KILLER JOE



Presentato alla Mostra del cinema di Venezia dell’anno scorso, e quindi in ritardo distributivo di più di un anno, ecco arrivare nelle sale italiane l’ultimo film di William Friedkin, Killer Joe.
La pellicola è stata tratta dall’omonima pièce di Tracy Letts, vincitore del premio Pulitzer, ed è stata una delle favorite dal pubblico durante la manifestazione veneziana, nonostante non abbia vinto nessun premio ufficiale. 
Questa la sinossi dell’opera:
Il ventiduenne Chris Smith (Emile Hirsch) è uno spacciatore di mezza tacca che sogna di fare il grande colpo. Quando tutta la merce di Chris sparisce perché gli viene sottratta dalla madre è costretto a trovare 6.000 dollari al più presto, oppure sarà un uomo morto. In preda alla disperazione chiede aiuto a suo padre Ansel (Thomas Haden Church) e insieme mettono a punto un piano terribile: uccidere la madre per riscuotere l’assicurazione. E qui entra in scena l’agente Joe Cooper (Matthew McConaughey), un infido killer dal fascino e i modi di un gentiluomo del Sud. “Killer Joe” è più che lieto di fare il lavoro, ma Joe non preme nessun grilletto senza i suoi 25.000 dollari di compenso, che devono essere versati tutti in anticipo.
I due congiurati, assieme alla matrigna Sharla (Gina Gershon), accettano la “gentile” offerta di Joe di tenere con sé, in cambio di un pagamento posticipato, l’apparentemente ingenua sorellina di Chris, l’attraente Dottie (Juno Temple). Joe terrà Dottie in garanzia fino a quando i soldi dell’assicurazione non verranno incassati e il suo compenso interamente pagato. Sembra tutto facile. E invece si rivelerà complicatissimo.
L’autore del cult horror L’esorcista propone un film che si pone fortemente sulla scia dei fratelli Coen, almeno per quanto riguarda la gestioni dei tempi e la folla e assurda esplosione di violenza, nonché il tratteggio delle psicologie di idioti e psicopatici socialmente funzionanti.
Il film è un congegno ad orologeria perfettamente oliato, con un prima parte che presenta i personaggi, le loro motivazioni e loro idiosincrasie e una seconda in cui tutti i conflitti sopiti scoppiano con impeto dirompente.
In alcune sequenze dialogiche si percepisce nettamente l’origine teatrale della sceneggiatura, ma Friedkin è stato molto bravo nel saper mettere in scena cinematograficamente una storia basata sugli scambi verbali tra gli attori.
A ciò si uniscono un paio di scene di seduzione perversa (da ricordare quella del pollo fritto), che non mancheranno di far discutere gli spettatori più bacchettoni e divertire coloro che sono dotati di un’apertura mentale sufficientemente ampia.
Importante anche la prova del cast, soprattutto quella di un McConaughey mai così in forma, forse nel ruolo della sua carriera, lontano dalle commedie romantiche in cui siamo soliti immaginarcelo.
Un film altamente consigliato, fosse solo per far comprendere alla distribuzione italiana che non siamo un Paese del terzo mondo, cinematograficamente parlando. 
Di Alessio Cappuccio, da spettacoli.blogosfere.it

Un giovane spacciatore di droga ha pochissimo tempo per raccogliere la bellezza di 6000 dollari, altrimenti rischia la vita. Disperato si rivolge a Killer Joe, quando scopre che la polizza di assicurazione sulla vita di sua madre vale quasi dieci volte la cifra di cui ha bisogno. Joe però è uno che vuole i soldi in anticipo, ma un’eccezione può farla in cambio della giovane e bella sorella del ragazzo…
Come si fa a voler male a William Friedkin, all’autore di film enormi come The Boys in the Band,L’esorcista e Cruising? Impossibile, anche se la sua è stata di sicuro una carriera discontinua, dovuta soprattutto al fatto che, cinematograficamente parlando, Friedkin è un anarchico. Vero che ha pure un Oscar sul comodino, vero che ha avuto i suoi enormi successi al box office, ma è altrettanto vero che, dopo i tumultuosi anni 80, il regista non ha più trovato il successo di critica e pubblico di un tempo.
Se ne potrebbe star qui a scrivere per ore di Friedkin, dei suoi successi e dei suoi insuccessi, di quanto sia un autore fondamentale e di quanto una carriera del genere, tra alti(ssimi) e bassi(ssimi), sia di un fascino ineguagliabile. Ma vogliamo arrivare anche al punto, ovvero al momento che tutti noi, che abbiamo sempre amato nel bene e nel male questo regista folle, personale e scomodo, stavamo aspettando: parlare del suo attesissimo ritorno alla regia.
Killer Joe è legato sin dalla base all’ultimo lavoro di Friedkin, ossia Bug, vincitore del Fipresci a Cannes nel 2006, arrivato da noi solo in dvd e molto discusso, nonostante sia il suo film che ha ricevuto più critiche positive da molti anni a questa parte. Entrambi i film sono tratti dai lavori teatrali omonimi di Tracy Letts, che ne ha curato anche le sceneggiature. Se Bug era uno scavo nella paranoia di un paese dopo l’11 settembre, Killer Joe è un’analisi spietata dei rapporti familiari in un paese dominato dai soldi.
Friedkin ha voluto descrivere il suo film come una versione di Cenerentola al contrario. Tutte le donne sognano il Principe Azzurro, ovviamente: Dottie lo trova, ma è un poliziotto che fa anche il mercenario e si fa chiamare Killer Joe, che la vuole come pegno per un mancato anticipo del pagamento. Non proprio il principino della Disney. Il fratello di Dottie, Chris, deve pagare il suo debito entro qualche giorno, il padre sembra non avere molta idea di quel che gli accade attorno e la matrigna si presenta ad aprire la porta di casa senza mutande. Proprio un bel quadretto.
Ambientato per gran parte in interni, come accadeva con Bug, Killer Joe ci mostra la carica violenta che esplode tra le mura delle case di famiglia in maniera nuda e cruda, nel delirante finale addirittura al limite del pulp. Non fa sconti a nessuno nemmeno con la sessualità, nel rapporto carnale tra l’angelica Dottie (in realtà colei che ci vede forse più in là di tutti…) e Killer Joe, e non ha paura dei nudi. Friedkin ha sempre mostrato tanto, e questo fa parte della sua poetica: oggi continua comunque a spiazzarci, segno che ha ancora molto da dire. C’è anche un inseguimento, tra due persone in moto e Chris, in memoria dei vecchi tempi, e c’è una scena che è già destinata a diventare cult: quella in cui Killer Joe umilia Sharla costringendola ad imitare una fellatio su una coscia di pollo di KFC, prima di picchiarla in pieno volto.
Benedetto da una sceneggiatura sapiente, piena di dialoghi fulminanti e battute riuscitissime, Killer Joe dimostra ancora una volta qui al Lido che si può fare vero cinema anche prendendo spunto dal teatro, come già successo con Polanski, Cronenberg, Clooney e a suo modo anche con il film di Al Pacino. Grossi meriti vanno anche agli interpreti, che regalano un lavoro d’ensemble notevole e in cui spicca, perché davvero inedito, un sorprendente McConaughey: non l’avete mai visto così, affascinante e country, lucido (?) e cattivo. Killer Joe è un film cinico, spietato, divertentissimo, indipendente fino al midollo, che si chiude con l’unica battuta possibile per un’opera del genere: bentornato maestro.
Di Gabriele Capolino, da cineblog.it

Texas. Un giovane e squattrinato pusher, Chris, ha un grosso debito da saldare il prima possibile. Venuto casualmente a sapere che sua madre – che da tempo ha lasciato la sua famiglia per un altro uomo – ha una polizza di assicurazione sulla vita che basterebbe a coprire la somma, decide di ucciderla. Dopo essersi consultato col padre, dato che nessuno dei due ha intenzione di svolgere il lavoro sporco, assume Joe Cooper, poliziotto che arrotonda lo stipendio facendo l’assassino su commissione. Non potendo provvedere a un pagamento anticipato, come nei patti, accorda col killer un insolito acconto: gli consente di sfruttare sessualmente la giovanissima sorella Dottie finché non sarà in grado di saldare il conto. Qualcosa però va storto. Il sangue non tarderà a scorrere, copioso e inarrestabile.
Dalla prima inquadratura, Friedkin intercala lo spettatore in medias res, senza inutili preamboli. Gli basta un’inquadratura per comporre un tetro, magnifico preludio. E così una baracca fatiscente, l’oscurità della notte, il tamburellare costante della pioggia, il ringhio aspro e feroce di un cane sono i pochi mezzi sufficienti a rapire l’indifeso spettatore, solo in un abisso orrido e magnetico. Ma è così bello essere prigionieri dell’arte di Friedkin che subito, tra il regista-carnefice e lo spettatore-vittima, si instaura una morbosa complicità, una condivisione di intenti. Da testimoni si diventa silenziosi complici di una cupa, nerissima spirale di atroce, violenta quotidianità.
Infatti il perno di “Killer Joe” è proprio la violenza. Sembra quasi che il regista ne abbia fatto un oggetto di analisi, concependo tutta la materia filmica come uno studio programmatico e graduale della brutalità umana. Una brutalità che non è anomala e granguignolesca come nei tanti neoslasher alla “Hostel”, ma è banalmente ordinaria, perché frutto di comunissimi rapporti umani (addirittura, in questo caso, della vita familiare). Perciò la violenza diventa fisica solo alla fine della pellicola, mentre nel resto del film resta implicita o solo verbale; anzi, a fine visione, si può concludere che la forma di crudeltà maggiore sia proprio di natura etica. I personaggi, a partire da Chris, Dottie e dal padre, essendo per primi vittime di violenza, si autoconvincono che l’unica via risolutiva sia ricorrervi, necessariamente, facendo del male principalmente a se stessi. È per questo che si rivolgono a Joe, personaggio iconico perché carnificazione metaforica di una ferocia tanto gelida e controllata quanto primordiale e istintiva. Se poi si tiene conto che l’assassino di mestiere fa il detective nel corpo di polizia, cioè è di fatto un rappresentante ufficiale dello stato, diventa inevitabile leggere l’opera sotto un’ottica diversa e più ampia, dandole una valore non solo sociale, ma anche profondamente politico.
Per tutte queste ragioni, non sarebbe un azzardo definire questo “Killer Joe” il capolavoro di William Friedkin che, noto al grande pubblico soprattutto per “L’esorcista” (film-codice – insieme a “Psycho” – della moderna concezione dell’horror) riesce in un’impresa non da poco. Grazie a uno sguardo essenziale, asciutto, finissimo, il cineasta di Chicago rigenera i meccanismi tipici del noir americano, ripartendo dal linguaggio classico (soprattutto dal Wilder de “La fiamma del peccato” e dall’Hitchcock del primo periodo americano), senza ignorare affatto i (relativamente) giovani emblemi del cinema di genere, in particolar modo i Coen e Tarantino, ma con finalità diverse e con un nuovo respiro. Inoltre, affiancato dalla penna potente e affilata come un rasoio di Tracy Letts (Premio Pulitzer nel 2008), tiene costantemente in bilico l’intera messinscena tra cinema e teatro (come già accadeva nel bellissimo e dimenticato “Bug”). Un’ambiguità di codici che viene ulteriormente enfatizzata in un finale indelebile e sardonico, devastante quanto un sorso di acido muriatico, che chiude l’opera con un’improvvisa ondata di sangue, sadismo e follia.
Inutile soffermarsi troppo sulle prove degli interpreti, tutti grandiosi. È però doveroso citare il monumentale Matthew McConaughey, freddissimo e perversamente sanguigno, e il livido, inconcludente, talentuoso Emile Hirsch. Mentre, nel comparto femminile, sarebbe ingiusto dimenticare entrambe le coraggiose, eccellenti protagoniste: Gina Gershon e Juno Temple.
Squisitamente descrittivo quanto il miglior Chandler, irresistibilmente magmatico come i racconti di Joe Lansdale, “Killer Joe” è un congegno perfetto che sintetizza linguaggi, temi e forme espressive di tutta la produzione noir passata e presente e che è destinato inevitabilmente a diventare un piccolo, lucente classico contemporaneo.
Di Vincenzo Lacolla, da ondacinema.it

Chris Smith (Emile Hirsch) è uno spacciatore texano che ritrovandosi con grossi debiti di droga decide di far ammazzare la madre da un killer professionista con il supporto del padre (Thomas Haden Church), della nuova moglie di quest’ultimo (Gina Gershon) e della sorella minore Dottie (Juno Temple). Incaricato dell’omicidio su commissione il detective della polizia di Dallas e assassino professionista Killer Joe Cooper (Matthew McCounaghey).
L’idea di Chris è pagare Joe con i soldi di un’assicurazione sulla vita stipulata dalla madre di cui Dottie è la beneficiaria, ma Joe vuole il compenso in anticipo, ma per andare incontro a Chris gli propone una caparra, in attesa dei soldi Joe vuole la sorella di Chris come acconto…
Spesso e volentieri dopo l’avvento del cinema di Tarantino si è fatto spesso e volentieri abuso del termine pulp che dalle sue radici letterarie si è trasferito su grande schermo in pompa magna, con il suo carico di violenza, efferatezze e contenuti estremi filtrati dall’immaginario tarantiniano fatto di poliziotteschi, musica anni ’70 e cinema exploitation.
Il Killer Joe di William Friedkin, regista di classici come L’esorcista e Il braccio violento della legge, è più di quanto si possa avvicinare all’universo di Tarantino aggiungendo nel frullatone anche noir, crime e dark-comedy con personaggi taglienti come rasoi, vedi il Joe Cooper di Matthew McConaughey gelido come il ghiaccio, palesemente psicopatico, ma capace di perdere la testa per la graziosa e svanita Dottie di Juno Temple.
Friedkin adatta l’omonima pièce teatrale del premio Pulitzer Tracy Letts affidando a quest’ultimo la sceneggiatura e confezionando un film nerissimo, violento con nudità e linguaggio forte, dove tutti i personaggi sguazzano nell’ambiguità più becera e i valori famigliari hanno il sapore aspro di un whisky di pessima marca.
Killer Joe regala a McConaughey la miglior performance della sua carriera insieme a quella in The Lincoln Lawyer e ci mostra come l’archetipo tarantiniano possa essere ancora una volta filtrato, riletto e riaccordato in una partitura senza sbavature, in un film d’attori e situazioni più che di dialoghi ridondanti, un racconto asciutto venato di uno humour malsano, con sprazzi di una violenza esplosiva e un parterre di perdenti da antologia, unneo-noir colmo di cattiveria e caos davvero da non perdere.
Di  Pietro Ferraro, da ilcinemaniaco.com

Chris , oppresso dai debiti con i suoi fornitori di droga convince il padre  e la sorella Dottie a noleggiare un sicario per uccidere l’odiosa madre, responsabile tra l’altro della sparizione di una partita di cocaina, per intascare così il premio dell’assicurazione. Il problema è che il killer Joe Cooper, psicopatico detective della polizia di Dallas che arrotonda lo stipendio uccidendo a pagamento, vuole i soldi  in anticipo e loro non hanno il becco di un dollaro. Lui accetta così una caparra in natura: la giovane Dottie.
Friedkin con questo film dimostra che i vecchi maestri hanno ancora molto da insegnare ai giovani cineasti. Forte di una carriera fantastica e dello status di chi non ha più nulla da dimostrare, il grande William, 76 anni e non sentirli, si rimette ancora una volta in gioco dirigendo un noir laido e disperato ambientato nel buco del culo del Texas, posto al di fuori della grazia di Dio e dimenticato dagli uomini.
Questo mondo è popolato da furfanti e mezze tacche, da ladri di polli e alcolisti impenitenti,l’immoralità regna sovrana e condiziona le azioni di tutti i personaggi in scena.
Su tutti emerge la figura del Killer Joe del titolo, un McConaughey che disegna un personaggio memorabile, da noir futurista, un poliziotto assolutamente al di sotto di ogni sospetto e di ogni deontologia professionale.
E poi è un maniaco, uno psicopatico con una lunga scia di morte alle spalle.
Si veste come un pistolero e incute terrore trovando fertile substrato nella famiglia disastrata che fa da cornice alla vita di Chris.
Tutti i personaggi di questo film hanno una connotazione negativa, tutti pronti a fregare il prossimo pur di salvarsi, anche se si tratta di giocare con la vita e la morte di una madre o di una figlia.
Dopo il soffocante ma bellissimo horror da camera Bug,, Friedkin dimostra ancora una volta di prediligere gli ambienti angusti affondati nello squallore , orchestrando un balletto di follia e di morte che termina nella maniera più beffarda possibile.
E non lesina scene memorabili soprattutto perchè non addomesticate dal dilagante buonismo hollywoodiano.
Il vecchio Will se ne frega dei divieti.
Esibisce la violenza in modo terribilmente esplicito sia fisica che psicologica: quasi insostenibile il pestaggio di Chris ad opera di due energumeni, così come sono memorabili la fellatio di Gina Gershon su una coscia di pollo dopo essere stata pestata da Joe, o lo spogliarello stereofonico di Dottie e di Joe al loro primo incontro che cita piuttosto espressamente la Lolita di Kubrick.
Il cast offre una prova straordinaria: oltre al già citato McCoanaughey che ultimamente sembra aver ritrovato lo smalto perduto da tempo e un Emile Hirsch più che convincente una menzione particolare va  ai personaggi femminili:da ricordare la performance della lolitesca Juno Temple,ingenua eppure provocante nella parte di Dottie e quella di Gina Gershon in un personaggio oltre i limiti della sgradevolezza. Un po’ come tutti gli altri in scena.
Ecco se una cosa devo imputare a Killer Joe è l’avermi fatto dimenticare in un solo istante tutto il sex appeal della Gershon che aveva un posto privilegiato nella mia memoria ” cinefila”.
Friedkin non si accontenta di dirigere un noir: ne destruttura le fondamenta riscrivendone le regole.
E il ruggito del vecchio leone è più forte che mai.
Da cinerepublic.filmtv.it

Redneck, o se preferite in italiano, bifolchi. Sono questi i protagonisti di Killer Joe, da lontano durissima storia di tradimenti, manipolazioni che, arrivata al culmine, gronda sangue. Da vicino molto di più, dal momento che l’uomo dietro la macchina da presa è un figlio di buona donna che sa essere cinico e che sulla settima arte ne sa più di tutti quanti i contemporanei. William Friedkin, che una volta ha diretto Il braccio violento della legge e L’esorcista, trasforma in immagini l’omonimo play teatrale di Tracy Letts (anche sceneggiatore), facendone la storia di una moderna Cenerentola, così tanto soffocata dai soprusi della sua famiglia di codardi, che nel momento in cui incontra un sicario a pagamento, quello le va benissimo come principe azzurro.  Friedkin lavora sul play originale, riempiendolo di carne e sangue, quasi sentissimo la puzza dei protagonisti, quella della loro anima dannata. Il Texas del regista non è poi così diverso dall’inferno, un posto in cui non ci si pensa due volte a fare uccidere la madre per riscuotere la sua assicurazione sulla vita. Una schiera di personaggi eccellenti e disgustosi prende vita davanti ai nostri occhi, in mezzo a loro arriva un sicario che alla luce del giorno indossa il distintivo e porta con sé le manette. Sfruttando location rancide e orchestrando momenti bizzarri che strizzano l’occhio al buon Lynch d’annata (quello di Velluto blu), Friedkin porta a casa un trionfo, offrendo a Matthew McConaughey la possibilità di rilanciare la sua carriera in direzioni ancora inesplorate e molto lontane da quelle commedie che gli richiedono soltanto di mettersi a petto nudo.  L’attore interpreta il ruolo di Joe con la stessa intensità di Cruise in Collateral, e la sua performance è supportata da un cast impeccabile.  Non poi così lontano da Soldi sporchi di Sam Raimi – per la crudeltà verso la quale “persone normali” possono aspirare – Killer Joe fa dello humour nero la sua arma segreta. Non si tratta di risate estreme come quelle che potremmo farci con U-Turn, ma di qualcosa di più sostanzioso, capace di lasciare il marchio: quando non c’è più traccia di speranza, quando tutto è più nero che non si può, cosa altro si può fare se non lasciarsi andare a una risata di disperazione?
Di Pierpaolo Festa, da film.it

SOLO una manciata di sale in tutta la Penisola per un ritardatario d’autore, Killer Joe di William Friedkin, in concorso alla ormai lontana kermesse cinematografica di Venezia 2011, incredibilmente trascurato dalla distribuzione nonostante il suo potenziale da botteghino. Basato sul lavoro teatrale premio Pulitzer di Tracy Letts, è narrata la torbida storia di un gruppo di famigliari che decide di far fuori […]1 per incassare un’assicurazione sulla vita che salderebbe alcuni debiti di droga. Viene assoldato un poliziotto, Joe Cooper, che arrotonda la paga facendo il sicario su commissione. Complicazioni.
E’ deprimente, davvero sconfortante assistere all’emarginazione distributiva di Killer Joe, buttato lì, in poche sale, come ad assolvere a tardivi sensi di colpa.
Non si tratta di un implicito riferimento alla necessaria attenzione ad un autore, William Friedkin, che, invero, ha più volte incassato sopravvalutazioni, ma ha anche regalato preziosi contributi al cinema.
Non si tratta neanche della necessaria devozione ad una manifestazione non sempre convincente, la quale, tuttavia, resta meritevole di una più larga diffusione presso il pubblico, anche qualora a fruirne ne restasse una piccola parte.
Si resta basiti, in realtà, dalla disattenzione verso un titolo non solo accattivante e molto ben lavorato ma immediato, moderno, di facile appeal anche sullo spettatore distratto o quello in vena di semplice e rapido intrattenimento.
Killer Joe, imperniato su una trama noir classica, gioca su almeno due fronti molto appetibili. Mentre cammina sui binari del nero d’antan, innesta elementi di commedia, brevi, come una spolverata di pepe, amabili per somiglianza e riecheggio del cinema pulp tarantiniano o quello più sobrio dei Coen. Non si ride, se non a sprazzi, e questa traccia leggera sembra essere funzionale più ad un gioco di contrasti che ad una caratterizzazione dell’opera: si ha spesso quella fantastica sensazione, soprattutto nelle sequenze con Joe Cooper, di assistere a momenti ilari o surreali fuori contesto abilmente piazzati perché fruttino in altro, abbandonino l’aura da commedia per trasformarsi nell’opposto, lontani dal grottesco e incredibilmente paurosi e atroci, lì a presentare una psiche disturbata con cui non scherzare affatto. E restano puramente divertenti solo alcune parentesi famigliari, i battibecchi tra padre e figlio, ma marginali, solo di contorno.
Errato, dunque, pensare ad una commedia nera perché non si tratta di questo, ed è il secondo fronte di richiamo a ricordarcelo di continuo durante la visione. Killer Joe è intinto di violenza, di sporco, di un malsano di cui non ci si riesce a liberare, i protagonisti, come nei migliori noir della tradizione, e lo spettatore, giocato su una tensione di cui attende l’esplosione. E’ merito, oltre che di una curata e calibrata sceneggiatura, dell’ottimo Matthew McConaughey (il killer), glaciale, essenziale, il quale rende perfettamente la deviazione che lo accompagna sin dalle prime sequenze grazie a dialoghi ottimamente studiati e spalleggiati da tempi lenti, un’interpretazione intelligentemente monocorde, movimenti controllati, occhi ed espressioni che atterriscono.
Si viene condotti senza fatica verso un finale […]2, forse sopra le righe. Il film punta il piede sull’acceleratore quasi fino a cambiar rotta, molla le briglie e diventa un mostro violento e fuori controllo, forse discutibile, forzato a tratti ([…]). Si è tentati di non assecondarlo in una valutazione, ma si è allo stesso tempo sopraffatti dalla sensazione che sia un gioco possibile, che contenga un’idea, che sia una firma ragionata, un estro tollerabile.
Apprezzabile tutta la compagine d’attori ed anche il discreto accompagnamento sonoro, il quale forse avrebbe potuto osare maggiormente e conferire un surplus di tensione ad alcune sequenze.
Un ottimo ritorno, questo di Friedkin, dopo alcuni lavori molto discutibili, un esercizio d’abilità registica che mancava, non solo nella sua carriera, ma anche, più in generale, sugli schermi.
Probabilmente verrà riscoperto ed apprezzato grazie al passaparola.
E noi vogliamo credere di contribuirvi qui, su queste pagine.
Errato, dunque, pensare ad una commedia nera perché non si tratta di questo, ed è il secondo fronte di richiamo a ricordarcelo di continuo durante la visione. Killer Joe è intinto di violenza, di sporco, di un malsano di cui non ci si riesce a liberare, i protagonisti, come nei migliori noir della tradizione, e lo spettatore, giocato su una tensione di cui attende l’esplosione. E’ merito, oltre che di una curata e calibrata sceneggiatura, dell’ottimo Matthew McConaughey (il killer), glaciale, essenziale, il quale rende perfettamente la deviazione che lo accompagna sin dalle prime sequenze grazie a dialoghi ottimamente studiati e spalleggiati da tempi lenti, un’interpretazione intelligentemente monocorde, movimenti controllati, occhi ed espressioni che atterriscono.
Si viene condotti senza fatica verso un finale […], forse sopra le righe. Il film punta il piede sull’acceleratore quasi fino a cambiar rotta, molla le briglie e diventa un mostro violento e fuori controllo, forse discutibile, forzato a tratti ([…]). Si è tentati di non assecondarlo in una valutazione, ma si è allo stesso tempo sopraffatti dalla sensazione che sia un gioco possibile, che contenga un’idea, che sia una firma ragionata, un estro tollerabile.
Apprezzabile tutta la compagine d’attori ed anche il discreto accompagnamento sonoro, il quale forse avrebbe potuto osare maggiormente e conferire un surplus di tensione ad alcune sequenze.
Un ottimo ritorno, questo di Friedkin, dopo alcuni lavori molto discutibili, un esercizio d’abilità registica che mancava, non solo nella sua carriera, ma anche, più in generale, sugli schermi.
Probabilmente verrà riscoperto ed apprezzato grazie al passaparola.
E noi vogliamo credere di contribuirvi qui, su queste pagine.
Di Alessandro Cellamare, da statoquotidiano.it

Killer Joe vive in Texas ed è il classico omone a cui si fa ricorso quando insorgono irrisolvibili problemi con qualcuno. Fisico scolpito, espressione sempre impostata, sguardo ambiguo e determinazione da vendere, Joe incute molto ma molto timore, per lui la parola data ha un valore inestimabile e non perdona ai suoi interlocutori alcun errore. Lui detta le regole, tu le rispetti, perché lui può tutto dato che realizza le tue fantasie criminali.
“Killer Joe” nasce dalla sagace penna del premio Pulizer Tracy Letts, dramma teatrale prima, film oggi. Sullo schermo il sicario ha il volto dell’affascinante Matthew McConaughey, da qualche settimana già nei cinema con “Magic Mike”, che ora si presenta ai nostri occhi perennemente con occhiali da sole a goccia, abiti scuri dal taglio impeccabile e accessori coordinati sino al più inutile dettaglio, ma anche il temibile Joe Cooper ha un punto debole: come tutti noi è umano e… s’innamora.
Le cose però sono ben più complicate di come possano apparire. Joe è un poliziotto che arrotonda ammazzando su commissione e Dottie, l’oggetto dei suoi desideri, è una “caparra” in attesa del saldo per l’omicidio richiestogli dal di lei bizzarro parentado. La vita metodica e senza imprevisti dello spietato protagonista di questa storia verrà, così, in un attimo, scombinata dai membri della sgangheratissima famiglia Smith.
La pura e giovane Dottie è la sorella minore del committente Chris (un più che mai convincente Emile Hirsch), la cui maggiore abilità è quella di calamitare guai, sfortuna e i migliori rappresentanti della umana stupidità. Infatti, è proprio dopo essere stato fregato anche dalla propria madre che decide di farla fuori per incassare il premio assicurativo ma, trovandosi a corto di contante, offre il corpo della sorella in pegno. Nell’astuto piano criminale viene coinvolta tutta (ma proprio tutta) la famiglia, nuovi mariti/mogli di mamma e papà compresi.
I personaggi sono caricaturali, la cura per il dettaglio è maniacale, la fotografia sottolinea degrado, sudiciume e umidità. La regia è di polso, decisa, dura, ogni inquadratura incornicia una situazione che va dall’esilarante, al divertente sino talvolta al grottesco. Trascorriamo la maggior parte del tempo in casa Smith, una sorta di baracca nonostante il televisore al plasma troneggi in soggiorno, costante punto di incontro dei protagonisti. Chris le prende tutto il tempo, il padre Ansel viene sempre preso per scemo da tutti e Sharla crede di essere diversa ma alla fine, come gli altri, è solo una perdente. In questo casino Dottie vive in una bolla sino all’incredibile, geniale, inatteso epilogo.
Il plot è delirante, puro intrattenimento che non rinuncia a metterci di fronte alla labilità del concetto di bene e male (alla fine è solo questione di punti di vista e di simpatia  ) ed i personaggi sono interpretati con un tale trasporto da voler abbracciare il cast al completo con menzione speciale per Sharla/Gina Gershon, sempre più meravigliosamente gotica man mano che la storia volge al termine.
Voto 8. Film che ti fa sentire il profumo di thriller, di fatto è un family drama, rappresentato in stile molto grothesque ed impreziosito da perle splatter.
Da masedomani.com

Sesso, sangue e  pollo fritto. Killer Joe è una pellicola sopra le righe, di quelle che difficilmente possono essere racchiuse all’interno di un genere. William Friedkin, regista, fra le altre, di due pellicole entrate nel gotha dei grandi classici di Hollywood, Il braccio violento della legge e l’Esorcista, prova a descrivere il degrado di una certa America fatta di case prefabbricate in periferia, famiglie disastrate, droga, alcool e scommesse attraverso una trama irreale, terribile, a tratti spaventosa.
Se il titolo è tutto per Joe, poliziotto di Dallas che come “secondo lavoro” fa il killer di professione, è la famiglia Smith la vera protagonista, con i suoi componenti degradati, depravati, rissosi. E’ su loro che si sofferma l’obiettivo del regista, descritti come poveri di intelletto, traditori, incapaci di provare anche i più naturali e semplici sentimenti. E’ la presenza dello schizofrenico Joe a far collassare l’instabile equilibrio della famiglia Smith ancor più della decisione di organizzare l’omicidio della madre dei due ragazzi, vista come una cosa quasi normale, presa senza versare una lacrima.  Mentre la televisione ripete in continuazione scene degli spettacoli di giganteschi fuoristrada dalle enormi ruote, mentre un povero cane abbaia in continuazione cercando di divincolarsi le vicende di Chris e degli altri precipitano, in un crescendo di violenza e sangue. 
Il film, che in America è stato proiettato con il rating NC 17, No Children 17 and Under Admitted, è uscito nelle sale cinematografiche italiane l’11 ottobre 2012 con un più che giusto “vietato ai minori di 14 anni” a causa delle scene di violenza, sesso ed ai copiosi spargimenti di sangue, oltre alle tematiche affrontate.  Sono diversi i momenti in cui il sangue scorre realisticamente a fiotti ed alcune scene sono decisamente inadatte ad un pubblico facilmente impressionabile.  Da non perdere, nel bene e nel male, la scena del pollo fritto. 
Buona la performance di Matthew McConaughey, discreti i personaggi femminili. 
Di seguito è descritta parte della trama
In una piovosa serata Chris Smith, piccolo spacciatore, bussa ferocemente sulla lamiera della casa in cui vivono padre, sorella e matrigna. Dopo essere entrato ed aver litigato con quest’ultima perchè aveva aperto la porta mezza nuda, con solo una maglietta indosso, Chris chiede al padre di uscire per discutere di alcune cose importanti.  La madre, alcolizzata e drogata, le ha rubato una partita di droga ed ora il ragazzo deve restituire 6000 dollari altrimenti rischierà la vita. Avendo saputo che la madre ha un’assicurazione sulla vita di 50000 dollari la cui unica beneficiaria è la sorella Dottie, affetta apparentemente da un leggero ritardo mentale, vergine in un contesto in cui le altre donne son descritte alla stregua di prostitute.  Uccidere la madre e riscuotere l’assicurazione sembra essere l’unica soluzione ed i due decidono di prendere un appuntamento con Joe Cooper, poliziotto che come secondo lavoro è solito fare il killer su commissione, bravissimo nel far sembrare che le morti siano accidentali. Al suo arrivo “killer Joe”, resosi conto che i propri clienti al momento non hanno denaro, chiederà in cambio della prestazione una “caparra” come garanzia del pagamento, la bionda Dottie…
Di Fabrizio Reale, da cinemarecensionilab.blogspot.it

William Friedkin, regista celebrato di film come “Il Braccio violento della legge” e “L’Esorcista” ama definire questo suo ultimo film, “Killer Joe”, come una “versione moderna di Cenerentola”. Una Cenerentola pulp, aggiungiamo noi. Perché in effetti è come se quella celebre fiaba fosse passata sotto il rullo compressore di una violenza alla Tarantino, distorcendosi in una sorta di mix di sangue, amoralità, ironia e grottesco.
Si tratta di una storia, cesellata dalla maestria registica di Friedikin, nata da una sceneggiatura a orologeria a firma di Tracy Letts, già autore dell’originale teatrale pluri-premiato: prima di questa ottima versione cinematografica, “Killer Joe” è stata una piéce che, dopo l’esordio nel 1998 allo Steppenwolf Theatre di Chicago, ha avuto messe in scena in 15 paesi e in 12 lingue diverse. Noir di frontiera, lontano dalle dimensioni urbane e piuttosto collocato nei depressi spazi di un Texas dove il Nulla fa da cornice ad appartamenti e locali lasciati andare, il film di Friedkin ha come universo umano protagonista una famiglia che è a dir poco disfunzionale. Il giovane Chris (Emile Hirsch, volto giunto alla celebrità del grande pubblico con “Into the Wild”) fa lo spacciatore di cocaina, e quando scopre che sua madre gli ha rubato tutta la droga nascosta in casa, mettendolo nei guai con una gang decisa a fargli la pelle, ha una pensata: fare ammazzare la madre da un sicario, e incassare un’assicurazione sulla vita che la donna, è venuto a sapere, ha stipulato. Il ragazzo estende il progetto al padre Ansel (Thomas Haden Church), che vive ormai con un’altra donna, Sharla (Gina Gershon), e la sorellina Dottie (Juno Temple).
Alla fine, anche loro si uniscono al progetto e decidono, dopo brainstorming famigliare, di assoldare un sicario come Killer Joe Cooper (Matthew McConaughey) che, essendo anche un poliziotto, può ben svolgere il proprio compito e successivamente depistare le indagini. Cooper agisce solo dietro compenso anticipato, e i soldi non ci sono. Ma si “accontenta” di una succulenta caparra: unacaparra in carne e ossa, e cioè la sorellina Dottie. Chris, col tempo, comprende di non sopportare la visione di sua sorella nelle mani del perverso killer, e decide di far saltare l’accordo: ma mammina è già stata uccisa, e Cooper con Dottie ci ha preso proprio gusto. Non se ne parla. La vexata queastio finirà, prevedibilmente (ma non (in modo prevedibile) nel sangue). Tanto più che, alle spalle di tutta la vicenda, c’è un intrigo svelato solo nel finale, e che implica uno “showdown” western che passerà tra le scene “pulp” memorabili degli ultimi anni (anche per la rappresentazione disturbante di una fellatio imposta e simbolica, praticata con una cosciotto di pollo fritto).
Friedkin sa come gestire immagini e suspense, e si appunta sulla giacca di grande regista anche i galloni di una scelta di cast perfetta: Matthew McConaughey acciuffa il ruolo della vita, prestando la sua faccia da bravo ragazzo a una missione di assoluta amoralità bestiale. Cowboy asettico, dalle camice ben stirate e dai modi ordinati, Cooper si muove come uno squalo nell’acqua di assoluto cinismo in cui i pesci piccoli sono Chris, ragazzino irresponsabile, Dottie, teenager dai sogni ancora puri ma costretta in un mondo che la sconsidera o la mercifica (ed è proprio di Juno Temple la performance migliore del film), Sharla infedele e dai desideri elementari e l’ottuso pater familias (si fa per dire) Ansel. “Killer Joe” uscirà nelle sale l’11 ottobre ed è un film da vedere.
Di Ferruccio Gattuso, da it.cinema.yahoo.com

Da sempre abituato a lavorare sul genere e sui generi con grande intelligenza e particolare sensibilità, William Friedkin ritorna al cinema con un film che, ancora una volta, gli permette di esplorare le zone grigie dei comportamenti e della morale. 
Per quanto tutti i protagonisti di Killer Joe siano infatti piuttosto esplicitamente riprovevoli, con l’eccezione (parziale) del personaggio affidato a Juno Temple, il regista americano non esita a rintracciare in loro tracce di sentimenti e umanità che li rendono ben più complessi di quel che appare. Il manicheismo, a Friedkin, non appartiene, per quanto sia chiara, nel film, la sua visione più che vagamente nichilista. 
Girato con estrema eleganza formale, di quell’eleganza senza fronzoli che ci aspetta dal nome che lo firma,Killer Joe è puro cinema nonostante la radice teatrale del copione gli dona in aggiunta un’inedita centralità della parola, ed è messa in scena di un tutti contro tutti iperviolento e disperato, eppure simultaneamente carico di straordinaria ironia e di senso dell’umorismo. 
Negli anni del post-tarantinismo, William Friedkin riporta coenianamente il pulp alle sue radici più puramente noir, ribaltando l’uso e l’applicazione della parola e del disincanto del regista de Le iene e Pulp Fiction. 
Spesso e volentieri, Killer Joe pianta ben salde le tende nel terreno del grottesco, ma con chiaro intento spiazzante e morale. Più l’eccesso e l’aberrazione spingono al riso nel nome dell’assurdo, più Friedkin ci sbatte in faccia la violenza (fisica e psicologica) in tutta la sua destabilizzante sgradevolezza: e il sorriso si trasforma prima in ghigno e poi in smorfia di dolore. In crisi morale. 
Per quanto prevedibile, la candida e danneggiata ingenuità della Dottie di Juno Temple è destinata ad essere irrimediabilmente sporcata e corrotta dalle gesta della sua famiglia e del killer del titolo (ottimamente interpretati da Thomas Haden Church, Gina Gershon, Matthew McConaughey ed Emile Hirsch). 
Eppure, persino in quel terreno sterile e respingente, qualcosa è destinato (letteralmente) a svilupparsi e a nascere, a contagiare a sua volta. Di che segno siano però questi slanci verso il futuro, Friedkin lascia che sia lo spettatore a determinarlo.
Di Federico Gironi, da comingsoon.it

Chris Smith (Emile Hirsh) è un giovane spacciatore che, cacciato di casa dalla madre, si ritrova a chiedere aiuto al padre Ansel (Thomas Haden Church) e alla sua compagna Sharla (Gina Gershon); deve infatti restituire seimila dollari ai suoi fornitori di droga, senza tuttavia averne i mezzi. Quando scopre che l’assicurazione sulla vita di sua madre frutterebbe circa 50 mila dollari, in caso di decesso, Chris convince la sua famiglia ad assoldare Killer Joe (Matthew McConaughy), un poliziotto corrotto che fa il killer nel tempo libero, per far fuori la donna e intascare così i soldi. Il mercenario, che vuole essere pagato in anticipo, accetta come deposito di garanzia la sorella di Chris, Dottie (Juno Temple), dodicenne smaliziata e abbandonata a se stessa che offre il suo corpo e la sua sessualità per il bene comune della famiglia nella quale vive.
Questa, in breve, la trama del nuovo bellissimo film di William Friedkin, presentato alla 68° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e tratto dalla pièce teatrale del premio pulitzer Tracy Letts. A metà strada tra il pulp tarantiniano e la filmografia dei fratelli Coen, Killer Joe racconta con un umorismo disarmante le perversioni dell’animo umano. Senza risparmiare nulla allo spettatore, il film mette in scena una discesa agli inferi di una realtà familiare disastrata, violenta, che presenta personaggi moralmente ambigui. Chris, che appare un po’ come l’anti-eroe della vicenda, è in realtà uno spacciatore con un attaccamento morboso nei confronti della sorella, che molto spesso rischia di scivolare nell’incesto. La stessa Dottie sveste (in tutti i sensi) i panni della vittima sacrificale, e si trasforma in un personaggio scellerato, diviso tra l’affetto per il fratello, e l’attrazione che prova per Joe. Vittima e carnefice al tempo stesso, Juno Temple è, senza dubbio, il personaggio chiave del racconto. Dalla bellezza glaciale, un po’ come le protagoniste dei film di Hitchcock, la Temple inchioda lo spettatore allo schermo, per via di quell’inquietante vena di perversione che rende difficile una sua collocazione all’interno di uno schema più ampio. Il corpo dell’attrice, niveo e spigoloso, viene mercificato per tutta la durata della pellicola; usato come merce di scambio in un affare sporco e difficilmente digeribile, viene messo in mostra come se non avesse importanza, come se fosse un altro accessorio di scena. Quello che sorprende è la facilità e, insieme, la felicità con cui Dottie accetta quella riduzione ad oggetto, muovendosi alla stregua di una bambola gonfiabile nelle mani di Joe.
A settantasei anni suonati, il regista de L’esorcista, torna al cinema con un film disgustoso e sanguinolento, pieno di violenza e humor nero, guardando con occhio cinico a quel braccio violento della legge che vede in Joe Cooper il suo massimo esponente. Subdolo, corrotto e crudele, il poliziotto interpretato ottimamente da Matthew McConaughy rappresenta, agli occhi di Friedkin, il più grande fallimento delle forze di polizia. Nato per proteggere i cittadini, Joe è in realtà un mostro dagli «occhi che uccidono», che non ha rancori né conosce il significato della parola rimorso. Con l’ottima fotografia di Caleb Deschanel, e un ritmo sincopato che non fa mai cadere l’attenzione e la tensione, Killer Joe – uno dei migliori film visti al Lido – affascina proprio per quella vena rivoltante che accompagna tutta la narrazione e che rischia di rimanere incollata all’immaginario dello spettatore per giorni e giorni, grazie soprattutto ad un cast eccellente, capace di rendere giustizia ad una sceneggiatura d’alto livello.
Di Erika Pomella, da silenzio-in-sala.com

Una ragazza come “deposito”
Quando scopre che la madre ha rubato la sua scorta di droga, Chris, uno spacciatore di 22 anni, deve racimolare seimila dollari in fretta, o sarà un uomo morto. Disperato, va a trovare suo padre Ansel al campeggio delle roulotte, e gli espone il suo piano. La madre di Chris, odiata da tutti, ha un’assicurazione sulla vita che coprirebbe il suo debito e li farebbe entrambi ricchi. Il problema è che la madre di Chris è fin troppo viva. Ed è qui che entra in scena il poliziotto “Killer” Joe Cooper, un assassino prezzolato con maniere da gentiluomo degli Stati del Sud, disponibile a risolvere la faccenda, ma solo dietro pagamento anticipato di una somma che Chris e Ansel non hanno. Sul punto di piantarli in asso, Joe nota Dottie, l’innocente sorellina di Chris, e fa un’offerta al ragazzo: terrà con sé Dottie come caparra sessuale finché non avranno ottenuto il denaro e pagato il compenso…
«Your eyes hurt…»
Che gran classe quella di William Friedkin, regista tostissimo che non ha mai smesso di fare buon cinema: anche Killer Joe, giunto cinque anni dopo il disturbante Bug (da recuperare, se non l’avete visto), conferma il talento di un veterano che non è mai “invecchiato”, ma sa ancora raccontare storie con sguardo affilato e mano sicura. Merito anche dell’opera teatrale di Tracy Letts, estremamente cinematografica in termini di storia e caratterizzazione dei protagonisti, al punto da rendere praticamente obbligato il passaggio sul grande schermo.
Ambientato nella consueta periferia suburbana – in questo caso texana – fra piccoli criminali e cittadini “di serie b”, Killer Joe dipinge un ritratto sardonico e chiaramente disincantato dei legami familiari (al centro di moltissima retorica statunitense e soprattutto hollywoodiana), decostruendoli cinicamente attraverso le logiche dello humour nero, qui riproposte con gusto e senso del ritmo. Gli scatti improvvisi di violenza inusitata, così simili alle dinamiche del pulp, non toccano le corde dell’empatia – né quelle del disgusto – grazie all’abile lavoro di Friedkin e della Letts, che spogliano la rappresentazione di qualunque patina morale e rendono accettabili anche le forme più assurde di prevaricazione, compresa la scena cult del chicken job (la cui descrizione è meglio evitare, sia per senso del pudore sia per non rovinare la “sorpresa”). Così, la fruizione del film risulta assolutamente libera: libera di abbracciare la follia della storia e dei personaggi – soprattutto il Joe di Matthew McConaughey, forse il ruolo migliore della sua carriera – senza preoccupazioni di carattere etico, ma abbandonandosi a un divertimento bizzarro e parossistico, mai banale.
Un film che lo stesso Friedkin ha definito come una sorta di Cenerentola dove il Principe Azzurro è un killer a pagamento, e l’ironia del finale – culmine di una sequenza da antologia – non fa che esaltare i pregi di questa insolita parabola fiabesca. Da non perdere.
Di Lorenzo Pedrazzi, da spaziofilm.it

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog