GLI EQUILIBRISTI



E’ un ‘equilibrismo economico’ quello che porta nelle sale Ivano De Matteo, attraverso la storia di Giulio che, dopo la separazione dalla moglie, vive una sorta di inevitabile discesa agli inferi. Le spese raddoppiano e, nonostante l’uomo cerchi di onorare tutte le scadenze facendo più lavori, ad un certo punto non riesce più a fronteggiare gli impegni.
Giulio è interpretato da uno strepitoso Valerio Mastandrea, giustamente premiato alla 69a edizione della Mostra del Cinema di Venezia, dove il film è stato presentato nella sezione ‘Orizzonti’. L’attore romano, oltre a dare intensità al personaggio, riesce a portare sullo schermo un decadimento economico, psicologico e fisico. Il volto solare del Giulio delle prime sequenze, pian piano s’incupisce, si scava, specchio del suo disagio.
E’ un moderno neorealismo quello di De Matteo, che ha trovato in Mastandrea la perfetta maschera drammatica, capace di strappare anche la risata, come nelle amare commedie all’italiana che hanno reso celebre il nostro cinema.
La separazione di una coppia, e le inevitabili ripercussioni emotive e economiche sull’intera famiglia, non sono però il fulcro narrativo della pellicola di De Matteo, per il quale questa situazione è solo un volano attraverso il quale mostrare il malessere diffuso che investe l’Italia.
Dopo anni di finto benessere ci ritroviamo a pagare un conto salato, che sta ripiegando il paese su se stesso, schiacciando le classi più deboli. Una debolezza che oramai ha risucchiato anche il ceto medio, strangolato da mutui e rate, che ci hanno fatto illudere per anni di poterci permettere tutto ciò che desideravamo.
Ad aggravare la situazione si aggiunge l’inefficienza di un ‘servizio sociale’ per il quale chi lavora, seppur in gravi difficoltà, non ha diritto a nessun aiuto, e può contare solo sulla buona volontà di chi, come la Comunità di Sant’Egidio per Giulio, tenta di riempire questo vuoto.
Paradossalmente alle tavole di queste mense caritatevoli, dove prima sedevano in gran parte stranieri, ora facilmente incontreremmo dei conoscenti, magari l’anziana pensionata del piano di sotto, che con una pensione minima, difficilmente può arrivare a fine mese, o i separati come Giulio, che per pagare il mutuo della casa di famiglia non hanno neppure un posto in cui dormire.
Ma oltre ai contenuti morali e alle capacità attoriali di un bel cast, va segnalata l’abilità con cui il regista muove la macchina da presa, offrendo allo spettatore prospettive visive inusuali, il tutto arricchito dall’ottima fotografia di Vittorio Omodei Zurini e dalla bella colonna sonora di Francesco Cerasi.
Di Maria Grazia Bosu, da ecodelcinema.com

Giulio, interpretato da un bravissimo Valerio Mastandrea, è impiegato al comune di Roma, marito e padre di un’adolescente e di un bimbo di nove anni. A causa del tradimento con una collega, la moglie Elena (Barbara Bobulova) non lo vuole più in casa e l’uomo per mantenere la famiglia e se stesso inizia a lavorare a nero di notte e ad accettare soldi in prestito. Con uno stipendio di 1200 euro, un mutuo da pagare e le spese di routine per una famiglia, i conti non tornano e Giulio è costretto a vivere prima in una squallida pensione, poi a dormire in macchina e nutrirsi alla mensa dei poveri. Un iniziale pudore, che diverrà poco a poco vero e proprio disagio e scollamento dalla realtà, gli impedisce di raccontare a moglie e figli la sua condizione, e lo porta a un declino fisico e sociale lento e costante.
Con stile documentaristico e sulla base di un intreccio che non serba colpi di scena, ma racconta in modo lineare l’evolversi dei fatti (un storia di ordinario declino ai giorni nostri, che ascoltiamo quotidianamente, viviamo del tutto o in parte), De Matteo presta il suo sguardo “neutro” ad un dolore che ha nella contemporaneità sociale ed economica(è quel mostro reale chiamato “Crisi”) il suo afflato sordo.
Risultato: un film crudo, magistralmente interpretato da Valerio Mastandrea (“Mi serviva una faccia ironica e drammatica dato che il film, io lo considero, una commedia italiana drammaticamente amara. Il film è lui, pieno di paradossi, nella prima parte si sorride delle situazioni assurde in cui si trova e, poi, si vira verso il dramma. E Valerio ha fatto un lavoro eccezionale!”, che non può lasciare indifferenti” – ha dichiarato il regista).
“Quello che volevo raccontare era il fragile equilibrio che sta alla base di ogni esistenza,utilizzando il tradimento di lui e il conseguente divorzio come cause che fanno scatenare la perdita di questa ‘normalità’. Una battuta del film fotografa perfettamente questa situazione: ‘il divorzio è per i ricchi, quelli come noi non se lo possono permettere’. Ed è la verità, esattamente la realtà in cui viviamo – ha dichiarato il regista – Ho fatto lunghi lavori di ricerca parlando con chi questa situazione la vive. Il cosiddetto ceto medio, non esiste, al giorno d’oggi ben 200.000 persone in Italia ‘sopravvivono’ in questa condizione”.
Di  Caterina Martucci , da spettacoli.blogosfere.it

Giulio (Valerio Mastandrea), 40 anni, impiegato al Comune di Roma, casa in affitto, auto a rate, una figlia rockettara (Rosabell Laurenti Sellers, brava), un bambino trasparente e una moglie (Barbora Bobulova). La ama, ma l’ha tradita: una scappatella con una collega. Scoperto, i due provano a rimanere insieme, ma lei non ce la fa, Giulio se ne deve andare. Prima dalla madre di un amico, poi in una pensioncina vicino alla stazione di Termini, ma è solo l’inizio della fine: i soldi non bastano mai, apparecchio ai denti per il piccolo, Barcellona per la figlia, le rate, la mala vita dei povericristi… Prima un doppio lavoro, con frutta e verdura scaricate la notte, poi la fuga dalla pensione, le notti in macchina, la mensa della Comunità di Sant’Egidio… Che ne è di papà?
Domanda buona per Gli equilibristi di Ivano De Matteo, che scrive con Valentina Ferlan, già in Concorso agli Orizzonti di Venezia e ora in sala con Medusa. Un dramedy, per dirla all’americana, che potremmo considerare il versante serio, ovvero drammatico e simpatetico, di Posti in piedi in Paradiso: la separazione e i suoi fratelli coltelli, affidati a un Mastandrea in stato di grazia. E’ difficile resistere alla sua discesa agli inferi, che non ha nulla di patetico e urlato, solo il lento declino della realtà, la sua condizione di padre solo: una colpa, una scappatella, e una vita intera per pagarla, fino all’indifferenza, all’abulia, al no future dei clochard. 
De Matteo, con un occhio al grande pubblico (non necessariamente strizzato), indora la pillola, sfornando battute romanesche e simpatici siparietti, ma il dolore c’è e la regia – con qualche parentesi estatico-stilosa incongrua – si accoda compunta. Se il divorzio – sentiamo – è per i ricchi, per i poveri c’è la solidarietà, e la camera indaga tra i bassifondi multietnici capitolini, dove Giulio si lascia andare. 
Peccato per le musiche invasive di Francesco Cerasi, ma Gli equilibristi ha un suo pregevole equilibrio: non è questione di sensi di colpa atavici o cattolici, ma prima di (dis)fare penserete a Mastandrea su quella panchina, fesso e senza più un senso. Solo come un cane, solo come un padre solo.
Di Federico Pontiggia, da cinematografo.it

La genesi del progetto affonda le radici in un articolo de L’Espresso,dal quale il giovane regista Ivano De Matteo ha prelevato la definizione “equilibristi”, intesa come categoria esistenziale fatta di precariato lavorativo e  sentimentale. Equilibristi sono Giulio (Valerio Mastandrea) e la moglie Elena (Barbora Bobulova), la cui situazione famigliare esplode quando lui tradisce lei con una collega. Apparentemente, un’innocente evasione, ma che mette in crisi la famiglia. Lui infatti si troverà a mantenere se stesso, ma anche moglie e figli e non più a condividere le spese con la consorte. E dovrà farlo col suo stipendio da impiegato di 1200 euro.
Una situazione irrespirabile che lo metterà all’angolo, nonostante la sua irremovibile decisione di non rinunciare alla propria dignità con mancati pagamenti o richieste di prestito agli amici. Una parabola discendente che lo metterà faccia a faccia con un dolore e una solitudine insostenibili. Salto nel vuoto che gli farà perdere le coordinate stabili della sua esistenza.
I film mescola urgenza sociale e drammaticità con estro e un forte coinvolgimento, che ha suscitato interesse all’ultimo Festival di Venezia e la cui riuscita è dovuta moltissimo al protagonista Valerio Mastandrea, maschera tragica e ironica insieme. L’attore romano riesce infatti a restituire sullo schermo tutto il dramma di tanti padri separati, che con uno stipendio di 1.200 euro al mese vengono considerati troppo ricchi dallo Stato per poter accedere a qualsiasi contributo assistenziale e improvvisamente si trovano in una situazione di indigenza quasi totale.
Un film che denuncia una condizione sempre più diffusa e quanto mai attuale. Già Carlo Verdone aveva esplorato tramite il linguaggio agrodolce della dramedy Posti in piedi in Paradiso, De Matteo la inquadra invece da una prospettiva fin troppo tragica, a cui toglie ogni possibilità di alleggerimento e sdrammatizzazione. Un accanimento verso il proprio protagonista che presenta il pro del realismo, ma il contro di uno studio un po’ a tavolino.
Mi piace: l’intepretazione tragicomica di Mastandrea, maschera ironica e drammatica insieme
Non mi piace: l’accanimento del regista contro il suo personaggio, sbatacchiato troppo dalla vita
Consigliato a chi: a chi ama i film di denuncia sociale e le storie famigliari non edulcorate
Di Marita Toniolo, da bestmovie.it

Cronaca di una povertà annunciata. Ma non prevista, né immaginata. A proposito di film che sanno parlare al pubblico afferrando al volo i temi contemporanei, ecco questo buon film di Ivano de Matteo (regista de “L’Ultimo Stadio” e attore, nel ruolo del Puma nella serie televisiva “Romanzo criminale”), in uscita nelle sale il 14 settembre. Sono i tempi della crisi e delle disillusioni a proposito delle confortevoli certezze economiche in questa parte del mondo. Una storia come quella de “Gli Equilibristi” prende per il bavero lo spettatore per mostragli l’assoluta normalità di una possibile povertà dietro l’angolo.
Protagonista della vicenda è Giulio (Valerio Mastandrea, come al solito infallibile nella sua interpretazione naturale e istintiva) unquarantenne impiegato pubblico alle poste, stipendio non imperiale ma sicuro – 1200 euro al mese – , una vita tranquilla condivisa con la graziosa moglie Elena (Barbara Bobulova) impiegata alla reception di uno studio medico, una figlia teenager di nome Camilla, testa sulle spalle e chitarrista in una rock band (la brava Rosabell Laurenti Sellers , una bella quasi-scoperta: la si ricorderà in “Femmine contro Maschi” di Fausto Brizzi) e Marco, bambino timido e sensibile (interpretato dall’esordiente Lupo De Matteo).
Questo sereno equilibrio viene sconvolto da un tradimento: Giulio cede all’attrazione per una giovane e bella collega, viene scoperto ed Elena decide per la separazione. Da questo momento comincia un’autentica “discesa agli inferi” per Giulio, che scopre di non avere abbastanza denaro per mantenere la famiglia e la sua nuova vita da single. Quando devi trovare un appartamento e finisci in una pensione, quando devi sostenere i figli e non puoi nemmeno allungare una paghetta o offrire un turno ai “gonfiabili” del parco giochi, quando finisci alle mense per i poveri tenute dai preti e addirittura quando finisci a dormire in auto, diviso da risse tra extracomunitari solo dal confine di una portiera sigillata, allora ti è completamente chiaro quanto sia labile il confine tra benessere e povertà. In una società, tra l’altro, che solo ora sta approntando misure per gestire la realtà dei “nuovi poveri”. Giulio in questa esperienza toccherà il fondo ma, sembra di suggerire l’epilogo della storia, riserva a sé stesso – e soprattutto allo spettatore pronto a uscire dalla sala – un barlume di speranza.
La parabola del protagonista viene scandita da De Matteo con abile crescendo (dovremmo dire decrescendo, trattandosi di un progressivo declino…), affidando alla straordinaria abilità di Valerio Mastandrea la gestione “ritmica” del passaggio dalla commedia al dramma alla tragedia, attraverso battute, sguardi ed espressioni facciali. Un film che non nasce da alte pretese “filosofiche”, ma anzi tende a fare pura e onesta cronaca di una storia individuale. Ed è per questo che raggiungerà lo spettatore molto più efficacemente di tanti pistolotti sociologici o economici.
Di Ferruccio Gattuso, da it.cinema.yahoo.com

Una moglie con le fattezze della Barbora Bobulova di “Immaturi” (2011), una casa in affitto, un’automobile acquistata a rate, un posto di lavoro fisso, un figlio piccolo interpretato da Lupo De Matteo e una figlia ribelle ma simpatica che suona in una rock band e cui concede anima e corpo la Rosabell Laurenti Sellers vista in “Femmine contro maschi” (2010) di Fausto Brizzi.
Cosa accade, però, nel momento in cui il quarantenne Giulio alias Valerio Mastandrea finisce per far scoprire alla compagna il proprio tradimento?
Accade che un uomo, di colpo, si trova a dover assaporare il labile confine tra benessere e povertà, cadendo nella tutt’altro che rassicurante giungla delle occupazioni sottopagate e senza contratto, dell’impossibilità di permettersi un’abitazione e delle dormite in macchina.
Una giungla che, a quanto pare, nell’Italia (e non solo) d’inizio XXI secolo è divenuta l’involucro di non pochi padri separati e, di conseguenza, ridotti sul lastrico.
Una giungla che, attraverso la disperata figura di Giulio, viene esplorata su celluloide dall’Ivano De Matteo visto nella serie televisiva “Romanzo criminale” nei panni di Puma, nonché regista de “L’ultimo stadio” (2002) con Giorgio Colangeli e “La bella gente” (2009) con Myriam e Antonio Catania.
Tirando in ballo anche Maurizio Casagrande, Rolando Ravello e Paola Tiziana Cruciani in piccoli ruoli, ma puntando soprattutto sul cast principale, in ottima forma; al servizio di un efficace script – a firma dello stesso De Matteo insieme a Valentina Ferlan – sfruttato a dovere da una regia tutt’altro che disprezzabile (si pensi solo alla sequenza che si svolge nel parco dei giochi gonfiabili).
Con la risultante di circa cento coinvolgenti minuti di visione che, se in un primo momento, complici le diverse battute e situazioni destinate a strappare risate allo spettatore, non sembrano affatto distaccarsi dal lodevole modo in cui, come di consueto, la Commedia all’italiana rielabora il dramma, finiscono per diventare sempre più duri, tristi e, di conseguenza, sinceri, man mano che si avviano verso l’epilogo.
Apparendo, probabilmente, non troppo distanti dal meno allegro e più amaro cinema di Luigi Comencini… pur lasciando intravedere un barlume di speranza.
La frase:
“Er divorzio è pe’ quelli ricchi, gente come noi nun se lo po’ permette”.
Di Francesco Lomuscio, filmup.leonardo.it

Il cinema italiano parte bene. La sala piena e i dieci minuti di applausi del pubblico della sezione Orizzonti per Gli equilibristi sono un bel segnale. Ivano De Matteo, l’emozionatissimo regista, può placare l’ansia e per Valerio Mastandrea è un successo personale: Giulio, il suo personaggio ha un percorso di vita complesso, sempre più in basso. E tutto per una “cazzata”, come dice nel film. Il suo matrimonio con Elena (Barbora Bobulova) è sereno, è un padre affettuoso e tenero di un’adolescente e di un bambino, ma capita il momento di debolezza. Per lui non è neanche un tradimento, non vale niente, ma per Elena diventa un tarlo che non l’abbandona, la rende scontrosa e ostile, è una situazione di disagio che costringe Giulio ad andare via di casa. Un merito del film è la capacità di raccontare l’inizio senza rinunciare allo humour di Roma e di Mastandrea, scivolando poi lentamente nella realtà sempre più amara di Giulio che con il mensile di dipendente comunale, 1200 euro, non ce la fa a pagare un secondo affitto, la rata della macchina, a mantenere per i figli il tenore di vita a cui sono abituati, e dunque trova un secondo lavoro, scarica sacchi e cassette, si massacra di fatica, finisce in un misero albergo a 20 euro al giorno e solo l’accoglienza della comunità di Sant’Egidio gli permette qualche pasto caldo. Non è una storia eccezionale quella di Giulio, è uno dei modi di entrare tra i “nuovi poveri”, persone che per orgoglio, come Giulio, non chiedono aiuto, che vivono in sempre in bilico, e spesso perdono interesse per le cose e le persone che amano, per la vita stessa. Anche questo colpisce il pubblico, oltre al sapore di verità dovuto al lungo lavoro di ricerca di De Matteo: vere sono le facce di uomini e donne di Sant’Egidio, volti – e storie – che conosciamo, sono parte del nostro mondo, del nostro tempo.
Di  Maria Pia Fusco, da trovacinema.repubblica.it

“Il divorzio è per ricchi” non è solo un diffuso modo di dire e una battuta del primo film italiano presentato a Venezia nella sezione Orizzonti; è anche il riassunto di un disagio, dolore e sofferenza. Perché è di questo che parla Gli equilibristi di Ivano De Matteo. Un padre affettuoso e presente che, nonostante il suo onesto lavoro di dipendente comunale, a causa del divorzio finisce in un vero e proprio incubo fatto di debiti e sensi di colpa.
La storia viene raccontata in modo molto lento e cadenzato, probabilmente con l’obiettivo di trasmettere l’angoscia del protagonista interpretato da Valerio Mastrandrea. Quello che colpisce del film al di là della struttura o della narrazione è il tema in sé, la denuncia sullo stato di precarietà in cui vivono molti padri separati dei quali non si parla mai quando invece bisognerebbe conoscere la loro condizione.
Il protagonista è un uomo che ha tradito la moglie ma non per questo non ama la sua famiglia e i suoi due figli con i quali ha uno straordinario rapporto. Nel momento in cui lascia la casa si ripromette di fare tutto il possibile per continuare a proteggerli, ma tra le rate del muto, l’affitto della stanza e gli alimenti non riesce a mantenere uno stile di vita decoroso per sé e la propria famiglia. Nonostante sia anche disposto a mettersi  totalmente in secondo piano nella difficile rincorsa contro il tempo e i debiti. Tutto questo per non deludere i propri figli.
Gli equilibristi è dedicato a tutti quei padri che compiono sacrifici enormi per le loro famiglie; è anche un omaggio a quegli enti benefici che si occupano di queste persone e della loro dignità. È, infine, anche un messaggio rivolto alle famiglie perchè in certi casi possa essere messo da parte il rancore o la rabbia per aiutare chi si ama.
Il lavoro di De Matteo va visto per comprendere fino in fondo un lato della nostra società che molti di noi ignorano o fingono di non conoscere. 
Di Francesca Vennarucci, da filmforlife.org

Sempre più spesso i media denunciano la comparsa di un’ulteriore categoria di nuovi poveri. Si tratta di quei padri separati, che, pur avendo un impiego, sono incapaci di sostenere le spese di mantenimento della propria famiglia e di due alloggi e spesso cadono nell’indigenza. A fronte dell’aumento del costo della vita, non è mai corrisposto un adeguamento degli stipendi e ciò ha determinato il progressivo peggioramento del tenore di vita di coloro che sono costretti a far fronte a un surplus di spese. Carlo Verdone ha affrontato il tema con la consueta ironia nella sua ultima commedia, il tragicomico Posti in piedi in paradiso. Tutt’altro tono troviamo ne Gli equilibristi, dramma firmato da Ivano De Matteo. Il film è la cronaca di una discesa negli inferi di un uomo come tanti, padre affettuoso e marito presente che, a causa di un tradimento, viene allontanato da casa dalla moglie. Da qui parte un’odissea nel tentativo di sbarcare il lunario pagando mutuo e alimenti, saldando i debiti e cercando di essere presente per la famiglia lacerata nonostante tutto.
La scelta di De Matteo di confrontarsi con una questione d’attualità che vede coinvolta una fetta sempre più numerosa della popolazione spinge il regista a calcare la mano sugli aspetti più drammatici della vicenda. La sensazione che deriva dalla visione del film è quella di una solitudine totale, assoluta. Di fronte alle difficoltà del protagonista, nessuna presenza riesce a essere realmente d’aiuto. La famiglia assente, i pochi amici disposti a dare una mano dipinti con tratti poco lusinghieri, l’unica salvezza possibile – il ritorno a casa – preclusa dall’orgoglio e dal senso di colpa. Non c’è possibilità di redenzione nel mondo reale che, in questo caso, è una Roma cupa, grigia, notturna, fotografata nei suoi angoli più tetri e degradati. In questo contesto castranteValerio Mastandrea fornisce l’ennesima convincente perfomance. Romanzo di una strage ha dimostrato come la maturazione attoriale che lo ha visto protagonista gli permetta oggi di concedersi il lusso di ruoli rischiosi, lontani dal suo carattere istrionico. In questo caso Valerio lavora di cesello, opera per sfumature abbandonandosi alla solita romanità commovente e un po’ sbruffona, accompagnata, stavolta, da una perfomance profondamente vera, umana e intensa. Al suo fianco Barbora Bobulova si dimostra ancora una volta un’attrice capace di tener testa a qualsiasi partner nelle prove drammatiche sfruttando la sua naturale intensità, ma la vera sorpresa del film è la giovane Rosabell Laurenti Sellers che interpreta la figlia sedicenne della coppia separata, personaggio più complesso e ‘maturo’ del film.
Certo, vedendo Gli equilibristi viene spontaneo chiedersi se l’estremizzazione voluta dall’autore, l’assenza di ancore di salvezza e l’esasperazione delle tappe del dramma non risultino, alla lunga, forzate. Inoltre la scelta di affidare al personaggio di Mastandrea il punto di vista privilegiato della vicenda crea un’immediata empatia col pubblico che a tratti rischia di mettere in cattiva luce la figura della moglie, vera vittima della situazione. Al di là di questi aspetti, però, il film è solido, ben interpretato e De Matteo si conferma un regista sensibile e capace di raccontare una storia con efficacia. Nel cinema italiano di oggi non è poco.
Di Valentina D’Amico, da movieplayer.it

Giulio Colelli è un impiegato del comune. Vive in un appartamento in un quartiere di Roma insieme alla moglie e ai suoi due figli. La sua è la vita di un uomo come tanti, con alti e bassi al lavoro e in famiglia. Questa quotidianità Giulio però la perde non appena la moglie scopre il suo tradimento. Sebbene all’inizio i due coniugi cerchino una riconciliazione e di passarci sopra, Giulio sarà costretto ben presto a prendere la propria strada che lo vedrà prima abitare in fitto presso una pensione, poi fare della propria auto la propria casa, e infine essere protagonista di quell’ultimo estremo gesto che solo un uomo che ha perso tutto, affettivamente ed economicamente, può compiere.
Ivano De Matteo porta sul grande schermo una vicenda comune, in cui molte famiglie potrebbero riconoscersi, soprattutto oggi in una società attanagliata dalla crisi e popolata da individui che hanno perso la propria strada. Persone che ogni giorno combattono cercando di risalire la cima del fosso in cui sono inevitabilmente sprofondati.
Nei panni del protagonista, un brillante Valerio Mastandrea che nella sua perfomance non fa rimpiangere taluni attori italiani di un certo tipo di cinema neorealista: nella caratterizzazione del suo personaggio, a tratti comico, ma sempre avvolto da un’aura drammatica, Mastandrea è stato un vero maestro. Nessuno meglio di lui avrebbe saputo fondersi meglio con il suo ruolo di uomo disperato, ridotto all’ombra di se stesso, che cerca in tutti i modi di tirare avanti e sopravvivere in un mondo che lo vuole inevitabilmente schiacciato e annientato.
Come marito perde i suoi diritti coniugali, come individuo la sua dignità: letteralmente sopraffatto dal dovere di padre di mantenere i propri figli e dall’incapacità di provvedere a se stesso da solo, Giulio non può contare su nessun sostegno morale o economico,.
Quando anche la speranza di riuscire ad arrivare all’indomani viene meno, a un uomo a cui sembra non aver nulla da perdere, rimane un unico drastico pensiero. Sarà una voce amica a riscattare Giulio e fargli ritrovare un autentico sorriso. 
Di  Diana Della Mura, da doppioschermo.it

La crisi globale ai tempi della new economy ha prodotto una nuova e acuta forma di povertà, la separazione e il divorzio. Lo racconta Ivano De Matteo nel suo terzo film, Gli equilibristi, che apre la sezione Orizzonti in concorso della 69esima Mostra del Cinema di Venezia con un dramma che, partendo da un tema affine a quello di Posti in piedi in paradiso di Verdone, riesce ad affondare il coltello in uno dei nodi più oscuri della contemporaneità.
Protagonista è Giulio, impiegato comunale, marito e padre la cui vita va a rotoli dopo la separazione dalla moglie a causa di una scappatella. Una discesa negli inferi che procede inesorabile non solo per la solitudine che gli si para innanzi, ma soprattutto perché si ritrova senza una casa e senza il tenore economico a cui era abituato, fino a una durissima ricerca del proprio posto in un mondo che non si può più permettere. Scritto dal regista con la compagna Valentina Ferlan, Gli equilibristi è un dramma contemporaneo, che partendo come tipica commedia all’italiana di sapore mucciniano, spiazza lo spettatore nella sua parabola.
Nella descrizione di una situazione familiare ed economica perfettamente media, il film fin da subito cerca il tono dell’universalità in cui gli effetti della crisi colpiscono chiunque e ovunque, tratteggiando una lotta quotidiana e disperata nonostante la “normalità”, contro la povertà che striscia come una malattia, che colpisce e non lascia scampo degenerando se non limitatissime soluzioni, che diventa lotta per la dignità (e contro l’orgoglio) più che per la sopravvivenza. De Matteo architetta un avvio che fa storcere il naso nel ricalcare gli stereotipi di un certo cinema nostrano, fatto di famiglie depresse, musiche desolate e questioni di corna, ma poi la combustione lenta del suo racconto porta lo spettatore in fondo con Giulio e allora fa male.
De Matteo si adagia un po’ troppo dentro certi schemi, come emerge anche dal finale in cui le forzature di script gli fanno calcare la mano, ma ha tocco e sensibilità in abbondanza e lo si vede dalla sua interazione con gli attori: la giovane ed espressiva Rosabell Laurenti Sellers, la misurataBarbora Bobulova e un bravissimo Valerio Mastandrea che supera con grazia, convinzione ed empatia un film costruito quasi tutto sulle sue spalle. Lascia perplessi la collocazione in Orizzonti, sezione nata per la ricerca e lo sperimentazione, preferita a una vetrina “istituzionale” e forse più consona come il concorso, ma è un dubbio di lana caprina che riguarda la programmazione del festival e non toglie nulla ai meriti del film.
Da blog.screenweek.it

Le vie della notorietà sono infinite. Lo dimostra la vicenda di Ivano De Matteo, attore e soprattutto regista lontano da qualsiasi riconoscibilità fino alla vicenda che lo ha coinvolto attraverso il suo penultimo film “La bella gente” rimasto intrappolato – nonostante i premi vinti nei festival del mondo – in un intrigo distributivo che di fatto gli ha impedito una regolare distribuzione nel nostro paese a differenza della Francia dove il film è uscito ricevendo buone critiche. Un torto che si è trasformato in un boomerang pubblicitario impensabile ai tempi della presentazione al Torino Film Festival dove nel 2009, e fuori concorso, il film passò con scarsa presenza di pubblico e poco interesse da parte della critica. Un ritorno di immagine che ha assunto la forma di una nuova produzione salutata da un cammino privilegiato che dopo i riflettori dell’ultimo festival veneziano (Orizzonti) è arrivata in tempo record nelle sale con un buon numero di copie. E se in precedenza la storia di un gruppo familiare alle prese con le proprie ipocrisie nasceva dalla voglia di portare alla luce un fenomeno di mal costume sotterraneo ma radicato in certe frange dell’intellighenzia democratica e progressista, nel caso de “Gli equilibristi” è l’attualità a farla da padrone, con una storia che fotografa il momento di difficoltà di un paese, economica ma anche di valori, attraverso una vicenda di dissoluzione familiare. Succede infatti che dopo un tentativo di convivenza forzata Giulio, impiegato del comune, e la moglie, segretaria in uno studio medico, decidano di separarsi non potendo più sostenere il peso del tradimento da lui consumato con una collega d’ufficio. Al dramma degli affetti subentra quasi subito la difficoltà di far fronte alle spese familiari che Giulio si sforza di assicurare tra mille difficoltà e con la ricerca di un lavoro extra. Un’esistenza ai limiti dell’accettabilità destinata a degenerare quando l’uomo, solo e senza soldi, è costretto a dormire in macchina non potendo sostenere l’affitto di una stanza. Da quel momento la sua vita diventerà un inferno.
Occupandosi di un fenomeno come quello dei nuovi poveri che ha allargato la forbice dell’indigenza anche agli strati medi della popolazione, Di Matteo si confronta con un argomento già affrontato dal cinema italiano da opere come “Hotel paura” (1996) di Renato De Maria e “Cuore sacro” (2005) di Ferzan Ozpetek. In più a far da specchio alla vicenda raccontata sullo schermo la moltitudine di numeri e soluzioni sviscerate dall’informazione massmediatica. Questo per dire che il rischio di accodarsi alla fila del già detto, oppure di farsi ingolosire dal sensazionalismo di un tema alla moda poteva in qualche modo condizionare il lavoro del regista che invece sceglie di lasciare da parte la cronaca per rappresentare il dramma dall’interno, cercando di restituire la scansione emotiva di un problema che toglie all’uomo la propria dignità. Uno svilimento vissuto a compartimenti stagno per la vergogna di confessare un fallimento vissuto con senso di colpa nelle reticenze di Giulio nei confronti della figlia, l’unica comunque che riesca a percepire il dramma del genitore, e nelle frasi di circostanza dei colleghi di lavoro, presenti ma troppo occupati per capire i contorni di un problema capace di cancellare persino le conseguenze emotive relative alla fine del rapporto coniugale, appena accennate all’inizio del film ma sostanzialmente relegate fuori dalla storia, a priori di cui si può fare a meno in tempi così grami.
Strutturato come una sorta di calvario in cui le situazioni in cui Giulio si viene a trovare diventano altrettante stazioni di una via dolorosa “Gli equilibristi” ci porta nel cuore di una città multi etnica e popolare, dominata da nuove gerarchie sociali – “i nuovi arrivati” diventeranno il lasciapassare indispensabile per continuare a sperare – e da rapporti quasi esclusivamente mercantili come sono la maggior parte di quelli che caratterizzano l’esperienza di Giulio (anche negli incontri con la moglie non si fa altro che parlare della necessità di avere più denaro). Di Matteo gira privilegiando dialoghi e primi piani, preoccupandosi di rendere fluida la narrazione con dollye carrellate che se da una parte ammorbidiscono le asperità dei contenuti in funzione di un estetica più vicina al cinema di consumo, dall’altra stabiliscono piccoli momenti di pausa in cui la storia sembra riprendere fiato e con lui il protagonista sottoposto ad un vero e proprio assedio psicologico e materiale sottolineato da immagini che c’è lo mostrano mentre si allontana con porte, finestre, cassonetti e serrande che si abbassano o si chiudono a suggellare l’uscita di scena da una vita che ha smesso di appartenergli. Ma la forza ed anche il limite del film sta nella bravura di Valerio Mastandrea capace di dare spessore al personaggio prosciugandolo dalla retorica del martirio e della commiserazione inevitabilmente stimolata dai sacrifici che Giulio mette in atto per trovare i soldi necessari al sostentamento della famiglia. Una valore aggiunto a cui il pur bravo Di Matteo si affida troppo finendo per trascurare gli altri attori ed i loro personaggi confinati all’interno di una caratterizzazione embrionale od addirittura stereotipata. Non mancano i clichè – l’extracomunitario buono e samaritano – e le metafore usa e getta – quella dell’uomo lupo all’uomo presente nella sequenza dei due diseredati che si picchiano a sangue – così come una certa semplificazione derivata dalla scelta di escludere le cause per mostrare solamente le conseguenze della crisi, ma alla fine si esce dalla sala con un groppo nello stomaco segno che il film non lascia indifferenti.
Di Carlo Cerofolini , da ondacinema.it

L’uomo-famiglia non ne può più garantire una. O perlomeno non se ne ha più la certezza. Il divorzio è per gente ricca, non di certo per i poveri. Giulio (un Valerio Mastandrea in perfetto equilibrio, come spesso accade, fra ironia, comicità e dramma), protagonista del film “Gli equilibristi” di Ivano De Matteo, si sbatte per cercare di guadagnare di più, ha bisogno di un appartamento ma gli affitti sono tutti raddoppiati, così come i costi del cibo. La situazione diviene sempre più insostenibile per il cinquantenne e non sembra esserci via d’uscita nell’Italia della crisi. Quella che vediamo è la Roma dei quartieri poveri, quella degli abissi che si riflettono nei quartieri delle famiglie benestanti. In fin dei conti la famiglia di Giulio è una famiglia piccolo-borghese, e la medietà della loro vita è il flusso canalizzatore per arrivare a comprendere quelli che sono i problemi più urgenti e le falle più grevi ed ovvie del Bel Paese.
Si deve tornare indietro di diversi decenni, fino agli anni ’70, per trovare un altro film che analizzi, prendendola di petto, quella che è ormai la crisi dell’uomo e nello specifico dell’uomo-famiglia italiano. Lui è il più grande equilibrista ormai, non c’è più spazio per l’alta indipendenza che facilita le vite altrui. Ivano De Matteo questo lo sa bene, e ci mette sul piatto della contemporaneità un film assolutamente necessario e veritiero. Partendo da un frangente ironico e comico, attraverso la maschera tragicomica di Mastandrea, il regista romano vira inevitabilmente verso il dramma. La profondità, che inizialmente sembra essere superficialità, raggiunge il suo apice nella semplicità dei gesti e delle situazioni, in cui la misura per gli accenti è probabilmente il pregio più grande del film.
Il personaggio di Elena, interpretata da Barbora Bobulova, decide volutamente, per ostentato orgoglio, di abbandonare il proprio marito lungo un calvario che sembra terminare nelle ombre ammonitrici della notte. “Gli equilibristi” ha una luce apparentemente ordinaria che lascia finalmente spazio all’ovvio privo di qualsiasi ovvietà. Lo sguardo ferito e sprofondato nella vergogna di Giulio ha lo stesso volto dell’immigrato o del barbone. Finalmente, una verità sempre o quasi nascosta. 
Di Federico Mattioni, da filmedvd.dvd.it

Giulio (Valerio Mastandrea) è un quarantenne romano impiegato all’Anagrafe del Comune, sposato con Elena (Barbora Bobulova) e con due figli, Camilla (Rosabell Laurenti Sellers), adolescente ribelle ma di buon cuore, e Luca (Lupo De Matteo), un bambino biondo, dolce e sognatore. Vive un’ordinaria e tranquilla vita tra il mutuo della casa, le rate dell’auto nuova e mille altri piccoli problemi economici. Purtroppo un suo errore, la breve tresca amorosa con una collega scoperta da sua moglie, butta all’aria tutta la sua esistenza. Costretto a lasciare la famiglia, inizia per lui un calvario senza fine. Con soli 1.200 euro al mese di stipendio, Giulio diventa un “equilibrista” che si barcamena con i conti che non tornano. Non potendosi permettere di pagare l’affitto di un appartamento, ma neanche quello di una pensione di quart’ordine, è pressato dai debiti, ma per orgoglio non vuole mettere al corrente i suoi familiari della sua situazione e deve ridursi a dormire tutte le notti al freddo dell’inverno nella sua auto. Neanche un secondo faticoso provvisorio lavoro in nero, come facchino all’ortomercato, lo aiuta a risolvere la sua condizione sociale, che raggiunge il suo momento più angosciante il giorno di Natale, quando è costretto ad accettare l’umiliazione di un pranzo organizzato da una mensa per poveri, tra extracomunitari, alcolizzati e altri disadattati sociali. Solo l’amore della figlia Camilla, che scopre la verità sulla sua vita miserabile forse lo salverà dal baratro. La ragazza e sua madre gireranno in motorino tra le allegre luci natalizie della città per riportarlo a casa, restituendogli la sua dignità….
Interpretato da un intenso Valerio Mastandrea, qui in una delle sue migliori performance d’attore, il film riconosciuto come opera d’interesse culturale dallo Stato, diretto da Ivano De Matteo (La bella gente,Ultimo stadio) mette a fuoco la tragica condizione dei tanti padri separati a basso reddito, che la crisi economica ha ulteriormente messo in ginocchio e ridotti in breve tempo da uno stato di benessere alla povertà. Con ben diverso tono, ne parlava anche Carlo Verdone nel suo ultimo film Posti in piedi in Paradiso. Scritta da Valentina Furlan e dallo stesso Ivano De Matteo, la pellicola pur meritevole nell’affrontare un tema così drammaticamente attuale, non è esente da alcune incongruenze (ad esempio appare poco credibile che la famiglia di Giulio si accorga così tardi della sua indigenza), ma contribuisce a far riflettere su una categoria davvero preoccupante, quella degli “equilibristi”, individui colpiti dalla sfortuna, ma che la collettività non può ignorare o far finta di non vedere. Persone che non possono essere lasciate sole al loro destino.
Di Pierfranco Bianchetti, da moviesushi.it

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog