HUGO CABRET



117 anni e non sentirli. Il cinema di oggi nell’ultimo anno ha voluto omaggiare il cinema degli albori. Prima lo splendido muto in bianco e nero di Michel Hazanavicius, ed ora un’intera pellicola che ci porta per mano negli anni 30 della Parigi del secolo scorso, raccontandoci la straordinaria storia di colui che trasformò il mezzo dei fratelli Lumiere in arte, dando vita alla macchina dei sogni.
Scetticismo allo stato puro. Quando Martin Scorsese annunciò di voler portare in sala la trasposizione cinematografica di The Invention of Hugo Cabret, romanzo ‘illustrato’ scritto dall’americano Brian Selznick, in molti digrignarono i denti. Perché mai fino ad oggi Scorsese aveva messo piede nell’intricato genere del ‘cinema per famiglie’. Non contento, il regista italo-americano disse persino sì ad un secondo esordio, sposando la terza dimensione. Blasfemia, secondo gli scorsesiani più duri e puri, rimasti scioccati da questo apparente ‘tradimento’ cinematografico del loro idolo. Apparente, per l’appunto. Perché Scorsese non ha affatto ’stuprato’ il proprio cinema, portando in sala Hugo Cabret, bensì ‘omaggiato’ la settima arte tutta, dando vita ad un film semplicemente meraviglioso.
Con alle spalle un budget stratosferico, Martin Scorsese ha avuto la forza e la capacità di ricostruire gli anni in cui il cinema mosse i primi passi, grazie al vero inventore degli effetti speciali, ovvero George Melies. L’uomo che ci spedì per primi sulla Luna, colui che diede vita al montaggio, ‘colorando’ a mano i propri fantasiosi capolavori, per poi morire in povertà, perché dimenticato, dopo esser stato per anni giustamente esaltato. D’altronde la guerra spazzò via sogni ed illusioni, mutando il gusto del pubblico e tranciando le gambe alle sue visioni, al suo cinema fantastico, fatto di mondi futuristici e creature misteriose. Oggi, 75 anni dopo, Scorsese ha voluto così ‘ricordare’ quel genio registico a cui tutti noi ‘cinefili’ dovremmo dire grazie, per aver contribuito ad inventare e a far nascere un simil spettacolo, reso con Hugo Cabret a dir poco impeccabile da colui che ancora una volta, casomai ce ne fosse bisogno, si è confermato il più grande di tutti.
Una storia fantastica, per due registi straordinari. Il primo, riuscito oltre 100 anni fa ad innovare un’invenzione, dando vita alla settima arte, ed il secondo, capace di sorprenderci ad ogni titolo, partorendo un altro capolavoro. Perché esattamente questo è Hugo Cabret. Un capolavoro. Un’opera sensazionale, produttivamente parlando mastodontica. 170 milioni di dollari di budget, l’intera stazione ferroviaria di Parigi ricostruita dai nostri immensi Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, scenografie sontuose, un 3D avvolgente e finalmente ‘protagonista’, una storia originale, tanto commovente quanto straordinariamente affascinante, ed una regia magistrale, ferma, decisa, visionaria, incapace di incrociare l’ovvio e la banalità per lasciarsi andare a continue sorprese, toccando vette sinceramente impensabili. Perché l’unico difetto che possiamo trovare in Hugo Cabret è probabilmente l’attesa costruita nei suoi confronti. Poca, bassa, scarsa, a causa di uno scetticismo generale che aveva e tutt’ora accompagna l’uscita in sala. Perché nessuno, e dico nessuno, si sarebbe mai potuto anche solo lontanamente immaginare un regista come Martin Scorsesedavanti ad uno script simile. E invece eccoci qui, dinanzi al più bel film della stagione, al gioiello che ha fatto incetta di nomination all’Oscar, meritando un probabile trionfo tutt’altro che scontato, grazie all’ottima concorrenza che vede The Artist in prima fila.
Eppure c’è qualcosa che rende Hugo Cabret un film unico, oggettivamente superiore a titoli come The Artist e per questo meritevole di qualsiasi tipo di premiazione. Parliamo dell’essenza che lo contraddistingue e che fa da cuore pulsante all’intera opera. La magia del Cinema. Il Cinema della fine dell’800, il Cinema di Melies, qui interpretato da uno straordinario ed incredibilmente dimenticato agli Oscar Ben Kingsley. Il Cinema che è diventato ‘arte’, grazie alle visioni e alle tecniche di un uomo prima incensato e poi dimenticato. Presa quella storia, fortunatamente e al tempo stesso tristemente reale, Scorsese ne ha costruita un’altra, grazie alla fantasia dell’autore del romanzo originale, ovvero Brian Selznick. Poggiandosi con forza sui sogni ad occhi aperti di due bimbi, orfani, solitari, sognatori e in cerca di risposte, il regista pennella un’avventura dai toni fantastici ed avvincenti, riuscendo nell’impresa di commuovere e divertire, senza mai lasciare il passo alla noia, grazie anche ad uno script preciso come un orologio. Ingranaggio dopo ingranaggio, Scorsese ci porta sulla sua macchina del tempo per farci volare nella Parigi di inizio 900, rimodellata in maniera sublime dai nostri Lo Schiavo & Ferretti, regalandoci un vero e proprio micromondo. Quello di Hugo Cabret e della ’sua’ stazione ferroviaria, ricca di storie e personaggi, splendidamente legati tra loro e nei primi 13 minuti immediatamente presentati, con la solita eleganza e maestria che contraddistingue il Cinema del regista.
Così come Michel Hazanavicius ha voluto ‘omaggiare’ gli anni del muto e del bianco e nero, troppo spesso dimenticati e dalle nuove generazioni tutt’altro che conosciuti, Scorsese conHugo Cabret ‘ringrazia’ l’arte di George Melies, regista di oltre 500 titoli, inventore dell’illusione cinematografica e padre di tutti i nostri sogni, diventati reali grazie alla sua straordinaria fantasia. Accompagnato dalla delicata e suggestiva colonna sonora di Howard Shore, Hugo Cabret cavalca la Storia del Cinema provando a raccontarci un’altra storia, di pura finzione, con protagonisti due orfani, un automa, una chiave a forma di cuore, un anziano signore dal passato nascosto e taciuto, un capostazione dalla gamba malconcia e dal cuore cupo, una dolce fioraia, un vecchio libraio, una città che pulsa vita come Parigi, una terza dimensione che trova finalmente senso, un’immensa stazione dei treni, e il rumore inconfondibile di una pellicola, che gira come solo i ricordi sanno fare, proiettando pura magia.
Trovato il sorprendente Asa Butterfield, giovane e magnifico protagonista, Scorsese ha poi giustamente puntato sul sicuro, assicurandosi un cast di tutto rispetto. Se Chloe Moretzdimostra sempre più di essere una piacevole conferma, convince il ‘tiranno’ Sacha Baron Cohen, così come conquista Ben Kingsley, splendido Melies invecchiato e bombardato dai ricordi. Limitato, ed è un vero peccato, Christopher Lee, il cui personaggio viene purtroppo solo accennato. Caricata a dovere la macchina dei sogni, Scorsese ha poi fatto ciò che da oltre 30 anni gli riesce meglio, ovvero quel Cinema con la C maiuscola che da tempo ci ammalia, trovando ancora una volta il suo sbocco naturale. Perché anche se completamente differente da quanto fino ad oggi creato, e per questo paradossalmente ancor più sorprendente, Hugo Cabret entra di diritto nell’infinita lista di capolavori partoriti da Martin Scorsese nella sua strabordante carriera, fortunatamente ancora più viva che mai. Tanto da donarci un’altra indiscussa perla, capace di riscrivere la storia del Cinema, lasciando correre la fantasia.
Da cineblog.it

Se pensavamo che il genio cinematografico di MARTIN SCORSESE non avrebbe più potuto sorprenderci, ecco arrivare “HUGO CABRET” a dimostrare che ci sbagliavamo. Nel bene e nel male questo adattamento scritto da John Logan e tratto dal romanzo di Brian Selznick è il primo vero tentativo del cineasta di realizzare una “favola” edificante, cosa che in passato aveva tentato soltanto nel prologo di “ALICE NON ABITA PIÙ QUI”, datato addirittura 1974. 
Dopo la prima, straordinaria inquadratura che apre il film – e che risulta programmaticamente posticcia per inserire subito la storia dentro le coordinate estetiche della fiaba contemporanea – parte la vicenda del piccolo Hugo Cabret(ASA BUTTERFIELD), bambino che vive dentro le mura della stazione ferroviaria di Parigi. A livello narrativo, la partenza del film non è di certo esaltante: Scorsese sembra indugiare troppo sull’atmosfera fantastica della messa in scena, il ritmo non decolla, e una volta tanto le musiche melodiose di Howard Shore vengono adoperate in maniera eccessivamente invasiva. Ecco però che il flashback che racconta la storia passata di Hugo e di suo padre (un convincenteJUDE LAW) comincia a scaldare i sentimenti dello spettatore, in attesa che si riveli l’anima principale del film. Man mano che infatti si dipana la vicenda del ragazzo e il suo rapporto con il misterioso anziano George (il sempre efficaceBEN KINGSLEY) iniziamo a percepire che “Hugo Cabret” è una riflessione poetica ed appassionata sulla storia del cinema, sulla magia della creazione artistica, sul potere dell’immaginazione e sulla forza della visione. 
E allora si capisce anche perché Scorsese ha voluto girarlo in un ottimo 3D: vedere i primi filmini dei fratelli Lumière o le prime invenzioni di Méliès riportati sul grande schermo da questa nuova tecnologia diventa un’esperienza che fonde passato e presente in un unico calderone che però esplicita con totale poesia la potenza evocativa del Cinema con la “C” maiuscola. E anche se la seconda parte del film soffre di alcuni svarioni di ritmo e di una certa melensaggine, glieli possiamo perdonare senza problemi, perché l’amore che Scorsese ha messo in questo suo bizzarro e sfavillante lavoro è tangibile e ammirevole.
“Hugo Cabret” è un lungometraggio tutt’altro che perfetto: come favola è narrativamente debole e forse è troppo teorico nel suo messaggio: ma quando mescola con audacia assoluta omaggio cinefilo al passato, visione di cinema articolata, discorso su dove sta andando e insieme dove è nata la nostra amatissima Settima Arte, è praticamente impossibile non emozionarsi. 
Di Adriano Ercolani, da film.it

Il piccolo Hugo Cabret vive nascosto nella stazione di Paris Montparnasse. Rimasto orfano, si occupa di far funzionare i tanti orologi della stazione e coltiva il sogno di aggiustare l’uomo meccanico che conserva nel suo nascondiglio e che rappresenta tutto ciò che gli è rimasto del padre. Per farlo, sottrae gli attrezzi di cui ha bisogno dal chiosco del giocattolaio, un uomo triste e burbero, ma viene colto in flagrante dal vecchio e derubato del prezioso taccuino di suo padre con i disegni dell’automa. Riavere quel taccuino è per Hugo una questione vitale.
Con l’adattamento di “La straordinaria invenzione di Hugo Cabret”, Martin Scorsese si ritrova e si perde allo stesso tempo, andando alla ricerca del tempo perduto, lui che il meccanismo del tempo, al cinema, lo ha messo alla prova più di altri. Tra le centinaia di persone che affollano il cosmo della stazione ferroviaria, immagini di una cartolina animata da un illusionista, è difficile riconoscere di primo acchito il regista, prestato a stantii siparietti tra ufficiali e fioraie, signore col cane e pretendenti col giornale, che avremmo visto meglio in un film di Jeunet. Quello che non è difficile riconoscere, invece, è il suo amore per la settima arte, profondo come un abisso. 
Ed è proprio in quell’abisso che ci fa sprofondare l’incipit del film, in un crescendo d’incanto: la tecnologia tridimensionale smette di essere sfoggio e diviene bullone imprescindibile della costruzione; d’altronde, il film incrocerà di lì a poco Georges Meliès, il padre degli effetti speciali e dell’animazione dell’inanimato. 
Ma padre non è solo un modo di dire, non in questa circostanza. Il film, infatti, si presenta letteralmente come un’avventura da cinéfils, nel senso che Daney dava al termine, essendo la storia di un ragazzo che, cercando il proprio padre, trova il cinema. Eppure è proprio su questo punto che Hugo Cabret rischia di perderci e di vederci abbandonare il vagone. Non è tanto la fine consistenza della trama (non era certo un cinema della narrazione, quello degli esordi) e non sono solo i dialoghi artefatti. Più che mai, a frenare l’emozione, è l’abito da film per cinefili cucito su un film per neofiti. 
Al cinefilo viene qui sottratto il godimento principe, quello di partecipare ad una missione clandestina, dove l’oggetto del desiderio è qualcosa da andarsi a cercare, lontano dal plauso della critica. Nella rilettura di Scorsese del bell’ibrido cartaceo di Brian Selznick, la magia dell’esperienza cinematografica è esplicitata e ribadita ogni pochi minuti e lo stesso trattamento è riservato al mistero e all’avventura, con effetti a dir poco ridondanti. S’invita lo spettatore ad ammirare lo spettacolo sensazionale, ad emozionarsi di fronte al meraviglioso, ma di fatto lo si tira per un braccio lungo un cammino prestabilito e didattico, che nulla ha di perturbante e molto di accattivante. 
Più che dietro gli occhi del giovane Hugo, il regista sembra essersi messo al posto dell’imbonitore di un tempo, colui che, quando il cinematografo era ancora uno spettacolo da fiera, sbandierava la natura straordinaria dell’invenzione per portare gente al proprio baraccone. Di fronte a questa presa di posizione (e a questo posizionamento), si può allora legittimamente avvertire o decidere una presa di distanza, perché se il film non può non piacere è anche perché è studiato per farlo.
Di Marianna Cappi, da mymovies.it

Ci sono storie che entrano a far parte di noi, plasmandoci inconsapevolmente, e che si palesano davanti ai nostri occhi quando ormai è troppo tardi per sottrarci alla loro influenza. Magari si tratta solo di qualcosa di impercettibile, che di certo non ci cambia la vita, ma ciò non significa che non ci sia. Può essere una favola ascoltata distrattamente durante l’infanzia prima di addormentarsi, l’illustrazione del supereroe che ha riempito di avventure i nostri pomeriggi da adolescenti, il fotogramma di quel film beccato per caso facendo zapping alla tv. Non sempre tutto ciò si evolve, a volte rimane relegato nel nostro bagaglio sensoriale… ma in rare occasioni si trasforma in passione e arte. Che cosa c’entra tutto questo con la recensione di Hugo Cabret? Le associazioni sono molto più semplici di quello che possano apparire, perché questo ultimo lavoro di Martin Scorsese è una vera e propria opera di passione e amore, verso quel cinema che lo ha trasformato nella leggenda che tutti oggi conoscono. E perché, in fin dei conti, l’intera storia diHugo Cabret è nata un po’ per caso, un po’ per magia, un po’ distrattamente. 
“Ricordo di aver visto Viaggio nella luna, l’incredibile film del 1902 di Georges Méliès, e la memorabile scena in cui un razzo si schianta sull’occhio della luna che ha la forma di un volto umano si era radicata fermamente nella mia immaginazione. Volevo scrivere la storia di un ragazzino che incontra Méliès, ma non sapevo quale potesse essere la trama. Sono passati anni. Ho scritto e illustrato oltre venti racconti. Poi, nel 2003, mi è capitato fra le mani un libro intitolano Edison’s Eve di Gaby Wood. È una storia che parla proprio degli automi e, con mia grande sorpresa, c’era un capitolo dedicato a Méliès”, racconta Brian Selznick, autore del libro La straordinaria invenzione di Hugo Cabret (The Invention of Hugo Cabret). Dopo aver scoperto della passione del cineasta per gli automi e del destino che ad essi era stato riservato, nella sua mente si formò lentamente la storia di Hugo: “Immaginai un ragazzino che rovista fra l’immondizia e trova una di queste macchine rotte. Non sapevo ancora chi fosse questo bambino, né conoscevo il suo nome… Mi venne in mente il nome Hugo e lo associai alla parola cabaret, trasformando quest’ultima in Cabret, per darle un suono francese. Ed ecco com’è nato Hugo Cabret”. Pubblicato nel 2007 il libro è un piccolo caso letterario, apprezzato dai lettori di tutto il mondo per la sua capacità di raccontare una storia semplice attraverso le immagini, una narrazione a metà strada tra il cinema e la graphic novel. Selzick aveva provato subito una certa attrazione verso il lavoro di Méliès, ancor prima di scriverci un libro, ed è la stessa reazione spontanea ad aver spinto Martin Scorsese a trasformare questa storia in un film per il cinema, che per di più è il suo primo lavoro in 3D. “Ho ricevuto il libro quattro anni fa ed è stata un’esperienza molto intensa… l’ho letto tutto d’un fiato, in brevissimo tempo. Ho sentito subito un’affinità con la storia di questo ragazzo, con la sua solitudine, il suo interesse nel cinema, i meccanismi della creatività. Gli oggetti meccanici del film, che comprendono cineprese, proiettori e gli automi, consentono al ragazzo di stabilire un contatto con il padre e al regista Georges Méliès di ritrovare se stesso e il suo passato”. 
Hugo Cabret (Asa Butterfield) è un ragazzino dalle mille risorse che vive tutto solo nella stazione di Parigi. Suo padre è morto in un tragico incidente e tutto quello che gli rimane di lui sono un taccuino scarabocchiato e un automa rotto: proprio per questo il ragazzo vorrebbe tanto riuscire a sistemarlo e rimetterlo in funzione. Il suo è un automa speciale, perché sa scrivere e, ingenuamente, Hugo pensa che nasconda l’ultimo messaggio di suo padre, bloccato negli ingranaggi in attesa di essere liberato. Per cercare di portare a termine il suo compito cerca i meccanismi necessari nel negozio di giocattoli della stazione, rubando ciò di cui ha bisogno. Ma un giorno viene scoperto dal proprietario, che gli confisca tutto quello che ha nelle tasche, taccuino compreso. Hugo lo segue fino a casa, disperato della perdita. Sarà costretto a chiedere aiuto all’arguta Isabelle (Chloe Grace Moretz), la figlioccia di PapàGeorges (Ben Kingsley), per recuperare il suo prezioso tesoro. Ma il giocattolaio non è così propenso a lasciare andare Hugo e il suo mistero, forse perché, in fondo, gli ricorda qualcosa del suo ossessivamente cancellato passato.
Trovandosi davanti a Hugo Cabret di Martin Scorsese è facile pensare al capolavoro. Il regista non ha di certo bisogno di presentazioni né tantomeno di complimenti che ne esaltino la bravura. Esteta della regia cinematografica, tratta ogni suo progetto con un perfezionismo e un’accuratezza che sfiorano il maniacale. Ogni movimento di macchina segue il ritmo di un sogno ad occhi aperti, leggero e impalpabile, che pedina i personaggi senza forzarli. Lo sguardo dello spettatore spia all’interno della vita di Hugo così come il giovane protagonista fa ogni giorno dalle finestrelle dei suoi amati orologi, ai quali è costretto a lavorare segretamente per non farsi scoprire dalle autorità. Ogni inquadratura è studiata come se fosse un quadro pittorico, sfumato sapientemente dal doppio premio Oscar alla fotografia Robert Richardson, che riesce a rendere ancora più magnifiche le scenografie di Dante Ferretti. Vedendo Hugo Cabret ci si immagina sul serio a percorrere uno dei corridoi piastrellati e lucidati da poco di Gare Montparnasse, al massimo della sua bellezza, anche grazie alla presenza di personaggi posti sulla scena da Scorsese per costruire un credibile contorno all’avventura di Hugo. La stazione è viva e vibrante di luce, sensazione acuita anche da un perspicace utilizzo del 3D, che enfatizza i fasci luminosi e le particelle di polvere, trasformando i vapori tipici di una stazione ferroviaria in impalpabili sipari evanescenti che i personaggi attraversano senza scomporsi. Esteticamente e tecnicamente Hugo Cabret è un piccolo compendio di come si fa cinema, utilizzando le tecnologie più avanzate senza distruggere il gusto antico del film fatto a mano con accondiscendente passione, il tutto accompagnato da una colonna sonora -composta da un altro premio Oscar, Howard Shore-, che culla lo spettatore nel suo onirico viaggio nel mondo delle immagini in movimento.
Ma allora perché, alla sua uscita statunitense, Hugo Cabret non è stato questo grande successo di botteghino? Il film è senza alcun dubbio la dichiarazione d’amore di Martin Scorsese al mondo del cinema: perfetta, impeccabile, instancabilmente emozionante. La disperata ricerca di Hugo Cabret di trovare il suo posto nel mondo, smettendo così di sentirsi terribilmente solo e disastrosamente abbandonato, non è altro che il pretesto per raccontare una storia di rifiuto ancora più grande, quella di Georges Méliès, all’epoca cineasta dimenticato e confinato in un negozio di giocattoli. Tutto il film è un continuo richiamo al cinema del passato, ricco di citazioni e omaggi, frammenti rubati agli archivi storici e alla memoria di chi quel periodo lo ha vissuto. Hugo Cabret è la storia di come Méliès potrebbe aver ritrovato se stesso, ripercorrendo i passi che lo hanno fatto diventare il grande pioniere degli effetti speciali e del racconto fantastico, messo da parte durante la guerra mondiale dalla realtà che stava prendendo il sopravvento sulla sua spiccata fantasia. Scorsese si abbandona ai propri sentimenti nei confronti della storia del cinema, esasperandoli sul grande schermo, rendendoli il più possibile universali. Eppure, proprio per questo, alla fine dei conti Hugo Cabret si presenta come un magistrale blockbuster di nicchia, controsenso in qualche modo ‘obbligato’ al quale è impossibile sfuggire. Due storie portanti che si affiancano: quella di Hugo, tenera e comprensibile a un pubblico mainstream anche di giovane età, e quella di Méliès, che prende il sopravvento emotivo sulla prima, ma che per la sua natura intrinseca non può arrivare a tutti con la stessa potenza. Per chi non conosce a fondo il cineasta francese e l’importanza che ha avuto nella formazione del cinema moderno, è difficile condividere le emozioni che tanto Scorsese si impegna a raccontare, ritrovandosi così a vedere solamente una perfetta espressione tecnica di cinematografia dalla struttura narrativa lenta e macchinosa.
“Guardando il film ora, penso a quando, da bambino, disegnavo giorno e notte; e penso a Martin Scorsese al cinema con suo padre; e a Thelma Schoonmaker, che è cresciuta ad Aruba; e a John Logan che ha visto Laurence Olivier a teatro nel ruolo di Amleto; e a Dante Ferretti, seduto nella torre di un orologio in Italia. Mi stupisco del modo in cui i nostri destini si sono incrociati portandoci fin qui… bambini di ogni parte del mondo, ormai cresciuti, che si sono ritrovati a fare un film insieme che parla di due bambini che vivono in una stazione ferroviaria di Parigi”. Esemplari le parole di Brian Selznick per richiudere il discorso su Hugo Cabret, ritornando a quella idea di passione che smuove il mondo. In questo film c’è l’immensa passione per il cinema di Martin Scorsese e per apprezzarne a fondo la sua bellezza bisogna condividere almeno in parte questo grande amore. Per tutti gli altri rimane una bellissima opera d’arte, forse più adatta a un pubblico maturo che ai ragazzini dell’età di Hugo, ma capace di risvegliare i desideri dell’infanzia di ognuno di noi.
Di Antonella Murolo, da everyeye.it

Ce lo ripetono da così tanti anni che quasi quasi cominciavamo a crederci anche noi: cioè che Martin Scorsese fosse finito, che dopo l’Oscar (e forse pure prima) avesse preso una china irreversibile. Noi eravamo titubanti, il suo cinema non raggiungeva più i vertici di un tempo (in verità nemmeno così lontano, si pensi a “Al di là della vita” o allo stesso “Gangs of New York”), però anche il più bistrattato “Shutter Island” ci aveva convinto. L’acquisizione dei diritti di un romanzo illustrato pubblicato da Bryan Selznick nel 2007, che prendeva la direzione del prodotto natalizio per famiglie in 3D non era la notizia migliore del mondo. E il più volte rimandato progetto “Silence” che l’avrebbe dovuto riunire a Robert De Niro dov’era andato a finire? Tutte domande lecite, soprattutto quando ti ritrovi in sala a dover fare la fila con dei bambini, cosa impensabile “per un film di Martin Scorsese”. Però i tempi cambiano. Cambiano così tanto che si sente la necessità di rifugiarsi nel passato, ed è quello che ha fatto il regista italo-americano nella sua traduzione cinematografica de “La straordinaria invenzione di Hugo Cabret”, in un anno, il 2011, che ha visto più registi andare indietro, alle radici delle loro passioni (vedi la trans-temporalità di “Midnight in Paris”), o del cinema stesso (il muto di “The Artist”).
Siamo a Parigi all’inizio degli anni Trenta. Il dodicenne Hugo vive nella stazione di Montparnasse e all’insaputa di tutti è il tecnico orologiaio da quando suo zio non s’è fatto più vedere; nel frattempo il suo vero scopo è quello di aggiustare un automa al quale aveva iniziato a lavorare insieme al padre, orologiaio di professione, morto durante l’incendio di un museo. Il ragazzino crede che l’automa scrivano contenga l’ultimo messaggio del genitore e pur di sistemarlo sottrae dei pezzi ad alcuni giocattoli guasti dal negozio dell’anziano giocattolaio, finché non viene colto in flagrante e costretto a lavorare per riparare al suo danno.
L’ambientazione principale è quella di un moderno non-luogo, una stazione ferroviaria che, come dice la guardia Gustav, serve soltanto a salire o a scendere dai treni, a comprare qualcosa nei negozi e niente di più. Sotto gli occhi vispi di Hugo sembra protrarsi l’eterno stallo della vita quotidiana che come un orologio rotto segna sempre la stessa ora: il signor Frick non riesce mai ad avvicinarsi alla sua amica del bar perché il cane lo morde, il capostazione, a causa del suo gramo passato e di un presente violento non sorride mai, e camminando claudicante per via di una ferita di guerra, con una protesi che cigola o si blocca, raccoglie solo imbarazzo e frustrazione dalla sua infatuazione per la fioraia che (come un personaggio chapliniano) rimane un lontano miraggio. E’ tutto fermo alla stazione, meno che il tempo, che il giovane controlla tutti i giorni con totale dedizione. Hugo, infatti, ama aggiustare le cose, ogni ingranaggio fuori posto, ogni guasto è per lui fonte di tristezza e di disagio, tutto deve essere oliato, ogni rotella girare nel modo giusto e con precisione: le lancette segnare l’ora esatta. Scorsese fa un film sugli ingranaggi dietro il cinema, sull’artigianato della fantasia: il fantastico in “Hugo Cabret” non è reso da fantasmagorie fantasy, bensì il è cinema stesso innestato, citato e rigirato dal maestro. 
Hugo Cabret (Asa Butterfield), eroe del racconto, non ne è il vero protagonista: come la chiave a forma di cuore tenuta inconsapevolmente da Isabelle (Chloe Moretz, divoratrice di libri e innamorata di David Copperfield) che ridà vita all’automa, il ragazzino serve a svelare il segreto dietro il giocattolaio Georges. Nonostante il nostalgico happy ending, “Hugo Cabret” è un film pieno di tristezza e rimpianti, poiché ha il suo nucleo centrale nella figura di un anziano genio che non crede più in se stesso, rinnegando quello che ha fatto. E, a latere, di un’arte che è andata avanti insieme al mondo, dimenticando i suoi padri fondatori (cosa realmente accaduta).
Si potrebbe dunque discutere della differenza che intercorre tra “Hugo” e l’altro omaggio alla Settima Arte uscito recentemente, ossia il “The Artist” di Hazanavicius. Al contrario del francese, Scorsese non si nasconde dietro una forma vecchia, realizzando un’opera registicamente contemporanea senza pista sonora, bensì cerca la tecnologia più avanzata, il 3D, per riplasmare il passato nella sua multidimensionalità (molto più vicino quindi al digitale di “Nemico pubblico” di Mann): il film è come un magico libro pop-up che si apre diramandosi in più direzioni, in una costellazione narrativa e metacinematografica. Da Harold Lloyd e “Le Voyage dans le Lune” fino al viaggio nelle origini della Settima Arte, tramite foto e illustrazioni che prendono vita; si tratta di fotogrammi che diventano sequenze, di pezzi di cinema che prendono corpo grazie alla proiezione della fantasia. Chi si aspettava un rutilante film di avventure fantastiche rimarrà abbastanza deluso, o meglio, Scorsese è magnifico a nascondere l’assenza di vera azione o di elementi fantastici sotto la patina del “meraviglioso”: al di là della stesse immagini sature di cinema, e degli occhi stupefatti di Isabelle e Hugo, nella narrazione vi è ben poca azione spettacolare e la fabula si risolve in un romanzo di formazione di stampo dickensiano. “Hugo Cabret” conferma Scorsese come regista totale, capace di padroneggiare con perizia registri e tecniche disparate. Conferma (semmai ce ne fosse ancora bisogno) la bravura dei suoi collaboratori di fiducia: l’operatore Robert Richardson infonde con una colorazione virata al blue un tono spesso freddo e inquieto, per poi aprirsi ai colori romantici del cinema (il bianco e nero e i fotogrammi colorati a mano),  e Thelma Schoonmaker, impareggiabile montatrice, dona un ritmo compassato e disteso alla narrazione.
 Il regista gioca su diversi livelli temporali che costituiscono un differente stato mentale (cosa che per altro aveva fatto nell’opera precedente): le dissolvenze aprono le porte della memoria rimestando nelle ceneri di un glorioso passato ormai occultato. Scorsese compone un enorme puzzle di omaggi, dagli stilizzati campi lunghi di vita minuta che sembrano provenire da Billy Wilder (o da Hitchcock), alle gag del muto, fino a sequenze che rileggono coi suoi movimenti di macchina barocchi alcune opere del passato. Si prenda ad esempio il sogno nel sogno di Hugo: esso è diviso in due parti, di cui la prima non è altro se non una spettacolarizzazione dell’arrivo del treno alla stazione dei Lumière, il quale, stavolta, “investe” davvero il pubblico, mentre la seconda ci sorprende grazie al tripudio di trucchi à la Méliès (ed ecco come si fa un buon uso della vertiginosa profondità di campo del 3D); oppure anche la fuga del ragazzino da Gustav, che si appende alle lancette della torre dell’orologio, esattamente come Harlod Lloyd in “Safety Last” (il film che il ragazzo vede al cinema insieme a Isabelle). La stratificazione di immagini squadernata da Scorsese rende un film per il grande pubblico una favola per cinefili, un compendio di storia del cinema che sembra parafrasare la definizioni che diede Jean-Luc Godard dei padri pionieri Lumière e Méliès: “Hugo Cabret” è il cinema che (ri)scopre lo straordinario nell’ordinario fondendolo all’ordinarietà straordinaria di una fantasia fertile e dalla creatività febbrile che ha regalato al pubblico i suoi sogni. 
Curioso il cammeo del regista: è lui che immortala l’immagine del mondo perduto dei teatri mélièsiani, e c’è sempre lui dietro la barba di Michael Stuhlbarg, il professore Tabard, ossessionato dal genio di Méliès. La gioia infantile che si legge nei suoi occhi come in quelli del piccolo Hugo è la stessa del commovente Georges/Kingsley quando ricorda i suoi fasti, e che accompagna da decenni lo sguardo del maestro italo-americano quando, come filmologo, si prende cura dei suoi amori cinematografici. E “Hugo Cabret” è una straordinaria e amorevole re-invenzione dei sogni di celluloide.
Di Giuseppe Gangi, da ondacinema.it

La storia – Hugo Cabret è un orfano che vive segretamente nella stazione ferroviaria di Parigi negli anni ‘30. Un automa rotto, un’eccentrica ragazza e il freddo proprietario di un negozio di giocattoli lo catapultano in un’avventura alla scoperta della magia del cinema che cambierà le vite di tutti.
Ubi maior. Di tanto in tanto si vede un film che racchiude in sé la magia e l’emozione che il cinema è in grado di sprigionare. Hugo Cabret è uno di questi. Il primo film in 3D di Martin Scorsese, tratto dal romanzo di Brian Selznick La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, dimostra ancora una volta il talento di un regista buono come il vino, che più invecchia e più si fa apprezzare.
Scorsese si muove a suo agio con il 3D manco fosse un veterano di questa tecnica, prendendo anche spunto, è più che giusto, da altre produzioni, per esempio Polar Express e A Christmas Carol di Robert Zemeckis, per i voli che lascia compiere alla macchina da presa in una Parigi perennemente imbiancata dalla neve e ricostruita ad hoc per riproporre gli anni ’30 – ma qui c’è pure lo zampino dello scenografo 2 volte premio Oscar Dante Ferretti. Detto questo, tecnicamente c’è poco da eccepire e c’è poco da dire. Si parlava infatti di “magia” ed “emozione”. Sono l’essenza del cinema? Secondo qualcuno (me, per esempio) sì. E con questo presupposto Hugo Cabret non può che essere una meraviglia. Se il presupposto non è questo, allora inutile proseguire nella lettura di ciò che segue. Parliamoci chiaro, cos’è “meraviglioso”? Il meraviglioso postula la possibilità di una trasgressione all’ordinario, motivo per cui si prova stupore. Ecco, stupore. Come poteva sentirsi un individuo a cavallo tra fine ‘800 e inizio ‘900 seduto in una sala buia dove qualcuno proiettava “immagini in movimento”?
Stupore, meraviglia, magia. Ma la meraviglia non è ad esclusivo appannaggio dei primi spettatori cinematografici inesperti. La meraviglia è connatura al cinema, con buona pace dei fratelli Lumière che sostenevano si trattasse di una moda passeggera. Invece sono passati 117 anni dalla loro invenzione e dopo 117 anni lo spettatore che entra in sala sarà pure più esperto e preparato, ma ne esce ancora meravigliato. Il personaggio che vive nel film di Scorsese, Georges Méliès, è uno dei pionieri del cinema perché aveva percepito proprio l’incredibile potenziale immaginifico di questo medium. E Scorsese non fa altro che aggiungere la sua passione a quella di chi, agli albori del cinema, ha inventato generi come il fantasy e l’horror, ha dato vita al cinema narrativo come lo conosciamo adesso (i primi film erano per lo più “documentari”, riprese di normali eventi quotidiani), ha “inventato” l’espediente tecnico fondante del cinema (il montaggio) e realizzato i primissimi effetti speciali, che ormai abbondano anche nella più insospettabile delle pellicole.
Ora, quando un grande regista, ad un certo punto della carriera, si ferma e si volta a guardare indietro riflettendo su ciò che il cinematografo ha detto e dato, e può ancora dirci e darci, vuol dire che quel grande regista ha trovato la chiave di volta, ha capito il senso di tutto, ha maturato delle consapevolezze. Se pensiamo ai successi di Scorsese negli anni Zero del nuovo millennio (Gans of New York, The aviator, The departed e Shutter island – tutti con l’attore feticcio Di Caprio, parentesi nella parentesi), Hugo Cabretdiventa una sorta di autoriflessione sul proprio fare cinema da parte di chi ha raggiunto la piena maturazione. È il primo film di Scorsese, infatti, in cui protagonista è un bambino. Un bambino appassionato di meccanismi meccanici (e cos’è il cinema se non un mezzo meccanico?), che grazie alla propria passione, alla voglia di trovare il proprio posto nel mondo (perché un orologio ha un numero esatto di ingranaggi e ognuno assolve ad un determinato compito e allora anche gli uomini in questo mondo, tutti, devono avere uno scopo) ri-anima i cuori di chi lo circonda, li ri-mette in moto, portando Georges Méliès a non rammaricarsi più per i bei tempi andati in cui godeva nel fare cinema e, al contrario, a goderne ora ancora e ancora, condividendo e diffondendo i propri lavori.
Possiamo vedere in questo bambino un nuovo Scorsese, che torna piccolo? Che si tuffa occhi chiusi e naso tappato dentro il meccanismo-cinema? Che ricomincia. Lì dove tutto ebbe inizio, quando il cinema era qualcosa di meraviglioso, per chi lo faceva e per chi lo vedeva.
…in un tweet: Scorsese crea un’opera magica che ci trasmette tutta la magia del cinema.
Di Dario Cortimiglia, da duellanti.com

Parigi, anni ’30, il piccolo Hugo Cabret, orfano di entrambi i genitori, vive nascosto nella stazione di Montparnasse, dove cerca di sopravvivere ai controlli dell’intransigente ispettore ferroviarioGustav (e del suo inseparabile cane Maximillian), che lo vorrebbe mandare in un istituto. Hugo si occupa della manutenzione dei numerosi orologi dell’edificio, continuando l’opera di suo zio Claude, vecchio ubriacone recentemente scomparso, ma le sue giornate sono in realtà dedicate al tentativo di riparare un misterioso automa meccanico, ultimo cimelio che lo lega al suo amato padre.
L’unico modo per farlo, però, è attraverso piccoli e reiterati furtarelli al chiosco dei giocattoli della stazione, bottega gestita da un burbero anziano dall’aria perennemente triste. Ma un giorno, privato del prezioso taccuino necessario alla riparazione dell’automa, il ragazzino entrerà in contatto con un grande mistero, e grazie all’aiuto di Isabelle, figliastra dell’uomo, vivrà la più importante avventura della sua vita, alla scoperta dell’ultima vera magia del mondo: il Cinema.
Una fiaba, un parabola circolare come il quadrante di un orologio, una serie di personaggi che sono dei meccanismi inceppati, che soltanto le azioni del temerario Hugo potranno aggiustare. Un film pieno e denso, con numerosissime chiavi di lettura (magari a forma di cuore), anche e soprattutto dal punto di vista stilistico. Mai visto prima un 3D così efficace e ben sfruttato, intelligente e funzionale (forse dai tempi del sottovalutato Coraline). La tecnologia stereoscopica viene usata qui, per giocare con l’identità in bianco e nero dei tanti film muti che vengono scoperti da Hugo e Isabelle, ed amplifica il contrasto fra la sensazione di analogico di quegli anni e gli effetti digitali di oggi. Un po’ come se le moderne illusioni tecnologiche omaggiassero i primordiali effetti speciali di Georges Méliès, padre del cinema fantastico.
E poi, mai visto un Martin Scorsese così. Il regista di film gangster per eccellenza, del disagio della vita metropolitana e di tanti personaggi tormentati, abbandona i toni foschi di una vita per dipingere una variopinta storia per l’infanzia. In molti si sono domandati il perché di questo suo cambio di rotta, una virata dal sapore spilberghiano, che ricorda un po’ quella di David Fincher nel 2008, quando lasciò la strada del thriller per avventurarsi nel Curioso Caso di Benjamin Button. In questo caso l’esito è nettamente migliore, e inoltre, a guardare bene in profondità la filmografia di Scorsese, ci si rende conto che non è mai stato un autore cinico, ma sempre, in qualche modo, profondamente morale. Dall’assiduità del suo rapporto con il Cinema (anche documentaristico), traspare la passione che il regista italoamericano ha sempre infuso nelle sue storie, e nei confronti dei suoi personaggi. Un amore per il linguaggio cinematografico stesso, nato nella gioventù trascorsa nella sua New York, durante le ripetute giornate trascorse nei cinema del Queens, dove poteva evadere dalla realtà (e dal suo asma).
Adesso, a 70 anni, Scorsese sembra voler restituire un po’ del bene che il Cinema gli ha fatto, realizzando questo sentito omaggio ad uno dei suoi più poetici inventori. La storia contenuta nel libro scritto e splendidamente illustrato da Brian Selznick (un romanzo ibrido con un fumetto, anche se nelle recensioni sui giornali va di moda chiamarlo graphic novel), è dovuta sembrare perfetta al regista, per operare questa sua lode al Cinema. Perché è a questa parte che dedica le maggiori attenzioni, convertendo i vecchi film in 3D, e raccontando la storia di Méliès come lui stesso l’avrebbe raccontata, con un velo di magia, nostalgia, e leggenda. Ma in Hugo Cabret c’è anche molto di più. Il ritratto di una Parigi, e una serie di personaggi di contorno, che sembrano usciti da un film di Jean-Pierre Jeunet(vedi Amélie o L’esplosivo piano di Bazil), la tematica del tempo che passa, la solitudine, l’infelicità, e la necessità di un rapporto famigliare, per un orfano che ricorda molto l’avventuroso Oliver Twist.
Fra tutto questo, è comprensibile che la sceneggiatura del fuoriclasse John Logan non sia impeccabile come al solito, e appaia talvolta sbilanciata, rimanendo comunque uno script ben al di sopra la media. Così come lo è il resto dell’apparato tecnico (il che spiega la pioggia di candidature agli Oscar): la coloratissima fotografia di Robert Richardson, le musiche “francesizzate” di Howard Shore, e la sempre impressionante scenografia dei nostri Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, che meriterebbero sicuramente la terza statuetta in carriera. Ottima anche la prova del cast, in cui spiccano il giovane protagonista e l’esuberante verve di Sacha Baron Cohen, con prestigiosi comprimari comeChristopher Lee e Jude Law (oltre all’ormai consueto cammeo dello stesso Scorsese).
Quest’anno, sembra che con l’avanzare del progresso e dell’evoluzione tecnologica del Cinema, alcuni autori abbiamo voluto dare uno sguardo all’indietro, alle radici e ai pionieri della settima arte. Ad un’epoca fondamentale per noi oggi, che possiamo vedere, e fare film, grazie a quelle menti visionarie ormai scomparse. Scorsese sembra allora voler stringere loro la mano, e ringraziare da qui, dal futuro, assicurandogli che il loro lavoro e il loro insegnamento, non è stato dimenticato. Mentre per quanto lo riguarda, Hugo Cabret va a porsi come uno dei suoi film più importanti e personali, confermando, se mai ce ne fosse stato bisogno, il grande valore della sua inimitabile ricerca artistica.
Di Bruno Ugiolini, da animemovieforever.net

Parigi, 1931. La stazione è un crocevia di uomini e vite che si sfiorano distrattamente, in una metropoli che ormai, assorbita l’ondata di invenzioni della fine del secolo precedente, vive un’esistenza scandita dagli onnipresenti orologi, che ne compartimentano rigorosamente ogni aspetto. Una città nella quale non si è ancora spenta l’eco delle perdite della Grande Guerra, ma che già sente nell’aria il vento di una nuova, imminente tragedia. Nella stazione parigina, però, c’è anche chi ci vive stabilmente: come Hugo Cabret, orfano e ladro per necessità, silenzioso guardiano e manutentore degli orologi, custode di un segreto lasciatogli da suo padre di cui ancora non comprende a pieno la portata. Quando il ragazzino viene scoperto a rubare da Georges, l’anziano giocattolaio che ha il suo negozio all’interno della stazione, si rende presto conto di essere misteriosamente legato a quell’uomo burbero; e che, probabilmente, il legame sta proprio nel lavoro lasciato incompiuto dal genitore, uno strano automa che lui e Hugo stavano riparando, testimone di un tempo diverso e dimenticato. Georges non vuole ricordare, e anzi sequestra il taccuino di appunti che scopre in possesso di Hugo, deciso a seppellire per sempre un passato il cui ricordo gli procura solo dolore; ma Hugo vuole al contrario ricostruire la sua storia, trovare il suo scopo e il suo posto nel mondo, proprio attraverso quel silenzioso testimone meccanico, che forse può finalmente riuscire a far parlare. Per far questo, potrà contare sull’aiuto della coetanea Isabelle, figlia adottiva di Georges, elettrizzata all’idea di vivere un’avventura dagli esiti imprevedibili.
Con Hugo Cabret, a quasi settant’anni, Martin Scorsese si cimenta per la prima volta in più di una sfida. Si tratta innanzitutto dell’esordio del regista italoamericano nel campo del cinema per ragazzi, genere teoricamente lontano dall’universo di riferimento del regista di Mean Streets e Taxi Driver, lontano dalle sue figure di gangster e dai suoi lividi affreschi metropolitani, ma anche dalle eleganti rivisitazioni dell’action movie e del thriller offerte nei recenti The Departed – Il bene e il male e Shutter Island. Si tratta, secondariamente, della prima volta in cui Scorsese si cimenta col 3D: tecnologia da sempre molto amata dal regista (che ha dichiarato che il primo film che vide fu proprio una pellicola tridimensionale: si trattava de La maschera di cera di André de Toth, datato 1953) e che in questo periodo sta vivendo una faticosa e in parte contraddittoria (ri)affermazione. Ma si tratta anche, in fondo, della prima volta in cui Scorsese parla direttamente, e in modo esplicito, del cinema e della sua storia, ma soprattutto del suo (e nostro) rapporto con esso: il regista si mette senza pudore “ad altezza di bambino” e narra dellameraviglia, unica e irripetibile, provata da un ragazzino di fronte a quel fascio di luce proiettato su uno schermo gigante, dell’inesplicabile senso di magia che quelle immagini trasmettono la prima volta che le si guarda, della ricerca caparbia del modo di catturare, sia pure per un solo istante, un po’ di quella originaria meraviglia. In questo senso, l’uso del 3D per una pellicola comeHugo Cabret è non solo opportuno: è probabilmente necessario, e con questo film siamo forse di fronte a uno dei pochissimi casi (il pluricitato Avatar ne è l’esempio più scontato) in cui si può dire che, senza l’ausilio della stereoscopia, non saremmo davvero di fronte allo stesso film.
Il 3D di questo film, al pari di quello che ci ha mostratoJames Cameron nella succitata pellicola, è bello, potente, espressivo. E’ una vera gioia per gli occhi vedere la profondità e l’incredibile senso di realismo che emanano dalle scenografie di Dante Ferretti, la verticalità e il senso di vertigine della torre dell’orologio in cui vive Hugo, la resa minuziosa delle distanze e il grande lavoro del regista sulla costruzione dell’immagine e sulla profondità di campo: interni ed esterni, la stazione e la Parigi degli anni ’30 accarezzata dalla neve, gli anfratti del nascondiglio del protagonista e il fiabesco esterno della residenza del vecchio Georges Méliès, tutto urla meraviglia e parla delle potenzialità di una tecnologia tanto versatile quanto, finora, poco compresa e mal utilizzata. Ma la tridimensionalità di Hugo Cabret è qualcosa di più, qualcosa che nelle mani di Scorsese diventa discorso metacinematografico, riflessione sulla Settima Arte, sulla sua storia e sul modo di fruirla: è commosso e sincero l’omaggio del regista all’arte di Méliès (interpretato nel film da un grande Ben Kingsley) non a caso illusionista prima che cineasta, pioniere degli effetti speciali e di un cinema che (al di là delle infinite discussioni storiografiche sulla paternità del cinema “narrativo”) per la prima volta basava sulla meraviglia, sul coinvolgimento emotivo e sulla rappresentazione stessa dei sogni, la sua intima essenza. E’ la magia la chiave (non solo simbolica) di accesso alla storia, quella magia ricreata artigianalmente, con infinita pazienza, dalle mani di Méliès coi suoi trucchi e i suoi macchinari, quella che lo stesso Hugo vuole caparbiamente far rivivere nell’automa lasciatogli da suo padre, quella che, alla fine dell’Ottocento, ammaliava gli spettatori e li rendeva testimoni di uno spettacolo che era la versione moderna della lanterna magica. Un sortilegio di cui il grande artista francese capì per primo le reali potenzialità (quando i suoi stessi inventori, i fratelli Lumière, l’avevano già bollato come “moda passeggera”) e la cui potenza affabulatrice rivive ora grazie a una stereoscopia che, se usata nel modo giusto, ne restituisce in pieno il limpido potere mesmerico.
Hugo Cabret, ispirato a un romanzo per ragazzi dello scrittore Brian Selznick è dunque, principalmente, un lirico omaggio tributato da Scorsese alla Settima Arte e ad uno dei suoi pionieri; ma è anche una favola moderna, romanzo di formazione su un ragazzino che cerca il suo posto nel mondo, in una società da lui vista come un enorme ingranaggio in cui ogni pezzo deve trovare la sua collocazione e la sua funzione. Lo sguardo di Hugo, interpretato al meglio dal bravo Asa Butterfield, è quello di un personaggio dickensiano che non smette mai di osservare con fiducia, e inesausta curiosità, un mondo che a molti adulti (tra i quali lo stesso, invecchiato e disilluso Méliès) appare invece disordinato e incomprensibile; che divora i suoi libri di avventura con la stessa fame di emozioni e meraviglia con cui si pone davanti allo schermo, che cerca un cuore, e infine lo trova, in una creatura meccanica che porta in sé il ricordo e il perenne legame con un genitore che non ha mai smesso di amare. A fargli da spalla, e da supporto in una ricerca non priva di difficoltà e momenti oscuri (la sequenza dell’incubo è tra le più efficaci e significative del film) una Chloe Moretz altrettanto intensa, il cui personaggio, in questo viaggio che è insieme crescita e scoperta delle proprie radici, avrà modo di conoscere meglio le persone con cui vive, riuscendo infine a legarvisi definitivamente. Un cast messo insieme con grande intelligenza è completato, ma sarebbe meglio dire arricchito, dalle presenze di un sempre carismaticoChristopher Lee nel ruolo del saggio libraio, di un divertente Sacha Baron Cohen che dà il volto all’ispettore ferroviario perennemente sulle tracce di Hugo, e di un intenso Jude Law, fantasmatica guida e costante, tranquillo punto di riferimento per le azioni del protagonista. Non semplici comprimari, ma piuttosto compagni di un viaggio in cui, grazie al potere della stereoscopia, veniamo imbarcati quasi fisicamente, e in cui la memoria personale di chi lo ha voluto si mescola, senza soluzione di continuità, a quella cinefila, di noi tutti. L’approdo, per già noto che fosse a molti, non può che toccarci ed emozionarci. Profondamente.
Di Marco Minniti, da movieplayer.it

Chi non conosce i fratelli Auguste e Louis Lumière? Chi non ignora l’esistenza di Georges Méliès? Eppure è per merito suo se abbiamo iniziato a sognare con il cinema. Martin Scorsese, alle prese con il suo primo film in 3D, decide di raccontare la sua storia al grande pubblico (basandosi sul best-seller di Brian Selznick “The invention of Hugo Cabret”), omaggiandone tutta la genialità e la grandezza attraverso un film apparentemente per bambini, ma che si rivela essere diretto agli amanti di cinema di tutte le età.
Parigi 1931, il piccolo Hugo (Asa Butterfield) è da poco rimasto orfano di entrambi i genitori ed è costretto ad andare a vivere con lo zio nella stazione ferroviaria di Gare Montparnasse, dove l’uomo si occupa della manutenzione degli orologi. Il giovane protagonista ha un solo ricordo del padre (Jude Law): un automa che non funziona più e che Hugo si impegna ad aggiustare. C’è un negozio di giocattoli all’interno della stazione, gestito da un anziano e distinto signore il cui passato è avvolto nel mistero. Con l’aiuto di Isabelle (Cloe Grace Moretz), una bambina di cui il giocattolaio e sua moglie hanno la custodia, Hugo scoprirà il segreto dell’automa che il padre gli ha lasciato.
Meritevole di nota è la qualità della regia che non perde i suoi stilemi ormai leggendari. Ovviamente, l’impostazione narrativa è stata pensata per sfruttare al meglio le capacità della nuova tecnologia, ma esigenze di questo tipo non impediscono al regista di inscenare funamboliche inquadrature ed elaborati piani sequenza che seguono il personaggio all’interno di ambienti tutti da scoprire. Qualcosa in più ci si aspettava dalla fotografia di Robert Richardson che niente aggiunge a quella tipica del genere fantastico e fantasy; ben fatta, s’intende, ma a causa della correzione colore forse troppo marcata, sembra quasi da videogioco. Non poteva deludere la colonna sonora ad opera del compositore Howard Shore, orami un’istituzione della musica per film.
Praticamente perfetta la scelta di Ben Kingsley nel ruolo di Méliès: un attore fisicamente identico che è riuscito a interpretarlo bene sia nel dolore del fallimento che nella gioia del riscatto.
Scorsese ha tentato di avvicinare il pubblico al cinema delle origini che la maggior parte della gente ignora totalmente. Ha scelto di farlo attraverso il blockbuster: una missione nobile e complessa allo stesso tempo, affrontata con un po’ di falsi storici e luoghi comuni, ma il fine giustifica i mezzi.
“Hugo Cabret” è un grande spettacolo visivo che rende omaggio al più geniale cineasta di tutti i tempi con la leggerezza che gli apparteneva e che ancora appartiene alle sue meravigliose opere.
La frase:
“Il tempo è tutto, è tutto”.
Di Fabiola Fortuna , da filmup.leonardo.it

Hugo Cabret è un capolavoro. Il film più personale di Martin Scorsese da anni e anni a questa parte e, non solo, il suo più privato, più immaginifico, più radicale: dopo decenni di onoratissimo servizio, e più di qualche lavoretto su commissione, il regista italo-americano può finalmente consegnare il suo film-testamento, scucendo di tasca altrui un budget monstre di 150-170 milioni di dollari e prendendo un besteller – di Brian Selznick – per adattare i proprio sogni, le proprie ossessioni e la propria Weltanschauung al di qua e al di là della macchina da presa. 
C’è di tutto, e di più nel film, in pole-position con 11 nomination agli 84esimi Academy Awards: cinema, meta-cinema, cinema-sogno, sogno-cinema, moviola demiurgica, da “Padreterno”, politica degli autori, interazione uomo-macchina, il grande orologiaio, la settima arte orfana di passato, il presente presago di ieri, oggi e domani colto dallo spioncino della cabina di proiezione, la conservazione e l’archivio. E un unico scatto: dietro la macchina fotografica “antidiluviana”, c’è lui, Martin Scorsese, a immortalare il suo avo, il suo “analogo” di quasi cent’anni prima,Georges Méliès. 
Il resto è proiezione, retroproiezione, long take e piano sequenza, carrellate ottiche, CGI e un 3D urgente, necessario, formalmente ineccepibile, e furbo, furbissimo: Scorsese ha fatto allentare i cordoni della borsa “promettendo” un family-movie stereoscopico per grandi e, soprattutto, piccini. Non che i secondi non possano trarre giovamento e sollazzo, ma Hugo Cabret non è per loro: è per Martin, e al più per i cinefili pensanti. Per Martin, perché altro non è che un viaggio nel tempo e nel tempo della settima arte secondo le traiettorie di un regista colto, di un cineasta cinefago e cinesenziente: Scorsese, appunto, che sulla scorta del romanzo di Selznick riesce nell’inaudito, riportare in vita in carne e ossa delegate – Ben Kingsley, superbo – il demiurgo del cinema-invenzione, del cinema non rappresentativo, ma (ri)creativo, ovvero Georges Méliès, e soprattutto rifissarne sulla tela-schermo le immagini, i colori, i bon mots e i proto-slapstick, i suoi film, a partire da Voyage dans la lune. 
Tutto questo, ribadiamo, in un “film per famiglie”: inedito, se non incredibile. Hugo Cabret sprizza cinema e amore di cinema da ogni inquadratura, con le più suggestive, le più icastiche e programmatiche a far da guida: gli sguardi di Hugo Cabret (Asa Butterfield, una rockstar inglese in miniatura, tra Jarvis Cocker e Brett Anderson, ma con gli occhioni blu), orfano e piccolo orologiaio in incognito della stazione di Parigi, filtrano attraverso un diaframma di vetro – il vetro dell’orologio, ovvero quello della macchina da presa – e hanno alle spalle il quadrante con le lancette, l’immagine-tempo della settima arte. 
Sì, Deleuze, e l’immagine-movimento è Hugo Cabret stesso, un caleidoscopico, fantasmagorico serbatoio di figure retoriche, metonimia, sineddoche, mise en abyme, e chi più ne ha più ne ritrovi in questo post-verniano Viaggio al centro della terra-cinema. 
Un solo esempio, che richiama in causa i Lumière dell’arrivo del treno alla stazione Ciotat: vediamo questo corto d’antan, poi la rielaborazione onirica – meglio, l’incubo – di Hugo, che scopriamo non è sogno, ma addirittura sogno nel sogno, e poi – non esiste forse la moviola, ovvero la cine-possibilità di andare avanti e indietro nella realtà e nell’immaginazione? – la definitiva iterazione dell’evento nel “reale”, con Hugo che quasi finisce schiacciato dalla locomotiva. 
Scatole cinesi, messe in abisso, con le rotelle che funzionano alla perfezione, ingranaggi di un meccanismo cinematografico così oliato da essere – almeno qui, e negli altri vertici dell’Arte – “vero”: Scorsese è utopico, mesmerizzante e magico come già suo papà Georges (Méliès). E, sempre in ping-pong bio-poetico, triste, tristissimo: Hugo Cabret non è solo lo zenit, ma l’apogeo della decadenza della settima arte. Scorsese dice, ovvero fa dire a Méliès, che di cinema si muore o, comunque, si soffre, si trova l’oblio sociale e l’astenia privata, la depressione professionale: eppure, si può uscirne a testa alta, perché il negativo è il positivo della settima arte. Ovvero, quel che rimane, faticosamente e non meno incredibilmente: è questa l’impressionedi Hugo Cabret, che trova Harold Lloyd abbarbicato sull’orologio come qui e ora il suo piccolo orfano taumaturgo. 
E poi, tra una sinfonia meccanica e una sinfonia di una grande città, le geometrie variabili di Borges, l’architettura di Escher e la Metropolis di Fritz Lang, il sogno in “automatico”, l’automa, il Golem, l’interazione uomo-macchina (complementare all’interazione macchina-uomo della protesi, alla gamba del reduce della Grande Guerra Sacha Baron Cohen), che è lascito memoriale privato (il padre di Hugo Cabret, Jude Law) e pubblico (il padre di Scorsese, Méliés), ovvero, in definitiva, il cinema stesso, arte-industriale di una creatura mitologica, il regista, metà uomo e metà macchina da presa. Come l’automa disegna, così il film, che traccia linee, collega puntini nel corso del tempo. 
Immagine-tempo e immagine-movimento, per far coincidere qui e ora le origini e il futuro nel montaggio delle attrazioni: Hugo è un’attrazione. Spericolata, folle, meravigliosa, e così personale da fondersi con l’universale, grazie a uno “scambio di persona” a tre – Scorsese, Méliès, Hugo Cabret – che come già a Rimbaud fa dire a Martin “Io è un altro”. E, grazie a Dio, in quell’altro possiamo essere anche noi.
Di Federico Pontiggia, da cinematografo.it

Parigi 1931. Hugo è un ragazzino che vive nelle enormi stanze sotterranee e nei lunghi cunicoli della stazione di Montparnasse e si occupa di far funzionare i suoi numerosi orologi. La sua ambizione è quella di aggiustare un automa ereditato dal padre, morto in un incendio. Per riuscire a compiere la sua impresa ruba gli arnesi necessari a un burbero e triste giocattolaio. Colto in flagranza di reato, a Hugo viene requisito il prezioso taccuino del genitore con i disegni dell’uomo meccanico e cercherà in tutti i modi di recuperarlo con l’aiuto di Isabelle, nipote del giocattolaio, portatore di un antico segreto.
Tratto dall’omonima graphic novel di Brian SelznickLa straordinaria invenzione di Hugo Cabret, ilfilm diretto dal regista italo-americano è una meraviglia per gli occhi, riuscendo a piegare la tridimensionalità al suo volere con una profondità di campo significativa e funzionale. Scorsese è sempre rimasto affascinato dal cinema delle origini, si è documentato, ha ricercato vecchie pellicole e le ha riproposte al pubblico. Inoltre ha omaggiato in modo deciso The Great Train Robbery, riproponendo l’emblematic shot finale di George Barnes in Quei bravi ragazzi, nel quale è Joe Pesci che spara verso il pubblico prima dei titoli di coda. Partendo da questi presupposti si può osservare come Scorsese sia legato a quella forma di puro intrattenimentoprimordiale che mostrava immagini sconvolgenti a un pubblico non ancora conscio della potenza e dell’innovazione delle prime proiezioni. Scorsese ama la settima arte e la sua passione si respira a pieni polmoni in Hugo Cabret; la macchina da presa 3D si muove fluida tra gli ingranaggi degli orologi della stazione, la fotografia vive di luce propria e la scenografia di Dante Ferretti fa sgranare gli occhi e fa rivivere il teatro di posa di vetro di uno dei pionieri del cinema, ovvero Georges Méliès. Infatti proprio l’illusionista francese, che stupì il mondo con i suoi trucchi su pellicola, è il co-protagonista della vicenda. Disilluso dall’industria cinematografica, si è nascosto per anni nella stazione di Parigi, facendo credere di essere morto nella prima guerra mondiale. Scorsese ritrova in Sir Ben Kingsley la sua perfetta maschera, l’interpretazione appassionata di un uomo divorato da un passato che ha letteralmente chiuso a chiave in una scatola. Ad accompagnarlo nei meandri dei suoi ricordi Asa Butterfield e Chloë Grace Moretz, rispettivamente Hugo e la nipote Isabelle, ragazza intelligente e gonfia di entusiasmo.
Hugo Cabret è una lezione di cinema, sia dal punto di vista stilistico che da quello storico. I flashback, che si inseriscono in una narrazione compiuta e abbastanza lineare, riportano visivamente i dietro le quinte di prodotti di Méliès, come Le royaume des fées, e, grazie a un susseguirsi di immagini incontrollate, la sua intera filmografia – o almeno quella che ne è rimasto. Il cinema diventa il veicolo per stupire i protagonisti della vicenda, due ragazzi che brillano di bravura recitativa, portandoli segretamente all’interno di una sala per ammirare vecchie pellicole mute. Ed è proprio qui che l’imbonitore Scorsese effettua la commistione storica: da una parte Hugo rimane appeso alle lancette di un orologio (proprio come Buster Keaton fece anni addietro), dall’altra viene riproposto per intero il famoso Voyage dans la lune riprodotto “a manovella” (suscitando nostalgia negli spettatori in sala). La narrazione e la fotografia favolistica, nella quale una Parigi trafficata diviene un ingranaggio perpetuo, si travestono da aspetti di supporto a una pellicola per cinefili in un film che mano a mano si compone e permette il riconoscimento di spezzoni di opere degli albori.
Accurato e particolareggiato fino al minimo dettaglio, Hugo Cabret mostra il fianco anche a dei limiti, ovvero deipersonaggi giustapposti per infondere un velo di autentico romanticismo della Parigi degli anni ’30. Apparendo come cartoline di pregevole fattura, il capostazione Sacha Baron Cohen, la fiorista Emily Mortimer, l’innamorato Richard Griffiths e la piccola imprenditrice Frances de la Tour, vivono storie parallele e mai funzionali allo sviluppo della vicenda principale, a differenza dell’ispettore ferroviario che si impegna a rincorrere, tra la gente e i cunicoli della stazione, il giovane Hugo.
A parte questo Scorsese allontanandosi dalla sua America disillusa e malata di potere, realizza, soprattutto dal punto di vista tecnico, una meraviglia per gli occhi, una fiaba che coinvolge e rispetta le attese in tutto e per tutto. Effettuando una convincente commistione di storia del cinema e narrazione fluida e favolistica, che può abbracciare una vasta fetta di pubblico, il regista italo-americano si fa ammirare, applaudire e probabilmente premiare. Nota a margine: Hugo Cabret, insieme a The Artist di Hazanavicius, omaggia e recupera l’aspetto puramente d’intrattenimento del cinema delle origini ed è il favorito ai prossimi Oscar. Che gli Academy soffrano di nostalgia?
Di Andrea Ussia, da persinsala.it

Hugo Cabret è uscito nelle sale italiane il 3 febbraio, dopo la piccola anteprima del Festival di Roma. Tratto dal suggestivo romanzo grafico di Brian Selznick, il film è un viaggio attraverso il cinema in cui il regista Martin Scorsese conduce lo spettatore per mano, alla scoperta di tesori dimenticati, in un’incantevole Parigi degli anni Venti. Prosegue quindi la tendenza recente alla riscoperta del cinema delle origini (The Artist) e al fascino per la Parigi di inizio secolo (Midnight in Paris) che sembrano conquistare pubblico e critica.
Hugo Cabret, dopo la morte del padre, vive nascosto nella stazione Montparnasse di Parigi e si prende cura degli orologi. Tutto ciò che gli resta è uno strano automa meccanico che il padre ha trovato abbandonato nel museo per cui lavorava, e che Hugo cerca disperatamente di riparare. Sullo sfondo si intrecciano le vicende giornaliere di una moltitudine di personaggi che affollano la stazione e che saranno, in bene o in male, complici della storia di Hugo.
Fra cunicoli bui, ingranaggi enormi e getti di vapore, in un’atmosfera tipicamente dickensiana, lo spettatore si perde per ritrovarsi poi immerso nel caos dell’affollata stazione ferroviaria, dove segue Hugo in fuga dal feroce ispettore in una sorta di gioco del gatto col topo. Nella sua tana il bambino nasconde il suo unico tesoro, un automa: come il robot, anche Hugo è incompleto, quasi rotto, privo di qualcosa che lo faccia funzionare a dovere. Tutto può essere aggiustato però, basta trovare i pezzi giusti, e sembra essere proprio questa l’intenzione del giovane, che con tenacia e una buona dose di fortuna, riuscirà a “riparare” tutto e tutti, regalando un finale dal sapore disneyano. Ad un inizio lento e poco accattivante, segue una parte finale decisamente ricca che gioca su diversi colpi di scena e dà il pretesto al cinefilo Scorsese per una lezione di cinema in piena regola. Nonostante l’incredibile coinvolgimento, però, tutto sembra eccessivamente calcolato e fatto su misura, e il film ne risente, almeno in parte.
Il giovane Asa Butterfield si destreggia bene nei panni di Hugo, riuscendo meglio della controparte femminileChloe Grace Moretz, e il poliedrico Sacha Baron Cohen, famoso per i suoi personaggi, dà corpo ad un cattivo di animo buono riuscendo a non esagerare come al solito. Polarizza l’attenzione anche Ben Kingsley, decisamente in forma, che restituisce un Georges Méliès convincente e dotato di un certo spessore. Rimane sullo sfondo, ma non invisibile, Christopher Lee, che ad un passo dai 90 anni si dimostra ancora capace di emozionare, nonostante il ruolo marginale del bibliotecario Labisse.
Ingredienti ottimi non danno sempre un risultato eccellente ma, in questo caso, il capolavoro manca per un soffio. Nonostante tutto il regista si dimostra ancora una volta uno dei migliori artisti al mondo, capace di raccontare una storia come pochi sanno fare e di regalare emozioni uniche. Undici nomination agli Oscarconfermano il gradimento diffuso del film, che ha già vinto ai Golden Globes, e che promette di fare incetta di statuette. Una delle poche possibilità (insieme a Casarosa) per l’Italia di ricevere un premio arriva da questo film: gli scenografi storici di Scorsese, Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, concorreranno infatti con la loro superba ricostruzione della stazione ferroviaria francese sperando di replicare i successi passati.
Da cinemaerrante.it

Parigi 1930, il dodicenne Hugo Cabret (Asa Butterfield), orfano di madre vive con suo padre (Jude Law) un abilissimo maestro orologiaio. Purtroppo Hugo perderà anche il padre a causa di un devastante incendio e di lui gli resterà solo un automa rotto che i due stavano riparando. Hugo dopo la morte del padre sarà affidato allo zio, un orologiaio alcolizzato che è responsabile della manutenzione degli orologi nella stazione ferroviaria di Gare Montparnasse, suo zio prima di scomparire gli insegnerà a prendersi cura degli orologi. Hugo si ritroverà così a vivere da solo tra le mura della stazione, occupandosi segretamente degli orologi, rubando cibo e lavorando sull’automa. Il ragazzino per portare a termine la riparazione dell’automa, che è diventata il suo scopo nella vita, ruba parti meccaniche ed attrezzi da un negozio di giocattoli, ma verrà scoperto dal proprietario George Meliés (Ben Kingsley) che minaccerà di consegnarlo all’ispettore della stazione (Sacha Baron Cohen), togliendo ad Hugo un prezioso diario con schizzi e progetti del padre. Sarà il tentativo di Hugo di recuperare il diario che lo porterà in una fantastica avventura tra libri, cinema e misteri in cui sarà affiancato dalla graziosa Isabelle (Chloe Moretz), appassionata di libri e figlia adottiva di Meliés.
Hugo Cabret segna il debutto nel formato 3D per Martin Scorsese, che dopo il thrillerShutter Island cambia ancora registro e genere e si cimenta con una raffinatissima fiaba visivamente sorprendente, che intende omaggiare le origini del cinema e la fantasia e la creatività figliate dalla grande letteratura, il tutto con l’ausilio di trovate visive che incantano per spessore cromatico.
Scorsese grazie ad un 3D di altissimo profilo, sorprendentemente luminoso e puntato alla profondità come quello del blockbuster Avatar, tra eleganti soggettive ed immersivi piano-sequenza ci accompagna tra i meandri di un fascinoso microcosmo ricostruito con certosina maestria dagli scenografi italiani Dante Ferretti e Francesca Loschiavo, entrambi candidati ai prossimi Oscar 2012, confezionando una vera e propria dichiarazione d’amore ad un iconico immaginario collettivo in celluloide che ha posto le fondamenta di quella che spesso viene definita, non a caso La fabbrica dei sogni, ed è di sogni e fanciullezza ritrovata che Scorsese ci racconta, ricordandoci un altro film in cui il connubio giocattoli e magia ci riportavano ai colori e alla genuinità di una malinconica infanzia, il delizioso Mr. Magorium e la bottega delle meraviglie
Di Pietro Ferraro, da ilcinemaniaco.com

“Hugo Cabret” è una dichiarazione d’amore al cinema e alle sue origini profonde, ai suoi primordi ancestrali (e sperimentali). L’omaggio lussureggiante e incantato di un amante eterno che alla settima arte ha dedicato una vita intera colma di certosine attenzioni e di un culto assiduo, portato avanti anche fuori dal set dei suoi film di fiction (si vedano i vari Viaggi nel cinema americano, Viaggio nel cinema italiano fino al più recente A letter to Elia). L’evoluzione cinematografica di zio Marty si è articolata e ha dunque tratto linfa anche e soprattutto dalla sua inesausta passione cinefila, che oltre a indurlo a impegnarsi strenuamente nella restaurazione di vecchie pellicole ne ha segnato inconfondibilmente lo stile tanto conclamato.
 Per altro il cinema di Scorsese, si sa, è contrassegnato e intimamente stimolato da un’indefessa ricerca delle proprie origini: siano esse le memorie sanguigne e personali di Little Italy o più in generale e le radici violente su cui poggia l’America tutta come nel prosastico ma bellissimo Gangs of New York, il fil rouge che lega le sue opere e l’occasionalità della loro ispirazione non si spostano più di tanto.
In tal senso, “”Hugo Cabret” unisce meravigliosamente queste due tendenze da sempre compresenti e conniventi nella produzione di Scorsese: il cinema e le origini confluiscono in unviaggio alle origini del cinema delle origini, attraverso la personificazione-straniamento del regista col giovane protagonista Hugo, bambino rimasto orfano che si arrabatta come può nella stazione parigina di Gare Montparnasse, tentando di riparare un misterioso automa lasciatogli in eredità dal padre (un Jude Law dalla bellezza arcana) defunto in un incendio. Come il piccolo Scorsese sofferente d’asma Hugo è un isolato che ama il cinema trovandovi rifugio e conforto e lo fa amare anche all’affine coetaneaIsabelle (ChloëMoretz), appassionata di lettura, in un rapporto d’amicizia alchemico, che metaforizza al meglio la connessione armonica e tutt’altro che dicotomica tra l’arte della scrittura e quella l’arte del creare immagini.
Isabelle vive col padrino George, ovvero Méliès, uno dei primi pionieri della creazione celluloidale, autore leggendario di centinaia e centinaia di film pionieristici che visti ancora oggi conservano il loro fascino ammaliante. Un cantore della fantascienza ante litteram che nei suoi magici fotogrammi coagula l’essenza di un sogno — il cinema proprio quale fabbrica dei sogni – nonché l’incanto estatico e la sospensione dell’incredulità insita nell’atto supremo della visione (Hugo scruta, osserva, si trincera ovunque dietro spioncini e serrature). Scorsese ne ripropone gli umori e le frustrazioni biografiche attraverso il corpo attoriale di Ben Kingsley, che all’inizio del film sembra quasi un patrigno dickensiano per poi diventare progressivamente qualcos’altro, dischiudendo l’anima di Méliès e le cocenti delusioni che indussero questo regista unico e stupefacente a bruciare selvaggiamente i suoi film, le sue rigogliose scenografie, i suoi fantasiosi costumi. Arriva la guerra, i gusti cambiano, la persone si incupiscono e i sogni decadono. Per il cinema di Méliès non c’è più posto. Tutti hanno visto ormaitroppa realtàper continuare a crederci.
 Scorsese del cinema di questo Leonardo da Vinci del filmabile recupera ed esalta proprio il peso delle ispirazioni originarie, la matrice immaginifica e sorprendente di un arte in grado di spiazzare, avvincere e incantare. E talvolta scuotere violentemente, come nella mitica sequenza del film dei fratelli Lumière “L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat”, in cui quella locomotiva che arriva verso le schermo fece sobbalzare istintivamente degli atterriti spettatori. Una scena emblematica riproposta anche in “Hugo Cabret” e in grado di generare un ideale ponte tra la meraviglia dei primi fuochi della storia del cinema e il più classica e proprio per questo (finora) riuscito dei 3D contemporanei, quello scorsesiano appunto, che dà corpo e profondità ai fondali scenografici di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo illuminandoli e rendendoli sfavillanti. L’amore serpeggiante per il cinema, per carità, si coglie però anche da altri dettagli distillati qua e là: i sinuosi e avvolgenti movimenti di macchina, le corse di Hugo, gli ulteriori riferimenti al muto e Charlot attraverso le figure della fioraia e di un incredibile e sorprendente Sacha Baron Cohen, rigido e cagnesco controllore cui il film dona rispetto al libro anche una connotazione romantica grazie all’aggiunta di una donna dolcissima interpretata da Emily Mortimer.
La metafora più importante sottesa al film è, c’è poco da fare, quella dell’automa: per suo tramite, senza dimenticare il riferimento all’attività di giocattolaio realmente svolta da Méliès dopo che smise di girare, Scorsese si sofferma sul fascino vintage e meccanico dei vecchi ingranaggi a incastro, e dunque per estensione anche del vecchio cinema tout-court, frutto di una manualità giocosa ma anche profondamente innamorata della materia che maneggia. Il tema visivo dell’ingranaggio ricorre ossessivamente e si carica di volta in volta di un sempre più profondo spessore simbolico: in un bellissimo flashback accompagnato dall’inconfondibile rumore della pellicola azionata in un proiettore il meccanismo che costituisce la vita e il funzionamento dell’automa sembra affetto dauna dolorosa sofferenza rievocativa: il riecheggiamento, il ricordo nostalgico che solo il cinema può indurre incrocia inevitabilmente lo sfiorire tragico delle illusioni, proprio come ha avuto modo di sperimentare sulla sua pelle Méliès (che superato lo scotto aiuterà però perfino a scriverli, i nuovi capitoli della storia del cinema). Anche lo stesso controllore è prigioniero di una ferità metallica alla gamba che non guarirà: il cinema insomma, specie quello inteso come costruzione e composizione chimica, sa anche essere a suo modo terrificante(per citare Isabelle) e temibile.
In questa consapevolezza risiede la grandezza enorme di “Hugo Cabret”: né un semplice compendio cinefilo copia carbone ma un omaggio sentito e denso, sostanziale e perfino, verrebbe da dire, urgente in un’epoca di profonde e tutt’altro che sottovalutabili trasformazioni cinematografiche. La tecnologia, nello sguardo umanista proposto da Scorsese, che sia atavica o postmoderna mira comunque a privilegiare la commozione, perfino a partire da una costruzione solo apparentemente paraumana e reificata come quell’automa scrivente (il film non a caso si chiude eloquentemente sui suoi occhi). Quello che conta, ieri come oggi, è trovare la chiave del cuore. Un capolavoro per cinefili accorati, ma non solo.
Di Davide Stazione, da cinerepublic.film.tv.it

Scoccia un po’ aggiungersi al coro e adeguarsi al pensiero unico che ha salutato questo film di Scorsese come una meraviglia. Scoccia, perché è più bello dissentire e chiamarsi fuori (detesto ogni unanimismo), ma stavolta non si può che essere d’accordo con la maggioranza e pure con l’esecrata critica bon ton che ha compattamente esaltato Hugo Cabret: questo è un gran film, non so se proprio un capolavoro però poco ci manca, il secondo grandissimo film americano del 2011 (noi lo vediamo con un po’ di ritardo rispetto all’uscita Usa) dopoThe Tree of Life di Terrence Malick. Cinema che è  metacinema, dichiarazione d’amore per il cinema, cinema che rifà se stesso e si contempla e anche un filino autoreferenziale, cinema che contiene cinema che contiene cinema, pura mise an abyme. Vertigine citazionista, un gioco di grandi e da grandi che sembra per bambini, confezionato come una favola e un racconto di Natale. Ambiguità felice sul piano della resa artistica, espressiva, però penalizzante sul mercato. Difatti Hugo Cabret, costato la bellezza di 170 milioni di dollari (Scorsese non la finiva più di girare e rigirare e rifare), al box office americano ne ha recuperati appena 60 scarsi, e nonostante la pioggia di nomination all’Oscar, ben undici, è difficile che possa migliorare di molto la performance. Film per grandi e piccini che nelle inesorabili leggi del marketing si traduce in: né per grandi né per piccini, dunque diserzione delle masse nel periodo natalizio, il più succoso per gli incassi. Fors’anche un bel po’ troppo cerebrale, questo perfetto dispositivo narrativo messo a punto da Martin Scorsese grazie anche al libro di Brian Selznick da cui è tratto. Parigi tra anni Venti e Trenta, Gare de Montparnasse. Il ragazzino orfano Hugo Cabret, perdipiù angariato da uno zio ubriacone, vive nascosto nei sotterranei della stazione e nelle stanze segrete dove giace il Grande Ingranaggio che regola il maestoso orologio sovrastante hall e binari, e vive in costante pericolo, perennemente inseguito da un tronfio poliziotto-accalappiabambini (Sacha Baron Cohen) a caccia di prede da mandare in orridi orfanotrofi. Personaggio dickensiano, le petit Hugo, che da solo deve sopravvivere in un mondo immondo e periglioso, un senzafamiglia, carattere archetipico delle grandi narazioni ottocentesche e anche precedenti, a incarnare il terrore della solitudine e dell’abbandono che è in ognuno di noi (e di chi è venuto prima di noi). Personaggio oltre il tempo in questa storia del primo Novecento. C’è un arcigno giocattolaio con botteguccia alla stazione che si scoprirà poi essere un grande personaggio con una grande storia alle spalle. C’è un automa che il papà di Hugo (cameo di Jude Law) stava restaurando prima di morire, e che il bambino ha ereditato, un essere di metallo e ruote e congegni che sembra avere un’anima e che custodisce un segreto, e quel segreto sta nello strano disegno tracciato dalla sua mano meccanica eppure sapiente di un missile conficcato nell’occhio di un faccione lunare. Citazioni su citazioni su citazioni. L’automa ha la forma e la postura della donna-robot di Metropolis di Fritz Lang, e ricorda la bambola meccanica del Casanova felliniano. Il disegno tracciato un discreto cinefilo lo riconosce subito (Hugo ci metterà un po’ di più), è la scena più famosa del Voyage dans la lune di Georges Méliès, pioniere-padre del cinema insieme ai Lumière e loro avversario, attratto – diversamente dai due fratelli – dal fantastico, dal surreale, dall’iperbolico, dallo spettacolare anche sgangherato e folle. Le avventure e le disavventure porteranno il bambino della stazione, e porterà tutti noi, a scoprire che il burbero e un po’ laido giocattolaio altri non è che il grande Méliès, invecchiato e sconfitto, ritiratosi in una vita grigia e povera, dimenticato da tutti, dopo che agli inizi del secolo aveva costruito un impero di celluloide con le sue pellicole fatte della materia del sogno e della meraviglia. Ma poi arrivano i dissesti finanziari, la grande guerra che cambia i gusti del pubblico, la discesa negli abissi del fallimento, della depressione. Méliès distrugge i suoi teatri di posa, i suoi film, sceglie l’ombra, l’anonimato, il niente di una vita dimenticata dopo la fama mondiale (aveva costruito succursali in tutto il mondo, America compresa). Ma grazie alla sua giovane figliastra (Chloe Moretz, già vista a Venezia in Texas Killing Fields, ed era la cosa migliore di un film medio-mediocre), allo stesso Hugo, a uno studioso del cinema muto invasato del mito Méliès che è riuscito a salvare e restaurare una copia del Voyage, il genio dimenticato ritroverà le luci della ribalta e il suo capolavoro tornerà a essere proiettato. Ora, ve la immaginate questa fantastica storia nelle mani di un innamorato del cinema come Scorsese? Il quale ci comunica il piacere quasi fisico che prova nel ricostruire i teatri di posa di Méliès, i suoi set, i suoi incantevoli trucchi, le sue macchinerie, e le scene by Scorsese del Voyage, con quelle ondine-odalische-sirene e mostruosità marine varie che galleggiano nell’atmosfera lunare, sono quanto di più bello il cinema del cinema/nel cinema, il cinema della nostalgia e del citazionismo ci abbia mai dato. Con tanto di cameo à la Hitchcock di Scorsese quale fotografo di scena (e il regista en passant non si fa mancare niente, compreso il piccolo Hugo perigliosamente aggrappato alle lancette del grande orologio e sospeso sull’abisso come Harold Lloyd, e compreso un treno che irrompe in stazione come quello dei primi Lumière). Film incantato e incantevole, commovente e insieme lucido nel ricordarci come la gloria, e in particolare la gloria cinematografica, possa essere effimera e caduca. Con il 3D migliore mai visto, insieme a quello dello spielberghiano Tintin. Stavolta i personaggi non navigano come pupazzoni ritagliati su sfondi incongrui (effetto che dà anche il Pina di Wenders), come quasi sempre nel cinemaccio a tre dimensioni, ma si fondono nel contesto scenico in una fantasmagoria di effetti speciali e umani, sempre giustificati dalla narrazione e mai intrusi e gratuiti. Quella nevicata dell’inizio con i fiocchi che ci arrivano addosso e ci avvolgono è cinema-cinema. Scorsese sembra suggerirci che il senso del meravigioso di Méliès oggi può rinascere proprio grazie al 3D (non ne sarei così sicuri però). Resta, in questo Hugo Cabret prossimo al capolavoro, qualche strana smagliatura o incongruenza nella messinscena e nella collocazione temporale e storica. Il grandioso set creato da Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo (giustamente Oscar-nominati) è di una bellezza che toglie il fiato, ma rimanda a un immaginario ottocentesco, più steampunk che parigino primonovecentesco, con quelle macchinerie e gli ingranaggi e i vapori e il trionfo di una meccanica da Ballo Excelsior, di un’ingegneria da Expo e Tour Eiffel (un mondo materico, metallico, ferrigno, sgoccialante olii e sbuffante vapori, un universo tattile, sonoro, olfattivo, sensoriale insomma, così diverso da quello asetticamente virtuale de-materializzato e inodore in cui viviamo oggi). Tra anni Venti e Trenta, che sembra di capire è il periodo in cui è collocata la vicenda, a Parigi il clima stilistico era cambiato, si respirava già aria di modernismo (che ad esempio il Woody Allen di Midnight in Paris, diversamente da Scorsese, sa cogliere). Ma sono inezie, imperfezioni forse anche volute, che non intaccano la resa di questo gran film.
Di Luigi Locatelli, da luigilocatelli.wordpress.com

Il cinema delle origini e il cinema degli effetti speciali tutto mescolato insieme in una dolce ubriacatura di settima arte: ecco che cosa è “Hugo Cabret” ed ecco quello che ci regala Martin Scorsese nel suo primo film in 3D, fresco di 11 nomination all’Oscar 2012. “Hugo Cabret” è una poesia, una dichiarazione d’amore di un regista che ama il cinema e che ha deciso di omaggiarlo, portando sul grande schermo, per la prima volta nella sua carriera, una favola, quella di un bambino, che abita nella Parigi degli anni ’30, che ama aggiustare le cose e che vive nella torre dell’orologio della stazione della ville lumière.
Con il pretesto di raccontare la storia un ragazzino, Martin Scorsese ci accompagna in una esperienza straordinaria e che forse in pochi fino ad oggi credevano possibile: vedere i film di George Mèlies, un pioniere del cinema, l’uomo che si è inventato l’ellissi cinematografica, l’uomo che ha per primo capito che il film è un sogno, in tre dimensioni. Ci voleva coraggio per raccontare al cinema di George Mèlies, eppure la delicatezza con cui Martin Scorsese affronta l’argomento, coadiuvato dall’ottima sceneggiatura di J. Logan, tratta dal romanzo “La straordinaria invenzione di Hugo Cabret” di Selznick Brian, ci fa riscoprire quanto deve essere stato bello inventare un nuovo modo di comunicare, quando i meccanismi del cinema erano sconosciuto e lo spettatore nel buio della sala era convinto di assistere ad una “magia”.
La narrazione del film è debole ed in effetti chi cerca una storia ben strutturata non la troverà in “Hugo Cabret” però nei momenti in cui il cinema moderno si incontra con il cinema del passato, ci si trova di fronte alla quintessenza della settima arte e si capisce perché, nonostante il tempo passi per tutti, ogni giorno c’è qualcuno in una parte qualsiasi del mondo che si sveglia la mattina e pensa: “Oggi ho voglia di magie! Oggi ho voglia di cinema”. Un film da vedere e rivedere, di cui gli amanti del cinema non potranno fare a meno. 
Di Davide Monastra, da filmforlife.org

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog