HUNGER



Steve McQueen. Si chiama curiosamente come l’eroe del vecchio cinema hollywoodiano, ma proviene dalla Gran Bretagna l’esordiente regista di “Hunger” (letteralmente “fame”), che si presenta come un vero e proprio pugno di celluloide nello stomaco dello spettatore.
Ambientato all’inizio degli Anni Ottanta, infatti, il lungometraggio racconta la rivolta attuata nel carcere nordirlandese di Maze dai detenuti dell’IRA (Irish Republic Army), i quali, al fine di costringere il governo inglese a conferire loro lo status di prigionieri politici, prima diedero il via ad uno sciopero dell’igiene, poi della fame, su iniziativa di Bobby Sands.
E, immerso nella bella fotografia di Sean Bobbitt (“Baciate chi vi pare”), ricca di contrasti e spesso caratterizzata da toni cupi, è il Michael Fassbender recentemente visto nell’horror “Eden lake” (2008) a incarnare quest’ultimo, impegnato a manifestare il proprio corpo quale strumento di protesta, fino ad una shockante ultima parte in cui viene mostrato perfino il suo progressivo deperimento fisico.
Ultima parte a cui si giunge soltanto dopo aver assistito ad un tanto crudo quanto realistico resoconto in cui McQueen, senza dimenticare colte analogie (si pensi alla sequenza del topo o a quella con la mosca), lascia parlare prima le immagini, tra celle talmente sporche che sembra quasi di avvertirne il puzzo al di fuori dello schermo, il lungo e inquietante corridoio del penitenziario e le violenze inflitte sui detenuti, caratterizzati da nudità tutt’altro che infarcite di carica erotica, poi i dialoghi, nel corso del lungo e coinvolgente confronto verbale tra il protagonista e padre Moran, interpretato con la consueta professionalità dal Liam Cunningham de “Il vento che accarezza l’erba” (2006).
Lungo e coinvolgente confronto verbale che, realizzato quasi senza stacchi di montaggio, permette di valorizzare ulteriormente la superba prova degli attori, mentre trova una spiegazione la più volte accennata tematica della corsa, simbolica e di grande importanza per la vicenda raccontata.
Non a caso, si è aggiudicato a Cannes la Caméra d’Or nella sezione Un certain Regard.
La frase: “Il crimine politico, la violenza politica, non esistono”.
Di Francesco Lomuscio , da filmup.leonardo.it

Dopo il successo di critica di “SHAME”, che ha fruttato a MICHAEL FASSBENDER il premio come migliore attore a Venezia 68, arriva finalmente nelle sale il pluripremiato “HUNGER”, opera prima del regista londinese STEVE MCQUEEN (vincitore della Camera d’Or a Cannes).
Girato con uno stile minimalista, che predilige lunghi piani sequenza composti da un’unica inquadratura fissa e parecchie elissi narrative, “Hunger” racconta con crudo realismo il calvario personale di Bobby Sands(Fassbender), attivista dell’IRA che nel 1981 guidò i detenuti della prigione di Long Kesh in uno sciopero della fame per ottenere dal governo britannico lo status di prigionieri politici. McQueen indugia spesso e volentieri in particolari raccapriccianti, come le celle costantemente cosparse di feci – uno dei metodi utilizzati dagli attivisti, che rifiutavano anche di lavarsi – nonché piaghe, ferite, lividi, sangue. 
E d’altra parte, il corpo è sempre al centro della messa in scena di McQueen: un corpo umano straziato dalle botte, dalla fame, dalle infezioni, lacerato tanto quanto quello dell’Irlanda del Nord, divisa dalle lotte intestine tra cattolici e protestanti, ma anche tagliata in due da una frattura che ne dilania la storia. Il film si apre sul particolare della mani piene di lividi di Raymond Lohan(Stuart Graham, foto sopra), un secondino del carcere specializzato nelle pene corporali. Il regista lavora, come detto, di sottrazione, ci mostra solo questo individuo dall’esistenza banale mentre si alza, si veste, fa colazione e prende l’auto per andare al lavoro. Ma le sue mani, quei lividi sulle nocche, assumono un significato completamente nuovo quando accostate alle figure dei detenuti, i volti tumefatti, il corpo sanguinante.
McQueen sceglie coraggiosamente di introdurre il protagonista solo dopo venticinque minuti di film, nei quali si è concentrato su altri due detenuti, quasi a voler sottolineare quanto questa non sia solo la storia o la tragedia personale di Bobby Sands, ma di tanti altri ragazzi come lui. Però attenzione: il regista non li dipinge sotto una luce positiva, ma nemmeno negativa. Sceglie un’obbiettività, un rigore clinico che però risulta ancora più efficace nel calare lo spettatore nell’inferno del carcere, e nelle vite di queste persone disposte a tutto, anche a morire, pur di raggiungere un ideale.
Fassbender è eccezionale nel ruolo di Sands, e si capisce facilemente come mai sia esploso dopo questo film. Nel suo sguardo c’è una fermezza lucida, il suo corpo è un fascio di nervi e la dieta con cui è dimagrito per filmare la parte conclusiva del film farebbe invidia al miglior CHRISTIAN BALE. Sands diventa quasi un Cristo, ferito, avvolto in un lenzuolo e gracile come una piuma. Ma il piatto forte è un piano sequenza di diciassette minuti, in cui Sands parla con un prete (LIAM CUNNINGHAM) e gli illustra il suo punto di vista, spiegando perché abbia deciso per lo sciopero della fame. La scena è girata con la macchina da presa fissa, e per gli attori è stata una bella sfida: Fassbender e Cunningham hanno addirittura vissuto insieme per un periodo, nel quale la provavano dalle dodici alle quindici volte al giorno. Il risultato è una sequenza ipnotica e fortissima, biglietto da visita eloquente di un grande film.
Di Marco Triolo, da film.it

Pare che qualche cosa si sia mossa finalmente intorno allo straordinario esordio cinematografico di  Steve McQueen, uno dei più significativi di questi ultimi 10 anni (parlo ovviamente dell’ottimo risultato raggiunto con Hunger, vincitore per altro di una più che meritata Caméra d’Or nella sezione Un certain regard del Festival di Cannes di qualche anno fa) e che ci siano adesso buone prospettive per una sua visione allargata. Bisognerà vedere però come sarà effettivamente fatta la sua distribuzione in sala, e in quante città riuscirà poi ad approdare davvero (in base al numero delle copie che saranno rese fruibili e alla disponibilità degli esercenti a “rischiare”, visto il disinteresse crescente del pubblico pagante per il cinema di qualità), e soprattutto che tenuta gli sarà poi di fatto garantita, poiché per il momento è difficilissimo azzardare pronostici: non lo si vede ancora troppo in giro e se continua a circolare un po’ marginalmente, lo fa in forma semiclandestina e soltanto in qualche rassegna “specializzata” sponsorizzata dalle realtà d’essai delle città più organizzate e sensibili. Ricordo comunque agli interessati, che il film è anche reperibile in rete (in versione originale sottotitolata in italiano). Credo anzi (o almeno lo spero) che sia stato proprio attraverso tale fonte che una pellicola così importante ma  poco considerata dal “sistema cinema Italia” abbia già potuto  “godere” di un contatto e un rapporto più capillare col pubblico, certamente superiore a  quello che gli era stato garantito dal suo semplice e un po’ frettoloso  passaggio da un festival sia pure prestigioso come quello di  Cannes (comunque sempre un po’elitario e abbordabile soprattutto dagli “addetti ai lavori” e da pochissimi altri fortunati).
Quello di Steve McQueen (e ne abbiamo avuto una conferma anche con il successivo Shame)  è un cinema tutt’altro che schematizzato, che privilegia spesso l’enfasi dei dettagli, poggia la sua forza sulla potenza di un impatto visivo di insolita ed eccezionale levatura e sulla rarefazione dei dialoghi, visto che la sua linfa vitale si nutre anche di frequenti e prolungati silenzi sorretti però da movimenti di macchina a volte frenetici, altri più sussiegosi, finalizzati a privilegiare un particolare, un volto, un corpo, un gesto, e dove le parole diventerebbero assolutamente “sussidiarie” alla più esplicita e diretta esposizione empatica anche violenta di immagini spesso tanto crudeli e veritiere da risultare quasi insostenibili allo sguardo che non si peritano a mostrare in tutta la sua tragica fisicità, la carne nuda, degradata e martoriata dei protagonisti presenti sulla scena. Una modalità di rappresentazione tutt’altro che univoca comunque poiché il regista ha poi anche il coraggio e l’intelligenza di modificarsi all’occorrenza in corso d’opera arrivando a dare una forma diversa ma ugualmente “necessaria” al suo racconto filmico: qui ce ne dà una tangibile e significativa dimostrazione pratica  piena di pathos e di partecipazione emotiva, proprio quando decide di “fermare” per un lungo tratto il vorticoso itinerare della macchina da presa per fissarla indelebile nella immobile staticità di una prolungata ripresa a “scena fissa” (a suo modo comunque ugualmente dinamica) durante un “confronto a due voci” serrato e persistente, che non poteva essere affidato altro che alla parola, e che infatti qui vive e si alimenta proprio della  potenza traumatica che solo una sofferta  intensità “verbale” di fortissimo impatto anche drammatico tutta affidata  alla forza affabulatrice del parlato che in altre parti è  invece meno presente e quasi sussidiario.
 McQueen rivela quindi già al suo debutto, un eccellente talento coinvolgente ed appropriato che lavora di fino sulle immagini, con quel suo particolarissimo modo di esporre senza infingimenti, la sopraffazione, la sofferenza fisica, il dramma e la tragedia, e che di conseguenza e nonostante i silenzi, riesce a farlo diventare un film “gridato” quasi fino all’estrema lacerazione della voce, che è già un consolidato e personalissimo “stile di rappresentazione delle cose”  davvero sufficiente a  catapultare da subito il suo nome nel limitato pantheon dei cineasti più interessanti e innovativi del momento.
Il cinema, anche partendo a volte da differenti angolature (che chiamavano magari in causa più che i protagonisti incarcerati, il doloroso “sentire” delle loro famiglie, come  accadeva per esempio – solo per citare il primo titolo che mi viene a mente – nell’altrettanto interessante pellicola di Terry George Some Mother’s Son — Una scelta d’amore per l’Italia — che privilegiava appunto il travaglio interiore e la sofferenza delle madri) si era già provato a raccontare altre volte la vicenda umana e politica di Bobby Sands, esponente dell’IRA morto in carcere insieme a un gruppo di altri suoi compagni di lotta  a seguito dello sciopero della fame durante la cosiddetta “blanked and no wash protest”,  ma a mio avviso nessuno dei registi che aveva affrontato anche con coraggioso ardimento la scottante materia, era riuscito a raggiungere la stessa intensità non solo di impatto, ma anche di denuncia e di coinvolgimento, che ha qui al suo attivo come elemento caratterizzante e catalizzante, proprio la capacità  aver saputo traslare un prepotente atto d’accusa che non perde nulla della sua sconvolgente veemenza , in una vera e propria opera d’arte che lo trasfigura. McQueen è riuscito a farlo proprio scavando e lavorando su quei silenzi a cui accennavo sopra, rinnegando totalmente la retorica, e puntando soprattutto sui dettagli dei corpi impudicamente mostrati, sulla forza degli ambienti e delle facce, utilizzando al meglio il contributo emblematico di attori così partecipativi da  accettare consapevolmente il rischio di trasformarsi alla fine in materiale umano da plasmare, da “martoriare” e quasi disintegrare, con la carne che progressivamente si emacia  e si distrugge fra le piaghe e le pustole di una mancata alimentazione che l’abbandono della cura della propria integrità anche fisica trasforma in devastazione totale e progressiva di una “via crucis” laica che trascina inesorabilmente i suoi protagonisti verso l’agonia e la morte. E’ su questi elementi che il regista spinge il pedale al fine di rendere lo spettatore partecipe anche sensorialmente di un dramma politico e personale che ha la sua principale spinta propulsiva proprio nella inflessibile forza soprattutto morale di un uomo come Bobby Sands, che con il suo estremo sacrificio esposto brutalmente in primo piano, riesce a trasmettere un messaggio davvero inusuale, che è poi quello di essere riuscito a trasformare una protesta magari estrema, ma non inconsueta, in qualcosa di terribilmente simbolico, importante e definitivo: la storia di un uomo che utilizza il suo corpo proprio come un’arma, per ritrovare così – e riaffermare — anche fra le chiuse mura di quella oltraggiosa prigione, un necessario ideale di libertà (anche crudele ed estremo se vogliamo, visti gli esiti finali), da promulgare a costo della vita per far prevalere diritto e dignità.
McQueen è bravissimo anche a lavorare sulle assonanze sollecitate da contrapposizioni a volte molto dolorose e spiazzati, ma anche poggiate su momenti all’apparenza poco significati, ma fondamentali per l’economia generale del racconto, vedi l’insistito “sguardo” che si concentra sul dettaglio delle briciole buttate a terra da uno degli agenti di custodia – personaggio interpretato con tutta la sua gretta tracotanza da un ottimo Stuart Graham — mentre a casa consuma il pranzo preparato dalla moglie (vero e proprio preludio introduttivo al prolungato e sofferto finale del digiuno, ma anche suggerimento quasi subliminale a ciò che intende già da subito indicare il titolo scelto per la pellicola) o anche le sequenze che portano in primo piano i tortuosi corridoi del carcere, le nocche insanguinate delle dita delle mani o il fetore delle piaghe e degli escrementi che diventa quasi una trasmissione olfattiva indotta.
Se per buona parte del film, tutto è dunque affidato al potere delle immagini in un percorso narrativo anche drammatico quasi totalmente privo di dialoghi strutturato rigorosamente, con inquadrature frontali, carrellate e totali devastanti (e dove anche la”colonna sonora” è surrogata e sostenuta soprattutto dal vociare confuso degli agenti, dai rumori di fondo, dalle grida,  dal sordo clangore dei pesanti cancelli di ferro che si chiudono inesorabili intorno ai  prigionieri, dallo scalpicciare concitato dei passi, o persino dalla voce inflessibile, terribilmente autentica e “reale” della Thatcher che lancia dalla radio i suoi proclami), e sono quindi i particolari degli sguardi, delle mani, delle sopraffazioni violente ad essere privilegiati, con quel soffermarsi e indugiare quasi famelico della cinepresa  nel mostrarci prima i corpi nudi dei detenuti, e poi le mura imbrattate delle celle, o anche le laide coperte che tentano inutilmente di proteggere nello spazio esiguo e straziato della sua prigionia il fisico ossuto di un uomo macilento, impudico ma dal fiero sguardo, seduto a terra sporco e infreddolito, che è poi quello prestato (sarebbe più appropriato dire “offerto” però) in modo magistrale al personaggio da un grandissimo attore a quel momento praticamente sconosciuto ai più come Michael Fassbender (che proprio da qui prenderà il volo per una eccezionale carriera duttile e “movimentata” che lo farà diventare una delle “icone” maschili più interessanti, capaci e versatili della cinematografia contemporanea, uno che davvero fino ad oggi non ha praticamente mai “sbagliato un colpo”) per come è stato coraggiosamente disponibile a farsi veramente “macellare” anche nella carne: la sua è un’interpretazione davvero sconvolgente (di quelle che si suol giustamente definire “da manuale”) per la trasformazione fisica a cui ha sottoposto il suo corpo riducendolo davvero “al lumicino” e la marcata, intensissima resa espressiva del suo sguardo intenso e accusativo.
Ed è poi anche e soprattutto la particolare illuminazione (una luce vividamente azzurrina) privilegiata dal regista  per fissare meglio e in profondità nella mente dello spettatore le bellissime e al tempo stesso terribili sequenze del film, a fare davvero la differenza (ottima e di pregio anche la fotografia) e a rendere indimenticabile, indelebile e ancor più scioccante, la percezione di tutto ciò che viene mostrato senza reticenze, nel raccontare proprio le ultime settimane della vita di Sands, il suo progressivo degradare anche fisico verso la morte, con un senso della realtà quasi tattile, ma che sfugge da ogni possibile sensazionalismo anche estetico, filtrato come è dallo sguardo di un “artista” (definirlo solo regista in questo caso, sarebbe a mio avviso abbastanza riduttivo) che osserva e interpreta impietoso per risvegliare il raziocinio pensante del pubblico e che non ha timore per questo – come per altro ho già detto in apertura — di cambiare all’occorrenza e quasi all’improvviso registro e ritmo: se la cinepresa è  stata infatti quasi sempre mobilmente vicinissima ai volti dei detenuti rinchiusi dentro le loro celle o ai corpo a corpo dei pestaggi nei corridoi mostrandosi freneticamente attiva  proprio nelle riprese ravvicinate per rendere palpabili anche le percosse, si staticizza poi coraggiosamente in una lunghissima inquadratura fissa (della durata di una quindicina di minuti) realizzata in campo medio che esalta soprattutto la dilacerata potenza del verbale, e “disegna magistralmente” il senso di uno sfiancante confronto fra Sands  e padre Morant (un altrettanto entusiasmante e centrato Liam Cunningham nel ruolo di un prete schietto e non convenzionale, ma soprattutto stimolante contraltare dialettico e “dibattimentale”) che seduti ai due lati di un tavolo discernono con la radicata passione delle proprie personali convinzioni sciorinando doviziosamente le loro personali punti di vista, diversi, contrastanti e assolutamente inconciliabili. Sono così proprio i concetti, le idee diversificate, lo scambio ideologico di due posizioni incompatibili, ad essere privilegiati n primo piano, affinché possano essere assimilati anche dallo spettatore senza distrazione alcuna per acquisirne il senso nella sua interezza che si può sintetizzare semplificando un poco, come lo scontro frontale delle ragioni della vita e della morte, entrambe irrinunciabili, esattamente come quelle di una protesta, necessaria per l’uno, quanto insensata per l’altro. E qui c’è uno scarto importante sottilmente nascosto nelle pieghe del confronto, perché a un certo punto risulta a mio avviso chiarissimo che non sono più le motivazioni della politica e dei differenti ideali ad essere discusse dai due “contendenti”, ma diventano semmai quelle  private dell’uomo (di ogni uomo) che si rifanno ai ricordi  d’infanzia e al significato della vita ad essere chiamate in causa, ed  ecco che allora il passo si modifica di nuovo e l’inquadratura si stringe  per focalizzarsi  prima sul ravvicinatissimo, intenso primo piano del volto di Fassbender  e poi staccare e concentrarsi su quello analogamente problematico e sofferto di Cunningham, quasi a voler significare che a questo punto il rapporto dialettico non è più fra due posizioni dottrinali (etiche e religiose), ma bensì fra due uomini che hanno fatto scelte differenti che non consentono loro di incontrarsi realmente,  e che proprio per questo, il risultato finale non potrà essere che tragicamente ineluttabile.
Lo straziante ultimo quarto d’ora, ci mostra poi un uomo – il determinato Sands – mentre si consuma fino a morire da solo, di fame, in un carcere irlandese non in un’era lontana, ma bensì nel 1981, e McQueen e ce ne fa pienamente percepire la vergogna…. Una sequenza  “straziata” che ci arriva come un vero e proprio pesantissimo pugno nello stomaco: immagini dolorosissime al limite estremo della sopportazione che solo la sensibilità umana e il talento anche creativo del regista, riescono a farci guardare fino al termine del martirio senza mai distogliere lo sguardo nemmeno per un secondo, consapevoli di assistere a una vera e propria tragedia che è soprattutto umana, e a una straordinaria riflessione sulla libertà e sulla purezza degli ideali da difendere ad oltranza, cosi quel che costi.
Da cinerepublic.film.tv.it

Bobby Sands. Questo nome ai più non dirà niente, ma negli anni ’80 si sentì molto parlare di lui nell’ambito delle lotte per l’indipendenza dell’Irlanda del Nord. Il registaSteve McQueen punta la sua macchina da presa nel blocco H della prigione di Long Kesh, luogo nel quale venivano rinchiusi i pericolosi terroristi dell’IRA. Con quest’opera il director riconferma le talentuose doti mostrate in Shame, anche se cronologicamenteHunger è stato realizzato prima. Stiamo parlando infatti della sua opera prima da regista di lungometraggi, basata su fatti reali quanto storici.
Protagonista è Sands (interpretato da un eccezionale Michael Fassbender), leader del movimento di liberazione all’interno del carcere. Le riprese quasi documentaristiche catapultano lo spettatore all’interno della fortezza e gli mostrano dove e come vivevano questi prigionieri: “Tra sangue e merda”. Le proteste portate avanti per le strade si incrociano con quelle all’interno del penitenziario: qui, in un’escalation di violenza, prima viene attuata la blank protest, a cui segue la no wash protest, a cui mette un punto lo sciopero della fame. E se le reazioni del governo inglese non si fanno aspettare, l’unica cosa che manca è il dialogo. In un mondo che in teoria conosceva già i diritti dell’uomo e la non violenza come forma di protesta, serve la morte di 9 prigionieri per garantire un trattamento dignitoso dei carcerati. Il primo di questi 9 è proprio Bobby Sands.
Non è certo la prima volta che un regista porta sul grande schermo una parte di storia del paese dal quale proviene. Ma la particolarità di questo film è proprio nel modo in cui ha deciso di rappresentare la vicenda. Nelle scene infatti, manca quasi del tutto la sceneggiatura. Scelta azzeccata, in quanto a volte i silenzi dicono molto più delle parole. Esattamente come le foto: non serve una conversazione per far rivivere un momento, bastano le sensazioni che ti suscita l’immagine. Insieme ai silenzi è presente però anche molto rumore. Le urla dei prigionieri quando vengono picchiati, il frastuono dei mobili delle celle schiantati contro il muro per protesta, i manganelli sbattuti contro gli scudi dei poliziotti chiamati per sedare le rivolte.
Un dialogo sostenuto è comunque presente nel film ed è il suo punto forte. Forte come le idee e i pensieri che ne emergono. È una conversazione tra Sands e il prete, chiamato dal leader per informarlo dell’ultimo sciopero della fame, quello che deve essere portato a termine, per portare il termine alla situazione civile e politica. “La libertà significa tutto per me.. Togliermi la vita non è solo l’unica cosa che posso fare, è anche la cosa giusta da fare”. Queste le parole che pronuncia Sands di fronte al prete che non trova nessun’altra buona motivazione per persuaderlo. La macchina da presa si focalizza sui visi dei due conversatori: dai primi piani sugli occhi, sul fumo della sigaretta, sui gesti dei due emerge l’esperienza nel campo della fotografia del movie maker. Ogni singola inquadratura è pensata, nulla è lasciato al caso o aggiunto per allungare il brodo. E’ un lavoro impeccabile.
È la parte mancante in The Iron Lady, il film che ripercorreva la carriera e le scelte politiche di Margaret Thatcher. Nella pellicola di Phyllida Lloyd veniva infatti fuori la temperanza e la forza del primo ministro inglese, anche nel prendere decisioni impopolari. In Hunger, viene fuori invece la ricaduta di tali scelte. Due visioni incompatibili insomma, anche se nascono da uno stesso obiettivo: rendere migliore il paese in cui si vive.
È sicuramente uno dei film più duri che abbia mai visto, per le immagini e per le sensazioni che evocano. Il climax di feroce intensità colpisce lo spettatore e gli provoca dolore, molto più di un film come Diaz – Don’t clean up this blood. Non serve dire altro. Allo stesso tempo però è anche un film tanto suggestivo quanto coinvolgente, anche perché ha tematiche attuali. Da vedere, a stomaco vuoto mi raccomando.
Di Valeria Vinzani, da filmforlife.org

Micidiale. E con un Michael Fassbender clamoroso. Questo il mio primo pensiero martedì, una volta terminata la visione del film. Se siete un po’ deboli di cuore e stomaco forse non fa per voi; ma se avete amato Shame allora non potete perdervi quello che è stato il film d’esordio di Steve McQueen, scultore e fotografo. Hunger racconta la storia di Bobby Sands (Michael Fassbender) l’attivista irlandese dell’IRA incarcerato nel 1977 e deceduto in seguito a uno sciopero della fame nel 1981, a soli 27 anni di età. Un film del 2008, già vincitore di diversi premi, ma che solo quest’anno è stato acquistato dalla BiM production.
Io non sono di certo una critica cinematografica, nè tantomeno voglio calarmi nella parte, ma senza ombra di dubbio mi sento di consigliare fortemente la visione di questo film. Nonostante sia interamente ambientato tra le pareti del carcere di Maze, McQueen riesce a trasmettere in modo molto efficace sia il clima di tensione dell’epoca sia la violenza da parte delle guardie carcerarie, che colpisce lo spettatore nel profondo. Una fotografia meravigliosa, un’accuratezza nei dettagli clamorosa che culmina in quello che poi è il vero nucleo del film: il deperimento fisico di Bobby; il corpo scarnificato, ridotto all’osso e mostruosamente fragile.
Michael Fassbender – “Hunger”
 In questo Fassbender è stato semplicemente eccezionale. La grande capacità dell’attore nel mostrare tutta la forza interiore di Bobby, il suo crederci fortemente nel lungo densissimo dialogo, 16 minuti circa, con padre Dominic Moran che cerca di convincerlo ad abbandonare questo suicido; e subito dopo in maniera dolorosa, sofferente a tratti scioccante tutta la sua determinazione nel portare avanti la “guerra” che lo ha condotto fino alla morte. 
Da bigodino.it

Fa un po’ sorridere, bisogna ammetterlo, parlare di anteprima recensendo un film come Hunger. Ma d’altronde non è nostro interesse intentare alcun processo nei riguardi di chicchessia, solo rendervi partecipi di un’ovvia ancorché evidente sensazione. Come molti sapranno, la pellicola in questione risale al 2008, ed il “povero” Steve McQueen ha messo meno tempo a girare un secondo film (Shame) e presentarlo a Venezia prima di vedere noi la sua opera prima nelle nostre sale. C’est la vie.
Se quindi alcuni (molti) avranno già provveduto, a tutti gli altri non resta che parlargliene di questo Hunger, perché, al di là di tutto, è proprio il caso che se ne parli. Frutto del lavoro di un regista a cui non dispiace ammettere che all’epoca delle riprese fosse pressoché avulso da tante, troppe dinamiche inerenti a questo mondo. “Non avevo mai diretto degli attori fino a quel momento“, ebbe modo McQueen di esternare candidamente alla troupe prima di cominciare le riprese.
D’altro canto, come a breve avremo modo di evidenziare, l’intera pellicola poggia su lunghi silenzi, delegando alle pure immagini il compito di portare avanti la narrazione. Aspetto peculiare della prosa del regista britannico, i cui precedenti lavori sono quasi tutti muti e in bianco e nero – il suo è un passato da video-artista. Il soggetto, poi, è di quelli da trattare con i guanti di seta. L’indipendenza nordirlandese al tempo in cui i diritti dei cattolici ivi residenti dovevano far fronte a restrizioni di un certo tipo, in un regime di palese discriminazione.
Ma non è sulla storia che vogliamo soffermarci, o almeno, non dove non sia indispensabile ai fini della nostra trattazione. Per comprendere la portata degli eventi narrati in Hunger, basta dare la parola allo stesso Steve McQueen:
“Nel 1981 ero un ragazzino e all’eta di undici/dodici anni tre cose hanno lasciato il segno su di me: la Rivolta di Brixton, il Tottenham che vince la FA Cup, un evento fantastico, e Bobby Sands. La sua immagine appariva sullo schermo della televisione praticamente ogni sera, con un sottotitolo che indicava un numero, e mi è rimasta impressa quella determinazione appassionata e il livello di quello scontro alzato fino alla morte a seguito di uno sciopero della fame. Quel ricordo e quella opportunità mi hanno spinto a voler scoprire di più su di lui e ho pensato che la sua figura avrebbe dato vita a un film molto forte”.
Tale e tanta è stata l’entità del gesto estremo di Bobby Sands e di altri nove repubblicani, che la produzione ha voluto fortemente, sotto indicazione del regista, una troupe nordirlandese. Al di là delle specifiche competenze, ognuno di loro era in qualche misura legato a quel triste evento. Sands e gli altri suoi compagni decisero di lasciarsi morire piuttosto che vivere in stato di libertà ristretta – che se non è schiavitù, molto le assomiglia.
Non a caso Hunger tocca l’apice, sotto ogni aspetto, proprio in quell’interminabile pianosequenza di 22 minuti, in cui film muta completamente registro. Pochi, pressoché centellinati i dialoghi, sia prima che dopo questa parte. Ma lì, in quel lungo ed appassionato dialogo tra due straordinari Michael Fassbender e Liam Cunningham, lo schermo illumina la sala di una luce strana e noi, rapiti da quell’alto scambio di botta e risposta al vetriolo, veniamo catturati quasi fossimo altrove. Le fenomenali doti interpretative di Fassbender, impeccabile da qualunque punto di vista lo si osservi, raggiungono qui vette che poche volte nella sua già brillante carriera ha anche solo sfiorato. Quel dialogo sincero, incalzante e sopra le righe con un prete (Cunningham) che, parola di Sands (Fassbender), è davvero undottore di anime.
In fondo la potenza ed il significato di Hunger sta tutto lì, in quel dibattito teologico che spaventa entrambi i contendenti, tanto si sentono scavalcati da questioni così capitali. Nella presa di coscienza che mai, come in quel momento, due uomini così fermamente lontani siano così profondamente vicini. Ciascuno dei due, mosso dalla propria Fede, dalla quale non intendono recedere nemmeno di mezzo passo. Istanti che trasudano una virilità senza tempo; quella che unisce il peccatore senza assoluzione ed il ministro-uomo esperto di vita. Le chiavi di tutto, in mano all’abilità di due soli attori, seduti, uno davanti all’altro, mentre danno vita a qualcosa che trascende la recitazione stessa. Ed è davvero tanto per una sequenza che si gioca tutto solo ed esclusivamente sulle capacità recitative dei due protagonisti.
Basta tenere presente quanto ci siamo soffermati su questa parte della pellicola, riguardo cui le nostre considerazioni non rappresentano che una sintesi, peraltro goffa, di quanto ci sarebbe da scrivere. Ma che, come detto, questo sia l’apice, non vuol assolutamente dire che il resto sia contorno. L’abilità di McQueen nel giocare con le immagini non fa altro che impreziosire quella lunga scena parlata. Prima di essere travolti da quel violento ma pacato “scambio di parole”, il regista inglese costruisce sapientemente un contesto. Non permette che la descrizione di ciò che accade passi attraverso il racconto, diretto o indiretto, di chi ne è coinvolto. Nossignore. Ci mostra realmente, quasi ci trovassimo dinanzi ad un documentario, cosa significava trovarsi all’interno dell’H-block in quell’oramai lontano 1981.
Ed è magistrale l’abilità di McQueen nel lasciar intendere cosa esattamente passi per la testa tanto dei secondini, quanto dei prigionieri. Prigionieri che, proprio per non essere relegati a tale status, hanno combattuto la loro battaglia negli unici modi che avevano a disposizione. Via via sempre più silenziati, hanno preferito vivere circondati da putridi escrementi piuttosto che mollare quell’unica cosa che ancora li teneva in vita. Vita che, arrivati ad un certo punto, diventava tranquillamente spendibile per amore della vita stessa. Un tempo si diceva fosse questa la differenza tra martire e suicida, il cui gesto differiva solo nella prospettiva: il primo a vantaggio della vita, il secondo per rifiuto della vita stessa.
Temi alti, forse anche troppo rispetto a quanto ci compete. Tuttavia il fatto che la visione di una pellicola di questo tipo susciti certi sentimenti, evochi certe questioni, è ampiamente indicativo circa la sua validità. Solo ora ci accorgiamo di non aver fatto menzione della violenza, quella fisica, che in Hunger trova comunque terreno decisamente fertile. Una violenza brutale, che va oltre le manganellate o i pestaggi a sangue. Truci sono ancor più le immagini di un uomo che, per ferma ed inappellabile volontà, opera un’inaudita violenza al proprio stesso corpo, agonizzante per 66 giorni prima di riuscire a scrivere per intero quella parola composta da quattro semplici lettere: FINE.
Da cineblog.it

La sospensione di chi è in bilico. E poi il silenzio: ogni parola rarefatta, a dispetto della violenza che, anche senza le parole, avanza fino all’inverosimile. Entra nei corpi, si cicatrizza nella carne, e dopo fiumi in piena di chi ha tante cose, represse, da confessare, il silenzio della sofferenza. Tutto ciò è il capolavoro di Steve McQueen, Hunger. La storia è quella che conosciamo grazie ad un altro bel film, In the name of father (1994): siamo nell’Irlanda del Nord, quella degli anni Ottanta. All’inizio seguiamo la routine quotidiana della guardia penitenziaria, Raymond Lohan, dal controllo della propria auto ogni mattina in cerca di un qualche ordigno esplosivo, fino al culmine di una giornata di violenze, perpetrate ad oltranza, i cui segni sono ben tangibili sulle nocche delle mani sporche di sangue e doloranti per i pugni inferti ai detenuti. La prigione è quella di Long Kesh, dove ce n’è per tutti i caratteri: dal detenuto dell’IRA, Davey Gillen, che si rifiuta di indossare l’uniforme carceraria, dopo essere stato completamente denudato e provvisto solo di una coperta, e viene rinchiuso in una cella già occupata, fino a Gerry Campbell, che nel frattempo per protesta ha imbrattato le mura di feci. I due inizieranno una convivenza tra colloqui con i famigliari e ulteriori forme di protesta, che culmineranno sempre in pestaggi e forme di coercizione violenta da parte dei secondini. L’ultimo detenuto sarà il ventisettenne Bobby Sands, che da subito si dimostrerà restio a qualsiasi azione intrapresa dai secondini, ne sortiranno brutalità varie, ma invece che piegarsi, Bobby inizierà un drastico sciopero della fame, per protestare contro il governo del Regno Unito, con lo scopo di ottenere il ripristino dello status di prigioniero politico, abolito dal primo ministro di allora, Margareth Tatcher. Lo sciopero della fame intrapreso ad oltranza da Sands il 1° marzo 1981, durato ben lunghi sessantasei giorni, causerà il suo decesso, per inedia, nell’ospedale della prigione. L’annuncio della morte di Sands scatenò all’epoca una serie di rivolte nelle zone nazionaliste dell’Irlanda del Nord. Questo film rappresenta il debutto folgorante di un regista britannico, Steve McQueen, da noi conosciuto attraverso un altro suo meraviglioso film, più recente, Shame (2011). Artista dallo sguardo straordinario, capace di raccontare attraverso la sola fotografia, plumbea e dai contorni luminosissimi, la scabrezza delle scenografie, fortemente descrittive e, soprattutto, capace di scrivere il cinema. Qui, il tema scelto è quello del dolore, personificato in un corpo/attore dalle eccellenti qualità, Michael Fassbender. Il film è scarnificato, come lo stesso corpo del protagonista, anche nei dialoghi, ma possiede un violento e potente impatto visivo/emotivo, ch’è capace di creare un’empatia straordinaria fra visto e vissuto. Insieme a Bobby Sands, tutti si percorre una sorta di via crucis della sofferenza, trasudando rabbia e lacrime. E se solo qualche giorno fa abbiamo fatto la stessa esperienza, attraverso il bellissimo film di Daniele Vicari, Diaz (2012), il film di McQueen é ancora più disturbante, crudo fino a toccare viscere, non per il volgare mostrare di piaghe e botte, quanto per l’esperienza della brutalità dell’essere umano, rispetto ad altri suoi simili. Vedere Hunger è come recarsi in un importante museo di arte contemporanea, attraversando, fino alla fine, la messa in opera dell’orrore umano. Ma è un percorso che si deve poter fare. Abbiamo bisogno di opere che ci facciano sperimentare, faccia a faccia, quello di cui siamo capaci. Solo così potremo esorcizzare, e forse eliminare, la violenza, che raggiunge sempre più vette acute. Infatti, nel film si fa esperienza di visioni, ora inframmezzate dal montaggio veloce, e poi, altre lunghe e coinvolgenti, realizzate quasi senza stacchi. Con le immagini di McQueen si ha un rapporto estremamente fisico, estremo. C’è il forte rischio del rifiuto, dinanzi a rifiuti di corpi, in caduta libera, perché l’unica libertà che rimane, a tutti, è quella di poter disporre almeno del nostro corpo. Facendone l’unica vera arma di ogni genere di resistenza.
Di giancarlo visitilli , da cinerepublic.film.tv.it

Arriva a quattro anni dalla sua uscita anche nelle sale italiane Hunger, il folgorante esordio dietro la macchina da presa di Steve McQuenn, autore anche del recente e lodato Shame. BIM Distribuzione, forse anche seguendo il successo, di pubblico e di critica, della succitata pellicola, decide perciò di portare anche in Italia un’ opera estrema, difficile e controversa, ma che si può tranquillamente collocare nel gotha delle pellicole a sfondo sociale che hanno reso grandi autori come Ken Loach e Stephen Frears. Protagonista pressoché assoluto di questo dramma a tinte forti è uno straordinario Michael Fassbender, ormai lanciato verso una grande carriera, ma ai tempi ancora misconosciuto al grande pubblico.
Il Cinema di McQueen è un cinema di dettagli, di espressioni e silenzi, di parole e forza interiore.Hunger è un’essenza straziante, solo apparentemente astratta ma in realtà saldamente ancorata a un dolore reale, vivo e pulsante, con il quale il regista trasporta con feroce sincerità la vera storia di Bobby Sands, militante dell’IRA, che scelse di morire di fame (in 66 giorni di agonia) piuttosto che scendere a patti e tradire i propri ideali, divenendo una sorta di martire che venne seguito nella tragicità della morte da nove compagni. Un pezzo di storia relativamente recente, in un 1981 dove le rigide convinzioni e i ferri dogmi della Lady di Ferro Margaret Tatcher dominavano in Gran Bretagna. Camera d’Orper la migliore opera prima al Festival di Cannes del 2008, il film vive di scene forti, correlate a una negazione di umanità imposta ai prigionieri, veri e propri animali da macello segregati lontani dal mondo e impossibilitati a sfuggire a quella realtà di depravazioni e violenza. Quando è impossibile vivere, quando ogni giorno diviene una sofferenza troppo grande da sopportare, quando il dolore si rivela un eterno compagno, l’unica soluzione diviene l’estremo sacrificio, l’assunzione a esempio, a simbolo dell’ingiustizia per amplificare la situazione al mondo intero. Mc Queen si sofferma sugli eventi, con lunghe inquadrature fisse che trasmettono un senso di immobilità, di eterna stasi, inquieta quiete che precede una rabbiosa tempesta, messa in atto dai secondini coi metodi più brutali e disumani che un prison movie possa annoverare. Un orrore reale, spaventoso proprio nella sua sconvolgente verosimiglianza, rappresentato magnificamente in una sequenza in cui un poliziotto in tenuta antisommossa piange dietro a un muro mentre i suoi colleghi compiono uno spietato pestaggio. Ma Hunger vive anche di ricordi, di ispirati dialoghi, che trovano il loro apice in quello lunghissimo, girato con un unico pianosequenza, tra Fassbender e il prete di Liam Cunningham (Game of Thrones, Centurion), vera e propria prova di bravura dei due interpreti. E a tal riguardo, il novello Magneto di X-Men – L’inizio sfodera una prestazione encomiabile: devastato nello spirito, e nel corpo, memore letteralmente del Christian Bale diL’uomo senza sonno, rimane una presenza indelebile anche dopo i titoli di coda, protagonista perfetto di un racconto tragico ma doveroso. Un dramma individuale che racchiude in sé la sofferenza di molte anime bruciate da un conflitto, politico e ideologico, che ancora oggi non pare trovar fine.
Hunger brucia dentro, colpisce duro senza far sconti. Steve McQuenn rende in questo modo un omaggio simbolico, ma sentito, alla figura di Bobby Sands, militante dell’IRA che scelse il martirio per portare avanti i suoi ideali. Registicamente implacabile, in un’atmosfera sospesa sempre combattuta tra la paura e la violenza, tra il coraggio e il dolore, un’opera sorprendente e disturbante che finalmente trova spazio anche nelle sale italiane.
Di Maurizio Encari , da everyeye.it

Opera prima del regista britannico Steve Rodney McQueen, “Hunger” è una pellicola violenta e viscerale dalla sconvolgente potenza visiva. Articolata da lenti, chirurgici movimenti della cinepresa, che predilige lunghi piani sequenza per addentrarsi nell’inferno terreno vissuto dai carcerati nordirlandesi, la storia (vera) non lascia respirare lo spettatore: i detenuti irlandesi del carcere “Maze” di Long Kesh chiedono lo status di prigionieri politici mettendo all’opera la “protesta delle coperte” e un radicale sciopero della fame.
La privazione della libertà dell’individuo viene riaffermata attraverso la libertà di disprezzare e affamare a morte il proprio corpo. La negazione imposta nel carcere – la negazione di uno status politico, la negazione di condizioni umane di vita, la negazione della dignità individuale attraverso percosse e violenze -, una negazione che annichilisce la libertà dei soggetti viene combattuta attraverso un’altra negazione, questa volta scelta autonomamente, che porta i carcerati a riconquistare lo spazio della libertà sottratta attraverso la propria distruzione, attraverso la distruzione del proprio corpo. È, oramai, solamente un orpello debilitante la natura fisica dei prigionieri di “Hunger”, un’appendice delle proprie idee che viene mortificata quotidianamente e che solamente nella sua distruzione volontaria, cosciente e libera riacquista la sua natura e funzione venedo tramutato in uno spazio politico. La rivolta è capeggiata da Bobby Sands (sullo schermo con il volto ed il corpo di Michael Fassbender, attore tedesco naturalizzato irlandese, nell’interpretazione che lo consacra nell’Olimpo dei più promettenti interpreti del presente), introdotto come protagonista solo oltre la metà della pellicola mentre prima restava sullo sfondo come uno dei tanti prigionieri lasciando che la camera di McQueen seguisse le vicende legate al celerino Raymond e al neodetenuto Davey Gillen che sprofondava in un pasoliniano girone di sangue e merda. Tre personaggi, tre momenti dentro una violenza feroce che non lascia scampo né speranza alcuna.
Numerose sono le scene di “Hunger” da inserire nei memorabiliacinematografici, ma per questo film non c’è miglior copertina del dialogo di Sands con il prete: più di 20 intensi minuti di cui 17 ripresi in un unico emozionante piano sequenza ed i restanti con un montaggio serrato in cui, nel suo cuore vivo, si apre l’unico momento dialogico e dialettico di un’opera incentrata su mute opposizioni, su confronti che non portano mai ad un oltrepassamento dell’opposizione che separa, ma che schiacciano gli individui nella loro identità. Faccia contro faccia, muro contro muro, morte contro morte. Quello che dal duro dialogo tra Sands ed il prete emerge è la decisione tanto definitiva quanto tragica: 75 detenuti inizieranno uno sciopero della fame fino alla morte, ognuno a due settimane di distanza dal precedente, Sands sarà il primo. Una lunga catena di morte ancorata alla ricerca di un riconoscimento. In una malata e umana Imitatio Christi il protagonista attraversa la sua personale e silenziosa passione senza incontrare il parusiaco avvento della liberazione finale, senza poter arrivare a mondare l’originale peccato dell’essere (se stessi).
Il regista McQueen dirige la sua opera d’esordio, un gioiello invisibile che la distribuzione italiana ci offre a distanza di quattro anni dalla sua uscita, con assoluta maestria e padronanza del mezzo cinematografico insinuandosi nelle crepe di una realtà cruda e violenta, e con sapienza bressoniana riesce a reggere il trapasso della dimensione storica e corale di “Hunger” in quella della tragedia individuale attraverso una virtuosa narrazione ellittica. Non è poco, ma non è abbastanza per rendere merito a questa pellicola che colpisce lo spettatore come un pugno allo stomaco, come un’aggressione selvaggia che non può lasciare indifferenti. Uscito nello stesso 2008 che ha visto il natale anche d’un altro interessante biopic carcerario, il “Bronson” diRefn, “Hunger” impone il dovere di fare attenzione al più che talentuoso Mr.Steve McQueen che replicherà l’eccellente prova registica, ma rovesciando il discorso, con “Shame” (presentato in concorso alla 68.ma Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, 2011) dove il protagonista (ancora una volta Fassbender) giovane, bello e ricco nella New York dalle infinite possibilità si richiuderà nella prigione del proprio corpo.
Di Simone Pecetta , da ondacinema.it

L’esordio cinematografico di Steve McQueen è una pellicola dai toni forti, bella e stilisticamente perfetta. Hunger racconta i drammatici fatti che attraversarono l’Inghilterra negli anni ’80, il braccio di ferro che ci fu tra il governo capeggiato dal Primo Ministro Thatcher e i detenuti dell’IRA. Quest’ultimi fermi nelle loro posizioni di essere dichiarati e riconosciuti prigionieri politici. Ma non è su questo aspetto che si focalizza il film, o meglio, sono le conseguenze di ciò che vengono portate alla luce, perchè quello che Steve McQueen ha voluto evidenziare è stata la realtà che si viveva dentro il carcere di Long Kesh nell’Irlanda del nord, in uno dei famosi H-blocks, il braccio dove i detenuti stavano effettuando la “protesta delle coperte” e quella “dello sporco”, ovvero un incubo sia per i prigionieri che per le guardie.
Proprio da li parte il racconto, cupo, freddo e silenzioso, del film, entrando in questa realtà con gli occhi di un agente che lavora nel braccio, cominciando con la sua vita, sistematica, scandita da ritmi regolari ed abitudini precise, la trasformazione di questa persona che avviene una volta varcate le mura della prigione, dove la sua sistemicità consiste nel pranzo con i colleghi e le atroci e brutali torture ai detenuti. La camera si muove silenziosa e ci fa conoscere come vivono i ribelli, i veri protagonisti di questa storia, con celle allo stremo della decenza, nudi, provvisti solo di una coperta, maltrattati e picchiati, ma nonostante questo fermi nelle loro idee, si destreggiano nei  colloqui con il parentame scambiando fogli e radioline. Uno di loro è Bobby Sands, lo straordinario Michael Fassbender, che darà vita allo sciopero della fame in segno di protesta,  perché “la  libertà è tutto per lui e togliersi la vita non è solo l’unica cosa che può fare, è anche la sola cosa giusta da fare”.
La storia ritrae lo spaccato di vita di quegli anni, e lo fa scaturendo un grande impatto emotivo, dettagliato, un’indagine puntuale che ci mostra cosa si è capaci di fare quando l’unica arma per dimostrare cosa c’è nella tua mente, quali sono le tue ideologie, è il tuo corpo, è te stesso.
Presentato nel 2008 al prestigioso Festival di Cannes, vincendo il premio Camera d’Or, la pellicola è stata un vero successo, sia per il regista che per il suo protagonista, in tutto il mondo, arriva da noi con 4 anni di ritardo trasportato dall’onda mediatica scaturita da Shame. Ancora una volta, (perdonatemi ma avendo visto prima Shame non posso che dire così), McQueen usa il corpo per veicolare gli stati d’animo dei personaggi, poche le parole, significative quelle che ci sono, come il dialogo di Bobby con il parroco che lo va a trovare, dove i due discutono sulla scelta del ragazzo con una vera e propria guerra di battute, dove nessuno ne uscirà vincitore. I toni sono sempre quelli freddi del grigio, il blu scuro, che rispecchiano non solo l’ambiente circostante, ma soprattutto le personalità e i tormenti interiori dei protagonisti, come le musiche sommesse, scandite da poche note di piano, tutto appare superfluo, le inquadrature sono scarne, ciò che le riempie è l’immagine stessa. Gli attori sono chiamati a recitare in maniera assoluta, mostrandoci la loro bravura, McQueen li spoglia dai fronzoli interpretativi e restituisce loro l’arte della recitazione, Michael Fassbender riesce in un’ interpretazione, che fu prima di lui quella di Christian Bale ne L’uomo senza sonno, dimagrendo in maniera notevole e sostanziale per entrare nei panni di Bobby Sands, dimostrando di essere un grande attore capace di mettersi alla prova con tutto se stesso per un personaggio, per rendere giustizia alla storia, per essere lui (Stanislavskij ne sarebbe fiero), una prova che merita tutti i premi vinti e la svolta attoriale che ha preso la sua carriera. Esce nelle sale il 27 aprile, grazie alla Bim Distribuzione, in 27 copie, vi consigliamo vivamente di cercare le sale che lo proietteranno e di riuscire, qualora fosse possibile, di vederlo in lingua originale.
Di Sonia Serafini , da voto10.it

«Non possono e non potranno mai uccidere il nostro spirito» (Bobby Sands)
Nel 1976, nel pieno dei tumulti in Ustler, le autorità britanniche aboliscono lo status di detenuto politico e i militanti repubblicani dell’Irlanda del Nord arrestati vengono considerati alla stregua di criminali comuni e rinchiusi nel famigerato carcere soprannominato “The Maze”. I detenuti politici di quella prigione iniziano così le proteste dette “delle coperte” e “dello sporco”.
1981. Davey Gillen, un giovane appena incarcerato, si dichiara prigioniero politico e si unisce alla contestazione. Divide una cella con un altro dissidente repubblicano, Gerry Campbell. Il leader del loro braccio è Bobby Sands.
Nel carcere scoppia una sommossa che viene repressa brutalmente. Raymond Lohan, un agente penitenziario, viene freddato da un colpo di pistola mentre sta facendo visita all’anziana madre in ospizio.
Bobby Sands, a colloquio con un sacerdote, gli rivela che intende dare inizio a un nuovo sciopero della fame. Sands morirà per inedia nel reparto ospedaliero del carcere dopo un lungo deperimento fisico.
Se questo è un uomo
Il film inizia con Raymond Lohan nella sua tranquilla vita quotidiana. Sta consumando una tipica english breakfast con bacon e uova, con un tovagliolo graziosamente ricamato. La sua casa è un tipico cottage con i mattoni a vista in un quartiere immerso nel verde. Uno stile di vita tipicamente british, un’immagine idilliaca e pacifica. È un uomo comune che ama raccontare barzellette sconce ai colleghi. Ma recatosi al lavoro la situazione si tinge di tinte oscure. Lohan è un agente penitenziario impiegato nel famigerato penitenziario “The Maze” e, col dipanarsi del film, si rivelerà come un vero aguzzino. E già in questa progressione, quando al lavoro apre il suo armadietto, si vede che la sua chiave porta l’effige della Union Jack: non c’è alcun dubbio sulla sua fedeltà. Questo incipit è paradigmatico dello stile di regia visuale di Steve McQueen, che esprime così il suo background di videoartista. La sua narrazione procede per immagini e per contrasti, o simmetrie di immagini. Muri sporchi e incrostati, di celle degradate, che formano disegni astratti, corpi emaciati. E tutta l’ultima parte del film, quella dell’agonia di Bobby Sands, si fonda sull’esibizione, sull’ostentazione della sua degenerazione fisica. Piaghe e croste in un corpo in fase di progressivo deperimento, liquami e secrezioni corporee, sullo sfondo algido del reparto ospedaliero. Una sofferenza cristologica, così richiamata dal lenzuolo che si tinge di sangue, ma anche un’immagine da campo di concentramento. E ancora l’artista McQueen compie un lavoro di ricerca pittorica, tra Francis Bacon (ancora la crocefissione) e Lucian Freud.
Pur avendo ingaggiato come sceneggiatrice Enda Walsh, esponente di spicco del nuovo teatro arrabbiato britannico, il film punta sulla rarefazione estrema dei dialoghi, tranne nella scena centrale del lungo colloquio tra Bobby Sands e il sacerdote, snodo narrativo tra la prima e la seconda parte. McQueen punta anche a simmetrie e specularità interne. I colloqui in carcere tra i detenuti e loro familiari, che avvengono sotto la sorveglianza degli agenti, si rivelano permeabilissimi, sembra facilissimo scambiarsi foglietti e oggetti di nascosto. La comunicazione è quindi massima e contrasta con la situazione successiva dell’incontro tra Raymond e l’anziana madre in ospizio. Pur all’interno di un contesto tranquillo, senza divieti, l’incomunicabilità è massima e la donna rimane impassibile anche quando le uccidono il figlio sotto gli occhi. A queste segue una terza scena di colloquio, quello tra Sands e il prete: è lo stesso ambiente carcerario, ma stavolta sembra un porto franco, i due possono parlare tranquillamente e discutere di manifesti e istanze politiche.
Dopo quattro anni finalmente i distributori italiani si accorgono di questo film, tanto duro quanto straordinario, evidentemente sulla scia di Shame, secondo lungometraggio del regista. Ma in fondo esce in sala quasi contemporaneamente a Laputa di Miyazaki, film del 1986…
Di Giampiero Raganelli , da spaziogames.it

Irlanda del Nord, 1981 seguiamo la routine quotidiana della guardia penitenziaria Raymond Lohan (Stuart Graham), dal controllo della propria auto ogni mattina in cerca di un qualche ordigno esplosivo, fino al culmine di una giornata di violenze perpetrate ad oltranza, i cui segni sono ben tangibili sulle nocche delle mani sporche di sangue e doloranti per i pugni inferti ai detenuti.
Nella prigione di Long Kesh il detenuto dell’IRA Davey Gillen (Brian Milligan), rifiutatosi di indossare l’uniforme carceraria, dopo essere stato completamente denudato e provvisto solo di una coperta viene rinchiuso in una cella già occupata da Gerry Campbell (Liam McMahon), che nel frattempo per protesta ha imbrattato le mura di feci. I due inizieranno una convivenza tra colloqui con i famigliari e ulteriori forme di protesta che culmineranno sempre in pestaggi e forme di coercizione violenta da parte dei secondini.
L’ultimo detenuto di cui faremo la conoscenza è il ventisettenne Bobby Sands (Michael Fassbender), che da subito si dimostrerà restio a qualsiasi azione intrapresa dai secondini, ne sortiranno brutalità varie, ma invece che piegarsi Sands inizierà un drastico siopero della fame per protestare contro il governo del Regno Unito, con lo scopo di ottenere il ripristino dello status di prigioniero politico abolito dalla premiere Margareth Tatcher.
Lo sciopero della fame intrapreso ad oltranza da Sands il 1° marzo 1981 e durato 66 giorni causerà il suo decesso per inedia nell’ospedale della prigione quello stesso anno. L’annuncio della morte di Sands scatenò all’epoca una serie di rivolte nelle zone nazionaliste dell’Irlanda del Nord.
Debutto folgorante quello del regista britannico Steve McQueen, il tema scelto è doloroso, una ferita aperta e sanguinante incarnata nel corpo scheletrico e tumefatto di un intenso e partecipe Michael Fassbender.
McQueen lascia che siano le immagini a parlare, Hunger è un film volutamente ed ostentatamente scarno di dialoghi, ma tanto potente visivamente che ogni parola in più, ogni bisogno di spiegare o concettualizzare ciò che accade su schermo sarebbe sembrato fuori luogo.
Hunger ci mostra una via crucis reale come la sofferenza e la rabbia che trasuda da ogni corpo e da ogni volto che la macchina da presa cattura, impossibile distogliere lo sguardo, impossibile non provare sdegno di fronte a sequenze come quella del taglio dei capelli o del pestaggio di gruppo, sequenze che il regista descrive in tutta la loro burocratica brutalità, che neanche le lacrime di vergogna di una giovane guardia riescono a lenire.
Hunger come peraltro il recente Diaz di Daniele Vicari non concede sconti, non filtra nulla e preferisce colpire basso e colpire forte onde arrivare dritto al punto, onde evitare che ci siano fraintendimenti di sorta.
Il film di McQueen e schietto, disturbante, viscerale e cosa più inquietante ancora molto lontano dalla violenza e dalla volontà di sopraffazione di cui è realmente capace l’essere umano.
Di Pietro Ferraro , da ilcinemaniaco.com

C’era una volta Hunger, prima di Shame. E in Hungerc’era Michael Fassbender già mostruosamente bravo ma pre-fama mondiale. Hunger vinse la Caméra d’Or al Festival di Cannes, ma da noi approda solo oggi, sull’onda della Fassbender-mania, grazie alla distribuzione BIM.
Per il suo primo lungometraggio, Steve McQueensceglie di raccontare il calvario di Bobby Sands, leader del movimento indipendentista nordirlandese, morto in carcere nel 1981 per le conseguenze di uno sciopero della fame attuato come estrema forma di protesta ai soprusi inglesi.
Nel pieno dei Troubles, il governo britannico di Margaret Thatcher non solo rifiuta ogni proposta  dell’IRA, ma toglie lo status di prigionieri politici ai ribelli arrestati. Nel blocco H del famigerato carcere di Long Kesh, ribattezzato Maze, i prigionieri continuano la protesta con tutti i mezzi che hanno: i vestiti, le coperte, il cibo, il proprio corpo.
Fin dall’inizio McQueen lavora sui silenzi e sui dettagli prima che sulle parole e sulla vicenda vera e propria. Un uomo dalle nocche ferite si lava le mani, esce di casa, controlla sotto la macchina prima di salirvi; un prigioniero tra i tanti fa il suo ingresso nel carcere, viene segnalato come “non conforme”, si avvia alla prossima, durissima tappa della sua scelta di lotta. Il contenuto è plasmato nella forma rigorosa della messa in scena. Non è la biografia di Bobby Sands che interessa McQueen, ma lavorare intorno alla sua figura come il vertice di un sommovimento inarrestabile. Per questo Bobby Sands/Michael Fassbender compare solo dopo un quarto di film, durante il quale ci abituiamo agli spazi di Maze, ai corpi martoriati, alle celle ingombre di materia sporca e decomposta: la battaglia si porta avanti imbrattando i muri e inquinando le proprie celle e i corridoi, rifiutando l’igiene, plasmando materiali come macabri artefatti e tracce di esistenza. Perché quando la libertà di parola e di azione sono ridotte al silenzio, il corpo è l’ultimo mezzo di protesta, l’unica rimanenza di un controllo sulle proprie azioni e reazioni.
McQueen predispone crudamente brandelli di azione che progressivamente acquistano un senso, si sommano e dipingono un mosaico di corpi che contengono la propria forza eversiva, che i manganelli cercano invano di spegnere. E scegliere la fame significa rispondere all’annientamento dei diritti fondamentali con il rifiuto programmatico dell’istinto di conservazione.
Bobby Sands appare sullo schermo sbattuto contro il muro e trascinato dalle guardie, picchiato e poi rasato e lavato a forza, brutalmente. Lo scontro tra corpi inermi e strumenti autoritari che quel corpo cercano di annientarlo, fino a ferirsi e martoriarsi a sua volta (le nocche della guardia carceraria, e poi la sua fine). Poi le parole, pacate e rassicuranti, dello stesso Bobby di fronte ai genitori nel parlatorio, che anticipano il lunghissimo dialogo in pianosequenza tra lui e Padre Moran/Liam Cunningham, centrale nel film sia per contenuto che per posizionamento, a scandire la suddivisione tra lotta collettiva e individuale, tra corpo e voce, tra giusto e buon senso. Durante il dialogo si fronteggiano la schiettezza del prete e la ferma volontà del “terrorista”, il pastore di anime e il pastore di ribelli. Passando per l’ironia, la religione, l’idealismo e il racconto autobiografico, Bobby espone se stesso e le sue ragioni, mentre padre Moran risponde con un rabbioso buon senso, già conscio della sconfitta di fronte alla determinazione dell’altro. Bobby Sands diventa il leader lucido in grado di progettare e portare a termine un disegno, diventa il definitivo incarnarsi della protesta, della ribellione, che si consuma con il corpo e che finché il corpo esiste, c’è.
E’ un illuso, Bobby, e non si aspetta nient’altro che quello che otterrà: una morte precoce che segna inequivocabilmente la determinazione quasi mistica di chi sa di essere dalla parte del giusto, come ribadisce il racconto dell’episodio d’infanzia in cui Bobby giovane ha già la statura morale per autodeterminarsi leader e caricare su di sé le responsabilità delle proprie azioni, e anche di quelle degli altri. Proprio al giovane Bobby corridore che non si ferma nemmeno quando il traguardo è raggiunto, è affidato il finale, con una scelta simbolica forse un po’ troppo esplicita ma indubbiamente poetica.
Hunger si chiude in un silenzio che prende il volo carico di voce; e dopo una sigaretta, un fiocco di neve, una mosca, una piuma, echi di un esterno che continuava ad esistere, solo ora il corpo finito può oltrepassare le sbarre verso una ormai vana libertà. McQueen ci consegna un film denso e chirurgico in cui il riverbero inestinguibile e senza Storia dell’ideale è miracolosamente sospeso al di fuori di ideologie o tesi precostituite, il tutto sostenuto da una potenza visiva senza eguali. E’ la conferma, retroattiva, di un grande talento del cinema contemporaneo, cui non si può che dire grazie.
Da cinemaerrante.it

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