FAUST


Ambizione e potere. Due elementi che vanno spesso a braccetto, nel cinema come in qualsiasi altro campo dell’esistenza: l’ambizione della conoscenza, l’ebrezza di avvicinarsi ancora di un altro passo alla divinità, il potere che ne deriva. Anche Aleksandr Sokurov è un regista ambizioso, e ne ha ben donde: il grande cineasta russo, noto al pubblico internazionale soprattutto per il rivoluzionario esperimento di Arca russa (in cui mescolava in modo magistrale classicismo e cinema digitale, affresco storico e approccio postmoderno alla messa in scena) ha sviluppato nel corso degli anni la sua tetralogia sul potere: a Moloch (1999), Taurus (2000) e Il sole (2005), dedicati rispettivamente alle figure di Adolf Hitler, Vladimir Lenin e l’Imperatore Hirohito, segue ora la sua interpretazione del Faust, liberamente ispirata alla tragedia di Johann Wolfgang Von Goethe. Un cortocircuito interessante, quello tra il regista che si confronta con un mito della letteratura piegandolo alla sua visione cinematografica, e l’integerrimo dottore che si accorda con un demone per soddisfare i piaceri della carne, ma anche per estendere la sua brama di conoscenza oltre i limiti dello scibile umano. Il film di Sokurov non è una vera e propria trasposizione dell’opera di Goethe, ma una trattazione filosofica sulle ambizioni di un essere umano rappresentato come creatura più che mai fallace, in un contesto in cui tutto intorno a lui sembra caratterizzato da disfacimento.
In effetti, la prima cosa che salta all’occhio della pellicola di Sokurov è il contrasto tra l’estrema ricercatezza delle immagini e la sporcizia, il sudiciume e la sensazione di disfacimento che queste trasmettono. Sembra folle nutrire una qualche forma di speranza in un mondo come quello di Faust, in cui lo studio di un medico somiglia a una stanza delle torture, con strumenti del tutto analoghi a quelli in uso per i supplizi medievali, in cui morte e violenza regnano ovunque, in cui persino il corpo umano, più che una creazione divina, sembra un putrido ammasso di organi nel quale invano si cerca un’anima. E’ quasi superfluo che il diavolo si manifesti in una forma (pseudo)umana, in un mondo del genere: Mefistofele è ovunque, mentre Dio, come la sua stessa controparte si incarica di ricordarci, non è da nessuna parte. Eppure, Sokurov sceglie conseguentemente di mostrare un diavolo più laido e sgradevole possibile, un vecchio storpio che emette flatulenze e profana i luoghi sacri con le sue necessità corporali, con un corpo deforme che sembra urlare l’assenza di armonia e bellezza nel creato, e un fare viscido e infingardo, tale da ispirare un’istintiva repulsione. Eppure, questo mostro dalla forma umana sembra l’unico individuo capace di condividere i dubbi e le tensioni del protagonista sull’esistenza, sul creato e su Dio, e di trasmettergli il potere che segretamente ha sempre bramato. Potere sulla vita e sulla morte degli altri esseri umani, innanzitutto, ma anche sulla volontà di una donna che nel corso della storia si trasforma lentamente in un’ossessione.
Come si diceva, colpisce in questo Faust sokuroviano il modo esteticamente ricercatissimo con cui il regista rappresenta la bruttezza e l’orrore del mondo: l’inquadratura ha un gusto pittorico, ogni elemento del quadro è attentamente studiato, la fotografia fa un largo uso di filtri che le danno di volta in volta di tonalità diverse (ma il verde è il colore dominante) mentre le lenti deformanti conferiscono un tono onirico e da incubo al racconto. Tono che viene espresso anche dai dialoghi, serrati e continui, spesso ardui da seguire perché volutamente sovrapposti l’uno all’altro, quasi a voler iperrealisticamente sottolineare il caos e la mancanza di punti di riferimenti che regnano nel mondo del dottore. La sequenza finale rappresenta forse l’inferno, forse quel mondo che Faust si appresta a dominare, con la presunzione di poter prescindere, nella sua ormai cieca brama di potere, anche dall’accordo siglato col suo repellente compagno. La differenza è sempre più labile, il risultato sarà probabilmente lo stesso: l’anima dell’ormai ex medico non ha possibilità di salvezza. Ma questo, pur prescindendo dalla conoscenza del mito originario, era con tutta evidenza l’unico risultato possibile.
Di Marco Minniti, da movieplayer.it

Il personaggio del Faust è uno dei più importanti e forse il più conosciuto della cultura tedesca. Tra i molti che vi si approcciarono, Johann Wolfgang von Goethe è sicuramente colui che più di ogni altro ha contribuito a formare la sua fama. E’ infatti il “Faust” di Goethe quello che ALEXANDER SOKUROV ha deciso di portare  quest’anno a Venezia. Un’opera con cui il regista russo compone il suo personale quarto capitolo di una tetralogia sul potere iniziata con altri tre ritratti, “Toro” (1999), “Moloch” (2000) e “IL SOLE” (2005). Se nei precedenti episodi però si partiva da personaggi realmente esistiti – rispettivamente Lenin, Hitler e Hirohito – questa volta è una delle più importanti figure dell’immaginario letterario (e non solo) occidentale ad essere preso come pretesto per raccontare la tremenda lotta tra l’uomo, le tentazioni e la ricerca dell’infinito.
Se il cuore dell’opera che Goethe scrisse e riscrisse più volte a cavallo del diciottesimo secolo era nel rapporto che si creava fra l’eponimo Faust e Mefistofele, Sokurov decide di mostrare il loro avvicinamento come un fatto quasi improcrastinabile. E’ vero, il diavolo è tentatore, ma questo Faust è più che mai aperto alla tentazione, non ne rifugge, sembra quasi averne bisogno per respirare e dare azione allo Streben, quell’impulso alla vita e alla conoscenza che altrimenti non gli sarebbe concesso. E così il loro vagare assieme per la città alla ricerca di espedienti con cui sopravvivere, con un Faust desideroso di soldi e un diavolo non dichiarato che continua a fare finta di non sentirlo, intrappolandolo di fatto nell’attesa  e nell’incertezza, diventa la dimostrazione di un’anima venduta già bel prima della loro conoscenza. Mefistofele è un angelo decaduto che lotta contro il bene conoscendone prima di tutto la forza persuasiva. E così non ha bisogno di apparire come male in ogni sua rappresentazione, sa bene che il tempo è dalla sua parte. 
Sokurov racconta tutto questo con la sua solita maestria. Nonostante il basso budget (l’idea iniziale, poi accantonata per i costi nonostante si avessero già avuti i permessi, era di girare in Vaticano), attori semiprofessionisti e tempi di lavorazione ristretti, il cineasta russo riesce ad arrivare dritto al cuore dell’opera di Goethe, nonostante i tanti tagli (soprattutto della seconda e terza parte) e la coraggiosa decisione di posizionare la vendita dell’anima solo a mezz’ora dalla fine, dopo un’ora e tre quarti di discussioni e tentazioni. Il risultato è più che mai eccezionale per forza visiva e concettuale, anche se è innegabile che si tratti di una di quelle pellicole che richiede la massima attenzione da parte dello spettatore per non rischiare di cadere nella facile trappola della noia. I tanti e complicati dialoghi così come le scenografie spesso modeste (ma sicuramente si è fatto il massimo con ciò che si aveva), non sono un’attrattiva irrinunciabile. Il cinema, del resto, non è obbligato a piacere a tutti.
Di Andrea D’Addio , da film.it

A Venezia lo avevamo scritto: mettere Sokurov in concorso era come candidare Dante al Premio Strega. Troppa differenza di qualità tra l’opera del maestro russo e quella – pur dignitosa – di tutte le altre. E così è stato: al Faust un Leone d’Oro senza discussioni.
Il titolo che chiude la tetralogia del potere (dopo Moloch,Taurus, Il sole) costituisce la sua summa. E’ trattato estetico, poetico, filosofico. Opera oltre il cinema. Sokurov utilizza ogni risorsa espressiva disponibile – dall’uso delle luci alla misura del quadro, dalla prospettiva ai dialoghi, dalla tradizione pittorica a quella letteraria (Goethe certamente, ma anche Mann) – per dare forma a una metafisica al rovescio. Al di qua di tutto.
Faust ci schiaccia per terra e ci riporta su, in un doppio movimento discensionale/ascensionale. Dalla caduta più fetida – dell’angelo superbo – alla scalata più dannosa – dell’uomo che si sostituisce a Dio. Una reversio rispetto al percorso dei tre precedenti film, dove il potere che si presumeva divino veniva smascherato, riportato alla sua germinazione umana. Faust è come l’albero della vita (quello di Malick, per intenderci) al contrario: dalle vette al fondo, nel pozzo di un’esistenza terragna. Fin dalla soggettiva iniziale, giù in picchiata, dal cielo al verminaio umano, dritti all’obitorio, fino al dettaglio di un pene, sezione aurea di un corpo misurabile, sventrato. Faust è lo scienziato che estrae cuore e budella, polmoni e interiora, cercando altro. Che non c’è. Anche da una vagina al massimo viene fuori un uovo, perché la donna gallina è della stessa specie ferina degli uomini. E se un telescopio punta sulla luna inquadra una scimmia, alfa e omega di un progresso che scimmiotta l’Onnipotente mentre lo nasconde. Nessuno – declama Faust – ha più il diritto di credere in Dio. Basta l’uomo, che è però bestia inchiodata al suolo.
Sokurov cavalca la forza di gravità delle nostre ambizioni. Sempre quelle: il potere di creare (i feti degli homuncolus in vitro), di sedurre (l’innocenza), di controllare altri uomini. Potere con la p minuscola, la stessa di prostituzione, che è svendita dell’anima se il corpo è altare. Mefistofele (Anton Adasinsky) è usuraio, perché dove c’è denaro c’è il diavolo. Un essere immondo, l’abominio di un Arcimboldo, matassa repellente e tumorale. Faust (Johannes Zeiler) è uomo di mezza età, né giovane né vecchio, ma di passaggio. Come tutte le cose. L’idea della morte ci pervade: è l’odore di un film (e di un pianeta) in stato di decomposizione, illuminato da una luce verde-giallognola.
Il Faust è sovraccarico di corpi, forme putride, muffe e flatulenze. E’ un mondo chiuso dentro un formato piccolo piccolo – 1:37, sembra il 4/3 televisivo – un girone dantesco, un quadro di Bosch, l’incubo di un Dürer. E’ abbandono disperato alla materia. Sokurov deforma ottiche e prospettive perché deformato è il reale. Ci sfinisce di dialoghi, svilisce la parola, riducendola a cacofonica chiacchiera e silenzio interiore.
Non si ricorda una visione tanto terrificante dell’inferno umano. Siamo precipitati agli estremi confini dell’essere, nell’occhio della finitudine. L’apice dello sprofondamento è una vetta che fuma, un geiser il cui fuoco s’impenna e precipita, continuamente. Monotona è l’avventura della natura. Davvero non c’è altro?
Di Gianluca Arnone , da cinematografo.it

Che colore ha un mondo che produce idee colossali? Che odore ha? C’è un’aria pesante nel mondo di Faust: progetti sconvolgenti nascono nello spazio angusto dove si affaccenda. È un pensatore, un veicolo di idee, un trasmettitore di parole, un cospiratore, un sognatore. Un uomo anonimo guidato da istinti semplici: fame, avidità, lussuria. Una creatura infelice, perseguitata. Perché rimanere nel presente se si può andare oltre? Spingersi sempre più in là, senza notare che il tempo si è fermato: ed ecco il celebre patto con Mefistofele…
Non peccheremo di lesa maestà se diciamo che, nel complesso, i tre capitoli che Aleksandr Sokurov ha dedicato alle figure storiche sono più “opere di testa” che di cuore. Il cinema del maestro russo è intellettuale, e questa trilogia ne è forse l’apice in questo senso (per Arca russa si potrebbe fare un discorso a parte, vista l’innovazione sperimentale). Certo, anche in quei film non mancano momenti di emozione forte, a tratti fortissima (penso soprattutto a Il sole, ma anche alla parte finale di Toro), ma se qualcuno cerca qualcosa più “di pancia” nella filmografia del regista è meglio si rivolga allo straziante Madre e figlio, al rapporto stratificato di Padre e figlio o alla storia della “nonna coraggio” di Alexandra.
Proprio da Alexandra, dal 2007, Sokurov non tornava al cinema con un suo film, ed ora ci ritorna per allargare la sua “galleria di ritratti” e concludendo così la sua tetralogia sul potere. Ricapitoliamo. Nel 1999 c’è Moloch, il film dedicato alla figura di un ipocondriaco Hitler; nel 2001 abbiamo Toro, sugli ultimi giorni di Lenin con tanto di incontro finale con Stalin; infine nel 2005 è il turno de Il sole, su un Hirohito alle prese con la fine della guerra, con gli americani e il suo status di “divinità”. Tre ritratti per studiare e analizzare il potere da un punto di vista quotidiano, per sottolinearne la carica tragicomica ma anche più umana (che non vuol dire per forza assolvere).
Che c’entra quindi una figura leggendaria della tradizione tedesca e mondiale come quella di Faust con tre leader storici del Novecento? C’entra più di quanto non si creda, per la statura e l’importanza del personaggio leggendario e per la sua brama di conoscenza infinita. Non aspettatevi tuttavia una semplice trasposizione da Goethe, anzi: Sokurov prende quella figura, ne asciuga le letture e stratificazioni interpretative e formula un discorso consono alla sua poetica e alla sua filmografia, che tiri anche le fila del discorso iniziato dodici anni fa.
Prima scena: cielo, nuvole. La macchina da presa inquadra uno specchio, un foglio che vola e poi si tuffa ad inquadrare uno scenario mozzafiato, tra montagne, campagne e mare. Stacco sul dettaglio di un pene: è in corso un’autopsia su un cadavere. A farla c’è il dottor Faust (Johannes Zeiler, bravissimo) con il fido aiutante Wagner. Pochi momenti, anche decisamente forti (l’autopsia si vede molto bene…), per capire come Sokurov voglia trattare il racconto di questo suo ultimo film: anche perché subito i personaggi iniziano a parlare molto tra di loro con un taglio grottesco, carico d’ironia.
Ecco, il grottesco: per il maestro russo è una forma espressiva necessaria per poter raccontare dal suo punto di vista il potere. Lo è stato soprattutto in Moloch e Toro, e torna ad esserlo prepotentemente anche in Faust. I personaggi parlano e parlano, si muovono e corrono, e c’è un’atmosfera carica di parole e per questo straniante. Anche la presentazione di Mefistofele (interpretato da un grande Anton Adasinskiy: ma il nome Mefistofele non viene mai citato) la dice lunga sulla volontà di proseguire un percorso anche corporale con gli altri capitoli. Vi ricordate quando Sokurov spogliava Lenin? Qui spoglia il Diavolo: che è carnevalesco, deforme, con il pene attaccato sul sedere. E minaccia giovani pulzelle ai bagni pubblici.
Ambientato nella Germania dell’800, il Faust di Sokurov sceglie lucidamente una strada da percorrere. Per gran parte del film vediamo Faust e il Diavolo in “viaggio” assieme, finché non avviene la prima passeggiata tra il primo e Margarete, la donna di cui il protagonista s’innamora. Se un patto col Diavolo si deve fare, non è più per la conoscenza o qualcosa di superiore: ma semplicemente per avere la certezza di possedere una donna.
Sokurov dirige una fiaba, come lui stesso l’ha definita, in maniera impeccabile: ad iniziare dall’interessante e giustissima scelta di girare in 4:3, così da inquadrare ogni sequenza rendendola ancora più simile ad un quadro di quanto non lo fossero già quelle dei film precedenti. Stilisticamente gli appassionati ritroveranno tutte le carte forti dell’autore russo, con inquadrature deformate da filtri e lenti anamorfiche, un viraggio verso un colore verdognolo in alcuni momenti, una cura maniacale nell’uso della scenografia e delle ambientazioni (davvero superbe). La fotografia di Bruno Delbonnel fa poi davvero miracoli e ci regala forse i colori più belli visti al festival.
L’ultima parte del film è infine una vera e propria cavalcata verso la tragedia, un’eruzione (in tutti i sensi: potentissima l’immagine del cratere acquatico che continua ad esplodere) di orrore che a tratti sconfina nel genere (i morti che tornano a tormentare il protagonista), e riconferma il pensiero del regista sulle conseguenze della brama di possessione. Con Faust, Sokurov è tornato a fare del cinema intellettuale che sazia la mente, con rigore unico e lucidità. Da premio.
Da cineblog.it

«Oh, cara! Credi, quel che è detto intelligenza
spesso è piuttosto vanità, limitatezza.»
(J.W.Goethe, Faust) 
Liberamente ispirata al “Faust” di Goethe, scritta e diretta dal regista russo Aleksandr Nikolaevic Sokurov con l’intenzione di portare a completa fioritura ciò che tra le pagine dello scrittore tedesco germogliava, l’omonima pellicola presentata alla 68.ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia conduce a compimento la tetralogia dedicata al potere che aveva già visto Hitler (“Moloch”), Lenin (“Toro”) e Hirohito (“Il Sole”) come protagonisti dei tre precedenti film. Dopo tre figure storiche, tutte incarnazioni malate di un’idea di potere che in diverse declinazioni collassa su se stessa, ora il regista ci presenta un personaggio mitico-letterario che in modo archetipico ricollezioni i tratti essenziali degli altri e ne rappresenti l’ideale cifra umana e simbolica al contempo.
La materia non è semplice e il compito pretenzioso. Il confronto con una storia tanto conosciuta può essere opera del folle o del megalomane. Chiedo perdono: del folle, del megalomane o del genio. Probabilmente Sokurov è tutte e tre le cose al contempo (già il piano-sequenza lungo un ora e mezza chiamato “Arca Russa” avrebbe potuto farcelo sospettare) nella incredibile dedizione al cinema che porta sempre alle sue estreme conseguenze.
 “Faust” è prima di tutto una storia umana (troppo umana), di un uomo e di un’intera umanità che il regista seppellisce sotto una fotografia verde d’un verde putrido, fangoso, marcescente e condanna subito ad essere cadaveri, carni in decomposizione delle quali è quasi avvertibile l’odore. Gli uomini già morti nel loro destino di morte si interrogano sul “poi”, l’aldilà, sull’anima e Dio, sul principio di ogni cosa che alla fine dei conti è la stessa cosa. Cosa è il verbo che tutto principia? Parola? Senso? Azione? In un violento flusso verbale che travolge e annichilisce lo spettatore “Faust” non concede nulla, ma pretende molto: innanzitutto, l’essere seguito in ragionamenti filosofici attorno alle cose prime ed ultime in un intreccio di dialoghi serrati, un ginepraio inestricabile di argomenti che scavano il dato sensibile, il quotidiano mondo delle cose a portata di mano per ricercarne una radice profondamente conficcata nel terreno o saldamente avvinta in un qualche iperuranio. È difficile restare a galla se immersi in questa marea. Tra le continue ondate di corpi e voci, nell’andirivieni di corpi che -danzanti o quasi- si attorcigliano l’un l’altro sinfonici, simmotili e com-moventi. È il tripudio ed il requiem di un’umanità e di un uomo immersi nello sporco, nel maleodorante, nello sfacelo, nel degradato, nel deforme. Sokurov mostra ogni declinazione del brutto con una inarrivabile raffinatezza che immediatamente genera lo scandalo tra l’oggetto mostrato e il gesto del mostrare.
 D’altro canto un’impareggiabile altalena fende l’intera pellicola: un’opera terrena e ultramondana al contempo. L’alto ed il basso, l’esterno e l’interno, ecco in quale equilibrio si muove il film, come nella sequenza iniziale dove la macchina da presa partendo da una ripresa a volo d’aquila taglia le nubi (tra le quali troviamo l’allegorica raffigurazione di uno specchio legato ad una catena) e precipita sul tavolo del dottor Faust che sta dissezionando un cadavere. Così, in uno speculare movimento, mentre Faust affonda le sue mani nelle viscere umane con la sua mente cerca di scrutare oltre la volta celeste. Tracotanza, hybris che lo rende piccolo ed insulso nel suo voler dominare lo scibile e l’inconoscibile e in questo stretto ad un’umanità torbida anch’essa, avida, iraconda, ma alla quale si avvinghia in una continua danza dei corpi, tutti insulsi e piccoli, ammassati come le anime dannate della penna di Dante o del pennello di Bosch stavolta però rinchiuse in quella prigione che è uno schermo ridotto a 4/3. La composizione delle immagini è ricercata e incornicia il continuo conflitto che Faust intraprende con il mondo circostante che cerca di dominare attraverso l’intelletto che dialetticamente ed ellitticamente si confronta con sé e gli altri, con l’emozione e l’azione in una brama di sopraffazione che non trova pari, ma che è destinata a soccombere collassando su se stessa ed infine rivelarsi un ennesimo vanitas vanitatum.
 Faust è dottore di medicina, filosofia, diritto, nulla dello scibile gli è estraneo, domina la terra con la conoscenza e trova solo in un Mefistofele, dalle semi-umane sembianze, l’unico valido interlocutore che dialetticamente lo porta ad accrescere il suo sapere, l’unico valido interlocutore con cui condividere la propria crescente ossessione per Margarete. Ogni possibile felicità svanisce affogata dal dubbio intellettuale, dalla brama amorosa e sessuale, dalla necessità monetaria. Infelice, insoddisfatto, sempre bisognoso di qualcosa che per sua natura non potrà mai raggiungere, Faust ed il suo diabolico compagno (l’uno romanticamente intellettuale, strettamente retorico l’altro) si muovono in un mondo deforme e deformato dallo sguardo del regista, virato nei colori, nelle luci e nelle forme che si accordano agli stati emotivi del protagonista, il delirio d’onnipotenza faustiano si impossessa anche dello sguardo del regista. Inizia un volo che conclude l’odissea faustina nell’inferno terreste, inizia un volo che precipita fino all’ultima follia di un Faust che crede di poter annullare il contratto sanguignamente siglato col demonio, lapidandolo e tumulandolo in un avello di pietre, e così si incammina nel suo delirio d’onnipotenza verso un oltre che è un puro oltrepassare.
 La pellicola si decompone, come il mondo tutto, ponendo termine a questo film profondo ed inventivo ad ogni livello e nel rileggere/riscrivere l’opera di Goethe pretenzioso e sfacciato. Pittorico nel ricostruire ambientazioni e nell’architettura delle immagini, teatrale nelle movenze attoriali. In ogni momento sublime e viscerale. Ci sono opere d’arte belle d’una tale disarmante bellezza da sembrare il frutto d’un patto siglato con il demonio, il “Faust” di Sokurov è una di queste.
Di Simone Pecetta, da ondacinema.it

Curioso, o forse perfettamente logico, che la tetralogia sul potere di Alexandr Sokurov si concluda con un personaggio e una storia che l’Adolf Hitler protagonista di Moloch (primo film della serie) disprezzava, e che invece il Vladimir Lenin del successivo Taurus teneva in grande considerazione. 
Come che sia, Faust arriva perfettamente consequenziale alla progressiva astrazione tematico-teorica della quadrilogia, dopo gli accenni già parzialmente ma pesantemente filosofici in senso ampio di quel Il sole che raccontava invece l’imperatore Hirohito. 
Mettendo le mani sulla tragedia di Goethe, Sokurov sceglie un personaggio di finzione per portare alle massime conseguenze il suo ragionamento sulle ambizioni e sulle perversioni umane, sulle bramosie di potere che nascono e si autoalimentano ad ogni successiva conquista. 
Il Faust di Sokurov è un uomo di scienza, un medico ossessionato dalla conoscenza razionale e dalla replicabilità del creato, non a caso fin dall’inizio contrapposto a figure religiose di dubbia utilità e moralità. Un uomo che si lega al (letteralmente) mefistofelico usuraio cui solo verso la fine del film venderà l’anima perché roso e corrotto dal bisogno e desiderio di denaro prima, e dalla lussuria poi. 
Proprio quando va toccare una vicenda di finzione e con diversi e ovvi risvolti metafisici, ecco che Sokurov riesce ad affermare con sempre maggior potenza (e con interessante slittamento rispetto a Il sole) la natura tutta beceramente terrena e materialista dell’idea di potere: nemmeno di fronte all’ultraterreno, l’uomo cede e rinuncia alla sua ubris. 
Ossessionante e oppressivo, ostico e logorante per lo spettatore, cui sembra cheSokurov abbia volutamente riservato un’esperienza fisicamente faticosa, Faust è carico di materia, materialismo e materialità in tutta la sua sontuosa e sorprendente messa in scena, teatrale come solo certo cinema può essere. 
Impressionante (in più di un senso) dal punto di vista tecnico, nell’uso delle diverse focali, del formato, della fotografia, delle musiche, il film del russo è visivamente paragonabile alle opere di Bruegel padre e figlio, e persino di quelle di Hyeronimus Bosch. 
Barocco e sovraccarico, Faust propone prospettive e corpi costantemente deformati, spazi angusti e claustrofobici, ammassi umani, costanti contatti fisici forzati o cercati che fanno il paio con l’inarrestabile e inesauribile fiume di parole che i protagonisti si riversano addosso intrecciandosi e sovrapponendosi in laocoontiche configurazioni semantiche. L’ansia del vuoto e della solitudine di Faust è l’ansia dell’ottenimento del suo potere, dell’avida bramosia di sapere, denaro e corpi, e il suo diabolico complice è sempre lì pronto a riempire, a titillare, ad appoggiare e stuzzicare, per una soddisfazione che sia solo fonte di nuovo bisogno. 
Solo in un finale dove l’ambizione faustiana conduce il protagonista a un cammino solitario e cieco verso un assoluto che è glaciale deserto, Sokurov concede spazio e silenzio: perché la ricerca del potere è vuota, e al vuoto solitario (e infernale) conduce. 
Come e ancora di più del suo lavoro precedente, il Faust di Alexandr Sokurov è cinema puramente esperienziale: e come tutte le esperienze, positive o negative che progressivamente possano essere, sono destinate a lasciare un segno. 
Di Federico Gironi , da comingsoon.it

Quarta e ultima parte della tetralogia di Aleksandr Sokurov sulla natura del potere, Faust è l’unico personaggio letterario della partita, dopo Hitler (Moloch), Lenin (Taurus) e Hiroito (Il sole), ma è anche quello contenuto in nuce in tutti gli altri, per il carattere mitico e simbolico che porta in sé. 
Il regista russo rilegge liberamente tanto l’opera di Goethe che quella di Mann, scegliendo l’ambientazione ottocentesca e mantenendo la lingua tedesca e l’idea tragica di fondo, per cui la condizione umana consisterebbe in un continuo errare. Sokurov inscena, dunque, questa (diabolica) perseveranza nell’errore costringendo i suoi personaggi a un procedere senza sosta, a una letterale erranza tra boschi, case, lande, ghiacciai. Il protagonista del film non si ferma un istante, tanta è la sua sete di sapere e tanta è la lontananza dalla meta. A questo movimento senza soluzione di continuità si aggiunge una forza opposta ma altrettanto intensa e inestinguibile che (co)stringe gli esseri umani presenti nell’inquadratura, obbligandoli a farsi largo l’uno sugli altri, a scavalcarsi ad ogni occasione. La gestualità è teatrale, esasperata, ma la sensazione di brulicante claustrofobia ci riporta anche alla pittura di Bosch, non a caso un artista che ha utilizzato il realismo per raccontare il male immateriale e i cui dipinti pullulano di creature dannate e sofferenti. 
Visivamente grandioso, il Faust di Sokurov è attraversato da un’atmosfera mortifera dalla primissima all’ultima inquadratura. Il suo dottore è una creatura infelice, non affamato di sola conoscenza ma soprattutto di cibo, di sonno, di denaro e di contatto amoroso: bisogni fisiologici e materiali che collocano inequivocabilmente l’inferno su questa terra (non c’è traccia del prologo celeste e il conto degli individui in fila per firmare il patto è in continua espansione e riproduzione). Il paradosso tragico della vita espresso nell’opera è che l’uomo può giungere al divino solo con l’intervento del demonio: per questo quando Wagner chiede al dottor Faust dove si trovi l’anima, il medico –pur avendo indagato le viscere e ogni organo umano- deve ammettere che non l’ha trovata. Il suo potere è umano e dunque limitato.
Con un impiego di mezzi ingente ma anche assolutamente necessario e meritato, Sokurov allestisce uno spettacolo che appaga l’occhio, un’opera d’arte potente e affascinante che ribadisce nel mentre la validità atemporale del racconto. Uno spettacolo di quelli che non siamo più abituati a sostenere senza sforzo ma che ripaga davvero l’impegno che domanda.
Di Marianna Cappi  , da mymovies.it

Alexander Sokurov si confronta con Faust, e ne esce vincitore.
Il regista russo, conosciuto soprattutto per “Arca russa”, presenta in Concorso alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia la sua nuova opera “Faust”.
Non si tratta di un adattamento fedele dell’opera letteraria di Goethe, quanto un tentativo di raccontare la medesima storia attraverso quanto rimane tra le righe, il non detto, immagini ed emozioni.
Come il romanzo, anche il film di Sokurov vede come protagonista il dottor Faust, uomo integerrimo dedito alle ricerche scientifiche. Per dominare la materia egli cerca di capire come funzioni il corpo umano analizzando e sezionando cadaveri, ma non riesce a trovare ciò che in realtà sta cercando: la prova dell’esistenza dell’anima.
La sua rettitudine e il comune interesse per l’animo umano attirano l’attenzione di Mefistofele, che si nasconde nei panni di un usuraio.
Il suo scopo, sulla Terra, è quello di mettere in luce e sfruttare le umane debolezze.
E questo cerca di fare anche con Faust, mettendolo alla prova in modo da trovare il suo punto debole.
Faust si lascia tentare, ma non ammaliare, dal potere, dalla ricchezza o dalla lussuria, nulla è tanto gratificante da desiderarlo all’infinito. Ma la bella Margaratesi innamora perdutamente del dottore, e il desiderio di possedere la donna, nella materia e nell’anima, si impossessa di lui.
A questo punto Mefistofele sa come agire. Propone a Faust di fermare all’infinito il momento di beatitudine e di estasi della sua unione con la giovane, in cambio Faust gli cederà la sua anima. E lui accetta.
Il “Faust” è l’ultima parte della tetralogia sulla natura del potere di Sokurov, iniziata nel 1999 con “Moloch” e proseguita poi con “Taurus” e “Il sole”. Ciò che contraddistingue il “Faust” è il basarsi su un personaggio letterario, mentre le altre parti della tetralogia hanno protagonisti realmente esistiti (Hitler, Lenin e Hirohito). Lo accomuna invece alle prime tre la centralità del potere della parola, che si ascolta e alla quale si crede, ma dalla quale si viene traditi.
Proprio la parola si può considerare la vera protagonista nel “Faust”, è, infatti, difficile trovare in tutto il film un attimo di silenzio. Le parole sono frenetiche, si sovrappongono e stordiscono lo spettatore. E’ forse il retaggio dell’opera letteraria, ma appesantisce il film e lo rende difficile da seguire e metabolizzare.
Nonostante tale considerazione, unica nota negativa, il “Faust” è un’opera monumentale, un vero capolavoro per gli occhi. Bellissima la fotografia, quasi onirica nei suoi colori. La perfezione è tale che in ogni inquadratura si ha l’impressione di ammirare un attimo fissato per sempre su tela. Il contrasto tra il bene e il male è ben evidenziato dall’uso di luce e tenebra.
L’opera di Sokurov va però oltre. E’ una riflessione sul comune destino umano, incostante e indeterminabile perché dominato dai piaceri e dalle tentazioni. E, anche una considerazione sul libero arbitrio, o meglio sulla sua assenza: l’uomo non è padrone delle proprie scelte, perché egli stesso ha ceduto la possibilità di scelta, per debolezza o per poca moralità.
Un film arduo e possente ma da affrontare, perché i film di Alexander Sokurov hanno sempre una lezione da dare.
Non ci si aspetta niente di meno da lui, inserito dall’European Film Accademy tra i cento registi più importanti del mondo.
La frase:
“Ho cercato l’anima, ma non l’ho trovata”.
Di Giuliana Steri , da filmup.leonardo.it

Sono più di quattrocento anni che il personaggio del Faust, e la sua travagliata storia, ispirano la mente e l’operato degli intellettuali. Una storia leggendaria, quella del dottore ossessionato dai limiti mortali, che stringe un patto con Mefistofele per avere potere e conoscenza. Una storia raccontata in mille modi e tramite pressoché tutti i mezzi della fiction conosciuti all’uomo. Le versioni più famose, ad ogni modo, rimangono le due classiche: quella di Christopher Marlowe e l’epica in tre parti che costituisce l’opera magna di Goethe, a cui in tanti si sono successivamente rifatti.
Il cinema ha incontrato Faust tante volte, spesso anche sotto falso nome, fin dai suoi albori:Méliès stesso, nel 1903, ne realizzò la prima versione cinematografica. Ora è la volta della visione di uno dei più grandi registi russi di sempre, Alexander Sokurov, che rinarra la vicenda con un’ambientazione da primi dell’800 e senza sensazionalismi: qui Mefistofele non arriva in mezzo ad una nube di fumo e zolfo. Qui Faust (Johannes Zeiler) è solo un povero medico squattrinato con ambizioni ben più alte delle sue realistiche condizioni umane e intellettive, mentre il diavolo (o colui che lo rappresenta, nella forma di un usuraio ambiguo e repellente ‘splendidamente’ dipinto da un ispiratissimo Anton Adasinsky) non ha bisogno di proclami o di suadenti lusinghe, lunghi baffi appuntiti e corna. Gli basta essere presente, tentazione a portata di mano ed irresistibilmente umana.
Alexander Sokurov, con il suo Faust, conclude la sua personalissima tetralogia, dopo Moloch,Taurus e Il sole. Quattro film su quattro controversi personaggi dotati di uno straordinario potere, un potere troppo grande per mani mortali. A differenza dei precedenti tre film, tuttavia, che vedevano protagonisti tre personaggi storici reali in tutto e per tutto (Hitler, Lenin e l’Imperatore Hirohito) questa volta Sokurov prende in esame un personaggio leggendario, oltretutto diametralmente opposto, perché ottiene il ‘potere’ solo nell’ultimo spicchio di film, a differenza degli altri. È però, questo, un potere che trascende i limiti militari e giurisdizionali in cui erano imbrigliati gli altri tre. E non certamente un potere sulla bocca di tutti. A differenza degli altri protagonisti della tetralogia, Faust rimane un uomo comune, potrebbe essere chiunque di noi, e la sua chiave di lettura potrebbe essere proprio questa universalità della sua debolezza umana. 
Il cinema di Sokurov, ora più che mai, è incredibilmente umano, vivo eppure decadente, nel suo mostrare l’esistenza (e la morte) dell’uomo così come sono, la presuntuosità di un mero mortale di governare, di conoscere, di imporsi di fronte a qualcosa che non potrà mai conoscere e governare davvero. È tutta una mera illusione, e non si riesce a capire cosa davvero conti e cosa no. 
“Le persone infelici sono pericolose” scrisse Goethe in proposito, e la condizione umana, dopotutto, secondo gran parte della filosofia mondiale, è di costante inappagamento. Naturale, in fondo rivedersi in Faust per chiunque, in un momento (?) di debolezza. Cosa conta e cosa no, amare o possedere? In Faust c’è un’aspirazione al miglioramento, che siccome non può essere raggiunto tramite mezzi propri si ricerca in mezzi impropri. E la debolezza umana si estrinseca ancor di più nell’opera sokuroviana perché lo studioso tedesco perde il gusto della scoperta volendo tutto subito, e aspirando al divino, finisce invece a rantolare nei piaceri e nelle scusanti umane più facili e becere.
Crediamo che il messaggio da ricercare in questo film risieda in un ribaltamento del concetto di rapporto tra uomo e divinità e uomo e demone, da sempre visto come un rapporto impari, dal quale l’uomo ne esce schiacciato perché gli viene imposta una superiorità dall’alto, perché viene ‘costretto’ ad agire in un determinato modo per volere superiore. Ma Faust non è spaventato da un essere superiore, che lo convince con la lusinga del potere, in questa versione. Qui Mefistofele è storpio, ributtante, e il patto non è mai proposto in maniera effettiva, ma solo tra le righe. È solo una ‘cattiva compagnia’, che fa uscire fuori il lato più vero dell’animo del protagonista. Non è colpa del diavolo se Faust sceglie la dannazione in cambio del potere, il destino dell’uomo è nelle mani del libero arbitrio. E alla fine, anche Faustperde la sua partita con la vita, condannandosi all’eterna dannazione con le proprie mani, proprio come i suoi ‘emuli’ in grande e in piccolo di cui Sokurov ha già narrato precedentemente. Ha a disposizione un potere che gli da’ un’ebrezza mai vista, ne approfitta, non fa neanche in tempo a pentirsene, perché non ha avuto quello che sperava, ma solo ‘altro’, conferma e al contempo diniego della natura umana. 
Una perfetta quadratura del cerchio.
Insomma, una ricostruzione fedele, ma anche assolutamente personale, ottimamente incastonata in un progetto autoriale di altissimo livello, realizzato con pochi mezzi, ma sicuramente i migliori di cui poteva disporre Sokurov in terra natia. Facendo di necessità virtù, il regista russo ha sfruttato al meglio un cast poco noto ma perfettamente in parte e delle scenografie povere ma perfettamente aderenti allo spirito dell’opera, giocando molto sulle atmosfere e sulla fotografia per imprimere una propria idea all’opera tutta. Fin qui vediamo la maestria di un grande del Cinema, che non si piega davanti a nulla pur di portare a compimento il suo lavoro e la sua idea di narrazione.
Il problema di Faust, tuttavia, sta proprio nel suo essere cinema impegnato, fieramente conscio di essere ostico e destinato ad un pubblico ristretto. Sokurov non fa nulla per agevolare lo spettatore nella visione, anzi si direbbe sadicamente deciso a farlo patire insieme ai suoi protagonisti. 
Due ore e un quarto di film denso di estenuanti dialoghi a volte metafisici a volte surreali, senza un apparente filo conduttore, senza musiche d’impatto, senza scene madri. Un’opera teatrale svuotata della teatralità, in cui rimane il genuino sentimento dell’essere, ma che solo lo spettatore attento e volenteroso può cogliere.
Un film così formalmente bello e significativo non può che ricevere apprezzamenti e premi, come del resto dimostra il Leone d’Oro ricevuto a Venezia quest’anno. 
Tuttavia, Faust porta con sé tutti i pregi/difetti del cinema ‘d’alto rango’, quello ricercato e culturale, e dunque non facilmente fruibile da chiunque. Anzi Sokurov lascia intendere che il suo film sia volutamente difficile, un po’ per compiacere gli accademici, un po’ forse per volontà di educare il pubblico. Impresa invero difficile visti i trend attuali al botteghino, ma noi gli auguriamo ugualmente il successo che merita, e abbiamo cercato di fornire un punto di vista e di partenza per chi voglia provare a seguirlo. Fermo restando che siamo ugualmente convinti che, ad ogni modo, si possano realizzar film estremamente significativi anche dal punto di vista umano pur rimanendo più mainstream e accessibili, cosa che dovrebbe essere fondamentale per un prodotto al fine di non essere tacciato, a torto o a ragione, di snobismo.
Di Marco Lucio Papaleo , da everyeye.it

Chi sarebbe oggi disposto a dannarsi l’anima in cambio della giovinezza, del danaro e dei favori di una splendida fanciulla? Più o meno tutti. Anche per una sola delle tre opzioni e forse meno ancora. Questo ha fatto crollare le quotazioni dell’anima sul mercato del diavolo. Il vero problema non è più vendersi, ma trovare qualcuno disposto a comprare. A partire da questa mesta consapevolezza Alexander Sokurov è partito per riscrivere al cinema il mito di Faust. Chi conosce l’autore dell’Arca Russa non si aspettava certo una messinscena classica, ma neppure una ruffiana e banale “attualizzazione” dell¿antieroe goethiano. Orrenda parola, figurarsi se si può attualizzare un capolavoro della letteratura, ovvero qualcosa che è già per sua natura più avanti del presente. Ma la forza con la quale Sokurov riesce a realizzare dalla suggestione di un classico un film in costume, per giunta ambientato nei distanti paesaggi islandesi, eppure a raccontare nel profondo il qui e l’oggi, ha qualcosa di realmente sbalorditivo. Soltanto un genio come lui poteva chiudere una tetralogia dedicata al potere e finora composta da tre biografie, di Hitler (Moloch), Lenin (Taurus) e dell’imperatore Hirohito (Il sole), con una figura del mito letterario risolta in modello del nostro vivere quotidiano. Il Faust di Sokurov, più che al personaggio eponimo, assomiglia ai tanti disperati piccoli uomini incapaci di resistere agli istinti più semplici ed egoistici, le solitarie moltitudini sui quali si fondano i regimi, gli imperi, le dittature. Del resto, il senso della tetralogia del potere di Sokurov trova espressione in quella frase di Goethe: «Le persone infelici sono pericolose». L’infelicità è il principale movente dei delitti. In questo caso del patto che il dottor Faust stringe con il suo Mefistofele, un sordido e deforme usuraio, per ottenere (poco) danaro e una sola notte d’amore con la bella Margherita, cui ha ucciso per sbaglio il fratello. Gli orizzonti della dannazione si sono ristretti, un povero diavolo faccendiere e un mediocre peccatore si scambiano false promesse e miseri favori in un ambiente soffocante, degenerato, fra merci avariate e luoghi angusti e malsani. Il male appare in tutta la sua banalità, come del resto fin dal primo capitolo della tetralogia sokuroviana, Moloch, con Eva Braun che fa ginnastica salutista, Hitler che discetta a tavola dei benefici della dieta vegetariana e gli alti gerarchi del nazismo in gita fra i boschi come scolaretti. 
Il cinema di Sokurov è destinato a pochi. Ma chi si è abbandonato per una volta allo splendore delle sue opere, non può perdere questo film indimenticabile. Bello in ogni suo aspetto, dalla regia alla scrittura poetica di Yuri Arabov ai dialoghi di Marina Koreneva, dalle scenografie di Elena Zhukova alle musiche di Andrey Single, per non parlare dei due attori protagonisti, il Faust di Johannes Zeller e l’usuraio di Anton Adasinskiy, oltre a un cast formidabile nel quale spicca una lunare Hanna Schygulla. Di rado, almeno negli ultimi anni, il Leone di Venezia è stato assegnato con tanto merito. A proposito, si discute da anni sulla presunta inutilità dei festival del cinema e sulla ritualità dei premi. Ma quando in un anno Cannes e Venezia premiano due capolavori come L’albero della vita e Faust c’è poco da discutere. Se la Palma e il Leone hanno contribuito ad allargare la platea di Malick e Sokurov, se hanno spinto anche soltanto qualche migliaio di ragazzi a mettere il naso fuori dai blockbuster e provare a vedere cos¿è il grande cinema, allora ne sarà comunque valsa la pena.
Di Curzio Maltese, dalla testata La Repubblica

«L’uomo vuole volare, ma non sopporta la vertigine». E’ un film per pochi ma buoni, che non si lascia vedere a poco prezzo, questo: ma chiede e pretende, esige oltre che dare. Un film che va oltre il film stesso e si fa esperienza prima ancora che esperimento, guardando alla futilità terrena dei desideri per mirare alle vette dell’opera d’arte. Là dove anche il cinema è un fatto a sè, sentiero impervio e solitario, sintesi ermetica di rarefatta bellezza. 
Riflessione filosofica dall’altissimo (e spiazzante) valore formale, «Faust», Leone d’oro all’ultima Mostra di Venezia, scrive – suggellando un patto col diavolo – la parola fine alla ostica ma affascinate tetralogia dedicata da Sokurov alle varie facce del potere. Il formato in 4/3, l’uso dei filtri, il grandangolo che distorce l’immagine: riletto il capolavoro di Goethe  anche alla luce della sua «Teoria dei colori», Sokurov gira un’opera pittorica e coltissima, potente quanto complessa, nella quale il maestro russo offre una clamorosa lezione stilistico-espressiva. Ma osserva anche col dovuto distacco un mondo dove «il bene non esiste ma il male invece sì» e l’anima vale troppo poco per interessare ancora seri acquirenti. E allora ecco che Mefistofele non è che un usuraio ostinato e deforme e Faust un mediocre rappresentante di un’umanità affamata di conoscenza, ma in perenne ansia, priva di vera pace. 
Ricco, curatissimo, melmoso in quelle sue tonalità che tendono al marrone, il film, che ha due interpreti perfetti, è grottesco, verboso, anche molto difficile. Solo per veri cinefili o aspiranti tali: pronti a scalare l’Everest anche con l’attrezzatura per il Monte Penna.
Di  Filiberto Molossi , da gazzettadiparma.it

Si chiude quasi come un arazzo, la tetralogia sulla natura del potere di Sokurov: non più un meraviglioso museo delle cere, in cui contemplare vivi i potenti nella loro cattività esistenziale, quasi dietro i fumi della formaldeide, in una tridimensionalità astratta e senile, terminata… Ma un quadro, piuttosto, un dipinto senza cornice che comprime la vita in una pittorica confusione di figure e sfondi che smarginano, affastellando i colori sbiaditi di un XIX Secolo che trasuda di umori e odori, di una fisicità molle e distratta. Il Faust di Sokurov, del resto, ci si offre da subito con le mani in un corpo aperto, in un cadavere di cui sviscera la fisicità mentre nega la presenza dell’anima, quasi a spazzare via il senso dell’imbalsamatore che ha manipolato le figure storiche (Hitler, Lenin, Hirohito) di Moloch, Taurus e Il sole. C’è un che di tragicamente solare in questo Faust che cerca cadaveri da dissezionare, oscuro e aperto nel suo moto perpetuo che si oppone all’immobilità, alla rigidezza delle figure della tetralogia: frenetico e affamato, come fosse un roditore, che annusa e manduca qua e là, una presenza che trascende se stesso mentre si disperde nella scena che attraversa. Nelle note di regia, Sokurov parla di un Faust fuori posto rispetto alle altre figure della tetralogia, “un eroe quasi da museo, un eroe letterario”, al quale tuttavia offre l’impatto quasi slapstick di una mobilità irrefrenabile, una maldestra destrezza che governa il suo corpo sino a fargli generare il male, una incapacità di governare se stesso, le sue azioni, di fronte a una scena che sembra agirlo al di là della propria volontà.
 In Faust Sokurov sembra invertire quella frontalità contemplativa – vaga e vagheggiante – dei tre film precedenti della tetralogia, liberandola in una circolarità che lo apparenta al senso panico del movimento di cui sono intrise tante altre sua figure, dal medico de I giorni dell’eclisse ala vecchia Alexandra. Questo è un film che trasuda una strana vitalità, sospinto verso un gioco che non è solo la scommessa mefistofelica, né tanto meno l’estasi dell’attimo felice, ma ha quasi la portata fisica del gesto che libera i corpi, che scardina la rigidezza dell’esistere nella sua idealità. Faust è il personaggio che, proprio perché non appartiene alla Storia, scorre senza freni nella sua ideale ricerca spirituale: il suo è tutto un movimento che va dal fisico al metafisico, dal bisogno di corpi, denaro, cibo alla fuga dietro l’estasi assoluta di una visione (Margherita) che è la sola in grado di fermarlo, di renderlo definitivo. 
Di Massimo Causio, da sentieriselvaggi.it

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