L’INTERVALLO



Primo film di finzione dell’apprezzato documentarista Leonardo Di Costanzo, L’Intervallo, presentato a Venezia e subito in sala con Luce Cinecittà in 21 copie, rappresenta forse una delle sorprese del festival. Semplice nel concetto e nell’impianto logistico – due soli protagonisti e, sostanzialmente, un’unica location – l’opera prodotta da Carlo Cresto-Dina per Tempesta con Rai Cinema e Amka films gode tra l’altro della fotografia di Luca Bigazzi (tra i più amati professionisti del settore, nel panel, tra gli altri, di This Must be the Place di Sorrentino), e della sceneggiatura diMaurizio Braucci, già al lavoro sullo script di Gomorra. 
Un ragazzo e una ragazza sono rinchiusi in un lugubre edificio abbandonato, in un quartiere popolare di Napoli. Lei è prigioniera, lui è obbligato dal capoclan a farle da carceriere. Sono giovani, ma fin troppo cresciuti. Veronica (Francesca Riso) scalpita, si ribella, si comporta da donna matura e spregiudicata. Salvatore (Alessio Gallo), timido e remissivo, pensa al quieto vivere e a portare avanti il suo lavoro. Col passare delle ore, la reciproca ostilità iniziale si trasforma in un rapporto di complicità e condivisione.
I due interpreti, giovanissimi e non professionisti, sorprendono per spontaneità e freschezza. Al festival sono intimoriti dall’attenzione che attirano e affrontano le domande della stampa con umiltà: “Mi è piaciuto fare il cinema – dice Alessio – ma non mi monto la testa. Se son rose, fioriranno. Intanto torno a fare il fruttivendolo”. Per Di Costanzo il passaggio alla fiction corrisponde a un viaggio dal realismo del documentario a una narrazione più rarefatta, basata anche su archetipi “che però – dice – non devono diventare stereotipi. 
Ci siamo chiesti spesso se la storia fosse credibile, ma poi abbiamo capito che non dovevamo rapportarci alla realtà o alla cronaca. Il canovaccio è reso valido dal richiamo al mito. Il rapimento della donna è una faccenda antichissima, pensiamo al ratto delle Sabine, a Elena di Troia. Del documentario mi porto però dietro i meccanismi e la metodologia: abbiamo fatto molti sopralluoghi e lavorato molto in laboratorio teatrale, preparavamo le riprese come fosse la prima di uno spettacolo. Ma volevo anche preservare la naturalezza dei protagonisti, per cui all’inizio non abbiamo usato la sceneggiatura e abbiamo girato tutto in teatro di posa. Poi ci siamo spostati sul luogo delle riprese e io contavo molto su questo passaggio, pensando che i corpi si sarebbero adattati naturalmente al nuovo ambiente. Ma facevo leggere il copione ai ragazzi molto rapidamente, poi glie lo toglievo e chiedevo loro di reinventare la scena”.
In un festival privo di grosse rivelazioni, L’Intervallo rappresenta una piccola sorpresa e certamente una boccata d’aria fresca. Sorprendono i due protagonisti, giovanissimi e non professionisti, che la mano ferma del regista guida con metodo acquisito da anni di esperienza nel documentario. E la trama semplice permette di concentrarsi sul rapporto umano che lega vittima e carceriere, che infine si trovano entrambi sulla stessa barca, come palesa una toccante sequenza ambientata su una scialuppa abbandonata.
Di Andrea Guglielmino, da everyeye.it

Veronica (Francesca Riso) eSalvatore (Alessio Gallo) “si sanno” solo di vista perché il quartiere è quello. Lei, sveglia e sfacciata, ha combinato qualcosa che ha indispettito un capoclan locale e per questo si becca una giornata di reclusione (e chissà cos’altro in seguito) in un edificio in rovina, fatiscente e abbandonato, circondato da un giardino incolto. Lui, umile e schivo, distribuisce granite, ma è stato prelevato suo malgrado per farle da carceriere fino a sera. Inizia così una strana e inattesa giornata di libertà, una parentesi per questi due adolescenti che sembrano già grandi e affrontano il mondo circostante proprio come quegli uccellini che sono abituati a vivere in gabbia e quando apri la porta non fuggono, neanche se hanno preso rabbiosamente a capocciate la griglia, perché fuori fa ancora più paura. 
Il Festival di Venezia trova la sua delicata e toccante ventata di novità nella sezione Orizzonti con L’intervallo, primo film di finzione firmato dal documentarista ischitano Leonardo Di Costanzo che ha lavorato anche alla sceneggiatura insieme a Mariangela Barbanente (L’Orchestra di Piazza Vittorio) e Maurizio Braucci (Gomorra e Reality). 
L’esperienza nel cinema del reale è sottopelle. Si vede dall’impiego della camera a spalla e dalla scelta di una fotografia non artificiale. Si vede dal lavoro sui testi in napoletano stretto e dalla direzione dei due attori, entrambi esordienti, cui si aggiunge un terzo protagonista, l’ex ospedale psichiatrico che fa da lugubre sfondo a questo incontro. Tra confessioni, racconti, giochi e viaggi della fantasia, lo spazio mostruoso e scheletrico della reclusione si trasforma infatti nella quinta poetica di un’egloga, offrendo una tregua, un’evasione, un intervallo all’asfissia delle logiche dei clan.
Anche il film, come i suoi giovani protagonisti, è un uccellino leggero e canta una piccola storia ambientata in tutte le Gomorre sparse per il meridione. E neanche un orecchio esperto capirà se si tratta di un canto di sfida o d’amore. Forse di sfida e di amore insieme.
Di  Ludovica Sanfelice, da film.it

L’intervallo inizia con una considerazione zoologica sulle diverse ragioni che spingono a cantare tipologie differenti di uccelli caratterizzati da un canto molto simile: “…così un canto di sfida può essere confuso con un canto d’amore”. Ed è per ragioni d’amore che forse sono spinte da una volontà di sfida, che Veronica si trova prigioniera in un ospedale abbandonato di Napoli simile ad un castello diroccato, guardata a vista da un altro recluso, obbligato con la forza a farle da carceriere per un giorno. I due ragazzi, impossibilitati ad uscire da quel luogo senza senso, vivranno una giornata di vacanza dalla quotidianità che li schiaccia.
Scritto appositamente per il cinema, senza basarsi su nessun testo di partenza, girato in fretta e modellato nei dialoghi e nelle inflessioni sulla lingua parlata realmente grazie al contributo e alle piccole improvvisazioni dei due attori protagonisti (scovati e allenati da mesi di “preparazione”), il film di Leonardo Di Costanzo ha il sapore dei prodotti grezzi ed autentici e la complessità visiva del più grande direttore della fotografia che operi in Italia: Luca Bigazzi.
Tra fondamenta allagate che paiono mari immensi, giardini trascurati che sembrano boschi colmi d’erbacce e piante non coltivate, rottami a non finire e saloni vuoti in cui solo detriti e calce fanno da mobilio i due ragazzi parlano, si odiano e si rispecchiano l’uno nell’altro fino all’inevitabile confronto finale con la ragione della loro reclusione. Nella favola scritta assieme a Maurizio Braucci non c’è consolazione, solo illustrazione, non c’è eroismo, nemmeno nascosto, solo sottomissione al sistema, per questo è uno dei film più coraggiosi in materia.
Per arrivare a questo la scelta del team di autori è di passare attraverso il dramma da camera senza mai avvicinarsi al teatro. Benchè in scena ci siano praticamente sempre solo due attori che parlano tra di loro,L’intervallo riesce a non rimanere ripiegato sulla parola ma con i continui cambi d’ambiente e il fenomenale apporto delle luci di Bigazzi, capaci da sole di raccontare uno stato d’animo, porta nuove idee e rinegozia il senso di ogni scena, in modo da rendere ogni momento superiore alle semplici battute che in esso sono pronunciate.
Nonostante rimanga un film piccolo, per volontà aspirazioni e umiltà, L’intervallo comunque riesce ad arrivare più lontano delle proprie aspirazioni in virtù di una coerenza, di un’onestà e di una fiducia nelle capacità dell’immagine che non sono frequenti.
Di Gabriele Niola ,da mymovies.it

La questione del reale, nel cinema, è da sempre spinosa. Ancor di più in un cinema italiano che è rimasto succube e abbagliato dagli splendori del neorealismo e che, per anni, ha tentato di replicarli fraintendendone la lezione. 
Allora poteva essere rischioso, sulla carta, il film d’esordio nella finzione di un documentarista napoletano che sceglie di raccontare la storia di due adolescenti – l’una prigioniera, l’altro guardiano – costretti da un boss del loro quartiere a trascorrere una giornata in un ex ospedale diroccato, in attesa che questi si presenti e si confronti con la ragazza per rinfacciarle un sgarbo inaccettabile. 
E invece Leonardo Di Costanzo sorprende e convince, con un film che scarta la più becera tradizione pseudo-documentaristica e abbraccia quel realismo tutto proteso verso le infinite possibilità del racconto (plausibile, ma anche fantastico) che sono proprie di film come, ad esempio, Reality di Garrone. 
L’intervallo (ed è il titolo stesso a suggerirlo) lascia che il portato sociale di realtà dei due giovani protagonisti, che il regista ha selezionato da un corso speciale da lui stesso organizzato, rimanga confinato all’esterno di una parentesi che, pur sentendolo riecheggiare, rappresenta una fuoriuscita dalla vita normale e la possibilità di un’esplorazione personale e reciproca altrimenti impossibile. 
Grazie anche alla scelta di una location inquietante e magnifica al tempo stesso (un ex ospedale psichiatrico in abbandono, luogo di peregrinazioni fisiche e metaforiche) e alla fotografia del solito, bravissimo Luca Bigazzi,Di Costanzo lascia infatti che sia il lato umano e intimo di Veronica e Salvatore – caratteri opposti, destini forse contrastanti, ma tante analogie – a risaltare ed esplodere. Lascia che si annusino, si scoprano, si piacciano dentro un mondo che il loro non è. E, così facendo, lascia che l’esterno viva nelle pieghe e nei riflessi. 
Non è un caso allora che i momenti più belli e toccanti de L’intervallo siano quelli in cui il sogno, la fantasia, la sospensione della realtà dei due protagonisti vengono abbracciati con entusiasmo forse infantile ma puro e poetico. Perché è lì che viene contenuto, anche, il dramma del ritorno ineluttabile ad una vita cui Veronica e Salvatore sono tristemente, e sempre coscientemente, predestinati. 
E così, ecco che il film di Di Costanzo dice più sulla camorra di tanti film che hanno preteso di raccontarla in modi solo apparentemente più espliciti e interni. 
Di Federico Gironi, da comingsoon.it

Un mistero tipicamente italiano. Leonardo Di Costanzo, documentarista napoletano amatissimo in Francia dove il suo lavoro è studiato e apprezzato, è pressoché sconosciuto in patria. I festival internazionali come Parigi e Nyon si contendono i suoi lavori, mentre da noi se ne ignora (quasi…) persino l’esistenza. Scritto in collaborazione con Mariangela Barbanente e Maurizio Braucci,L’intervallo è uno dei titoli italiani più sorprendenti degli ultimi anni. Nonostante alcune incertezze a livello di scrittura, il film, racconto di un breve incontro forzato all’ombra dell’asfittico sistema camorristico, è una ronde sospesa e incantata affogata nelle viscere tufacee di Napoli. Mimmo, un ragazzo appena adolescente, è costretto da un boss locale a sorvegliare in un enorme stabilimento disabitato la coetanea Veronica, rea di avere dato retta a un ragazzo appartenente a un clan rivale. Poco alla volta i due mettono da parte la reciproca diffidenza e iniziano a esplorare l’enorme costruzione vuota, dando vita a un gioco di complicità che il sopraggiungere del camorrista riconduce bruscamente alla realtà. Di Costanzo, rispetto ai patentati predicatori liberal, si distingue per il suo sguardo potente e pudico. Evita sermoni e si abbandona alla sensualità di un dialetto napoletano serrato e fascinosamente oscuro. La sua macchina da presa esplora con partecipazione i cunicoli dell’edificio abbandonato evocando i fantasmi della Ortese (il racconto riguardante la bimba morta) e Rossellini (i due ragazzi come un’escrescenza inevitabile dei protagonisti di Napoli 1943, episodio di Amori di mezzo secolo). Oggi, come allora, si vive e si resiste sottoterra. In questo senso il film di Di Costanzo sembra dialogare con il Bertolucci di Io e te e con L’estate di Giacomo di Comodin. E, come tutti i grandi cantori del reale, riesce a commuovere, convincendoci che il mondo, così come lo conosciamo, può anche scomparire per un momento e fare spazio ad altro. E, poi, raramente Napoli è stata filmata meglio in tutte le mille sfumature delle sue “cadenze d’inganno”.
Di Giona A. Nazzaro, da filmtv.it

Napoli. Salvatore ha 16 anni e vorrebbe fare il cuoco, ma per ora campa da ambulante, vendendo granite come papà. Un giorno però, lo scagnozzo di un piccolo clan della Camorra lo porta di peso in un enorme edificio vuoto, un ospedale psichiatrico abbandonato. Deve fare la guardia a Veronica, sedici anni pure lei, incastrata lì per un giorno intero per uno sgarbo che non ci è dato conoscere e che ha fatto arrabbiare un boss. La differenza tra i due è prima di tutto fisica: Salvatore è sovrappeso, impacciato, disponibile. Veronica è bella, scontrosa, sicura di sé. La giornata li avvicinerà pian piano, attraverso la scoperta di un linguaggio e di una sensibilità comuni. Ma all’arrivo della sera, bisognerà fare i conti anche con il boss, e nessuno dei due è sicuro di come andrà a finire.
L’intervallo è stata una delle sorprese positive del cinema italiano alla Mostra di Venezia: cinema povero, realista, tutto girato tra le macerie di un vecchio edificio e costruito sull’alchimia meravigliosa dei due giovani attori non professionisti (frutto di oltre due mesi di laboratorio con un “coach” teatrale). La vita grama incombe, ma nell’intervallo di una giornata assieme i due costruiscono un castello privato di fantasie (la grotta allagata che diventa il mare), aspirazioni (il desiderio di una professione), segreti (“se potessi decidere chi muore e chi vive chi salveresti?”) espressi con un candore facile da credere e da riconoscere, intarsiato di una cultura popolare (Harry Potter, L’isola dei famosi) che è territorio condiviso, ma della cui sterilità ultima – soprattutto in quel contesto – si è comunque consapevoli (non c’è gioia nell’imitazione di Veronica dei vip del reality show, anzi).
Il rapporto tra i due ragazzi, così ben delineato, è la linea di resistenza assediata dalla realtà dei gironi infernali della malavita, che alla fine riprendono campo, spezzando il sogno e il dialogo. Finale anticonciliatorio, che non vi sveliamo, ma che amplifica ulteriormente – non sgonfia – la dimensione mitica della giornata: dentro di essa c’è molto di quello che andrebbe tutelato della gioventù, e che ogni giorno se ne va.
Mi piace
La lezione del cinema neorealista italiano, per una volta, è interpretata a dovere
Non mi piace
Il film ingrana piano piano, anche troppo, e potrebbe perdere qualche spettatore per strada
Consigliato a chi
A chi cerca un ritratto non stereotipato dell’adolescenza
Di Giorgio Viaro , da bestmovie.it

“Un canto di sfida può essere confuso con un canto d’amore”
Questa frase, attribuita al personaggio maschile, Salvatore, è un po’ facile chiamarla l’incantesimo che spezza la routine, però è altrettanto necessario soffermarsi sulle modalità del film, su quell’ingenuo richiamo ai nostri sogni che possono sembrare qualcosa di impossibile. Solo il bisogno di esprimerli dà voce al pensiero conglobato nella mente di ognuno di noi. I due protagonisti recitano a soggetto un’esperienza come una sorgente di vita. Ragazzi, non attori (Francesca Riso e Alessio Gallo), scelti dal regista tra 200 volti della periferia di Napoli, messi davanti a una rappresentazione temporale e quotidiana ambientata nell’ex-ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi.
E’ il racconto di due adolescenti, Salvatore e Veronica, con due ruoli diversi imposti, ma in fondo accostati da un destino comune. Sono entrambi chiusi per ore all’interno di un edificio abbandonato, con il compito di sorvegliarsi l’un l’altro.
In realtà lei è la prigioniera e lui un improvvisato carceriere, su commissione del capo clan della zona, il boss Bernardino. Lui gestisce con il padre un chiosco di bibite, che gli viene sequestrato affinché possa occuparsi esclusivamente di lei; lei ha avuto la colpa di essersi innamorata di un membro del clan rivale, e per questo dovrà pagare forse con la vita la sua offesa.
Si fanno strani incontri, in questo film, anche se non è facile percepirli in un primo istante. Forse con Zavattini, nonostante lo script rimandi immediatamente a quel prosaico confronto tra due persone che Ammaniti ha raccontato nel suo “Io e Te” e da cui Bernardo Bertolucci ha tratto il suo prossimo film. C’è qualcosa di “Seduto alla sua destra” di Zurlini, il dualismo è meno aspro e violento, ma permane un’amarezza di fondo; c’è, senza ombra di dubbio, “Una giornata particolare” di Scola, almeno nell’apparente distanza che divide i due ragazzi, che non è però la stessa del film di Scola, quando la si sconfessa impunemente, ma con quel sentimento talmente forte da non poter essere più estinto.
Il “miracolo” di Leonardo Di Costanzo sta tutto nella capacità di elaborare un gioco di ruoli che, esibiti nel processo coercitivo di un ordine prestabilito da altri, sostiene ancora la purezza virginale della libertà di pensiero, della moralità interiore. A poco a poco lo spirito dei ragazzi rivela quel candore da bambini che il mondo esterno aveva omologato con la brutale scelta di adulti precoci. La diffidenza si trasforma in una sorta di allegorica complicità, dove potersi confidare paure, speranze e sogni, dove esibire, come nel caso di Veronica, una sorta di perenne sfida, di indomito coraggio, con la sorte che rischia di attenderla. Ecco allora che la forza di chi sottomette gli altri al proprio servizio trova come espediente un pischello di nome Salvatore, già vessato nel quartiere per la sua opulenta fisicità, e forse per questo più spaventato e codardo della sua “amica”.
L’altra “magia” è quella che fa dello squallore urbano un posto imprevedibile dove poter sognare. La fotografia dell’eccellente Bigazzi, così malsana, cupa e quasi metafisica, imprigiona i due protagonisti e, di fatto, gli stessi spettatori tra fondamenta allagate, giardini incolti, rottami e rifiuti.
Ma mentre non cambia la nostra percezione visiva dell’angusto spazio, per Salvatore e Veronica questa prigionia può anche sembrare un mare immenso dove lasciarsi trasportare a bordo di una barca, un Eden più che mai cancellato dalle mani dell’uomo, e dal vizio deforme di una società alla deriva. O magari un Muro, non certo ideologico, messo di fronte alle poche aspettative di una fuga incerta, come nella sequenza più bella del film, la lunga corsa di Veronica verso una libertà che non ha un futuro, oscurata com’è dal nulla.
Sono desideri che non si avvereranno, profezie di morte che qualcuno neppure teme, giochi di condivisione che non potranno esigere mai la stessa spensieratezza di altri coetanei. E’ un’intimità aggrappata alla speranza, che cerca di ristabilire il contatto complesso con il minimo consentito delle aspirazioni. Di Costanzo ha decisamente colto nel segno, supportato dalla sceneggiatura di Angelo Barbanente e Maurizio Brocci (già collaboratori di Matteo Garrone per il suo “Reality”).
Fin dal titolo, che rievoca la sospirata pausa di una giornata di scuola, spicca per la sua soggettiva inedita e temporale, dove tracima sullo sfondo uno scenario che è più inquietante di qualsiasi orripilante disarmo urbano.
Applaudito al Festival del cinema di Venezia, dove ha vinto ben sette premi collaterali e guadagnato gli onori di tutta la critica, è un film che al rigore stilistico sovrappone una spontaneità artigianale non comune. Fuori e dentro il cosiddetto gioco degli specchi.
Da filmscoop.it

Finalmente un film, a Venezia 69, che convince appieno. E, somma gioia, si tratta di un film italiano.L’intervallo di Leonardo Di Costanzo, passato nella sezione Orizzonti, bilancia perfettamente intenzioni e realizzazione, portando a perfetta fusione sguardo antropologico, interesse per la verità umana e autenticità espressiva. Col supporto in sede di sceneggiatura di Mariangela Barbanente e Maurizio Braucci, già coautore dello script per Gomorra, Di Costanzo racconta di un’adolescente, Veronica, tenuta in ostaggio e sorvegliata dal coetaneo Salvatore, che gestisce col padre un banchetto di granite e, per arrotondare, si è prestato a fare da carceriere alla ragazza per un’intera giornata. Le ragioni della prigionia della ragazza emergeranno un po’ alla volta, man mano che tra i due, dopo il rifiuto reciproco e la diffidenza, affiora una vaga solidarietà, come quella tra due bambini che riscoprono la dimensione della leggerezza dopo aver subito precoci disillusioni.
Il grande merito di Di Costanzo risiede innanzitutto nell’aver fatto tesoro delle sue esperienze in documentario per l’esordio in fiction. Del documentario l’autore conserva lo sguardo cauto, rispettoso e curioso, la registrazione del manifestarsi della realtà davanti alla macchina da presa. Pur lavorando stavolta su uno script ben definito, è evidente quanto Di Costanzo abbia “cercato” l’autenticità insieme ai suoi due giovani attori non professionisti, Francesca Riso e Alessio Gallo. Il dialetto è conservato per dare densità materica al suono della voce, che si trasforma essa stessa in veicolo e oggetto espressivo. Così come l’incontro/scontro tra i due ragazzi evidenzia un intenso lavoro di ricerca sul loro progressivo avvicinamento. E si apprezza una volta di più la capacità di parlare del nostro oggi non tramite pesanti evidenze, bensì tramite l’emersione di una spontanea verità dagli attori. E’ vero, si evocano i reality show e si costeggiano discorsi sulla “mala educazione” subita in un ambiente imbevuto di disagio e criminalità, ma tutto emerge tramite una naturale riscoperta della dimensione di gioco. Quella dimensione, per l’appunto, che è stata ferocemente sottratta ai due ragazzi, e che poco alla volta i due personaggi riacquistano insieme per il breve spazio di una giornata, evocando scenari della propria infanzia, confrontandosi su storie e leggende, e dando espressione a piccole grandi ambizioni personali. E’ un cinema sensibile, intelligente, estremamente essenziale nei suoi strumenti. Ma che dimostra la vitalità del nostro cinema quando è sostenuto da un vero sguardo e da una reale urgenza narrativa. Forse tra qualche anno vedremo Di Costanzo in concorso a Venezia. Già questa sua prima opera di fiction l’avrebbe meritato.
Di MASSIMILIANO SCHIAVONI, da radiocinema.it

Una storia di adolescenti dove gli adulti non ci sono o sono al di fuori, avvertiti come minaccia o come portatori di regole e consuetudini da rispettare.
La storia di Salvatore e Veronica, i quali, con le fattezze degli esordienti Alessio Gallo e Francesca Riso, vediamo fin dall’incipit rinchiusi in un enorme, fatiscente edificio abbandonato di un quartiere popolare, dove il primo, obbligato dal capoclan di zona, deve sorvegliare la seconda.
Una storia che Leonardo Di Costanzo, proveniente dai documentari e qui alle prese con il suo primo lungometraggio di finzione, racconta lasciando emergere i profili di due giovanissimi entrambi troppo cresciuti; con lei propensa a comportarsi da donna matura e spregiudicata e lui da ometto che deve badare al lavoro e alla tranquillità.
Due giovanissimi che ascoltiamo parlare di spiriti e vediamo giocare di fantasia con il poco che hanno a disposizione nel tragico, violento contesto di reclusione; al quale reagiscono l’una scalpitando e ribellandosi e l’altro, forse per paura, mantenendosi remissivo e accomodante.
Mentre provvedono soltanto i cinguettii fuori campo a disturbare la quiete in cui sono immersi, man mano che la loro ostilità, tra confessioni e scoperte reciproche, si trasforma in una inevitabile intimità.
Non a caso, è proprio l’affascinante ambientazione a rientrare tra i maggiori punti di forza dei circa ottantasei minuti di visione interamente costruiti sul lungo dialogo tra i due; quando non abbiamo occasionali interventi da parte dei pochissimi personaggi secondari. Ottantasei minuti di visione che, inizialmente tutt’altro che distanti dal modo in cui vengono sviluppati determinati spettacoli teatrali, si costruiscono interamente – e in maniera efficace – sull’attesa; risultando sostenuti superbamente dai due protagonisti, che il regista sfrutta a dovere riuscendo a evitare di far cadere l’insieme dalle parti di quello che sarebbe potuto apparire come l’ennesimo cortometraggio forzatamente dilatato a lungo.
Senza dimenticare il prezioso apporto della fotografia a cura dell’infallibile Luca Bigazzi, il quale, girando con macchina a spalla e senza luci aggiuntive, a esclusione di qualche necessario rinforzo nelle notturne, finisce per accentuare il realismo della situazione raccontata.
La frase:
“- Ma la terza media l’hai fatta?”
– “Come no, due volte”.
Di Francesco Lomuscio, da filmup.leonardo.it

Presentato a Venezia 2012 nella sezione Orizzonti proprio alla vigilia del suo debutto nelle sale, L’intervalloè stato una delle piacevoli sorprese della 69ma edizione della kermesse italiana, accolto in modo positivo dalla stampa presente al Lido. 
Esordio in un film di finzione per il documentaristaLeonardo Di Costanzo, il film prende le mosse da un pretesto semplice: due ragazzi rinchiusi in un edificio abbandonato, lei prigioniera, lui carceriere, obbligato a sorvegliarla dal boss del quartiere, al quale Veronica, questo il nome di lei, ha fatto uno sgarbo. L’iniziale diffidenza ed ostilità dei due poco a poco si smussa e sfocia in una complicità ed intimità che rende quel breve soggiorno forzato una pausa, l’intervallo del titolo, nella loro esistenza.
Si è a Napoli, ma il regista sottolinea che potrebbe essere ovunque. Non è infatti un film sulla Camorra, ma piuttosto sugli effetti che una realtà del genere ha su chi è costretto a viverla giorno dopo giorno, sulle imposizioni più o meno dirette che comporta. 
In una location affascinante, l’ex ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi di Napoli, non lontano dall’aeroporto di Capodichino, Di Costanzo si muove con sicurezza nel mettere in scena il difficile rapporto tra Salvatore e Veronica, dando vita e spessore allo script realizzato con Maurizio Braucci, già autore di Gomorra e Reality. L’esperienza del regista, seppur in un genere diverso come quello dei documentari, si fa sentire e L’intervallo è un’opera solida, coerente, che sa sviluppare con precisione la vicenda ed i suoi protagonisti, tratteggiando con affascinante delicatezza l’avventura di una giornata che i due condividono.
Ma sono i due giovanissimi protagonisti a reggere il film sulle loro spalle. Scelti nel corso di un laboratorio di recitazione improvvisata di tre mesi organizzato con il Teatro Stabile di Napoli,Alessio Gallo e Francesca Riso forniscono due prove attoriali di grande intensità e spontaneità, dando vita a due personaggi opposti, che in qualche modo incarnano la ribellione e la rassegnazione nella situazione che si trovano a vivere, ma più in generale nel contesto sociale in cui sono nati e cresciuti; due giovanissimi costretti a crescere fin troppo in fretta, lei con atteggiamento quasi da donna matura, lui con la calma pacatezza di un uomo che deve pensare al lavoro e le responsabilità, che trovano nella loro immaginazione e creatività una via di fuga, seppur momentanea.
Di Antonio Cuomo, movieplayer.it

La new wave del cinema campano colpisce ancora: dopo averci fatto conoscere di recente alcuni tra i registi più interessanti ed innovativi del nostro panorama cinematografico la spinta di quello che oramai potremo definire un vero e proprio movimento è ancora lontana dall’essersi esaurita. E così in questa stagione dopo aver fatto esordire Guido Lombardi con l’ottimo risultato di “Là bas” registriamo un’altra pagina di sorprendente vitalità che ci riporta in una terra, la Campania, strozzata dallo status quo malavitoso attraverso la storia di due adolescenti rubati per un momento alle consuetudini ed alle costrizioni di una quotidianità senza orizzonti. “L’intervallo” dell’esordiente Leonardo Di Costanzo è infatti la storia di un incontro, quello tra Mimmo e Veronica, due adolescenti costretti a condividere una giornata all’interno di un edificio abbandonato, ma anche il fermo immagine su un’ingiustizia sociale che il ricatto subito dai due ragazzini ad opera di un boss malavitoso sintetizza in maniera emblematica.
Come all’interno di un fortino Mimmo e Veronica si studiano e si mettono alla prova con la diffidenza di chi ha paura di mostrare la propria natura. A lui è stato rubato il carretto di granite con cui assieme al padre si guadagna la giornata e per riaverlo deve tenerla reclusa in attesa che il ras del quartiere ne decida le sorti. Disillusa e ferita Veronica gli si oppone con modi da sciantosa e con una dialettica da donna navigata, ma con il passare delle ore i contrasti si trasformeranno in un inaspettato cameratismo. L’argomento, impastato di bruciante attualità, e la tipologia dei protagonisti – degli umiliati ed offesi ancorché di giovane età – potevano appiattire le scelte del regista verso un immaginario forgiato ad immagine e somiglianza del ben noto film di Matteo Garrone(Gomorra,2008)oppure imbrigliare il film con la retorica del senso di colpa e dello sdegno necessarie a chi vuole lavarsi da qualsiasi responsabilità. “L’intervallo” invece pur mantenendo attaccata la spina con quel mondo e portandoselo dietro nell’evidenza di una gioventù costretta a diventare adulta troppo in fretta riesce a creare uno frattura che seppure temporanea – l’intervallo del titolo a questo si riferisce – consente ai due protagonisti di riappropriarsi del tempo perduto e nel contempo ad indicare la strada da cui deve ripartire. A dircelo durante la storia è il modo con cui Mimmo e Veronica si muovono e si relazionano, dapprima distaccato e scorbutico, fatto di reticenze e di indicazioni pratiche, di frasi che gli hanno appiccicato addosso e che servono solo a difendersi,successivamente aperto alla comprensione ed alle confidenze. I ragazzini che si fingevano grandi tornano ad essere ingenui e curiosi,ad indossare i grembiuli di una scuola che non è ancora finita. Ed è proprio in quella quiete prima della tempesta, a quelle ore che si trasformano in un regalo inaspettato che bisogna riportare le lancette della vita, per farne il punto da cui iniziare a ricostruire il futuro di una comunità che voglia ancora considerarsi civile.
Di Costanzo organizza il suo film su una costruzione drammaturgia apparentemente semplice ma in realtà complessa e stratificata: mettendo a sistema l’elemento spaziale – l’edificio vuoto ed inospitale così come il bosco adiacente ad esso, selvaggio e rigoglioso – con quello temporale – lo scorrere del tempo enfatizzato da un architettura fatiscente e dai cambi di luce che suddividono la storia in tre diversi momenti – immerge la storia in un senso di caducità che pesa sui personaggi e sulle loro azioni, conferendogli un alone di tragicità. Una tendenza quella dell’apparente semplicità che ritroviamo anche nell’utilizzo della matrice realistica, ottenuta con una recitazione aderente ma di sottrazione,in cui gli stati d’animo sono più spesso suggeriti che dichiarati, ricavati dal contrasto di luci e di ombre che caratterizza la prima parte del film, quella in cui all’incertezza sulla propria sorte si somma anche il disagio della convivenza forzata; oppure nella parte centrale, quando il film si sviluppa prevalentemente all’aperto e la luce del sole netta e decisa corrisponde allo scioglimento delle rispettive tensioni, quello in cui i due ragazzi si lasciano dietro il fardello delle proprie esistenze per offrirsi all’altro con rinnovata trasparenza. Ed ancora, nella capacità di far parlare l’ambiente con una composizione delle inquadrature che tiene conto del rapporto tra le figure e lo spazio, quest’ultimo sempre in dialettica con i personaggi mediante una frequentazione fatta di movimenti difficili, che avvengono in ambienti caratterizzati da passaggi stretti e poco illuminati, spesso desolati, chiaro indizio di una di una fatica di vivere che appartiene ai due protagonisti. Un cinema fatto di idee dunque e certamente aiutato dall’esperienza del regista, come l’Alessandro Comodin di “L’estate di Giacomo” attivo all’estero con documentari che si erano già occupati della condizione giovanile. Presentato nella sezione Orizzonti della 69 edizione della Mostra d’arte cinematografica di Venezia, “L’intervallo” ha vinto il premio FIPRESCI. A detta di molti meritevole del concorso ufficiale, il film di Leonardo Di Costanzo è senza ombra di dubbio uno dei migliori film italiani di questa stagione.
Di Carlo Cerofolini , da ondacinema.it

Finalmente la rivelazione. Da un apprezzato documentarista come Leonardo Di Costanzo (L’Orchestra di Piazza Vittorio, 2007; Cadenza d’inganno 2011) arriva L’intervallo ambientato tutto nell’arco di una giornata in un edificio abbandonato. Due personaggi occupano quasi completamente la scena: un giovane venditore di granite Salvatore (Alessio Gallo) che deve fare da carceriere a una coetanea, Veronica (Francesca Riso) rinchiusa lì dentro dal capoclan della zona.
Sospeso tra la luce e il buio, caratterizzato da una fotografia sporca, che nasconde anche dettagli nella penombra (il punteruolo per fare le granite, le 50 euro), L’intervallo è un film sull’attesa ma anche sull’illusione di una fuga non tanto fisica ma soprattutto mentale. Ecco così che fuori da un modo di filmare lo spazio che rifugge ogni teatralità, il luogo sembra allungarsi, estendersi, rivelare continuamente delle zone nascoste, mettendo frequentemente i protagonisti in una posizione decentrata, utilizzando anche la profondità di campo per mostrare, ancora più che attraverso le parole, la complicità che sta nascendo tra loro.
C’è certamente la mano del documentarista. Pur essendo scritti, i dialoghi sembrano rubati, afferrati proprio lì sul momento, alimentando spesso una tensione che si respira, una rabbia implosa, anche in una gestualità che può essere ricercata come nello schiaffo tra Salvatore e un uomo del boss. Ma al tempo stesso c’è dentro anche una dimensione quasi gotica, che fa sentire presenze fantasmatiche (la ragazza incinta che si è suicidata) o nello slancio straordinario dei due su una barca in cui lei finge di stare a “L’isola dei famosi”. Lì fuori c’è un altro mondo, quello della realtà. Lì dentro invece ce ne sta un altro, incantato e spettrale, dove il rumore dei passi rimbomba, dove si avverte quel vuoto attraente che sta sotto di loro. Di Costanzo riesce a farli convivere con sorprendente spontaneità grazie anche al magnetismo dei due giovanissimi interpreti Alessio Gallo e Francesca Riso, che sembrano catturare lo sguardo della macchina da presa anche quando sono distanti rispetto all’obiettivo e si può sentire la loro presenza anche se sono fuori-campo. E lì in quel buio, prima della notte, c’è tutta la loro proiezione (anche cinematografica) del loro desiderio. 
Di Simone Emiliani , da sentieriselvaggi.it

Dopo È stato il figlio, al Festival di Venezia – nella sezione Orizzonti – si presenta L’intervallo. Un filmche tratta, in maniera più o meno diretta, il tema mafioso. Lo sfondo non è però la Sicilia, bensì la Campania: dunque camorra e non Cosa Nostra. La città Napoli – forse, dato che è impossibile saperlo poiché la storia si svolge interamente in una casa abbandonata.
Una mattina, padre e figlio adolescente (Alessio Gallo) escono di casa pronti a vendere granite. Il figlio, poco dopo, si reca in una casa abbandonata, situata vicino al carretto dei gelati, dove incontra Veronica (Francesca Riso), sua coetanea. Perché sono lì? Di chi è quella casa? Lui deve curare lei e stare attento che non fugga. Perché? Cosa ha fatto?
Questa, in breve, la trama. Esordio alla regia di un lungometraggio del documentarista Leonardo Di Costanzo e un giudizio complessivo che può dirsi positivo. Il soggetto, in particolare, è alquanto interessante: la camorra esiste ma non si vede, e può coinvolgere anche un adolescente in azioni di sequestro di persona. Colpisce altresì l’empatia che il regista riesce a suscitare nello spettatore nei confronti dei protagonisti – che sanno benissimo in quale situazione si trovino, eppure non riescono a capacitarsene, quasi se ne sentissero estranei. In effetti il ragazzo – che nulla ha dello stereotipo del sequestratore camorrista – sembra vittima tanto quanto la giovane Veronica, ragazzina dal temperamento di fuoco. D’altronde – volenti o nolenti – la realtà camorrista esiste, ha le sue regole ed è un rischio cercare di affrontarla. Quello che maggiormente colpisce a proposito è il senso di omertà che aleggia nel racconto filmico: seppure in svariati momenti si potrebbe agire diversamente, si evita di decidere per timore di ritorsioni.
Il dialetto è un ulteriore elemento di realismo, che permette di calarsi alla perfezione nella realtà vissuta dai due adolescenti, descritta in maniera aspra e cinica dagli stessi in uno dei dialoghi più serrati dell’intero film.
Eppure qualcosa non convince del tutto. La lunghezza, ad esempio. Se è possibile interpretare il dilatamento temporale come un espediente poetico per far provare allo spettatore le stesse sensazioni di ore infinite e vuote che vivono i protagonisti, dall’altra il rischio è quello di appesantire la visione.
Gli applausi riservati a Di Costanzo alla fine della pellicola dimostrano apprezzamento per un autore valido, impegnato e dotato di comunicativa. Sicuramente questa pellicola è di buon auspicio per quelle che seguiranno.
Di  Lorenzo Bianchi, da persinsala.it

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