LA SPOSA PROMESSA



Una giovane donna, incinta al nono mese, muore; ma il bambino si salva. Quando, dopo poco, il marito rimasto vedovo pensa di risposarsi, forse in Belgio, sua suocera rimane terrorizzata all’idea di perdere il nipote, e inizia a spingere affinché la figlia minore prenda il posto che fu della sorella nella vita dell’uomo.
Se a questa trama aggiungiamo una cugina rimasta zitella che spera di accasarsi col vedovo e alcune altre piccole sottotrame, potrebbe sembrare di trovarsi dentro una soap opera. O, a esser buoni, in un feuilleton ottocentesco. Invece, siamo all’interno di una comunità ebrea ortodossa di Tel Aviv e, soprattutto, all’interno di un film notevole e sorprendente.
Esordio, seppur solo nella fiction, della regista Rama Burshtein, realmente appartenente alla comunità chassidica che racconta, La sposa promessa è un film che parla di tradizioni, di doveri, di come questi possano e debbano trovare nella conciliazione con il sentimento il modo adatto di perpetrarsi ed evolversi senza perdere radici né scivolare in un chiuso conservatorismo.
Perché se nello chassidismo è fortissimo il senso della famiglia (tanto tradizionalmente patriarcale quanto, nei fatti, anche matriarcale) e se è vero che sono le famiglie a proporre i matrimoni ai loro figli, sono questi stessi figli a scegliere di accettare o meno la proposta.
E il cuore di La sposa promessa sta tutto nel tormento della giovane protagonista Shira, lacerata dal conflitto tra il senso del dovere nei confronti della madre o della cugina e dei sentimenti che non prova ma che, in modo altrettanto conflittuale, arriverà a provare.
Rama Burshtein affronta e racconta questa storia con delle scelte formali e narrative sorprendenti ed encomiabili.
Visivamente, la regista opta per una profondità di campo ridottissima e un uso intenso dei primi piani, esasperando in questo modo il senso di comunità da un lato e la solitudine della protagonista davanti alle sue scelte. Ma, attraverso una mobilità morbida e soffusa, evita ogni rischio claustrofobico e riesce a donare al film un respiro insospettabile.
Sono però i toni e i modi del racconto, ancor di più di una notevole capacità di girare, a rappresentare la vera forza del film.
Lontana da ogni tentazione militante, in un senso o nell’altro, così come dall’attribuzione di un senso che non sia quello del sentimento e della sua complessa priorità, la Burshtein non prende posizioni e non fa proselitismi, ma racconta quasi documentaristicamente una storia plausibile e che non grida mai il suo dolore né esulta smodatamente per le sue gioie, e che a tratti aggiunge ad una misura non facile in una racconto tanto lacerante un sottile humor, le cui radici è facile immaginare.
La lacerazione di Shira, allora, diventa nostra, e si risolve con un dolore fruttifero, con nuove consapevolezze, accettando l’aumento fisiologico della complessità che ne diventa automaticamente risoluzione.
Se di conflitto si può parlare, per una volta in un film israeliano è tutto intimo e interiore. Ma che la soluzione sia nel seguire le ragioni del cuore senza egoismi e sfidando la paura, di sé e degli altri, forse qualcosa potrebbe insegnarlo anche alla politica.
Di Federico Gironi, da comingsoon.it

Nonostante non abbia ancora incontrato ufficialmente il suo futuro sposo, ma l’abbia semplicemente spiato da lontano, la giovane Shira Mendelman non potrebbe essere più ansiosa e felice all’idea di sposarsi; anche solo la prospettiva di cominciare una vita propria, di vivere le emozioni del corteggiamento prima e del matrimonio poi, è una ragione più che sufficiente per attendere impaziente che terminino i festeggiamenti per il Purim e cominci il rito ufficiale di fidanzamento. Nel bel mezzo del giorno di festa però, la sorella maggiore, incinta al nono mese, muore dopo aver partorito un figlio maschio e la vita dell’intera famiglia viene messa sottosopra. 
Già straziata dal dolore di aver perso la figlia, la madre di Shira adesso deve affrontare anche la possibilità di perdere il nipotino appena nato visto che la famiglia del fresco vedovo, Yochai, sta spingendo affinché egli si risposi subito con una ragazza che vive in Belgio. Come risolvere questa situazione apparentemente senza via d’uscita? Come fare in modo che questo terribile dolore possa in qualche modo essere attutito? L’unica soluzione è quella di proporre un matrimonio tra Shira e Yochai, ma prima bisogna convincere i due interessati e soprattutto la ragazza che dovrebbe così rinunciare a quell’idea romantica del matrimonio avuta sin da piccola.
Nonostante le differenze temporali e culturali, questo La sposa promessa della regista esordiente Rama Burshtein sembra quasi una storia alla Jane Austen, uno sguardo intimo sul mondo ebraico ortodosso, un mondo chiuso su se stesso in fondo non troppo diverso da quello più volte raccontato dall’autrice di Orgoglio e pregiudizio che anche in questo caso viene raccontato dall’interno, da una regista molto religiosa e spesso dedita a promuovere le espressioni culturali della comunità ultra-ortodossa.
E’ propria questa particolarità a rendere speciale il film, la grande attenzione e il rispetto di questa regista nel raccontare una storia che le sta evidentemente molto a cuore, una storia che in mano ad un qualsiasi altro regista sarebbe probabilmente diventata una critica tagliente e feroce ad una società che adesso appare anacronistica, ma che invece in questo modo si trasforma in una grande, anche se atipica, storia di amore di figlia, sorella e donna. Ad aiutare la regista nella sua piccola impresa tante convinventi interpretazioni da parte di tutto il cast, ma tra le quali spicca senza dubbio quella della esordiente Hadas Yaron, la cui Shira sprizza innocenza e dolcezza dalla prima all’ultima scena.
Di Luca Liguori, da movieplayer.it

Lo si può seguire standoci ben dentro, “La sposa promessa” (“Lemale et ha’halal”, Israele, 2012, 90’). O lo si può vedere da fuori, come in controcampo. Nella prima ipotesi, Rama Burshtein racconta una storia d’amore, per quanto ambientata in una dimensione culturale insolita. Nata a New York e traferitasi in Israele, la Burshtein appartiene a una comunità ultraortodossa chassidica: una comunità, racconta, in cui «viviamo pacificamente accanto ai nostri vicini laici. Noi non interferiamo nelle loro vite, e loro non interferiscono nelle nostre». Così, con questa separatezza netta, ha voluto scrivere e girare il suo film. I miei personaggi, sostiene, non vogliono fuggire dal loro mondo. Al contrario, vogliono rimanerci. E in quel mondo vuol rimanere Shira (Hadas Yaron). A diciotto anni, sta per fidanzarsi con un coetaneo. La morte per parto della sorella la mette però di fronte a un dilemma: fare come le suggerisce il cuore, o sposare il cognato Yochay (Yiftach Klein) e badare a suo figlio, come le suggerisce la madre? Non è obbligata a scegliere in un senso o nell’altro. Per quanto stia tutta dentro l’universo della comunità chassidica, rigidamente divisa tra uomini e donne e governata da un rabbino, la sua libertà è (o sembra) completa. E certo serena è l’atmosfera familiare, con un padre dolce e preoccupato della sua felicità. Visto così, “La sposa promessa” racconta dell’amore per Yochay che Shira pian piano costruisce. Attorno a lei vivono altri affetti e altri amori, ognuno incorporato nella totalità piena e calda della comunità e dei suoi riti. Che cosa potrà fare lei, se non cercare quella stessa pienezza? Solo così può intendere il proprio amore: come adesione al mondo separato in cui è nata e cresciuta. E solo così può intendere la propria libertà. D’altra parte, visto da fuori, il film racconta una storia non d’amore, ma di resa morale. Shira non sceglie, è scelta dalla propria appartenenza. L’alternativa sarebbe uscirne, affrontando con coraggio il rischio del vuoto. Naturalmente, nella scelta opposta, quella della pienezza comunitaria, c’è un altro pericolo, ancora più grave. A esso pare accenni anche la Burshtein, nell’ultima sequenza. Appena sposati, Yochay e Shira entrano nella loro nuova casa e nella loro nuova vita. Lui si toglie la giacca rituale, e subito la macchina da presa si sposta su di lei, in controcampo. Il suo sguardo è smarrito, impaurito. Forse intravede un futuro pieno e caldo, ma del tutto non suo.
Di Roberto Escobar, da trovacinema.repubblica.it

Certo, l’uscita in questi giorni nelle sale cinematografiche non è stata delle più fortunate. Mentre i raid israeliani bombardano la striscia di Gaza, si è forse meno disponibili a subire il fascino di un film che mette sullo schermo una quotidianità poco raccontata nel mondo occidentale, come quella dell’ortodossia ebraica. Eppure è un peccato, perché La sposa promessa (Fill the void), lungometraggio d’esordio di Rama Burshtein in concorso all’ultima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è un film che merita attenzione.
Compiuti i diciott’anni, Shira deve ormai pensare all’unico destino onorabile che si addice ad una giovane donna appartenente ad una comunità chassidica, quello di sposarsi. È un evento tragico a costringerla però ad una scelta paradossale: quando la sorella maggiore muore nel dare alla luce il suo primogenito, Shira è indotta dalla madre, che vuole a tutti i costi stare vicino al nipote appena nato, a sposare il cognato. Se si scorgesse semplicemente nella trama la volontà di esercitare uno sguardo secolarizzante sulla rigidità dell’ortodossia ebraica, si fraintenderebbe in pieno l’intenzione del film. Più che il rigore, si narrano infatti le contraddizioni. Non è un caso che la storia abbia inizio proprio nel giorno del Purim, la festa religiosa che per l’ortodossia ebraica rappresenta il momento, se così si può dire, meno sobrio dell’anno, il giorno della gioia e della condivisione, l’unico in cui anche gli uomini possono dismettere i propri abiti neri e indossare vesti colorate. L’opera prima di Rama Burshtein non vuole criticare, ma scavare nelle pratiche che regolano la quotidianità e determinano le scelte di vita dei membri di una comunità ortodossa, vuole mostrare l’intreccio tra le aspirazioni personali e gli obblighi che si radicano nell’appartenenza ad un microcosmo in cui tutto sembra già deciso. La costrizione che Shira deve subire è innanzitutto psicologica, sono le aspettative dei familiari e la voce di una legalità interiore a orientare la scelta della giovane protagonista: questa non è la storia di un matrimonio combinato, è la descrizione di un  conflitto interiore che è sì intimamente legato ad un contesto religioso e culturale forse anacronistico per noi occidentali, ma che si serve di questo contesto per raccontare l’eterno travaglio, che ci riguarda tutti, tra dovere e sentimento. Questa è allora la storia di Shira che è chiamata a colmare un vuoto, un vuoto materiale come la scomparsa della sorella, e che dovrà scontrarsi con un vuoto interiore, con l’indecisione che la guiderà ad accettare un destino che s’impone su di lei inesorabile, ma che, per questo, non sembra meno assurdo.
Non è soltanto l’ottima recitazione della protagonista Hadas Yaron, vincitrice a Venezia della Coppa Volpi, ma anche e soprattutto la regia di Rama Burshtein, ad offrire allo spettatore l’intensità emotiva che la sinossi richiede. Lento per necessità, perché lento e travagliato è il processo che porta alla maturazione di una scelta così importante, il film riesce però a non annoiare. Si rimane sempre all’interno, la modernissima Tel Aviv entra solo di sbieco, il rapporto tra la società laica israeliana e questa realtà osservante interessa poco. Non c’è mai spazio per il mondo esterno, ma solo per l’interiorità, per il mondo quasi claustrofobico della comunità chassidica e per quello ancor più recondito dei sentimenti. Lo sfocato, che passa costantemente da un volto all’altro, è lì a sottolineare la stringente indecisione della protagonista, ma anche il contrasto mai sopito tra dovere e amore: le inquadrature ondeggiano tra la fissità di un elemento stabile e l’evanescenza di ciò che deve rimanere sullo sfondo. Ne scaturisce un equilibrio precario, quasi traballante, che ricorda lo shokelin, il tipico dondolio del corpo che scandisce il ritmo preghiera.
La musica tradizionale ebraica e un’attenzione che mai viene meno per l’elemento cromatico, ingaggiano poi un dialogo che accompagna tutto lo svolgimento della vicenda, un dialogo in cui a spiccare è una fisarmonica, lo strumento che Shira sa suonare perché è l’unico che conosce: un’inquadratura la immortala nel suo colore rosso sanguigno, mentre alla sua musica la protagonista affida il proprio silenzioso tormento. Ma è il bianco, che s’impone negli ultimi minuti del film, a stupire: è il bianco dell’abito di Shira che fa da contrappunto al pianto liberatorio nel quale si condensa la consapevolezza di aver fatto la scelta giusta, ma è anche il bianco di una nuova consapevolezza, quella di un vuoto da cui non c’è più scampo. È un bianco tutt’altro che conciliante, che porta con sé un’inquietudine dilagante, è il bianco dell’abito da sposa di Shira inchiodata al muro dallo sguardo opprimente di quello che ormai è diventato suo marito. Quel bianco, quel muro, quegli sguardi, diventano così l’emblema di un futuro scritto per sempre: se il vuoto di un dovere da compiere è stato colmato, una voragine è stata aperta, il vuoto ben più gravoso di un destino in cui difficilmente ci si potrà riconoscere.
Di Luca Scarafile, da cinequanon.it

Gli uomini ballano, cantano, gioiscono e bevono vino in abbondanza; le donne stanno a guardare e sospirano altri matrimoni. Soprattutto la promessa sposa Shira, che attende la fine dei festeggiamenti del Purim per iniziare il rito ufficiale di fidanzamento con un suo coetaneo. Il primo film della regista ebrea ortodossa Rama Burshtein, La sposa promessa, racconta la vita di una ristretta comunità chassidica di Tel Aviv, eppure sembra di essere in un libro di Jane Austen. Come nei romanzi dell’autrice inglese, Shira incontra un ostacolo inaspettato sul suo cammino. Nel giorno di festa la sorella maggiore muore di parto, lasciando solo il marito Yochay con il primogenito appena nato. Il giovane vedovo prende in considerazione l’idea di trasferirsi in Belgio per risposarsi con una donna del posto. Ma la suocera, preoccupata al pensiero di perdere il nipotino, propone un’altra soluzione: Shira sposerà il marito della sorella defunta, rinunciando al sogno già a portata di mano delle nozze con un suo coetaneo.
In una comunità in cui il matrimonio combinato è ancora pratica comune, Shira si trova di fronte a un dilemma non da poco. Eppure il suo dramma, per il pubblico estraneo al suo mondo, è un’occasione irresistibile per scostare almeno in parte il velo che copre la comunità religiosa, altrimenti inaccessibile. La regia di Rama Burshtein si mantiene in perfetto equilibrio tra intimità e distacco, al punto che il compito di esprimere un qualsivoglia giudizio sulla società ultraortodossa ebraica ricade per intero su noi spettatori.
Di Mattia Riccardi , da marieclaire.it

E’ un viaggio segreto dentro a un mondo sconosciuto e a parte, un itinerario fatto in punta di piedi – e con estremo pudore – all’interno di un universo chiuso ermeticamente, il racconto «dal di dentro» di chi alza, con garbo e poesia, un velo su una realtà che, per scelta e per destino, le appartiene. Non ci sono denunce, né tesi, né riposte indotte ne «La sposa promessa», il film «sorpresa» dell’ultima Mostra di Venezia, alfiere e insieme testimone della renaissance del nuovo cinema israeliano: ma sguardi, lacrime, carezze. E il senso profondo di una visione privata, raggomitolata su se stessa, intima oltre che interiore. Dramma familiare dai forti riflessi culturali, religiosi e infine politici, «La sposa promessa» (pessimo titolo italiano per il più internazionale e assai più significante «Fill the void», ossia «riempi il vuoto») è ambientato dalla debuttante Rama Burshtein nella comunità ultra ortodossa di Tel Aviv (di cui la stessa regista fa parte), dove la 18enne Shira è costretta (o meglio caldamente invitata…) a sposare un uomo che non ama, l’ex marito della sorella appena morta di parto. Interessante e atipico, narrato con severa lentezza per mezzo soprattutto di primi e primissimi piani a camera fissa, eppure intenso, cesellato, il film (non privo di momenti di tipico humor yiddish) è una riflessione colta e per nulla banale (dentro e fuori fuoco come certi film degli anni ’80) sulla condizione femminile (il matrimonio come unico modo per ottenere l’accettazione e il rispetto della comunità) e sui limiti del libero arbitrio: là dove, nell’anacronistica (ma davvero così tanto?) oppressione familiare, il sentimento rischia di venire azzerato e «le buone maniere non portano all’altare». Un universo a cui la Burshtein (complice l’interpretazione di una bravissima Hadas Yaron, migliore attrice a Venezia) si avvicina con rispetto e senza schermi ideologici, cogliendo però il tremolio e l’invisibile incrinatura del dovere.
Di Filiberto Molossi , da gazzettadiparma.it

Premiato a Venezia con la Coppa Volpi per la protagonista, Hadas Yaron, “La sposa promessa” rappresenta Israele nella corsa agli Oscar 2013.
Il primo lungometraggio della regista israeliana Rama Burshtein arriva dritto al cuore e alla mente dello spettatore perché parla di sentimenti e di emozioni propri dell’essere umano, a qualsiasi credo religioso o estrazione socio-culturale esso appartenga.
Il film racconta di un lutto e di come questa perdita destabilizzi l’equilibrio di due famiglie, portando alcuni di loro a comportamenti irragionevoli, lontani dalle loro abitudini.
Siamo a Tel Aviv, i protagonisti della storia, ispirata alla regista da fatti realmente accaduti, sono ebrei ortodossi, come la stessa Burshtein, e per loro il tempo pare essersi fermato tanti secoli fa, soprattutto per quanto riguarda le dinamiche familiari e i rapporti tra i due sessi, ad esempio solo gli uomini possono studiare la Torah, ma non per questo il ruolo della donna è sminuito, poiché una volta sposata è lei a guidare la famiglia.
Il desiderio di un buon matrimonio anima le donne della comunità, che, qualora non riuscissero a realizzarlo si sentono umiliate, come Frieda.
I matrimoni non vengono combinati, ma sono i genitori a far incontrare i giovani, che in seguito, autonomamente, decidono se convolare a nozze o meno.
Anche Shira, la diciannovenne protagonista, sogna di sposarsi, e il ragazzo che l’ha chiesta in moglie sembra piacerle davvero, ma purtroppo, proprio il giorno del Purim, la festività in cui anche nella comunità è permesso divertirsi, oltre che dedicarsi ai più bisognosi, sua sorella maggiore Esther muore dando alla luce il figlio primogenito, lasciando il marito e i suoi cari nel dolore più profondo.
Così la vita di tutti rimane sospesa, e i progetti vengono rimandati, compreso il matrimonio di Shira. Nel frattempo, come spesso accade nella comunità, Yohay, il vedovo, viene chiesto in marito da una donna che come lui ha recentemente perso il coniuge, ma il matrimonio implica il trasferimento dell’uomo e del figlio in Belgio.
Presa dal panico, la suocera pensa che per far felici tutti debba essere Shira a sposare Yohay, così da non allontanare l’uomo e il bambino dalla famiglia.
La giovane è schiacciata dal desiderio di un progetto di vita tutto suo e il senso di responsabilità nei confronti dei propri cari, che vorrebbe rendere felici.
La regista israeliana riesce ad entrare nell’intimità di personaggi, mostrando con franchezza e grande delicatezza l’evolversi delle situazioni e degli affetti, rappresentando al contempo abitudini di vita tanto distanti dalle nostre, e azzerando infine le distanze grazie alla profondità emozionale che sovrasta tutto il contesto, facendo emergere sopra ogni cosa l’anima dei protagonisti.
Non ci sono buoni e cattivi in questa storia, la differenza tra le persone risiede semmai nell’egoismo che acceca alcuni e nella generosità d’animo che nobilità altri.
Di Maria Grazia Bosu, da ecodelcinema.com

Shira ha 18 anni, è figlia di un rabbino della comunità ortodossa di Tel Aviv e sorella minore di Esther, che attende un figlio dal marito Yochai. L’interesse di Shira si rivolge per la prima volta verso un coetaneo, che la famiglia le ha proposto come possibile fidanzato, ma la morte di Esther per parto allontana ogni decisione. Solo con il neonato, di cui si occupano con amore Shira e la sua famiglia, Yochay viene invitato a risposarsi presto. La prospettiva che possa andarsene con il nipotino in Belgio, spinge la moglie del rabbino a proporgli di prendere in moglie proprio Shira. Sta alla ragazza accettare o meno questa difficile proposta. 
Opera prima di Rama Burshtein, Fill the void è un esordio a cui tributare un benvenuto sentito e meritato, per la coerenza delle scelte forti di regia e l’emozione che scorre in esso, dapprima sottile come un ruscello poi sempre più simile ad un fiume in piena, che non straripa però dagli argini di una forma stretta, rigida e adottata volontariamente. Esattamente com’è per il sentimento amoroso tra un uomo e una donna nella comunità in cui si ambienta il film, regolata da riti e precetti il cui rispetto formale è inteso in tutto e per tutto come sostanziale, e all’interno dei quali una libertà non lesiva è possibile, ma va ricercata e non è sempre facile. 
È di questo spazio ristretto al massimo, di cui gli interni delle case non sono che un riflesso, uno strumento, che tratta il film della Burshtein: la storia di una scelta che viene dall’alto e si trasforma in una scelta del cuore. O, come probabilmente direbbe uno di loro, la scelta di una corrispondenza rinvenuta dove era già presente anche se sembrava impossibile. Dall’esterno, si può comprendere o meno, accettare o meno, ma la forza del film sta proprio nell’evitare di porre un confronto tra il mondo laico e il mondo religioso. Tutto si svolge all’interno di un contesto (non solo materiale) confinato, esotico e probabilmente realmente incomprensibile a chi non gli appartiene, ma dove l’amore, il dubbio, il desiderio, la paura e la felicità sono quelli che invece conosciamo tutti nello stesso modo, e dove non mentire a se stessi è il comandamento universale che non dovrebbe conoscere pareti divisorie. 
Pur raccontando dall’interno la comunità chassidica, da una distanza si direbbe nulla e sicuramente non critica, la regista sfrutta narrativamente le convenzioni religiose allo stesso modo in cui il cinema in costume sfrutta le costrizioni sociali per enfatizzare il sentimento attraverso la sua compressione forzata, e non dimentica l’umorismo nel tratteggiare le figure del contorno parentale, perché, anche se prende l’avvio da un lutto, Fill the void film è solo e soltanto un film d’amore.
Di Marianna Cappi , da mymovies.it

Unico film israeliano in concorso alla 69° Mostra del Cinema di Venezia, “Fill The Void” segna l’esordio dietro alla macchina da presa della newyorkese di origini ebraiche Rama Burshtein. La storia ruota attorno a una famiglia ebrea ortodossa che attende il giorno, oramai imminente, del matrimonio di Shira, la figlia più piccola appena diciottenne. Ma la quiete si spezza quando il destino irrompe come un uragano portando dolore e sofferenza: la sorella maggiore di Shira muore dando alla luce un bambino e lasciando vedovo il giovane marito. Il vuoto da riempire suggerito dal titolo originale innesca una serie di problematici ostacoli per la povera Shira, costretta a fare una scelta che probabilmente sarà la più importante della sua vita.
“Fill The Void” (“la sposa promessa” in Italia) è un film rigorosamente lineare, che va dritto al sodo e immerge lo spettatore in un ambiente, quello israeliano, in cui la guerra e l’odio religioso purtroppo annebbiano tutte le potenzialità di un territorio a strettissimo contatto con la cultura e con la tradizione. La missione della Burshtein è allora in principio quella di rendersi portavoce di un messaggio interculturale importante. In conferenza stampa dichiara di essersi lanciata a capofitto in questa avventura per un profondo dolore che portava dentro: “Sentivo che la comunità ultra-ortodossa non aveva alcuna voce nell’ambito del dialogo culturale. Si potrebbe dire che siamo muti. La nostra voce sul piano politico è forte, perfino roboante, ma sul piano artistico e culturale resta debole e soffocata”.
La regista affida le chiavi del suo messaggio alla giovane attrice Hadas Yaron, molto convincente nell’infondere quel senso di smarrimento e di spaesamento che percorre l’intera pellicola. Il matrimonio, colonna portante dell’intera vicenda, viene mostrato dettagliatamente agli occhi dello spettatore, con tutta la sua tradizione, come ad esempio il matrimonio combinato o la rigidità delle norme da rispettare (il copricapo posto alle donne sposate). Shira vive questo avvenimento con gioia nella prima parte ma i tristi avvenimenti la condannano presto a una dura lotta tra ragione e sentimento, a una scelta che le cambierà inevitabilmente il resto della sua vita. L’intensa interpretazione dell’incantevole attrice è stata meritatamente ricompensata con la Coppa Volpi che la Yaron si è portata a casa. 
La Burshtein pone ampio risalto agli spazi chiusi e privilegia un forte contrasto di luci e ombre, come se i personaggi fossero intrappolati dal loro tragico destino e braccati dallo sguardo vigile degli astanti (i primissimi piani della macchina da presa). Per contro la scelta di donare alle immagini del matrimonio un candore così meravigliosamente puro trasmettono la speranza e la gioia così a lungo attese dalla giovane protagonista. Prima del finale, uno dei più belli e intensi vissuti in ambito cinematografico negli ultimi anni. Realismo, estetismo, obiettività, semplicità. “Fill The Void” avrebbe avuto tutte le carte in regola per spodestare la “Pietà” di Kim Ki-Duk e ambire al Leone d’Oro. 
Di Matteo De Simei , da ondacinema.it

Il film di Rama Burshtein LA SPOSA PROMESSA viene scelto dallo spettatore perché, in concorso alla Mostra di Venezia, ha guadagnato alla bella e giovane protagonista la Coppa Volpi per la migliore attrice, e quindi sollecita la curiosità di vedere il talento recitativo della ragazza e il contesto in cui si è espresso e ha brillato, e in più permette di conoscere a grandi linee,  per efficacissime immagini,  l’espressione sociale della religione ebraica ortodossa, che in qualche modo isola in uno spazio senza tempo almeno i riti, i principi rigorosi, le usanze, compreso il modo di abbigliarsi, i canti e i sentimenti di queste persone che trasversalmente costituiscono quasi un’etnia a parte nel contesto degli ebrei stessi. La regista, nata a New York e trasferitasi in Israele per completare gli studi,  ha sempre amato questa religione, alla quale si è convertita per convinzione e ne ha osservato gli ambienti e le modalità di relazione,che si traducono in solidarietà, condivisione e rispetto delle regole della  religione ebraica nella sua forma più ortodossa. Una fotografia eccezionalmente bella e luminosa vivacizza gli interni delle case di famiglie più che benestanti di Tel Aviv, ricche di lumi pregiati, argenti e suppellettili varie, dove si svolge la storia, piuttosto lineare ma di grande impegno emotivo e psicologico per chi la vive recitando e per chi la osserva, attraverso le inquadrature di primissimo piano, dettagli o mezzo busto e campo largo, che nel complesso fanno penetrare e comprendere in parte questo mondo chiuso in generale, ma permeabile ai valori umani della compassione. Musiche tradizionali, cori rituali e canzoni di singoli, spesso accompagnate da danze, animano gli incontri a tavola, lo Shabat, il Purim e altri avvenimenti, dai matrimoni alle circoncisioni, ai funerali, alla discussione dei matrimoni a tavolino, sempre dominati con aureola di pura nobiltà dai rabbini, dal  Sommo agli altri. Alle musiche suddette nel film   si aggiunge, triste e ammaliante, il suono della fisarmonica, che la giovane Shira maneggia con la stessa mansueta rassegnazione accesa a tratti da lampi di passione, come accade per tutto il suo cammino  psicologico — sentimentale che la porterà alla scelta più giusta e non solo per la ragione. Il separatismo maschi — femmine tipico di molte delle situazioni citate non è irrispettoso e mentre gli uomini bevono o fumano, le donne esprimono i loro desideri e i loro dolori, certe che verranno accontentate. Così la madre di Shira, addolorata a seguito della morte post-partum della sua prima figlia, e disperata per la possibilità di perdere il su primo nipotino che andrebbe con il padre Yochay anche lontano con altre possibili mogli, suggerisce il matrimonio tra la giovanissima Shira, sua seconda figlia, ed il genero vedovo.Lo sguardo profondo e scuro di Yochay e quello azzurro e limpido come il cielo della ragazza non si incontrano spesso, a testimonianza delle loro diverse incertezze: il legame alle tradizioni e la forza degli affetti familiari faranno il resto,mentre intorno a loro si parla di matrimoni combinati, rimandati, mai avvenuti che segnano il senso della vita della donna ebrea, anzitutto moglie e madre ( donde il richiamo al mondo di Jane Austen, fatto da alcuni). Indimenticabile la scena in cui il grande rabbino è interrotto in una riunione da una donna sola e anziana che vuole le sia spiegato come funziona un forno ed egli lo fa, senza battere ciglio….Attori viventi, nei copricapo,acconciature con lunghi boccoli anteriori, abiti scuri gli uomini, nei colori vivaci, gioie, copricapo di seta, visi curati, scrutati dalla videocamera implacabilmente le donne e Shira dominante e confusa nei suoi maglioncini e gonne che matura per amore di  tutti e che tutti conquista. Un piccolo grande film che mancava .  
Da cinerepublic.filmtv.it

Shira sta per sposarsi. Del suo promesso sposo non conosce il volto né la voce: nella comunità ebrea ortodossa di Tel Aviv i matrimoni sono decisi tramite trattative fra i membri anziani. Ha una “soffiata” e sbircia colui che sarà suo marito tra gli scaffali di un supermercato, di nascosto: l’emozione esplode sul suo viso di adolescente. Poi però capita che la sorella di Shira muoia di parto, che il cognato vedovo sia obbligato a risposarsi per il bene del neonato, e che l’ipotetica seconda moglie implichi un trasferimento in Europa che nessuno dei nonni auspica. Semplice quanto spaventosa, s’insinua tra i parenti la soluzione: Shira potrebbe sposare il vedovo, fare da madre al nipotino, e tenere unita la famiglia. La decisione spetta a lei, chiamata a colmare un vuoto (Fill the Void, recita il più efficace e meno manzoniano titolo originale e internazionale) impossibile, sostituendosi all’amata sorella, oppure a farsi responsabile della dispersione del nucleo. Esordiente, Rama Burshtein fa di inesperienza virtù: la macchina da presa quasi immobile, i primi piani, la fotografia costantemente flou, anziché trasmettere l’incertezza della regia, amplificano la vicinanza con i tumulti del cuore della protagonista e la pellicola finisce per “respirare” insieme a lei. Incastrata in un onere troppo grande per la sua età acerba, tirata in opposte direzioni dalla necessità di agire per il bene dei suoi, dal terrore che la attanaglia, dal dispiacere di vedersi privata del ma- trimonio che sognava o credeva di sognare, Shira (la giovanissima vincitrice della Coppa Volpi a Venezia 2012 Hadas Yaron, un volto che è paesaggio cangiante e magnetico) si tormenta. Si guarda intorno e vede la confortante normalità dei riti e delle regole, delle tradizioni e delle preghiere, diventarle inutile ed estranea, mentre l’occhio della regista ritrae l’universo chiuso e complesso degli ortodossi israeliani con il filtro dell’ironia ebraica: senza conflitto, ma senza compiacimento. L’opera prima della Burshtein finisce così co- me era cominciata: con il rossore sulle guance di una ragazza, perché anche racchiusi tra le maglie di una tradizione millenaria e rigida, i palpiti di una giovane donna restano movimenti di spiazzante freschezza.
Di Ilaria Feole , da filmtv.it

Un film israeliano che è molto piaciuto al pubblico e potrebbe diventare un successo. Parte come dramma, svolta in classica commedia matrimoniale. Siamo a Tel Aviv nella comunità chassidica: Shira ha 18 anni, e i suoi vorrebbero che sposasse il govane cognato rimasto vedovo. Non è che l’inizio di una complessa partita che culminerà in un fragoroso finale.
L’ex direttore artistico del festival di Locarno Olivier Père – si è dimesso dall’incarico solo pochi giorni fa – in un’intervista rilasciata al magazine onlineRapporto confidenziale ha detto cose interessanti e acute sul cinema israeliano. Un cinema, secondo Père, che tradizionalmente ruota intorno a due temi cardine, la guerra e la religione, mentre lui da direttore di Locarno si è sempre sforzato di portare da quel paese film che fuoruscissero dallo schema e affrontassero altri temi, come Hashoret (in concorso l’anno scorso) e quest’anno il molto, molto interessante Not in Tel Aviv. Quando ho letto sul sito della Mostra di Venezia la breve presentazione di Lemale Et Ha’chalal (Fill the Void, riempi il vuoto), uno dei 18 titoli del Concorso, ho pensato: ha proprio ragione Père, ecco l’ennesimo film israeliano a tema religioso come se ne sono già visti tanti. Le note parlavano difatti di una famiglia della comunità chassidica di Tel Aviv che spinge la figlia diciottenne a sposare non il ragazzo che vorrebbe, ma il cognato rimasto vedovo dopo la morte per parto della sorella di lei. Tutto sembrava rientrare nello schema, anzi nello stereotipo: le regole ferree imposte dalla tradizione, le ragioni del cuore negate, l’oppressione femminile. Sicchè sono andato a vedere questo Lemale Et Ha’chalal senza particolari aspettative. Invece, come spesso capita ai festival, il film s’è rivelato essere tutt’altra cosa. Sì, siamo in una comunità chassidica, sì, siamo in una famiglia utrareligiosa e ultrarigorosa, sì, gli uomini (apparentemente) decidono e le donne (apparentemente) subiscono. Sì, Shira è una ragazza che (apparentemente) non ha controllo sulla sua vita. La libertà di scelta per una ragazza sembra non esistere, i fidanzamenti e i matrimoni sono combinati e passano attraverso patti rigidamente regolamentati tra le famiglie, tant’è che Shira per vedere che faccia abbia il fidanzato cui inzialmente è destinata, lo deve pedinare insieme alla madre al supermercato. Figurarsi la platea politicamente corretta della Sala Darsena: subito a scandalizzarsi e indignarsi, perché così non si fa, ma come signora mia ancora esistono di queste cose? ma è una vergogna! Poi succede il fattaccio: Esther, la bellissima sorella maggiore di Shira, muore di parto. Da qui il film svolta e, nonostante il dramma di Esther, man mano si trasforma in una classicissima commedia matrimoniale, irresistibile e assai godibile, anche molto divertente. Dalla quale tra l’altro si evince che le donne in amore solo formalmente sono succubi, in realtà spesso conducono sapientemente il gioco, e nulla succede senza il loro consenso. 
Qualcuno l’ha già definito Il mio grosso grasso matrimonio ebraico, e non siamo così lontani dal vero. A me è venuto in mente vedendolo perfino I maneggi per maritare una figlia di Gilberto Govi, giacchè le strategie per il miglior accasamento possibile di una ragazza sempre quelle sono, in ogni cultura e a ogni latitudine. Dunque, muore la povera Esther e il giovane vedovo Yochai piange inconsolato cullandosi il piccolo Mordechai. Dolore immenso per la famiglia di lei, per quel brav’uomo del padre, per la madre, per Shira. Ma il posto accanto a Yochai non può rimanere vuoto a lungo, ed ecco che arriva per lui una proposta di matrimonio dal lontano Belgio, da parte di una vedova con due bambini (“La conosci?”, gli chiedono. E lui. “È un’amica d’infanzia, ma non ricordo neanche la sua faccia”). Che può fare un giovane uomo devoto, sempre impegnato con gli studi di Talmud e Torah e con pargolo a carico, se non accettare? C’è bisogno di una donna che si occupi di lui, e del bambino. Ma la mamma di Esther non si dà pace, piange all’idea che il nipotino Mordechai venga portato in Belgio e lei non lo possa più vedere. Così escogita l’idea di far sposare Shira e Yoachai. Tutto si risolverebbe, tutto resterebbe in famiglia. Non è che l’inizio di una partita complicata e sottile giocata da più giocatori: Shira, Yochai, la madre e il padre di Shira, il primo fidanzato di lei e relativa famiglia, la zia di Shira. Con patecipazione speciale e risolutiva di un saggio rabbino. Colpi di scena e imprevedibili capovolgimenti di fronte si susseguono, alleanze si creano e si spezzano e si ricreano. Tattiche e strategie che neanche Von Clausewitz e Sun Tzu. Shira si rivela tutt’altro che indifesa e all’occorrenza sa tirar fuori le unghie. Un girotondo che si segue senza un attimo di noia, scritto benissimo e benissimo recitato, fino al gran finale che lascia pienamente soddisfatti protagonisti e spettatori (e comunque si fa fatica a capire come mai Shira resista al cognato strafico anche se vedovo per ostinarsi a volere quell’altro, che è ciospo e pure antipatico). Grandi applausi a fine proiezione, ma anche molti fischi (che c’entri lo scarso amore – uso un eufemismo – nei confronti di Israele?). Un film già acquistato per l’Italia da Lucky Red che di sicuro piacerà molto al pubblico femminile. Certo non è roba per cinefili puri e duri, la regista Rama Burshtein (al suo primo lungometraggio) non sembra coltivare ubbie autoriali e preferisce mettersi al servizio della storia e del racconto con una direzione funzionale, spiccia, solida, efficace. Però occhio, Fill the Void dopo questo lancio veneziano potrebbe anche diventare un successo art-house internazionale. (Riflessione a margine: forse i matrimoni combinati non sono poi quel gran disastro).
Di Luigi Locatelli, da nuovocinemalocatelli.com

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