinceri sul mondo al quale quei bambini stanno per affacciarsi. Finché questo non entra di prepotenza nello loro classe svelando che la vita non è fatta di disegni sul muro, esotici racconti sull’età coloniale di matrice ottocentesca, del cui retaggio il nostro monsieur Lazhar è stato vittima, persino nell’Algeria contemporanea.
Un mondo di adulti che si nasconde dietro le migliori intenzioni – dell’ipocrisia – trattando bambini come cristalleria in un mondo dove ci sono solo elefanti. Ma alla fine sono gli adulti quelli più fragili. Bachir Lazhar (il cui interprete Fellag ritrae con un’intelligente punta di ironia) tenta di sgretolare questo teatro di finzione senza discorsetti retorici (che in genere scorrono impunemente nei film sulla scuola), ma solo con il rigore di dettati fatti con il linguaggio difficile dei romanzi di Balzac, della grammatica, dei banchi allineati, dell’uso del dizionario. E Philippe Falardeau segue l’esempio del suo protagonista nel costruire una messa in scena altrettanto forte e rigorosa, asciutta e priva di quei fronzoli che spesso nascondono solo inconsistenza.
Di ERMINIO FISCHETTI, da radiocinema.it

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