J. EDGAR


Che J. Edgar abbia suscitato tante perplessità, si può capire.
Vuoi per l’orrido trucco messo in faccia a Leonardo DiCaprio.
Vuoi perché il primato del privato sulla politica, in questo caso, potrebbe avere il retrogusto del Clint più reazionario.
Vuoi perché il film non ha sempre la mano leggerissima e procede un po’ a singulti, ingolfandosi per poi riprendersi.
Son difetti concreti, oggettivi, che non si devono negare.
Ma quello di Eastwood è un film che, a dispetto (o proprio in virtù) di questi suoi difetti, della goffaggine che a tratti esprime – e che tanto assomiglia a quella del suo ferreo, implacabile e storicamente nefasto protagonista – riesce a trasmettere un’umanità non comune. Accusare J.Edgar di mettere in scena un determinismo facile e riduzionista (quello per cui sono la castrazione che deriva dall’ingombrante e opprimente figura materna e la conseguente repressione della propria omosessualità a causare l’ossessione di controllo e l’ansia di potere) significa negare in maniera un po’ miope e sospetta la potenza di certe questioni interiori. Che la complessità dell’animo umano si costruisce sempre su fondamenta tanto più solide quanto più elementari. Eppure Eastwood (e il suo sceneggiatore Dustin Lance Black) lo dichiarano chiaramente attraverso le loro scelte: il loro Hoover è quello (e solo quello) perché non ci sono nella sua vita altri elementi in grado di scardinare la sua basilare costruzione mentale. Un uomo che non ha altro perché solo e volontariamente segregato.
Non a caso, le uniche scene in cui al personaggio interpretato da Di Caprio è concesso un esterno sono quasi unicamente quelle funzionali alla rappresentazione (mediatica) del suo personaggio pubblico: altrimenti Hoover è sempre sepolto nell’ufficio che è e diverrà la sua tomba, un mausoleo in vita dove raccogliere la sua sapienza negli archivi e trasmettere la sua storia agli agenti chiamati a fargli da scribi. Ossessionato dal tracciamento del privato degli altri per compensare l’assenza del suo.
Hoover come l’ultimo dei faraoni, ma drammaticamente e paradossalmente impotente. L’uomo che forse più di tutti ha influenzato la politica statunitense del Ventesimo secolo è ritratto come un personaggio ridotto a guardare con malinconia la vita da una finestra, nell’illusione di poterla veramente controllare e, ancor di più, di vedere un giorno un gesto che significherebbe riconoscimento del suo lavoro e legittimazione di un’esistenza. Che significherebbe libertà dalla sua prigione autoimposta, libertà nell’accettazione di sé e degli altri.J.Edgar e Nemico pubblico, allora, come due facce di una medesima medaglia.
Non per il facile parallelismo tra Hoover e Dillinger, non per il cinema come luogo deputato alla rappresentazione che appare sia nel film di Eastwood che in quello di Mann. Ma per il racconto di due vite antitetiche rispetto ad un’idea di libertà e individualità, portata verso autodistruttivi estremi anarchici ed edo-narcisisti da un lato e verso la conformazione iperreazionaria e omologante dall’altro.
Una polarità, questa, che la vita e la politica statunitensi ancora non sembrano aver conciliato in una sintesi che potrebbe essere un nuovo inizio.Ma a Eastwood, la politica non interessa (più).
La vita invece sì, e molto. E la tremante partecipazione con cui racconta la vecchiaia del suo protagonista, la fatica e il dolore che possono causare gli imperativi di un bilancio esistenziale, sono sinceramente commoventi.
Tanto più quanto l’assenza di giudizio morale che contraddistingue tutta la narrazione regala a J.Edgar una profonda ed etica moralità.
Di Federico Gironi , da comingsoon.it

La cosa più evidente di J. Edgar (un film fatto da un repubblicano, questa volta è abbastanza evidente) sono le due spinte che hanno lavorato alla sua realizzazione. Da una parte Leonardo DiCaprio,intenzionato a dare forma ad un ruolo da Oscar fatto di clamorosi sfoghi, primi piani intensi e momenti di topica mimesi, dall’altra Clint Eastwood intenzionato a raccontare una storia d’amore con un personaggio refrattario e duro come l’acciaio (materia con la quale, diciamo, ha confidenza), un tentativo riuscito fatto di silenzi e piccole mosse.
La storia la fanno i vincitori, J. Edgar Hoover lo sa, e vicino alla morte decide di scrivere la propria biografia per raccontare la sua versione dei fatti che lo riguardano. In questo modo ripercorriamo gli eventi che hanno portato alla nascita dell’FBI senza eccessiva enfasi sui vari passaggi. Nel racconto che Eastwood fa fare a J. Edgar su se stesso l’attenzione va sulle difficoltà vissute in prima persona e sul suo protagonismo. Più che altro è evidente come sia l’omosessualità repressa a forza il centro d’interesse del regista (e dello sceneggiatore Dustin Lance Black, premio Oscar per Milk). Non c’è ambiguità nelle preferenze sessuali di J. Edgar, questo è un problema che Eastwood risolve subito senza lasciare dubbi per andare a lavorare di fino sui mille piccoli modi attraverso i quali un uomo che non deve lasciar passare i suoi sentimenti cerca di lasciar passare i suoi sentimenti.
In questi ultimi anni abbiamo visto Eastwood brillare davvero quando si è misurato su film in cui l’intreccio delle relazioni personali è il cuore della trama (Million Dollar Baby, Mystic River, Un mondo perfetto, Gran Torino) e meno quando affronta racconti anticonvenzionali, più descrittivi che narrativi o dotati di un afflato storico (il dittico Iwo Jima, Invictus, Changeling, Hereafter). Così anche J. Edgar regala i momenti più preziosi nei confronti tra esseri umani e non nelle descrizioni storiche, nei momenti in cui si dice qualcosa ma si vorrebbe esprimere qualcos’altro.
Così alla fine, a fronte di tante cadute di stile o di momenti che non rendono onore alla raffinatezza che sappiamo essere parte del repertorio di Clint Eastwood, per chi le vuole cogliere J. Edgar regala anche un’infinità di piccole delicatezze fuori dal comune, descrizioni minuziose fatte di sguardi, movimenti di camera leggeri, due note di pianoforte (suonate da Clint stesso), colori desaturati, ombre onnipresenti e montaggi invisibili ma di inesorabile precisione.
Inqualificabili, infine, il make-up d’invecchiamento e il doppiaggio italiano. Roba da cinema parrocchiale.
Di Gabriele Niola, da badtaste.it

Due anni dopo Invictus (e ventitré dopo il semidimenticato Bird) Clint Eastwood torna a dirigere una biografia filmata. Questa non sarebbe in sé una gran notizia, visto che un’anima biografica, spesso autobiografica o comunque di attenzione peculiare verso il vissuto dei suoi personaggi, è sempre stata presente nel cinema del regista statunitense: ma, quando il soggetto della rappresentazione è uno dei personaggi più controversi della storia americana, implacabile nemico del crimine quanto “mastino” insofferente alle limitazioni imposte dai diritti civili, padre padrone dell’FBI sempre sotto i riflettori nella sua dimensione pubblica, quanto misterioso e schivo nel privato, la curiosità non può che aumentare esponenzialmente. Ha fatto bene, il vecchio Clint, ad aspettare questa fase della sua carriera, i riconoscimenti e il definitivo sdoganamento da parte della critica più (pseudo)progressista, per dedicarsi a un soggetto come quello di questo J. Edgar: sono lontani i tempi delle accuse di criptofascismo verso il suo cinema, lontana l’ottusità di certi ambienti che anteponevano i teoremi critico-ideologici all’obiettiva visione di un’opera; lontani gli anni ’70 e ’80 e la figura del suo monolitico giustiziere, liricamente salutata e consegnata alla storia dal suo Gran Torino. Partendo da uno script di Dustin Lance Black, che già aveva esplorato a fondo un personaggio-simbolo e il suo impatto sulla società con la sceneggiatura di Milk, il film dedicato alla vita di John Edgar Hoover può così prendere forma, illuminato dallo sguardo complice e sofferto di Eastwood su un carattere troppo complesso per poter essere ingabbiato da schematizzazioni ideologiche, e da un Leonardo DiCaprio che compie qui un’opera attoriale mastodontica: prestando il suo volto a un personaggio durante un cinquantennio della sua vita, da quando, poco più che ventenne, era un giovane ed ambizioso ufficiale di una polizia federale molto diversa da quella che conosciamo oggi, fino alla sua morte arrivata all’età di 77 anni.
La sceneggiatura di Black sceglie di narrare la vita di Hoover muovendosi tra piani temporali diversi, presentando a inizio film un direttore del Bureau anziano, stanco e sotto costante attacco dei media (e di alcuni avversari interni, come il futuro senatore Bob Kennedy) che racconta in forma dattiloscritta la sua vicenda personale e politica, convinto che gli americani abbiano ormai perso la memoria storica delle minacce a cui sono stati sottoposti. Assistiamo così agli inizi della carriera di J. Edgar e alla sua vorticosa ascesa ai vertici del Bureau, alla sua spietata lotta contro i comunisti (da lui considerati alla stregua di terroristi) e alle sue innovative idee nel campo dei metodi di indagine, che porteranno a una rivoluzione all’interno dello stesso corpo federale. Lo script si concentra da subito sul contrasto tra il privato del personaggio e la sua dimensione pubblica di astro nascente della lotta al crimine: all’evidente gusto per le luci della ribalta, alla brillante immagine di giovane innovatore prima, e di integerrimo difensore dell’ordine pubblico poi, si contrappone una dimensione privata complessa, schiacciata da un palese stato di succubanza nei confronti di una madre (una straordinaria Judi Dench) dalle soffocanti aspettative; oltre che da costanti complessi di inferiorità, tra cui quello sulla statura, che si fanno sentire in modo determinante quando i riflettori si spengono, arrivando a logorare sempre di più lo stato mentale dell’uomo. In questo, viene posto in evidenza il rapporto con due delle figure chiave della vita del personaggio: la segretaria Helen Gandy, interpretata da Naomi Watts, fedele custode dei segreti e dei dossier che lo stesso Hoover, negli anni, raccoglierà sul conto di nemici reali e presunti; e soprattutto il consigliere Clyde Tolson (un efficace Armie Hammer), amico personale e uomo forse più vicino in assoluto al direttore dell’FBI. E’ proprio sul rapporto con queste tre figure, i due collaboratori e la madre di J. Edgar, che si snodano alcuni dei punti chiave del film: la presenza dell’anziana donna come guida discreta ma inflessibile e dispotica, la costante ricerca da parte del protagonista della sua approvazione, il dolore e lo smarrimento alla sua scomparsa; la convinta dedizione della segretaria, e la sua scelta di sacrificare, in nome del lavoro, tutti gli affetti e forse un’attrazione per lo stesso Hoover; il complesso rapporto con Tolson e l’emergere del suo carattere (sempre meno) latentemente omosessuale.
E’ su quest’ultimo aspetto che la sceneggiatura osa e rischia di più, azzardando una risposta alle tante voci succedutesi nel corso degli anni sul rapporto tra i due personaggi, e conferendo ad esso una dimensione di costante privazione e repressione che trasmette un’umanità, e una credibilità, che non possono non toccare. La regia di Eastwood, caratterizzata dalla consueta essenzialità (che non esclude l’attenzione per i dettagli) entra quasi con pudore nel privato del rapporto tra i due personaggi, ne restituisce con sempre maggior convinzione la sofferenza, innalza abilmente la temperatura emotiva della storia mettendo lentamente a nudo la realtà di una relazione non solo inconfessabile, ma addirittura inimmaginabile per i suoi stessi protagonisti. Più in generale, nell’alternanza tra passato e presente che caratterizza lo script, la narrazione scivola sempre più verso il privato del personaggio, progressivamente spogliato della corazza che lui stesso si era costruito e che poi, attraverso il racconto in prima persona della sua storia, contribuisce suo malgrado ad abbattere. E’ solo apparente la freddezza che il film sembra trasmettere nella sua prima parte, quasi una maschera che lo stesso Eastwood, imitando il suo protagonista, sceglie di porre sulla vicenda: mentre un appesantito e invecchiato DiCaprio detta la sua storia al suo collaboratore, alterando e mistificando la realtà, distorcendo episodi chiave della sua carriera e cercando di rinverdire un’immagine ormai sbiadita, emergono inevitabilmente, nel presente come nel passato, le debolezze e le idiosincrasie, le ossessioni e la sostanziale solitudine, unite all’inesausta convinzione di stare operando, nonostante tutto, per il bene del suo paese. Un racconto che da collettivo diviene sempre più personale e intimo, che restituisce un cinquantennio di storia americana attraverso gli occhi di uno dei suoi protagonisti: occhi il cui sguardo si fa sempre più limpido, spostandosi dall’esterno verso l’interno, arrivando a scandagliare alla fine, suo malgrado ma con un un’onestà totale, il suo stesso animo. Uno sguardo che si sovrappone a quello del regista, e al percorso compiuto dal suo cinema: una riflessione sempre più sofferta sul sogno americano, ma soprattutto sul suo significato per i singoli individui e per il loro vissuto. Una storia non ancora conclusasi, e di cui questo J. Edgarrappresenta l’ennesimo, importante, tassello.
Di Marco Minniti, da movieplayer.it

Ciò che già da molti anni sorprende nel cinema di CLINT EASTWOOD è la sua capacità di raccontare una storia mascherandola da qualcos’altro. Una cifra stilistica evidente in “CHANGELING”, che attraverso il dramma di una donna che ha perso il suo bambino spara a zero sulle negligenze, le bugie e le nefandezze del potere, e che troviamo perfettamente specchiata in “J.EDGAR”.
Un biopic travestito, questo è il racconto della vita del fondatore, direttore e padrone del FBI, un soggetto perfetto per portare sullo schermo la solitudine di chi si è dedicato al controllo di un ordine costituito, perdendo di vista ciò che davvero conta nella vita. Eastwood si interessa molto di più al lato umano e melodrammatico della narrazione, piuttosto che a quello squisitamente storico di cui si prende quasi amabilmente gioco. Come sempre l’interesse del regista di Carmel è focalizzato sulle persone, su questo tiranno maniacale dall’anima divisa in tre, tra l’amore per la madre e le sue due, represse, identità sessuali, ambizioso ma consapevole dei suoi limiti, imprigionatosi in una fortezza da cui poteva manovrare tutto e tutti, ma senza mai poter assaporare il vero gusto del potere. E allo stesso modo incapace di sapere cosa volesse dire avere un sentimento sincero e spontaneo.
“J.EDGAR” è un’opera tragica, trasposta cinematograficamente con il classicismo che contraddistingue lo stile di Eastwood, tra il melò e l’espressionista, con un lavoro fotografico caratterizzato da tagli di luce dalla grande efficacia narrativa e un decoupage, soprattutto nel raccordo dei diversi piani temporali, dall’ammirevole libertà stilistica per un regista che a ottantuno anni continua a essere uno dei più giovani in circolazione.
Purtroppo, come già accaduto in “HEREAFTER”, il film soffre di una sceneggiatura che ha qualche battuta d’arresto ma soprattutto degli eccessi narrativi derivanti da una caratterizzazione dei personaggi e delle situazioni a rischio di omologazione. Per fortuna ci pensa Eastwood, capace di fare anche delle scene più rischiose parti integranti del suo lontano e lungo discorso sull’immanenza, la vita e la morte, facendo tornare alla mente, specie nell’elegiaco finale, una delle sue opere più straordinarie, “MEZZANOTTE NEL GIARDINO DEL BENE E DEL MALE”.
Ma stavolta non c’è spazio per la sensualità e l’ironia che caratterizzavano quel capolavoro. “J.EDGAR” è la storia di amori non ricambiati tra il protagonista e i suoi più stretti collaboratori, ma più che mai è il racconto di una relazione impossibile tra Hoover e l’America: dopo averla corteggiata, imprigionata, ingannata, corrotta e violentata, Miss Liberty si è vendicata.
Ultima annotazione sull’eccezionale LEONARDO DICAPRIO, capace di rendere una grande interpretazione anche sotto un pesante ed eccessivo trucco prostetico: Jack del Titanic è affogato molti anni fa, ora abbiamo di fronte un attore come pochi ce ne sono al mondo.
Di Alessandro De Simone, da film.it

Nominato capo dell’FBI dal Presidente Calvin Coolidge, J. Edgar Hoover è un giovane uomo ambizioso nell’America proibizionista. Figlio di un padre debole e di una madre autoritaria, Edgar è ossessionato dalla sicurezza del Paese e dai criminali che la minacciano a suon di bombe e volantini. Avviata una lotta senza esclusione di colpi contro bolscevichi, radicali, gangster e delinquenti di ogni risma, il direttore federale attraversa la storia americana costruendosi una reputazione irreprensibile e inattaccabile. A farne le spese sono i suoi nemici, reali o supposti, tutti ugualmente ricattabili dai dossier confidenziali raccolti, archiviati e custoditi da Helen Gandy, fedele segretaria che rifiutò il suo corteggiamento e ne sposò la causa. Quarantotto anni di ‘azioni’ (il)legali, otto presidenti e un sentimento dissimulato dopo, quello per il collaboratore Clyde Tolson, Edgar detterà la sua biografia e le sue imprese: la rivoluzione investigativa, la consolidazione del Bureau, la ‘deportazione’ dei comunisti, la cattura di John Dillinger e George Kelly, le indagini lecite sui rapitori di Baby Lindbergh e quelle illecite sulle Pantere Nere o sul Movimento per i Diritti Civili di Martin Luther King. Una vita romanzata e smascherata al tramonto dalla coscienza di Tolson e dall’incoscienza del peggiore dei presidenti.
Il mondo è imperfetto e Clint Eastwood lo ribadisce ogni volta che può. Ad essere perfetto è il suo sguardo sul mondo, dove ancora una volta un criminale ‘rapisce’ un bambino e dove il bambino scomparso diventa l’immagine dell’innocenza di un Paese sulla soglia di una crisi. In J. Edgar, come inChangeling, a una mamma viene sottratto il figlio e la polizia è incapace di porvi rimedio. A indagare ci pensa lo zelante Edgar Hoover, ansioso di accreditare il valore dell’FBI e di raggiungere la notorietà, a cui ha sacrificato affetti e vita privata. Perché Edgar è un disadattato ossessionato dalla carriera e dalla conservazione del ruolo, che fa giustizia dei criminali e assicura alla giustizia il presunto colpevole del primo kidnapping della storia americana. Ma Edgar è pure la protervia del potere poliziesco e politico contro cui combatteva la madre ostinata di Angelina Jolie, è il distintivo che giustifica qualsiasi nefandezza, intercettazione, pestaggio, è l’uomo che spia, imbroglia e ricatta amici e avversari, è l’America paranoica che combatte i propri nemici diventando come loro e che disarma i ‘radicali’ impugnando le armi del terrore e condannandosi a morte. Edgar Hoover secondo Eastwood è ancora il più grande talento recitativo nazionale, il protagonista di un racconto che affonda le sue radici nei miti fondativi della cultura e dell’immaginario americano. È il doppio di James Cagney, interprete di un G-Man e di un cinema che celebra i metodi scientifici dell’FBI e l’abnegazione dei suoi agenti contro il nemico pubblico, incarnato dallo stesso attore e incarnazione di un individualismo gangsteristico senza futuro. Leonardo DiCaprio, già interprete per Scorsese di una megalomane icona del sogno americano (The Aviator), presta il volto e la ‘maschera’ a un uomo distaccato che concepisce ogni relazione come una partita a carte, abituato a soffocare ogni passione e attento a evitare di compromettersi con le donne e con la vita. Eastwood lo chiude in un limbo di sentimenti raggelati lungo il contraddittorio confine tra legalità e illegalità, lasciando che lo spettatore, nel modo del cecchino di Un mondo perfetto, ‘spari’ su quello che crede di aver visto negli andirivieni cronologici. Nel percorso di imbruttimento, invecchiamento e corruzione a cui il regista sottopone il protagonista, si inserisce con un bacio rubato e un ballo mancato un inedito sentimento di pietas che inverte la direzione del film. Se Changeling avviava una storia d’amore che si faceva politica nel suo svilupparsi, J. Edgar impone il dramma emozionale tra Hoover e Tolson sugli aspetti politici, assicurando al protagonista l’empatia del pubblico e insieme rimanendo fedele alla sua identità originaria. Con l’onestà estetica di chi non bara e non trucca perché sa che il trucco è già compreso nel mondo e nelle sue maschere, (s)mascherate da quelle senili di Leonardo DiCaprio, Armie Hammer e Naomi Watts, Clint Eastwood gira in costume una vicenda politica ‘contemporanea’. Dentro una biografia emotivamente riservata e reticente, dietro una relazione a proprio agio negli interni, dove l’imbarazzo e la crescente attrazione divengono palpabili, dove un fazzoletto si fa vettore emotivo e fisico di una passione intercettabile, l’autore americano dimostra l’acume politico del suo cinema. Un cinema alla ricerca di un bagliore di innocenza nel cuore nero dell’America.
Di Marzia Gandolfi, da mymovies.it

Il più famoso poliziotto di Hollywood si confronta con il più famoso poliziotto d’America. Callaghan racconta J. Edgar Hoover in un suntuoso biopic che si pone meno dal punto di vista della Storia che nella testa del suo protagonista. Con un Leonardo DiCaprio da Oscar!
La vita di J. Edgar Hoover (Leonardo DiCaprio), direttore dell’FBI per oltre mezzo secolo, è caratterizzata da un lato dal suo operato pubblico e dall’altro dalla complessa e chiacchierata vita privata. Circondato sempre dalla fedele segretaria Helen (Naomi Watts) e consigliato dalla rigida madre Anne Marie (Judi Dench), Hoover contribuisce a creare il mito dell’organizzazione investigativa federale americana, l’F.B.I., occupandosi in prima persona di riorganizzarne struttura e metodi applicativi e di condurre la lotta contro il mondo dei gangster. Mentre il suo potere cresce a dismisura, fino ad intimorire anche i presidenti americani, molte voci cominciano ad insinuare dubbi sul vero legame che intercorre con il braccio destro Tolson (Armie Hammer), sospettato di essere il suo amante.
Clint Eastwood non finisce mai di stupire e, insieme a Dustin Lance Blackche ha scritto la sceneggiatura, firma uno dei film più inafferabili, provocatori e discutibili dell’anno. J. Edgar uscito negli Usa lo scorso 11 novembre ha diviso letteralmente la critica e istigato al linciaggio della pellicola gli estimatori di Hoover a causa della ‘velata’ omosessualità del protagonista. Niente di cui stupirsi quando ci si confronta con uno degli uomini più potenti del mondo. John Edgar Hoover ha servito otto Presidenti Usa da Calvin Coolidge a Richard Nixon, ha diretto l’F.B.I. dal 1924 al 1972 (l’anno in cui è morto), ha trasformato ilFederal Bureau of Investigation in un micidiale apparato di polizia, in grado di catturare ed eliminare gangster come John Dillinger o George ‘Machine Gun’ Kelly. Scoprì l’assassino del piccolo Lindbergh e dagli anni ’50 perseguitò con accanimento paranoide comunisti e pantere nere. E’ stato anche molto criticato per il suo atteggiamento decisamente reticente nelle indagini sull’assassinio diJohn Fitzgerald Kennedy. Hoover ha vissuto l’America della Depressione fino a quella del movimento per i diritti civili, attraverso una montagna di ricatti, lavoro sporco, manovre oscure che gli hanno permesso di tenere in scacco tutti, compresi i capi di stato. Eastwood in questo suo magnifico lavoro, aiutato da un compagno di viaggio incredibile Leonardo DiCaprio che impersona Hoover dai 19 ai 74 anni, ha cercato di catturare la dissonanza, la complessità, le contraddizioni di quest’uomo. Uno cresciuto con un madre terribilmente oppressiva che preferiva “un figlio morto ad una ‘margherita’”, vissuto in simbiosi con la sua segretaria che sapeva tutto di lui e con un giovane bello e devoto,Clyde Tolson, ovvero il numero due di Hoover all’F.B.I. con il quale ha condiviso quasi ogni giorno della propria esistenza. Ripercorrendo i rimossi di Hoover, Eastwood ripercorre anche il contorto meccanismo dell’American Dream portando il film ad avere una attualità schiacciante: l’ossessione per difendere il proprio Paese da chiunque sia ‘diverso’ (per religione, razza, sessualità…), che porta alla paura, alle guerre, alla crisi economica, al senso di incertezza totale che regna oggi nel mondo.
Da primissima.it

E’ diventato l’uomo più potente degli Stati Uniti, ha modificato per sempre e con grande acume il sistema investigativo, è stato il fondatore a per diversi anni il direttore dell’agenzia investigativa federale degli USA, l’FBI. E’ J. Edgar Hoover, protagonista dell’ultimo film di Clint Eastwood e interpretato magistralmente da un Leonardo DiCaprio in odore di Oscar.
Si parla ovviamente di J. Edgar, ultima fatica dell’inossidabile Clint, che con la consueta eleganza registica ci racconta l’ascesa di J. Edgar Hoover, da semplice assistente a capo indiscusso dell’FBI, inuna posizione così influente da potersi permettere di minacciare persino i vari Presidenti che si sono avvicendati al comando del Paese. La scelta che però opera Eastwood è quella di un occhio penetrante che valica la facciata di incorruttibile e ineccepibile perbenismo e va ad indagare le ragioni di alcune scelte di vita e di lavoro di Hoover, dalla sua omosessualità mai dichiarata ufficialmente, al suo morboso rapporto con la madre.
Eastwood ci racconta anche un ideale, una ferma volontà di proteggere il proprio paese, una cieca obbedienza a quelli che oggi sembrano principi troppo radicali e netti per essere condivisi, un clima politico in cui serpeggia la diffidenza e il sospetto. Tutto questo attrverso gli occhi di un uomo complesso, tragico e dalla personalità oscura. L’Hoover di Eastwood è un integerrimo agente, ligio al dovere e devoto verso la famiglia, ma troppo preso da se stesso, troppo desideroso di gloria e potere, un uomo che riesce a fidarsi completamente solo di due persone, la sua assistente e il suo braccio destro/amante. Clint Eastwood ci racconta con grande eleganza questa storia che è costitutiva dell’America moderna, così come siamo abituati a vederla nel XXI secolo.
Il cast che mette in piedi è capeggiato da DiCaprio, che porta su di sé tutto il film, facendo gravitare l’attenzione sul suo ruolo così complesso. Intorno al lui ci sono Naomi Watts, nei panni della segretaria fidata Helen Gandy, Armie Hammer, il giovanotto già visto ‘sdoppiato’ in The Social Network, ad interpretare Clyde Tolson, giovane di bell’aspetto che dal primo incontro mette in crisi l’integerrima vita di Hoover. Special guest del film è Judi Dench, che interpreta la madre di Edgar, e nella lettura di Eastwood incarna quella figura forte e autoritaria che forse ha condizionato in qualche modo la sessualità del figlio.
Del film, forse un po’ lento per non dire noioso, rimane comunque la grande raffinatezza stilistica, che il regista, nonostante l’età e l’esperienza non smette di affinare, la delicata colonna sonora e l’interpretazione magistrale di tutti gli interpreti, in alcuni casi però ostacolati da un trucco non troppo felice. Anche Eastwood ogni tanto sbaglia un colpo, ma se J. Edgar è un film minore, la grandezza dell’autore si commenta da sola.
Di Chiara Guida, da cinefilos.it

Caparbio, manipolatore, ossessivo, egocentrico, solitario, duro, megalomane. Sono alcuni tra gli aggettivi giusti per descrivere J. Edgar Hoover, figura seminale ma controversa che ha costruito negli anni l’attuale FBI (inizialmente “Bureau of Investigation”) scombinando il sistema di leggi federali e anticipando le scoperte della scienza forense. Chi fosse realmente quest’uomo così temuto e misterioso prova a raccontarlo, con la sceneggiatura del trentasettenne Dustin Lance Black (già acclamato con “Milk”), Clint Eastwood, cresciuto nel corso degli interminabili quarantotto anni di mandato Hoover e interessato a osservare – come gli era già capitato in “Bird” e “Invictus” – la corrispondenza tra relazioni e azioni di uomini realmente esistiti.
Attraverso i ricordi di un J. Edgar (Leonardo DiCaprio) invecchiato, il racconto si snoda su due piani temporali in un viaggio nella storia americana che abbraccia gli episodi chiave della vita professionale dell’uomo. Dalla rivoluzione investigativa della sua gestione, alla lotta-fisima al comunismo, passando per la cattura del “nemico pubblico” John Dillinger e dal rapimento Lindbergh (trampolino per l’accreditamento definitivo del Bureau), fino alle indagini sporche sulle Black Panthers, Martin Luter King e i dossier confidenziali sugli uomini di potere.
Quello che però affascina il regista americano è, come accennato, la personalità di Hoover e i suoi intimi rapporti con le persone chiave della sua vita: sua madre Anne Marie (Judi Dench), la fedele assistente Helen Gandy (Naomi Watts) e soprattutto il legame – ambiguo e irrisolto – con il braccio destro Clyde Tolson (Armie Hammer).
La presenza di mamma Hoover è ingombrante: possessiva, arrivista, autoritaria nell’instillare i “buoni principi”, tra cui l’amore per quelle donne che J. Edgar tenta svogliatamente di sedurre più per dovere che per piacere (la sequenza del ballo “ex post” è sublime per descrivere gli equilibri psichici di madre e figlio). La stessa Helen diventa sua segretaria personale dopo aver rifiutato – all’interno della maestosa Library of Congress – una frettolosa proposta sentimentale raffreddatasi sul nascere. Nei confronti di Clyde Tolson nasce subito un sentimento di ammirazione (Tolson è molto intelligente ma anche più bello, alto ed elegante dell’esteta e insicuro Hoover) che gli vale assunzione immediata e successiva promozione a numero due dei Servizi. La narrazione si sofferma insistentemente sui due uomini. La loro attrazione è palpabile a ogni scena e sembra autenticare le voci – mai confermate – sulla presunta omosessualità di Hoover e sul legame particolare con un Tolson a lui attaccato morbosamente (si veda il concitato episodio della lite per gelosia).
Eastwood si muove nel corso della lunga durata della pellicola tra picchi e cadute ma con la consueta sensibilità riesce a fare emergere la profondità del protagonista, interpretato con fervore da Leo DiCaprio, imbalsamato in un trucco forse non all’altezza (comunque accettabile rispetto al gommoso make-up di Hammer) e vestito con cura maniacale dai costumi della scrupolosa Deborah Hopper (in passato premiata per “Changeling” e “Gran Torino”).
Per chi scrive, l’aspetto più interessante del lavoro è la grande attualità della vicenda. Hoover è stato un mistificatore della realtà, un eccelso imbonitore dei media. Un uomo bramoso di gloria che amplificava il suo operato ergendosi sempre a “eroe”, nascondendo bene gli scheletri nell’armadio pieni di reiterate violazioni dei diritti civili. Se c’è una debolezza in “J. Edgar” è proprio quella di aver glissato sull’analisi storico-politica, generando uno strambo biopic diluito in un melò omosessuale, certamente toccante ma altrettanto indeciso sul registro narrativo da seguire. Per alcuni potrebbe non essere un difetto e, viceversa, il fatto che il regista dagli occhi di ghiaccio sia riuscito a rimanere in bilico tra questi temi scivolosi ha valore positivo nel giudizio finale. Ma non importa. Un nuovo film di Clint Eastwood va salutato con entusiasmo a prescindere da ogni valutazione personale perché possiede una delicatezza e un calore rari. Chi saprà coglierli (dal 4 gennaio, ndr) inizierà l’anno un po’ più felice.
La frase:
“Anche i grandi uomini si possono corrompere”.
Di Nicola Di Francesco, da filmup.it

Misteriose creature i film di Clint Eastwood. In grado di alimentare un desiderio vivace ogni volta venga annunciata una loro uscita, ma di lasciare spesso interdetti, spesso convinti di stringere tra le mani una verità nuova, altre volte fastidiosamente insoddisfatti. È così che ogni appuntamento nelle sale, ormai divenuto annuale grazie all’inesauribile fondo economico e creativo del loro regista, rappresenta una vera e propria scommessa.
Quest’anno l’Uomo Senza Nome presenta al grande pubblico e alla giuria degli Oscar, che con difficoltà potrà giudicarlo vincitore, il biopic di una delle figure più controverse del ventesimo secolo, quella del politico e funzionario statunitense J. Edgar Hoover. Soprannominato ”spiccio” per il difetto logopedico e pasciuto a oltranza nel ventre materno, Edgar Hoover è nella finzione come nella realtà, un ragazzo che non riesce con le donne, ma che a soli venticinque anni viene nominato direttore dell’FBI. Da semplice Bureau di 600 dipendenti, l’agenzia investigativa americana diviene grazie a Hoover, un organo di 6000 impiegati, provvisto di laboratori scientifici per le indagini, di schedature tramite impronte digitali e protagonista della scena del crimine della prima metà del Novecento; quella dei gangster alla Corleone, degli attentati durante il maccartismo e delle cospirazioni ai danni del Movimento per i diritti civili di Martin Luther King e delle Black Panters.
Una intera epoca dunque, che non poteva non risultare interessante rivivere, ma che Eastwood non riesce a riproporre creando un dibattito, il quale meriti un approfondimento successivo. Al lato della ricostruzione storica, si dipana poi la matassa del profilo personale di Hoover: il rapporto d’amore con il collega Clyde Tolson e la violenza e la malattia come unici momenti di incontro e di non negazione della propria identità omosessuale, repressa per non tradire la madre.
A salvare il film dalle tinte melò che è sul punto di assumere, le eroiche gesta recitative del magnifico Leonardo DiCaprio, interprete di Hoover. L’unico a non perdere di credibilità una volta invecchiato attraverso il pesante strato di make-up, l’attore rende in tutto e per tutto l’interessante natura del personaggio. Così insicuro, ossessivo e afflitto dalle proprie ottusità e contraddizioni. Il risultato è nonostante i danni del doppiaggio italiano, suggestivo ed anche ironico.
Dunque, un film che come ogni anno avrete il desiderio di andare a vedere, ma alla cui conclusione sentirete la mancanza di qualcosa, sarete investititi da una strana insoddisfazione. Di cosa parli davvero, infatti, non si sa. Ma forse non importa. Forse il segreto del mistero Eastwoodiano è nelle parole di George Bernard Show, secondo cui la ”soddisfazione equivale alla morte. Finché ho un desiderio ho una ragione per vivere”. Finché sentiremo il desiderio ad ogni annuncio dell’uscita di un film di Eastwood di andarlo a vedere, avremo sempre una ragione per recarci ad assistervi. Di sicuro l’uomo con il sigaro si servirà di questa anche l’anno prossimo nel lavoro che, probabilmente nella sua testa, starà già fiorendo o incubando, scelga il lettore tra le due, l’immagine che preferisce.
Di Cecilia Sabelli, da ecodelcinema.com

F.B.I. è un acronimo il cui significato è noto a tutti. Lo stesso cinema, come la televisione, si è fatto carico di diffonderne il mito nel bene e nel male, rendendolo un’istituzione che ha contribuito non poco alla costruzione di una certa idea degli Stati Uniti e dei loro standard di sicurezza. John Edgar Hoover è stato l’anima e il direttore dell’FBI per decadi: entrato nel bureau sotto Coolidge, ne restò a capo fino alla morte, avvenuta 48 anni e 8 Presidenti dopo, diventando una delle figure di riferimento della storia organizzativa e politica degli Stati Uniti del ‘900. Clint Eastwood si focalizza su questo controverso personaggio, costruendo un biopic molto interessante e capace di dare espressione alle mille sfaccettature che compongono la complessità di un individuo. Il ritratto che emerge è tutt’altro che agiografico: J. Edgar viene svelato, tramite un montaggio che alterna sequenze riferibili a diverse fasi della sua vita, tanto nella sua figura pubblica quanto in quella privata, affrontandone le criticità senza edulcorarle.
Ad interpretare il protagonista è un Leonardo DiCaprio strepitoso che, anche con il pesante trucco – non sempre perfetto, per altro – necessario ad ingrassarlo ed invecchiarlo, riesce a dare grandissima credibilità alla sua interpretazione e ad esprimere in modo impressionante la determinazione, così come le fragilità di Hoover. Posta la grande interpretazione di DiCaprio, la resa su schermo, particolarmente delle sequenze in cui è presentato l’Hoover più maturo, lascia pensare che la scelta di un diverso attore, su tutti Philip Seymour Hoffman, avrebbe reso meno estenuante – e probabilmente più efficace – il lavoro dei truccatori. Attorno al protagonista ruotano poi le ottime Naomi Watts e Judi Dench (abilissima nel portare sul grande schermo la dura e dispotica madre di Hoover), come anche Armie Hammer nel non semplice ruolo di Clyde Tolson, braccio destro e presunto amante del Direttore dell’FBI.
In J. Edgar si riscontra la solita, grande pulizia, concretezza, coerenza ed onestà intellettuale di Eastwood, capace come pochi altri di presentare un personaggio ed una storia senza timore di esprimere le proprie riserve e considerazioni: Hoover è un protagonista ma non è un eroe né tanto meno un personaggio con il quale sia facile empatizzare; le riserve sul suo operato sono espresse in forma interrogativa da un sottoposto di colore straordinariamente simile a Barak Obama e rimarcate in modo esplicito dagli appunti al libro che Tolson esterna senza riserve in virtù del suo ruolo nella vita del Direttore; i comportamenti privati, anche i più discutibili e controversi rispetto alla sensibilità dell’epoca in cui vennero adottati, sono presentati dal regista con la sensibilità necessaria a non rendere la messa in scena canzonatoria o macchiettistica. Le musiche, come da consuetudine, accompagnano coerentemente il film, contribuendo in modo non evidente, ma determinante, ad un risultato finale che è stato invece e purtroppo rovinato dal doppiaggio italiano: la voce di Francesco Pezzulli, doppiatore storico di Leonardo DiCaprio, risulta nel contesto del film troppo giovane per essere credibile nelle parti in cui l’attore interpreta il vecchio Hoover e non è adatta al personaggio portato sullo schermo neanche nelle fasi della giovinezza. La conseguenza è che l’ascolto del film risulta disturbante e lede la qualità complessiva della pellicola, che mai come in questo caso è consigliabile recuperare in lingua originale.
Di Roberto Semprebene, da silenzio-in-sala.com

Il pugno duro della legge sotto otto presidenti degli Stati Uniti d’America. J. Edgar Hoover, direttore dell’Fbi, racconta la sua vita. Piena di retroscena che si intrecciano con le vicende del paese. A partire da JFK, Martin Luther King, le Pantere Nere, gli odiati comunisti, i ricatti.
Il più intransigente omofobo del Federal Bureau Investigation che, secondo gli storici, ebbe una relazione omosessuale col suo vice Clyde Tolson. Il paese delle libertà che sotto l’egida del modello democratico d’esportazione spia e boicotta minoranze e progressisti. In una sola parola il cuore nero d’America, gestito da uomini come Hoover. Odiato, temuto, riverito. Nulla del vasto sottobosco della politica statunitense è sfuggito per decenni a un ometto basso di statura, con la voce in falsetto, ossessionato dalla figura materna. E potentissimo. Clint Eastwood con questa sua terza opera biografica (dopo Invictus, 2009, su Nelson Mandela, e Bird, 1988, incentrato sul musicista Charlie ‘Bird’ Parker) si discosta dai suoi ultimi film dedicati al senso – oppure al ‘non senso’, dipende dalle prospettive – della vita. Infilandosi in una prova impegnativa: narrare, al contempo, anche un pezzo di storia del proprio paese.
Un film duro, inevitabilmente senza luci, che con un realismo da vecchi maestri del cinema inquadra il sistema di comando della prima potenza mondiale. Con una tecnica narrativa di sfalsamento dei piani cronologici. Certo le critiche mosse contro Eastwood non sono mancate. Non indirizzate alle modalità e alla sensibilità mostrata per trattare le vicende e l’uomo, bensì focalizzate sull’obiettivo finale. Ovvero, le ombre non diradate sulla verità storica del personaggio. Osservazioni che però appaiono pretestuose, non fosse altro perché ancora oggi non tutte le vicende del dopoguerra stelle e strisce sono state complessivamente chiarite. Affatto. Difficile allora pretenderlo da un film. Magari, manca l’azimut raggiunto in altre pellicole dal cineasta di San Francisco, l’intuizione geniale. Che però, potrebbe essere la scelta dell’interprete, perché no.
Seppellito sotto quattro strati di lattice, Leonardo DiCaprio incarna le fattezze di un uomo fisicamente distante e riesce a cristallizzarne il perimetro dei suoi controversi sentimenti. L’unica interprete del cast riuscita ad avvicinarsi a questa performance è Naomi Watts, nei panni della segretaria di Hoover, ma si segnala nel cast anche un’altra star di prima grandezza come Judi Dench. Eppure, verrebbe da dire a questo punto, c’era qualcuno, che tutto questo, lo chiamava il “sogno americano”.
Di Edoardo Triboli, da film-review.it

Pellicola che si presenta come la biografia di uno dei personaggi allo stesso tempo più eminenti e controversi della storia degli USA, ovvero J. Edgar Hoover, colui che praticamente da zero costruì l’FBI e la portò ai livelli di efficienza che tutti conosciamo.
Il film inizia con Hoover già anziano, che rivive i suoi 50 anni di carriera all’interno del Federal Bureau of Infestigation, mostrandoci un pezzo di storia americana e mondiale, visto attraverso gli occhi di un uomo che con ogni mezzo contribuì alla sicurezza del suo paese ed a mantenere l’ordine pubblico sino a convertirsi in eroe nazionale. La trama però mette a fuoco anche l’altra faccia di J. Edgar, i suoi molti e scottanti segreti ed i suoi modi esageratamente ferrei che sfociarono spesso in azioni che lo portarono nel mirino di gravi accuse di violazione dei diritti civili.
L’aspetto migliore dell’opera è sicuramente il cast: Naomi Watts e Judy Dench sono attrici che non hanno bisogno di presentazioni, e Di Caprio sfodera probabilmente la miglior interpretazione della sua carriera (se non vincerà l’Oscar sto giro può giusto spararsi un colpo!), però a mio avviso la regia di Eastwood in questo caso è poco più che sufficiente, sicuramente non ai livelli di capolavori come Mistyc River, Invictus, Hereafter, Million Dollar Baby e Gran Torino. Per carità il film è ben fatto però a tratti la narrazione risulta abbastanza monotona ed un pizzico confusionaria. Nonostante ciò l’ultima fatica di Clint rimane interessantissima visti i contenuti, vale la pena spendere 2 ore abbondanti per visionarlo, soprattutto se siete fan delle grandi biografie. Ultimo consiglio: in lingua originale potrete senz’altro apprezzare maggiormente la prestazione al limite della perfezione del bel Leonardo. Buona visione!!
Di ifilmdavedere.it

Clint Eastwood torna nuovamente a far parlare di sé attraverso il suo ultimo lavoro registico: “J. Edgar”. Quando gli è stata proposta la sceneggiatura, Eastwood ha palesato subito la propria curiosità nell’esplorare la vita di un uomo di cui ancora oggi non si sa tutto.
Molti fatti privati e non sono avvolti nel mistero, si può solo ipotizzare e, in alcuni casi, dedurre che le cose stiano in un certo modo.
J. Edgar Hoover, direttore dell’FBI per quarant’otto anni e impiegato nel Bureau per più di mezzo secolo, è riuscito a mantenere la sua vita privata segreta, come i tanti segreti che ha custodito fino alla sua morte e oltre.
Questa è la vita di un ragazzo che, a vent’anni, inizia a lavorare per quello che allora si chiamava solo Bureau of Investigation. Dopo pochi anni, ancora giovanissimo, gli viene affidata la direzione del Bureau, che incontrerà numerosi miglioramenti grazie alle sue intuizioni.
È stato un uomo dedito al lavoro, che nel bene e nel male, si è saputo ritagliare un posto nella Storia. Con la risoluzione del caso Lindbergh e la cattura di numerosi criminali, tra cui John Dillinger, la sua fama di eroe della Nazione diventa una realtà.
Una realtà in cui, però, Hoover manipola i media con grande abilità e infrange spesso le regole per raggiungere i suoi fini. Clint Eastwood inizia “J. Edgar” dando voce a un uomo che è arrivato quasi alla fine del suo mandato e vuole lasciare un resoconto di ciò che ha fatto, nel modo in cui lui lo ricorda, ripercorrendo alcune tappe fondamentali della sua vita: il rapporto con la madre, col suo braccio destro Clyde Tolson, con la sua segretaria Helen Gandy e il rapimento di ‘Baby Lindbergh’. Il regista segue i passi dell’uomo, mostrandolo dietro le quinte del potere.
Da ventenne fino alla sua dipartita all’età di settantasette anni delinea alcuni degli aspetti importanti che vi sono intercorsi, per far capire chi fosse intimamente e cosa l’ha portato ad essere il funzionario che era. La madre aveva molta influenza su di lui e pretendeva molto. J. Edgar era un uomo con le sue fragilità, da lei si lasciava consigliare e in lei trovava conforto.
Ha cercato tutta la vita di soddisfare le aspettative che la madre riponeva in lui e ottenere la sua approvazione. Riguardo a Clyde Tolson, si sa che è stato il suo fedele collaborate e amico per tutta la vita. Si è sussurrato in seguito che ci fosse una relazione più che amichevole, ma queste rimangono solo chiacchiere e supposizioni.
Ciò che è comprovato è l’aver messo da parte la vita affettiva per impegnarsi totalmente nel proprio lavoro. Helen Gandy gli è rimasta sempre fedele e vicina in ogni situazione. Era a conoscenza di tutte le sue attività e se qualcuno aveva bisogno di qualsiasi informazione riguardante il Bureau si rivolgevano a lei.
Eastwood ha voluto soffermarsi sulle interazioni emotive del personaggio con le persone che gli stavano accanto. Al regista, per sua stessa ammissione, piace analizzare le cause che spingono un individuo ad agire in un determinato modo e che lo portano, conseguentemente a fare delle scelte ben precise.
Ciò lo si riscontra nei suoi film: come non ricordare “Million Dollar Baby” o “Gran Torino” per esempio. Ogni personaggio incide sulla vita del protagonista, Leonardo Di Caprio ha fatto un lavoro eccellente nel trasporre i moti dell’animo di Hoover: la sua rigidità, la sua intransigenza, le sue fragilità emotive e la sua determinazione. L’attore riesce, come sempre, a incanalare tutta l’energia e la forza tirandole fuori al momento giusto, conferendo pathos e coinvolgimento all’azione in corso.
Quello di Eastwood è un film meritevole, che farà conoscere un altro Hoover, portando a comprendere le sue scelte.
Ha saputo mettere in luce con abilità aspetti diversi, senza eccedere.
L’intento del regista è stato quello di mostrare la storia di un uomo attraverso i suoi occhi e far percepire allo spettatore il mondo in cui viveva, sottolineando che fosse un uomo complicato, certamente non comune.
Di Francesca Caruso,da cinemalia.it

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