IO SONO LI


Andrea Segre, fondatore dell’associazione Zalab che sviluppa progetti di produzione e laboratori video-partecipativo e già conosciuto al Festival di Venezia per diverse pellicole come “Dio era un musicista” del 2003 fino a “Il sangue verde” del 2010, è ora al suo esordio come regista di film con “Io sono Li” presentato alla 68° edizione del Festival di Venezia. E’ una favola delicata e ricca di sentimenti, che indaga sulla natura umana, ispirata alla difficile vita che devono a volte subire i lavoratori immigrati in Italia, in particolare cinesi, senza però essere strettamente legata a una storia in particolare, è un’osservazione della vita di tutti i giorni, del comportamento umano di fronte all’immigrato, visto come diverso e cattivo. Come ha sottolineato il regista: “Il tentativo è quello di mostrare gli immigrati come persone che raccontano quello che vivono e pensano e “Io sono Li” è anche un punto di sintesi del mio percorso registico nell’ambito del cinema-documentario”. E’ un racconto nato, come ha spiegato il regista, dal ricordo di una donna cinese che lavorava in una tipica osteria veneta: “Il ricordo di questo volto di donna così estraneo e straniero in questi luoghi ricoperti dalla patina del tempo e dall’abitudine, non mi ha mai lasciato”. “Io sono Li” è una storia dolce e amara, senza lieto fine, ma in cui, nonostante tutto, c’è una speranza per il futuro.
La protagonista è Shun Li un’immigrata cinese che lavora in un laboratorio tessile alla periferia romana per ottenere i documenti per far venire in Italia suo figlio di otto anni. Improvvisamente però viene trasferita a Chioggia a fare la barista in un’osteria che i suoi capi hanno appena comprato. Un’osteria antica, luogo di ritrovo per i pescatori della piccola città ed è qui che conosce Bepi, detto “Il Poeta”. Bepi è di origine rumena e molti anni prima si è trasferito in Italia con la famiglia, ora è solo, la moglie è morta e i figli sono grandi e abitano a Mestre. Bepi e Shun Li sono due anime sole, soffrono la solitudine e la perdita dei loro cari e condividono insieme la passione per la poesia, così lentamente questi due spiriti si avvicinano stringendo un’amicizia, si confidano, trovando conforto nell’altro. Nessuno capisce ciò che li lega e questo spaventa entrambe le comunità, sia quella italiana che quella cinese, soprattutto perché nessuno crede al fatto che la loro sia una semplice amicizia. Le chiacchiere del paese sono ben presto sulla bocca di tutti, nessuno sembra riuscire a farsi gli affari propri e tutti arrivano a giudicare male i cinesi, in fondo è facile condannare e avere paura di ciò che non si conosce e non si capisce, fa parte dell’animo umano. E’ proprio a causa di tali chiacchiere però che Shun Li viene allontanata e spedita di nuovo a lavorare in fabbrica nella speranza un giorno di poter abbracciare il suo bambino, ma non passa molto tempo che il sogno… E’ un’opera romantica, ben strutturata che pulsa di sentimento non solo in relazione a questa amicizia, che magari con gli anni poteva trasformarsi in amore, ma soprattutto per la terra natale. Sì, perché anche la laguna con le sue anse e la sua vita misteriosa diventa un personaggio della storia. I ritmi sono lenti, ma ben cadenzati, la fotografia pulita di Luca Bigazzi cerca di catturare le suggestive atmosfere della laguna, che racchiude in sé tratti antichi e moderni, poiché questa è la storia di oggi come d’allora. Bravissimi gli interpreti italiani a partire da Marco Paolini, Giuseppe Battiston e Roberto Citran che spesso si trovano a parlare in dialetto e su di loro si impone la delicatezza e dolcezza della figura di Shun Li, interpretata da una convincente Zhao Lao, attrice di fama internazionale.
La frase:
“In italiano la laguna è femminile, calma e misteriosa”.
Di Federica Di Bartolo , da filmup.leonardo.it

Forse mai come in questa edizione della mostra veneziana l’incontro e lo scontro di culture e di genti è stato filo conduttore e tema portante. Ad appena un anno dalla partecipazione alle Giornate degli Autori con il documentario Sangue verde, Andrea Segre torna nei Venice Days con il suo esordio nel cinema a soggetto.
Dopo aver ottenuto sostegno per lo sviluppo del progetto in diversi dei più autorevoli laboratori internazionali di supporto ai giovani autori – Cannes e Roma in particolare -, Segre, per la sua storia d’amore interetnica, è riuscito a radunare un cast internazionale di assoluto rilievo: il protagonista maschile è Rade Serbedzija, attore croato che ha costruito il suo successo su una carriera divisa a metà tra cinema d’autore europeo e blockbuster statunitensi, mentre per il ruolo della barista cinese della quale l’uomo s’innamora, Segre ha scelto Zhao Tao, interprete affermata in patria e nota anche in Occidente grazie soprattutto al lavoro del compagno, il regista Jia Whang-Ke.
Con prudenza e coerenza per il suo primo cimento nel cinema di finzione, il giovane regista padovano ha costruito un piccolo racconto che versa l’andamento favolistica nello stile asciutto e disteso del documentario. Nonostante l’inesperienza nell’orchestrazione di un cast coinvolto in una messa in scena pura, Segre dimostra sufficiente lucidità e tanto nella ricerca del giusto tono quanto nel disegno e nel taglio delle vicende riesce a ottenere un film credibile senza mai perderne vistosamente il controllo.
Se lo scambio tra i due protagonisti – stranieri – funziona bene concedendo poco spazio a cadute di stile e passaggi a vuoto, qualche problema viene a galla invece nel rapporto dei due con il resto del cast italiano. Battiston, Citran e Paolini suonano un’altra musica: e non è solo l’accento a essere diverso, ma la densità del gesto e della parola, la giustezza dei toni, l’intensità degli sguardi a fondare un sensibile e sgradevole scalino tra gli uni e gli altri. Segre dimostra di lavorare più comodamente nelle sequenze a due, nei momenti a più ridotto tenore narrativo, nelle “nature morte” sul paesaggio lagunare veneto. Ma il gusto e il senso cinematografico non sono omogeneamente distribuiti e anzi non mancano passaggi avvelenati da una faciloneria tipica della peggiore produzione nostrana. Io sono Li è l’esordio italiano più interessante e solido di questa edizione della Mostra; il suo stile controllato ripiana in parte il dislivello accumulato su altri fronti tra i film italiani e tutti gli altri.
Di Silvio Grasselli, da cinematografo.it

Di rado capita di vedere, nel panorama del cinema italiano contemporaneo, film che affrontino temi di forte attualità come l’immigrazione e l’integrazione culturale, calandosi nella realtà quotidiana della provincia. Io sono Li di Andrea Segre costituisce una piacevole sorpresa.
Il film racconta la storia di Sung Li (Zhao Tao), giovane immigrata Cinese che lavora in un industria tessile di Roma per ottenere i documenti per far venire il figlio in Italia. All’improvviso viene trasferita a Chioggia per lavorare in un piccolo bar. Qui fa amicizia con pescatori che lo frequentano, in particolare con Bepi (Rade Serbedjia), detto il poeta, anziano pescatore di origini slave. Ma l’amicizia tra i due non viene vista di buon occhio dalla comunità veneta, ne da quella cinese, e viene ostacolata. Il film alla 68esima Mostra Internazionale dell’Arte Cinematografica di Venezia nelle Giornate degli Autori, è forse l’esordio più interessante visto fino ad ora al Festival. La realtà provinciale che rappresenta è quella di una piccola isola della laguna veneta, quanto mai chiusa e fuori dal tempo. Una realtà che Segre ha già in passato dimostrato di conoscere profondamente. Le dinamiche che governano questo piccolo universo, chiuso all’interno dell’isola e ancora tra le pareti di un bar, sono semplici, di gente modesta, gentili e disponibili con chi è nuovo diverso. Ma per essere accettati ci vuole tempo, bisogna diventare “del posto”. Bepi fa parte della comunità ormai, ma sono trent’anni che vive tra loro.
È nato in Yugoslavia, ma ormai è veneto per i suoi compagni di bevute. Sung Li è nuova, e le differenze culturali sono più profonde, ma la piccola comunità di pescatori del bar la accoglie, ma per accettarla ci vuole tempo. Per Bepi ovviamente è differente, lui è veneto ormai, ma è anche straniero. L’affinità tra i due esuli è immediata. Ma per una comunità sospesa nel tempo, i tempi d’integrazione (di assorbimento) di chi appartiene a una cultura diversa sono inevitabilmente lenti. Questa sospensione, questa lentezza, il regista riesce a raccontarla da dentro, nei particolari della quotidianità di un bar come tanti, attraverso un gruppo di attori (Roberto Citran, Rade Serbedzjia, Marco Paolini, e Giuseppe Battison, e Zhao Tao) perfettamente calati in questa dimensione.
Di Andrea Pirrello , da newscinema.it

Giovane cinese immigrata nella periferia romana, dove cuce vestiti in un laboratorio sotterraneo, Li (Zhao Tao) viene inviata dal suo “padrone” come barista a Chioggia, tra nebbie e maree, in un’osteria affacciata sul canale. Come Li – anche se integrato in Italia da anni – è straniero anche il pescatore slavo Bepi, detto “il Poeta” (Rade Sherbedgia). La comunicazione tra i due è tenera, incomprensibile per le altre veraci “mosche da bar” del cast indovinatissimo: Marco Paolini (Coppe), anche coproduttore, Roberto Citran (l’Avvocato) e un triviale Giuseppe Battiston (Devis). Figure di un sottobosco chioggiotto delineato con (auto)ironia dalla sceneggiatura del regista e di Marco Pettenello, che isola i due straordinari protagonisti in una bolla di poesia e amara solitudine. Il padovano Andrea Segre, classe 1976, viene da un corposo percorso documentaristico, concentrato sul Veneto, regione d’origine, e sui movimenti migratori in Italia ed Europa (da Marghera Canale Nord ad A Sud di Lampedusa, da cui il libro omonimo di Stefano Liberti). In questo suo felice debutto nel cinema di finzione, distribuito dalla neonata società padovana Parthenos, affronta l’immigrazione con piglio diretto, senza pietismi, dimostrando sicurezza di regia e dimestichezza con gli attori. Luca Bigazzi conquista gli occhi e il cuore fotografando una laguna che rievoca paesaggi asiatici. Cinema lirico, ma anche di sostanza.
Di Pietro Lanci, da film.tv.it

.
“IO SONO LI” è volutamente scritto in maiuscolo sui cartelloni di presentazione del film. Rappresenta un messaggio ambivalente. Shun Li(Zhao Tao) è una ragazza cinese, costretta a lavorare senza orari e senza diritti, come la maggior parte dei suoi conterranei espatriati, per ripagare il debito generato dal costo del viaggio ma che cerca di affermare la sua identità. La protagonista però è “lì”, lì in Cina, accanto al figlio che cresce lontano da lei, lì in Italia, dove “aspetta la notizia” dell’estinzione del debito e dell’arrivo del piccolo.  La situazione di Shun Li, che assomiglia a quella di molti suoi connazionali, più che raccontata viene documentata, a testimonianza della vasta produzione del regista Andrea Segre per il Cinema del Reale. Il viaggio dalla Cina è piuttosto costoso. Quasi tutti coloro che lasciano il paese per raggiungere l’Occidente si indebitano ma, non conoscendo l’entità del loro salario, non possono calcolare per quanto tempo dovranno lavorare per ripagare l’ammontare del dovuto. Sono nelle mani di chi gestisce aziende ed attività cinesi in Italia. Se le regole non vengono rispettate il filo della fiducia si spezza; così i nuovi arrivati sono obbligati a spostarsi verso un’altra parte del paese per lavorare, mentre i loro sacrifici accumulati fino a quel momento vengono azzerati nel conteggio del debito. Sin dall’arrivo di Shun Li a Chioggia, l’integrazione si dimostra difficile. Le due comunità non hanno possibilità di comunicazione ed il pubblico ha bisogno dei sottotitoli per comprendere la lingua di entrambe. I cinesi sono invitati a non avere rapporti con gli italiani al di fuori delle circostanze di lavoro mentre i chioggiotti si dimostrano piuttosto diffidenti o quasi poco interessati a stabilire un rapporto con la controparte. Uno spiraglio sembra aprirsi quando, nella cerchia di clienti abituali dell’osteria di Shun Li- una comunità di pescatori della Laguna-Bepi(Rade Sherbedgia)  “il Poeta” (così soprannominato dagli amici per via “delle Rime”) di origine iugoslava ma italiano da oltre trent’anni, si avvicina alla protagonista. Non è un caso che Segre affidi la speranza di un cambiamento ad uno straniero, come a voler sottolineare non tanto il tentativo di integrazione quanto la condivisione di una difficoltà di inserimento vissuta da entrambi i personaggi, da cui deriva una comprensione reciproca.  La prospettiva del film diventa positiva. Shun Li riesce finalmente ad affermare la propria identità, raccontando se stessa, le sue paure, le sue origini e la sua Cina. I due personaggi sono accomunati da una rara sensibilità. Shun Li scrive lettere amorevoli e poetiche a suo figlio, celebra la ricorrenza della festa del poeta Qu Yuan (340-278 a.C.- uno dei più antichi ed importanti poeti orientali) lasciando scorrere delle candele avvolte in carta velina rossa sull’acqua, e condivide con Bepi le sue tradizioni. “Il Poeta” dedica un componimento a Shun Li e la accoglie nella sua vita quotidiana, aiutandola e confortandola. In una serie di immagini nitide ed essenziali, con una poesia ed una delicatezza che commuovono profondamente il pubblico, Segre racconta la nascita di questa amicizia romantica. Quasi immediatamente sorgono delle difficoltà in tutte e due le comunità. La protagonista ha oltrepassato il confine cinese e così viene allontanata da Chioggia. Bepi ha fatto lo stesso e per questo viene coinvolto in una rissa con Denis(Giuseppe Battiston), un altro cliente del bar. Se le speranze sembravano perse, un vero colpo di scena salva le sorti del film. Shun Li, che si sentiva già condannata a lavorare ad Aeternum per ripagare il suo debito, viene sorpresa un giorno dall’arrivo inaspettato del figlio. Qualcuno ha pagato per lei e non un italiano (a cui non è concesso farlo). L’amica che condivideva la stanza con la protagonista a Chioggia scappa, lasciando dei soldi. La laguna però perde anche Bepi,che, trasferitosi a Mestre per essere più vicino al figlio,viene sopraffatto dalla malinconia. Il colpo di scena imprime una svolta positiva finale al film anche se lascia l’amaro sentimento di un’integrazione ancora troppo lontana.
Di Valeria Cipollone, da rivista.energie9.org

Doverosa premessa: il film è ambientato per tre quarti a Chioggia, tra calli, l’osteria, il mare, la laguna, i casoni. Per una serie di coincidenze, mi sono trovato spesso a frequentare quella città, conoscendone gli abitanti, le tradizioni, respirandone il clima unico. Credo quindi mi sia risultato spontaneo scivolare nel film, abituarmi velocemente alla vista di volti quasi familiari, sorridere a cadenze e parole care al mio ricordo, vedere nello schermo un microcosmo così vicino a me e al mio affetto, e godere di tutte le particolarità che non cambiano il significato profondo del film, ma lo sfumano in maniera ancora più commovente. La mia oggettività è quindi compromessa più del solito.
Segre al suo primo lungometraggio di finzione porta con sé le tematiche a lui care: l’amore per la territorialità, l’interesse per l’incontro-scontro culturale, sociale, multirazziale.
Racconta con il tratto lieve e attento spaccati di vite comuni, semplici, vere. Il suo sguardo morbido accarezza la gamma delle emozioni umane, senza mai indugiare troppo sul mistero che le avvolge da sempre, e regala ai suoi personaggi l’onestà spirituale di chi vive la vita di ogni giorno, dove si sa mostrare senza vergogna il sacrificio, le debolezze, i vizi. L’eponima del titolo, Lì, è una donna tenace, é una madre che ama il figlio lontano, ed è cinese: pedina alla base di un gioco di gerarchie rigide e intransigenti, un punto senza troppa importanza nelle geometrie di una cultura che non ammette imperfezioni. Viene da un villaggio dove si vive di pesca, vicino al mare. Bepi è un uomo sui sessanta, un vecio (= vecchio) come dicono all’osteria che frequenta, un Poeta, come dicono i suoi amici veri. Si diverte a fare rime leggere, che raccontano di canali, pesci, vino e pescatori: la sua vita a Chioggia. E anche Bepi è uno straniero, in fondo al cuore, con le sue radici jugoslave mai dimenticate nonostante i tanti anni in Italia. Lì e Bepi si incontrano all’osteria che lui frequenta e dove lei inizia a lavorare. E il film racconta questo: il risveglio delle emozioni, dei sentimenti sepolti, sopiti, coperti dalla polvere della vita di tutti i giorni. Lì, lontana dal figlio, dalla sua terra, piccola barca in balìa del mare della vita, trova in lui l’unico scoglio a cui aggrapparsi. Bepi, conscio di cosa significhi arrivare in una terra che non è la propria, vede in Lì un animo profondo, con cui può condividere sensazioni e pensieri che le relazioni da osteria fanno dimenticare. Segre racconta quest’amicizia poetica attraverso gesti quotidiani, parole misurate, silenzi. Fa parlare i personaggi attraverso il mare e il vento, usando tutte le sfumature della sua tavolozza, e non esistono confini fra le emozioni in gioco: l’affetto quasi paterno, il bisogno di protezione, la solidarietà, la solitudine, l’amore forse. Ma tutto è semplice, pulito, naturale, nobile, vero. E si scontra inevitabilmente con la foschia del pregiudizio di paese, e con la rigidità di una società parallela, sotterranea quasi, ma invalicabile nella sua chiusura. “Io sono Lì” è un titolo tanto semplice da sembrarci quasi banale, e ci inganna. Lì è la protagonista della storia. L’avverbio Lì, invece, la storia la racconta, nel suo essere “luogo non molto lontano da chi parla e da chi ascolta”. Ci dice che esistono culture fisicamente, spazialmente vicine, ma legate indissolubilmente alla placenta delle tradizioni; ci parla di identità che cercano di sfuggire alla stagnante nebbia delle differenze per giungere quasi a sfiorarsi, prima che i loro cordoni ombelicali non li riportino ai propri posti. Io sono Lì, vicina a te, davanti a te, e non è il bancone di un bar a dividerci. Ci divide quello che c’è dietro ognuno di noi. Dietro di te, Bepi, i fumosi tavolini dell’osteria, con i volti corrugati sui giornali, le carte in mano e i bicchieri di vino vuoti. E dietro di me, Lì, uno specchio che riflette tutto ciò che gli sta dinnanzi, ma non mostra mai quello che c’è oltre.
Di  Alessandro Cavestro, da cinemabendato.com

Un piccolo grande film.
“Il più sensibile, originale, commovente film italiano di Venezia” scrive giustamente Il Corriere della Sera.
Io sono Li è il primo lungometraggio di un valente autore di documentari pluripremiati. Al suo debutto Andrea Segre mostra una sorprendente bravura (come regista e sceneggiatore) sia nel raccontare storie personali sia nel ritrarre ambienti e riportarne le giuste atmosfere. Io sono Li è al contempo una acuta analisi di psicologie umane, un veritiero quadro di provincia, una decisa denuncia del bigottismo e delle diffidenze che troppo spesso rovinano le nostre vite. Aiutato da uno splendido complesso di attori e da un talentuoso cast tecnico (fotografia e colonna sonora sono da encomio), Segre ci offre uno dei più sensibili e delicati film degli ultimi anni che chi ama il «vero» cinema non dovrebbe perdere. Un’opera che convince e coinvolge come poche, coraggiosamente e opportunamente non doppiata (i dialoghi sono in cinese e in stretto dialetto veneto)… il che contribuisce non poco a dare verità e sincerità al tutto.
Intimismo e ironia miracolosamente fusi in un lavoro sottile e poetico (“una fiaba dolce amara”, Il Manifesto), scarno ed essenziale, giustamente lento nel ritmo e nello svolgere uno dei temi più attuali del nostro tempo (l’incontro-scontro multietnico), attualità troppo spesso colpevolmente ignorata dalla nostra cinematografia.
Oscillante tra pessimismo e ottimismo (“Segre dimostra di credere all’amore e all’amicizia ma ne racconta la triste inutilità prima ancora del fallimento” scrive Alessandro Ballini), Io sono Lirimarrà a lungo nei nostri ricordi più piacevoli del grande schermo.
“Andate a vederlo prima che lo smontino dalle sale”: faccio mio l’appello de Il Riformista.
Da cinemaleo.wordpress.com

In “Cose dell’altro mondo” avevamo visto gli extracomunitari imprescindibili come forza lavoro, in “Io sono Lì” scopriamo che hanno pure dei sentimenti … e solo i cuori aperti possono percepirli. Come quello di Bepi, naturalizzato “chioggiotto” (siamo sempre in Veneto) dopo 30 anni dall’aver lasciato la Jugoslavia, che vive solo, soprannominato “poeta” dagli amici che frequentano l’Osteria Paradiso, in realtà uno che trova spesso rime lievi da dare ai suoi pensieri. In questa osteria viene “trasferita” a lavorare la cinese Lì, coloro che l’hanno fatta arrivare pretendono da lei il riscatto del debito che chi viene in Italia si assume, finché non arriverà quella che gli emigranti chiamano “la notizia”: solo allora saranno affrancati dai loro capi e potranno lavorare solo per sé, e Lì potrà far arrivare il suo bambino di 8 anni che vive col nonno in Cina.
 I due cuori aperti si conoscono e si avvicinano, nella laguna il “casone” da pescatore di Bepi sarebbe un loro nido ideale ma l’organizzazione cinese non ammette rapporti coi residenti che vadano oltre quelli di servizio, e sia, ma ciò che risulta incomprensibile, forse incongruo o inverosimile nel film, è l’ignoranza della cerchia di amici di Bepi che non vedono di buon occhio questa frequentazione. Pareva che un’amicizia italo-orientale, tra uomo e donna, fosse già sdoganata. Qualche anno fa in un film di Lino Toffolo, anch’egli veneziano, un vetraio intesseva una relazione con una donna asiatica. Questa avversità ambientale verso una relazione inter-razziale era attuale (ale, ale, ale) forse 30 anni fa, in un bellissimo film dove un’italiana (forse Pamela Villoresi, ma non ci giurerei) si innamorava di un negro. Incredibile che degli amiconi chioggiotti vedano con sospetto l’amicizia tra Bepi e Lì.
 E’ un bellissimo film, forse un’opera d’arte pure se sembra nascere con poche pretese. Andrebbe fatto vedere a tutti i nostri ragazzi, così, per prepararsi al “nuovo impero”… o quanto meno per rendersi conto della forza e della pazienza delle popolazioni che si stabiliscono in Italia, dei sacrifici che sono disposti ad accettare per assicurarsi un futuro. Tutto questo vediamo in Shun Lì, la magnifica attrice Zhao Tao che sta perfettamente, millimetricamente e disciplinata nella sua parte. Per contro i frequentatori “indigeni” del bar sembrano una razza in decadenza, destinata alla consunzione (il raggiungimento della pensione equivale a non avere più “un c… da fare”). Eppure gli “amici” del bar sono nulla di meno di Giuseppe Battiston, Roberto Citran e Marco Paolini, mentre Bepi è Rade Sherbedgia, affascinante. E’ merito loro, comunque,di suggerirci una vita semplice, senza tanti “schei”, senza macchine e ascensori.
 Numerose le suggestioni che fanno desiderare di avere il film in una propria videoteca: le Alpi così nitide ed imponenti viste dalla laguna di Chioggia; il paesaggio veneto, quasi banale per chi lo vede spesso, sembra una preziosità in questo film; i lumini che i cinesi accendono e fanno galleggiare nell’acqua per celebrare il loro poeta; le lettere della mamma al figlio che, come le canzoni, “nascono da sole, vengono fuori già con le parole” (by Vasco Rossi); l’idea che la laguna è femmina e perciò calma, paziente, mentre il mare è maschio, sempre in movimento (o in affanno?); le “canocie” preparate da cinesi e i “ciodi” che in veneziano sono i debiti. La musica delle ultime immagini sembra un inno alla vita, o all’amicizia inter-razziale. Sprizza salute il cinema italiano.
Di Angelo Umana, da mymovies.it

Da un laboratorio tessile della periferia romana ad un’antica osteria chioggiotta la strada è lunga. Più di “un giorno di viaggio su un furgoncino”. Ma, alla fine, la differenza non è poi molta: si tratta di lavorare dall’alba al tramonto per pagare un debito e per poter rivedere il proprio figlio.
È questa la storia di Shun Li, giovane immigrata cinese attorno alla quale il regista Andrea Segre tesse una fitta trama di luoghi comuni, fatta di pettegolezzi, definizioni, che, come affermava Oscar Wilde, tendono di per sé a limitare paure, giudizi e pregiudizi.
Stiamo parlando di “Io sono Li”, film-documentario presentato alla Sessantottesima edizione del Festival di Venezia, con il quale Segre, coadiuvato da attori-artisti del calibro di Marco Paolini, Roberto Citran e Giuseppe Battiston, tratteggia una malinconica favola moderna, nella quale, a farla da padrone, sono i luoghi comuni ‘secolarizzati’ tanto degli immigrati cinesi, chiusi nel loro gruppo, restii a mescolarsi con gli italiani, quanto dei veneti, arroccati nelle proprie convinzioni secondo cui “i Cinesi conquisteranno Chioggia e toglieranno il lavoro ai chioggiotti”.
In una Chioggia nebbiosa e grigia, la cui economia sembra ancora reggersi sul lavoro dei propri infaticabili pescatori, a loro volta figli di figli di pescatori, si srotola la storia d’amicizia tra Shun Li, interpretata dalla dolce Zhao Tao, e l’anziano Bepi (Rade Sherbedgia), detto ‘il poeta’, un pescatore slavo arrivato in Italia trent’anni prima. Il loro è un incontro casuale e sincero, quello tra due anime sole che cercano un po’ di calore in una terra che troppo chiede e troppo poco dona. A rovinare il tutto, le chiacchiere degli avventori dell’osteria, convinti che tra i due ci sia molto di più che una semplice amicizia.
Un film dalla doppia anima, quello di Segre, che può essere letto come un moralizzante affresco del Veneto leghista e della Triade cinese, ma anche come una dolce favola a colori incastonata in un mondo grigio: è una pellicola che denuncia la sofferenza degli immigrati, qui giunti per necessità, mai per piacere, come anche i pregiudizi di una terra che li rifugge, pur non potendone fare a meno. Che racconta, ancora, di due anime sole, unite dall’amore per la poesia e dalla passione per le ‘piccole cose’: una poesia, una lanterna di carta rossa trasportata dalle onde, la vista del mare…
A dominare su ogni cosa, un baudeairiano ‘cielo basso e greve’, che pesa come un coperchio sulle umane miserie: un cielo, ancora, che toglie il fiato, fiacca le membra, ‘inumidisce’ i pensieri rendendoli lenti, difficili, farraginosi. Non c’è lieto fine, ha scritto qualcuno, nel film di Segre: difficile trovare un fine più lieto di questo, pare invece a chi ritenga la vita come il naturale risultato delle proprie scelte e delle proprie decisioni.
Bepi muore, ma è anziano. Non ci sono lacrime nel suo ‘sacrificio’, solo il rimpianto di non aver potuto rivedere per l’ultima volta Shun Li, che in suo onore innalzerà una pira di fuoco. Bepi muore, quindi, ma assieme al suo casone (palafitta utilizzata in queste zone come rimessa e riparo dai pescatori), la sua “unica casa”: nonostante si sia trasferito a Mestre, sulla terra ferma, muore seduto nel suo casone, tra le sue reti da pesca e con lo sguardo rivolto verso il mare. Shun Li, grazie a Bepi, riscatterà invece se stessa e ritroverà l’amato figlio.
Una favola dolce-amara che non può lasciare nessuno indifferente, quindi, che sa far commuovere e che si spera possa anche, e soprattutto, far riflettere. Perché, poi, come scriveva Giovanni Verga, “il mare non ha Paese nemmeno lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole”.
Di Matteo Trombacco , da rubric.it

“L’acqua del mare entra nella laguna e ne esce, ma non tutta. Una parte rimane dentro”, dice la compagna di stanza a Li. La libertà, l’immigrazione, la paura di non poter rivedere più i propri cari. Come l’acqua silenziosa della laguna, così questi temi scorrono lenti nel nuovo film di Andrea Segre, Io sono Li. La storia è quella di Shun Li, donna cinese immigrata in Italia e che lavora in un laboratorio tessile della periferia romana per ottenere il permesso di soggiorno e riuscire a far venire in Italia suo figlio di otto anni. All’improvviso viene trasferita a Chioggia, una piccola città-isola della laguna veneta per lavorare come barista in un’osteria. È qui che incontrerà Bepi, pescatore di origini slave, soprannominato dagli amici “il Poeta”, che da anni frequenta quella piccola osteria.
Una fuga poetica dalla solitudine, un dialogo silenzioso tra culture diverse, ma non più lontane. Bepi è veramente l’unico che riesce a togliere qualsiasi barriera culturale tra quel pezzo d’Italia e la lontana Cina. Il loro rapporto di pura amicizia si trasforma in un viaggio nel cuore profondo di una laguna, che sa essere madre e culla di identità mai immobili. Il “casone” in mezzo alla laguna di Bepi è la zona franca, il luogo dove si riesce a dar vita alla comunicazione tra due culture. Ovviamente questa amicizia non è vista bene né dalla comunità italiana né da quella cinese e i due saranno presto costretti ad allontanarsi.
La paura per la diversità continua a soffocare le coscienze, le rende cieche di fronte al fatto che siamo tutti uomini, apparteniamo alla stessa specie e abbiamo gli stessi sentimenti. Ma per i due protagonisti di questa storia l’allontanamento e la separazione sono l’unica soluzione.
“L’idea del film – afferma il regista – nasce da due esigenze: da una parte la necessità di trovare in una storia, allo stesso tempo realistica e metaforica, il modo per parlare del rapporto tra individuo e identità culturale, in un mondo che sempre più tende a creare occasioni di contaminazione e di crisi identitaria; dall’altra la voglia di raccontare due luoghi importanti per la mia vita e molto emblematici nell’Italia di oggi: le periferie multietniche di Roma e il Veneto, una regione che ha avuto una crescita economica rapidissima, passando in pochissimo tempo da terra di emigrazione a terra di immigrazione. In particolare, Chioggia, piccola città di laguna con una grande identità sociale e territoriale, è lo spazio perfetto per raccontare con ancora più evidenza questo processo. Ricordo ancora il mio incontro con una donna che potrebbe essere Shun Li. Era in una tipica osteria veneta, frequentata dai pescatori del luogo da generazioni. Il ricordo di questo volto di donna così estraneo e straniero a questi luoghi ricoperti dalla patina del tempo e dell’abitudine, non mi ha più lasciato. C’era qualcosa di onirico nella sua presenza. Il suo passato, la sua storia, gli spunti per il racconto nascevano guardandola. Quale genere di rapporti avrebbe potuto instaurare in una regione come la mia, così poco abituata ai cambiamenti? Sono partito da questa domanda per cercare di immaginare la sua vita”.
Le migrazioni verso l’Europa e il territorio sociale e geografico del Veneto sono da sempre state oggetto di studio di Segre, attraverso i suoi documentari, scoprendo una dimensione intima della realtà sociale, fatta di tante caselle che si incastrano e si completano. Anche tra Li e Bepi avviene questo, e il lieto fine per uno dei due lo sarà anche per l’altro, nonostante tutto e tutti.
Di Sara Michelucci, da cronachelodigiane.net

L’esordio al cinema di finzione di Andrea Segre è una storia ovattata sull’innocenza dei sentimenti vissuta in un meccanismo ove la scelta non esiste. Una riflessione, stagliata su un contesto contemporaneo e problematico, sul rapporto con l’altro in un momento storico dove l’alterità è temuta e rifiutata.
Il tema dell’altro nei film italiani presentati nelle varie sezioni a questa 68esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia ha avuto in effetti trattazioni ampie e molteplici. Tuttavia, Andrea Segre con Io sono Li ha saputo inserirsi e distinguersi in questo filone di autori interessati ad argomentare una delle più scottanti materie dell’Italia contemporanea. Nel suo film è presente ogni sfumatura del timore che imprigiona le menti degli italiani: l’”invasione” cinese, la condivisione affettiva con queste culture, il pregiudizio insito in certe ideologie politiche, l’illegalità e le condizioni lavorative che caratterizzano questi segmenti sociali.
Il film nasce da un fortunato percorso produttivo che aveva già riconosciuto le potenzialità della sceneggiatura (scritta dal regista in collaborazione conMarco Pettenello) e racconta di Shun Li (la premiata attrice cinese Zhao Tao – Stille Life, 2006 -), una giovane madre occupata nella filiera della sartoria cinese al fine di ricongiungersi al figlio rimasto in Cina. La sua vita incontra una svolta particolare quando viene trasferita a Chioggia per lavorare in un’osteria, dove entrerà da subito a stretto contatto con il pittoresco di questa realtà lagunare.
I personaggi coloriti dell’osteria la accoglieranno con benevolenza, chi più chi meno: ma tra tutti, in particolare con Bepi “il Poeta” (Rade Sherbedgia, romantico e sognatore) germoglierà una sintonia tenera fatta di condivisione di ricordi, cultura e parole poetiche. Questo rapporto spontaneo ed enigmatico però sarà visto con enorme diffidenza, fino ad essere osteggiato da entrambe le comunità, cinese ed italiana. Come a rappresentare un muro invisibile ma insuperabile, attraverso il quale ci è concesso di sbirciare senza poter mai realmente scavalcare il confine, la dolcezza del racconto di Li è una rattristata ammissione di come neppure l’animo della gente sia realmente pronto a condividere la ricchezza del diverso. Forse per un problema di ignoranza o forse per il timore che il coinvolgimento possa essere diffuso e sincero, com’è per i protagonisti.
Lo sguardo sperduto e amorevole di Zhao Tao, che ammira il nebbioso confine tra la laguna e il mare, racchiude in sé quel richiamo costante alla poesia che affascina entrambe le loro anime, nel ricordo di antiche odi della cultura cinese celebrate sulle rive dell’Adriatico. E che racconta e confeziona quest’opera prima con una delicatezza che mancava nel panorama esordiente nazionale.
Il racconto di Segre denuncia poi, con posata attualità (memore del suo efficace stile documentaristico: tra gli ultimi Come un uomo sulla terra, 2008, Magari le cose cambiano, 2009, Il Sangue Verde, 2010), le condizioni in cui queste anime senza scelta sono costrette a lavorare per poter sopravvivere; o per poter fronteggiare i ricatti delle cupe organizzazioni che le hanno convocate in Italia; o peggio per tentare di ricongiungersi al proprio figlio disperatamente.
Con equa distanza, osservando silenziosamente, l’acqua scivola sulla banchina come il racconto di questo regista, umile nei gesti ma dalla narrazione ricca di emotività e colore, scivola sommesso nell’interiorità di chi lo apprezza.
Di Rita Andreetti, da taxidrivers.it

Presentato per la prima volta alle Giornate degli Autori della 68° Mostra del Cinema di Venezia, il primo lungometraggio di finzione del giovane regista italiano Andrea Segre, Io sono Li, giunge finalmente a Roma, in occasione della XVII edizione del MedFilm Festival, il festival del cinema del Mediaterraneo.
Come un flusso continuo di acque che bagna e abbraccia le coste di ogni paese del mondo, è il mare e l’acqua in tutte le sue forme, l’elemento che funge da leitmotiv di tutto il film, collegando tra loro due realtà lontanissime, come la Cina e l’Italia.
Fuzhou è una cittadina marittima della Cina sud-orientale, nel Fujian. È lì che è nata Shun Li, interpretata da Zhao Tao, conosciuta soprattutto per i suoi ruoli da protagonista negli ultimi cinque film del regista cinese Jia Zhangke.
Per commemorare l’antico poeta Qu Yuan (III sec. a.C.), ogni anno la famiglia di Shun Li prepara delle lanterne rosse, fatte con delle candele avvolte da fogli di carta di riso, e le adagia sull’acqua del fiume, recitando poesie finché la corrente non le trasporta lontano.
È proprio questa la scena con cui il film si apre: voci femminili che sussurrano poesie in cinese, mentre due mani nel buio, appoggiano delicatamente sull’acqua delle lanterne rosse. Colme di desideri, le lanterne vengono spinte nella corrente, nella speranza che raggiungano il mare.
Ma basta un attimo per infrangere la magia e rivelare la realtà in tutto il suo squallore: non è la corrente di un fiume quella a cui sono affidate le piccole luci delle lanterne, ma l’acqua stagnante di una misera vasca da bagno in un appartamento di un quartiere popolare di Roma, dove Shun Li è migrata in cerca di lavoro.
Sin dalle prime scene, le atmosfere neorealiste delle scene di vita urbana si uniscono alla poesia, creando un equilibrio che rende il film realistico e commovente allo stesso tempo. Il regista propone abilmente l’immagine delle lanterne come metafora della vita di Shun Li e di tante persone che, come lei, scelgono la via dell’emigrazione per raggiungere una condizione di maggiore benessere, nella speranza di ricongiungersi un giorno con la propria famiglia.
Un detto cinese recita: “Gli uomini spostandosi vivono, gli alberi spostandosi muoiono”.
Così Shun Li, come una lanterna, si è affidata alla corrente, che la ha trasportata fino a Roma, e da lì a Chioggia, una cittadina lagunare del Veneto, dove dovrà seguire tutti gli ordini dei suoi datori di lavoro per far ottenere a suo figlio di otto anni i documenti necessari per raggiungerla in Italia. Se nella grande realtà di Roma, la donna era rimasta nascosta nel microcosmo di un laboratorio tessile interamente gestito da cinesi, completamente alienata dalla vita locale, a Chioggia si trova trapiantata in una piccola comunità italiana, dove si scontra immediatamente con barriere linguistiche e culturali. Nonostante l’umorismo a volte volgare dei clienti del bar e gli orari di lavoro estenuanti, Shun Li non perde il proprio ottimismo e gradualmente sembra essere accettata dagli abitanti di Chioggia.
Uno di loro nutre una particolare simpatia per lei: è Bepi, detto “Il Poeta”, un pescatore vedovo, di origini slave, ben interpretato da Rade Serbedzija, meglio noto come il costruttore di bacchette magiche di nome Gregorovitch in Harry Potter e i doni della morte. Bepi vive a Chioggia ormai da più di trent’anni ed è completamente integrato nella comunità locale, ma Shun Li gli ricorda se stesso quando era ancora considerato uno straniero, mentre a lei Bepi ricorda suo padre, anche lui pescatore.
Nella quiete della laguna, i due parlano, si raccontano storie, combattono la solitudine che li accomuna così come la passione per la poesia.
La loro diventa un’amicizia tenera e profonda, che sembra sul punto di sfociare in un vero e proprio amore, a dispetto di ogni pregiudizio e differenza di cultura e di età. Ma di nuovo, la cruda realtà torna a soffocare la poesia.
La laguna che tanto aveva affascinato la protagonista, si rivela nella sua vera identità: non è il mare aperto di Fuzhou, ma una gola chiusa come la mentalità chioggiota e quella della comunità cinese che gestisce il lavoro degli immigrati. “L’acqua del mare entra nella laguna, ma non tutta torna al mare, una parte rimane sempre lì, intrappolata”.
Con queste parole, la compagna di stanza di Shun Li cerca di aprirle gli occhi sulla dura verità: forse tutte le loro speranze sono vane, verranno sfruttate senza che i loro debiti siano mai dichiarati estinti e potrebbero restare bloccate lì, come lanterne che non riescono a raggiungere il mare.
Riuscendo a evitare luoghi comuni troppo banali, e non permettendo ai propri personaggi di cadere nel vittimismo e nell’autocommiserazione, il debutto di Andrea Segre come regista di lungometraggi di finzione è sicuramente promettente. Il suo è un film realisticamente commovente, che tocca temi importanti come lo sfruttamento del lavoro degli immigrati e la paura della diversità, mentre pone lo stesso spettatore di fronte a emozioni contrastanti, costringendolo a riflettere sul concetto di normalità e sui propri pregiudizi.
Di Martina Ticconi, da cinemalia.it

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog