IO E TE


Il quattordicenne Lorenzo ha palesi difficoltà di rapporto con i coetanei tanto che si avvale dell’aiuto di uno psicologo. Un giorno coglie al volo un’occasione unica: finge di partire per la settimana bianca con la sua classe mentre invece si rifugia nella cantina di casa con una ben organizzata scorta di cibarie e le letture preferite. Non sa che di lì a poco proprio nel suo dorato rifugio irromperà Olivia, la sorellastra venticinquenne che non vede da lungo tempo. Olivia è tossicodipendente e sta tentando di ripulirsi. Nel frattempo soffre di crisi di astinenza e non fa nulla per lasciare tranquillo Lorenzo.
Bernardo Bertolucci torna a fare cinema dopo una lunga assenza causata dalle conseguenze della malattia che lo ha costretto su una sedia a rotelle. Se il suo sguardo non può più avvalersi direttamente della posizione eretta il suo cinema sembra avvantaggiarsene. È come se il suo occhio interiore avesse deciso di mettersi al livello dei giovani soggetti presi in considerazione invece di guardarli dall’alto di una memoria troppo vincolata dalla forma come in The Dreamers. 
Grazie a un casting accurato, che gli ha permesso di scegliere due corpi e due volti che si imprimono immediatamente nella memoria dello spettatore, Bertolucci può tornare a uno dei suoi temi preferiti: quello dell’irruzione di un elemento esterno (sia esso storico o individuale) che mette in discussione uno status quo imponendo una revisione totale di ciò che si riteneva acquisito o l’esplosione di ciò che era stato accuratamente ricoperto da ipocrisie o autoconvincimenti. A differenza delle formiche dalla vita sociale rigidamente strutturata Lorenzo e Olivia sono due personalità che hanno cercato, ognuna a suo modo, di sfuggire al vivere comune. Sarà una cantina (luogo delegato alla paura e/o alla morte nel cinema di genere) a riaprirli se non al mondo almeno alla possibilità di prendere in considerazione opzioni diverse. Se Lorenzo, come un armadillo in gabbia, era convinto di salvarsi compiendo un ripetitivo percorso solitario, Olivia aveva cercato di annullarsi nel confondersi con i muri ai quali sovrapponeva la propria immagine fotografica. Una polvere simile alla calce di quegli stessi muri ma dai micidiali effetti aveva invece cominciato a confondersi con lei finendo per confonderla. 
Bertolucci, in un prologo in cui accenna a un immaginario rapporto incestuoso madre/figlio, sembra voler prendere le distanze da un certo suo cinema avviluppato su se stesso (vedi La luna) per affermare la necessità di guardare invece alle tante (troppe) solitudini di cui il mondo adulto a volte sembra non cogliere la confusa ma pressante richiesta di aiuto. Se questo è l’inizio di una nuova fase del suo fare cinema non le si può che dare il benvenuto.
Di Giancarlo Zappoli , da mymovies.it

A distanza di nove anni dal suo ultimo film (The Dreamers) e dopo aver attraversato i gravi disagi di una malattia che lo ha costretto su una sedia a rotelle, Bernardo Bertolucci torna a mettersi in gioco dietro la macchina da presa lottando con i limiti di un punto di vista che si fa – per forza di cose – più basso, ma forse anche più in grado di dare vita a un nuovo modo di vedere il mondo. Il punto di partenza è il romanzo breve Io e te di Niccolò Ammaniti, monologo di un adolescente totalmente contro, viziato e insicuro, eccentrico e solitario. Bertolucci prende in prestito l’idea di Ammaniti per costruirle attorno la sua immagine di solitudini che si abbracciano e si mescolano in un duraturo grido di dolore, dando vita a un lavoro che rielabora le ‘vecchie’ tematiche care al regista (quella solitudine sempre più buia che abita spazi sempre più angusti) con la freschezza di una storia che inscrive sofferenza e isolamento nelle geometrie di una società asfissiante, fatta di adulti distratti e ragazzi smarriti. Narrativamente incostante e costruito su una linea drammaturgica che a tratti manca di creare il giusto collante, Io e te di Bertolucci brilla invece per la capacità di (ri)generarsi scena dopo scena attraverso i volti e gli sguardi dei suoi due giovani protagonisti, due esistenze eccentriche dalle quali (nell’arco di 100 minuti di film) si vanno isolando i semplici corpi di un ragazzo e una ragazza che portano al parossismo la solitudine disperata che accomuna tanti (se non tutti) gli esseri umani.
Lorenzo (Jacopo Olmi Antinori) è un ragazzo introverso che vive la sua adolescenza ingabbiato in una sorta di autismo relazionale. Schivo nei confronti del mondo circostante, per Lorenzol’unico ponte comunicativo con l’esterno è rappresentato dalla madre, figura di donna fragile che racchiude in sé il duplice simbolo di protezione e attrazione. Un giorno, alla notizia che la sua classe è in procinto di partire per la consueta settimana bianca, Lorenzo riferisce alla madre di voler prendere parte alla gita. La donna (entusiasta di vedere finalmente un segnale di aggregazione da parte del figlio) consegna a Lorenzo i soldi per il viaggio, senza sapere che nella mente del ragazzo si sta invece facendo strada l’idea di fare la sua settimana bianca in una cantina-bunker al di sotto di casa sua. Perfettamente organizzato con viveri, libri e musica, Lorenzo s’installa così in quello che dovrebbe essere il rifugio della sua settimana di totale distacco dal mondo. Di lì a poco, però, un’ombra nera (sotto la quale si nasconde l’esuberante corpo della venticinquenne sorellastra Olivia – che Lorenzo non vede da anni) irromperà bruscamente in quella sorta di bolla spazio-temporale, portando scompiglio e nuove riflessioni nella vita di cocciuta introversione perseguita da Lorenzo, e spostando altresì quell’io e te esclusivo nel rapporto materno a un io e te’altro’ che sottende un primo passo di liberazione verso il mondo esterno.
Bertolucci realizza un film ibrido che genera sensazioni contrastanti. Un film che non sempre riesce a sostenere la suggestione visiva e il simbolismo metaforico delle sue scelte con un’aderenza narrativa altrettanto forte. E se la presenza scenica dei due protagonisti (soprattutto quella di Tea Falco, naturalmente calata nelle vesti di Olivia) va di pari passo con la costruzione di un mondo esclusivo e autoreferenziale ignorato dagli adulti e che a sua volta ignora tutto ciò che gli ruota attorno, le situazioni di contorno rimangono spesso troppo abbozzate per creare la contestualizzazione necessaria all’interiorizzazione del film. Ma a farla da padroni qui restano le immagini. La cantina rappresenta il luogo di definitivo smarrimento ma anche la possibilità di fuga attraverso la riscoperta di un sentimento di fratellanza che smuove la voglia di vita e che si pone in contrasto con la seduzione della morte. Bertolucci segue con morbosa attenzione il processo di risveglio che lo scontro tra i due giovani provocherà, e lo fa soprattutto in chiave visiva, lavorando per sottrazione e nell’ottica di portare i due protagonisti a spogliarsi lentamente (metaforicamente e non solo) dei propri dolori e dei propri fardelli. La riscoperta di una personalità che può andare oltre l’appiattirsi sui muri che la società ci impone, rimane (soprattutto a livello di suggestioni) il traino più forte di un film in cui la mano di Bertolucci è più che mai evidente nel tentativo di colmare dei vuoti narrativi più o meno percepibili a seconda del punto di vista adottato nel corso della visione.
Dopo una lunga pausa Bernardo Bertolucci torna al cinema per trasporre sul grande schermo Io e Te, liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti. Un film in cui la debole struttura è fagocitata dall’esuberanza dei due (funzionali) protagonisti e da un espressionismo visivo che spiega molto (anche se non tutto) dell’enorme gorgo emozionale che il film ingloba, perfettamente incarnato dai ‘ragazzi soli’ di Space Oddity di David Bowie. Un film non del tutto compiuto che possiede, ciò nonostante, la forza di personaggi che sanno lasciare il segno.
Di Elena Pedoto , da everyeye.it

Tratto dall’omonimo romanzo di Nicolò Ammaniti e trasposto con la maestria e la lungimiranza che solo un maestro della sua fattura può vantare, il film è statopresentato fuori concorso al Festival di Cannes, dove ha riscosso grandi consensi.
Consensi e lodi più che meritati poichè il regista settantunenne ha trattato con forza ed eleganza una materia sommariamente indagata dal cinema italiano, quella dell’inquietudine giovanile, non tanto quantitativamente quanto qualitativamente.
La grande cantina di una casa borghese diventa il luogo claustrofobico di due inquietudini che costrette e bisognose di un contatto, recupereranno la dimensione di apertura all’altro.
Lorenzo è un quattordicenne introverso che si rinchiude in cantina fingendo con i genitori di essere in settimana bianca con la scuola. A irrompere e sconvolgere i suoi piani di solitudine, colmata solo dalla musica e da un formicaio acquistato per l’occasione, è Olivia, la sorellastra venticinquenne che cerca di disintossicarsi dall’eroina. Nella misura tutta da costruire di un io fortemente in bilico, la necessità dell’incontro con l’altro diventa una prova difficilissima perché complicata dalle difficili realtà vissute dai giovani protagonisti.
Con sapienza Bertolucci lega tutti i fili, misura i suoni, gestisce i tempi, modula le luci, scegliedue attori sconosciuti e bravissimi (Jacopo Olmo Antinori e Tea Folco) e ci dona un finale aperto seppure pienamente concluso nel fermo immagine di chiusura.
Di forte impatto il tessuto sonoro polifonico (il suono come voce della solitudine) che unisce le musiche originali di Franco Piersanti, alcuni successi internazionali come Sing for Absolutiondei Muse e Boys don’t Cry dei Cure, pianti, urla, parole sussurrate e sfocia nell’inedito Ragazzo Solo, Ragazza Sola versione italiana di Space Oddity di David Bowie, testo di Mogol.
E’ così che nella potenza della musica e dell’abbraccio ritrovato tra i due fratelli, Bertolucci ci ripaga dell’asfissia provata in quella cantina e insegna, una volta di più, quale debba essere la profondità dello sguardo e la verità dell’osservazione, costruendo un film molto bello che consiglio di vedere.
Di Caterina Martucci , da spettacoli.blogosfere.it

Tra The Dreamers e Io e te passano quasi dieci anni.
Dieci anni e una brutta storia che ha costretto Bernardo Bertolucci alla sedia a rotelle, a tanta inattività, ma non alla stasi o alla pigrizia mentale. Dieci anni, anzi, che a guardare i film sono passati con un battito di ciglia cinematografico che è, anche, cambio di prospettiva e di focale.
Bertolucci prende il romanzo breve di Niccolò Ammaniti e lo plasma, lo modella allo scopo di assecondare una poetica intimista che è conseguenza ed evoluzione di quella che ha caratterizzato diverse stagioni del suo cinema, e soprattutto quella che tocca l’arco di tempo che va da Io ballo da sola a oggi.
Se però l’autoreclusione dei sognatori del 2003, il loro percorso di scoperta interiore e fisica, la loro dinamica di liberazione era costantemente segnata da tensioni erotiche (interne) e politiche (esterne), il processo analogo che in Io e te vede coinvolti il problematico Lorenzo e la sorellastra tossicodipendente Olivia vive della somma algebrica di due autonomie, due solitudini che non possono fare altro che sfiorarsi fuggevolmente, e con imbarazzo carico di sentimento e passione.
Non c’è un mondo esterno (politico, scolastico, comunque adulto) o una passione interiore ai quali fare riferimento, in Io e te: il resto del mondo è terreno ignoto, inesplorato, da affrontare senza bussola, senza mappa, armati solo del coraggio e dalla forza della vita che l’età giovanile non riesce, nemmeno volendo, a trattenere.
Bertolucci, quella forza e quel coraggio fragile, li sa raccontare con la leggerezza e la profondità di un animo sensibile e indomito, capace di adeguarsi ai tempi, di leggerli e rappresentarli nelle loro contraddizioni, e di rappresentarli senza presunzioni idologiche o paternalistiche.
Ne coglie l’energia e la delicatezza e non gli si pone mai “sopra”, amadole incondizionatamente: magari girando a vuoto, o peccando di quelle stesse ingenuità che rappresenta, ma sempre capace di scartare improvvisamente e di sorprendere. Di commuovere, come nel finale in cui i mondi complessi e solitari di Lorenzo e Olivia si sfiorano nell’attimo intimo di un ballo che non poteva che avvenire, grazie alle capacità del regista, sulle note di “Ragazzo solo, ragazza sola”. Perché, come recita il resto con cui Mogol tradiva completamente quello della “Space Oddity” originale, quelle due solitudini sono destinate solo ad incrociarsi, ad offrirsi momentanemente un aiuto per poi lasciarsi nuovamente e affrontare, soli, l’ignoto della vita.
Ma, a differenza di quanto avveniva in The Dreamers, nel finale di Io e te è la speranza a lasciare il passo all’amarezza, e non il contrario.
Perché, come poche altre anime curiose, libere e sensibili, anche Bernardo Bertolucci ha capito che oggi solo dalla libertà da dogmi e legami di ogni tipo, pur nella consapevolezza della loro eredità, è possibile affrontare il futuro con un sorriso sincero e sfrontato stampato in volto.
Di Federico Gironi, da comingsoon.it

Può sembrare strano che un maestro della nostra cinematografia, quale Bernardo Bertolucci, sia stato spinto a tornare dietro la macchina da presa da una storia così semplice, intima e in qualche modo “limitata” come quella di Io e Te. Ma nel caso ce ne fosse bisogno, la sua scelta (e con essa il grande cinema) torna a ricordarci come i confini dello spazio, del tempo, della stessa immagine, non coincidano mai con quelli dell’arte e dell’anima.
Tratto dall’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti,  Io e Te parla dell’incontro-scontro tra un adolescente di buona famiglia, Lorenzo (Jacopo Olmo Antinori) e la sorellastraOlivia (Tea Falco) frutto di una precedente relazione del padre e agli antipodi rispetto al suo carattere schivo e taciturno. Lorenzo non sopporta la compagnia dei suoi coetanei né le preoccupazioni di sua madre, per questo invece di andare in gita scolastica si rifugia in uno scantinato  facendo credere a tutti di essere partito per la settimana bianca. Olivia, di contro, ha bisogno di un posto isolato da tutti in cui disintossicarsi, in modo da arrivare pulita all’incontro con quello che potrebbe essere il suo vero amore. Ed è lì, tra le ombre di quel luogo dimenticato da tutti, che le loro rispettive solitudini troveranno il modo di avvicinarsi, dandosi rispettivamente la forza di uscire dal buio e tornare nel mondo con occhi nuovi e più liberi.
Io e Te non è un film speciale, non nel senso che viene attribuito comunemente all’aggettivo. Non c’è la grande Storia, non ci sono grandi drammi, grandi amori, grandi rotture, pulsioni squassanti o scene mozzafiato. La tensione narrativa non è in ciò che avviene sullo schermo, ma in un sottile processo di avvicinamento tra i due personaggi, che nell’economia della trama ha la forza di un Big Bang, ma che ovviamente la regia lascia trasparire solo da piccoli gesti, senza urla né tragiche esplosioni emotive. La crescita e la liberazione dei due ragazzi avviene con la semplicità di un abbraccio pieno di disperazione e speranza, accompagnato da un ballo su una musica che sembra provenire direttamente dal cosmo (la bellissima Space Oddity, cantata in italiano dallo stesso David Bowie su testo di Mogol). La grandezza del maestro è evidente proprio nella capacità di ridurre tutto ciò all’essenziale, sfruttando al massimo ogni piccolo elemento a propria disposizione, dalla luce, alla scenografia e soprattutto alla fisicità dei suoi attori. Da una parte il volto di Jacopo Olmo Antinori con tutti i segni dell’adolescenza, i sorrisi ingenui e un’intolleranza a volte incomprensibile e rabbiosa, tipica di quell’età ben precisa. E poi Tea Falco, scelta per incarnare la bellezza dell’alterità, con la sua invadente chioma bionda, i lineamenti splendidi ma spigolosi, lo spirito combattivo ma fragile, le movenze a un tempo popolari e altezzose.
Quello che però Bernardo Bertolucci maneggia meglio di ogni altra cosa è forse il tempo del racconto, in cui tutto viene scandito nella giusta misura, senza inutili lungaggini ma senza alcuna fretta di tirare fuori dai personaggi ciò che si intende esprimere. Una delle caratteristiche più apprezzabili di  Io e Te, è il modo in cui la regia lascia il tempo di capire, di sentire, di guardare e ambientarsi. Il tempo di (fare) conoscenza. Per questo pur non essendo forse il capolavoro assoluto di Bertolucci, e pur occupandosi di una piccola storia e di un piccolo mondo, quello di Lorenzo e Olivia, il film riesce comunque a riassumere alla perfezione alcuni concetti essenziali, come lo stupore e la meraviglia del confronto col diverso, il timore della crescita, la necessità di scappare dalle gabbie che noi stessi ci costruiamo intorno. E lo fa con una naturalezza e una maturità a dir poco d’ispirazione.
Tutto e tutti cercano in continuazione di essere speciali. Ma speciale, guardando al significato originario del termine, rimanda a qualcosa di chiuso, di inscrivibile in una categoria e in una specie. Ecco, Io e Te è precisamente uno di quei film che ricorda, con violenta delicatezza, che a volte non c’è affatto bisogno di essere speciali. Che a volte essere altro è più che abbastanza.
Da blog.screenweek.it

Può un film programmaticamente claustrofobico rivelarsi un’opera di apertura, e forse addirittura di “riapertura” di una carriera? È quanto accade con Io e te, che nella filmografia diBernardo Bertolucci segue a distanza di nove anni il precedente The Dreamers. Quel che è accaduto in questo decennio di vuoto, lo sappiamo: una lunga, dolorosa malattia che ora costringe il regista su una sedia a rotelle; e di conseguenza la scelta, una volta ritrovato il coraggio e la forza di lavorare, di un soggetto “da camera” che consentisse a Bernardo un programma di riprese circoscritto e confortevole. Di qui il romanzo di Ammaniti, la storia di un adolescente “difficile” che fa credere alla madre di essere in partenza per una settimana bianca con la scuola, e invece si nasconde in cantina, attrezzato di tutto punto per alcuni giorni – passateci l’ossimoro – di prigioniera libertà. Solo che in questo rifugio arriva come un turbine la sorellastra del ragazzo, schiava dell’eroina e persino più complicata di lui… 
C’è un filo rosso che collega The Dreamers a Io e te, e che sembra provenire da Io ballo da solae da La luna: è quello, appunto, dell’adolescenza come un’età arruffata e rissosa, vogliosa di chiudersi in se stessa e di non fare i conti con il mondo. Un tema che trova il proprio contraltare nel Piccolo Buddha e nell’Ultimo imperatore, dove due ragazzini devono invece affrontare un destino enormemente più grande di loro. La cantina di Io e te potrebbe essere letta come la placenta dalla quale tutte queste storie sono nate: idealmente – e scommettiamo che l’idea gli piace – questo film è la vera opera prima di Bertolucci, visto che quell’altra (La commare secca, girato a 21 anni) era un soggetto non suo, affidatogli dal maestro e amico Pier Paolo Pasolini. Film ovviamente realizzato con maestria, e tutto affidato ai talenti acerbi ma travolgenti di due attori giovanissimi, Tea Falco e l’esordiente Jacopo Olmo Antinori: che ha gli stessi occhi di un altro ragazzo oggi 69enne, il Malcolm McDowell di If… e di Arancia meccanica.
Di Alberto Crespi, da cinematografo.it

“Noi balliamo da soli”. Sembrano dirlo, anche quando la loro immobilità è evidente, i due protagonisti del bellissimo film di Bernardo Bertolucci, Io e te. Allo stesso modo di Mr Kinski e Shandurai in L’assedio (1998), o di Matthew e Isabelle in The Dreamers (2003) ma anche di Paul e Jeanne in Ultimo tango a Parigi (1972). La solitudine e l’inquietudine, da sempre, abitano i luoghi e i personaggi di Bertolucci, anche questa volta che la storia è tratta dal romanzo di Niccolò Ammaniti, che rispetto a tanti altri suoi romanzi, questo ha di intrigante solo i luoghi messi a disposizione della storia. Quella di Lorenzo, un quattordicenne introverso, che vive con difficoltà i rapporti con i suoi genitori e i compagni e Olivia, la sorellastra quasi sconosciuta.
Quando lui decide di prendersi una vacanza, chiudendosi in cantina, facendo credere a tutti che lui sia partito per la settimana bianca, per un’intera settimana lascerà fuori dalla porta tutti i conflitti e le pressioni, scegliendo di vivere quei giorni in completo isolamento, con la sola compagnia di libri horror, lattine di CocaCola, scatolette di tonno e un formicaio, da guardare al posto della TV. Ma anche nei luoghi più illuminati dalla solitudine accade l’imprevisto che può provenire da un’altra presenza, quella della sua sorellastra, Olivia, che piomba nella cantina, alla ricerca di alcuni suoi oggetti, irrompendo (e “rompendo”) nella vita di Lorenzo, rovinandogli i piani della sua fuga dalla realtà. Olivia, a differenza di Lorenzo, é una ragazza venticinquenne e ribelle. Problematica e fragile. La convivenza forzata fra i due fa scaturire litigi, discussioni violente, sfoghi, ripicche, gelosie e rivincite, portando allo scoperto le fragilità e i pensieri di entrambi, improvvisamente alla pari e immensamente bisognosi dell’affetto l’uno dell’altro.
Eppure, come tutti gli altri personaggi di Bernardo Bertolucci, trovano il tempo di ballare. Ballano da soli Lorenzo e Olivia. Allo stesso modo degli adolescenti nelle nostre case, nelle scuole, in tram, negli ascensori, e finanche a tavola, vivono le loro dimensioni, da quelle con la musica che scoppia nei timpani, fino ai film visti su schermi accecanti per le loro sempre più piccole dimensioni. Tutto in estrema solitudine. Gli altri, in tutto ciò non devono entrare. Ad ognuno la sua ‘cantina’.
Era rischiosa la trasposizione filmica di una storia semplice. Solo nelle mani e con lo sguardo di un grande regista come Bertolucci il film ha acquisito anche ciò che nel romanzo di Ammaniti manca: la verve e la possibilità che qualcuno, ma solo in quanto spettatori, possa credere ai due personaggi che per due ore, praticamente, conducono la stessa vita di molti adolescenti nelle camere delle loro case, fra lattine, iPod, merendine e libri horror, a cui si aggiungono, ma questo tutto un problema italiano, i ‘film’ horror della Maria… Bertolucci cambia il finale del romanzo di Ammaniti. Rimane uno dei pochi registi italiani, maestro anche nel dirigere gli attori. Tra l’altro, essendo, egli, immobile su una sedia a rotelle, sembra che il suo sguardo, che naturalmente non può più avvalersi direttamente della posizione eretta, abbia giovato, a lui e a noi che guardiamo, perché, è come se il punto di vista del regista coincidesse con lo stesso dei due giovani e bravissimi attori. Che sono molto materici, fisicamente e dai volti immediatamente impressionanti, entrambi da “maneggiare con cura”. Tea Falco e Jacopo Olmo Antinori sembrano a loro agio, nell’arte della recitazione, con mostri sacri del cinema e del teatro, come Sonia Bergamasco e Pippo Delbono. Bellissima, anche in questo, come sempre accade nei film di Bertolucci, la colonna sonora, che si avvale del meglio del pop e del rock, anni Ottanta-Duemila, dai The Cure di “Boy’s don’t cry” a “Sing for absolution” dei Muse.
Questo bel film di un regista che, come già nell’immenso Novecento (1976), aveva le idee chiare del nostro vivere, da soli o in comune, o come, in questo caso, rapportando le nostre tristi vite con quelle delle formiche, dalla vita sociale rigidamente strutturata, ci pone direttamente a contatto con l’interrogativo sguardo di Lorenzo, nel fotogramma finale del film. Che fa tanto I quattrocento colpi di Francois Truffaut. Forse con lo stesso significato…
Di giancarlo visitilli, da cinerepublic.filmtv.it

Un film intimista e sull’amore per la solitudine, attraverso il quale Bernardo Bertolucci esprime al meglio le sue abilità registiche
Le cantine abbandonate sono i luoghi della paura. Sono i tipici ambienti pieni di cose vecchie e impolverate in cui ci si imbatte forzatamente o per curiosità. Per poi rimanere costretti, chiusi ad affrontare qualche fantasma o qualche presenza estranea.
Lorenzo (Jacopo Olmo Antinori), il protagonista di questo film, è  un adolescente che come tutti quelli della sua età sente il peso dell’incomprensione del mondo esterno e cerca quindi di ribellarsi a modo suo, senza far del male a nessuno. Fa credere alla madre (Sonia Bergamasco) di andare in gita scolastica e invece si rifugia nella cantina sotto casa. Vuole leggere, mangiare le schifezze che in casa non ci sono, ascoltare la musica e crearsi un suo piccolo spazio. Lui non ha paura dei sottoscala e ancora meno della solitudine.
Ma la presenza estranea di ogni film ambientato in uno scantinato non tarda ad arrivare, scombinando tutti i piani di autonoma sopravvivenza del ragazzo. È la bella Olivia (Tea Falco): sorellastra, tossicodipendente, artista, sgangherata, inopportuna, poetica, con quell’accento siciliano azzeccatissimo. Un impiccio non da poco per Lorenzo che voleva solo stare tranquillo per una settimana.
“Mi affascinava l’idea di trasformare l’apparente claustrofobia di una cantina in una forma di claustrofilia, amore per il chiuso.”, dice il regista. Ed è proprio così. È in questo spazio chiuso che i due protagonisti si incontrano, si scontrano, si capiscono: odiandosi imparano anche ad amarsi. La tensione drammatica è affidata alle loro parole, ai loro movimenti e agli oggetti che li circondano. Oggetti particolari, che provengono da un altro mondo e acquisiscono il ruolo  di personaggi secondari, ma non per questo meno importanti. Il conflitto, in questo senso, è ancora più intenso perché sottaciuto, limitato a uno spazio circoscritto in cui comunque i protagonisti esprimono tutto il loro essere.
Bertolucci dirige da maestro con inquadrature perfette e suggestive riuscendo a catturare l’intima essenza di entrambi i ragazzi, aiutato da una colonna sonora da brivido, dalla struttura dell’omonimo  romanzo di Ammaniti e da un intenso lavoro di sceneggiatura focalizzato soprattutto sui personaggi.
Il regista emiliano dunque, quello de Novecento lascia da parte i grandi film corali con cui ha fatto la storia del cinema e si concentra sull’intimità. L’ambiente chiuso rimanda sicuramente a Ultimo tango a Parigi. Anche lì uno spazio da condividere, un io e un te, due esperienze che si confrontano e scontrano in un’intimità, forse più fisica e meno spirituale. Accogliere e capire la fragilità dell’altro è, in questo senso, il primo passo per uscire dalla propria sicura solitudine e lasciarsi trasformare, anche attraverso il dolore. Attraverso un ballo meraviglioso sulle note di David Bowie che canta “ragazzo solo, ragazza sola”: riadattamento scritto da Mogol della toccante Space Oddity.
Di Francesca Riccardi, da doppioschermo.it

Il mondo in una cantina
Il quattordicenne Lorenzo (Jacopo Olmo Antinori) decide di bigiare la settimana bianca con la scuola: il ragazzo, introverso e propenso ad accesi scatti d’ira, preferisce passare i suoi sette giorni rinchiuso in una cantina adibita a casa. Lontano da tutto e da tutti, soprattutto dai suoi genitori.
Il piano di Lorenzo funzionerebbe alla perfezione se a sparigliare le carte non arrivasse la sorellastra Olivia (Tea Falco), una tossicodipendente problematica e fragile alla ricerca di un riparo.
Ragazzo solo, ragazza sola
A nove anni di distanza dal suo ultimo film, The Dreamers, Bernardo Bertolucci torna al cinema e lo fa adattando per il grande schermo Io e te, romanzo di grande successo firmato da Niccolò Ammaniti.
Io e te prosegue il percorso poetico intrapreso da Bernardo Bertolucci a partire dal 1996 (anno di Io ballo da sola). Anche in questo caso la vicenda si svolge prevalentemente in un (unico) luogo chiuso: una dimensione intimista funzionale alla ricerca e scoperta di se stessi, delle proprie paure e debolezze, oltre che della difficoltà a relazionarsi tanto con l’altro da sé che con il mondo esterno.
Lorenzo e Olivia sono fratello e sorella solo di nome, ma di fatto sono due sconosciuti che all’apparenza non hanno nulla in comune. In realtà sono accomunati dal loro status di outsider, di personaggi border line, in conflitto con quelle sovrastrutture (famiglia, scuola, relazioni interpersonali) che stanno al di là delle quattro mura di una cantina, metafora di un’esistenza vissuta quasi esclusivamente in rapporto con la propria interiorità e ripiegati su se stessi.
Così la cantina, arredata alla bene e meglio come un vero e proprio appartamento, diventa una imitazione di normalità depurata, almeno nelle intenzioni, dalle conflittualità quotidiane. Conflittualità che, ovviamente, non tarderanno a fare capolino anche in questo microcosmo creato ad hoc.
Lorenzo e Olivia sono, infatti, due personaggi solitari che più che incontrarsi si scontrano in superficie, ma si sfiorano solamente in profondità: due figure unite da quelle insicurezze, quella passionalità, quel desiderio di aprirsi alla vita, alle esperienze e alla conoscenza (lui è affascinato dagli animali e porta con sé un formicaio; lei è una fotografa sperimentale), quelle fragilità e contraddizioni che, seppur declinate variamente, sono il sale di una gioventù vitale e contraddittoria.
Io e te è quindi il racconto dell’incontro occasionale di due persone così lontane e così vicine, diverse eppure affini, che nel corso della loro convivenza forzata riescono a regalare l’un l’altro qualcosa di sé, ma poi sono destinate a separarsi e, forse, proseguire il loro percorso solitario nel mondo. L’autoreclusione, quindi, non può essere una soluzione, ma al massimo rappresentare una fase transitoria di autocoscienza finalizzata a una nuova apertura verso il mondo.
Bertolucci racconta tutto ciò con la solita classe, con un tocco registico leggiadro e appassionato, capace di regalare momenti forti e toccanti come nel caso del sottofinale in cui i due ragazzi ballano pudicamente e quasi imbarazzati sulle note di Space Oddity di David Bowie nella versione riveduta da Mogol (Ragazzo solo, ragazza sola).
Applausi per i due giovani e bravissimi interpreti.
Di Marco Valerio, da spaziofilm.it

“Il mondo fuori di casa è solo competizione, sopraffazione e violenza”
N. Ammaniti, “Io e te”
“Io e te”, nuovo film di uno dei maestri del nostro cinema, è uscito nell’ottobre del 2012, è stato accolto un po’ in sordina da parte dal pubblico. E’ un peccato, perché l’ultimo lavoro di Bernardo Bertolucci, che torna a nove anni di distanza da “The Dreamers”, è uno splendido film, capace di coinvolgere e commuovere con una disarmante adesione ai sentimenti di generazioni così lontane da quella dell’autore.
E’ la storia del fugace incontro di pochi giorni fra due fratelli (fratellastri), che quasi non si sono mai conosciuti: Lorenzo, quattordici anni, e Olivia, poco più che ventenne. E’ l’incontro di due solitudini, che da un’iniziale diffidenza e apparente incompatibilità, diviene graduale complicità. I due sono accomunati, in modi diversi, da una forma di “disadattamento” rispetto al mondo: ne scaturisce quasi un’affinità elettiva, foriera quindi forse di crescita per entrambi.
Bertolucci, settantenne con un fanciullino in cuore, attraverso la semplicità e l’essenzialità dello stile – cinematografico e d’alta classe, intimamente distante dalla medietà televisiva – fa filtrare, amplificata, la genuina sincerità dei suoi personaggi. L’autenticità è il valore che evidentemente gli sta a cuore, e che arriva diretto allo spettatore. La scelta di mettere al centro del racconto il valore dell’autenticità è in sintonia con una poetica che insiste da tempo sulla ferma consapevolezza che il percorso di ricerca dell’autenticità sia cifra e misura dell’esistenza umana. La poetica di Bertolucci-regista si è fatta (almeno a partire da “Piccolo Buddha”) candida e pacificata, come serenamente placida appare, da tempo, la stessa immagine pubblica di Bertolucci-uomo.
Lo scarto del film rispetto al racconto
Il valore di “Io e te” appare superiore a quello del racconto omonimo, da cui il film è tratto, di Niccolò Ammaniti, anche co-sceneggiatore del film (insieme a Umberto Contarello e Francesca Marciano). Un narratore di grande successo popolare ma, a parere di chi scrive, di non altrettanto indiscutibile importanza letteraria (per via soprattutto di una prosa scarna, che predilige la fabula a scapito dello stile, ripiegato su un convenzionale minimalismo paratattico). Lo scarto rispetto al racconto sta, anzitutto, nella capacità dello stile di Bertolucci di combaciare armoniosamente con il crescendo di intensità emotiva prescelto. Se la vicenda narrata è apparentemente la stessa, vi sono però pure tre rilevanti differenze, che fanno sì che la vicenda non sia essenzialmente la stessa. La prima sta nelle premesse; la seconda in una diversa scelta di focalizzazione; la terza – e più importante – sta nel finale (che non riveleremo).
Le premesse cambiano in ciò: Lorenzo, nel film, sceglie deliberatamente di non andare in gita scolastica in settimana bianca (una scelta molto connotata in termini di problemi di socializzazione), mentre nel racconto non c’è alcuna gita scolastica, ma un equivoco con la madre riguardo a un invito in montagna. La diversa scelta di sceneggiatura segnala la volontà di rimarcare l’alterità del ragazzo rispetto ai coetanei – un’alterità che lo rende più singolare e “anormale” nella sua determinazione a distaccarsi dalla massa. Una determinazione che lo fa apparire “problematico”, ma al contempo più caparbio e risoluto rispetto al personaggio del racconto. Bertolucci attenua costantemente, fino ad annullarla, la preoccupazione che il ragazzo sia affetto da un disturbo della personalità: all’evidente simpatia del regista nei confronti del proprio personaggio, si aggiunge l’ottima interpretazione di Jacopo Olmo Antinori, che riesce a restituire un Lorenzo sicuro del fatto suo e ben più maturo dei suoi quattordici anni.
La diversa scelta di focalizzazione sta nel fatto che, in Ammaniti, Lorenzo parla in prima persona, mentre nel film si opta per una focalizzazione più “a media distanza” fra i due personaggi, e per una prossimità ad Olivia maggiore rispetto al racconto. D’altro canto, per quanto pure il racconto sia emotivamente intenso, la scelta di Ammaniti di adottare un registro mimetico rispetto al suo personaggio, quattordicenne, stempera in parte l’adesione del lettore, che non è mai indotto a fare veramente propria l’alterità di Lorenzo rispetto ai coetanei. Nel film, la caratterizzazione di Olivia – molto più ricca e complessa rispetto alla pagina scritta – è straordinariamente resa, nelle sue ampie e drammatiche sfumature, dalla superba interpretazione di Tea Falco. E’ lei il personaggio realmente problematico, fra i due: e Bertolucci la osserva con uno sguardo colmo di pietas, con una compassione che arriva a struggere, e che pure non è immedesimazione (quando si contorce nella crisi d’astinenza, è lei che soffre: non siamo mai noi, che possiamo solo guardarla, a soffrire con lei). Desidereremmo volerle bene come a una sorella.
La conclusione del film – diametralmente opposta a quella del racconto – conferisce infine alla pellicola una decisa positività, che è proporzionale all’apertura del finale. Dopo un significativo dolly, apertura aerea in un film sino allora schiacciato entro i confini di una cantina, il fermo immagine conclusivo racchiude una tensione emotiva potenziale, pronta a rivelarsi al mondo. Diversamente, il finale del racconto stendeva sulle vicende narrate un velo di ineluttabilità raggelante.
Quattro mura per sfuggire al mondo
Come nell’appartamento di “Ultimo tango a Parigi” (1972) e in quello di “The dreamers” (2003), ancora una volta i protagonisti di un film di Bertolucci sono individui che preferiscono tenersi in disparte dal mondo.
Bertolucci ha convertito da tempo in un anelito di speranza l’angoscia esistenzialista che contraddistingueva non soltanto “Ultimo tango”. Non è mutato però un comune denominatore: l’insofferenza verso il mondo, le sue logiche che ingabbiano, le sue falsità e ipocrisie. Anche in “Io e te”, si respira da subito un senso di rifiuto e non appartenenza.
La fuga dal mondo appare l’unica scelta immediata: l’individuo da solo non può confrontarsi ad armi pari con la società. E soltanto gli spazi chiusi, appartati, isolati, sono un rifugio in cui è possibile coltivare la propria interiorità (com’è per Lorenzo), o interrogare le proprie angosce, il proprio senso di vuoto (come fra le pareti spoglie di “Ultimo tango”). In ogni caso – siano poi gli esiti positivi o negativi – alla fuga corrisponde sempre una ricerca di autenticità, laddove il mondo appare inautentico.
L’alterità, il disinteresse degli adolescenti rispetto alla vita adulta sono descritti da Bertolucci con sorprendente adesione alla sensazione – così pungente in quell’età – di essere irrimediabilmente più grandi della vita. A questa si accompagna la sensazione, parallela, che la vita futura sia irrimediabilmente più grigia e avvilente. Ciò è colto da Bertolucci come un segnale di pienezza interiore, ed esposto come una risorsa preziosa: un fiore, che però è pronto ad essere calpestato dallo stesso io, man mano che si diviene adulti. La crescita è un percorso, in buona misura, in cui – per acquisire un’identità in linea con il mondo – si smarrisce l’autenticità della propria singolarità. Ciò che Bertolucci suggerisce è che il divario tra sé e il mondo possa essere affrontato con la ferma sicurezza di sé che un personaggio come il suo Lorenzo sembra possedere.
La diversità di contesto sociale incide però nettamente sulle speranze di riuscita da parte di entrambi: di Olivia, oltre che di Lorenzo (la vita di Lorenzo è immensamente più “protetta” e facile rispetto a quella toccata in sorte ad Olivia). Tuttavia ciò che sta a cuore a Bertolucci, e che costituisce la forza del film, è dare fiducia alla potenza dell’affetto. Una forza, quella dell’affetto, che nessuna utopia sociale ha mai posseduto. Bertolucci sceglie di scommettere sulla possibilità (annullata da Ammanniti nel suo racconto) che la danza in cui i due fratellastri si abbracciano, nella scena culmine del film, sulle note di “Ragazzo solo, ragazza sola” (traduzione di Mogol di “Space Oddity” di Bowie), non resti effimera. Che una parte della forza posseduta “in potenza” da Lorenzo possa trasferirsi ad Olivia, riscattandola dal suo destino grazie all’incontro con un’anima che è simile a lei, nel rifiuto di quanto il mondo offre di preconfezionato.
D’altra parte, anche l’incontro con Olivia potrebbe essere servito, a Lorenzo, come “allerta” di dove un cammino di distacco solipsistico potrebbe condurre, se percorso sino alle estreme conseguenze.
Bertolucci completa con “Io e te” una ideale trilogia sulla giovinezza, i cui primi capitoli sono lo splendido “Io ballo da sola” del 1996 e “The dreamers” del 2003. E’ possibile immaginare un sotterraneo rapporto fra questa trilogia, non dichiarata, e quella, espressa, che è la “trilogia della vita” di Pasolini (“Il Decameron”, 1971; “I racconti di Canterbury”, 1972; “Il fiore delle mille e una notte”, 1974).
Vitalismo vs decadentismo
Bertolucci, figlio d’arte, è stato allievo di Pasolini, che era amico del padre, il poeta Attilio Berolucci.
Bernardo Bertolucci ha esordito giovanissimo alla regia, nel 1962, con “La commare secca”, scritto proprio insieme a Pasolini. Pasolini porta su di sé le stimmate del complesso culturale di essere intellettuale borghese di sinistra (marxista non si dice più, ma quello era, anche Bertolucci, a suo tempo): conflitto interiore, rovello esistenziale prima che dilemma ideologico, condiviso anche da generazioni a venire. Non esiste via di fuga a tale rovello: il problema è aver riconosciuto l’anemia esistenziale della propria condizione sociale, l’insincerità, l’ipocrisia che scava dentro come verme in una mela.
L’arte consente una liberazione grazie al volo dell’immaginazione, che nella rappresentazione del reale fa intravvedere il vero volto delle cose attraverso la finzione. E’ solo parzialmente una via di fuga: resta il rovello, chiodo conficcato nel profondo come un peccato originale. Pasolini nei suoi ultimi anni covò non semplicemente un’idea ma un sentimento di rabbiosa afflizione, verso l’emancipazione generazionale e sessuale sessantottina, che leggeva non come autentica ribellione, ma come autoassoluzione da parte della medesima classe sociale (giudizio forse troppo severo, ma fondato su un’intuizione profetica). Pasolini abiurò quindi la “trilogia della vita”, rinnegando di aver sognato una purezza altrove, in contesti sociali distanti dall’Occidente. La sua “trilogia” tuttavia rimane: e ad essa artisticamente corrisponde, per certi versi, il dipinto che Bertolucci, negli ultimi decenni, ha preso a fare di un certo tipo di sensibilità giovanile. Anch’esso, appare una fuga verso territori incontaminati.
L’arte consente due vie: o si affronta di petto la società in cui si vive, e ne si svelano vizi e paradossi (e siamo al decadentismo); oppure si fugge via, in uno slancio vitalistico di stampo romantico. Nel suo insieme, il cinema di Bertolucci s’iscrive in questa dualità, così come tutto il cinema italiano “d’autore” (Colpisce la numerosità delle pellicole del cinema italiano non legate all’attualità, se non esplicitamente allegoriche. Come se vi fosse un’esigenza di evasione, un desiderio di fuga – da Fellini a Olmi, da Leone a Ferreri – che per esempio è totalmente estraneo ai nostri cugini francesi, il cui cinema invece è collegato al presente, a temi sociali e al milieu borghese, in modo quasi ossessivo). Il cinema di Bertolucci si è avviato nel segno dell’opposizione alla società borghese, sulla scorta di Moravia (del 1969 è la sua trasposizione del romanzo “Il conformista”). A partire dagli anni ’80, è cambiato qualcosa. Ha prima realizzato “L’ultimo imperatore” (1987), attirato dalle megaproduzioni internazionali; quindi ha adattato un romanzo di Paul Bowles (“Il tè nel deserto”, 1990) che ambienta in luoghi esotici la crisi di una coppia borghese, e si conclude sin troppo programmaticamente con una morte, e una fuga in una civiltà altra. Ha poi realizzato “Piccolo Buddha” (1993), che sin dalle scelte cromatiche postula la contrapposizione tra un occidente spiritualmente moribondo e un oriente caldo, ricco, vitale. Man mano che invecchiava, Bertolucci si allontanava dalla società in cui siamo immersi, accortosi forse del rischio di sterilizzare la propria poetica, a furia di parlare di una società sterile.
Il valore di “Io ballo da sola” (primo film dell’ideale trilogia sulla giovinezza di cui stiamo parlando) sta nell’acuta, sorprendente capacità di percepire e restituire con sensibilità e freschezza la complessità dell’animo adolescente. Che in “Io ballo da sola” veniva messo a confronto con un universo umano diversificato, in cui predominavano adulti “di ampie vedute”, verosimilmente ex-sessantottini che Bertolucci descrive nelle loro frustrazioni e nei loro limiti. Il fallimento di una generazione: tracollo di un sogno, di cui rimangono solamente statue mute e prive di sguardo, a fissarci immobili ed enigmatiche. A esse, Bertolucci contrapponeva la sua Lucy, che era libera, non ancora catturata dalle logiche della società, e che, soprattutto, conservava una sua purezza (di cui la verginità era indizio sin troppo trasparente). L’autenticità di chi non si è accora racchiuso dietro una maschera. Lucy ricercava la verità riguardo alla propria identità, anche attraverso la ricerca di un padre, assumendosi i tormenti e le ansie di tale ricerca.
Il mondo salvato dai ragazzini?
Il Lorenzo di “Io e te”, così come la Lucy di “Io ballo da sola”, sono il ritratto di ciò che gli adulti non riescono più a essere. La poetica di Bertolucci ha smesso di avere un risvolto sociologico, ma ne ha assunto uno di più ampia matrice umanista. Si è avviato da alcuni decenni un percorso di svuotamento degli ideali sociali, di fronte al quale quasi ogni tentativo, anche artistico, di tenace contrapposizione, sembra sfiancato e vanificato. Bertolucci, dal canto suo, sembra aver individuato, nelle brevi e fragilissime stagioni dell’adolescenza e della prima giovinezza, l’unica vera alterità salvifica – pur se estremamente precaria e destinata a capitolare, forse crudamente (in fondo, Olivia conserva pur sempre con sé una pericolosa dose di eroina…). Di essa, sembra dirci, è bello essere innamorati, com’è bello amare ciò che è puro. E riempie di senso la vecchiaia di un poeta.
Bertolucci descrive dunque l’alterità di un certo spirito giovanile come modello alternativo alla bruttura di un mondo adulto che prosegue un percorso di alienazione e avvilimento… fuori campo. “Il mondo salvato dai ragazzini”, intitolò Elsa Morante, nel 1968, una sua raccolta di poesie, in cui interpretava il ’68 in chiave più positiva rispetto a Pasolini. Elsa Morante, moglie di Moravia; Moravia, grande amico di Pasolini; Bertolucci, allievo di Pasolini: tutti fra i principali protagonisti di una comune tradizione culturale. E’ bello sentirla, in qualche modo, ancora viva.
Di Stefano Santoli, da filmscoop.it

Lorenzo sono Io. L’ultimo fermo immagine di Io e Te è un evidente omaggio a Francois Truffaut e sembra suggerire una particolare identificazione tra il giovane protagonista rinchiuso nel bozzolo di seta del suo mondo interiore e il grande regista parmense alle prese con gli ostacoli e i ribaltamenti visivi di una malattia che lo ha costretto sulla sedia a rotelle. Ma come per I 400 colpi, il freeze frame shot non è istatanea di morte ma inno alla vita.
Il discorso è sempre quello del conflitto tra l’adolescente e il mondo che lo circonda (e l’insieme delle istituzioni, familiare e scolastica che provano a schiacciarlo nei suoi slanci rabbiosi) che rimanda al conflitto tra l’artista e la società, tra la ribellione e il conformismo. Ma Bernardo Bertolucci ha il dono di restare al passo con i tempi e a volte di anticiparli, regalando una narrazione che si avvale di una forza visionaria ancora intatta. E’ sufficiente notare come viene presentato Lorenzo: un incrocio tra Ninetto Davoli e Malcom Mcdowell , a testa bassa davanti allo psicoanalista Pippo Del Bono (costretto anche lui simbolicamente nella sedia a rotelle), imbronciato, impenetrabile muro alle definizioni di normalità. L’impotenza delo psicoanalista è direttamente proporzionle all’incapacità della madre ad accogliere le ipersensibilità incestuose del figlio. Nella scena al ristorante, ripresa dal basso, Bertolucci fa esplodere verbalmente il bisogno di amore di Lorenzo, al lume di candela, sotto lo sguardo dei presenti. Pensare di essere l’amante della propria madre: un pensiero sovversivo, violento, irresistibile, subito negato decisamente, rifiutato senza un minimo di elaborazione. Una sorta di vertigine rappresentata dalla spirale delle scale di casa, misto di paura e desiderio, così vicina alla raffigurazione ne L’Assedio.
E ancora il sogno bunueliano del padre che cerca le scarpe della madre, in un altro rimando psicoanalitico sulla rottura forse irreversibile del rapporto. Nel microcosmo “diversamente abile”del quattordicenne Lorenzo irrompe, in pelliccione quasi Schneideriano, la crisi di astinenza della ventiduenne Olivia, sorellastra con annesso complesso di Elettra, specchio di un disagio che nasce dal disadattamento di un temperamento artistico. Olivia nasce come artista post punk, fotografa se stessa quasi volesse sparire nello sfondo, mimetizzarsi nei muri e negli oggetti. Ma l’eccessiva sensibilità può portare al corto circuito e la ragazza cerca nella eroina una possibilità di restare spenta, di raggiungere l’indifferenza emotiva, staccando i contatti con l’esterno. Anche Lorenzo vuole elminare le fonti di disturbo della ricezione, la musica sparata a tutto volume è la sua droga (Boys Don’t Cry dei The Cure, Absolution dei Muse, Rebellion degli Arcade Fire) che avrebbe lo scopo di anestetizzarlo dall’esterno, cosi’ come le letture fantastiche e un ossessivo interesse per gli animali (formiche e armadilli su tutti). La sua lente d’ingrandimento prova a decifrare il megaminimondo del formicaio, fatto di organizzazione e gerarchia, di operosità e ruoli precisi. In una cantina che ospita i cimeli di una contessa decaduta (ma anche i resti della vita precedente di Olivia), Lorenzo ricostruisce pezzo a pezzo il rapporto con il mondo e proprio riconoscendo la sua sofferenza in quella della sorrellastra capisce di non essere più solo. Al di là della ormai famosa scena sulle note di Ragazzo Solo, Ragazza Sola di Bowie-Mogol che rappresenta la vittoria dell’attrazione sulla repulsione, del desiderio di amare sulla paura di non volare più, Lorenzo compie definitivamente il suo percorso di iniziazione proprio uscendo di notte per andare a recuperare i sonniferi nella casa di riposo in cui è posteggiata la nonna terminale. Proprio in questo gesto altruistico Lorenzo afferma il diritto alla continuità della vita contro il predominio dell’abbandono e della indifferenza della società degli adulti. Bertolucci racconta questa rinascita con un bellissimo pieno sequenza che finalmente libera la macchina da presa dalla posizione rasoterra alle vette di una nuova libertà. Perchè tutto è cambiato anche se niente è diverso.
Da cinerepublic.filmtv.it

Nei primi minuti di “Io e Te”, Bertolucci tratteggia appena il contesto della Roma bene: pochi flash inquadrano un mondo assuefatto alla forma e una famiglia plasmata dagli schemi, in cui un figlio asociale come Lorenzo è prima di tutto una vergogna, un problema da risolvere.
Ma quel mondo luccicante e di bell’aspetto, su cui la diversità di Lorenzo incide come un’imperfezione da tenere a bada, presto sparisce e si rivela per quello che è: solo e soltanto superficie.
Metaforicamente, ma non solo: fingendosi in settimana bianca con i compagni, per sette giorni Lorenzo si trasferisce fisicamente al di sotto di questa superficie, addentrandosi nei meandri della verità. La verità, che giace qualche metro più giù di quella vita imposta, ha le sembianze di una cantina buia, arredata con mobili sontuosi e decadenti di una vecchia nobiltà. Qui, lontano dalle regole sociali che gli richiedono una presunta normalità, Lorenzo può finalmente essere se stesso e iniziare quel percorso di crescita verso l’adulto che desidera essere.
Dopo l’iniziale sollievo dovuto all’isolamento, Lorenzo è affiancato in questo percorso dall’incontro turbolento conOlivia, sorellastra 25enne quasi sconosciuta e con problemi di tossicodipendenza, che gli impone la sua presenza in cantina. Inizialmente scioccato dall’ invasione nel suo spazio privato, Lorenzo si abbandona lentamente al rapporto con Olivia in una specie di iniziazione alla relazione con l’altro.
Con lei, mano a mano che il passato di Olivia prende forma e si intreccia con la storia della famiglia, Lorenzo sperimenta la compassione, l’ascolto, la fiducia, la complicità.
Intanto la cantina – luogo dove gli scarti della vita vengono accumulati ma non eliminati – diventa simbolicamente il posto in cui confluiscono gli errori degli adulti – in particolare di un padre che mai compare -, e in cui si scontano le conseguenze di ciò che in superficie, nel mondo alla luce della sole, si pensava di poter semplicemente abbandonare nella polvere e nell’oblio.
Qui in cantina, tra Lorenzo e Olivia, non esiste il giudizio né l’odio, ma solo la serena, anche se dolorosa, osservazione della verità.
Lasciandoci incerti, grazie ad un finale aperto, sulla possibilità che il riscatto infine si compia del tutto, Bertolucci crea un emozionante e profondo percorso di crescita, che lascia lo spettatore a bocca aperta ad ogni passo. Ci sentiamo nudi, scoperti nel profondo, capiti in ogni anfratto dell’anima. Ammutoliti davanti al potere dell’arte, che permette ad un regista 72enne di comprendere vividamente la giovinezza e spiegarla a noi che giovani lo siamo. Di ricreare sulla storia del romanzo di Ammaniti percorsi emotivi perfetti ed universali, facendo di un libro tutto sommato perdibile l’ennesimo capolavoro cinematografico.
Di Valeria Sirabella, da cultura.blogosfere.it

Bernardo Bertolucci ha voluto con forza questo film, che segna il suo attesissimo ritorno alla regia, dopo alcuni anni, che corrispondono al periodo in cui è stato colto dalla malattia, che l’ha costretto su una sedia a rotelle. Bertolucci, per fortuna, ha scoperto di poter girare ‘in piena autonomia’ anche in questa infelice condizione e ne ha tratto nuova fonte di gioia e ‘liberazione’, sia fisica che psicologica. 
Il film con cui torna sugli schermi è un’opera delicata, felice, una storia di ragazzi solitari e problematici che trovano nella convivenza fortuita ma anche ‘prescelta’ di alcuni giorni in un luogo chiuso che più chiuso non si può (una cantina in cui si può vivere, perché era anche un appartamento lasciato libero alla sua morte da una nobildonna) una ragione per capirsi, darsi energia reciproca e convincersi che sia il caso di provare ad affrontare il mondo, pur con tutte le sue brutture e difficoltà. 
Tratto dal libro omonimo ‘Io e te’ di Niccolò Ammaniti, il film conquista subito per la colonna sonora, ovvero soprattutto per la splendida canzone di Dawid Bowie degli anni ’60 ‘Ragazzo solo’, che fu cantata da lui anche in italiano (testo di Mogol), un brano struggente che era davvero opportuno riscoprire. 
La vicenda è quella di Lorenzo, quattordicenne che non riesce a trovare il suo posto nel mondo e che rifugge dai coetanei e dagli adulti, che non lo capiscono e non lo ascoltano e vivono una vita banale, per lui davvero poco interessante. Lorenzo è però anche un intelligente organizzatore e, oppresso da una madre che non fa che preoccuparsi per la sua precoce misantropia, progetta un piano diabolico: fingere di andare in settimana bianca con la scuola e ritagliarsi invece una settimana quasi da ‘libero murato vivo’ nella cantina-appartamento di casa. Naturalmente, poiché non è un ingenuo, sa quel che deve fare: viveri e generi di conforto se li procura; il telefonino c’è per forza di cose ma le chiamate della madre vengono ‘annullate’ da frasi di circostanza e scuse varie. 
La solitudine dovrebbe regnare finalmente sovrana ma ecco che succede l’imprevedibile. Per una casualità la cantina diventa luogo di rifugio anche della sorellastra di Lorenzo, Olivia, una ragazza più grande che ha seri problemi (più forti e ‘veri’ di quelli di Lorenzo, che finisce per rendersene conto) a sua volta: è tossica, alla ricerca di un vero amore e di una vita diversa, anche se le idee sul futuro restano un po’ confuse. Lorenzo impara a conoscere davvero la sorellastra qui in cantina, poiché in precedenza la non facile situazione familiare in cui era stato coinvolto gli aveva precluso un rapporto autentico con lei. Olivia è ringhiosa, arrabbiata, a sua volta in lite col mondo, ha gravi problemi con la droga che le rendono durissima la vita e Lorenzo è molto colpito dalle sue pesantissime crisi di astinenza. 
Ma sarà lei, poi, ad insegnare al fratello che c’è una via d’uscita dalla situazione, che forse è quella di provare ad affrontare a viso aperto la vita. La settimana di reclusione a due passi da casa non sarà così inutile per Lorenzo, che troverà in essa un momento di crescita, per provare a diventare prima un ragazzo come gli altri e poi un giorno un uomo. 
Come rendere una situazione simile sullo schermo senza cadere in patetismi o cascami psicologici fuori luogo e anche senza annoiare il pubblico? Bertolucci indovina la chiave, accarezza suoi attori esordienti, molto ben scelti, Jacopo Olmo Antinori e Tea Falco, con amore e delicatezza, li segue nei loro processi di conoscenza e interazione, si mette quasi dalla loro parte. Ne esce un film indovinato, che parla di rapporti umani, della necessità della conoscenza e della comprensione reciproca anche in situazioni estreme, di interazione uomo-donna (fratello-sorella in questo caso), di adolescenza e insicurezza, di conformismo e difficoltà di vivere, con un tono giusto, intimo, intrigante persino. 
C’è chi ha trovato parallelismi con ‘Ultimo tango a Parigi’ (la scelta del sesso come unica fonte di conoscenza e di rapporto di un uomo e una donna) o con ‘The dreamers’, dove la rivoluzione del maggio francese veniva ‘annullata’ e rinchiusa in un appartamento all’insegna di quella liberazione sessuale che appunto era fra le rivendicazioni del ’68 francese e mondiale. 
Qui siamo però in un film di sentimenti e di delicata psicologia. È un Bertolucci nuovamente ispirato, che sa affascinare e conquistare e che trova probabilmente nel cinema una felice modalità espressiva per continuare a vivere e lavorare, pur in un situazione non certo facile come quella in cui è costretto. Il risultato – ovvero questo film – ci fa ben sperare anche per il futuro.
Di Mauro Roffi, da millecanali.it

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