MAGNIFICA PRESENZA


Ozpetek porta sullo schermo una pellicola giocosa dove sono i sentimenti i veri protagonisti della narrazione e, come sempre nei suoi lavori, i personaggi sono definiti attraverso la complessità delle loro emozioni.
“Magnifica presenza” esce fuori dagli schemi dei precedenti lavori di Ozpetek, che stavolta decidere di osare con una storia surreale, dove realtà e immaginazione coesistono nella vita del protagonista Pietro, uno strepitoso Elio Germano, indubbiamente la vera “Magnifica presenza” del film di Ozpetek.
La sua recitazione fluida e solare delinea l’anima di Pietro attraverso sguardi, gesti, silenzi, il suo essere non risolto umanamente passa allo spettatore senza un filo di drammaticità.
Pietro è l’esaltazione della fragilità umana, dell’incerto equilibrio tra quelli che sono i sogni, quello di fare l’attore nel suo caso, e la realtà quotidiana, vissuta comunque con impegno.
In una società come la nostra, dove è spesso chi ha la voce grossa ad avere la meglio, Pietro è una sorta di icona del sussurro, col suo vivere un po’ infantile, che lo porta a confondere i suoi desideri, soprattutto sentimentali, con ciò che effettivamente può concretizzare.
Ferzan abbandona il quartiere Ostiense, che ha fatto da cornice abituale alle sue pellicole, per spostarsi nel più borghese Monteverde, dove il nostro protagonista trova una vecchia casa da prendere in affitto, per affrancarsi dalla convivenza con l’amata quasi cugina Maria, e cercare di conquistare un’autonomia, che gli permetta sopratutto di poter osservare anche nuovi orizzonti sentimentali.
Ma le cose si mostrano subito meno semplici del previsto: l’appartamento è già abitato, e non da inquilini qualunque, ma da misteriose presenze che appartengono a un’altra epoca.
Così Pietro, spaventato e incredulo, si ritrova a percepire una realtà che gli altri non vedono, allontanandosi ulteriormente dal quel clichè di normalità cui tutti sembrano aspirare.
La strana esperienza del nostro protagonista è solo lo spunto per parlare di solitudine, d’amore, d’amicizia, di sofferenza, della vita nella sua completezza, e il regista è bravo a fondere tutti questi temi con estrema leggerezza.
Quello che porta sullo schermo è un grande gioco cinematografico che omaggia la vita e il mestiere dell’attore.
Di Maria Grazia Bosu, da ecodelcinema.com

Pietro Ponte è un giovane uomo che inforna cornetti di notte e sogna di fare l’attore di giorno. Lasciata Catania per la capitale, cerca e trova casa a Monteverde. Entusiasta dell’appartamento e di una vita ancora tutta da realizzare, si accorge molto presto di non essere solo e di condividere il suo spazio con misteriosi inquilini, che ‘appaiono’ e ‘scompaiono’ turbandone il sonno e le notti. Le presenze, distinte e magnifiche, sono ombre di attori di un’altra epoca e di un’altra storia. Prigionieri di un passato nemmeno troppo remoto, la compagnia chiede a Pietro di aiutarli a recuperare la libertà perduta. Tra provini brillanti e cornetti fragranti, il ragazzo imparerà a convivere coi ‘propri’ fantasmi, indicando loro la porta di casa e un nuovo tempo da abitare.
C’è spesso un incontro al centro del cinema di Ferzan Özpetek, uno sguardo altro che diventa strumento di ricomposizione dell’io. Accadeva alla dirimpettaia di Giovanna Mezzogiorno, pasticcera mancata che spiava oltre i vetri l’intimità di uno sconosciuto, accade al pasticcere perfezionista di Elio Germano, oggetto scopico di una compagnia di fantasmi, che dilagano in un continuo ‘far scena’ sullo sfondo della scena principale. Eleganti nei loro abiti démodé, le ombre di Magnifica presenza pretendono attenzione, si donano allo sguardo di Pietro e si specchiano nei suoi occhi, per ‘inscenarsi’ finalmente davanti ai propri. Perché è solo guardandosi da ‘una finestra di fronte’ che si annulla l’alienazione e ci si ricostituisce come soggetti. Costretti in cattività e a insidiare il presente di inquilini sgomenti, gli attori di una compagnia che fu cortocircuitano il passato e il presente, la Roma di ieri e quella di oggi, traghettando il protagonista e lo spettatore in un altro spazio e in un tempo altro, in cui si è svolto il dramma che li travolge. Indagando su quelle presenze gentili e sui loro anni sconosciuti, il protagonista si riappropria gradualmente della propria ‘stagione’, impegnandosi a vivere in un mondo migliore e non limitandosi soltanto a sognarlo. Il Pietro ‘magnifico’ di Elio Germano eredita la saggezza pasticcera di Massimo Girotti, corpo-cinema che incontrava e convertiva laMezzogiorno, e diventa autore di sei personaggi più due (un bambino e uno scrittore). È lui il poeta senza il quale l’arte degli attori naufragherebbe nel caos, è lui che ricostruisce il problema e lo ‘recita’ esplicitamente permettendo ai fantasmi di dominarlo invece di esserne dominati. In cambio Pietro riceve una famiglia, di nuovo oltre i limiti biologici e con uno spiccato carattere di collettività, di nuovo da raccogliere intorno a una tavola imbandita, ‘accompagnata’ da note empatiche e ‘addolcita’ da torte glassate. Muovendosi con disinvoltura tra picchi emotivi, distensioni comiche e una partecipazione compassata alla maniera dei suoi personaggi, il regista realizza il suo film migliore, eludendo i rischi ideologici e morali dei precedenti, trattenendo il concetto che al centro dell’universo ci sia (soltanto) il privato e la realizzazione personale, misurando il bello stile e i manierismi, e infondendo alla sua storia il fuoco divorante di una passione che viene da lontano e culmina in un teatro (il Teatro Valle) occupato, questa volta da ‘presenze’ autogestite.
Di Marzia Gandolfi, da mymovies,it

Magnifica Presenza è il nuovo attesissimo film che segna il ritorno alla regia di Ferzan Opzetek: Pietro (Elio Germano) è un ventottenne siciliano che arriva nella capitale col grande sogno di fare l’attore: trova una casa tutta per sé, ma ben presto cominciano ad apparirgli presenze inquietanti; infatti, l’appartamento si rivela essere occupato da ospiti non previsti, misteriosi, eccentrici, elegantissimi, che pian piano iniziano a creare un legame profondo col giovane.
I coinquilini forzati, il rapporto con Maria (la sempre più brava Paola Minaccioni), la cugina di Pietro, l’aiuto prestato al travestito di notte, sono tutti segni della solitudine e della fragilità umana affrontata come valori da analizzare, vivere e comprendere fino in fondo.
La ricerca di risposte per la libertà del gruppo di reclusi nella casa diventa per Pietro una sorta di rivalsa, verso quel mondo moderno che non sa condividere, dove l’arte è racchiusa nei sotterranei di un magazzino dove transessuali cuciono abiti teatrali di scena.
Un film estremamente corale, complesso ma fluido: è stranamente impalpabile il numero di parentesi che fanno da corollario alla vicenda principale; fondamentalmente, tutto si basa su quello che succede nella vita del protagonista, che incontra delle entità che sembrano essergli complementari, affini.
Ozpetek racconta, attraverso una dimensione onirica bunueliana e una teatralità che ha assimilato molto dal pirandelliano Sei Personaggi in cerca d’Autore (grazie soprattutto alla co-sceneggiatrice del film, Federica Pontremoli), la storia dei vinti attraverso la malinconia di un passato non conciliabile con tutto quello che circonda i protagonisti di questa storia.
Magnifica Presenza è di certo uno dei titoli che entrerà in breve tempo in cima alla lista dei film più importanti di Ferzan Opzetek: un luogo magico, aulico e pomposo al punto giusto, dove finzione e realtà sono alla base di ogni rapporto, dove ogni emozione dello spettatore è sintomo di una forma matura di Amore: quella tra regista verso i suoi attori, quella di un artista verso il Cinema e la sua indimenticabile storia che prende (e apprende) dal passato, dalla storia stessa.
Note di Produzione: Inizialmente, il titolo del film sarebbe dovuto essere Magnifiche Presenze, riferendosi alle eccezionali presenze ultraterrene nell’abitazione, ma poi il regista ha preferito evidenziare il magnifico riferimento al protagonista della vicenda; per la rappresentazione teatrale e la messa in scena, la produzione è entrata nel Teatro Valle Occupato, ma Ozpetek dichiara di non aver attribuito alcun particolare riferimento (se non artistico) alla scelta optata.
Di Felice Catozzi, da ilcinemaniaco.com

Pietro è un ragazzo fragile, insicuro e puro. Crede nell’amore, è una persona generosa e disponibile verso il prossimo, chiunque esso sia. Qualità rare nella società di oggi, è lo stesso attore che lo interpreta, Elio Germano, a dirlo.
“Magnifica presenza” è l’ultimo lavoro del regista Ferzan Ozpetek, e vuole essere un omaggio alla recitazione, al teatro, al mondo degli attori, e un invito a portare avanti le proprie passioni nonostante il periodo storico in cui si vive, ma non solo. È una spinta a credere in sé stessi e nelle proprie capacità, anche nel caso in cui  dovessimo essere solo noi a riuscire a vederle. Come sempre il regista invita gli spettatori a osservare un mondo differente, li conduce, grazie anche all’accurata scelta musicale, alla riflessione sulla sottile linea che vige tra reale e immaginazione, e quanto questi due elementi si alternino nelle nostre esistenze.
 Il protagonista si trasferisce dalla Sicilia a Roma, aiutato dalla cugina Maria, interpretata dalla simpaticissima Paola Minaccioni. La decisione di vivere da solo, la ricerca di realizzare il suo sogno di diventare attore, saranno sostenute da dei personaggi che Pietro conosce dopo essersi trasferito nella nuova casa, e grazie a loro inizia un percorso  e un viaggio paragonabile a quello di Alice nel paese delle Meraviglie. La scoperta una verità legata alla storia della sua casa, un legame mai sciolto con il passato per il quale lui farà da tramite, in modo surreale ma non inverosimile.
Il suo viaggio lo conduce alla scoperta di personaggi particolari e lo introduce in un nuovo mondo a lui sconosciuto fino a quel momento, fatto di trans che cuciono abiti per teatro, anziane con una nuova identità, e tutto questo lo porta ad una crescita personale e una nuova consapevolezza di se stesso. I compagni di viaggio di Pietro, come ha tenuto a specificare anche la sceneggiatrice, ricordano il mondo di Pirandello con i suoi “Sei personaggi in cerca d’autore”.  È  presente anche un forte senso di metalinguaggio che porta gli attori a recitare il ruolo di attori, e perfino il teatro entra nella macchina da presa.
La scelta accurata delle musiche, i luoghi, la bravura dei numerosi attori del cast, dall’immancabile Margherita Buy, alla bellissima Vittoria Puccini, all’attore turco Cem Yilamaz e Anna Proclemer, solo per citarne alcuni. Proprio con questi elementi l’opera di Ozpetek riesce a trasmettere poesia e magia. Come sempre ritroviamo il tocco del regista, la sua passione per il cibo e la firma inconfondibile nell’inquadratura, anche se di sfuggita, del gazometro ad Ostiense.
Difficile catalogare questo film, Il regista  ha dichiarato che può rientrare nel genere commedia, Elio Germano lo descrive così; “è un film sulla rivendicazione della fragilità”, e riteniamo che in questa frase sia racchiuso il significato ultimo dell’intero film.
Di Francesca Vennarucci. Da filmforlife.org

Si spengono le luci in sala e sullo schermo comincia un montaggio vorticoso di immagini con l’invadente primo piano di un occhio truccato e una melodia orientale incalzante ci porta subito nella dimensione tipica dei film di Ferzan Ozpetek, il regista che ha elegantemente introdotto nel cinema italiano quella magia e suggestione del suo paese, la Turchia, lasciando però intatta l’identità nostrana. Un film ricco di citazioni e omaggi, a partire proprio dall’inquadratura dell’occhio che a molti ricorderà l’indimenticabile finale della scena della doccia in Psycho, oppure l’occhio dei titoli di testa del thriller Cape Fear – Il Promontorio della Paura di Martin Scorsese. Elio Germano è Pietro, un ragazzo siciliano che si trasferisce a Roma per realizzare il sogno di diventare attore, ma per il momento fa il pasticcere fin dalle prime ore del mattino. Insieme alla cugina, interpretata dalla simpatica Paola Minaccioni, Pietro trova una casa d’epoca molto bella nel quartiere Monteverde vecchio e non ci pensa due volte a trasferirsi e restaurare ogni stanza per cominciare la sua nuova vita. Dopo pochi giorni però scopre che non è da solo in quella casa enorme, che nasconde segreti, tradimenti e arte. Nel cast anche l’attrice di teatro Anna Proclemer, Beppe Fiorello, Margherita Buy, Claudia Potenza, Andrea Bosca, Vittoria Puccini e Cem Yilmaz che danno vita a questo film corale, dal sapore elegantemente retro. Il gruppo di fantasmi che disturba la permanenza del giovane Pietro è la compagnia teatrale Apollonio,  imprigionata in quella casa molti anni prima, senza sapere perchè e il nome del responsabile che li ha traditi. C’è un mistero da scoprire.
Le caratteristiche principali della poetica di Ozpetek sono presto ritrovate, dall’elemento gastronomico con un’inquadratura di una tavola imbandita nei primi minuti del film, alla presenza del tema della diversità e omosessualità, fino alla colonna sonora dalle note tutte orientali e una coralità che rende ogni personaggio protagonista della storia a suo modo. Questa volta non siamo però in zona Ostiense con il gazometro alla finestra, ma a Monteverde, un quartiere perfetto per raccontare e mettere in scena una storia in bilico tra presente e passato e, oserei dire, tra realtà e finzione. “Ma quale finzione, questa è realtà” è la parola d’ordine del gruppo di fantasmi con cui Pietro si ritrova a dividere la sua casa e il film si basa proprio su questo, la ricerca da parte del protagonista di una sua realtà, una sua identità che ancora non ha trovato poichè risucchiato dalla sua solitudine ed estrema sensibilità. La magnifica presenza è in fondo il Pietro reale, nascosto e soffocato dalla sua paura di amare, vivere, rischiare e l’incontro con questo stravagante e datato gruppo di artisti degli anni  30, sconvolge la sua vita ma anche le sue convinzioni, aprendo una piccola finestra su un mondo che, per quanto irreale possa essere, dona a lui la realtà e il coraggio di andare avanti e sistemare le cose.
Il pregio più grande del regista in questo caso, è stato saper rendere una storia intensa e coinvolgente sotto tutti i punti di vista, alternando parti comiche, riflessioni su temi importanti come la crisi o la paura dello sconosciuto e del diverso, mescolando dall’inizio alla fine la leggerezza con l’intensità, senza eccessi o forzature. Una commedia drammatica corale che trasmette il fascino degli anni passati, nonostante sia ambientato nella Roma di oggi, anche grazie ai farzosi look di questi personaggi e il trucco forte che li caratterizza, intrappolati in un luogo e in un tempo che non gli appartiene, proprio come si sente Pietro che non è padrone della sua vita ma è trascinato dagli eventi e si crea una sua realtà (il presunto fidanzato Massimo che in realtà quasi non lo conosce). Magnifica Presenza respira quei ritmi frizzanti e scherzosi di Mine Vaganti, quel mistero e curiosità di Cuore Sacro,e il ritorno al passato di La Finestra di Fronte con una colonna sonora che è vera protagonista della storia, sottolineando passioni, paure, e sentimenti dei personaggi che fanno parte di questa bizzarra avventura in una Capitale diversa e surreale, in cui le trans confezionano cappelli nei sotterranei e conoscono ogni informazione come una sorta di mafia locale. Il cast, molto ricco e adatto ai ruoli previsti, vanta della straordinaria partecipazione di Anna Proclemer, famosa attrice di teatro, che ha un ruolo breve ma fondamentale con un faccia a faccia molto emozionante e incisivo con il giovane Pietro, che è reso egregiamente da Elio Germano, spaurito, ingenuo e sensibile.
Di  Letizia Rogolino , Da newscinema.it

La verità pacifica il passato, liberandolo da un’incompiuta cristallizzazione. Nella metafora di “Magnifica presenza”, film dedicato a diversi nomi, un album del Risorgimento viene completato proprio grazie ai fantasmi, i quali finalmente se ne vanno lasciando in dono la figurina numero uno, la più difficile da trovare: quella di Giuseppe Garibaldi. Dall’Unità all’oggi, passando per il buco nero del Ventennio, Ferzan Ozpetek – oltre che regista, sceneggiatore insieme a Federica Pontremoli (già collaboratrice di vari cineasti, specialmente Nanni Moretti) – sintetizza anche alcune sentenze politiche. Avendo queste come riferimento, il privato della solitudine e della casa sono le condizioni di accesso ad un’altra dimensione che, al confine tra sonno, specchi e svenimento, consiste in un salto indietro nel tempo. Protagonista ne è un personaggio semplice, timido e puro, che ha avuto un padre contrario alle sue aspirazioni.
Con un gusto barocco per contesto e figure di contorno, l’omosessualità si conferma tematica narrativa costante dell’autore italo-turco, qui attraverso un giovane dall’orientamento sessuale indefinito (“non riesco ad essere gay, figurati se riesco ad essere eterossesuale”), un innamoramento maschile vissuto come fissazione, un trans dalla sensibilità complice, un attore attivo sotto il Fascismo e quindi obbligato alla rimozione delle proprie tendenze.
Disseminata qua e là di felici istantanee d’ilarità (la battuta sul sesso “braille”, i fornai-migranti che continuano a lavorare a testa bassa senza ascoltare il collega, la spiegazione dell’attuale momento storico), questa nona opera di Ozpetek si presenta come la migliore sintesi tra il suo cinema d’autore e popolare dai tempi de “Le Fate ignoranti”. Ed è un omaggio alla rappresentazione scenica (“solo l’Arte sopravvive” dice Anna Proclemer, nel racconto collaborazionista delle forze occupanti naziste contro la propria compagnia teatrale, nella realtà una delle stelle classiche del firmamento del mondo dello spettacolo) dove, specificando che “il trucco è l’inizio di tutto”, si chiude con la ripetuta parola “finzione”.
La frase:
“Cosa c’è di più reale di una reale finzione?”.
Di Federico Raponi, da filmup.leonardo.it

A due anni di distanza dal grande successo di “Mine vaganti”, il regista italo-turco Ferzan Ozpetek continua nel solco della commedia con una pellicola in cui ironia e leggerezza si mescolano ad una sorprendente nota surreale. Sceneggiato da Ozpetek insieme a Federica Pontremoli, “Magnifica presenza” rappresenta innanzitutto un sentito omaggio alla magia del teatro (e, di riflesso, a quella del cinema), nonché una gioiosa celebrazione del mestiere dell’attore in parallelo con un’apologia del potere della recita, dell’artificio e della fantasia. Protagonista assoluto del film è Elio Germano nella parte di Pietro Pontechievello, un giovane aspirante attore di origini siciliane, omosessuale, naif e con una personalità tanto sensibile quanto fragile, che lo porta ad isolarsi dal mondo esterno e a rifugiarsi in illusioni romantiche prive di fondamento.
Se, da una prospettiva prettamente cinematografica, in “Magnifica presenza” si può individuare una vena onirica e semi-barocca dall’eco quasi felliniana, dal punto di vista dei motivi narrativi risulta evidente che Ozpetek si è posto sotto il nume tutelare di Luigi Pirandello: la Compagnia Apollonio, ovvero il gruppo di attori-fantasmi che abitano la casa di Pietro, riporta infatti alla mente i “Sei personaggi in cerca d’autore”, con l’immancabile dicotomia tra realtà e finzione che si riflette inevitabilmente anche nella vita quotidiana del protagonista. Il “gioco delle maschere”, tema squisitamente pirandelliano, viene esplicitato da Ozpetek attraverso la materializzazione di questa bizzarra compagnia di teatranti, che perfino dopo la morte portano avanti la propria missione: rendere onore alla sublime arte della finzione, su un ideale palcoscenico del quale Pietro è lo spettatore privilegiato (in quanto l’unico in grado di interagire con i fantasmi).
Ozpetek, tuttavia, complica ulteriormente il dualismo fra verità e recita, incastrandovi anche quello fra passato e presente e rievocando, come già ne “La finestra di fronte”, l’incubo del nazifascismo e le memorie del secondo conflitto mondiale. Il bravo Elio Germano, molto convincente in un ruolo che racchiude in ugual misura simpatia e tenerezza, si muove a proprio agio alle prese con questo gruppo di attori d’altri tempi (fra cui Margherita Buy, Giuseppe Fiorello e Vittoria Puccini), mentre Paola Minaccioni, nei panni della cugina Maria, si dimostra un’efficace spalla comica. Nel cast, va quantomeno citata anche la breve ma intensa partecipazione di un’autentica diva dei palcoscenici italiani, la quasi novantenne Anna Proclemer. La colonna sonora, che utilizza al suo interno diversi brani d’epoca, è composta da Pasquale Catalano
Di Stefano Lo Verme, da filmedvd.dvd.it

Ferzan Ozpetek è uno dei registi più riconoscibili e chiacchierati della cinematografia italiana (turco di nascita, oramai è stato adottato dal nostro Paese): i suoi film ruotano molto spesso attorno a un nucleo tematico quasi fisso – un gruppo di amici, quasi una famiglia, dai forti legami interni scossi da un evento drammatico improvviso, l’ambiente omosessuale, la Roma benestante – e a delle scene che si ripetono con costanza – il famigerato interno cucina.
Il suo ultimo film, Magnifica presenza, in uscita questo venerdì racconta una storia che ancora una volta si avvale dei suddetti elementi. La sinossi ufficiale restituisca la sensazione di trovarsi nel campo del già noto (non per questo di minor valore, però):
Pietro ha 28 anni, arriva a Roma dalla Sicilia con un unico grande sogno: fare l’attore! Tra un provino e l’altro sbarca il lunario sfornando cornetti tutte le notti. E’ un ragazzo timido, solitario e l’unica confusionaria compagnia è quella della cugina Maria, apprendista avvocato dalla vita sentimentale troppo piena. Dividono provvisoriamente lo stesso appartamento legati da un rapporto di amore e odio in una quotidianità che fa scintille. Ma arriva il giorno in cui Pietro trova, finalmente, una casa tutta per sé, un appartamento d’epoca, dotato di un fascino molto particolare e Pietro non vede l’ora di cominciare la sua nuova esistenza da uomo libero. La felicità dura solo pochi giorni: presto cominciano ad apparire particolari inquietanti. La casa è infestata da una compagnia di attori. Fantasmi”.
Il cast del film riunisce volti noti e meno noti al grande pubblico: Beppe Fiorello, Margherita Buy, Vittoria Puccini, Cem Yilmaz, Andrea Bosca, Claudia Potenza, il baritono Ambrogio Maestri e la grande teatrante Anna Proclemer.
Ma il vero protagonista è Elio Germano, in questi giorni in tv con la miniserie Faccia d’angelo, che così descrive la sua esperienza sul set:
“È stato un viaggio bellissimo e finalmente ho interpretato un personaggio diverso, incapace di indossare una maschera ma che preferisce la solitudine per coltivare le proprie passioni. E anche l’attore romano richiama il concetto di finzione pirendelliana. Oggi siamo costretti a nascondere dietro una maschera le nostre emozioni perché nella società la fragilità non funziona”.
Di Alessio Cappuccio, da spettacoli.blogosfere.it

Pietro (Germano) è un ragazzo di ventotto anni che, arrivato a Roma dalla Sicilia, tenta di fare l’attore mentre lavora di notte come pasticcere. Ha un carattere schivo, è sempre solo e ha poche occasioni per socializzare. Unica presenza nella sua vita è la cugina Maria (Minaccioni) con cui convive provvisoriamente e con cui ha un rapporto di amore e odio. Quando finalmente trova una casa dove andare ad abitare da solo, è euforico, non vede l’ora di cominciare a vivere la sua nuova esistenza. L’appartamento è mal messo ma bello, grande e già arredato con mobili d’epoca. Ha un fascino e un’atmosfera particolare, Pietro si sente a casa già dalla prima visita. Dopo una rapida sistemazione si trasferisce ed è allora che inizia a notare particolari inquietanti: oggetti spostati, strani rumori. Ben presto è chiaro che c’è qualcun altro che vive insieme a lui. Inizialmente Pietro non riesce a capire con esattezza: si tratta di figure misteriose, di sicuro eccentriche, visto che indossano vestiti estremamente eleganti e sono perfettamente truccate. Fino a quando queste magnifiche presenze diventano concrete e il ragazzo scopre che si tratta di una compagnia teatrale costretta da misteriose circostanze a nascondersi nell’appartamento… Da quel momento, non potrà che sorgere un cambiamento radicale della propria esistenza…
 “Con questo film – ha affermato Ozpetek – ho affrontato i massimi sistemi della vita con il tono della commedia e del surreale. Magnifica presenza è decisamente il mio lavoro più importante perché si è trattato veramente di sconfiggere molte paure ed insicurezze. E’ stato molto difficile, perchè mescolo paura, divertimento e dramma. C’è molto del mio mondo, ci sono argomenti seri, le persone che se ne vanno, l’accettazione della perdita, ma anche la verità per cui, da una cosa che fa piangere, può venir fuori una risata, e viceversa”. “La cifra del mio personaggio – interviene Elio Germano – è la purezza cristallina, la fragilità, una sensibilità quasi esasperata. Pietro è una di quelle persone disponibili che non hanno intenti nascosti, che non sono mai aggressive o invadenti. Attraverso la sua solitudine, la sua alienazione, si racconta una società che accetta solo gente omologata, dove è difficile integrarsi”. Scritto da Ozpetekinsieme a Federica Pontremoli, collaboratrice storica di Nanni Moretti,Magnifica presenza vanta un cast variegato e di prim’ordine, a cominciare dall’eccellente Germano, continuando con Margherita Buy, Vittoria Puccini, Alessandro Roja, Beppe Fiorello, e poi un pezzo di storia del palcoscenico, ovvero Anna Proclemer. A proposito del protagonista Ozpetek ha dichiarato: “Elio Germano è stato una magnifica presenza della mia vita. Un regista s’innamora sempre perdutamente del suo interprete, mi era successo conGiovanna Mezzogiorno per la Finestra di fronte, e ora è accaduto con lui. Amo la sua innocenza contadina e il talento, è la prima volta che ci lavoro, ed è entrato nella mia vita come quando d’improvviso senti l’aria nuova della primavera e ti metti in maglietta”. La storia di una rinascita, in cui la forza del sentimento supera le paure più profonde, razionali ed irrazionali, per trovare una risposta nell’amore, nell’amicizia e nella solidarietà.
Da primissima.it

Pietro Ponte si stupisce, sorride e si spaventa. Pietro Ponte è un Acquario ascendente Gemelli e viene dalla provincia di Catania con l’ambizione di diventare unattore. Per concretizzare questo sogno e dare finalmente inizio alla propria vita, il ragazzo timido e fragile abbandona la Sicilia alla volta della capitale. Qui, nonostante le grandi aspettative, lo attende una realtà più complessa fatta di un lavoro notturno in pasticceria e di una cugina dalla vita sentimentale piuttosto burrascosa. Però, tra una serie di cornetti realizzati con perfezione maniacale e un amore costantemente assente, per Pietro sembra arrivare finalmente l’occasione giusta per affrancarsi dai legami famigliari e da una vita che non ha alcuna intenzione di accontentarlo facilmente. L’inizio della nuova era è rappresentato da un vecchio appartamento nel cuore di Monteverde, ma, varcando la soglia di quest’abitazione bisognosa di cure amorevoli, il giovane aspirante attore non sa di aver dato inizio a un’avventura umana al limite dell’incredibile. Qui, negli spazi di una casa apparentemente abbandonata, Pietro diventa il primo abitante di una terra di mezzo in cuipassato e presente riescono a dialogare grazie alla forza della memoria e alla disponibilità di chi ascolta. Spettatore privilegiato e testimone oculare, intreccia i suoi passi con chi prima di lui ha abitato quelle mura, ricostruendo così il percorso di un’umanità perduta per le cronache storiche ma ancora viva attraverso la grande “menzogna” del teatro. 
La differenza che passa tra un regista e un autore risiede soprattutto nella personalizzazione della propria visione. Partendo da questo punto di vista, in molti possono aspirare a essere degli ottimi tecnici ma veramente in pochi riescono a esprimere uno stile unico e riconoscibile al primo sguardo. Dopo molti anni di apprendistato presso registi come Massimo Troisi e una carriera ormai più che decennale, Ferzan Ozpetek può vantare, senza alcuna possibilità di smentita, di appartenere alla seconda categoria avendo costruito un gusto estetico e una qualità narrativa tanto personali da trovare le loro origini nel suo percorso privato e nelle suggestioni culturali che lo hanno accompagnato fino ad oggi. Il piacere del cibo, il gusto per la tavola imbandita, la convivialità che perfettamente si sposa con un’idea di famiglia allargata e l’importanza della memoria sono tutti elementi ricorrenti che, nel bene e nel male, hanno caratterizzato il suo modo di fare cinema. Un percorso che, ripetuto con una puntualità a volte un po’ assillante, negli ultimi anni ha ceduto alla tentazione di una facile autocelebrazione per poi riuscire con Magnifica presenza nel tentativo di rigenerare forme un po’ sbiadite e contenuti sempre meno efficaci. Così, pur rimanendo saldamente ancorato a un preciso immaginario e agli elementi basilari della sua poetica, Ozpetek costruisce un’avventura nostalgicamente emotiva capace di rintracciare nell’ambiguità dell’arte e nella fragile bontà di chi crede alle illusioni la forza per ravvivare un’attenzione troppo concentrata sulla perfezione dell’immagine.
In un costante rimando di riflessi tra verità e finzione, realtà e rappresentazione, il regista turco definisce i contorni di un palcoscenico in cui mettere in scena la rappresentazione della quotidianità, naturalmente divisa tra dramma e commedia. Così, racchiusi tra mura protettive e rassicuranti, i protagonisti danno corpo a un confronto tra vivi e morti in cui la memoria del passato e il richiamo del presente costruiscono le fondamenta di una messa in scena soprannaturale nella forma, ma decisamente umana nel contenuto. Un gioco, questo, cheElio Germano conduce con una naturalezza disarmante definendo il carattere di un giovane impermeabile alla malizia e per questo destinato a diventare una magnifica presenza per i fantasmi con cui divide l’appartamento. Smessi momentaneamente gli abiti da eroe del cinema socialmente impegnato, l’attore romano si arrende all’emozione e alla sua forza creatrice privilegiando l’uomo all’attore. E, pur facendo riferimento alla tecnica per modulare i toni, modificare i gesti e la postura, nella normale presenza delle debolezze e delle fragilità umane di Pietro riconosce gli elementi non da rappresentare ma da riscoprire prima di tutto in se stesso. Per questo motivo, più di una sceneggiatura efficacemente sintetica e una regia meno manierista, colpisce il suo volto costantemente pervaso da un’innocente apertura al mondo e ai suoi misteri. Specchio limpido e inalterabile su cui riflettere la follia degli uomini, il suo sguardo assume il doppio ruolo di narratore e spettatore, attraverso il quale è possibile assistere alla vite dei morti e credere ancora al dolce inganno dei sogni.
Di Tiziana Morganti, da movieplayer.it

Commedia horror con spunti drammatici o horror drammatico con spunti comici? Non proprio. Ozpetek si avventura su nuovi generi, aprendo con la paura delle case infestate, ma cercando subito la luce in fondo all’oscurità. Si tratta di un percorso insolito, eppure lo spirito del suo cinema pulsa più che mai. “MAGNIFICA PRESENZA”, infatti, mette in scena temi cari al regista: l’eleganza, la sregolatezza, la sensibilità e, ancora una volta, la bellezza del diverso. E non poteva nemmeno mancare la passione culinaria. 
Ci sono tutte le ossessioni a cui Ozpetek ci ha abituati nel corso della sua cinematografia, ma questa volta, come lui stesso ha dichiarato, si tratta del “suo film più complesso”. Spunti narrativi e personaggi da raccontare si duplicano e il regista di origine turca sconfina nel paranormale, partendo da toni gotici e trasformandoli a poco a poco in brillanti, per poi arrivare a temi più importanti come la necessità di non spegnere mai le passioni. Per traghettare questo messaggio incolla la sua macchina da presa su ELIO GERMANO, presente in tutte le scene del film e notevole nei panni del giovane sfigato siciliano, solo e pieno di difetti, ma anche puro. A supportarlo ci sono, tra gli altri, Beppe Fiorello, Margherita Buy, Vittoria Puccini e Paola Minaccioni: tanti personaggi a cui il regista riesce a dare spessore. 
Con un humour che strizza l’occhio anche a Woody Allen, “MAGNIFICA PRESENZA” ci offre una serie di scene memorabili in cui il cinema cita il cinema: tutti i provini di Germano – bravissimo a ‘dare di matto’ davanti a Daniele Luchetti (che nel film ha un cameo) – e un potente omaggio a Greta Garbo di cui è protagonista Vittoria Puccini, splendidamente illuminata da Maurizio Calvesi. 
Di Pierpaolo Festa Pierpaolo Festa , da film.it

Paola Minaccioni e Elio Germano in “Magnifica Presenza”
“Lo spunto per la mia storia risale a molti anni fa quando un mio amico mi confidò di aver avvertito strane presenze in un appartamento di un palazzo bombardato durante l’ultima guerra mondiale. Per scoprire poi che in quell’edificio si erano suicidate due donne”. 
Non è l’ispirazione dei lavori migliori per Ferzan Ozpetek, regista e sceneggiatore turco, che nel suo nuovo film “Magnifica Presenza”, in sala dal 16 marzo in 400 copie, rispolvera tutti gli elementi del suo cinema per raccontare una storia di amicizia e solidarietà tra fantasmi, o meglio una compagnia teatrale di fantasmi, l’Apollonio, e un giovane e sensibile pasticciere, Elio Germano, con il sogno di fare l’attore. 
“Un gioco di specchi tra passato e presente che si svolge sul confine labile tra finzione e realtà, due mondi che spesso si confondono”.
E il regista ci mette un po’ di tutto. Citazioni dai suoi film precedenti, un omaggio al teatro, il classico dramma esistenziale e, non poteva mancare, il caso medico da Grey’s Anatomy.
Il “melting pot”, è un film emotivo più che narrativo “Sono convinto che l’istinto riesca a vincere le paure più profonde, sia quelle razionale che irrazionali, e che l’amore dissolva ogni timore del cuore” dice il regista.
Sono stati evocati anche i fantasmi di Bunuel, Visconti, Fellini e soprattutto Pirandello. ”Ho voluto ispirarmi al suo Sei personaggi in Cerca di Autore per descrivere il dramma dei personaggi, le figure misteriose che abitano la casa, di non voler accettare l’idea di abbandonare il palcoscenico della vita”.
Ma a fare la differenza questa volta sembra essere proprio la “magnifica presenza”, per usare le parole del regista, di Elio Germano.
“In tanti anni non ho mai avuto un attore come lui. Lui è straordinario nella vita e nel lavoro. Amo il suo sguardo puro e il suo talento” ha proseguito Ozpetek.
E Germano, che nel film si muove intorno ad un cast ricchissimo, composto da Giuseppe Fiorello, Vittoria Puccini,Margherita Buy, Paola Minaccioni, ricambia con altrettanto entusiasmo. “E’ stato un viaggio bellissimo e finalmente ho interpretato un personaggio diverso, incapace di indossare una maschera ma che preferisce la solitudine per coltivare le proprie passioni. E anche l’attore romano richiama il concetto di finzione pirendelliana. Oggi siamo costretti a nascondere dietro una maschera le nostre emozioni perché perché nella società la fragilità non funziona”.
L’unico personaggio reale del film è l’attrice teatrale Anna Proclemer. ”Non amo i registi, soprattutto quelli teatrali che possono anche sparire e lasciarci liberi di lavorare con i nostri veri partner, il pubblico. Ma il cinema di Ozpetek è diverso, lui si innamora degli attorie e mi sono ritrovata ad amarlo a mia volta”.
Insomma il film si rivela un inno alla bellezza del nostro cinema e del nostro teatro per rivendicare ancora una volta la necessità di proteggere il grande patrimonio culturale dell’Italia. “ Siamo in un paese d’arte, conclude Ozpetek, basterebbe sfruttare tutte le nostre bellezze artistiche per poter vivere alla grande e non fare più nulla”.
Monica Straniero, da cinemaitaliano.info

La magnifica presenza del nuovo film di Ferzan Ozpetek è Elio Germano, il giovane attore sulla cresta dell’onda del cinema italiano (e non solo) che non sbaglia un colpo. Lo abbiamo visto nella miniserie Faccia d’angelo (prossimo appuntamento il 19 marzo sempre su Sky Uno HD) nei panni del boss della Mala del Brenta ed ora lo ritroviamo con il volto di un personaggio diametralmente opposto: in Magnifica presenza (nelle sale dal 16 marzo) è un gay fragile e insicuro. “Elio è sovrannaturale, un po’ come le presenze nel mio film – dichiara il regista di origine turca, ha dato al film una forza incredibile”. E non è finita qui, ad aprile lo ritroveremo in Diaz di Daniele Vicari, il film violento sul G8 di Genova che ha già fatto discutere al Festival di Berlino. “In un periodo di crisi come questo mi sento molto fortunato”, commenta l’attore dall’animo sensibile e capace di mantenere i piedi per terra (nonostante la Palma d’oro per l’interpretazione in La nostra vita), una virtù che hanno in pochi.Pietro e il sogno di diventare attore – Elio, in un certo senso, si potrebbe accostare al protagonista di Magnifica presenza. Pietro è un ragazzo di 28 anni solitario, fragile, sensibile che da Catania si trasferisce a Roma per realizzare il suo sogno: diventare un attore. Nel frattempo sforna cornetti. Il primo passo verso il cambiamento è vivere da solo, così si trasferisce in una casa lontana dalla cugina Maria (Paola Minaccioni). Quella casa però nasconde un tragico segreto. Dopo qualche giorno si palesano delle strane presenze: Filippo (Beppe Fiorello), Lea (Margherita Buy), Beatrice (Vittoria Puccini), Yusuf (Cerm Ylmaz), Elena (Claudia Potenza), Luca (Andrea Bosca) e il corpulento Ambrogio (Ambrogio Maestri), tutti vestiti alla maniera degli anni Trenta. Si tratta di fantasia o Pietro vede quello che gli altri non vedono? Ebbene, i coinquilini speciali facevano parte della compagnia teatrale Apollonio che prima della guerra furoreggiava e che dopo il 1943 fu costretta a interrompere gli spettacoli per un tragico incidente. Ora le loro anime vagano prigioniere della casa. Pietro sarà il loro salvatore o saranno loro a salvare Pietro?
Ozpetek : “Mescolo divertimento, lacrime e dramma” – Dopo il divertente Mine vaganti Ozpetek decide di toccare registri multipli, “questo è un film che mescola divertimento, lacrime e dramma, come è la vita”, dichiara il regista. È un omaggio al mondo dell’arte (il riferimento a Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello non è un caso), ma è anche un omaggio “alla diversità e alla fragilità – aggiunge Germano – viviamo in un mondo in cui tendiamo a nascondere le nostre debolezze e sensibilità perché ce lo impone una società cinica. Spesso dobbiamo metterci delle maschere per farci accettare. Pietro invece è un ragazzo che mette in primo piano le proprie passioni e la propria sensibilità, coltiva la solitudine senza badare alle conseguenze. Così come i fantasmi che sono vittime della propria passione”.
Di Emanuele Bigi , da spettacoli.tiscali.it

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