LA TALPA


Londra, 1973. Control, il capo del servizio segreto inglese, è costretto alle dimissioni in seguito all’insuccesso di una missione segreta in Ungheria, durante la quale ha perso la copertura e la vita l’agente speciale Prideaux. Con Control se ne va a casa anche il fido George Smiley, salvo poi venir convocato dal sottogretario governativo e riassunto in segreto. Il suo compito sarà scoprire l’identità di una talpa filosovietica, che agisce da anni all’interno del ristretto numero degli agenti del Circus: quattro uomini che Control ha soprannominato lo Stagnaio, il Sarto, il Soldato e il Povero. 
John Le Carré, prima di diventare uno dei massimi esponenti della letteratura di spionaggio, è stato dipendente del MI6 e ha effettivamente visto la propria carriera interrompersi a causa di un agente doppiogiochista al soldo del KGB. Di questa trasposizione per il grande schermo Le Carrè stesso ha dichiarato: “sono orgoglioso di aver consegnato ad Alfredson il mio materiale, ma ciò che ne ha realizzato è meravigliosamente suo”, e non potrebbe esserci verità più lampante e gradita. 
Meno rispondente, forse, al sapore del libro ricreato in sede televisiva trent’anni fa con un grande Alec Guinnes e il plauso incondizionato dell’autore, la Talpa di Alfredson soffrirebbe dentro qualsiasi schermo più piccolo di quello cinematografico. Perché è di un gran film che si tratta, di quel genere di film che è reso tale dalla perfezione delle parti e da qualcosa di più. 
Visivamente impeccabile -elegante e vivido al punto che si sentono l’odore della polvere sui mobili, il leggero graffiare del tessuto dei cappotti, il fumo delle sigarette, l’umido, i sospiri-, il film ha una delicatezza che non si direbbe possibile sulla carta, parlato moltissimo com’è, da attori dal peso specifico enorme (dei quali il recentemente oscarizzato Colin Firth è in fondo il meno impressionante). 
Lo Smiley di Gary Oldman è il più leggero ed immenso, col passo felpato e il cuore gonfio, non si sa se più fragile o più terrorizzante, impossibile cioè da “catturare” in un’impressione univoca. Qualcuno che confonde: un virtuoso del proprio mestiere di segreto ambulante. 
Ma il vero valore aggiunto del film, il tocco che quasi riscrive il genere di appartenenza di questa pellicola, è il suo cuore sentimentale, addirittura romantico. Trattenuto, imploso, mostrato per piccoli indizi, quasi fossero distrazioni, il sentimento amoroso (tragico ma vitalissimo) è ciò che scalda il film di Alfredson da cima a fondo: il punto debole che fa la sua forza, il dettaglio che fa la sua grandezza.
Di Marianna Cappi, da mymovies.it

L’anti James Bond si chiama George Smiley, è nato dalla penna di John Le Carré e ha l’aspetto di un anonimo e dimesso impiegato pubblico. In realtà Smiley, interpretato da uno straordinario Gary Oldman, è uno degli agenti segreti di maggior acume in forza al Circus (nome usato da Le Carré per indicare il MI6). Al posto di sfolgoranti smoking indossa un impermeabile sgualcito, soffre di disturbi alla vista e agli arti e l’unica donna che ha fatto parte della sua vita è l’ex moglie fedifraga dalla quale è separato da tempo. Ma dopo essere stato messo a riposo dal suo capo, l’enigmatico Controllo (John Hurt), l’indispensabile Smiley viene richiamato in servizio in maniera ufficiosa per scovare l’identità della talpa che da anni tradisce il Circus, il proprio paese e l’intero Occidente trasmettendo documenti e informazioni riservate al KGB. 
L’uomo giusto a cui affidare la regia dell’adattamento del romanzo focale di Le Carré è lo svedese Tomas Alfredson, maestro nella costruzione di atmosfere gelide che tre anni fa ha incantato il pubblico con l’incredibile Lasciami entrare. In La talpa il regista è costretto a superarsi visto che stavolta l’ambientazione in cui è calata la sua drammatica spy story non è solo catalizzatore di consonanze emotive con i personaggi, ma fa rivivere un’epoca di tensioni sociopolitiche, epoca in cui la guerra fredda ha paralizzato i contatti tra Occidente e Oriente e la moneta di scambio tra i centri di potere a capo dei due blocchi contrapposti è la fedelta all’una o all’altra causa. Per permettere allo spettatore di respirare l’atmosfera di quegli anni – il film è ambientato nel 1973, fase critica della guerra fredda – Alfredson riserva un’attenzione maniacale a ogni singolo dettaglio, dimostrando di non soffrire del confronto con la serie tv britannica di culto, in onda sulla BBC nel 1979, dove l’anonimo Smiley aveva il volto di Alec Guinness. Ogni inquadratura è studiata a fondo, ogni movimento di macchina è calibrato al millimetro per fotografare con accuratezza la Londra dei seventies. Scenografie, costumi, arredi e macchine d’epoca (tra cui la Deesse guidata dal personaggio di Cumberbatch) sono immersi in una luce grigiastra e crepuscolare, opera dell’ottimo Hoyte Van Hoytema. Efficaci anche le musiche di commento composte da Alberto Iglesias.
Nel costruire il suo film, Tomas Alfredson opera una serie di scelte registiche radicali e in parte anticommerciali. La trama de La talpa, complessa e intricata, si snoda lungo una continua alternanza tra presente e passato con ritmo lento e dilatato. Per più di due ore il pubblico aderisce all’indagine di Smiley, al suo metodo di analisi e alle sue interazioni coi colleghi. La dimensione spettacolare, tipica del genere, viene bandita a favore di una messa in scena puntuale e realistica dell’ambiente dei servizi segreti inglesi di cui vengono svelati i meccanismi di funzionamento. L’intento di Tomas Alfredson è quello di fornire uno spaccato di un sistema governato da leggi rigorose, al cui interno si muovono persone reali che non hanno niente a che fare con l’immagine stereotipata offertaci da tante pellicole dedicate agli agenti segreti. Grazie alle straordinarie perfomance che costellano il film, lo scavo psicologico sui personaggi risulta eccezionale. Incredibile come sempre il lavoro mimetico di un grigio Gary Oldman che si annulla in personaggio taciturno, riflessivo e sofferente. Il suo Smiley attraversa la pellicola in punta di piedi, come un fantasma vivente, e il suo volto coperto da pesanti occhiali da vista lascia trasparire un dolore trattenuto, ma ugualmente bruciante che appartiene al suo privato. Notevoli anche le perfomance di Benedict Cumberbatch, pilastro del film a fianco di Oldman, e Mark Strong, figure stoiche, portatrici di valori morali quali lealtà e spirito di sacrificio, dedite anima e corpo alla causa per la quale combattono tanto da rinunciare all’amore e all’amicizia per portare a termine la propria missione.
Di fronte al lavoro di un cast di eccellenza dove, daColin Firth a Toby Jones, dal giovane Tom Hardy al veterano John Hurt, tutti svolgono egregiamente la propria funzione, si comprende come la trama gialla che sottende il film funzioni perfettamente come chiave d’accesso a un mondo oscuro. Nonostante l’impegno intellettuale richiesto allo spettatore, chiamato a seguire i processi mentali di Smiley nella ricerca della talpa, non vi sono colpi bassi nei confronti del pubblico che riceve in tempo reale tutte le informazioni raccolte dal protagonista. Tutti i personaggi, in fin dei conti, non risultano altro che pedine di un gioco più grande e questo Controllo l’aveva già intuito incollando le foto delle cinque possibili talpe sulle pedine degli scacchi. Lo stesso titolo originale del film, e del romanzo di Le Carré, Tinker, Taylor, Soldier, Spy, è mutuato da una popolare filastrocca inglese per bambini. La politica è un immenso gioco sporco la cui posta in palio è la vita di coloro che vi sono coinvolti e la splendida e rigorosa pellicola di Tomas Alfredson non fa altro che fornirci l’ennesima dimostrazione di questa legge utilizzando il linguaggio cinematografico al suo livello più alto.
Di Valentina D’Amico, da movieplayer.it

“La prego, non realizzi il film del libro né un remake della miniserie TV. Esistono di già”. La richiesta di John Le Carrè è stata rispettata in pieno da Tomas Alfredson, chiamato a confrontarsi con il capolavoro dello scrittore britannico: La talpa arriva sul grande schermo, ed è una folgorazione.
Il regista svedese, già artefice del “piccolo” caso Lasciami entrare, si attiene scrupolosamente alla preghiera di Le Carrè (quella di non tentare l’inutile “traduzione”) e riesce nella straordinaria impresa di trasformare una spy-story in un trattato sulla visione. Per farlo, affida all’agente in pensione George Smiley (un Gary Oldman spaziale) una missione affascinante, al tempo stesso improba, dall’ambizione sconfinata: scoprire chi, tra i suoi vecchi colleghi di Circus (nome in codice dei Servizi britannici), sia il doppiogiochista al soldo di Karla (capo dello spionaggio sovietico), diventa il pretesto per dare inizio ad una danza, lenta e inesorabile.
Nessuna concessione allo spettacolo, esaltazione silenziosa di ogni singolo dettaglio, estetica della sottrazione mirata a ritrovare il senso più profondo, efficace, di ogni singola parola in ogni singolo dialogo, di ogni inquadratura o movimento di macchina, solo in apparenza saltuariamente accessori, o di raccordo: lo spettatore è invitato a compiere una scelta – in questo replicando, se si vuole, la situazione in cui si sono trovati gli sceneggiatori (Bridget O’Connor, Peter Straughan) e il regista al cospetto del libro, prima di concepire il film – ad accettare o meno l’invito, a scommettere o meno sulla propria capacità d’osservazione.
D’altronde Alfredson lo mette in chiaro sin dalla prima sequenza del film, con quella veduta dall’alto su Londra, che attraverso il carrello indietro svela ai nostri occhi che stanno osservando non “qualcosa”, ma qualcuno che osserva: capirlo alla fine del film, insieme all’epifania di Smiley, potrebbe essere troppo tardi.
Sorretto da un cast fantastico (Colin Firth, Tom Hardy, John Hurt, Toby Jones, Mark Strong,Benedict Cumberbatch, Ciaran Hinds e David Dencik) e da un ottimo lavoro sulle luci (la fotografia è di Hoyte Van Hoytema, sodale di Alfredson), il film è ambientato nel 1973, un anno prima che uscisse La conversazione di Francis Ford Coppola. Con il quale ha più di una semplice affinità: a buon intenditor, poche parole.
Di Valerio Sammarco, da cinematografo.it

Partire da un romanzo di John le Carré per una trasposizione cinematografica dall’inusitata eleganza formale, dall’atmosfera cupa e fumosa, in cui Tomas Alfredson si dimostra in tal senso come uno dei maggiori maestri (come anche nel bellissimo precedente “Lasciami entrare”), non fa altro che creare un’interessante quanto positiva premessa. “La talpa”, secondo il titolo italiano, ha dalla sua la presa del grande cinema di spionaggio dove tutto è filtrato e sussurrato, e in questo aiuta un cast di tutto rispetto, rigorosamente in parte, dove emerge la sommessa e misurata interpretazione di Gary Oldman nel ruolo dell’agente George Smiley. Dove convince meno è invece nella soporifera delineazione degli eventi, quando quella stessa eleganza formale si compiace della sua stessa eleganza, contagiandone il racconto, che per forza di cose deve rifarsi ai codici (esperienziali) dello scrittore, ex dipendente dell’M16.
Di questa trasposizione le Carré va orgoglioso, poiché Alfredson resta fedele al libro badando bene a non perdersi troppo nella verbosità dei lunghi dialoghi, che invece appaiono ben calibrati nelle loro pause appannate dai silenzi e dai rumori delle buie stanze in cui i personaggi ingegnano i piani e gli intrighi che lentamente condurranno all’unica verità. Non ci sono grosse esplosioni di violenza, né tantomeno di adrenalina. Al regista svedese interessano i personaggi, le loro relazioni, e soprattutto gli ambienti, chiusi e aperti (e quando sono aperti sembrano chiusi lo stesso, grazie alla notevole fotografia di Hoyte Van Hoytema), dove si relazionano muovendosi come pedine di un disegno più grande del loro.
Forse, per tutti questi motivi, il film non resisterebbe a più visioni, dimostrerebbe ulteriormente tutto il suo corollario demodé. Ma ci piace così, anche per apprezzare un cast di tutto rispetto che oltre a Gary Oldman mette assieme un mito della storia del cinema come John Hurt, il talento classicista di un premio Oscar come Colin Firth, i caratteristi Mark Strong, Jared Harris e il giovane emergente Tom Hardy. C’è da credere che ora, dopo tutta una serie di film che non sono andati oltre la Scandinavia e dopo il successo del precedente film (che in America ha generato un più che dignitoso remake), a Tomas Alfredson si aprano le porte di Hollywood, confidando sul fatto che il suo inconfondibile stile sia la sua arma più forte, e per questo inattaccabile (si spera) dal grande sistema.
Di Federico Mattioni, da filmedvd.dvd.it

Avete sentito parlare di film di spionaggio? Quando pensate a “La talpa“, però, dimenticate le scene eclatanti alla James Bond o Ethan Hunt che corre giù per i grattacieli come se nulla fosse, qui si tratta di una storia completamente diversa. Lo spionaggio non è solo azione, talvolta nel mondo del cinema si creano luoghi comuni, ma cosa succede nella dimensione della burocrazia e nelle menti degli artefici?
E’ quello che spiega Tomas Alfredson, tornato in sala dopo il successo di “Lasciami entrare“. Dall’horror allo spionaggio, il suo “Tinker, Tailor, Soldier, Spy“, titolo preso da una filastrocca britannica che si comprenderà a film avviato, piazza in prima linea un superbo Gary Oldman, che raggiunge forse l’apice della sua bravura, nei panni di un tormentato e silenzioso George Smiley. Insieme a lui c’è un cast davvero stellare a fare da contorno, basta solo leggere un paio di nomi per convincersi che bisogna vedere il film: Colin Firth, Mark Strong, Tom Hardy, John Hurt.
Siamo nell’Europa della Guerra Fredda: da una parte gli Stati Uniti, dall’altra l’Unione Sovietica, nel mezzo la Gran Bretagna. Gli agenti britannici del Circus sospettano dell’esistenza di una Talpa tra loro che comunica con i sovietici. Fresco fresco di pensione, l’agente Smiley viene richiamato ad indagare sulla questione, ritrovandosi così a fare i conti con un passato amaro.
Diciamolo fin dal principio: la sceneggiatura de “La talpa” non è impeccabile, anche perché svela praticamente all’inizio del film chi sia “l’intruso”, perfino l’occhio meno attento non potrà fare a meno di notarlo. Tuttavia, il film funziona perfettamente, anche con la mancanza delle scene d’azione alle quali ci hanno abituato, ormai da moltissimi anni, i consueti film di spionaggio. Qui è tutto diverso, l’agente Smiley medita in silenzio, ride poco, si limita a qualche battuta, è freddo e pensieroso, ha molti drammi interiori ma non li lascia trapelare, a prestargli il volto in maniera impeccabile, con una mimica immortalata nel più piccolo dettaglio, nella smorfia più impercettibile, è Gary Oldman, che ricorda per certi aspetti il Toni Servillo de “Il divo” che tanto piacque oltreoceano.
Attorno a lui, altri personaggi loschi e meno loschi, a partire da Mark Strong, protagonista del dramma da cui scaturisce il grande sospetto: quale, tra le persone con le quali hai vissuto insieme per anni, è la vera talpa? Difficile dirlo, perché niente è come sembra, e chi può saperlo meglio di una spia?
Tomas Alfredson ci conduce in un viaggio alla scoperta della risposta al fianco di un pacato Oldman, che si muove a passo lento tra le grigie strade di Londra, aiutato da una fotografia perfetta, opera di Hoyte Van Hoytema, ed i personaggi circondati da ambientazioni ricostruite con attenzione maniacale ai dettagli e dalle splendide musiche di Alberto Iglesias. Con tutta probabilità, il film non riuscirà a superare il romanzo di John Le Carrè da cui è tratto, ma il regista ha comunque compiuto un ottimo lavoro. Forse a risultare troppo “accelerato” è il finale che, dopo un cammino lento nel mondo dell’intelligence qua e là per l’Europa, corre troppo in fretta e si chiude velocemente, peraltro in maniera originale, dopo tanti drammi consumatisi, sulle note di una versione di “La mer” di Charles Trenet (un live di Julio Iglesias del 1976) assolutamente imperdibile.
“La talpa” fa apprezzare senza nostalgia anche il cinema che non offre azione spettacolare e grandi effetti speciali; il potere della mente del nostro agente Smiley e i suoi silenzi, sapranno comunque trasportarci piacevolmente in un mondo fatto di intrighi che, prima o poi, finiscono per sporcare anche l’animo più pulito.
Da cinezapping.com

In concorso al Festival di Venezia 2011, il film è uno spy-story tratto da uno tra i più importanti romanzi di John Le Carré, La Talpa.
Se si supera l’iniziale percezione di noia e di lentezza che pervade l’opera (seconda del regista svedese Tomas Alfredson), dove solo per arrivare ai titoli di testa passano una decina di minuti, questo film ci dà la possibilità di proiettarci nelle cupe e fumose atmosfere di una Londra anni Settanta. Il panorama è quello della Guerra Fredda. E alle rarefazioni dell’intuito nella ricerca d’indizi, sempre sfuggenti, si aggiunge una fotografia formalmente impeccabile che pare ritrarre i personaggi muoversi come dentro una partita a scacchi. In questo gioco, anche lo spettatore è una pedina di poco vicina alla verità in continua fuga. E paradossalmente gli spazi chiusi si misurano con quelli aperti in una partita che tende verso lo scacco matto. Se nei primi è la luce (a tratti cupa ad altri così forte da risultare rarefatta) ad opporci una visione totale, negli spazi aperti sono i giochi di sguardi e di movimenti a dirigere questa continua sensazione di fuggevolezza. Seppure privo di azione è un film carico di tensioni emotive.
…in un tweet: Un film da assaporare seduti su di un divano chesterfield tra un sorso di wiskey e un tiro di sigaro.
Di Katiuscia Incarbone , da duellanti.com

Inghilterra, anni 60, piena Guerra Fredda. Tra i servizi segreti al servizio di Sua Maestà si nasconde un traditore al soldo dei russi. La tensione tra mondo occidentale e l’impero comunista è allo spasimo, gli agenti delle rispettive fazioni tradiscono i rispettivi ideali per schierarsi con il nemico. Un continuo scambio di informazioni, uomini  e segreti, un ordito di doppi giochi e maschere quasi inestricabile mantiene in precario equilibrio una pace tesa sui nervi scoperti di due ideologie opposte e speculari.
Un agente in pensione, George Smiley viene richiamato in servizio per scoprire la talpa tra il “Circus”, i capi al vertice del Mi6, l’intelligence britannico e fermarne l’opera sovversiva.
  La Talpa è un glaciale affresco del mestiere dell’agente segreto lontanissimo dalle stravaganze pop dei vari James Bond. Il personaggio di Smiley viene modellato sulla grigia figura di Gary Oldman come un  dimesso e anonimo impiegato di un qualsiasi ministero. Acido e triste, metodico, trattenuto nelle movenze come mosso da solo da un’inerzia vitale , si nutre di sguardi e scartoffie, refoli d’eco provenienti dai corridoi del potere ove si imbastiscono le operazioni più segrete.
 Tomas Alfredson regista scandinavo autore dell’ottimo horror scandinavo Lasciami entrare (2008), si trova perfettamente a proprio agio nei cupi ambienti entro cui la storia si svolge, lasciando l’azione fuori campo e concentrandosi sullo scavo psicologico e sulle parole. La parola è l’unica cosa rimasta della Guerra Fredda, i racconti, le supposizioni di un concentrato di terrore paranoico che produsse più fantasmi che morti. Alfredson costruisce un diorama di piccoli uomini in interni, un formicaio tagliato longitudinalmente per osservare la vita dei burocrati dei segreti di stato tradirsi tra i cunicoli. Tra uffici spogli, decor anonimo, lo squallore del cervello dell’intelligence rivela squallore umano, crolla l’immaginario romantico dell’agente segreto, perde di fascino la spia ora più simile ad un ragno appallottolato in angolo sudicio immobile alla ricerca di una preda. La trama è complessa e richiede un supplemento d’attenzione allo spettatore, gli eventi sono totalmente narrati dai protagonisti poiché si tratta di un periodo storico ormai trascorso e sepolto, quello che rimane sono le interpretazioni. Spiegazioni e smentite, racconti e menzogne, flashback che smentiscono dichiarazioni, personaggi invisibili narrati come protagonisti. Dettagli rivelatori e lenti, mesti carrelli in interni fissano l’essenza della guerra da dietro le scrivanie in una lotta ipotetica e astratta avulsa dai fatti, più interessata a mantenere una propria ideologia del mestiere della spia piuttosto che difenderne una di stato.
  L’identità del traditore tutto sommato è solo un orpello in uno scenario in putrefazione, le ragioni del tradimento rivelano solo una disperazione slegata da qualsiasi realtà politica. La Talpa è un solido e raffinato thriller fuori tempo, astratto e sorretto da una capacità di messa in scena che si aggancia al film di genere rispettandone gli stilemi ma al tempo stesso rinnovandone l’immagine con taglio personale.  Direttamente dalla Guerra Fredda un film di ghiaccio dalla meticolosa ricostruzione storica della polverosa ambientazione anni 60. La fotografia grigia e desaturata come invecchiata precocemente, entra immediatamente in empatia con le dimesse vite degli agenti segreti formando un corpus omogeneo. Merito del direttore della fotografia Hoyte Van Hoytema che appoggia la sceneggiatura di ferro di Bridget O’Connor e Peter Straughan.
 John le Carré, al secolo David Cornwell era una spia, un agente segreto del Mi6 quando venne bruciato da  Kim Philby, una talpa annidata nell’organizzazione e al servizio del KGB che fece saltare la copertura a molti agenti britannici. Tinkler, Tailor, Soldier, Spy che si rifà ad una filastrocca dei bambini, pubblicato nel 1974 è di fatto una biografia dell’autore mascherata da spy story e l’opera più riuscita di le Carré. Lo scrittore  ha posto il clima del ruolo dell’agente dell’intelligence in primo piano rivestendolo di una patina untuosa di realtà altrimenti impossibile per narratori che non provenissero da quel mondo. George Smiley, il suo “eroe” e alter ego riassume su di sé il peso di una vita in controluce, dimessa e anonima, distante anni luce dall’immaginario che letteratura e cinema hanno proposto nel connotare la vita dell’agente segreto.  Dal romanzo, nel 1979 era già stata tratta una miniserie televisiva per la BBC di grande successo, diretta da John Irvin ed interpretata da Alec Guinness nella parte dell’agente George Smiley.
Uno dei migliori film dell’anno.
Da cinerepublic.film.tv.it

Presentato in concorso alla 68.ma Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia esce ora nelle sale italiane col titolo “La talpa” l’atteso nuovo lavoro cinematografico di Tomas Alfredson, già autore nel 2008 di una delle più interessanti pellicole horror del decennio passato: il delicato “Lasciami entrare”. Alfredson prende in mano questa volta il thrilleradattando per il grande schermo la spy story di John leCarré “Tinker Tailor Soldier Spy” ambientata nel mondo dei servizi segreti britannici dei primi anni 70. Lo sguardo del regista si posa delicato in ogni inquadratura con lenti movimenti di camera che fendono lo spazio e riportano il filone spionistico al più classico whodunit basato su parola e discorso, sull’intreccio e l’indagine. Dimenticatevi di feste sfarzose in lussuose ambasciate e lunghi inseguimenti e adrenaliniche sparatorie all’ultimo caricatore, non pensate di trovare spettacolari esplosioni adornate da un frenetico montaggio perché “La talpa” riconduce il genere alle sue componenti elementari dirigendosi nel più classico ed elegante dei sentieri riportando in vita i brividi regalati da grandi pellicole come “Intrigo internazionale”, “La conversazione”, “Va’ e uccidi”, “I 3 giorni del condor”.
La sceneggiatura, firmata da Bridget O’Connor e Peter Straughan (aiutati dallo stesso leCarré nel tentativo di donare anche a questa pellicola le tinte scure con cui era dipinto il romanzo) è un gioiellino di architettura drammatica – una storia che si costruisce nell’annodarsi di molte storie – che riesce a snocciolare l’intricatissima trama dell’intrigo internazionale attraversando differenti registri narrativi, un ginepraio che muove le vicende del film senza perdere di vista, anzi donando una squisita profondità alla ricerca degli angoli più neri dei personaggi: anime tormentate tutte e incapaci di provare un’autentica gioia. 
Il labirinto del Circus dell’intelligence britannica è tanto il contorto percorso che il protagonista George Smiley (Gary Oldman in una eccellente interpretazione) deve compiere per portare a termine il suo compito, scovare la talpa sovietica infiltrata nei massimi livelli dei servizi segreti, ma è anche un labirinto delle emozioni tra le cui maglie è facile perdersi in un mondo dove la parola “fiducia” ha perso qualsiasi significato. Assume, quindi, un tono universale questa novella nel momento in cui diviene una danza di dolori individuali, nel momento in cui tra l’impossibilità di fidarsi di qualcuno e la costante paura del tradimento ciascun personaggio si trova imprigionato nel cuore di tenebra della propria solitudine. 
Continue citazioni hitchcockiane si succedono nel corso della pellicola incasellando nell’immaginario classico le spie malinconiche di Alfredson: come la cinepresa si fa largo tra gli spazi così il regista penetra nel cuore della solitudine dei suoi personaggi, uomini dannati dalle scelte che hanno compiuto, incapaci e e senza possibilità di avere relazioni autentiche, persone cui non è permesso di fidarsi dell’altro. Sospetto, angoscia, un vuoto isolamento interiore è tutto ciò che resta nel grigio Circus dei servizi segreti britannici. O magari forse il ricordo di un tempo, che sembra lontano e già perduto, quando tutto era più semplice. La complessità dei suoi personaggi diviene allora il punto di forza de “La talpa” che ci restituisce il pesante, opprimente clima in cui si muovono.
Con un raffinato tocco estetizzante il regista svedese riversa nella pellicola non solo la sua lettura del conflitto freddo, ma anche dell’atmosfera di quegli anni senza mai cedere alla più semplice e stereotipata soluzione ricerca, scava e infine trova quel mood perfetto in cui si amalgamano tutte le parti: le musiche sottolineano, ma non dominano; i dialoghi indicano, ma non svelano; le scenografie mostrano, ma non ostentano. In un raffinato gioco d’equilibrismo Alfredson la spunta nuovamente e riesce a prendere in mano e rileggere sin dalle fondamenta un genere cinematografico oltremodo diffuso filtrandolo attraverso la sua peculiare sensibilità, che per natura lo porta a indagare tra le pieghe dell’animo umano in situazioni limite. Nuovamente Alfredson vince la scommessa riuscendo ad essere fedele alla sua linea anche nella prima grande produzione che si è trovato a gestire – con un cast di primedonne che rappresenta sempre un azzardo – e nel realizzare con “La talpa” un film intelligente nella stratificazione a più livelli delle possibili letture che consente allo spettatore di poterlo affrontare in maniere differenti a seconda delle sue competenze e dei suoi interessi.
Film non solo consigliato, ma addirittura necessario tanto per gli amanti del genere spionistico che per i cinefili tutti: Alfredson è magistrale nel montare e dipanare il complesso viluppo della storia da un lato, mentre dall’altro con un tono sommesso di sincero umanismo svela e empatizza per la solitudine e le debolezze delle sue spie; una piccola perla che illumina questo inizio d’anno cinematografico.
Di  Simone Pecetta, da ondacinema.it

Il genere spy story non passerà mai di moda, questo è certo. Se poi si parte dal best seller di uno degli scrittori più bravi e apprezzati, John Le Carrè, allora sì che si può stare tranquilli.
Londra, 1973. L’Intelligence inglese, nome in codice Circus, manda forzatamente in pensione gli ‘scomodi’ Mr Controllo (John Hurt) e Mr Smiley (Gary Oldman), a cui subentra una nuova generazione di agenti segreti. Quando ai massimi vertici del governo giunge la voce che nel Circus si sia infiltrata una talpa russa, l’incarico di stanarla viene assegnato al fidato Mr Smiley che, oramai fuori dall’Intelligence, può condurre le sue indagini senza destare sospetti. Gli intrighi, i giochi di potere e i continui sospetti porteranno Mr Smiley e la sua squadra a scoprire una scomoda verità.
Tomas Alfredson (“Lasciami entrare”, 2008) dirige con sapienza “La Talpa” riuscendo a dare un giusto e azzeccatissimo tocco british che fa molto bene alla pellicola. In questo è stato di certo aiutato da un’ottima fotografia, ma anche scenografia, squisitamente seventies.
Siamo decisamente lontani dai ritmi incalzanti e dal fascino dell’agente segreto inglese per eccellenza, James Bond, qui prevalgono le atmosfere cupe, opache, la solitudine, i sensi di colpa, non c’è spazio per i sentimentalismi. Il cast è stellare, daTom Hardy (Ricki Tarr) e Benedict Cumberbatch (Peter Guillam) alle ormai consolidate certezze come Colin Firth (Bill Haydon) o John Hurt. Una menzione speciale merita Gary Oldman, davvero perfetto nei panni dell’agente Smiley, la sua capacità di diventare freddo e impassibile difficilmente potrà essere scordata.
Di Domenica Quartuccio, da ecodelcinema.com

Centoventisette minuti di soffiate, manipolazioni, giochi e doppi giochi in una pellicola di genere così classica come non se ne facevano più. Nell’era di Jason Bourne tutto è frenetico: i registi si preoccupano di tagliare con l’accetta i dialoghi, posizionare tante macchine da presa ad ogni angolo del set e fare saltare gli spettatori dalla poltrona ogni cinque minuti. Al contrario “LA TALPA” (in originale “Tinker, Tailor, Soldier, Spy”) è una spy story più mentale che fisica. Impostata esattamente come una partita a scacchi, la pellicola – diretta daTOMAS ALFREDSON di “LASCIAMI ENTRARE” – posiziona le pedine nel corso della sua prima parte. Nel quartier generale dello MI6, in piena Guerra Fredda, si nasconde un alleato dei sovietici. Scovarlo comporterà alti prezzi da pagare. 
Una partita a scacchi che definire complessa sarebbe un eufemismo, dal momento che “La talpa” richiede che il serbatoio di attenzione di chi sta a guardare sia pieno per tutta la durata del film. Qualche dettaglio può facilmente essere perso per strada, ma non è grave: al regista interessa avvolgere totalmente lo spettatore, ricreando alla perfezione un’epoca buia. Per questo mette a punto una confezione ultra-raffinata con set che lasciano a bocca aperta e una fotografia che rappresenta esattamente i colori morti degli anni Settanta, avvolta da tanto fumo. La tensione non è sparata al centro dello schermo in maniera esplosiva, eppure eccola costantemente serpeggiare ai piedi dei protagonisti. 
GARY OLDMAN torna protagonista assoluto nei panni di George Smiley, una figura che sta all’opposto dei vari Bond. Quello creato dalla penna di Le Carré é un antieroe che si prende tanto tempo per pensare prima di agire, guidandoci all’interno di questo mondo e facendo uso di due armi: la calma e la mente con cui decifra i suoi interlocutori. E la prova dell’attore britannico è impeccabile, specialmente quando deve rappresentare il conflitto tra il soldato al servizio di Sua Maestà e uomo malinconico afflitto da una moglie fedifraga. La nostalgia è l’altro grande tema del film: nella Guerra Fredda ogni certezza è stata infettata dal dubbio, tutto è grigio e l’integrità è ormai storia vecchia. Tutti i protagonisti rimpiangono l’epoca del secondo conflitto mondiale, quando ogni schieramento era chiarissimo. 
L’assalto allo scacco matto arriva nel finale, ma niente a che vedere con sparatorie o esplosioni, piuttosto una resa dei conti in cui non c’è nessun vincitore. L’augurio è che il gran bel film di Alfredson potrà dare vita a un nuovo franchise sulle disavventure di Smiley.
Di Pierpaolo Festa , da film.it

Ai vertici dell’intelligence di Sua Maestà qualcuno fa il doppio gioco: iniziano a essere troppe, infatti, le missioni fallite. Per individuare la ‘talpa’ ci si affida a George Smiley, agente segreto britannico in pensione. Scaltro e diffidente, Smiley non potrà contare su nessuno se non se stesso.
Non chiamatelo James Bond, altrimenti potrebbe pure offendersi. Magari non proprio George Smiley – che è, come gli appassionati del genere sanno, un personaggio di fantasia – ma di certoJohn Le Carrè, maestro delle spy-story. La penna che, all’atletico donnaiolo 007 di Ian Fleming, ha contrapposto nelle sue opere sfingi assai più enigmatiche. Non fosse altro perché Le Carrè un agente segreto lo è stato per davvero e, proprio da una ‘talpa’ del Kgb, è stato fatto fuori dal giro. Insomma, ha avuto un bel coraggio il quarantaseienne cineasta svedese Tomas Alfredson(strappato all’oblio dall’horror gotico e vampiresco Lasciami entrare, datato 2008) ad accettare l’onere di dirigere cotanta pellicola, tratta da un best-seller da milioni di copie. E cotanti interpreti, aggiungeremmo: Gary Oldman, Colin Firth, John Hurt, Mark Strong e Tom Hardy, solo per citarne qualcuno. 
Tuttavia, non c’è presunzione ne La talpa (titolo originale Tinker, Tailor, Soldier, Spy, da una filastrocca popolare inglese). Lo si capisce subito, dalla maniacale cura, indice di rispetto, di ogni dettaglio. Che sia un vestito o un’automobile dell’epoca, persino il mobilio. Ma non c’è neanche timore reverenziale, nei confronti, ad esempio, all’omonimo serial, anche quello monumentale, che sotto la regia di John Irvin, negli anni Settanta – gli stessi dell’ambientazione delle vicende – aveva conquistato il piccolo schermo patrio. 
In soldoni, quello che conta è il risultato complessivo: “una creatura che vive di luce propria” per usare le parole del divo Le Carrè. Ovvero, le torbide avventure colate dagli equilibri geopolitici della ‘cortina di ferro’ mantengono un fascino immutato nei decenni, ma un po’ di farina del proprio saccoAlfredson ce la mette pure. Nitida la fotografia e al tempo stesso tetra, complessa (volutamente) la trama, fedele lo spirito del romanzo. L’anteprima mondiale del film è avvenuta lo scorso settembre, all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, e godibile è la colonna sonora affidata ad Alberto Iglesias. Allora, mettetevi comodi davanti il grande schermo e fate attenzione,La talpa, potrebbe essere chiunque. Anche lo spettatore che vi sta di fianco, scriverebbe Le Carrè.
Di Edoardo Trimboli, da film-review.it

I tre romanzi con Smiley per protagonista sono conosciuti come la “trilogia di Karla”,e sono considerati tra i migliori usciti dalla penna di John LeCarrè,creatore di bestsellers spionistici come Ian Fleming,ma agli antipodi,come risaputo,dallo stile e dalle ambientazioni dell’inventore di 007:da noi la traduzione di “Tinker,Tailor,Soldier,Spy”,romanzo uscito nel 1974,divenne “La talpa”,ed ebbe gran successo l’omonimo sceneggiato trasmesso nell’80 con Alec Guinness nei panni del dolente funzionario del controspionaggio che deve smascherare,tra gli amici e colleghi,colui che lavora in realtà per il KGB. Ne è stata fatta ora una versione per il cinema con un cast di alto livello,assegnata allo svedese Tomas Alfredson,che aveva raccolto consensi ampi con “Lasciami entrare”,ed in effetti era adattissimo per realizzare in immagini questa sceneggiatura.Tra le cose che colpiscono maggiormente de “La talpa”,versione 2011,oltre ad una conduzione attoriale che trae fuori il meglio dagli intepreti e in chiave di misunderstatement ne cava emozioni e reazioni forti,è l’ambientazione negli anni Settanta,diversa da quella che solitamente si capta nei film americani,più avvezzi a dare toni sgargianti e “sparati” a quell’epoca:questo 1973 è muffoso,grigio,i colori smorti ed i vestiti ordinari,la cena natalizia dei vertici del controspionaggio britannico con apice in un Babbo Natale con maschera di Lenin e l’inno russo cantato sarcasticamente da tutti i convitati non è lontana dalle cene sociali viste in “Fantozzi”. Le violenze lasciate fuori campo,con le conseguenze esposte,commentano drammaticamente la Gran Tragedia del Potere tra le due superpotenze,e uomini che commissionano o compiono delitti atroci sono infine esseri umani comunque vulnerabili nei sentimenti:l’unica cosa che li ferisce o li rende deboli,fa crollare il loro mondo o barcollare il loro sentire è la comparsa dell’Amore.Così come nel film vampirico che l’ha preceduto,il re dei sentimenti nel cinema di Alfredson è lo sconvolgimento di tutto,il suo stile non ha fretta,alla Eastwood trova il proprio ritmo al proprio interno,sapendo distribuire colpi di scena e crescita della tensione.Dopo anni da comprimario di lusso,finalmente Gary Oldman torna protagonista,cresciuto se possibile nella gestione di sè:gli basta mutare uno sguardo per descrivere un pensiero o un cambiamento d’umore del proprio personaggio,fragile e spietato,protervo e amaro.Intorno tutti bravi,con un applauso in più per quell’attore spigoloso e senza paura di concedersi a ruoli negativi quale sta risultando Mark Strong.
Di Will Kane, da cinerepublic.film.tv.it

Londra, prima anni ’70. Control (John Hurt), il capo del servizio segreto inglese, è costretto a dare le dimissioni dopo il fallimento di una missione in Ungheria che si è conclusa nel peggiore dei modi, con l’uccisione dell’agente speciale sotto copertura Prideaux (Mark Strong). Con Control se ne va anche il suo braccio destro George Smiley (Gary Oldman), che si vede costretto ad accettare un pensionamento anticipato. Ma il suo ritiro durerà pochissimo tempo. Smiley viene infatti convocato dal sottogretario governativo, che vuole affidargli una missione tanto delicata quanto segreta: c’è una talpa all’interno dell’organizzazione che lavora per i servizi segreti sovietici e deve essere smascherata. 
A quanto pare chi nel 2009 aveva elogiato quel piccolo gioiello di Lasciami Entrare e soprattutto il suo regista Tomas Alfredson aveva pienamente ragione. La conferma della bravura di questo cineasta è arrivata due anni dopo con il suo secondo lungometraggio: La Talpa, spy story ispirata al romanzo Tinker, Tailor, Soldier, Spy, scritto nel 1974 dal maestro del genere John le Carré. A dar vita a questa storia un cast che senza alcuna esitazione si può definire “degno delle migliori occasioni”, con nomi del calibro di Gary Oldman, Colin Firth, Tom Hardy, Mark Strong, Ciarán Hinds e Benedict Cumberbatch. Si potrebbe tranquillamente dire che con un gruppo di attori di questo calibro è praticamente impossibile non sfornare un grande film. Sarà anche vero ma non è certo solo ed esclusivamente su di loro che si appoggia questa pellicola. Quello che salta subito agli occhi de La Talpa, infatti, e la sua regia così decisa e al tempo stesso così delicata, in grado di regalarci in più di un momento sequenze straordinarie che riescono tuttavia a non prendere il sopravvento sulla storia. 
A voler per forza trovare una pecca si potrebbe dire che quest’opera non scorre sempre liscia come l’olio e presenta qualche calo di ritmo. Ma si tratta pur sempre di un minuscolo dettaglio, trascurabilissimo all’interno di un film che riporta alla mente, senza ovviamente farlo rimpiangere, il miglior cinema di genere realizzato a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 e che presenta una messa in scena e una cura per dettaglio che sfiorano la perfezione. E se tutto questo non dovesse bastare aggiungeteci anche un protagonista da standing ovation. Chi, troppo frettolosamente, si è limitato a definire Gary Oldman un semplice caratterista dovrebbe guardare questa pellicola ed esibirsi in un “mea culpa” colossale. Il suo Smiley è un concentrato di emozioni latenti che sembrano perennemente sul punto di esplodere. Una prova d’attore che non può lasciare indifferenti, unita ad una cornice di gran classe, come non se ne vedevano da tempo ormai.
Da cinedelia.blogspot.com

“La talpa”, il nuovo film del regista svedeseTomas Alfredson, arriva oggi nei cinema italiani dopo la presentazione alla 68ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Veneziadove è stata presentata in concorso, raccogliendo un notevole riscontro da parte di pubblico e critica. Tratto dal romanzo di John le Carré “Tinker, Tailor, Soldier, Spy”, nome adottato anche dallo stesso film nella versione originale, porta sul grande schermo un’intricata storia di spionaggio già apparsa sulla TV britannica grazie alla miniserie con Sir Alec Guinness nel ruolo di George Smiley, il disincantato membro dei servizi segreti inglesi con una propensione per le strategie piuttosto che per le azioni.
Oltre ad Alfredson, per la prima volta alle prese con un film in lingua inglese e conosciuto dal grande pubblico per il successo dell’horror intimista “Lasciami entrare” (Låt den rätte komma in) del 2008 e a un Gary Oldman in grande spolvero per uno dei personaggi più riflessivi della sua intera e lunga carriera, il film gode di un cast di nomi illustri della scuola britannica. Al fianco del premio Oscar Colin Firth ci sono infatti John Hurt, Mark Strong, Toby Jones e Stephen Graham, solo per nominarne alcuni; nomi che giocano sapientemente con gli intrecci e gli intrighi che si susseguono durante le due ore abbondanti di pellicola.
In piena Guerra Fredda l’agente George Smiley (Oldman), richiamato dall’Intelligence britannica, è alle prese con una nuova missione: scovare la talpa che si nasconde tra i pezzi grossi dell’agenzia, analizzando le sue mosse e bloccando i suoi contatti. Una volta stretta la cerchia dei possibili colpevoli, Smiley dovrà affrontare un compito difficile: svelare il nome della spia, senza rimanere travolto da un passato fatto di amicizie e vecchie rivalità.
Bastano pochi minuti per capire la veraessenza de “La talpa”: un film esteticamente impeccabile, valorizzato da magistrali scelte tecniche da parte di Alfredson che riporta in vita gli anni Settanta dell’ambientazione con una cura dei dettagli quasi maniacale. Un mix intelligente che riesce a bilanciare gli elementi portanti del genere spy con la forza impetuosa dei sentimenti, dirompenti ma al contempo nascosti sotto il velo di disillusione diGary Oldman che si rivela il miglior interprete grazie alla sua interpretazione razionale e compassata.
In 127 minuti, pochi rispetto agli intrecci del romanzo di Le Carrè, Alfredson dona nuova linfa vitale a un coinvolgente ritratto vecchio stile di un’avvincente storia dal ritmo serrato, incalzante, che lascia incollati sulla poltrona fino ai titoli di coda. Un prodotto di qualità dunque, che non può lasciare indifferenti gli amanti delle storie che lasciano col fiato sospeso; diverso probabilmente il parere degli estimatori dell’originale, a causa di un’inevitabile taglio dei tempi e di licenze poetiche che differiscono dal romanzo.
C’è molto altro dietro a “La talpa”, che esula dall’importanza di far fuori la serpe in seno: sono altri i giochi di potere che mirano a dirigere una nazione. Come in ogni partita di scacchi, bisogna essere pronti a sacrificare i propri pedoni per tenere in salvo il Re e, questo, Smiley lo sa e lo dimostra giocando al meglio i suoi pezzi più importanti.
Di Chiara Console, da diredonna.it

Un ex agente segreto britannico, George Smiley, durante la Guerra Fredda, viene incaricato da alcuni suoi superiori di scovare una talpa sospettata di fare il doppio gioco tra servizi segreti inglesi e sovietici. Dovrà investigare proprio tra i suoi ex-colleghi e cari amici, fino a scoprire l’identità sospetta.
Era stato prima trasposto come serial televisivo interpretato da Alec Guinnes negli anni ’70, il romanzo del grande scrittore di spy-story John le Carré. Adesso è stato trasposto per i grandi schermi in questa versione che lascia a bocca aperta in quanto a valore formale, estetico, narrativo e soprattutto registico da essa posseduto. Film di spionaggio solidissimo e avvincente fino all’ultimo minuto, “La talpa” affastella sequenze dal grande impatto visivo ed emotivo che vanno a mescolarsi ad altre più verbali ma comunque ricche di strategie politiche, alleanze e tradimenti, misteri e indizi da scoprire. L’osservazione, infatti, è uno degli elementi principali del film, sia da parte dello spettatore, extradiegeticamente parlando, sia da parte dei personaggi stessi del film, da un punto di vista diegetico. Del resto gli occhiali indossati perennemente da Gary Oldman sono un esempio lampante di questo, tanto che non li toglie nemmeno durante i suoi solitari bagni nel lago. In un’altra sequenza dal sapore estremamente poetico e delicatamente sentimentale (elementi che si ritrovano in maniera leggera e mai marcata in tutta la durata della pellicola, segnati da sguardi, piccoli gesti o frasi), il personaggio interpretato da Mark Strong parla dell’osservazione come della caratteristica peculiare degli uomini solitari, come sono quelli raccontati egregiamente in quest’opera, a partire ovviamente dal protagonista principale. Nonostante, infatti, la fitta rete di eventi, personaggi e rapporti interpersonali che compone questo grande puzzle narrativo, lo spettatore più attento, e ovviamente più osservatore per l’appunto, riuscirà a districarsi perfettamente, appassionandosi a ciascuna storia personale, ma soprattutto alla ricerca dell’identità della talpa.
Elementi decisamente rimarchevoli dell’opera sono, comunque, senza ombra di dubbio, la chirurgica e perfetta regia di Alfredson (al suo secondo lungometraggio dopo lo splendido “Lasciami entrare”, ma al suo primo lavoro in lingua inglese), che si muove egregiamente tra i grandi spazi e gli interni nei quali cattura dei primi piani imperdibili, soffermandosi poi su particolari anatomici di rilevante importanza come mani o piedi; la millimetrica sceneggiatura che non tralascia nulla e gioca abilmente tra passato e presente mostrando dei flashback al tempo stesso rivelatori ed emozionanti; e, infine, la recitazione complessiva di un cast da capogiro capeggiato da un Gary Oldman perfettamente sommesso e nostalgico, seguito dai commoventi Mark Strong e Tom Hardy, e condito da attori del calibro di Jon Hurt, Colin Firth, Benedict Caumberbatch (direttamente dal serial “Sherlock”), Stephen Graham (dal piccolo schermo di “Boardwalk empire”), Toby Jones, David Denick e Simon McBurney.
Da tenere d’occhio particolarmente tutta la sequenza che precede i titoli di coda, perché con la sola forza registica, senza far ricorso a dialoghi o voci narranti, riesce a raccontare un mondo decisamente particolare, con rigore e precisione, ma al tempo stesso con grande impeto. Notevoli anche numerose altre sequenze, che riescono a rimanere impresse, grazie ad un abile montaggio che le incastona in momenti altamente riflessivi, per poi lasciar spazio ad un’azione pur sempre realistica e decisamente poco fracassona. Spesso, infatti, è lo stesso efficacissimo montaggio ad assumere una potente forza narrativa, sostituendosi egregiamente alla parola, rendendo il racconto molto più maturo, poco immediato e mai banale. L’eleganza, la compostezza e lo stile, sono infatti i caratteri peculiari di questo film che comunque non lascia una sensazione di freddezza, riuscendo a comunicare un universo di sensazioni ed emozioni, difficilmente riscontrabile in questo genere di pellicole spionistiche, solitamente distanti da intense introspezioni psicologiche e racconti di profonda umanità. Insomma, la guerra è “fredda”, ma tutte le pedine che si susseguono nella partita decisiva (parlare di pedine tra l’altro non è affatto casuale come dimostra l’utilizzo delle stesse per contrassegnare i sospettati), nascondono una infinita sfaccettatura di toni e colori, così come viene splendidamente raccontato in questo coinvolgente, suggestivo e imperdibile film.
Di Alessandra Cavisi, da livecity.it

L’attesa è stata ampiamente ripagata. Il nuovo film di Tomas Alfredson, “La Talpa” – titolo originale “Tinker, Tailor, Soldier, Spy” – è assolutamente da non perdere. Basato sul romanzo omonimo di Jon le Carrè, del 1974 e presentato in concorso alla 68esima MostraInternazionale d’arte cinematografica di Venezia, il filmha come protagonisti alcuni degli attori (britannici) più grandi del mondo: primo tra tutti, Gary Oldman, affiancato da Colin Firth, Tom Hardy, Mark Strong, Ciaran Hinds e Benedict Cumberbatch. Al romanzo fu anche ispirata una serie tv britannica famosissima in patria, andata in onda sulla BBC nel 1979, dove il protagonista era impersonato da Alec Guinness.
Siamo in piena guerra fredda,1973, aLondra. All’interno dei servizi segreti MI6 (gli stessi di 007) qualcuno sta facendo il doppiogioco, agendo indisturbato da anni come una talpa. Gorge Smiley (Gary Oldman), un ex-agente del MI6 in semi-pensionamento, viene incaricato di scovare la spia. I sospettati sono persone che Smiley conosce benissimo, o forse, credeva di conoscere.
Il talento di Alfredson è già noto agli spettatori per il film “Lasciami entrare” di tre anni fa, dove aveva saputo raccontare una storia intima ed emozionante, mascherandola da horror. Con “La Talpa”, il regista riprende l’atmosfera grigia e cupa del film precedente, ma sul campo si muove un uomo comune, che ci porta a rivivere i film polizieschi degli anni ’70, col suo impermeabile e gli occhialini per i disturbi alla vista e una moglie che l’ha tradito. Eppure Smiley è stato, ed è, uno dei numeri uno dei servizi segreti britannici e proprio a lui toccherà sbrogliare l’intrigo e scoprire chi sta mettendo in pericolo il Circus (così le Carrè denomina il MI6) passando documentazioni segrete al KGB.
Alfredson non trascura nessun dettaglio, dalla sceneggiatura alla fotografia, mettendo su uno dei migliori film di spionaggio degli ultimi 20 anni, scavando nella psicologia di tutti i personaggi, spostando l’azione in varie città del mondo (Londra, Parigi, Istanbul) mantenendo come fulcro attorno a cui ruota l’azione il personaggio di Smiley. Il plot è complesso, il ritmo all’inizio è lento e la pellicola sembra non decollare subito, forse penalizzata dal fatto che l’azione si snodi tra passato e presente, ma quando i fatti entrano nel vivo, allora il gioco del “chi è la talpa” appassiona gli spettatori e li fa affezionare a Smiley.
Che dire di Gary Oldman? L’attore si annulla per interpretare Smiley, diventa un’altra persona, taciturna, triste, riflessiva, così lontano dall’immagine del classico 007, ma anche così forte e furba, dedita al suo lavoro, forse unica fonte di vita dopo la delusione ricevuta dalla moglie. Assolutamente da Oscar. Correte al cinema, non potete assolutamente perdervelo.
Da contattonews.it

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