I COLORI DELLA PASSIONE



Prendete un dipinto, uno tra i più famosi di sempre. Poi prendete un’idea, ossia quello di dargli vita. Il risultato è quanto vediamo ne I colori della passione, ultimo film di Lech Majewski. A questo punto non dovremmo avere bisogno di chissà quale altra introduzione. Chi conosce il regista polacco sa in qualche modo a cosa va incontro dandosi ad un suo film.
Majewski tratta il cinema con la stessa riverenza con la quale si approccia all’Arte, perché lui, è bene dirlo, è anche un pittore. Lui che fa parte di quell’arte moderna e contemporanea che mal digerisce, pur rientrando nella categoria. Un personaggio che vive di Arte, respira Arte e si interroga sull’Arte. Non si spiegherebbe diversamente questo suo ritorno alla metà del XVI secolo, quando il pittore fiammingo Pieter Bruegel completa una delle sue più importanti opere: Salita al Calvario.
A riguardo eccovi due interessanti retroscena a bruciapelo. Il primo riguarda il rapporto tra Majewski ed il dipinto in questione. Quando era piccolo, il futuro regista era solito passare le vacanze estive a Venezia. Muovendosi in treno, gli capitava sistematicamente di fermarsi a Vienna, dove il Kunsthistorisches Museum rappresentava una tappa fissa di questo suo breve soggiorno. Si dà il caso che il quadro di Bruegel sia esposto in un’ala interna a quel museo. Ebbene, il diretto interessato racconta che già all’epoca si instaurò un particolare rapporto tra lui e quel dipinto che rivisita il Calvario di Nostro Signore. Osservandolo, creava storie inerenti a tutti quei protagonisti inconsapevoli. In nuce, I colori della passione era già lì
Per la seconda curiosità, ci tocca fare un salto temporale di parecchi anni, al 2005. Quell’anno lo scrittore e critico d’arte Michael Francis Gibson ebbe modo di vedere Angelus. Colpito dalla sensibilità pittorica manifestata in sede di regia da Majewski, decise di consegnare a quest’ultimo una copia del suo libro The Mill and The Cross (Il mulino e la croce). Fu allora che lo stesso regista, a sua volta affascinato dalle formulazioni presenti in quell’opera, ebbe a coltivare un’ambizione: raccontare la Salita al Calvario di Bruegel mediante il mezzo cinematografico.
Il contesto storico è importante, seppur non essenziale, per comprendere il messaggio. Il pittore di Breda, evidentemente sensibile a quanto stava avvenendo a suo tempo in terra fiamminga, vedeva nei tumulti dell’epoca qualcosa di molto vicino alla persecuzione. In ottica protestante è agevole comprendere a cosa alludesse Bruegel: così come i primi cristiani furono perseguitati dal Sinedrio negli anni in cui Cristo ancora predicava, al medesimo modo nel ‘500 era la Chiesa Cattolica a perseguitare i seguaci di Lutero.
Con non poco estro e fantasia, quindi, decise di portare a termine una tela che descrivesse tutto ciò. Tale aspetto si scorge durante la visione del film, con un Bruegel (Rutger Hauer) in costante apprensione riguardo all’esito di questa sua missione per certi aspetti autoimposta. In una pellicola in cui a farla da padrone sono e devono essere le immagini, c’è davvero poco spazio per la parola. Basti pensare che per il primo dialogo dobbiamo attendere il trascorrere della prima mezz’ora.
E’ bene evidenziare quanto appena rilevato, perché in relazione a quanto attiene agli intenti di Majewski, I colori della passione riesce pienamente. L’utilizzo della computer grafica non ha rappresentato un semplice vezzo artistico, bensì una condizione indispensabile per farci letteralmente entrare nel dipinto. Chissà quanti artisti nei secoli passati avranno almeno una volta fantasticato sulla possibilità di dar vita alle proprie opere. Senza ricorrere ad arzigogolate teorie sugli albori del cinema, in fondo lo stesso nacque alla luce di questa pressante esigenza, quasi un’ossessione, circa il movimento.
Ebbene, Majewski ed il suo team imprimono su pellicola quanto solo l’immaginazione è in grado di partorire. E’ uno di quei non moltissimi esempi in cui davvero la tecnologia al cinema dei nostri giorni non rema contro la creatività, bensì si pone al suo servizio. L’autore ci ha brevemente accennato qualcosa in merito al dispendioso iter che ha condotto alla realizzazione del film. Tre anni passati a lavorare su ogni singolo aspetto, cercando di risolvere veri e propri enigmi come quello del cielo che fa da sfondo al dipinto. Ripreso in Nuova Zelanda, non si riusciva a farlo combaciare con quanto stava sotto. I più tecnici avranno un’idea di quanto appena riportato, ma quale che sia il grado di comprensione, sappiate che si è trattato di un lavoro immane.
Certo, qualche rischio bisogna pur correrlo quando si punta così in alto. Ed infatti I colori della passione è come un carro trainato da cavalli in piena corsa: non è lui a fermarsi per lasciarvi salire, ma dovete essere voi abbastanza “abili” da saltare a bordo. Con questo, non pensate che il limite del film sia da ricercare nel frenetico svolgersi degli eventi, anzi! Come già accennato, passano più o meno trenta minuti per udire il suono di una frase di senso compiuto, ed in generale il film scorre con una certa lentezza. E’ il dazio che la pellicola di Majewski deve necessariamente pagare per arrivare a raggiungere il suo scopo.
Anziché prediligere l’articolazione e la foga di una qualunque manifesto scritto, I colori della passione opta, giustamente, per i lunghi e martellanti silenzi di immagini che si susseguono in maniera nient’affatto casuale. Non a caso è difficile uscire dalla sala con un’idea ben precisa. Questo perché si tratta di una di quelle opere che pretendono di essere metabolizzate, e che non cedono a compromessi pur di chinarsi verso lo spettatore. Non un cinema artisticamente autoreferenziale, ma uno di quelli che tratta lo spettatore con un rispetto tale da esigere un piccolo sforzo per essere pienamente apprezzato.
Fugaci ma intense le interpretazioni di Rutger Hauer, Michael York e Charlotte Rampling, ben integrati in un contesto da cui molto si desume e poco si può inequivocabilmente connotare. E’ questo il bello dell’Arte, quando lascia spazio alla libertà di chi ne partecipa in maniera tutt’altro che passiva. Quando si instaura quel gioco che ci spinge a ricercarne il senso, che non è mai banale e che brama di essere colto.
E se qualche perplessità permane è per la palese ammirazione manifestata nel film nei confronti di Bruegel. Così come il pittore fiammingo non volle protagonisti nel proprio quadro – nemmeno Gesù stesso – così Majewski non ha voluto che le storie da lui immaginate quando era un pargoletto ledessero a questa ferma volontà del pittore. Sì perché le storie di cui ci parla il regista, davvero brevi e tutt’altro che approfondite, non hanno in sé nulla di eccezionale. Potremmo semmai dire che sono eccezionalmente ordinarie.
Ma ricordiamoci che il film non verte su una persona, un periodo storico o chi per loro. I colori della passione racconta di una tela, un dipinto che è il solo, vero e unico protagonista. Tutto ciò che troviamo al suo interno deve la sua esistenza alla presenza stessa del quadro entro cui si muove. Fuori da esso esiste, è vero, ma solo in funzione della “parte” che deve inconsapevolmente recitare in quell’eterno ed irripetibile istante.
Probabilmente non è poi così lontano il giorno in cui sarà possibile letteralmente vedere ciò che vedono gli altri quando si aggrappano alla propria immaginazione. Bene o male che sia, quindi, restiamo in sospeso all’idea di come sarebbe stato assistere a questo film così come Majewski lo ha esattamente immaginato. Ma poiché quel giorno ancora non è oggi, prendiamo atto di un lavoro encomiabile seppur tutt’altro che perfetto. Ed è proprio per questo che molti lo apprezzeranno visceralmente, mentre altri rimarranno tiepidi, ai limiti dell’indifferenza. Nonostante ciò, l’impatto visivo trascende qualsivoglia presa di posizione: tecnologia a servizio dell’Arte e non viceversa. Ci pare un ottimo punto d’approdo da cui immediatamente ripartire
Da cineblog.it

Nel 1564 Pieter Bruegel il Vecchio completa la tela intitolata “La salita al Calvario” in cui rappresenta la Passione di Cristo ambientandola nelle Fiandre del suo tempo, oppresse dalla presenza spagnola. Filippo II (salito al trono nel 1556 alla morte di Carlo V) sta conducendo una feroce repressione contro i movimenti religiosi riformistici che suscitano reazioni negli ambienti colti ispirati dal pensiero di Erasmo da Rotterdam. Il pittore viene mostrato mentre sta concependo l’opera all’interno della quali colloca se stesso e i personaggi che lo circondano nella vita quotidiana. 
Carel van Mandel, primo biografo di Bruegel agli inizi del Seicento, definisce Bruegel “pittore dei contadini” intendendo con ciò sottolineare sia le origini che il soggetto preferito dall’artista e questa lettura dell’opera impedirà una sua completa messa in luce sino alla fine dell’Ottocento. Il film di Majevski non si propone di collocare la figura di Bruegel nel filone del cinema biografico. La novità non sta neppure sul piano tecnico. Già Tarkovskij nel 1974 aveva inserito un ‘quadro vivente’ ispirato proprio a Bruegel e al suo “I cacciatori nella neve” in Lo specchio e due maestri come Kurosawa con Sogni e Rohmer con La nobildonna e il duca avevano compiuto ulteriori passi in questa direzione (grazie ai mezzi sempre più avanzati disponibili). 
I colori della passione è e vuole essere al contempo un’occasione di contemplazione e di meditazione. La sofferenza di Cristo è collocata nel qui ed ora di un popolo che, a sua volta, soffre. I persecutori sono spagnoli e il Bruegel di Rutger Hauer osserva la loro protervia denunciandola nel quadro. Mentre traduce in immagini e colori il mistero della Passione il pittore non smette di riflettere sul presente osservandone i più intimi dettagli. Ci si trova così, con Majevski, a contemplare non solo il mistero nascosto nel divino ma anche quello che sottende gli aspetti più oscuri e profondi della concezione dell’opera d’arte. 
Sin dal folgorante inizio in cui l’artista colloca gli esseri umani in carne ed ossa sullo sfondo del paesaggio da lui dipinto veniamo fatti partecipi della scelta stilistica del film. Verremo accompagnati in un mondo e in un tempo che forse conosciamo poco. Ne osserveremo la quotidianità e vedremo come questa si traduca in simbolo alto. A partire dal mulino che domina dalla cima di una rupe l’ambiente circostante trasformato in dimora di un Dio che offre la materia prima per un pane che si trasforma in dono di sé. La circolarità dominante nel ritmo della composizione pittorica si riflette nel film e si muove all’interno della dinamica degli opposti Vita/Morte ben rappresentati dall’albero rigoglioso sulla sinistra e il palo su cui si espongono al ludibrio della voracità dei corvi i corpi dei condannati dei quali ci viene mostrata la desolata sorte. 
L’artista, ci dice Majevski, può riuscire ad entrare nei più reconditi pensieri della Madre che assiste al martirio del figlio così come è in grado di sospendere il fluire dell’azione rendendo compresente una sofferenza che si fa dono ogni giorno fino alla fine dei tempi. Bruegel esprime così il divino e la sua lettura del senso della vita osservando i bambini, gli uomini e le donne con le loro doti ma anche con le loro bassezze. Solo con un’arte che si rifà al vero del vivere è possibile tentare di comprendere il Mistero nella sua complessità. Senza avere il timore di raffigurare un Gesù che cade sotto il peso della Croce mentre la massa è attenta non a lui ma a raggiungere il luogo in cui assistere al macabro spettacolo della sua morte. Nello stesso istante la Madre, con Giovanni e le due donne, cerca di trovare una ragione a quanto accade e la camera, pennello digitale dei nostri giorni, ne contestualizza il dolore rendendolo universale.
Di Giancarlo Zappoli, da mymovies.it

II film di Lech Majewski ha partecipato ai festival di mezzo mondo e ricevuto numerosi riconoscimenti. In Inghilterra è stato presentato alla National Gallery, in Francia al Louvre con 100mila spettatori, al Moma di New York, alla Biennale di Venezia, in India, in Giappone e dopo il successo al Sundance Film Festival e’ stato acquistato da 55 paesi.
Il regista polacco si è ispirato al quadro La salita al Calvario di Pietr Bruegel il Vecchio, pittore fiammingo molto amato dal cinema, affollato da più di 150 personaggi, tutti assoluti protagonisti della tela perché “Bruegel nasconde i suoi eroi – Cristo condotto al Calvario – dietro la gente comune. Il centro nevralgico del dipinto, la croce, si mostra e si cela alla vista. E quel che più è in evidenza scompare nel groviglio dei corpi che popolano l’allegoria fiamminga della vita e della morte”.
Lavoro sospeso fra cinema e pittura, che il video-artista polacco rende avvalendosi delle potenzialità del digitale sovrapponendo tre tipologie di ripresa: su blue screen; dal vero in Polonia, Repubblica Ceca, Austria e Nuova Zelanda; su fondale in 2D dipinto su una grande tela.
Ne La salita al Calvario (1564) Bruegel rappresenta la Passione di Cristo ambientata nelle Fiandre del suo tempo, oppresse dalla dominazione spagnola. A quell’epoca Filippo II stava conducendo una feroce repressione contro i movimenti religiosi riformistici. Tutto questo è nel quadro, stratificato in forma simbolica o evidente nell’approccio realistico.
“Ho scoperto il dipinto durante un viaggio a Venezia, fermandomi di passaggio a Vienna.- ha dichiarato il regista- Osservare un’opera di Bruegel è un’esperienza simile a quella che si prova di fronte a un film di Fellini: i personaggi traboccano di sfumature, non si mettono in posa, sono di spalle. La varietà dei tipi si moltiplica a ogni angolo. È vita in movimento. Si può vedere bene un quadro di Lichtenstein a cinquanta metri di distanza, ma per conoscere Bruegel bisogna avvicinarsi enormemente, osservare ogni figura. Il dipinto ci attrae automaticamente all’interno della propria orbita”.
Come il pittore si ritrasse all’interno della tela, così il talentuoso Majewski nella scena finale sceglie di fare una panoramica della sala in cui il quadro è esposto, sospensione temporale e omaggio a sé stesso, come regista.
Un film da non perdere.
Di Caterina Martucci, da spettacoli.blogosfere.it

“I colori della passione” è un film che parla di arte, di storia, di filosofia e di pittura, non in modo tradizionale, per esempio attraverso la biografia di un autore, ma trasportando lo spettatore all’interno di un quadro: “La salita al Calvario” (1564, Vienna, Kunsthistorisches Museum ) di Pieter Bruegel.
L’effetto di questa scelta rende l’inizio della pellicola particolarmente straniante, come se guardassimo un quadro puntinista troppo da vicino, si vedono tanti puntini colorati senza capirne l’insieme. Qui veniamo trasportati nelle Fiandre della seconda metà del Cinquecento: una coppia di giovani sposi si alza dal letto, dei boscaioli abbattono un albero nel bosco, il pittore prende una cartella piena di fogli e si aggira per la campagna, i suoi bambini si svegliano e cominciano a giocare, il mugnaio e la sua famiglia inizano a far girare il mulino.
Tutto viene ripreso senza dialoghi, passando da un personaggio all’altro senza un nesso logico, ciò che li accomuna è il paesaggio; le finestre, le porte, tutte le aperture rimandono non una veduta reale, ma quello, meraviglioso, dipinto da Bruegel.
Incredibilmente affascinante è la visione del mulino, un’immensa caverna in cui rimbombano solo i suoni dei passi dei suoi occupanti, centro simbolico e dominante dell’intero quadro.
I pochi dialoghi presenti sono tra il pittore, interpretato da Rutger Hauer e il suo committente, il ricco banchiere Nicholas Jonghelinck (Michael York), hanno quasi solo un valore didascalico. Spiegano la situazione storica che vivono in quel momento le Fiandre: la sanguinosa e brutale occupazione spagnola, la terribile guerra di religione che divide cattolici e protestanti.
Illustrano la pittura e l’arte di Bruegel, la sua attenzione alla realtà, anche quella più umile, il gusto del racconto e dell’aneddoto, la ricerca filosofica che accompagna le sue opere.
Per la sua complessità tecnica “I colori della Passione” ha richiesto ben tre anni di realizzazione, un paziente impegno tecnico e immaginativo attraverso il ricorso alle più innovative tecnologie di computer grafica e 3D, il risultato è visivamente affascinate, non comunque alla portata di tutti.
La frase:
“Tutti questi eventi passarono inosservati tra la folla”.
a cura di Elisa Giulidori, da filmup.leonardo.it

Dopo aver spopolato al Sundance Film Festival arriva nei cinema italiani “I colori della passione” del regista polacco Lech Majewski, originalissima trasposizione visiva del quadro di Pieter Bruegel il Vecchio, “La salita al Calvario” del 1564.
Lo spettatore ha modo di entrare letteralmente nell’opera, che si anima di figure in movimento a strati diversi. Non è facile raccontare un film così, di cui si è avuto un’anticipazione nell’installazione video presentata all’ultima Biennale di Venezia tra gli eventi collaterali.
È lo stesso pittore fiammingo interpretato da Rutger Hauer a introdurre per viva voce la genesi dell’opera, insieme al suo ricco committente, che ha le fattezze di Michael York. Tutto questo mentre intorno a loro la vita quotidiana va avanti colorandosi a tratti di violenza tremenda ad opera dei cavalieri dell’inquisizione spagnola. E tra le 500 figure che popolano il dipinto, ne sono state scelte soltanto alcune da sottolineare. Sono la famiglia numerosissima del pittore e di un mugnaio, una giovane coppia, un viandante, un’eretica. Spicca su tutte, però, quella della vergine Maria, che ha il viso incantevole di Charlotte Rampling.
Tutti si muovono sullo sfondo delle immagini, che prendono vita come uno straordinario tableaux vivants. Figura strategica è quella del mugnaio e della sua grassa moglie. Loro dall’alto del loro mulino a vento che sembra una futuristica astronave osservano senza intervenire mai le creature del mondo. E sembra che le grandi ruote del meccanismo girino come quelle di un orologio che batte il tempo dell’esistenza umana.
Ed è la violenza più brutale, più che l’amore a muovere le azioni di tutti. Bruegel per abitudine copriva nelle sue tele la figura centrale con quelle meno importanti. Perché è così, come detto dallo stesso regista in conferenza stampa, che succede all’uomo che si perde dietro alle mille cose irrilevanti di ogni giorno, e non vede ciò che conta.
Nel film, come nel quadro la croce trascinata da Gesù Cristo è al centro dell’immagine come un ragno dentro la sua ragnatela. “La salita al Calvario” è una festa per gli occhi e per il cuore per lo spettatore amante dell’arte come del cinema. Le giubbe russe dei cavalieri dell’Inquisizione sono come pennellate di vermiglio di un pittore ma in più si muovono. Mentre invece è ferma la Madonna, ai piedi della Croce, l’unica non in abito del 1500.
Il film di Maiewski è uno straordinario ibrido di antico (la pittura) e moderno (computer grafica e 3D). È un sogno piacevolmente lento in cui galleggiare e non importa che ci siano poche battute da parte dei tre attori protagonisti. Parlano per loro i loro visi, a cominciare da quello rugoso di Rutger Hauer, che ha la stessa forza espressiva di quando faceva il replicante di “Blade Runner”. Lo stesso dicasi per Charlotte Rampling, bella con tutti i segni del tempo e con una tragica intensità negli occhi che solo la Madonna può avere.
Di Ivana Faranda, da ecodelcinema.com

Il quadro si anima, il quadro vive. Lech Majewski, nome importante della video arte, racconta I colori della Passioneentrando in un epico capolavoro della pittura fiamminga, La salita al Calvario di Pieter Bruegel il Vecchio (1564, oggi a Vienna), che ambienta il sacrificio di Gesù nelle Fiandre del XVI secolo. Le figure, centinaia, che popolano il famoso dipinto, svelano il motivo artistico e teologico per il quale il pittore li ha fissati su quella tela, disposti a corona attorno al suo punto di ancoraggio: Gesù chino a terra che porta la croce. Tutti, compresa Maria interpretata da Charlotte Rampling, si muovono quasi cercando il posto che Bruegel ha deciso di assegnare loro: sono contadini, bambini, donne, viandanti, musicanti, nobili e soldati, che prima vivono la loro quotidiana esistenza e poi si fermano, catturati in quell’attimo in cui matita e colore li rendono immortali. Sono storie di povertà, di tradimento, di sacrificio, di potere, un brulichio silenzioso di personaggi anonimi che Majewski vivifica con inimmaginabile ricchezza cromatica. “La mia ispirazione principale viene dalla pittura e dal cinema italiani – confessa – e il mio pittore di riferimento, quello che mi ha portato al mondo del cinema, è il Giorgione, quando ho scoperto le particolari assonanze spirituali e estetiche tra la sua Tempesta e Blow-Up di Antonioni. Per Bruegel ho anche pensato molto al mondo di Fellini, alle sue figure di diseredati.
I silenzi sono molti, le atmosfere antiche, i simboli più o meno scoperti, che si rifanno alla lettura fondamentale del saggio di Michael F. Gibson Il mulino e la croce. Majewski sfrutta i prodigi della computer grafica dando vita a un enorme arazzo digitale sul quale Bruegel, interpretato daRutger Hauer, come un compositore fa con le note sullo spartito, dipinge i suoi personaggi, che non sono lì come se posassero per l’osservatore esterno, ma hanno una vita propria alla quale ti invitano, per farti partecipare alla loro sofferenza, ai loro sentimenti. Quaggiù tutti sono distratti dalle cose del mondo e Gesù passa quasi inosservato, è il Dio nascosto; lassù il mulino, costruito su altissima roccia, ha la forma di una cattedrale: “E’ l’asse – dice Bruegel nel film – attorno a cui tutte le persone ruotano tra la vita e la morte. Da lassù Dio guarda: è il Grande Mugnaio del Cielo che macina il pane della vita e del destino”. Oltre i simboli cristiani, il film affronta con eleganza e mistero la questione di Dio e dell’uomo.
Di Luca Pellegrini, da cinematografo.it

La salita al calvario (1564) è una delle opere più celebri del pittore olandese Pieter Bruegel che riproduce la Passione di Cristo ambientando la scena nelle Fiandre del XVI secolo, sconvolte dalla brutale occupazione spagnola. La riproduzione risulta però “atipica” o, più correttamente, “rivoluzionaria”: la scena è affollatissima, ricca di particolari, in primo piano le pie donne e solo in secondo piano – tra una folla di personaggi – avviene la Passione. Lech Majewski è attratto da questa scelta di Bruegel, che è poi il simbolo di tutta la sua poetica, tanto da realizzare un film interamente su quel quadro.
Impossibile definire la tra de I colori della passione. Il regista polacco ci mostra la storia dei personaggi protagonisti del quadro e le vicende che li hanno portati poi alla scena rappresentata dal pittore. Vediamo così gli abitanti delle Fiandre, i soldati spagnoli, Cristo, la Vergine Maria (Charlotte Rampling) e lo stesso Bruegel (Rutger Hauer) che cammina con i suoi personaggi, che commenta l’opera mentre la realizza, accompagnato dall’amico e mecenate Nicholas Jonhgelinck (Michael York).
La regia di Majewski non è affatto interessata a stupire, vuole anzi far riflettere sulle immagini e sui numerosi simboli che contengono. Cifra stilistica di tutto il film sono delle lunghe carrellate che riprendono le azioni nel loro svolgersi; la macchina è silenziosa, potrebbe essere l’occhio stesso di chi guarda il quadro, solo che è in movimento. Davvero interessante è la realizzazione tecnica del film che ha richiesto ben tre anni di lavoro: al girato in pellicola si aggiungono scene in blue screen e fondali dipinti dallo stesso regista, poi animati in seguito. Una soluzione che supera il modello del “tableau vivant”, in uso nelle passioni del cinema delle origini (e ripreso da Godard nel meraviglioso Passion, appunto), donando nuova vita al quadro attraverso il cinema.
Majewski mette in gioco una complessa riflessione sul problema della verosimiglianza, questione che gli artisti tentano di risolvere fin dalla pittura primitiva, attraverso l’esplorazione fisica del quadro da parte del suo autore. Di importanza capitale i dialoghi tra Bruegel e Nicholas che svelano in qualche misura il nodo della questione: il mecenate chiede all’artista se la sua opera è capace di cogliere il momento esatto in cui il mondo cambierà; Bruegel può, e a questo punto la scena si ferma, il tempo si ferma, l’atto creativo è avvenuto, il quadro è fatto.
I colori della passione è un film che richiede pazienza e attenzione, è un’esperienza estetica di altissimo livello; quando le luci in sala si spengono, gli spettatori sono avvisati, si viene trasportati in un’atmosfera assolutamente irreale all’interno della quale si rimane totalmente coinvolti, complici i suoni fortemente amplificati, la fotografia pittorica e bellissima, la costruzione delle inquadrature come fossero quadri. Si tratta di un film da non perdere, consigliato sul fronte qualitativo e soprattutto emotivo.
Di Fabiola Fortuna, da filmforlife.org

Bruxelles, 1564. Con il suo paese sotto il giogo della dominazione spagnola, Pieter Bruegel il Vecchio dipinge uno dei suoi capolavori: La salita al Calvario, reinterpretazione fantastica della Passione ambientata nelle Fiandre del XVI secolo, con il Golgota che diventa un paesaggio campestre belga cupo e brulicante di persone, i soldati romani sostituiti dalle tonache rosse dell’Inquisizione spagnola, il Redentore in secondo piano in mezzo a una folla indifferente e desiderosa solo di assistere allo spettacolo della sua fine, un mulino che sovrasta la scena abitato forse da un Dio confuso e impotente. Un’opera dal forte taglio narrativo oltre che figurativo, che con la sua essenza racconta una storia, anzi, tante storie che vanno a convergere su un unico palcoscenico. Polonia, 2011: il regista e videoartista Lech Majewski, da sempre appassionato delle opere di Bruegel, decide di trasformare il suo quadro in un film: lo fa ispirandosi all’analisi che il critico d’arte Michael Francis Gibson aveva fatto del dipinto originale, ma soprattutto usando la tecnica dei tableaux vivant, introducendo il pittore stesso, i suoi personaggi e lo spettatore in un universo fantastico in cui scenografie naturali, pittoriche e digitali si fondono senza soluzione di continuità, e in cui i confini tra i contesti e i linguaggi sfumano.
La contaminazione tra il linguaggio della pittura e quello del cinema, comprese le loro declinazioni più recenti, in opere dal forte taglio autoriale, non è certo una novità nella Settima Arte; così come non lo è la riutilizzazione del gusto pittorico per far letteralmente rivivere epoche passate, filtrato attraverso un uso espressivo delle nuove tecnologie e del digitale. Un’opera come I colori della Passione si muove dunque, in un certo senso, su un sentiero già tracciato: non solo da un maestro come Andrei Tarkovsky, che già nel 1974 aveva “citato” Bruegel in quadro vivente inserito nel suo film Lo specchio, ma anche dalle più recenti, moderne sperimentazioni di registi quali Eric Rohmer e Aleksandr Sokurov, che in opere come La nobildonna e il duca e Arca russaportavano avanti quest’opera di compenetrazione e reciproca fecondazione tra linguaggi, tra passato e futuro, tra estasi della creazione pittorica e un cinema che fa un passo fuori dai suoi confini per iniziare a mutare in qualcos’altro. Non è un caso che Majewski sia videoartista prima che regista cinematografico, non è un caso la natura transmediale del suo lavoro, il suo interesse per il teatro e la scrittura (quando già le opere di Bruegel avevano in sé elementi narrativi e teatrali insieme), l’eclettismo rigoroso e insieme immaginifico delle sue opere.
Un film come I colori della passione, però, sposta l’asticella della sperimentazione di un passo più in là, rende ancora più esplicito il concetto di contaminazione, più sfumati i confini, più palese e quasi esibita l’assenza di punti di riferimento per lo spettatore. L’alter ego cinematografico dell’artista fiammingo (un Rutger Hauerche al cinema ha ancora tanto da dare) si muove su un paesaggio che è esso stesso pittorico, entra ed esce con disinvoltura dalla sua stessa opera, blocca il tempo (così come l’occhio dello spettatore/osservatore si sofferma su un particolare sempre nuovo nell’universo umano del suo dipinto, per poi riprendere la sua mai sazia esplorazione) grazie all’intervento di un mugnaio-dio che è sua diretta emanazione, ma che osserva dall’alto del suo mulino la tragedia umana che si dipana sotto i suoi occhi con la stessa, atterrita impotenza. Uno sgomento condiviso nello sguardo dell’amico e collezionista d’arte Nicholas Jonghelinck, interpretato da Michael York, e che diventa dolore sordo, incapace di darsi una risposta che vada al di là dell’interpretazione messianica, dell’intensa Maria Vergine a cui dà il volto Charlotte Rampling. Figure, volti, di un dramma che travalica le epoche, le nazioni e le forme artistiche, e che chiama direttamente lo spettatore ad un’immersione totale, che per una volta (ed è questa una delle scommesse vinte dal film) non ha bisogno del 3D per funzionare. Il “risveglio” finale, la fuoriuscita dal quadro con la lunga carrellata sulle opere di Bruegel, non è solo una sorta di firma da parte del regista: è anche la sottolineatura, per lo spettatore, di aver appena vissuto un’esperienza del tutto peculiare, forse di non immediata assimilazione in tutte le sue sfaccettature, ma certo di grande spessore estetico ed intellettuale.
Di Marco Minniti, da movieplayer.it

Questo film nasce dalla sensibilità artistica di Lech Majewski, il quale dopo aver letto ‘The Mill and the Cross’, dello scrittore e critico d’arte Michael Francis Gibson, ne rimane talmente colpito da decidere di realizzare un’opera cinematografica, ricorrendo alla tecnica dei tableau vivant.
Il libro analizza il dipinto ‘La salita al Calvario’ di Pieter Bruegel e Majewski rende omaggio al maestro fiammingo dedicando al quadro un intero film. Vi si narra la messa in opera del quadro da parte del pittore stesso (Rutger Hauer), intento a fermare su tela attimi di vita quotidiana.
Ci sono la famiglia del mugnaio, un viandante, due giovani amanti e la gente del villaggio, tutti affaccendati e poi i soldati dell’Inquisizione spagnola e la rappresentazione della Passione di Cristo.
La carriera artistica di Lech Majewski inizia sul finire degli anni ’70, catturando subito l’interesse di pubblico e critica. I suoi lavori di video-arte sono stati esposti in prestigiosi musei internazionali. Con “I Colori della Passione” è stata fatta un’installazione al Louvre di Parigi, al National Gallery di Londra, alla Biennale di Venezia e al MoMA di New York, arrivando fino in Giappone e dimostrando di piacere ovunque. Il film è stato presentato in numerosi festival e dopo la partecipazione al Sundance Film Festival è stato acquistato per essere proiettato al cinema.
Di questa evoluzione il regista è rimasto sorpreso e piacevolmente soddisfatto. Oggi sono 55, Italia compresa, i paesi in cui il film è stato proiettato. Il regista, da sempre interessatosi all’arte e a tutto ciò che le gira intorno, ha dichiarato: “A me piace incontrare l’artista, non mi interessano i gangster. Questo pittore mi ha colpito moltissimo, non poteva essere diversamente perché ho sempre avuto un rapporto con l’artista”.
Per la sua complessità tecnica ci sono voluti tre anni di lavoro.
Dall’incontro tra pittura e digitale è nato un arazzo bellissimo e suggestivo, nel quale si vedono muovere una moltitudine di personaggi sui quali sono stati creati splendidi giochi di luce.
Il regista segue ogni figura, da quella centrale a quella esterna, dalla principale alla secondaria, la cui posizione (nei quadri del pittore) non è mai scontata. “Bruegel è un grandissimo narratore, nascondeva il protagonista ponendolo in secondo piano, di lato o sullo sfondo” – spiega Majewski – spingendo lo spettatore a cercarlo e a osservare ogni parte del quadro.
Il regista nota come la cultura dell’epoca fosse molto più contemplativa – aspetto che ha profuso a piene mani nel film, fatto più dalle azioni e dal lavoro dei personaggi che da parole, e in alcuni momenti si avverte una sospensione temporale data da movimenti di macchina che innalzano lo spirito.
Tra i tanti simboli nascosti, vi si nota subito una forma di pane posta da una donna sulla propria pancia. Il pane ha un duplice significato: simboleggia il Corpo di Cristo ed è un gesto di buon auspicio.
All’epoca, infatti, le donne incinte erano simbolo di bellezza. Con “I Colori della Passione” lo spettatore si fa testimone di ciò che accade. Majewski dirige lo sguardo e invita a vivere un’esperienza incantevole e strabiliante.
Ha trovato un nuovo modo di rappresentare l’arte nella cinematografia, permettendo non solo di abbattere ogni barriera fisica facendo entrare lo spettatore nel dipinto, ma di assistere alla narrazione basata sulle figure ivi ritratte. È un film contemplativo e ricco di suggestioni, che piacerà a chi ama l’arte e a chi occasionalmente l’apprezza.
Di Francesca Caruso , da cinemalia.it

Chiunque non soffra della sindrome di Stendhal, anche se di arte e dintorni non è un appassionato, dovrebbe andare a vedere I colori della passione. Una pellicola sui generis e magnetica (premiata in diverse kermesse, un successo al Sundance Film Festival) che consente di vivere la genesi di un capolavoro. Non la mera crono-storia di una tela rapita all’oblio. Bensì la vita che ruota intorno al quadro, trasmessa all’opera, in una sorta di osmosi fra umanità e materia, resa bene dal maquillage digitale voluto dall’eccentrico Lech Majewski che al progetto ha dedicato quattro anni. Dove i volti dei figuranti, e dello stesso autore, vengono ripresi pedissequamente nel dipinto. 
Tuttavia, La salita al Calvario possiede – storicamente innanzitutto – un valore simbolico portentoso. Le sofferenze, la “Passione” di Cristo, rivissuta da un’intera popolazione vittima di una guerra (ironia della storia) religiosa. Sugli scudi la performance di Rutger Hauer, apprezzabili i comprimariMichael York e Charlotte Rampling.
Di Edoardo Trimboli, da film-review.it

1564. Il pittore Pieter Bruegel il Vecchio (Rutger Hauer) completa uno dei suoi quadri più famosi, La salita al Calvario, nella quale rappresenta la crocifissione di Cristo riadattandola al suo periodo storico, con un’ambientazione nelle Fiandre ai tempi del dominio spagnolo. La dura repressione religiosa imposta da Filippo II si riflette sulla vita dell’intera comunità, osservata qui nei piccoli istanti di una quotidianità turbata dagli eventi.
Spesso gli artisti del passato sono oggetto di rivisitazioni cinematografiche, a volte con riuscite trasposizioni in grado di unire storia e spettacolo, altre incacaci di leggere a fondo nell’anima dell’uomo dietro il mito. Il regista polacco Lech Majewski, conosciuto dai più strenui amanti del cinema d’autore e vincitore di molti premi per le sue opere passate, sceglie però un’altra via per raccontarci una figura importante nel campo pittorico come Peter Bruegel, definito da molti critici come “il pittore dei contadini”. Si stacca infatti dalla classica struttura narrativa della biografia per raccontare la genesi di una delle sue opere più importanti, in una maniera sperimentale ma ricca di un grande fascino visivo.
Sin dai primi istanti si comprende di assistere a un film particolare: osservare il protagonista immerso letteralmente, con altri figuranti, all’interno del suo stesso dipinto è un’immagine che è ricca di un immenso magnetismo, che non si spegne con essa ma continua per tutta la visione, con il suo apice nell’intenso e immaginifico finale. La storia si dipana nel racconto di piccoli gesti di persone comuni, da un semplice ballo improvvisato al risveglio all’alba di una famiglia numerosa. Importantissima diventa quindi la fotografia, che gioca le sue carte migliori sul contrasto cromatico che si crea in questi veri e propri “quadri in movimento”, la cui immensità visionaria è ampliata da lunghi piani sequenza. Majewski ha studiato alla perfezione le inquadrature, sempre suggestive e in grado di immergere appieno nelle atmosfere plumbee, quasi sognanti del racconto, che ben presto tende a una maestosa tragicità, emozionando soltanto con l’uso dell’immagine. I dialoghi stessi sono limitati al minimo, e vengono pronunciati soltanto dai tre protagonisti principali, lo stesso Bruegel, un nobile suo amico e la madre di un prigioniero prossimo alla crocifissione. Nonostante interpretazioni apparentemente passive, visto che questi si limitano a osservare il mondo circostante, traspare da esse grande intensità, merito sicuramente dei tre grandi interpreti chiamati dal regista: e se Rutger Hauer e Michael York si dimostrano invisibilmente perfetti, la novella Maria di Charlotte Rampling vale da sola il prezzo della visione. I colori della passione è un’opera meditativa, giocata su tempi lunghi e infiniti silenzi, sulla sontuosità dei paesaggi, ibridi tra realtà e disegno, e sull’importanza del rapporto tra la vita e la morte, mai così legati soprattutto in un mondo cupo e dominato dalle ingiustizie. Un mondo sconosciuto nella sua più reale essenza, qui rappresentata con una crudeltà poetica toccante e spaventosa al contempo.
Commento Finale:
Pittura e Cinema in un’estasi visiva e contemplativa di magnetica bellezza. Rutger Hauer, Michael York e una sublime Charlotte Rampling osservano le bassezze e le crudeltà di un tempo e di un mondo lontani, in cui la persecuzione religiosa dominava sulla vita e la morte degli uomini. Come a creare ogni volta un piccolo quadro in movimento, la regia di Majewki regala sequenze suggestive e intense, in grado di rimanere impresse proprio come le opere stesse di Pieter Bruegel il Vecchio. 
Di Maurizio Encari , da everyeye.it

Nel raccontare la realizzazione della grande tela di Bruegel, La Salita al Calvario, l’artista e regista Lech Majewski lavora in un territorio di confine fra cinema narrativo e videoarte. Animato dall’ambizione di spingere lo sguardo sia dentro il dipinto che all’interno del suo processo creativo, il film cerca il punto di sutura fra elementi difficilmente conciliabili quali la qualità fotografica e quella pittorica dell’immagine e l’opposizione fra stasi e movimento. Il primo contrasto viene risolto attraverso una stratificazione visiva che compone riprese dal vivo e riproduzioni del dipinto, in cui l’utilizzo della computer grafica convive con una ricerca certosina delle location più adatte per caratteristiche cromatiche. Il risultato, che ha richiesto tre anni di lavoro (e che ricorda in parte gli esperimenti di Rohmer in La Nobildonna e il Duca), crea un senso di sospensione spazio-temporale dei personaggi che a tratti sembrano galleggiare nell’ambiente, abitanti inconsapevoli di una video installazione. Il problema dell’immobilità invece non viene aggirato, ma esibito in sontuosi tableaux vivants, brillanti arazzi in cui il mondo contadino che circonda Bruegel (interpretato da Rutger Hauer) si pietrifica a beneficio dell’occhio del pittore.
Anche sul piano narrativo il film cerca di entrare in risonanza con l’universo del quadro: le vite dei personaggi che posano per il pittore sono descritte come una teoria silenziosa di gesti quotidiani ed umili, immerse in un profondo silenzio. Solo la violenza dell’invasore spagnolo riesce a intaccare questo mondo rarefatto, che Majewski racconta con il senso della minuzia propria dei pittori fiamminghi. Forse è qui la vera magia del film, più che nello sforzo esercitato sulla costruzione dell’immagine; nella capacità di imprimere un senso di trascendenza a realtà concretissime e all’apparenza insignificanti (anche dal punto di vista estetico). Allo stesso modo il programma di Bruegel è quello di ambientare la passione di Cristo nel mondo a lui contemporaneo, di cui evidenzia l’indifferenza per la tragedia in corso, speculare all’incapacità del suo popolo di reagire alla persecuzione cattolica.
All’interno di un progetto estetico così spiccatamente intellettuale non stupisce che a essere sacrificata sia la capacità di agire dei personaggi principali. Non attori, ma testimoni della Storia, che siano il mercante colto indignato per la sorte del suo paese (Michael York) o Maria (Charlotte Rampling) che piange il figlio torturato. Lo stesso Bruegel non è che un artista-intellettuale, un osservatore che raccoglie quello sdegno e quel patimento e li fissa in un attimo eterno. È probabile che il regista si identifichi con la minuziosità dell’artista e con la sua capacità di organizzare le immagini in simboli. Raramente al cinema la “trama” di un dipinto, il suo universo concreto e simbolico, è stata sviscerata con tanto rigore. Ma sicuramente la “passione” cui allude il titolo italiano non è da riferirsi a un eventuale furore creativo del grande pittore, e può essere invece interpretata solo in senso cristologico. Nell’afflato mistico che scorre sulla parte finale del film, la stessa natura creatrice dell’artista sembra trasfigurare in una concezione dell’arte come testimonianza, intesa in un senso propriamente religioso. 
Di Francesco Giulioli , da sentieriselvaggi.it

Un’arte moderna e relativamente recente come il cinema non puo’ non condividere una spiccata complicita’ nei confronti di una disciplima antica come l’uomo, ovvero la pittura. 
Lo straordinario “affresco” cinematografico di Majewski ne e’ la piu’ evidente e sbalorditiva dimostrazione: un cinema girato dentro un quadro piu’ che un semplice film sulla gestazione di una tela; uno studio approfondito in cui le ossessioni e lo spiccato spirito di osservazione del grande pittore fiammingo Bruegel vengono dimostrate come all’interno di uno dei suoi capolavori piu’ noti (La salita al Calvario), come se la struttura “a ragnatela” della complessa moltitudine di gente che popola l’opera, nonché ogni minimo particolare paesaggistico, dalla celebre roccia su cui si erge il mulino al cerchio della morte, fossero davvero parte di un paesaggio vivente che l’autore si appresta quasi pedissequamente a rappresentare.
Ma nel’opera cinamatografica emerge pure la complessa ironia del grande pittore e il film si trova a dover rappresentare sia un paesaggio del (nel) contesto del quadro da cui e’ tratto il soggetto, sia una passione di Cristo in cui i carnefici sono proprio quegli Spagnoli violenti ed arroganti che flagellavano le terre fiamminghe nella seconda meta’ del 1500; e fra un Cristo che rimane anonimo e di secondo piano (proprio come nel quadro e nonostante la centralita’ della sua figura, nel dipinto e nel film) sul popolo, sulla Madonna costernata, sui volti dei personaggi minori, si incentra l’opera di scavo psicologico dell’artista (e di conseguenza del regista), fino a salire su in alto, quando la macchina da presa ci conduce agile e determinata sulle pendici della rocca dove un Dio-mugnaio da inizio — la mattina presto, primo tra i lavoratori a levarsi in piedi — al complesso meccanismo che portera’ alla macina del grano e alla produzione del pane della vita.
Siamo dalle parti del miglior Greenaway, di quel folle e geniale divagatore delle maniacalita’ e fobie umane che ha da tempo capito che il cinema e’ prima di tutto la nuova forma di arte visiva che puo’ rendere prima di tutto giustizia all’immagine, anche a scapito del corso narrativo, che puo’ essere comunque un optional importante ma non determinante.
E in tutto questo apparire, il bel volto nonostante tutto ancora giovane di un Rudger Hauer dai seducenti occhi cerulei, o quello della sofferta Madonna anziana di Charlotte Rampling o ancora quello imbolsito di un Pilato-Michael York che predica bene ma poi, come ben sappiamo, se ne lava le mani, sono splendidi dettagli tra i mille volti, tutti protagonisti, di una folla di oppressi ed oppressori che popolano in realta’ non solo l’età di Bruegel o l’epoca di Cristo, ma tutte le epoche della infelice e corrotta esistenza umana sulla terra.
D Alan Smithee, da cinerepublic.film.tv.it

Un’opera complessa quella che il regista polacco Lech Majewski realizza con “I colori della passione”, film al quale sarà necessario accostarsi se disposti ad abbandonarsi per un’ora e mezza ad un’atteggiamento di pura ed intensa contemplazione, che non implichi però la sospensione delle proprie attività di giudizio, di percezione, di analisi: la percezione sensoriale non viene infatti scoraggiata dal largo uso di effetti speciali all’avanguardia che facilitano l’immersione dello spettatore, ma è tesa ad amplificare le sensazioni visive ed uditive sollecitando nel contempo la capacità di riannodare i fili narrativi presenti nel film seguendo chiare indicazioni progettuali e concettuali, fin dalle prime scene con cui siamo invitati ad un viaggio di esplorazione e comprensione dell’opera pittorica realizzata intorno al 1564 dal pittore fiammingo Peter Bruegel il Vecchio, “Salita al Calvario”.
Le potenzialità immersive delle nuove tecnologie di riproduzione visiva applicate alla cinematografia sono piegate però ad esigenze spettacolari che non sono facilmente inquadrabili nel contesto delle tendenze a noi note di fruizione e di consumo. Il tentativo infatti sembra essere quello di ricreare le diverse modalità di contemplazione e di percezione strettamente legate non solo all’opera d’arte pittorica come genere artistico peculiare, ma anche e soprattutto al concreto periodo storico in cui si consumò l’esperienza artistica di Bruegel.  Se questo da un lato rende la visione impegnativa, dall’altro costituisce forse la sfida più interessante che il film propone, attraverso una complessa sceneggiatura ispirata alla lettura del dipinto proposta dal critico Michael Francis Gibson: il regista allestisce una serie di tableaux vivant, integrando soluzioni scenografiche digitali, naturali e pittoriche restituite attraverso efficaci inquadrature totali e suggestivi campi lunghi e seguendo così, dall’alba al tramonto, il caos, la disperazione, la laboriosità, gli affetti della vita quotidiana di singoli personaggi e gruppi di personaggi che da punti differenti arriveranno ad assumere poi la posizione in cui il pittore, presente sulla scena insieme all’amico e collezionista d’arte Nicholas Jonghelinck, li ritrarrà sulla sua tela affollatissima consegnandoli all’eternità dell’arte. Capiremo così secondo quale criterio la scena di Cristo portatore della Croce arrivi a confondersi, e perdersi, nella vita e nel destino di questa colorata e caratteristica folla di contadini delle Fiandre, e cosa giustifichi la loro stessa presenza sulla scena.
L’assenza di una narrazione e di una trama coerente e di un approfondimento psicologico dei personaggi è stato forse l’elemento che ha fatto etichettare il film come poco cinematografico, e tale impressione può essere forse acuita dalla preponderante assenza di dialoghi (non del suono però): il valore dell’impresa di Majewski va ricercato altrove, nel suo mettere in scena, attraverso una raffinatissima operazione intellettuale, il significato delle poche battute con cui il pittore e Maria rivelano il proprio sguardo sul mondo, ri-donando in modo del tutto originale e rivoluzionario respiro di vita e sostanza alla staticità della tela bidimensionale e portando lo spettatore alle origini e nel profondo del segreto della creazione dell’opera d’arte. L’incidere soave e riflessivo di Bruegel, demiurgo che si aggira nell’universo rielaborato simbolicamente dalla sua creatività, appare così quasi un miracolo ai nostri occhi, un piacere della mente che si concede la fantasia di vedere il creatore immerso nella sua stessa creazione, e di vederlo mentre pensa, elabora e ci apre le porte alla comprensione del senso.
La scena in cui Bruegel contempla il movimento del ragno sulla tela è, in questo senso, emblematica e prepara poi lo spettatore all’emozionante spiegazione della struttura del dipinto, in cui tecnica visiva e concetto filosofico si integrano perfettamente. Imitando la perfezione dei ritmi e delle strutture della natura, creazione perfetta, il pittore dispone sulla tela pittorica i suoi soggetti come su una tela di ragno, assegnando a ciascuno di essi un ruolo chiave in quella che è si allegoria, ma non idealizzazione, essendo fortemente radicata nell’osservazione concreta e nella compassione verso i patimenti del genere umano.
Meraviglia e stupore sono solo due dei sostantivi con cui possiamo definire le sensazioni che “I colori della passione” procura, dando sostanza e consistenza alla materia cromatica; la meraviglia, ad esempio, delle scene in cui seguiamo due taglialegna nel bosco: le transizioni da un’inquadratura all’altra sembrano essere architettate per dare la sensazione che le vivide immagini scaturiscano da veloci e sapienti pennellate, proprio in quel momento, davanti ai nostri occhi e al passaggio dei taglialegna, tanto che, quando uno dei due si accosta ad un tronco, toccandolo, ci sembra quasi di comprendere, pienamente, e condividere, il miracolo del gesto di chi, per la prima volta, scopre il mondo intorno a sé.
Nel processo di ri-mediazione che vede i nuovi media competere con quelli considerati tradizionali nella costruzione, trasmissione e negoziazione del senso della realtà ci sembra che “I colori della passione” si ponga come un interessante esperimento e spunto di riflessione sulla contaminazione fra differenti modalità di rappresentazione, non limitandosi solo ad un esercizio formale o ad un ri-presentazione dell’opera d’arte: immergendo costantemente lo spettatore nel dipinto e sfruttando il complesso delle sue qualità simboliche e visive, il cinema di Majewski sviluppa al contempo un linguaggio originale, autonomo, completo, irriducibile all’uno e all’altro medium, e, partendo dall’opera d’arte, arriva ad essere in modo nuovo e diverso ancora arte, sublimata esperienza visiva nell’incanto e nella perfezione formale di ogni specifica e singola scena ed inquadratura, e nell’elaborata architettura concettuale che restituisce sullo schermo la peculiare concezione artistica e filosofica di Bruegel.
Sinossi:
Uno degli artisti e cineasti più avventurosi e ispirati di oggi, Lech Majewski, invita lo spettatore a vivere dentro all’epico capolavoro del maestro fiammingo Pieter Bruegel, La salita al Calvario (1564): la tela riproduce la Passione di Cristo ambientando la scena nelle Fiandre del XVI secolo, sconvolte dalla brutale occupazione spagnola. Il protagonista della narrazione è il pittore stesso intento a catturare frammenti di vita di una dozzina di personaggi: la famiglia di un mugnaio, due giovani amanti, un viandante, un’eretica, la gente del villaggio e i minacciosi cavalieri dell’Inquisizione spagnola.
Da cinematto.it

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