GLI INFEDELI


Gli infedeli (titolo originale Les Infidèles) racconta il tradimento (maschile) in tutte le sue sfaccettature (anche estreme) con l’obiettivo di proporre una panoramica globale sul fenomeno. Cosa spinge al tradimento? A volte, anche sistematico? Quali sono i problemi di coppia che portano l’uomo a tradire? Può essere considerata una vera e propria dipendenza o è semplicemente insito nel genere maschile?
Meravigliose creature, volutamente scorrette
L’adulterio è un tema caro alla letteratura ma anche al cinema: si pensi all’onirico Eyes Wide Shut di Kubrick con Nicole Kidman e Tom Cruise che proprio a causa del film decisero di lasciarsi; o al recenteMatch Point di Woody Allen, dove il tradimento si faceva mentore delle più torbide ombre del protagonista). In questo caso, l’adulterio diventa pretesto per far ridere o far riflettere con leggerezza: si va da sketch brevissimi (quasi “barzellette”) a episodi dalla patina cupa o ilare. Ispirato, quasi una dichiarazione, a I Mostri di Dino Risi, film a episodi con protagonisti Gassman e Tognazzi, l’idea per Gli infedeli è venuta all’ormai acclamatissimo e piacione Jean Dujardin (The Artist, cosa lo diciamo a fare), che rimase particolarmente colpito dal racconto di un suo amico “infedele” che inventava le scuse più disparate per giustificare i suoi tradimenti alla moglie. Col compagno Gilles Lellouche (Piccole bugie tra amici), attore e regista molto noto oltralpe, ingiustamente sconosciuto da noi italiani, condivide quasi tutti gli episodi del film e anche la regia dell’ultimo, Las Vegas.
Film che ha fatto discutere, soprattutto in Francia, anche prima dell’uscita a causa delle foto promozionali sessualmente esplicite – un po’ più discrete qui in italia – Gli infedeli, è volutamente misogino, a tratti volgarotto e grossolano: ma il tutto è decisamente giustificato dalle storie, che offrono una gran varietà di punti di vista, differenziati anche e soprattutto sul versante della regia, che annovera Emmanuelle Bercot (episodio La domanda), Alexandre Courtès (episodio Infedeli anonimi), Michel Hazanavicus (episodio La coscienza pulita), Eric Lartigau (episodio Lolita), Fred Cavayé (episodio Il prologo).
Si va dal dal lolitismo al bondage estremo con attempate signore, non si trascura nessuna situazione, ma non manca lo spazio anche per la cupezza, l’amarezza, i rancori, le disillusioni e le menzogne che si nascondono sempre dietro il tradimento. Gli uomini, seppur misogini, imbroglioni nei confronti delle mogli e approfittatori di donne da una notte e via, diventano non solo pretesto per ridere, ma anche sconfitti e perdenti da compatire. Discontinuo nei risultati, ma sicuramente equilibrato per tematiche, con attori che ormai sono una garanzia per il florido cinema francese che continua a prendere punti. 
E ricordatevi di non alzarvi prima dei titoli di coda.
Di Francesca Casella , da spaziogames.it

Il modo per non farsi beccare in flagrante ci sarebbe, basterebbe solo non tradire la propria moglie. Di questo particolare ne sono a conoscenza sia Fred che il suo compagno di avventure notturne Greg, ma si sa che al richiamo di una conquista non si può certo resistere facilmente. E’ così che, se il lunedì riescono ancora a passare una tranquilla serata in famiglia con tanto di DVD e figli, il mercoledì sentono già il desiderio di evadere tra le braccia di un’altra donna, una a caso. Perché il loro tradimento non è quasi mai sentimentale, ma istintivo e completamente fisico. Un evento che nasce dalla casualità, dettato forse dall’ansia per la crisi economica, dalla paura della povertà o da un inverno troppo lungo e noioso. Sicuramente è una sorta di sport in cui conta prestanza e allenamento costante, ma anche furbizia e tecnica per afferrare l’occasione giusta senza lasciarsi scoprire da un avversario pronto a colpire con la terribile arma del divorzio.
Per riassumere questo mondo complicato fatto di sentimenti, egoismi e aspettative deluse, il cinema francese si è servito di sette registi (Emmanuelle Bercot, Fred Cavayé, Alexandre Courtès, Jean Dujardin, Gilles Lellouche, Michel Hazanavicius,Eric Lartigau) che, attraverso l’unico elemento costante rappresentato dall’interpretazione dell’ormai osannato Dujardin e dell’amico Lellouche, hanno provato a comporre in un film a episodi il ritratto di un uomo affannosamente alle prese con la propria natura. Così, da questo incontro di sensibilità e capacità narrative diverse prende vita il conquistatore con il sorriso da simpatica canaglia e la cabriolet d’epoca, mentre in sottofondo Pino D’Angiò e la sua Ma quale idea determinano immediatamente l’atmosfera e la filosofia del personaggio. A lui risponde l’uomo medio che, dopo imbarazzanti tentativi per avere una relazione durante un viaggio di lavoro, si arrende beatamente alla sua condizione di fedele. Tra questi due estremi s’inserisce un’umanità varia che, attraverso l’illusione fugace di chi si lascia sedurre da un amante fin troppo giovane e la passione distruttiva di una coppia messa a confronto con i rispettivi tradimenti, detta il ritmo di una commedia dolce amara in cui sorriso e riflessione si alternano costantemente fino a sovrapporsi. Anzi, nonostante il punto di vista sia costantemente maschile, Gli infedeli riesce ad andare oltre ogni “accusa” di sessismo deridendo e umiliando senza alcuna pietà proprio l’oggetto della sua osservazione.
Un risultato che Dujardin e Lellouche, in questo caso sceneggiatori oltre che ideatori di tutto il progetto, hanno ottenuto seguendo lo stile politicamente scorretto delle commedie italiane degli anni Sessanta, lasciando però a ogni regista la possibilità d’interpretarlo e adattarlo secondo le proprie esigenze. E’ per questo che dietro le inquadrature strette della Bercot, la sensibilità per le tematiche sociali di Lartigau e la regia più dinamica di Courtès non stupisce di veder far capolino un umorismo perverso e pungente che scruta l’umanità per raccontarla in tutta la sua fragile piccolezza. Lo sguardo è chiaramente rivolto a I mostri di Dino Risi. Si comprende dalla struttura in capitoli, dalla volontà di utilizzare il luogo comune fino all’eccesso e, soprattutto, dal gioioso affiatamento tra i due protagonisti, impegnati nel rifacimento francese e guascone dello storico duo formato daVittorio Gassman e Ugo Tognazzi. A rendere più personale e moderno il prodotto è, invece, l’utilizzo esplicito del corpo e del sentimento, perché “la nudità'” è la condizione costante in cui sembrano destinati a sopravvivere tutti gli uomini infedeli. Oltre questa esposizione, però il film non emette giudizi e sentenze, ma lascia a ognuno la possibilità di trovare la propria via di fuga. Che sia rappresentata da un gruppo di sostegno per adulteri cronici, da un coro inneggiante alle qualità delle proprie mogli o da un viaggio rivelatore a Las Vegas, non ha nessuna importanza. Fondamentale è non prendersi troppo sul serio perché, come ricorda François Truffaut, in fondo è solo questione di corna.
Di Tiziana Morganti, da movieplayer.it

Infedeli di tutto il mondo accorrete numerosi, si parla di voi! Ebbene si, si discute, si analizza e psicoanalizza una fenomenologia vecchia come il mondo, sul perché si tradisce e su come, quando e con chi. Per farlo sette registi si sono dati da fare nell’esplicare il proprio punto di vista attraverso un film ad episodi incentrato sul tema dell’infedeltà, e della fedeltà, con protagonisti, il divo del momento Jean Dujardin (fresco di Oscar per The Artist) e, l’amico Gilles Lellouche (entrambi insieme al cinema anche con Piccole bugie fra amici di Guillaume Canet, anche lui presente in uno sketch). 
L’uomo si definisce, e spesso e volentieri si comporta, un animale, e in quanto tale, non può reprimere i suoi istinti, quello più evidente di tutti è il richiamo alla caccia, alla conquista, alla dominazione, insomma alla cornificazione. Così, facciamo la conoscenza di Greg e Fred, due amici che riflettono sul loro strano modo di vivere: il lunedì capaci di stare a casa con moglie e figli con tanto di DVD e il mercoledì sentire il richiamo di farsi tutta la Francia. Singolare? Niente affatto, perché il loro tradire non è mai per amore, come le donne, ma completamente istintivo, dettato dal bisogno fisico. Sette registi francesi (Emmanuelle Bercot, Fred Cavayé, Alexandre Courtès, Jean Dujardin, Gilles Lellouche, Michel Hazanavicius, Eric Lartigau), ci dicono la loro attraverso diversi episodi che hanno come tema centrale il tradimento, ma affrontato in diverse sfaccettature. C’è chi ha preferito farlo con un vero e proprio corto, chi ha preferito analizzare la questione con un rapido sketch narrativo fugace e diretto, tutti dissacrando e moralizzando il soggetto in questione, riuscendo a non cadere in facili sessismi e discriminazioni sessuali. L’uomo alle prese con la sua natura, il tradimento, la redenzione e la perdita continua di essa, diverte e fa riflettere allo stesso tempo. Una spiccata panoramica ironica ideata e sceneggiata da Dujardin e Lellouche stessi, che strizza l’occhio alle pellicole italiane degli anni’60, (dalla struttura e scelta narrativa episodica, dalla presentazione dei titoli di coda, l’affiatamento dei due protagonisti), quando anche noi sapevamo far ridere semplicemente basandoci su usi e costumi della nostra società, senza scadere in comicità volgare e banale, quando il grottesco, il farsesco e il realistico erano pane per i nostri registi e sceneggiatori. Non si può nascondere il periodo d’oro che sta attraversando il cinema francese, reduce dai generosi incassi ai botteghini, ma se questi sono i risultati di tale successo, bisogna ammettere che è assolutamente meritato. Un’umanità raccontata senza la pretesa di schieramenti, che deride ironicamente la debolezza umana, in tutte le sue personificazioni: dall’uomo manager, il marito fedele non per scelta ma per mancata occasione, lo sportivo, il bravo ragazzo, il latin lover con tanto di macchina rossa cabrio, fino all’appassionato di stranezze erotiche. Tirando le somme la pellicola non inventa nulla di nuovo, semmai, fa un buon uso di quello che si ha, enfatizzando e ironizzando le situazioni. Eppure, Fred e Greg alla fine di tutto una soluzione per non farsi beccare in flagrante l’avrebbero anche trovata.. basterebbe non tradire le proprie mogli…il condizionale rimane d’obbligo!
Di Sonia Serafini, da voto10.it

Il film a episodi, molto in voga in tanta commedia italiana anni ’60 e soprattutto ’70/’80, e’ necessariamente caratterizzato da una sua inevitabile frammentarieta’, discontinuita’ di risultati, anche quando il tema trattato dai vari episodi che lo compongono e’ lo stesso. Anzi spesso il bello di queste pellicole di piu’ registi e’ proprio confrontare la personalita’, lo stile, la sensibilita’ con cui vari cineasti si approcciano al tema conduttore che li ha uniti in medio o cortometraggi messi poi strategicamente assieme a formare un lungo, piu’ facilmente commercializzabile.
Gli infedeli e’ un progetto dichiaratamente goliardico e spudoratamente maschilista in cui la banda di quarantenni piu’ nota di Francia (il poker d’assi  Dujardin, Hazanavicius, Lellouche e Canet), assieme ad altri collaboratori, mette assieme una serie di episodi di differente durata (alcuni sono solo fulminanti sketch divertenti di pochi minuti , e sono spesso la parte piu’ riuscita del progetto se si riesce ad accettare di buon grado la natura greve ed irrispettosa del progetto) incentrati sulla naturale ed irrimediabile, inguaribile tendenza dell’uomo alla caccia di nuove avventure, ai danni di mogli-schiave di una famiglia ufficiale di cui si disinteressano completamente negli effetti pratico/educativi.
Gli episodi piu’ strutturati e lunghi invece, specie quelli che tendono a prendersi troppo sul serio come quello intitolato Lolita, sono spesso fastidiosi e ripetitivi, anche se il capitolo diretto dall’unica regista donna coincolta (la Bercot) e che vede la coppia nella vita Dujardin/Lamy scatenarsi nella confessione dei reciproci tentativi fedifraghi, e’ quantomeno interessante proprio per l’aria familiare che inevitabilmente trasuda dal rapporto di coppia preso in considerazione un momento prima che scoppi la bufera. Ma alla fine, considerato l’intento smargiasso, furbino e goliardico del prodotto, che ha almeno il coraggio di non risparmiarsi certe grezzaggini, nudita’ esibite ed inevitabili situazioni kitch e grottesche come l’episodio finale a Las Vegas (carina la battuta in cui Lellouche commenta la debacle sessuale della sera prima, riferendosi alla prestazione fiacca del suo organo riproduttivo, con “sembrava di giocare a biliardo con una corda”), luogo lunare e apocalittico simbolo della bruttura e della deriva in cui puo’ precipitare l’esistenza umana, l’episodio che considero piu’ inquietantemente riuscito e’ quello del rappresentante di prodotti biologici che vede un “mostruoso” Dujardin con un’unica fascia sopracciliare che, ignorato da tutti e tenuto a distanza quasi con disprezzo, tenta comunque disperatamente di concludere il proprio intento fedifrago dopo che neanche i piu’ insistiti propositi di auto erotismo riescono a togliergli di mente il chiodo fisso dell’avventura clandestina. Arrivera’ a far una corte spietata ed imbarazzante proprio alla meno avvenente tra le sue colleghe di lavoro, e cioì lo rendera’ ancor piu’ ridicolo di fronte ai colleghi, e sempre piu’ solo e reietto. Un episodio da “nuovi mostri” che rende bene l’atmosfera inquietante dei tentativi spesso vani di evadere da una quotidianita’ che sembra ridurci ad animaletti in gabbia, nel tentativo di regalarci qualche frivolo momento in cui crediamo o ci illudiamo di poter vivere ancora sensazioni, stimoli e sentimenti genuini del maschio conquistatore, padrone del mondo. Ma i sogni e le illusioni durano poco, e in agguato torna presto la realta’ grigia di tutti i giorni che ci deride e si prende gioco di noi non appena si torna alla vita di famiglia, ben diversa dagli sterotipi felici e sereni da mulino bianco che certa televisione ingannevole si ostina a raffigurarci.
Di alan smithee, da cinerepublic.film.tv.it

Dopo le polemiche suscitate dalle locandine che per un periodo affollavano le strade di Parigi (vedi foto accanto), ecco che arriva “Les Infidèles” sfruttando il momento in cui Jean Dujardin è all’apice della sua carriera. Il film sta infatti andando benissimo al botteghino, ma osservando il trailer uno si aspetterebbe una commedia volgare e ‘banalotta’, quasi una sorta di risposta francese ai nostri cine-panettoni –come se ce ne sentisse il bisogno-. Niente di più sbagliato. “Les infedeles” è infatti una delle commedie più divertenti che siano passate di recente negli schermi. La struttura del film è presa in prestito da alcuni classici della commedia italiana come “I mostri” di Dino Risi o “Boccaccio ‘70” e dietro la macchina da presa abbiamo nomi più o meno conosciuti del cinema francese, tra cui il novello premio oscar Michel Hazanavicius.
L’obiettivo è mostrare tipi diversi di adulteri, facendoci affezionare a certi personaggi con un’etica tutt’altro che perfetta, alternando registri comici ad altri un pochino più seriosi. La critica è dietro l’angolo, ma riusciamo a entrare in empatia con questi personaggi disgustosi e simpatici in tutte le vesti, fin dai primi secondi degli episodi. Sarà una questione di patriottismo, ma lo spettatore italiano non puo’ che sorridere quando Jean Dujardin appena iniziato il film, con uno charm debitore di Cary Grant, canta in macchina “Ma quale idea” di Pino D’Angiò. 
Quanto al resto del film ci sono giusto tre sketch che durano poco meno di cinque minuti, dunque l’equivalente visivo delle barzellette, ma poi abbiamo episodi di 20-30 minuti che esplorano il tema dell’infedeltà, in modo diretto e talvolta coraggioso, partendo da alcuni stereotipi: l’impiegato ‘felicemente sposato’ alla ricerca di un’avventura una volta che è in viaggio di lavoro, i due amici che vanno a Las Vegas per una settimana di fuoco, il quarantenne disperato convinto di vivere una storia felice con una diciannovenne con tutti i drammi del caso…
La riuscita del film è dovuta principalmente ai due attori. Si è parlato tanto di Dujardin, ma anche Gilles Lellouche –praticamente sconosciuto al pubblico italiano- merita la sua attenzione soprattutto nell’episodio sulla studentessa, “Lolita”, in cui sfiora il registro drammatico. Incredibile risulta anche la capacità di trasformazione dei due attori che passano con facilità dal quarantenne con la sindrome di peter pan che si veste come un membro dei Sex Pistols al tipo minaccioso e goffo allo stesso tempo che puo’ passare benissimo come un operaio della banlieue di Saint Denis, giusto per dirne un paio. 
Insomma, da applauso, ma anche i caratteristi di contorno non se la cavano male, a cominciare da Guillaume Canet che nell’episodio a lui dedicato risulta assolutamente strepitoso, senza dimenticare Sandrine Kimberlaine che cerca di aiutare gli ‘infedeli anonimi’, un gruppo di supporto per chi non puo’ fare a meno di tradire la propria moglie, senza ottenere tuttavia grandi risultati. Questo tra l’altro risulta il frammento più divertente del film e quindi va’ ad Alexandre Courtes la palma per il miglior episodio della pellicola. 
Si aspetta l’annuncio di una data d’uscita del film in Italia. Non dovrebbe tardare a venire visto che Dujardin, che lo si apprezzi o meno, è diventata una delle star europee del momento. In attesa del suo primo film hollywoodiano tenetevi informati su Les Infidèles…
Di Gianlorenzo Lombardi , da filmforlife.org

Si è tanto parlato del film “Gli infedeli”, per la locandina giudicata irriverente verso il genere femminile ed anche per lo stesso soggetto del film, giudicato un po’ spinto e tendente al trash. Da un’idea originale di Jean Dujardin nasce questo film a episodi: Prologo, Bernard, La coscienza pulita, Lolita, La domanda, Thibault, Simon, Infedeli Anonimi e in conclusione Las Vegas, diretti da sette registi. Accanto a Emmanuelle Bercot (La domanda), Fred Cavayè (Prologo), Michel Hazanavicius (La coscienza pulita), Alexandre Courtés (Infedeli anonimi), Eric Lartigau (Lolita) troviamo proprio Gilles Lelouche e Jean Dujardin, che sono i registi dell’ultimo degli episodi del film (Las Vegas), nonché sceneggiatori e anche due tra i personaggi chiave del film stesso. Benché il cinema francese non ami in particolar modo film ad episodi, “Gli infedeli”, per l’idea che anima tutto il lavoro, che è poi l’infedeltà maschile come vera e propria ossessione, si rivela molto convincente per la dinamica con cui vengono amalgamate le storie, differenti, ma similari per la sostanza e la tematica di fondo che governa tutto il film. Fred (Jean Dujardin) e Greg (Gilles Lellouche), nell’episodio “Prologo”, sono due scanzonati amiconi, regolarmente sposati, che di notte girano per locali alla ricerca di donne con cui consumare amplessi. E così è per Bernard ed Eric (Glilles Lellouche), per Laurent (Jean Dujardin), per Thibault (Guillame Canet), tutti personaggi maschili, se vogliamo, persone ossessionate da una cultura che richiama molto l’uomo primitivo, con un’animalità trionfante, che consuma sesso, in una dimensione infiocchettata da una parvenza di emancipazione (perché tradire la moglie fa maschio e figo!). Mentre il messaggio, reso alla perfezione, poggia sulla dimostrazione che simili comportamenti compulsivi sono privi di ogni forma di emozionalità, sono pura animalità. Ed il penultimo episodio, “Infedeli anonimi”, è un compendio illuminate di quanto sia importante mettere a fuoco i propri istinti, quasi bisogni perversi, quando certi comportamenti confluiscono nella sfera dell’ossessione, nello stato di assuefazione e dipendenza. Tutto sommato, “Gli infedeli”, lavoro di squadra (come ha affermato lo stesso Dujardin), gode di un’ottima immediatezza nella rappresentazione scenica e si distingue favorevolmente per la straordinaria costruzione dei personaggi, soprattutto quelli maschili, i quali parlano in prima persona di se stessi, una specie di confessione in pubblico, in cui i lussuriosi passatempi privati diventano motivo di forte riflessione. Lo spettatore viene chiamato a rapportarsi con il soggetto del film. E’ un faccia a faccia con modi e forme di una realtà filmica raccontata con sapiente ilarità, non senza una vena di giusta drammaticità, con una recitazione mai sopra le righe. Per concludere, “Gli infedeli” è il risultato di un’analisi non superficiale di questa, chiamiamola, malattia maschile e della compulsione nel modo di consumare sesso. Una tematica affatto simpatica per il genere maschile messo “al muro” con molto stile, realtà resa in modo molto efficace nei termini di una gradevolissima commedia, ricca di risvolti sorprendenti ed interpretata da attori di alto livello, diretti da altrettanto eccellenti mani regististiche. Da non perdere!!
Di  Rosalinda Gaudiano, da cinema4stelle.it

Conferma il buon momento del cinema francese questo divertissement dell’irresistibile coppia di mascalzoni Jean Dujardin, ancora fresco di Oscar per “The Artist”, e l’amico Gilles Lellouche, sugli schermi nostrani con “Piccole bugie tra amici”, qui impegnati nella triplice ruolo di attori, sceneggiatori e registi dell’episodio finale del film; si perché “Gli Infedeli” è un film ad episodi, come si usava tanto negli anni ’60 e ’70, genere in cui noi italiani eravamo pure bravi, tanto che per loro stessa ammissione, il duo si è ispirato a un capolavoro nostrano del genere: “I Mostri”, di Dino Risi.
Nella pellicola Dujardin e Lellouche declinano al maschile le molteplici facce del tradimento coniugale: come in un campionario di varia umanità, indossano nei vari episodi la maschera di uomini duri o teneri padri di famiglia, di quarantenni incompiuti o di posati professionisti, offrendo una visione assolutamente negativa del maschio traditore, mosso unicamente dall’istinto primordiale per il sesso, privo di qualunque implicazione sentimentale.
I tanti volti dell’infedeltà maschile sono espressi mirabilmente grazie alla mano sapiente di ben sette registi, tra cui spicca Michel Hazanavicius, pluripremiato regista di “The Artist”, e a un azzeccatissimo cast di contorno.
Tra gli attori ci piace ricordare la prova di Alexandra Lamy, coprotagonista assieme a Dujardin dell’episodio “La Domanda”, moglie dell’attore anche nella realtà.
Una nota di merito va data a tre brevissimi ed esilaranti sketch che alleggeriscono la tensione degli episodi più amari; memorabile il personaggio di Thibault, interpretato da un cotonatissimo Guillaume Canet (regista del delizioso “Piccole bugie tra amici”), personaggio che ritorna nell’episodio “Gli infedeli anonimi”, in cui i partecipanti, ciascuno a rappresentare un tipo diverso di tradimento, sono seduti in circolo, affidati alle cure di una terapista donna.
“Il modo per non farsi beccare in flagrante ci sarebbe, basterebbe solo non tradire la propria moglie”, di questa elementare regola sono ben consapevoli tutti i personaggi, che però irrimediabilmente cadono al primo ostacolo: ciascuno di loro appare come singola tessera di un mosaico che ritrae impietosamente un uomo costantemente vittima della propria natura.
Nonostante gli autori e i registi, eccetto una, siano uomini, la pellicola sembra offrire un punto di vista decisamente femminile del maschio inguaribile cacciatore.
A voler proprio trovare un difetto alla pellicola, le donne ci perdonino, forse è proprio il considerare il tradimento un evento per il quale non occorrono cause scatenanti, dimenticando che spesso, la monotonia del menage familiare, il possibile venir meno del desiderio sessuale con la compagna di sempre, o semplicemente l’allontanamento all’interno della coppia spinga il maschio verso altre prede. Probabilmente lo script intende semplicemente mostrare la banalità del tradire, senza indagare troppo in profondità.
Attendiamo con curiosità di vedere se la scatenata coppiaDujardin – Lellouche vorrà proporci un altrettanto impietoso ritratto dell’infedeltà femminile.
Di Daniele Battistoni, da ecodelcinema.com

“L’infedeltà maschile e le sue numerose declinazioni, viste da sette registi”. Questa la presentazione  ufficiale del film in uscita oggi, Gli Infedeli, ideato e realizzato dall’oramai nuovo sex symbol (nonché premio Oscar per The Artist) Jean Dujardin e da Gilles Lellouche, amico e spalla sul set come nella vita.
Cast e regia degli episodi dal trait d’union davvero intrigante, è la crème de la crème della cinematografia francese: ritroviamo molti volti noti sia dietro sia davanti la macchina da presa – da Giullaume Canet (regista del recente Les petit Mouchoirs e visto anche nell’Hollywoodiano Last Night) alla regista di Polisse (Emmanuelle Bercot) sino a Michael Hazanavicius (già regista di The Artist) – che si sono riuniti per dare vita ad una pellicola che appare come un’unica storia pur essendo un collage di esperienze, di un vissuto tutto al maschile.
Film la cui locandina (in un secondo tempo cambiata) sembrava in grado di far perdere la corsa all’Accademy del suo ideatore e primario interprete, Gli Infedeli ci dimostra ancora una volta quanto  i francesi si stiano imponendo nel panorama internazionale. Una “cricca” di professionisti che ha compreso come l’unione faccia la forza, che la squadra sia in grado di costruire molto e più in fretta e che ci hanno dato dentro, sfornando una successione di pellicole di buon livello con alcune addirittura che rasentano l’ottimo, cosa che ha suscitato molta curiosità (e qualche invidia) tra il pubblico oltre i propri confini nazionali.
Questo è un progetto precedente a quelli visti ultimamente, arrivato nelle sale con molto ritardo ma sicuramente nella migliore stagione: quella primavera che vede le donne spogliarsi ai primi caldi e gli uomini surriscaldare gli ormoni all’idea di cosa li aspetterà nei mesi a venire. Molta rimarrà solo una fantasia (se non fantascienza), però è innegabile che il tradimento sia cosa ben più comune di quanto si tenda a credere e che i mesi più caldi siano “stimolanti”;)
Ma quanti tipi di infedeltà possiamo contare? Quella che, di fatto, è solo una fantasia che non si concretizzerà mai per assenza di coraggio; quella che si vorrebbe ma non si ha il c.d. physique du rôle, quella compulsiva ossessiva, quella erronea e poi?
Il duo ci propone ben sette varianti intervallate da gag che sono probabilmente la parte più esilarante dell’opera, alcune sono vere e proprie caricature, altre sono realistiche rappresentazioni di una triste realtà che sfiora il patetico, non manca una drammatica ed intensa parentesi ma si chiude il cerchio in modo spumeggiante e leggero. Nessuna morale, nessuna sorpresa (tentativo già visto proprio a casa nostra con un risultato a tratti migliore), sicuramente uno dei pochi casi un cui viene impressa su pellicola una realtà che potrebbe scivolare in altra filmografia (più voyoristica o scollacciata se non demenziale all’americana) ma che riesce a rimanere un film “per tutti”.
Opera non perfetta che per un paio di giorni mi ha fatto rimanere in bilico tra la bocciatura e il rimandato a settembre prima di realizzare di averla citata in più occasioni. Inequivocabile segno che qualcosa di buono vi è e probabilmente è proprio quella goliardica voglia di prendere per i fondelli sé stessi ed i comportamenti più vigliacchi della propria specie, motivo per cui nonostante le debolezze rimane un film godibile.
Da masedomani.com

Dopo il successo di The Artist, Jean Dujardin torna con un altro progetto fuori dalle righe, anche se di tutt’altro tono: una commedia a episodi sull’infedeltà maschile vista nell’ottica degli stessi traditori.
Gli infedeli è formato da sei cortometraggi e tre sketch, i cui protagonisti sono Jean Dujardin e Gilles Lellouche, che si alternano in diversi ruoli: in alcuni episodi sono solo delle macchiette ridanciane, mentre in altri interpretano veri e propri personaggi, scaltri, sfuggenti, vigliacchi o stronzi, ma comunque accomunati dal desiderio di portarsi a letto una donna diversa dalla moglie, con risultati che possono essere esilaranti o patetici.
Si passa quindi da episodi seri e quasi drammatici, come in Lolita e in La domanda, a episodi vivaci o comici, dal tono quasi televisivo: in generale Gli Infedeli è comunque un film in cui si ride molto e di gusto, perché l’infedeltà è dipinta senza romanticismo e senza veli, ed è vista come una patologia che spinge i traditori a comportamenti coatti e assurdi. Non si vedono infatti vere e proprie relazioni extraconiugali, perché nel film si è infedeli solo per il sesso. Sarebbe troppo aspettarsi la leggerezza o l’approfondimento psicologico di E’ solo questione di corna di Truffaut, o un quadro sarcastico della società come nei Mostri di Risi, ma ciò non toglie che Gli Infedeli funzioni e che lo si segua con piacere.
La regia degli episodi è curata da mani diverse, tutte competenti, e si arriva addirittura a far girare a registi diversi l’episodio che apre e chiude il film, Il prologo e Las Vegas. Ma ciononostante Gli infedeli ha una sua unità, che non è data solo dai due protagonisti, ma soprattutto dal ritmo e dal tema. Gli attori sono tutti nella parte, e oltre agli stessi Jean Dujardin e Gilles Lellouche, per La Domanda merita una particolare menzione Alexandra Lamy, che è la moglie di Jean Dujardin sia nella vita che nella finzione.
Di Teseo Parolini, da dazebaonews.it

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