IL PRIMO UOMO



Lo scrittore Jean Cormery torna nella sua patria d’origine, l’Algeria, per perorare la sua idea di un paese in cui musulmani e francesi possano vivere in armonia come nativi della stessa terra. Ma negli anni ’50 la questione algerina però è ben lontana dal risolversi in maniera pacifica. L’uomo approfitta del viaggio per ritrovare sua madre e rivivere la sua giovinezza in un paese difficile ma solare. Insieme a lui lo spettatore ripercorre dunque le vicende dolorose di un bambino il cui padre è morto durante la Prima Guerra Mondiale, la cui famiglia poverissima è retta da una nonna arcigna e dispotica. Gli anni ’20 sono però per il piccolo Jean il momento della formazione, delle scelte più difficili, come quella di voler continuare a studiare nonostante tutte le difficoltà. Tornato a trovare il professor Bernard, l’insegnante che lo ha aiutato e sorretto, il Cormery ormai adulto ascolta ancora una volta la frase che ha segnato la sua vita: “Ogni bambino contiene già i germi dell’uomo che diventerà”.
Senza mezzi termini il miglior film di Gianni Amelio almeno dai tempi de Il ladro di bambini. Adattamento del romanzo di Albert Camus, Il primo uomo ripercorre a ritroso le vicende di un personaggio straordinario, silenzioso e deciso, che ricerca nel proprio passato anche doloroso le convinzioni che lo hanno portato ad essere ciò che è nel presente. Lo stile del regista è come sempre asciutto ed elegante, evita inutili infarcimenti estetici e si concentra sulla pulizia e sull’efficacia dell’inquadratura. Ogni primo piano su volti segnati dalla loro vicenda personale è preciso, giustificato, emozionante. In questo lo supporta alla perfezione la fotografia accurata ma mai espressionista di Yves Cape, tornato con questo lungometraggio ai livelli altissimi che gli competono. Anche la sceneggiatura alterna i piani temporali costruendo un equilibrio narrativo basato sulla vita interiore del personaggio principale, un’architettura narrativa complessa e sfaccettata che funziona a meraviglia. Poi ovviamente ci sono gli attori, tutti in stato di grazia. Jacques Gamblin possiede la malinconia e insieme il carisma necessari per sintetizzare al meglio l’anima di una figura complessa come Jean Colmery. Accanto a lui una schiera di volti che regalano dignità e verità a tutte le parti, anche le più piccole: su tutti vale la pena citare una sontuosa Catherine Sola nelle vesti della madre di Jean, interpretata in gioventù dalla brava Maya Sansa.
Un’opera raffinata e umanissima, in grado di rivendicare l’importanza della memoria non solo personale ma collettiva, una memoria che deve essere adoperata come strumento d’indagine delle contraddizioni del presente. Sotto questo punto di vista quindi un film che guarda al passato per farsi attuale e necessario. Cinema di qualità estetica elevata e d’importanza civile. Da applauso.
Di Adriano Ercolani , da mymovies.it

Basato sull’ultimo e incompiuto romanzo del Nobel per la Letteratura Albert Camus, un manoscritto ritrovato fra le macerie dell’auto nella quale (il 4 gennaio del 1960) lo scrittore francese trovò la morte, Il primo uomo è una sorta di doppia-autobiografia che trova espressione nel parallelismo tra l’infanzia di Camus (che rivive nel film attraverso il suo alter-ego Jean Cormery) e quella del regista Gianni Amelio. Tra l’Algeria di Camus e la Calabria di Amelio scorrono infatti le stesse immagini di un’infanzia vissuta nell’indigenza (“i poveri siamo noi” risponderà la giovane madre al piccolo Jean), senza una figura paterna di riferimento (il padre di Camus muore in guerra a soli venticinque anni, quello di Amelio emigra presto in Argentina) e legata ai volti di due fondamentali e opposte figure di donne (una madre mite e remissiva e una nonna sanguigna e bacchettona). Attraverso il ‘rumore’ e le inquietudini della guerra d’Algeria che marciano in sottofondo, Il primo uomo segue dunque il filo storico e soprattutto privato di un dolore che dall’epicentro famigliare si propaga poi fino a confluire nel dramma di un conflitto sociale tra gruppi (i colonialisti francesi e gli indipendentisti algerini) e identità etniche (francesi e musulmani) che rivendicano violentemente il proprio spazio all’interno di una stessa terra. “Colui che scrive non sarà mai all’altezza di colui che muore” è la tesi, il cammino, attraverso il quale il film di Amelio segue con enorme rispetto e in filigrana le emozioni e i legami, tutti ugualmente ‘formanti’ perché maturati nel vincolo di un sostanziale sentimento di impotenza nei confronti delle violenze – private o globali – che affliggono molte (e in particolar modo certe) vite umane.
Siamo nel 1957, in piena guerra d’Algeria e lo scrittore Jean Cormery(oramai famoso e stabilmente residente in Francia) torna nella sua terra natia (l’Algeria, appunto) per rivedere sua madre e dare voce alla sua idea di una pacifica convivenza tra francesi e algerini. Le sue parole, però, trovano la stessa resistenza sia dal fronte francese quanto da quello di Liberazione Nazionale, schieramenti ugualmente alimentati da inconciliabili posizioni di intolleranza. E mentre la guerra continua a fare il suo inesorabile corso, Cormery ripercorre le orme del suo passato nella culla della sua infanzia, accarezzando ed elaborando tutti i volti e i momenti che hanno inesorabilmente segnato la sua vita. La precoce morte del padre (a soli venticinque anni e del quale ora rimane solo un pezzo della granata che lo ha ucciso) durante il conflitto mondiale, il calore di una madre troppo buona per farsi valere, la severità di una nonna-matrona, l’amicizia di uno zio ‘speciale’, l’appoggio di quel maestro che per primo crederà nel suo talento, e infine anche il rapporto conflittuale con un compagno musulmano istintivamente ostile alla sua amicizia. Attraverso quel viaggio nella memoria Cormery-Camusritroverà il germoglio del bambino che l’ha fatto diventare l’uomo del presente, un individuo coscienzioso e di solidi principi votato a ideali pacifici che pochi, come lui, sembrano condividere, e costantemente irrorato dall’affetto di (e per) una madre che per lui ha significato tutto.
Poetico e toccante Il primo uomo diGianni Amelio sviscera il conflitto tra popoli attraverso il conflitto interiore della crescita, percorso ad ostacoli attraverso il quale uscire vincitori vuol dire dar vita al proprio io pensante. Ancora una volta (come accadeva ne Il ladro di bambinima anche in Le chiavi di casa o in La stella che non c’è) Amelio centra il film nella sua dinamica peculiarmente umana, portando a galla le emozioni e trasformando i rapporti nello specchio reale dei conflitti ideologici. Nella purezza incontaminata del piccolo Jean (interpretato dallo straordinario esordiente Nino Jouglet) e nel suo rapporto con un mondo adulto a un tempo conciliante e ostile, si vedono in controluce i valori dell’adulto che questi sarà (ottimamente reso dalla vibrante interpretazione di Jacques Gamblin). Asciutto e intenso in ogni singola scena, Il primo uomo è uno di quei film capaci di riportare in primo piano la Storia e l’importanza della memoria collettiva attraverso i primi piani del racconto intimo e allacciare il senso di un Paese a quello di un uomo in cui il pubblico e il privato hanno il medesimo volto di un Nobel per la letteratura. La storia di una vita e di un pensiero unici da ripercorrere con estremo rispetto e attenzione.
Gianni Amelio traspone per il cinema il romanzo postumo di Albert Camus Il primo uomo, racconto (auto)biografico che ripercorre l’infanzia algerina del premio Nobel per la letteratura attraverso la presa di coscienza di un passato in cui già vibrano i prodromi di un presente segnato dalla Guerra (quella d’indipendenza algerina durata dal 1º novembre 1954 al 19 marzo del 1962). Sinceramente fedele al travagliato clima socio-politico della storia, Il primo uomo scava nei volti alla ricerca di una sofferenza insopprimibile che muta da povertà materiale in lontananza geografica e ideologica senza mai perdere il suo slancio positivo, ovvero la continua lotta a una non rassegnazione che attraverso la storia di Camus (bissata dall’incredibile parallelismo con quella di Amelio) arriva solida fino a noi. Un film mai sfocato e magistralmente diretto che ha il merito assoluto di divulgare la storia di un primo uomo impegnato (come tutti) a sopravvivere tra tanti primi uomini.
Di Elena Pedoto, da everyeye.it

Jacques Cormery è uno scrittore di grande successo. Nato in Algeria in una famiglia di coloni francesi, decide di tornare in patria chiamato a gran voce dai circoli studenteschi che gli chiedono di prendere posizione nella sanguinosa guerra di liberazione dalla Francia. Un conflitto che Cormery legge con gli occhi di un intellettuale convinto assertore dell’indipendenza algerina, e per questo osteggiato dai gruppi più reazionari, ma allo stesso tempo distante dalla violenza terroristica. Per Jacques, però, tornare a casa significa molto di più; vuol dire reincontrare la madre Catherine e l’amato zio Etienne, rivedere i posti che hanno segnato la sua povera infanzia, vessato da una nonna vigorosa e aiutato da un maestro illuminato e soprattutto riannodare il filo del rapporto con il padre, morto durante la Prima Guerra Mondiale, quando Jacques era ancora in fasce.
Jacques Cormery è l’alter ego di Albert Camus, narratore tra i più brillanti della sua generazione, premio Nobel nel 1957, morto in un incidente stradale nel 1960. Tra i rottami dell’auto fu ritrovato un manoscritto incompiuto, un romanzo autobiografico intitolato Il primo uomo, pazientemente ricostruito dalla figlia Catherine e infine pubblicato nel 1994, a oltre trent’anni dalla morte dello scrittore. Un testo emblematico, quello di Camus, che ha affascinato con forza Gianni Amelio, rispecchiatosi in pieno in quell’uomo che, come lui, non ha conosciuto il padre ed è stato cresciuto da due donne dal temperamento deciso in un contesto sociale difficile, per certi versi simile alla sua Calabria del secondo Dopoguerra, in cui la cultura era considerata fuori dalla portata dei poveri diavoli. Contattato dal produttore francese Bruno Pesery, Amelio ha accarezzato l’idea di poter trarre un film da questo materiale letterario unico, che in un colpo solo ha permesso al regista di inquadrare due storie, due vite, distanti, eppure vicine. L’arrivo in sala del film dopo sei anni di tribolazioni varie è quasi una liberazione per l’autore calabrese, che in questo progetto, una co-produzione italo-francese, ha creduto molto. Snobbato dai selezionatori della Mostra di Venezia, accolto trionfalmente all’ultimo Toronto International Film Festival, dove si è aggiudicato il premio della critica internazionale, Il primo uomo è un raro esempio di cinema non didascalico; un film ‘imponente’ dal punto di vista narrativo, per l’intensità della storia principale e la forza delle microstorie ad essa affiancate, eppure mai pedante. 
Già il punto di partenza di questo viaggio sorprende per la sua originalità, con il protagonista, interpretato dall’intenso Jacques Gamblin, che tenta di stabilire un rapporto con il padre morto. E’ chiaro che il ‘ritrovamento’ di cui parla Camus non sia quello fisico, ma si tratta di un recupero ben più profondo, una relazione da (ri)creare attraverso la memoria; la ricerca del padre, presente in un’unica toccante sequenza, quando prende in braccio il figlio appena nato, è solo una piccola, ma fondamentale parte di un’esplorazione più ampia, il percorso di crescita di un bambino speciale, il bravissimoNino Jouglet, destinato a vedere la realtà con occhi diversi, della sua mamma (splendide le doppie interpretazioni di Maya Sansa e Catherine Sola), che lo ha lasciato libero di andare oltre, di un paese, quello in cui è venuto al mondo, che si è separato dalla madre(patria) con uno strappo ben più feroce. La struttura del romanzo di Camus, asciugato per l’occasione, si fonde così con i dialoghi creati ex novo da Amelio attingendo al proprio vissuto. Ne scaturisce un movimento in cui una storia rispecchia fedelmente l’altra, senza però la pesantezza di una mimesi forzata. Questo è il doppio binario su cui scorre la vicenda di un uomo, un artista, che sa leggere con modernità le contraddizioni della grande Storia, quella che rende necessaria la violenza, affinché un popolo si liberi dal giogo perverso del colonialismo e che allo stesso tempo pretende un reale senso di umanità dagli attori in campo, senza la quale si rischierebbe il totale annientamento. Amelio racconta tutto ciò con una vitalità sorprendente, regalandoci delle immagini luminose e calde, perché la memoria di Jacques/Albert non è un posto oscuro affollato di fantasmi, ma un luogo di affetti che non hanno bisogno di essere visti in maniera nitida per essere ritrovati, come si intuisce dai panorami sfocati che accolgono il protagonista nelle prime scene. Agganciandosi alla realtà storica e umana tratteggiata dal narratore francese, Gianni Amelio è riuscito a parlare di sé in maniera originale ed emozionante. In una parola, vera.
Di Francesca Fiorentino, da movieplayer.it

Per capire la bellezza, la spontaneità, la misura e la poesia de Il primo uomo non occorre partire dall’insondabile mistero racchiuso in un’opera letteraria lasciata incompiuta (in questo caso l’ultimo romanzo, peraltro autobiografico, di Albert Camus). Si può invece cominciare da una dichiarazione rilasciata da Gianni Amelio nel corso di un’intervista: “Per raccontare l’esistenza di un altro, devi farla tua”. 
Per raggiungere la verità, dunque, un’opera cinematografica o letteraria deve necessariamente passare attraverso una debita appropriazione. Attraverso un’assimilazione che, nel caso del nono film del regista calabrese, ha il pregio di diventare non solamente identificazione, ma soprattutto fusione fra la propria memoria e quella del personaggio/autore.
Come lo scrittore Jacques Cormery, che torna nella natia Algeria per ridare un senso alla propria esistenza, anche l’artista e uomo Gianni Amelio riscopre nel ritorno all’infanzia la propria identità perduta. I ricordi dell’uno diventano così i ricordi dell’altro, quasi identici anche se ci sono 30 anni a separarli: la stessa nonna ruvida e severa, la stessa povertà e perfino la stessa fascinazione per il cinema. 
Non c’è nessun autocompiacimento nostalgico in questo cammino parallelo, non ci sono né bozzettismo né un’inutile mitizzazione. Al contrario, la rievocazione è sempre sincera, intima e malinconica e si alterna alla descrizione del presente con una naturalezza quasi sconcertante. L’incanto di ieri scivola morbidamente nell’oggi, contaminando con il suo pudore un tempo di caos e di conflitti etnici, il tempo di un’Algeria devastata dal terrorismo.
Ecco allora che Il primo uomo diventa un’opera politica, che riesce a colpire al cuore perché, invece di imporsi come un film a tesi, ha un punto di vista: quello di un cineasta che cerca nel pubblico un complice di emozioni e che, proprio come desiderava Camus, vorrebbe aiutare, con la sua scrittura, non quelli che fanno la storia, ma quelli che la subiscono. 
Liberando il suo pied noir dalle accuse di reticenza in merito alla questione franco-algerina, anche Ameliosembra alleggerirsi, e attraverso un film dallo stile robustamente classico e fluido, ritrova la strada del suo cinema. 
Rimane da chiedersi perché il Festival di Venezia non lo abbia voluto in concorso.
Di Carola Proto, da comingsoon.it

Il cinema italiano d’autore esiste ancora e questa opera dimostra che oltre a vivere ha una salute eccelsa. Diciamo che è come una persona che esce poco di casa, ma quando va a passeggio la gente si gira per ammirarla. Gianni Amelio ha forse fatto il suo film più bello e personale. Lo si avverte nei dialoghi così accorati e sentiti, perché scritti con il cuore ed il ricordo: il libro incompiuto di Camus da cui è tratto ha poco o niente in comune nei dialoghi. Difatti Amelio, autore anche della sceneggiatura, racconta la storia sua e dello scrittore come fosse la stessa. In sede di presentazione il regista calabrese ha confessato la coincidenza tra la adolescenza del filosofo e saggista franco-algerino e la sua e questo gli ha permesso di scrivere la storia traendo ricordi dalla propria memoria. La povertà, l’assenza del padre, la famiglia guidata da due donne hanno caratterizzato entrambe le adolescenze. “Camus parla dell’Algeria degli anni ’20, ma e’ identica alla Calabria degli anni ’50 incui sono vissuto io” ha spiegato Amelio.
Il film racconta con tanta tenerezza la fanciullezza del protagonista ed è dominato appunto da queste figure: una nonna severa ed autoritaria e nello stesso tempo affettuosa; una mamma, presto vedova, dolcissima; un maestro che, più che insegnante, è il suo mentore e guida, quasi un secondo padre; uno zio a cui si lega fortemente; un difficile compagno di scuola che lui cercherà tanti anni dopo. E su tutti aleggia la pesante assenza di un padre, morto tanto presto in guerra, di cui il bimbo ormai adulto vorrà conoscere meglio nei ricordi della mamma e nelle foto e cartoline amorevolmente ancora conservate in casa. Il tutto ambientato nella povertà di quei (questi?) tempi. Nella povertà si può crescere seguendo cattive strade o, se ben guidati dalla famiglia e da un bravo maestro, la strada della cultura e dell’onestà, soprattutto intellettuale. E seguendo questa strada, Jean Cormery (alter ego di Albert Camus) parte dalla sua Algeria e va in Francia, considerata la madre patria, ove diventa uno scrittore celebrato e letto. Il ricordo perenne del padre morto così giovane lo porterà alla ricerca della sua tomba e alla ricerca del suo passato, dei suoi ricordi, della sua infanzia. In Algeria, invitato dagli studenti universitari, cercherà il vecchio maestro, il vecchio compagno di scuola, ma innanzi tutto seguirà le tracce e gli odori familiari. La bellissima mamma gli addolcirà l’asprezza della rivoluzione algerina, fatta già allora da attentati, studenti in rivolta, sangue e condanne alla pena capitale e lo farà riposare dalle polemiche politiche che lo affliggono, in quanto in patria lo accusano di essere ideologicamente dalla parte sbagliata. La presenza militare francese in Algeria, filmata magistralmente nel ’66 da Gillo Pontecorvo, ricorda tanto le occupazioni militari oggi in Medio Oriente e vedendo alcune scene sembra di guardare un film girato sull’intervento americano in Iraq.
La bravura di Gianni Amelio sta nel condurci per mano in una storia dolce, malinconica e dura nello stesso tempo, con una recitazione sempre pacata e misurata per merito di un gruppo di attori bravi e ben diretti. Eccellente la presenza di Jasques Gamblin nei panni del protagonista, calmo e riflessivo, ma rimangono impresse nella mente anche le donne cardini della sua vita: la mamma, sia quella giovane interpretata dalla bella Maya Sansa (bravissima!) in Italia chissà perché così poco utilizzata, sia quella anziana, e la mitica nonna severa. L’importanza di quest’ultima opera di Amelio è dimostrata dal numero di attori italiani di primo piano che si sono prestati al doppiaggio dei protagonisti: Pierfrancesco Favino, Ilaria Occhini, Kim Rossi Stuart, Sergio Rubini, Giancarlo Giannini, Ricky Tognazzi.
 “Chi scrive non è mai all’altezza di chi muore”, l’amaro commento iniziale dello scrittore.
Film coinvolgente, VIVA IL CINEMA ITALIANO DI QUALITA’!
Da cinerepublic.film.tv.it

1957, il famoso scrittore Jacques Cormery (Jacques Gamblin) torna ad Algeri per mettersi “sulle tracce” del padre, caduto nella prima guerra mondiale, di fatto mai conosciuto. Nel pieno dei tumulti antifrancesi, l’uomo avrà modo di spiegare le proprie idee sull’indipendentismo arabo (che passi sì attraverso la rivoluzione, affrancandosi però dal terrorismo) e compiere un cammino a ritroso, grazie all’incontro con l’anziana madre (Catherine Sola), il vecchio maestro di scuola (Denis Podalydès) e altre figure chiave della sua formazione: il ricordo ce lo riconsegna bambino (Nino Jouglet), nell’Algeria degli anni ’20, povero, allevato dall’amore materno (Maya Sansa) e dalla severità di una nonna d’altri tempi (Ulla Baugué). Quando lo sguardo sul mondo era ancora quello portato da un essere ideale, puro. Da un primo uomo.
Gianni Amelio entra nel romanzo postumo di Albert Camus, autobiografia del grande scrittore, filosofo, saggista francese, sovrapponendo all’infanzia dell’autore le numerose coincidenze del proprio passato: il respiro che arriva dallo schermo è quello di un film tanto sofferto quanto misurato, svincolato dal “calcolo” di una narrazione a tesi ma allo stesso tempo calibrato in ogni singolo dialogo, o movimento di macchina. Non una novità, certo, quando si tratta delle opere di Amelio, forse unico vero erede di Luigi Comencini per quello che riguarda la sensibilità nell’inquadrare la realtà con gli occhi di un bambino: sensibilità che il regista calabrese non abbandona neanche quando si tratta di “storicizzare” le differenti posizioni sul colonialismo francese in Algeria. E’ un film che non si nasconde, Il primo uomo, ma che riesce ugualmente a non rimanere schiavo delle sue immagini, aumentando di senso attraverso la semplicità di un dialogo, o di un gesto: lo si intuisce dal modo in cui Amelio affronta – anche grazie allo splendido lavoro sulle luci del direttore della fotografia Yves Cape – alcuni momenti nodali del racconto, uno su tutti il primo abbraccio tra lo scrittore e l’anziana madre, che lo spettatore conoscerà per la prima volta dalla nuca, riempiendo un vuoto nell’inquadratura, nello sguardo di Cormery, che nessun banale controcampo avrebbe mai colmato.
Di Valerio Sammarco, da cinematografo.it

Dopo cinque anni di assenza dalle scene, uno dei registi più apprezzati del cinema italiano, Gianni Amelio, torna dietro la macchina da presa con “Il primo uomo”, una co-produzione italo-francese basata sull’omonimo romanzo autobiografico dello scrittore Albert Camus, rimasto incompiuto e pubblicato postumo. Nell’adattare l’opera di Camus per il grande schermo, Amelio riversa nella sceneggiatura anche numerosi elementi della propria infanzia, trascorsa in un piccolo paese della Calabria, e sceglie di concentrarsi su due momenti ben precisi nell’esistenza del protagonista, il noto intellettuale Jean Cormery, alter-ego dello stesso Camus; un personaggio impersonato nel film dall’attore Jacques Gamblin in età adulta e dal giovanissimo esordiente Nino Jouglet da bambino.
In una sapiente alternanza fra passato e presente, “Il primo uomo” è strutturato come un viaggio lungo i sentieri della memoria da parte di Jean, nonché come un ritorno alla terra d’origine, l’Algeria, dilaniata dal sanguinoso contrasto tra il Fronte di Liberazione Nazionale e l’esercito francese. La visita del protagonista ad Algeri, teatro di tensioni politiche e di attentati terroristici, farà riemergere i ricordi di Jean di oltre trent’anni prima, all’epoca in cui stava per concludere la scuola elementare e viveva con la sottomessa madre Catherine (Maya Sansa), con lo zio Etienne (Nicolas Giraud) e con una nonna autoritaria e severa (Ulla Baugue). L’assenza della figura paterna, nodo centrale del romanzo di Camus, si ritrova anche nel film sottoforma della ricerca di identità da parte del piccolo Jean, che in uno dei suoi insegnanti, il professor Bernard (Denis Podalydès), individua una sorta di “padre putativo” e di maestro di vita.
La vicenda privata del protagonista si riflette poi nella sofferenza per un paese martoriato dalla violenza e dall’odio, in cui le ragioni della fazione indipendentista, a cui è indirizzata la simpatia di Jean (così come quella di Camus), si scontrano con la brutalità di una lotta senza quartiere e con la furia cieca del terrorismo. Temi complessi ed impegnativi, che il regista de “Il ladro di bambini” riesce a sviluppare con grande profondità e grazia, mantenendo sempre un ammirevole equilibrio fra narrazione ed introspezione e confezionando uno dei suoi film più intimi e personali.
Di Stefano Lo Verme, da filmedvd.dvd.it

lI connubio Gianni Amelio e Albert Camus ci regalano un quadro poetico dell’Algeria, ma anche molto a cui pensare e, nel lento evolversi del racconto, forti emozioni che si aggrappano al cuore. La splendida fotografia sembra lasciarci negli occhi i caldi colori di questa terra e la sensazione di percepirne gli odori. Gli occhi del bambino, invece, ci accompagnano attraverso il racconto di un mondo lontano, che forse non esiste più, ma che è quanto mai attuale nella sofferenza, nell’amore e nella solitudine. Si parla di guerra, della grande guerra, ma anche della guerra civile, della guerra tra i popoli, tra le razze e le religioni. Si parla di amore, dell’amore materno, del rigore, ma anche del calore e dell’orgoglio della famiglia antica, si parla di quell’amore che fa dire alla madre “la Francia é bella, ma non ci sono gli arabi” e resta sola con i ricordi nella terra dei sogni e delle speranze. E le speranze vengono riposte nella penna di uno scrittore, per far vincere la ragione e il buon sentimento sulla collera e il risentimento. E che dire del maestro, dello zio, della nonna, delle donne, splendide nei loro veli, meravigliose nella loro delicatezza e risolutezza. Dolce e greve come il corpo esanime trasportato su un carretto, ma meraviglioso come il sorriso del vecchio seduto sulla porta.
Di Renato Volpone, da mymovies.it

Gianni Amelio sceglie — con “Il primo uomo”, in uscita nelle sale il 20 aprile, suo nono lungometraggio – un difficile adattamento dal romanzo omonimo di Albert Camus, opera incompiuta trovata tra i rottami dell’auto sulla quale lo scrittore viaggiava quando morì tragicamente il 4 gennaio 1960. Difficile, l’adattamento, per due motivi che si rifanno a un’unica ragione, e cioè l’alto tasso di autobiograficità della storia narrata. Indubbiamente per Camus, ma anche per lo stesso regista di origini calabresi. Amelio è maestro di cinema che ha sempre offerto nei propri film riferimenti alla propria biografia, non ultimo il rapporto con i genitori reali (presenti o assenti che fossero) o putativi, e quindi ideali . E così, l’autore di “Così ridevano” e “Il Ladro di Bambini” si avvicina al racconto de “Il primo uomo” – pubblicato finalmente nel 1994 dopo un attento lavoro filologico dalla figlia Catherine – con un pudore, e arriveremmo a dire anche un timore, innegabili.
Entrambi questi sentimenti lo spingono così a una narrazione cinematografica asciutta, e anzi troppo asciutta. Sembra infatti che Amelio preferisca affidare tutta la carica emotiva della storia al non detto, e cioè ai silenzi prolungati. Soprattutto – particolare non indifferente – a quelli tra un figlio e una madre. Il figlio è lo scrittore Jacques Cormery (egregiamente interpretato dall’esile ma ferma figura di Jacques Gamblin) che, ormai intellettuale di successo in Francia, decide di tornare in Algeria, ancora colina francese, per ritrovare il ricordo del padre mai conosciuto, morto come soldato durante la Prima guerra mondiale. L’Algeria che attende Cormery è quella anni ’50 devastata dalla lotta indipendentista della comunità araba e dalle rivendicazioni nazionaliste dei cittadini della cosiddetta Madrepatria. Riabbracciando l’amata madre (Catherine Sola da anziana Maya Sansada giovane: del tutto differenti somaticamente, per colori e attitudine, sofisticata la prima, più “popolare” la seconda, e dunque suscita perplessità la scelta), lo scrittore ripercorre con la memoria la sua infanzia.
Tra presente e flashback (dove Jacques bambino ha volto e bravura di Nino Jouglet), si assiste alla crescita in povertà ma anche in serenità (memorabile la battuta che il piccolo Jacques dice alla mamma: Se noi siamo i poveri, allora va tutto bene”) di un bambino intelligente e riflessivo, circondato dalle figure di una nonna autoritaria e punitiva (Ulla Baugué) uno zio analfabeta e affettuoso (Nicolas Giraud) e un comprensivo e nobile maestro dis cuola (Dennis Podalydés), colui che si batte per fargli continuare la carriera scolastica dopo le Elementari, intuendone le grandi potenzialità. La storia universale si intreccia così con quella individuale del piccolo Jacques, in un affresco che Amelio racconta con la solita maestria per immagini. Anche la storia “con la esse maiuscola” viene narrata in modo asciutto, con chiari riferimenti alle posizioni anti-colonialistedel maestro di Jacques e alla visione pacifista e di integrazione del protagonista, ma grazie al cielo la sobrietà e l’assenza di qualsiasi tic militante conserva la “calcolata” poeticità del film.
Di Ferruccio Gattuso, da cinema.yahoo.com

Lo scrittore Jean Cormery torna in Algeria, sua patria d’origine, per perorare la sua causa: musulmani e francesi possono convivere in un paese libero. Ma i moti rivoluzionari sono molto difficili da sopire, soprattutto negli anni ’50. Inoltre Cormery sfrutta l’occasione del suo viaggio per ritrovare la madre e le persone care, che hanno contraddistinto il suo cammino di vita.
Tratto dall’omonimo racconto pubblicato postumo dalla figlia Catherine, Il primo uomo è un film che si fa strumento indagatore dell’infanzia, della formazione e del pensiero politico dello scrittore-filosofo-drammaturgo Albert Camus. Amelio accetta la sfida di tradurre in immagini un lavoro autobiografico e il risultato è un ottimo film, nel quale traspare la mano del regista, che indugia su silenzi fortemente espressivi attraverso un ritmo lento e riflessivo e una serie di primi piani estremamente funzionali. Ma la pellicola non si compone unicamente di questo perché il romanzo incompiuto di Camus ripercorre il suo passato doloroso di bambino, contraddistinto da un’estrema povertà, dalla privazione della figura del padre (morto nella Grande Guerra) e di un ostentato controllo educativo di una nonna dispotica e arcigna. Ma l’infanzia non si traduce esclusivamente in dolore e difficoltà, perché il giovane Jean prende decisioni importanti: sceglie di continuare a studiare nonostante le difficoltà economiche e trova nel maestro Bernard un modello sano e retto. Tutto questo è raccontato in flashback, che non risultano frammentati all’interno di una costruzione narrativa lineare, ma divengono delle vere e proprie digressioni, introdotte – quasi sempre – dagli sguardi in favore di macchina di Jean.
La pellicola di Amelio non cerca di farsi attuale, ma guarda al passato per riflettersi su un presente filmico, necessario per conoscere meglio l’autore francese. E sicuramente viene in aiuto all’opera l’ottima interpretazione di Jacques Gamblin, sguardo malinconico e pieno di incertezze; lodevole è anche la caratterizzazione del giovane Nino Jouglet (Cormery da bambino), che imprime al personaggio una visione incantata della propria vita mixata sapientemente con espressioni mature, che palesano un doloroso senso di incompiutezza e di smarrimento causato dalla precoce perdita del padre. Inoltre è fondamentale l’apporto recitativo di Maya Sansa e Catherine Sola, che contraddistinguono compiutamente la figura della madre, dolce appiglio esistenziale.
Il primo uomo è una pellicola, che componendosi di una fotografia luminosa e significativa di Luca Bigazzi, si fa introspettiva e potente. Lo stile asciutto ed elegante di Amelio restituisce con autentica verosimiglianza le pagine dell’incompiuto di Camus, l’intervento di un grande scrittore sulla tragedia del proprio paese. Inoltre il regista riconsegna il pensiero politico di Camus in modo distaccato e sgombra il campo da ogni sospetto di una sua reticenza e ambiguità riguardo la guerra di liberazione algerina. Il primo uomo, proprio perché incompiuto e ricostruito, era una sfida difficile da portare a termine e Amelio la traduce su pellicola con estrema professionalità e rigore stilistico. Un esempio di cinema: espressivo e genuino.
Di  Andrea Ussia, da persinsala.it

 Gianni Amelio, a distanza di quasi sei anni, torna sul grande schermo e lo fa alla grande! La pellicola in questione è Il primo uomo, tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Albert Camus. Amelio riconferma ancora una volta la propria bravura; archiviati i poco premiati La stella che non c’è e Le chiavi di casa, il regista torna in carreggiata più forte che mai e porta nelle sale italiane un film già “medagliato” al Festival di Toronto con l’assegnazione del “Premio della Critica Internazionale”. La trama è ambientata nell’Algeri di fine anni ’50, dove i conflitti franco-arabi sono ancora nel pieno svolgimento; da una parte gli arabi rivendicano il diritto d’indipendenza dalla Francia, dall’altra gli algerini di origine francese non vogliono abbandonare la terra in cui sono nati. Protagonista assoluto della storia è Jacques Cormery (Jacques Gamblin), noto autore di romanzi che rientra in patria per sostenere la causa a favore dell’unità e della pace tra gli algerini. Il ritorno nella casa natale, però, suscita nello scrittore un risveglio dei propri ricordi d’infanzia: la povertà, le marachelle, le prime bugie, le frustate della nonna severa, il sorriso della madre, i giochi e le prime sigarette condivise con lo zio, l’astio dell’amichetto arabo Aziz, il maestro elementare che lo supporta negli studi, le prime attenzioni di una ragazza. Jacques rivive le stesse emozioni, gli stessi odori, sapori, colori e sguardi con cui è cresciuto e sembra ancora essere legato ad essi da un forte cordone ombelicale, rappresentato sostanzialmente dall’assenza del padre che necessita di essere colmata. Ecco, quindi, che entrano in gioco le due figure portanti per la crescita di Jacques: la madre Catherine (Maya Sansa, Chaterine Sola), giovane donna analfabeta dal cuore grande, e la nonna (Ulla Bauguè), onesta lavoratrice e figura autoritaria per la famiglia. Con la prima, lo scrittore ha un rapporto molto bello, rappresentato da una forte complicità di sguardi, silenzi e sorrisi; per la nonna, invece, l’autore nutre un profondo rispetto, dovuto, però, alla paura che questa figura gli procura. Un’altra persona importante per Jacques è il maestro Bernard (Denis Podalydes), che ha contribuito in modo fondamentale alla crescita e all’istruzione del protagonista. Un ruolo non marginale nella storia lo occupa anche l’amico d’infanzia Aziz (Hachemi Abdelmalek), che rappresenta un po’ il filo conduttore della vicenda relativa alla questione razziale; Aziz, infatti, in quanto arabo, fin da bambino rifiuta l’amicizia di Jacques e solo verso la fine del film potremo vedere una sorta di riavvicinamento tra i due. Amelio ci ha da sempre proposto opere magnifiche, basti pensare alle meno recenti Lamerica e Porte aperte, e con questa, a nostro personale giudizio, ha davvero raggiunto la vetta dell’eccellenza. L’eleganza e la delicatezza con cui il regista dirige la macchina da presa ci trasmettono l’intensità delle emozioni dei personaggi. I numerosi primi piani, l’attenzione agli sguardi, i silenzi, sono tutti piccoli particolari che sommati ci traducono l’opera cinematografica in poesia. Amelio, probabilmente influenzato dal viaggio in Cina, fatto per girare La stella che non c’è, sembra utilizzare un tocco poetico peculiare di alcuni registi asiatici come Kim Ki Duk e Zhang Yimou. In questo film c’è una sorta di profonda intimità che molto spesso nel cinema occidentale non si riesce a cogliere. Non c’è dubbio che il legame particolare che accomuna Amelio e Camus (la scomparsa prematura del padre) possa aver aiutato la fase produttiva del film, ma in questa pellicola c’è qualcosa che va oltre, che viaggia nell’anima dei personaggi e li rende credibili agli occhi dello spettatore.
Di Maurizia Chersicla , da cinema4stelle.it

Il primo uomo di Gianni Amelio è opera più complessa di quanto appare. Segnata da una certa frammentarietà apparente, forse poco stringente in alcuni passaggi, sospesa e sfumata, quasi reticente. Ma c’è tutto l’uomo assurdo qui, la sua genesi e la sua rivolta incompresa.
Il film segue su un doppio binario temporale la vita ad Algeri di Jacques Cormery bambino e il ritorno nella terra natia del Jacques Cormery adulto, ricomposizione di un quadro esistenziale che passa attraverso gli affetti, i luoghi, le idee. Gli affetti sono incarnati da una madre dolente e discreta, una nonna matriarca che si riscatta dalla miseria col rigore e la dignità, uno zio semplice, un padre sconosciuto morto in guerra e il maestro che per primo vide in lui il germoglio dell’uomo che sarebbe diventato. I luoghi sono intrisi del sole del Mediterraneo, quel sole che determina l’essere e lo nutre della sacralità dell’immanenza. Dice Albert Camus nella Prefazione a Il rovescio e il diritto:
Per correggere un’indifferenza naturale venni messo a mezza strada tra la miseria e il sole. La miseria mi impedì di credere che tutto sia bene sotto il sole e nella storia; il sole mi insegno che la storia non è tutto.
Una condizione di distanza che condanna Camus e il suo alter ego Cormery all’impossibilità di una riappacificazione con quegli uomini che pure ama sopra qualunque cosa. E nel film si scorgono tutte le forme di questa lacerazione, in primis l’esperienza personale che si scontra con la collettiva e rende la realtà irriducibile ad un’interpretazione univoca: in questa situazione Jacques resta diviso tra la comprensione della rivolta algerina contro i coloni francesi, tra il senso di giustizia che lo avvicina ai vinti della Storia (si può stare dalla parte dei barbari gli dice il maestro ormai anziano) e la sua esperienza di pied-noir vissuto nella povertà, legato in modo indissolubile a questa terra e non certo per arrogante pretesa, così come la madre o il contadino con cui ha occasione di parlare mentre è in cerca delle tracce del padre.
La lacerazione si fa ancora più evidente in quei territori dello spirito, e della vita pubblica, dove il pensiero si fa spesso rigido e integralista. Il profilo politico di Jacques è sfuggente, egli diffida dei movimenti che mettono le idee davanti agli uomini, delle rivoluzioni che riducono l’uomo a forza storica, delle religioni e di tutti i credo, schiavitù volontarie che l’uomo preferisce allo smarrimento della libertà di scelta. Sono elementi questi che nel film emergono per brevi accenni e suggestioni, a volte quasi impercettibili, come il riferimento alla letteratura russa e all’amato Dostoevskij nel dialogo con il maestro. O che prendono forma compiuta come nel discorso all’aula, in cui Jacques perora la causa di una possibile riconciliazione e convivenza tra le genti o nel discorso finale che traduce in una frase, spesso male interpretata (tra la giustizia e mia madre scelgo mia madre), il senso di un intero percorso filosofico: la rivolta dell’uomo assurdo è con e per tutti gli uomini, in un orizzonte comune di finitezza; quando alla morale della comprensione si preferisce il giudizio, la rabbia e la disperazione ci si rende complici della creazione nell’aggravare il dolore e le ingiustizie a cui l’uomo è sottoposto.
Gianni Amelio si muove perfettamente in questo territorio, seguendo un ottimo Jacques Gamblin, malinconico e pensoso, negli ambienti di casa, nella casbah di Algeri, nelle campagne circostanti, con una regia asciutta e essenziale. Ma, come è ovvio, sono le sequenze dell’infanzia di Jacques, interpretate dall’esordiente Nino Jouglet, quelle in cui Amelio può esprimersi al meglio, nel delicato ritratto di ambienti e atmosfere famigliari, nei giochi e negli scontri dei piccoli protagonisti, a scuola e per le strade, negli scorci di questa città del Nord Africa così simile alla Calabria della propria infanzia.
Il primo uomo è opera più complessa di quanto appare, fatta di pensiero e passione, di una libertà pesante, carica di responsabilità, di azioni inutili ma necessarie. Ma è anche un’opera semplice che immortala la verità negli uomini e nei loro volti tirati, che la fotografia di Yves Cape rende insopportabilmente intensi, nei legami manifesti e sottesi, nel silenzio degli abbracci. Perché anche l’Uomo è un idea corta se ci si allontana dall’amore.
Da cinemaerrante.it

Film bellissimo, concilia sapientemente la dimensione privata (il protagonista alla ricerca delle proprie origini e in cerca di conciliazione) con quella politica (una impossibile conciliazione e coesistenza, a quei tempi ma forse non solo, tra colonialisti e colonizzati, tra arabi ed europei). La macchina da presa scivola sui corpi e sui volti con sensibilità e pudore regalando molti momenti memorabili aiutata dalla bellissima, “mediterranea”, fotografia. E’ un film dai molti temi: un film sul rapporto tra padri e figli, tra quelli che non hanno fatto in tempo a conoscersi, quelli che hanno operato scelte diverse, quelli divisi da diaframmi veri (le sbarre della bellissima scena tra i due algerini) e interiori; un film sulla necessità di prendere posizione di fronte ai drammi della Storia (Camus fu infatti accusato di “immobilismo politico” dai colleghi Sartre e Jeanson e il film rende benissimo il suo senso di straniamento e di perplessità); un film sulla povertà e la ricchezza e la possibilità, da parte del singolo, di farcela, contro ogni possibilità; un film sulla importanza di scegliere, di progredire ma anche sulla necessità di ricordare; infine un film sull’importanza dell’Arte di sublimare il dolore o di superarlo attraverso la creazione. Non è un film agevole, richiede concentrazione e pazienza, capacità di tirar fuori dal “poco” che viene mostrato il “molto” che vi è racchiuso. DA VEDERE.
Di Salvatore Marfella, da mymovies.it

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