LA SORGENTE DELL’AMORE


Oramai il nome di Radu Mihăileanu è una vera e propria garanzia di qualità: il regista franco-rumeno, autore di apprezzatissimi lavori quali Train de vie – Un treno per vivere e il meraviglioso Il Concerto, si è da anni affermato grazie alla sua grande abilità di porsi in maniera autoriale ma non per questo astrusa o difficile per il pubblico, una qualità davvero non comune di questi tempi, in cui sempre più l’industria cinematografica sembra divisa con uno spartiacque tra un cinema mainstream a base di effetti speciali e uno autoriale che chiude le porte ai ‘non iniziati’. 
Mihăileanu, invece, pur presentando storie sempre interessanti, radicate nella realtà, nella storia e nelle varie culture del mondo, riesce sempre ad affrontare con apparente leggerezza i temi più disparati e, spesso, difficili, come visto ad esempio nei titoli su menzionati. 
Il suo nuovo lavoro ci porta in Medio Oriente, alla scoperta di una terra ricca di contraddizioni e humus culturale, di tradizioni e, al contempo, voglia di modernità.
In un remoto paesino di montagna del Medio Oriente la vita procede tranquilla, secondo ritmi scanditi dalla tradizione e dall’interpretazione del corano, con una ripartizione di ruoli e mansioni tra uomini e donne oramai ancestrale, anche se minata dal progresso e dalle sue disparità.
Se da un lato la disoccupazione dilagante ha fatto sì che gli uomini ‘pascolino’ per gran parte della giornata, inoccupati e sviliti nella loro istituzione di ‘procacciatori di sostentamento’, le donne rimangono salde nelle loro mansioni, tra cui quella di andare, spesso in carovana, a prendere l’acqua per le necessità quotidiane presso la fonte più vicina. Un piccolo, periglioso viaggio che nasconde delle insidie, tra cui un tasso di incidenti non da poco, ma passivamente accettato in nome della tradizione. L’usanza, tuttavia, corre il rischio di venire abbandonata: un vento nuovo soffia infatti sul villaggio, le cui donne, sotto la spinta della liberale Leila (Leila Bekhti) e della carismatica ‘Vecchia Lupa’ (Biyouna) indicono un particolare sciopero, detto ‘sciopero dell’amore’ per il quale non si concederanno più ai loro uomini finché non questi non troveranno una soluzione più funzionale al problema dell’approvvigionamento idrico. 
Ma, naturalmente, tra il dire e il fare…
Momentaneamente accantonate le tematiche relative alla diaspora, Radu Mihăileanu torna in Africa per un film che, nonostante l’ambientazione musulmana, ritrova molti dei motivi e dei temi cari all’autore, seppure in altri toni. Ritroviamo accenni al totalitarismo nell’intransigenza della visione fondamentalista del Corano, ad esempio, così come ritroviamo l’importanza, rituale ma anche pratica, della musica, nella sua forma più genuina, autentica, di mezzo di comunicazione e celebrazione. E, soprattutto, ritroviamo il grande equilibrio tra dramma e commedia che è un tratto distintivo del suo cinema, così calato nel quotidiano, dal quale sa trarre gli spunti più interessanti e autentici. Il regista esplora questa piccola comunità arabo-musulmana senza prendere posizioni e senza essere manicheo, mostrando le numerose zone grigie che caratterizzano i suoi protagonisti e dando, in finale, un quadro estremamente ricco e interessante del mondo che ha deciso di inquadrare. Nello specifico, partendo da un fatto di cronaca davvero accaduto, Mihăileanu indaga nel pensiero di uomini e donne di un paese a volte ritenuto arretrato (culturalmente e tecnologicamente) dalla gente di città ma in realtà eccezionalmente dotato. Una metafora, forse, di come l’occidente vede certi paesi islamici, che pure sono alla base del sapere e della cultura millenaria del mondo (ed un piccolo esempio è la ricorrente citazione, nel corso del film, de Le Mille e una Notte). 
La ‘battaglia’ al centro del film, dopotutto, non è tra uomini e donne, ma fra tradizione e buon senso, alla ricerca di una mediazione non ipocrita che, a volte, sembra avere difficoltà ad affermarsi ma che, invece, potrebbe avere un grande seguito, come la stessa storia insegna. 
La narrazione prosegue spedita e mai noiosa, grazie ad una regia attenta ma mai dispersiva, e a degli interpreti per la maggior parte sconosciuti al pubblico nostrano ma di indubbio valore, oltre ad una fotografia adeguata a luoghi e ritmi e ad una colonna sonora che, immancabilmente nei lavori del regista franco-rumeno, sottolinea i momenti importanti diventando spesso protagonista, ma senza invadenza.
Radu Mihăileanu torna nei cinema con un’opera interessante e molto ben girata, densa di spunti di riflessione e magistralmente equilibrata nei toni. Davvero ammirabile, difatti, la cura con cui il regista tratta le tematiche musulmane, pur da ‘straniero’ ma ben calato nel contesto, senza forzature morali ‘occidentali’. Ma da uno come Mihăileanu ce lo aspettavamo. 
La vicenda è meno ricca di momenti ilari e/o intensi del precedente Il Concerto, ma questo non sminuisce certo la qualità di questa nuova produzione, capace di emozionare, divertire e far riflettere al contempo come solo il Cinema di qualità sa fare.
Di Marco Lucio Papaleo, da everyeye.it

La vicenda è ambientata in un piccolo villaggio nelle montagne tra l’Africa settentrionale e il Medio Oriente. Le donne della comunità sono costrette da sempre ad andare a prendere l’acqua alla sorgente sulla montagna. Quando una di loro perde il figlio che aspettava per una caduta, scatta la rivolta, perché non è la prima volta che questo succede e così le mogli decidono di indire “lo sciopero dell’amore”. Una storia simile è veramente accaduta in Turchia nel 2001 e fa un certo effetto vedere un cineasta come Mihaileanu, che ha le sue radici nella cultura ebraica, affrontare quella araba. E ci riesce, seppur parzialmente, perché in fondo anche questo film come l’ultimo commuovente “Le Concert” è una storia d’amore e di libertà. Del resto, l’acqua per gli arabi è una metafora dell’amore e si dice che l’uomo deve “innaffiare” la donna.
Sono tre le figure femminili fondamentali del film che rappresentano tre diverse fasi della vita. È una donna innamorata Leila, detta la straniera, a iniziare la rivolta. È l’unica del villaggio ad aver scelto suo marito, il colto e aperto Sami, il maestro del villaggio. Nel suo passato c’è tanto dolore e i fantasmi torneranno a farle visita con conseguenze imprevedibili. Le è accanto “vecchia lupa”, che invece l’amore non l’ha mai conosciuto, dal momento che è andata sposa a 14 anni ad un vecchio e da allora non ha fatto altro che sfornare figli per tutta la vita. Alla fine, rimasta vedova è considerata una specie di sciamana e/o di strega rispettata da tutti. E chiude il cerchio, la giovane Loubna/Esmeralda, che crede che la vita sia una telenovela, che spinta da Leila impara a scrivere per comunicare con il suo grande amore,che puntualmente si rivelerà un bluff. È Vecchia lupa a dirigere il coro delle donne davanti ai turisti che arrivano a guardare un mondo che sta scomparendo e a lanciare la sfida agli stupefatti uomini, con l’ironia tipica di Mihaileanu. Del resto, è cantando che si comunica da quelle parti.
La cultura musulmana viene raccontata dal regista senza i soliti stereotipi che l’accompagnano da sempre e scopriamo che le donne da quelle parti parlano liberamente di sesso e sono assolutamente autoironiche. Per dimenticare una vita che non hanno scelto, si commuovono davanti alle telenovelas, sullo stile de “La rosa purpurea del Cairo” di Woody Allen.
Alla fine arriverà l’acqua, portata dal governo, ma solo grazie alle donne. Perché ricordiamocelo sono loro a dare la vita e a lottare da sempre per un futuro migliore per i loro figli. Tra tutte le figure femminili spicca quella bellissima di Vecchia Lupa, che è interpretata da una straordinaria Biyouna, cantante e attrice algerina che “buca” letteralmente lo schermo con il suo sguardo penetrante, considerata una star nel suo paese.
“La sorgente dell’amore” non è ai livelli dei film precedenti del regista, ma senz’altro trasuda vitalità da tutti i pori ed è un vero e proprio inno alla vita e all’amore. Da non perdere.
Di Ivana Faranda, da ecodelcinema.com

La vicenda si svolge ai giorni nostri in un piccolo villaggio situato da qualche parte tra Nord Africa e Medio Oriente. Tutti i giorni le donne debbono compiere un accidentato percorso in salita per andare a prendere l’acqua da una sorgente. Molte di loro hanno perso dei figli che portavano in ventre sottoponendosi a questo duro sforzo. Gli uomini stanno da sempre a guardare e nessuno di loro si è mai dato da fare per far sì che i soldi che arrivano dalle visite dei turisti vengano investiti nella realizzazione di un piccolo acquedotto. Un giorno Leila, giovane sposa venuta dal Sud, decide di non sopportare più questa situazione. Insieme a una delle donne più anziane del villaggio e opponendosi all’ostilità della suocera prova a convincere le donne ad attuare uno sciopero del sesso che dovrà protrarsi sino a quando gli uomini non porranno rimedio alla situazione.
Radu Mihailehanu dopo il treno dei possibili deportati in fuga (Train de vie), la vita non facile di un finto falascià in Israele (Vai e vivrai) e la polifonica irruzione a Parigi dei musicisti russi (Il concerto) affronta il tema dei rapporti uomo/donna nel mondo islamico. Lo fa ammantandolo con l’ottica del racconto di fantasia e partendo da uno spunto da commedia classica dell’antica Grecia: lo sciopero del sesso. Ma non aspettatevi i toni da commedia di almeno due dei film precedenti. Ci sono ma sono minoritari rispetto al bisogno di battersi (ancora una volta per il suo cinema) con senso dello spettacolo contro tutti gli integralismi.
Le sue donne non sono contro gli uomini in quanto tali ma combattono il loro essersi ridotti, per machismo, per vittimismo o per pigrizia mentale allo stereotipo negativo del maschio mediterraneo. La figura di Leila (che trova nell’anziana madre di un Imam tanto giovane quanto integralista una convinta e brillante alleata) emerge. È colei che viene da fuori, colei che la suocera contrasta perché ha il coraggio di gesti che la madre di suo marito non ha mai avuto il coraggio di compiere. 
È un piccolo mondo quello che Mihaileanu ci racconta. Ma il suo cinema, che non punta al capolavoro quanto piuttosto a un solido rapporto con il pubblico, trova in sé la forza dell’apologo discreto che ricorda a tutti (non solo ai musulmani) che le Scritture predicano qualcosa di ben diverso dalla sottomissione della donna. Predicano l’amore e il rispetto reciproci.
Di Giancarlo Zappoli, da mymovies.it

Villaggio, Africa, Medio Oriente. Donne, uomini, sole, tradizione, giustizia: ecco tutti i pennelli per dipingere il quadro de La Sorgente dell’Amore di Mihaileanu, fotografia marrone chiaro che racconta un gioco di ruoli dallo sfondo quasi teatrale, con personaggi caratterizzati al limite dello stereotipo, cosa che, in parte (ma solo in parte), sopperisce alle doti non proprio eccellenti del cast.
Una favola politica piena di spunti interessanti e di intervalli che fluiscono bene, dove la protagonista è (la solita?!) ragazza ribelle (Leila Bekhti) che riesce tramite un pittoresco sciopero dell’amore a mettere in discussione le tradizioni del villaggio e il credo comune dettato dai rituali tramandati.
Tante cose da ricordare (fotografia, musica, contestualizzazione, storia), qualcosa da dimenticare (i rapporti fra i personaggi già stravisti), Mihaileanu forse fa un passo indietro rispetto a Il Concerto, ma propone un prodotto valido e godibile.
Mai in un film avevo visto un uso della canzone così comunicativo e irriverente, roba da far vedere e ascoltare a molta gente con la chitarra in braccio.
La Sorgente dell’amore è un bel film, da vedere, da capire, da mangiare a bocconi pieni, perchè c’è la carne, ma c’è anche tanto, troppo pane forse.
Di Angelo Lorusso, da 40secondi.com

Una moderna Lisistrata di Aristofane, una donna pronta a tutto pur di far sentire la propria voce, pur di far valere i propri diritti. Una donna. Tanto basta. È Leila, giovane e colta moglie del maestro di un piccolo villaggio situato da qualche parte fra l’Africa settentrionale e il Medio Oriente, la protagonista di La sorgente dell’amore, l’ultimo capolavoro di Radu Mihaileanu.
Regista dalla straordinaria raffinatezza e profondità espressiva, Radu Mihaileanu aveva già dato prova del suo immenso talento nel 1999 con Train de Vie – Un treno per vivere, per poi essere consacrato definitivamente con Il concerto (2009), poesia allo stato puro, recitato in maniera esemplare da attori altrettanto esemplari, tra i quali spiccava Mélanie Laurent. 
“Tutto ha avuto inizio con un fatto di cronaca avvenuto in Turchia nel 2001 – racconta il regista -. Fin dalla notte dei tempi, le donne di un piccolo villaggio tradizionale andavano ogni giorno a prendere l’acqua alla sorgente in cima a una montagna vicina e la riportavano al villaggio in pesanti secchi colmi fino all’orlo che spezzavano loro le spalle. A seguito di una serie di incidenti, le donne decisero di prendere in mano il loro destino e iniziarono lo sciopero dell’amore per convincere gli uomini a costruire una rete idrica nel villaggio. All’inizio gli uomini non presero sul serio le donne e ci furono episodi di violenza. Le donne non si arresero e alla fine la diatriba fu risolta dal governo”.
Un film che parla d’amore, anche se non lo mostra, lo rende protagonista di uno sciopero, ma è totalmente pervaso dal suo spirito e dalla sua forza dominatrice. Lo sciopero dell’amore fatto da Leila e dalle sue compagne è organizzato e portato avanti con amore, appunto, con intelligenza, con dedizione. È uno sciopero che raggiunge il suo scopo perché la posta in gioco è così alta che ognuno cerca nei meandri del suo essere, ognuno sfrutta le sue risorse, ognuno si ingegna, per cercare di arrivare a un ‘happy end’. Senza mai arrendersi, ma essendo consce anche che quando si scatena una guerra bisogna pur sapere quando fermarsi. Il punto dopo la scritta FINE lo mette solo la risposta a questa domanda: “Che cos’è una donna?”. Io esisto. Questa è la risposta. Nulla di più. Ma le conseguenze sono infinite. Perché l’infinitamente piccolo a volte può rivelare l’infinitamente grande. Lo sa bene l’autore che costruisce La sorgente dell’amore proprio sulla disperata ricerca di equilibrio fra piccolo e grande, giustizia e rispetto della tradizione, libertà e legami affettivi, amore e senso di responsabilità. La sorgente delle donne non è l’acqua ma è l’amore. La sorgente dell’uomo, invece, sono le donne.
Di Giulia Oppia, da film-review.it

“In alcuni canti arabi tradizionali, si dice che l’uomo deve innaffiare la donna, come se fosse un fiore o una terra fertile”, confessa Radu Milhaileanu, autore de La sorgente dell’amore (titolo originale: La source des femmes), nuova favola contemporanea del regista di Train de vie e Il concerto, opera sentimentale dall’alto profilo poetico, capace di liberarsi nelle forme di un inno all’amore dal forte contenuto sensuale ed esotico.
In un piccolo villaggio da qualche parte tra l’Africa settentrionale e il Medio Oriente, le donne vanno a prendere ogni giorno, dalla notte dei tempi, l’acqua alla sorgente, in cima alla montagna, sfidando le impervie salite ed un sole cocente. Leila (Leila Bekhti), giovane sposa dall’animo umile e rivoluzionario, indice uno sciopero dell’amore: niente più effusioni e sesso, fino a quando gli uomini del villaggio non decideranno di porre termine a questa insensata e anacronistica tradizione.
“Tutto ha avuto inizio con un fatto di cronaca avvenuto in Turchia nel 2001”, rivela Mihaileanu: a seguito di una serie di incidenti, che spesso causavano la morte del feto nel grembo di molte donne incinte, alcune di loro decisero di prendere in mano il proprio destino e di contrapporre all’indifferenza maschilista uno sciopero dell’amore, per convincere gli uomini a costruire una rete idrica nel villaggio. “All’inizio gli uomini non presero sul serio le donne e ci furono episodi di violenza”, ma grazie al coraggio e all’ostinazione di un nutrito gruppo rivoluzionario la diatriba fu risolta dal governo.
Sembra una favola da Le mille e una notte, o ancora più metaforicamente un passaggio della Lisistrata di Aristofane, in cui la tradizione di un certo classicismo occidentale incontra le problematiche decisamente attuali della condizione femminile nei paesi di origine islamica, a proposito delle quali l’occhio del regista si pone con deferente curiosità in un metodica costruzione di piani stretti e inquadrature altamente espressive. La sorgente dell’amore è un’opera che abbonda di primi piani, quadri vivaci ed estetizzanti, che ci impongono la lettura di stati emotivi dalle tonalità calde e immediate. Colori e campiture che ricordano Rotchko o il primo Kandinsky, attraverso un intenso esercizio registico che privilegia un’estetica di impatto emotivo e congeniale alle finalità narrative della storia. La tavolozza è priva di blu, epurata dalle tonalità liquide dell’acqua, dell’amore e dell’affetto proveniente da un universo maschile che si mostra distante, autonomo, sessualmente violento. La macchina da presa indaga il particolare, a dispetto di una sinossi contaminata dalle logiche del mondo tecnologizzato; ricerca spazi monocromi e accoglienti, entro i quali circoscrivere “l’infinitamente piccolo”, un mondo di insetti e di formiche che sfilano in una successione di vessazioni subite, ma anche di piccole reali vittorie. “Molte formiche sollevano un leone”, afferma uno dei personaggi femminili del film, avvalorando la brillante consapevolezza della propria forza, delle proprie possibilità, ma soprattutto del proprio bisogno d’affetto e attenzione, paragonabile certamente a quello di cui necessita una terra fertile o un fiore: l’acqua.
Di Marco Pellegrino, da doppioschermo.it

“Essendo uomo, ebreo e francese, per molto tempo non mi sono sentito legittimato a parlare di una cultura che conoscevo poco, a maggior ragione perché sentivo che era essenziale abbordare questo tema dall’interno. Tuttavia, sono sempre stato convinto che il film avrebbe avuto un impatto più forte se inserito in un contesto musulmano, che ci avrebbe permesso di menzionare il Corano e l’Islam, due argomenti spesso poco conosciuti e oggetto di una serie di cliché e di fantasie”.
Così, il regista di origini rumene Radu Mihaileanu, autore di “Train de vie – Un treno per vivere” (1998) e “Il concerto” (2009), riassume le motivazioni che lo hanno portato a concepire “La source des femmes” (come s’intitola in patria il lungometraggio), che, ispirato a un fatto di cronaca avvenuto in Turchia nel 2001, si svolge in un villaggio da qualche parte tra l’Africa settentrionale e il Medio Oriente.
Villaggio in cui le donne, stanche di andare fin dalla notte dei tempi a prendere l’acqua alla sorgente in cima alla montagna, sotto il sole cocente, decidono su consiglio della giovane sposa Leila – interpretata dalla Leila Bekhti de “Il profeta” (2009) – di attuare lo sciopero dell’amore, ovvero di rifiutare effusioni e sesso fino a quando non saranno gli uomini a svolgere il tutt’altro che leggero incarico.
Quindi, una vicenda di emancipazione femminile sul desiderio di libertà della donna e a favore sia della sua bellezza che di quella dell’amore; con la siccità che colpisce il luogo d’ambientazione quale metafora del cuore che si inaridisce.
Una vicenda che, pur costruendosi sul continuo alternarsi di commedia e tragedia e tirando addirittura in ballo momenti cantati, si distacca del tutto dallo stile che caratterizzò la succitata opera precedente di Mihaileanu, la cui regia di ampio respiro avvicinava l’insieme a una produzione americana.
Infatti, con un look generale che sfiora i connotati del documentario, a essere privilegiate sono in questo caso riprese eseguite a mano e caratterizzate dalla presenza “accidentale” di oggetti che, posti spesso tra la camera e i protagonisti, accentuano l’aspetto grezzo dell’operazione.
Ulteriormente impreziosita dalla lodevole prova degli attori, dal Saleh Bakri de “Il tempo che ci rimane” (2009) alla Hafsia Herzi di “Cous cous” (2007), ma rischiando, forse, di risultare eccessivamente tirata per le lunghe (siamo sui 125 minuti di durata).
La frase:
“Nessuna donna è un oggetto da possedere”.
Di Francesco Lomuscio, da filmup.leonardo.it

Radu Mihaileanu regista, fra gli altri, di film straordinari apprezzati compatibilmente da critica e pubblico, come Train de vie – Un treno per vivere (1998) e Il concerto (2009), nei quali il registro tragi-comico è una cifra stilistica perfettamente riconoscibile, ne La sorgente dell’amore cambia quasi radicalmente fronte narrativo. Ispirato ad una vicenda realmente accaduta in Turchia, il film viene trasportato in un imprecisato villaggio al confine tra il Nordafrica e il Medioriente, nel quale le donne indicono uno sciopero dell’amore (e del sesso) per costringere gli uomini a occuparsi, al posto loro, della raccolta dell’acqua nella sorgente situata su di una impervia montagna. Queste donne, vessate da una tradizione islamica che impone dettami rigidissimi di comportamento, privano prima di tutto se stesse di quella intimità che vorrebbero condividere con i loro mariti, in nome di una rivendicazione della propria identità. Mihaileanu entra in punta di piedi nelle dinamiche legate all’applicazione “alla lettera” delle leggi coraniche, e lo fa dipingendo una microsocietà serrata dentro ataviche convinzioni, lasciando però un margine di comprensione per una cultura così diversa da quella occidentale. Vittima della repressione del dittatore rumeno Nicolae Ceau57;escu, il regista ha sempre utilizzato l’ironia e l’umorismo per raccontare vicende drammatiche, storiche e non, antidoto a quello stesso svilimento dispotico. In questa storia, ambientata in una esotica e “remota” realtà, il regista preferisce dei toni più contenuti, valorizzando i personaggi femminili, come quello della protagonista Leila (Leila Bekhti) che, provenendo da un villaggio “straniero”, è la fautrice di questa pacifica rivolta, potendo contare, almeno inizialmente, sul supporto di suo marito. La sua lotta coinvolge molte altre donne (fra le quale c’è una “rivoluzionaria” Vecchia Lupa, interpretata da una straordinaria Biyouna), oppresse dietro quell’obbligo/dovere di essere fabbricanti di prole e schiave nella loro stessa casa. Esse reclamano la loro indipendenza, che si declina nella condivisione insieme al proprio compagno e non nell’annullamento di uno dei due. In concorso al 64° Festival di Cannes, il film si avvale di una straordinaria colonna sonora, fatta di canti appartenenti alla tradizione berbera, nella quale la musica, come il canto, sono il canale con il quale interloquire, spiegare e trovare conforto.
Di Serena Guidoni, da voto10.it

Un piccolo villaggio da qualche parte tra l’Africa settentrionale e il Medio Oriente. Gli uomini si rifiutano di andare a prendere l’acqua alla sorgente sulla montagna e le donne, che svolgono questa attività da anni mettendo a rischio le loro vite, decidono di intraprendere uno sciopero dell’amore (leggasi niente sesso) per convincerli a costruire una rete idrica. È questo l’incipit de La sorgente dell’amore, il nuovo film di Radu Mihaileanu, regista di Train de vie e Il concerto.
Tratto da una storia vera accaduta in Turchia nel 2001, il film affronta temi seri e importanti, come il rapporto tra società e religione, tradizione e modernizzazione, uomo e donna, con il sorriso sulle labbra, nonostante non manchino i momenti altamente drammatici. Caratterizzata da una leggerezza che sarebbe scellerato considerare superficialità, la pellicola tratteggia con sicurezza e determinazione i luoghi comuni che contraddistinguono i discorsi sul mondo musulmano, il Corano e l’Islam, mostrandoli come tali. Tutto ciò è stato reso possibile dalle ricerche effettuate dal regista durante la preparazione delle riprese. “Mi sono lasciato convincere dai miei co-produttori a dirigere il film a condizione di avere a disposizione un periodo in cui documentarmi, in cui potere, tra le altre cose, andare in alcuni villaggi e incontrare le donne che ci vivono: volevo avere il tempo di conoscere intimamente questa cultura per riuscire a coglierne tutte le sfumature e le angolazioni” – ha dichiarato Mihaileanu.
La protagonista del film, Leila, è una giovane donna che si oppone alla morte delle creature che le donne portano in grembo, molte volte causate dalle cadute durante le spedizioni per l’acqua, reclamando a gran voce il diritto alla libertà delle donne e la loro sostanziale uguaglianza rispetto agli uomini, così come sancito dal profeta Maometto. Essendo una straniera, una donna proveniente dalle comunità del deserto, la sua posizione è vista con sospetto nel villaggio montano ed incontra notevoli resistenze da parte delle stesse donne che ne dovrebbero beneficiare. Ma il sostegno dell’illuminato maritoSami, insegnante nella scuola elementare, e quello della Vecchia Lupa, la saggia del paese, le danno la forza per non arrendersi e continuare la sua battaglia d’amore.
L’acqua, da sempre considerata sorgente di vita, non può non essere vista, quindi, anche come sorgente d’amore, perché la vita è sempre e comunque amore, o meglio è sempre e comunque determinata dall’amore, dalla sua presenza ma anche dalla sua essenza. Non a caso, un personaggio apparentemente negativo come il fratello di Sami è tale, sembrano dirci gli autori, solo perché non ha conosciuto sufficiente amore nella sua vita.
Di Federico Larosa, da taxidrivers.it

 
Donne che urlano “io non ci sto”, femministe 2.0, e nuove cultrici dell’emancipazione femminile: se da una parte le Femen ucraine girano il mondo con coroncine di fiori e grinta da vendere contro lo sfruttamento maschile, c’è chi, in pellicola, combatte gli uomini a capo coperto, a suon di sciopero del sesso. Protestare con l’astinenza forzata, una storia antica quanto la notte dei tempi. Ma qui non siamo sull’Acropoli di Atene di Aristofane né in un club newyorkese attorno a un tavolo di pioniere del femminismo americano: in scena ci sono alcune tra le nuove attrici mediorientali del momento (Leila Bekhti, Hafia Herzi, Hiam Abbass) in un piccolo villaggio tra l’Africa settentrionale e il Medio Oriente, scenario de La sorgente dell’amore, nuovo film di Radu Mihaileanu (Train de vie, Il Concerto) in arrivo dal 9 marzo nelle sale italiane.
Di Marta Stella, da marieclaire.it

Mihaileanu, La sorgente dell’amore – Venerdì 9 marzo uscirà nelle sale italiane La sorgente dell’amore, il nuovo film di Radu Mihaileanu già presentato allo scorso Festival di Cannes. Il regista rumeno naturalizzato francese divenuto famoso per le pellicole Train de Vie e Il concerto affronta questa volta, a metà tra commedia e dramma, il tema della cultura araba e delle sue tradizioni. Ambientato ai giorni nostri in un piccolo villaggio del Maghreb, il film mostra infatti la vita quotidiana dei Paesi rurali del Medio Oriente, con la tradizionale divisione dei compiti tra uomini, non particolarmente interessati a migliorare la difficile condizione di povertà delle loro famiglie, e le donne, che da sempre si occupano dei figli, della casa e di tutti i lavori pesanti connessi, come quello di arrampicarsi su una montagna tra mille difficoltà e pericoli per raggiungere una sorgente e riportare l’acqua al villaggio. Le protagoniste sono proprio le donne che, stanche di non essere aiutate e di dover continuare a fare la spola per prendere l’acqua, decidono di attuare (un pò come accadeva nella commedia greca di Aristofane intitolata Lisistrata) lo sciopero dell’amore e di non concedere ai mariti baci e carezze fino a quando la situazione non cambierà.
Le parole del regista – Il film si ispira a vicende realmente accadute in Turchia nel 2001. Come lo stesso regista ha raccontato, affrontare il delicato tema del rapporto tra uomo e donna all’interno del mondo islamico non è stato semplice e, almeno all’inizio, la tentazione di abbandonare il progetto come regista è stata forte: “Nel raccontare una storia su donne di tradizione arabo-musulmana, avevo tutto contro di me. Ho esitato, mi ero ritagliato un ruolo solo come produttore e cosceneggiatore e a lungo ho cercato una regista araba. Poi, anche grazie anche a molti amici musulmani, mi sono convinto a dirigere il film. La mia esigenza primaria è stata non tradire né la soggettività di quella cultura né la soggettività femminile. Per questo mi sono preparato a lungo per capire ogni sfumatura”.
Di Elisa Vanzini , da newnotizie.it

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