DIAZ


Per il cinema italiano è tempo di prendere atto e fare i conti con le impronte delle ingiustizie che hanno segnato (surretiziamente) il cammino della nostra storia recente. E se Giordana indaga con Romanzo di una strage le macchinazioni alte di una deflagrazione (quella di piazza fontana) il cui boato ha fin troppo a lungo coperto i campanelli di una strisciante verità, Daniele Vicari (Velocità massima, Il passato è una terra straniera) affronta invece l’orrore ancora più diretto di quella che è stata (giustamente) definita da Amnesty International come “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”. Perché in Diaz – Non pulire questo sangue, l’orrore e la brutalità non si nascondono dietro al profilo del terrorismo o sotto le macerie di una bomba, ma assumono il volto concreto di uomini comuni, poliziotti il cui fine ultimo dovrebbe essere quello di ‘tutelare’ la comunità. Un film difficile, scomodo, duro, in cui si fanno i conti non solo con le volubilità del nostro stato democratico ma anche con quella banalità del male che può prender vita in maniera del tutto improvvisa, ingiustificata, credendo di metter ordine là dove vige un fantomatico caos. Nel riprendere la spontaneità con cui il male si rigenera e si propaga, il film di Vicari ripercorre i fatti del G8 di Genova del 2001 seguendo storie personali (ispirate al vero ma di finzione), tracciando la (molto) probabile odissea di quanti (inopinatamente) finirono preda della furia dei 300 e passa poliziotti che la notte del 21 luglio irruppero nel complesso scolastico Diaz-Pascoli al fine di fare (in)giustizia.
Genova, Luglio 2001. In occasione del G8, affluiscono nel capoluogo ligure oltre 300mila persone, mosse dalla volontà di fare una pacifica opposizione al vertice in corso, sostenuti dallo slogan “Un mondo diverso è possibile”. A fronte di una prima giornata (19 luglio) pacifica, fanno però seguito due giorni (20 e 21 luglio) di vera guerriglia urbana che finiscono in tragedia con la morte di Carlo Giuliani, colpito da un proiettile sparato da una camionetta dei Carabinieri. La tensione sale ai massimi livelli e la città viene messa a ferro e fuoco da un gruppo non ben identificato di Black Block. Per tutta risposta, allo scoccare della mezzanotte di quello stesso 21 luglio la polizia irrompe nei locali della Diaz, sede del Media Center del Genoa Social Forum e luogo usato come dormitorio da manifestanti, giornalisti, gente di passaggio. Tra di loro ci sono Luca (Elio Germano) giornalista della Gazzetta di Bologna giunto a Genova per capire cosa stia realmente accadendo, Alma (Jennifer Ulrich) un’anarchica tedesca che ha preso parte agli scontri, Nick(Fabrizio Rongione), che si trova a Genova per seguire un seminario di economia, e perfinoAnselmo (Renato Scarpa), un vecchio militante della CGIL che ha preso parte ai cortei. Contro di loro, vittime inermi della follia di Stato, si scateneranno la rabbia e la violenza dei poliziotti guidati da Max (Claudio Santamaria), perplesso nei confronti dei metodi ‘poco ortodossi’ che la polizia sta mettendo in campo eppure colpevole di quella violenza gratuita al pari di tutti i suoi colleghi. Alla fine del raid, 93 persone (perlopiù ragazzi stranieri, molti dei quali in gravi condizioni di salute) verranno arrestati e tradotti nella caserma-carcere di Bolzaneto, dove per tre giorni verranno umiliati e torturati.
Ripartendo dalla parabola (a ritroso) di una fantomatica bottiglietta di birra vuota lanciata da uno dei manifestanti oltre (e non contro) una camionetta dei Carabinieri, e divenuta scusa-scatenante dell’atto di repressione, Daniele Vicari si sofferma sulla distanza esistente tra la innocua spontaneità della protesta e la distruttiva premeditazione della reazione delle forze dell’ordine; la distanza esistente tra il lancio di quella bottiglietta infrantasi a terra senza conseguenza e i gravissimi effetti della violenta e ingiustificata repressione statale. Diaz abbraccia così l’abominio di un gesto mascherato dietro una falsa “questione di pubblica sicurezza” che mostrerà a conti fatti tutta l’inutilità di un “Mi dispiace” che mai potrà risanare le ferite inflitte a tanti innocenti così come al volto della nostra democrazia. Costruito su una trama di finzione che però si muove attraverso l’imprinting documentaristico di filmati di repertorio, foto, e un accurato lavoro di documentazione,Diaz non vuole rappresentare la verità di quella vicenda, ma l’incredibile eco di dolore e vergogna che quella vicenda ha generato. Si tratta di una storia in cui non ci sono, come accade di solito al cinema, protagonisti raccontati nell’evolversi di una storia, ma c’è piuttosto una Storia (quella della nostra democrazia) raccontata attraverso la cesura di un evento tanto ignobile quanto memorabile di cui consociamo conseguenze ma di cui ci sfuggono le cause. Perché di quell’inferno scatenato all’interno della Diaz nel Luglio del 2001 è rimasto il sangue, l’immagine di corpi martoriati e trascinati come bestie, mentre manca una vera ragione: intesa non solo come ragionevolezza del gesto, ma anche come causa. Girato con grande amore per la verità, Diaz mette in immagini ciò che più ci spaventa: ilgerme della banalità di un male (quello ben individuato e descritto dalla Arendt) che non nasce dal genio di grandi menti diaboliche, ma dalla mediocrità di uomini comuni, dal loro senso di frustrazione o inadeguatezza. Figli, forse fratelli e magari padri, tutti ignari di essere facili pedine nella scacchiera del potere.
Daniele Vicari torna sui fatti del G8 di Genova riaprendo il dibattito ‘sull’ingiustificatezza e sull’ingiustificabilità’ di una vicenda che ha messo in luce la breccia presente nella solidità democratica dello stato italiano. Grane linearità e senso del ritmo assestano con Diaz un pugno allo stomaco che assieme al film Romanzo di una strage suscita un’inquietante riflessione sulla deriva esistente nel nostro stato tra il dovere di salvaguardare i suoi cittadini e l’evidente priorità di salvaguardare sé stesso.
Di Elena Pedoto, da everyeye.it

Su una cosa dovrebbero tutti essere d’accordo, indipendentemente dagli schieramenti politici o cinematografici: che quanto accaduto a Genova durante il G8 del 2001, e in particolare alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, rappresenta ancora un ingombrante e vergognoso rimosso nella coscienza collettiva del nostro paese. 
Raccontare quei fatti al cinema, però, tendeva più di una trappola. E bisogna rendere atto a Daniele Vicari di averle evitate pressoché tutte in un film di grande impatto emotivo. 
Perché Diaz, prima di ogni altra cosa, e soprattutto prima di essere un pamphlet, un volantino di rivendicazione, è un film. 
Un film che ha voluto trovare prima di tutto nel cinema, nella struttura narrativa e nelle dinamiche di genere, e poi nei dati fattuali estrapolati dagli atti processuali, fondamenta solide abbastanza da poter resistere alle polemiche e alle partigianerie. 
Se poi quello di Vicari è un film militante, lo è in forme decisamente insolite per la tradizione del cinema italiano socialmente e politicamente impegnato: la sua militanza non è figlia infatti di una partigianeria politica, ma di un sincero e appassionato afflato democratico, e soprattutto rifugge ogni volontà più direttamente accusatoria e dietrologica, facendosi documento (e non documentario) il più possibile (s)oggettivo. 
Il racconto polifonico su cui si basa Diaz ha una funzione diretta ed esplicita: quella di moltiplicare i punti di vista, le opinioni, e quindi a cercare una verità, per quanto personale, nella complessità. 
Ma Vicari non adotta (solo) uno stile para-documentaristico, elaborando i dati fattuali e ricercando l’astrazione del e nel genere: ecco che allora questa terribile narrazione collettiva, dove gli sguardi e le voci (le lingue) si sovrappongono confuse e convulse, fanno del film un racconto allucinante e onirico. 
Vicari non si nasconde dietro un dito, non nega gli errori nel movimento e non demonizza aprioristicamente le forze dell’ordine. Si prende le sue responsabilità e azzarda anche narrativizzazioni rischiose ma meritevoli, rifugge la retorica e rimane attaccato ai volti (e ai corpi) dei suoi protagonisti, lasciando che l’intrecciarsi delle loro storie e dei loro sguardi si snodi come un tesissimo incubo sotto gli occhi degli spettatori. 
In questo quadro, è quasi ingeneroso, ma necessario, sottolineare come nei pochissimi momenti dove la sceneggiatura si fa sentire di più, in bocca a questo o a quell’attore, la nota suoni aspra e stonata. 
Ma Diaz è comunque cinema intenso, doloroso e potente. Straziante nel racconto di una violenza riguardo la quale, alcune volte, Vicari si è intelligentemente censurato. 
Opprimente e chiuso in sé stesso, senza vie d’uscita: un tunnel, come quello imboccato dal torpedone dei reduci alla fine del film. 
Un grido assordante, rabbioso, ma in un certo senso muto: metaforicamente parallelo al senso di mani legate e d’impotenza di allora e di oggi e al colpevole silenzio di istituzioni che avrebbero dovuto avere il coraggio di parlare. 
Non una denuncia, ma una testimonianza dell’orrore del reale.
Di Federico Gironi, da comingsoon.it

“L’italiano non gli è bastato”: DANIELE VICARI non manca di citare Carlo Giuliani e l’altro episodio più tristemente famoso del G8 di Genova all’inizio del suo “DIAZ – DON’T CLEAN UP THIS BLOOD”, importante film di impegno civile che narra con maestria cinematografica una delle pagine più cupe della storia italiana recente. Giuliani aleggia su tutto il film come uno spettro inquietante, un segnale che avrebbe dovuto già fare abbassare i toni a entrambe le fazioni, polizia e manifestanti, ma che non fu colto da nessuno.
Vicari sceglie la strada già battuta da Orson Welles in “Quarto potere”, ovvero quella di rinarrare diverse volte la stessa vicenda, osservandola dai vari punti di vista dei testimoni alla mattanza della scuola Diaz. La pellicola si apre sul volo, al ralenti e in rewind, di una bottiglietta di vetro: la vediamo a pezzi, mentre si ricompone e torna nelle mani di chi l’ha lanciata, un no global. Capiamo subito le intenzioni di Vicari: rimettere insieme tutti i frammenti di una lunga e violenta notte per darci un quadro chiaro di cosa successe nei corridoi della Diaz.
E Vicari ci riesce alla perfezione: sfruttando alla meglio tutto il repertorio del linguaggio cinematografico (dai dolly alla camera a spalla) e mescolando fiction e materiale di repertorio, il regista mette in scena un film potente e brutale, sanguinario ma anche in grado di far riflettere a suon di pugni nello stomaco. Ogni colpo inferto si sente, ed è un colpo scagliato contro la democrazia del nostro paese. Pur introducendo una schiera di personaggi a tutto tondo – compreso un poliziotto onesto (CLAUDIO SANTAMARIA) e dei black bloc per nulla “mostruosi”, tanto per non demonizzare nessuna delle parti – Vicari non esita a puntare il dito contro le forze dell’ordine, composte da ragazzotti violenti che hanno solo voglia di menare le mani, e i politici, intenzionati a fare della Diaz un capro espiatorio per scoraggiare ogni futura protesta.
Non mancano piccoli difetti, come certe scene di violenza un po’ gratuite e alcuni dialoghi legnosi. Ma si tratta di dettagli, e nel complesso il film regge e fa il suo sporco lavoro. Anche se la cosa che fa più paura è scoprire che, di tutti i poliziotti condannati per abuso di ufficio, nessuno è stato finora sospeso dal servizio.
Di Marco Triolo, da filmit.it

Luca è un giornalista della Gazzetta di Bologna (giornale di centro destra) che il 20 luglio 2001 decide di andare a vedere di persona cosa sta accadendo a Genova dove, in seguito agli scontri per il G8, un ragazzo, Carlo Guliani, è stato ucciso. Alma è un’anarchica tedesca che ha partecipato agli scontri e ora, insieme a Marco (organizzatore del Social Forum) è alla ricerca dei dispersi. Nick è un manager francese giunto a Genova per seguire il seminario dell’economista Susan George. Anselmo è un anziano militante della CGIL che ha preso parte al corteo pacifico contro il G8. Bea e Ralf sono di passaggio ma cercano un luogo presso cui dormire prima di ripartire. Max è vicequestore aggiunto e, nel corso della giornata, ha già preso la decisione di non partecipare a una carica al fine di evitare una strage di pacifici manifestanti. Tutti costoro e molti altri si troveranno la notte del 21 luglio all’interno della scuola Diaz dove la polizia scatenerà l’inferno.
Fino a qui la parte iniziale del film a cui vanno fatti seguire dei dati che non sono cinema ma cronaca giudiziaria. Alla fine di quella notte gli arrestati furono 93 e i feriti 87. Dalle dichiarazioni rese dai 93 detenuti (molti dei quali oggetto di ulteriori violenze alla caserma-prigione di Bolzaneto) nacque il processo in seguito al quale dei più di 300 poliziotti che parteciparono all’azione 29 vennero processati e, nella sentenza d’appello, 27 sono stati condannati per lesioni, falso in atto pubblico e calunnia, reati in gran parte prescritti. Mentre per quanto accaduto a Bolzaneto si sono avute 44 condanne per abuso di ufficio, abuso di autorità contro detenuti e violenza privata (in Italia non esiste il reato di tortura).
Gli elementi di cui sopra sono indispensabili per fare memoria su un episodio avvenuto in una scuola dedicata a colui che firmò il bollettino di guerra della vittoria nel 1918 è che è stata teatro della più grave disfatta del diritto democratico della nostra storia recente. Il film di Vicari si colloca all’interno del cinema di denuncia civile di cui Rosi e Lizzani sono stati maestri e che richiama, per la forza e la lucida coerenza della narrazione il Costa Gavras di Z- L’orgia del potere. Vicari non si nasconde dietro a nessun facile manicheismo come quello di tuttora chi considera i Black Block solo dei ‘compagni che sbagliano’. Ne mostra in apertura le devastazioni e, così facendo, può permettersi di proporre un film che si muove su un piano eticamente elevato. Così come solo chi è in malafede potrà accusare Diaz – Non pulire questo sangue di essere ‘contro la polizia’. E’ sicuramente contro ma con l’opposizione e la denuncia di quel tumore che può pervadere (così come è accaduto) un’istituzione la cui finalità e quella di mantenere l’ordine democratico e non di esercitare violenza fisica e psicologica su chi ritiene di dover sottoporre a controlli o restrizioni di libertà. Dal punto di vista cinematografico poi questo è un film senza star. Ognuno ha il proprio ruolo che si immerge e riemerge come un corso d’acqua carsico nei gironi degli inferi di quella notte. Una notte da dimenticare diranno alcuni. Una notte da ricordare afferma con forza e rigore questo film. Perché fatti simili non accadano più.
Di Giancarlo Zappoli, da mymovies.it

ROMA – Premiato dal pubblico a Berlino, acclamato al festival di Bari, proiettato in anteprima nel capoluogo ligure, venerdì 13 uscirà in duecento sale Diaz, il film di Daniele Vicari sui tragici fatti del G8 di Genova. Undici anni dopo, la materia è sempre incandescente, la vicenda giudiziaria non si è ancora chiusa, polemiche e discussioni continuano: «Nessuna teoria preconcetta, niente intenti politici: abbiamo portato sullo schermo fatti realmente avvenuti, ricavati dagli atti processuali», s’infervora il regista. «Non diamo risposte perché non è compito del cinema, semmai vogliamo stimolare le domande. A Genova, nel 2001, la prima vittima è stata la democrazia. E ora chiediamo alle istituzioni di assumersi le proprie responsabilità, per dire una buona volta che certe cose non devono più accadere».
Il ministro dell’Interno Cancellieri, invitata alla proiezione, non ha ancora risposto. In compenso, il ministero ha diffidato i poliziotti dal rilasciare dichiarazioni sul film che ricostruisce una delle pagine più buie della storia recente italiana, una pagina definita da Amnesty «la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale»: vale a dire i pestaggi, le torture e le violenze perpetrati dalle forze dell’ordine nella notte del 21 luglio 2001 contro i pacifisti riuniti a Genova per manifestare contro i potenti della terra.
Trecento poliziotti parteciparono al blitz nella scuola Diaz, dove dormivano i militanti, e il bilancio fu pesantissimo: 93 arrestati, 87 feriti gravi, false prove costruite ad arte per giustificare l’attacco. Solo 27 agenti sono stati condannati per quegli abusi e a giugno prossimo sarà la Cassazione (con qualche rischio di prescrizione) a mettere fine alla vicenda processuale, anche se è facile immaginare che le ferite morali delle vittime resteranno aperte. «E’ importante», dice il produttore Domenico Procacci, «che l’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni arrivi prima di quella data nel nostro Paese in cui si confonde prescrizione con assoluzione». E nel quale per ben due volte il Parlamento ha rifiutato di istituire una commissione d’inchiesta sui fatti di Genova.
La lavorazione ha avuto una ricaduta emotiva forte su tutti gli attori. Come Claudio Santamaria, che fa uno dei poliziotti del famigerato blitz: «La consapevolezza di interpretare fatti veramente accaduti», spiega, «ci ha sostenuti e ha creato sul set uno spirito comune: sapevamo di raccontare una storia necessaria». Il sempre sorprendente Alessandro Roja veste la divisa di un altro celerino violento: «Mi sono sentito orgoglioso di aver girato il film vergognandomi, nello stesso tempo, di averlo dovuto fare perché le cose non siano dimenticate». 
Nel cast c’è anche Renato Scarpa, nella parte di un anziano sindacalista pestato insieme con i ragazzi, mentre la tedesca Jennifer Ulrich interpreta una vittima delle violenze, prima alla Diaz poi alla caserma Bolzaneto dove vennero trasferiti gli arrestati: «Quello che è successo a lei, picchiata selvaggiamente e pubblicamente denudata», racconta Vicari, «è capitato ad altre 15 ragazze. Nelle carte processuali ho trovato tante cose orribili che sono rimaste fuori dal film, non mi sono sentito di metterle in scena». Aggiunge, il regista: «La polizia ha il dovere di dire qualcosa, altrimenti l’inciviltà del comportamento di quella notte verrà perpetuata».
Alla presentazione di Diaz c’è anche un poliziotto, Mirko Carletti, del sindacato Silp-Cgil. Lui parla: «Grazie per questo film. Ci offrirà l’occasione per riflettere sugli errori del passato e capire che Polizia vogliamo nel futuro».
Di Gloria Satta, da ilmessaggero.it

Questo sembra proprio essere, almeno per il cinema italiano, l’anno della riflessione sul ruolo e i metodi delle forze dell’ordine nella gestione dell’ordine pubblico, e più in generale del dissenso, nel nostro paese.Impossibile infatti non vedere un filo che lega questo crudo e intensissimo Diaz di Daniele Vicari ad A.C.A.B. di Stefano Sollima (dove pure c’erano riferimenti espliciti ai fatti della Diaz). Un ruolo, quello delle forze dell’ordine, di prima barriera e in molti casi unica risposta di fronte a contestazioni, dissenso e disagio sociale. E dei metodi non condivisi certo da tutta la categoria, ma che nei loro episodi più brutali e violenti, come quelli della Diaz e di Bolzaneto a Genova nel 2001, hanno dato luogo al peggiore incubo nel quale un cittadino possa incappare e uno stato di diritto impantanarsi.
È a questo incubo che Vicari ha voluto dare corpo e voce, trasponendo in un film ciò che avvenne al G8 di Genova, e in particolare in quelle pagine orribili (le uniche non documentate finora da immagini) che sono state l’assalto alla scuola Diaz e i maltrattamenti all’interno della caserma di Bolzaneto, da cui sono scaturiti due processi, ancora in corso. Nella ricostruzione dei fatti presentata nel film (fatta proprio alla luce degli atti processuali e delle sentenze d’appello dei due procedimenti) Vicari non teme e, assieme a Laura Paolucci con cui ha curato la scenegiatura, dice tutto ciò che c’è da dire: che dopo la fine dei cortei, dopo la morte di Giuliani, in un clima ormai esasperato, il 21 luglio la polizia si lascia  andare a provocazioni, cui seguono reazioni, seppur lievi, da parte di alcuni esponenti del movimento no global, e poi la pianificazione dell’assalto alla Diaz, la notte del 21 luglio. Non teme  di mostrarci i terribili pestaggi scatenati contro un centinaio di persone che si preparavano a dormire nella scuola, quella notte. Mostra anche chiaramente come quella furia cieca, senza alcun controllo, la si sia giustificata a posteriori, costruendo prove ad arte a carico delle persone nella scuola (come le due molotov) e infine come l’incubo sia proseguito per gli arrestati nella caserma di Bolzaneto, dove odio e furia da parte di settori delle forze dell’ordine hanno continuato a manifestarsi senza freni, sfociando in qualcosa  che è difficile non chiamare tortura. Dunque non teme di assumersi responsabilitàVicari con questa pellicola, responsabilità che invece per quegli avvenimenti nessuno si è ancora assunto (siamo al secondo grado di giudizio e molti dei reati per cui ci sono state fin qui condanne sono già prescritti).
Nel catapultarci di nuovo in quel mondo, in quei giorni, il registro scelto è crudo ed essenziale, per nulla retorico  (e che necessità ce ne sarebbe stata, d’altronde, vista la forza e l’eloquenza dei meri fatti?). Il film riesce a ricostruire perfettamente la tensione crescente e palpabile e la sensazione, comune alle vittime di quella violenza, di trovarsi in un tunnel senza uscita. Tutto ciò è reso dal regista  con degli efficaci espedienti narrativi: i fatti della Diaz e di Bolzaneto ci vengono proposti più volte, visti e vissuti dai diversi protagonisti, in un continuo andirivieni temporale che va verso il climax di quelle violenze per poi tornare indietro. L’effetto di quegli eventi e la loro portata risulta così amplificata, come anche l’angoscia che si prova nel vederli accadere di nuovo sullo schermo, e come risultarono amplificati e temporalmente dilatati nella memoria di chi li ha vissuti sulla propria pelle. Le splendide musiche di Teho Teardo (ma anche Massive Attack, Tricky ed altri) scandiscono i tempi del film e danno il loro apporto a questa sensazione di spaesamento e sospensione che permea il lavoro. Poche le immagini di repertorio, di cui colpisce la perfetta integrazione nel tessuto narrativo, al punto che lo spettatore potrà confondere finzione e realtà.
E senza dubbio uno dei temi del film è proprio quanto la realtà in certi casi superi la finzione e quanto quest’ultima possa a sua volta amplificare e far “risuonare” maggiormente la realtà nelle coscienze di chi guarda. Tutto perfettamente in parte il cast, in cui ciascuno, anche con piccoli ruoli, offre interpretazioni intense e sentite: da Claudio Santamaria/Max Flamini, che guidò il blitz alla Diaz, a Jennifer Ulrich, che interpreta una cittadina tedesca percossa alla Diaz e poi portata a Bolzaneto, dove continua il suo calvario; da Elio Germano/Luca, cronista della Gazzetta di Bologna che è a Genova da privato cittadino, al pensionato Anselmo, anche lui vittima del blitz, interpretato da Renato Scarpa, solo per citarne alcuni.
Il film appare perciò anche come un atto di giustizia nei confronti delle  vittime di quelle violenze. Inoltre, ci ripropone nella sua limpida efficacia, oggi, interrogativi pesanti sulla natura della democrazia nel nostro paese, su cosa essa sia stata finora e su cosa vogliamo essa sia in futuro; sul ruolo affidato e da affidare in essa alle forze dell’ordine. Pone interrogativi, o li ripropone a chi già undici anni fa se li pose, e non dà risposte, ma fa quello che c’è da fare: guardare in faccia ciò che è stato e chiamare ogni singolo cittadino alle proprie riflessioni e responsabilità. La domanda che sale alle coscienze dopo la visione del film è senza dubbio se e come sia possibile che i fatti raccontati accadano in un paese democratico, al giorno d’oggi e cosa si può e si deve fare affinché ciò che è successo allora non accada più. Operazione necessaria, dunque, questo lavoro di Vicari, della Fandango di Domenico Procacci che produce la pellicola, in sala dal prossimo 13 aprile, e di quanti hanno condiviso il progetto.
Di Scilla Santoro, da cinefilos.it

“La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale”. Su questa dichiarazione di Amnesty International Daniele Vicari realizza uno dei film europei più belli e necessari degli ultimi anni, elettrico e intenso, forte come una manganellata, atroce nella sua cruda realtà. Vincitore del premio del pubblico all’ultima Berlinale, “Diaz” ci riporta dopo quasi undici anni nel clima irreale della Genova del maledetto G8 del 2001, dove Carlo Giuliani perse la vita e dove un’orda di agenti di polizia fece irruzione in una scuola-dormitorio (la Diaz del titolo), massacrando a colpi di tonfa e manganello chiunque capitasse a tiro: studenti, giornalisti, fotografi, gente di passaggio.
Dopo l’uccisione di Carlo Giuliani, un giovane fotoreporter decide di recarsi a Genova per vedere con i propri occhi ciò che sta accadendo. Alma è una ragazza tedesca che, dopo aver assistito di persona alle violenze degli scontri, decide di occuparsi della ricerca dei dispersi insieme a Marco, uno degli organizzatori del Genoa Social Forum. E ancora, un giovane manager di passaggio a Genova per assistere ad un convegno, un militante della CGIL, i black bloc Etienne e Cecile, un vicequestore romano che non vede l’ora di andarsene dall’inferno genovese e molti altri: tutti questi personaggi incrociano le loro vite nella sanguinosa notte del 21 luglio 2001. La storia di una violenza ingiusta e insopportabile, che per alcune vittime prosegue nella caserma-carcere di Bolzaneto, dove il loro incubo continua sottoforma di torture e umiliazioni.
La “democratica” Italia del 2001 è il teatro degli orrori: il film di Vicari non appare fazioso, mostra tutte le facce di una medaglia insanguinata, mantenendo a livelli altissimi il clima di suspense nei confronti di uno spettatore onnisciente, costretto a subire l’elettricità della splendida mezzora d’apertura. Sulla pelle si insinua una forte sensazione di disagio nell’attesa di ciò che accadrà; minuto dopo minuto si tramuta in qualcosa di ancora più potente, che commuove e fa male. Un film meraviglioso, che va visto per far sì che tutto ciò non vada sotterrato, non resti sopito nel ricordo, per far sì che tutto ciò non accada più. E allora non pulite questo sangue, lasciatelo lì, sui corridoi della Diaz. È così che il cinema ci aiuta a ricordare, e a indignarci, con un film intenso e una messa in scena emozionante. Grazie Vicari.
Da unavitadacinefilo.wordpress.com

Da quella famigerata notte fra il 21 e il 22 luglio 2001, la parola “Diaz” è diventata l’emblema di una delle più grandi vergogne del nostro paese. L’irruzione e il feroce pestaggio messi in atto dal reparto mobile della polizia di Stato all’interno del complesso scolastico Diaz – Pascoli di Genova, sede del Genoa Social Forum, è un episodio che ha segnato una delle pagine peggiori della storia italiana, e costituisce il simbolo di un lungo periodo di tensioni sociali e di fragilità istituzionale nell’Italia dei primi anni 2000. Nel 2012, la famigerata vicenda della scuola Diaz è stata raccontata dal regista Daniele Vicari in un coraggioso film-denuncia, sceneggiato dallo stesso Vicari insieme a Laura Paolucci e intitolato “Diaz – Don’t clean up this blood” (“Non pulite questo sangue”).
Il film, girato fra Genova e Bucarest, parte dalle manifestazioni di protesta contro il G8 e dalla notizia della morte di Carlo Giuliani per poi ricostruire le due folli giornate che seguirono a quel clamoroso avvenimento. La scelta sapiente di Vicari è quella di una narrazione di carattere polifonico, con un racconto corale che adotta di volta in volta una pluralità di punti di vista, raccontandoci il G8 e i fatti della scuola Diaz mediante lo sguardo di numerosi personaggi differenti: dal vicequestore Max Flamini (Claudio Santamaria) al cronista della Gazzetta di Bologna Luca Gualtieri (Elio Germano); da una ragazza tedesca, Alma Koch (Jennifer Ulrich), al giovane Marco (Davide Iacopini), volontario del Genoa Social Forum; da Anselmo Vitali (Renato Scarpa), anziano militante della CGIL, a una coppia di anarchici francesi che, dopo aver partecipato agli scontri, passano la notte nascosti in un bar.
Questi, insieme a molti altri comprimari, fungono da veicoli che permettono allo spettatore di addentrarsi nell’inferno scatenato nella scuola Diaz dalla mezzanotte del 22 luglio: un inferno descritto da Vicari con crudo e agghiacciante realismo, attraverso una rappresentazione della violenza tanto parossistica quanto necessaria. Nonostante la struttura corale, la posizione del regista non è quella di un osservatore distaccato: al contrario, il film punta chiaramente a suscitare la (sacrosanta) indignazione di chi guarda nei confronti di quella che Amnesty International ha definito “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale”, ma che nell’Italia berlusconiana non è stata oggetto neppure dell’inchiesta di un’apposita commissione parlamentare. In mancanza di una giustizia “ufficiale”, “Diaz – Don’t clean up this blood” si assume il compito, gravoso ma indispensabile, di riflettere sulla nostra storia recente da una prospettiva “morale” e critica che, purtroppo, in quella triste occasione lo Stato non è stato in grado di assumere.
Di Stefano Lo Verme, da filmdvd.dvd.it

Strano, ma vero, in Italia non tutti sanno cosa successe il 21 Luglio 2001 alla scuola Diaz e poi nella caserma di Bolzaneto. Ad aiutare un po’ la diffusione (parziale, senza dubbio, ma meglio di nulla) di alcune delle tragiche storie che accaddero allora ci penserà forse “Diaz – Don’t Clean Up This Blood” il primo film non documentario che davvero cerca di rappresentare sul grande schermo una pagina nera della nostra storia recente. Che il film possa avere successo, in Italia come all’estero, lo dimostra lo sforzo produttivo messo in piedi per l’occasione: circa dieci milioni di dollari. Tanto se si considera che i film drammatici in Italia, se raggiungono una volta l’anno i cinque milioni c’è quasi da gridare al miracolo, ma certe storie vanno raccontate bene, altrimenti è meglio non farlo per niente. E per ricreare quel clima di paura, disorientamento e violenza (sia reale, che minacciata) non si poteva risparmiare su location, divise, esplosioni e tutto il resto.
Che “Diaz”, nonostante si tratti di un film di finzione, abbia come primo obiettivo quello di informare è chiaro prima di tutto proprio agli autori, Daniele Vicari (regista e sceneggiatore) e Laura Paolucci (co-sceneggiatrice) che, per dare il giusto sguardo alla vicenda, sia in termini di ampiezza che di profondità, hanno scelto di realizzare un racconto corale, in cui la stessa vicenda viene vissuta e rappresentata secondo i punti di vista di diversi protagonisti. Ecco quindi il manifestante violento, quello pacifico, il poliziotto aggressivo e quello che se ne lava le mani, il nonno finito lì per caso, il giornalista e tanti altri, compresi molti stranieri). La struttura narrativa è quella del thriller, “come e perché si è arrivati a quelle violenze?”, ma ciò che appare sullo schermo è più che mai drammatico. Le torture fanno male non solo perché si empatizza con le vittime, ma perché vedendole si pensa a quanto, successivamente, si sia voluto insabbiare tutto.
Le oltre due ore di pellicola scorrono così velocemente, commuovendo e lasciando che almeno un pizzico di rabbia covi nello stomaco. Che quella del film di Vicari non sia l’unica versione possibile di questa storia è legittimo pensarlo, ma dopo tanti anni, video, testimonianze e anche condanne, si può davvero dubitare che la realtà sia così lontana da quanto qui rappresentato?
La frase:
“Togliti tutti i vestiti e comincia a girare su te stessa”.
Di Andrea D’Addio, da filmup.leonardo.it

L’ultimo film di Daniele Vicari segue la scia di quelle pellicole che si sono contraddistinte nel panorama del cinema italiano di quest’anno, e il cui obbettivo è portare alla luce i meccanismi irrazionali della violenza da parte delle forze dell’ordine e allo stesso tempo non far dimenticare capitoli bui della storia italiana. Tutt’oggi rimasti senza verità. Ad iniziare il filone ci ha pensato l’analisi adrenalinica di Stefano Sollima sul reparto mobile della celere in A.C.A.B, ma anche il più recente Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana. 
Diaz – Don’t clean up this blood racconta i fatti accaduti durante il G8 di Genova nel 2001. Punto centrale sul quale il regista volge lo sguardo lo dice il nome stesso del film, ovvero ciò che successe all’interno della scuola Diaz nella notte del 21 luglio. Il complesso scolastico era infatti stato autorizzato ad essere il centro di coordinamento del Genoa Social Forum. Quella sera, fece irruzione il reparto mobile della polizia di stato, alla ricerca di coloro che avevano provocato gli scontri civili durante le manifestazioni dei giorni precedenti: i Black Block, o anarco-insurrezionalisti.
Non solo non li trovarono, ma ciò che emerse sin da subito fu la violenza inaudita e senza motivo che la polizia usò nei confronti degli attivisti che riposavano nella scuola. 61 furono i feriti ricoverati negli ospedali, 93 gli arrestati. “Tutto questo sangue per trovare una sola molotov”, dice una poliziotta nel film. Per quella che fu definita “una macelleria messicana” al giorno d’oggi i colpevoli sono stati ritrovati in 27 agenti, sui 300 che parteciparono all’irruzione, le cui condanne andranno in prescrizione nel 2016.
Allo stesso tempo sono andate in prescrizione le condanne di quegli agenti di polizia che torturarono i ragazzi arrestati e portati nel carcere di Bolzaneto. Nella sentenza del tribunale di Genova del 14 luglio 2008 si legge “la mancanza nel nostro sistema penale di uno specifico reato di tortura ha costretto il tribunale a circoscrivere le condotte inumane e degradanti”. Come scritto nella locandina del film, Amnesty International giudicò i fatti “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”.
Le vicende vengono raccontate mediante vari punti di vista: ottima scelta, in quanto lo spettatore guarda la storia attraverso gli occhi dei giovani black block, di un poliziotto, dei manifestanti pacifici, dei giornalisti, di un anziano militante della CGIL. Può formarsi così nella testa di ognuno di noi un giudizio acritico sulla diverse personalità che parteciparono al G8, e i cui destini si unirono in un’unica sorte che sfociò nella violenza. Non è sicuramente un film facile da guardare, in quanto il regista non risparmia sulla crudezza delle immagini e sull’aggressività delle situazioni.
Inoltre, il pensiero che siano fatti realmente accaduti fa salire in corpo una rabbia incontrollabile, diretta nei confronti di quelle persone che dovrebbero essere i difensori della giustizia, e che troppe volte di fronte a errori vengono protetti dallo Stato. Sebbene il film è pura fiction, intervallato da qualche filmato di repertorio, non ci si può non indignare specialmente se si pensa che “magari è successo anche di più”, come sottolinea il produttore del film Domenico Procacci.
Impeccabile dal punto di vista tecnico, potente dal punto di vista musicale, eccellente dal punto di vista artistico, Diaz è un film assolutamente imperdibile. E necessario. 
Di Valeria Vinzani, da filmforlife.org

Cronaca: al 60′ minuto dall’inizio della proiezione di Diaz – Non pulire questo sangue di Daniele Vicari, recentemente premiato nella sezione Panorama del Festival di Berlino, in quel di Bari in occasione dell’apertura della terza edizione del Bifest diretto da Felice Laudadio, un signore grida dal IV ordine del Teatro Petruzzelli: “Basta Procacci! Basta violenza! Tornatene a Roma”. Passano pochi secondi che il pubblico del Petruzzelli reagisce con un boato a base di: “Fascista! Vattene via!”
Dopo altri 67′ minuti, alla fine del film, ci saranno 10 minuti di applausi tutti in piedi per il registaDaniele Vicari e il produttore del film Domenico Procacci. Quella cui ho assistito ieri sera è stata la prima proiezione in pubblico in Italia di Diaz – Non pulire questo sangue.
Critica: La ragazza vede la madre dall’altra parte del cancello della prigione, vorrebbe sorridere ma non ci riesce per via dello sbreco da Frankenstein che le ha rovinato il viso. Per cui la guarda, sale sul pullman ma si nasconde la bocca con la mano.
Vorrebbe sorridere ma le fa troppo male la faccia. Verrebbe da sorridere per la bravura di Vicari e Procacci ma ci fanno troppo male gli occhi.
In un affresco “breugheliano” (il film ha paradossalmente molti punti di contatto con il capolavoro di Lech Majewski I colori della passione) soavemente autonomo dalla Storia (fino alle didascalie finali che contestualizzano l’episodio raccontato nel film) perché tutto calato nel gesto, nelle parole dette in quel momento e nel dettaglio dell’azione, il bravo regista di Velocità massima e Il passato è una terra straniera ricostruisce il poco prima e il poco dopo l’assalto della polizia italiana alla scuola Diaz di Genova in occasione del famigerato G8 del 2001. Era la sera del 21 luglio. Vicari sceglie, in compagnia del direttore della fotografia naturalista Gherardo Gossi, degli obiettivi che creano una fotografia volutamente dolce e poco densa per creare delle immagini in sé non contundenti. Ci penseranno gli elementi blu (polizia) del quadro a picchiare sodo.
Diviso nettamente tra passato e presente attraverso il lancio di una bottiglia che spesso torna indietro nel tempo (l’inquadratura iniziale ricorda l’apertura di Memento di Nolan) per rappresentare la disperata, e impossibile, volontà del regista e cosceneggiatrice Laura Paolucci di fare in modo che quell’episodio possa non avvenire più, Diaz è appunto uno scorrevole, e fresco, affresco di sangue che lascia agghiacciati per via della forza del caso, l’inesorabilità del pretesto, le spietate conseguenze di una serie di accidenti marginali alla sostanza dell’essere (come direbbe Aristotele) che sostanzialmente mandano tutta la situazione centrale a pu***ne.
Se quella macchina della polizia non si fosse fermata davanti alla Diaz per cercare la provocazione, se quel ragazzo non avesse lanciato la bottiglia che la polizia registra come provocazione permettendo a quei geniacci dei capi della Polizia e Digos di pianificare l’assalto notturno, se Carlo Giuliani non fosse stato ucciso da un carabiniere quel giorno stesso alzando la tensione degli scontri, se i poliziotti non fossero stati così irritati dai Black Bloc da diventare delle macchine pronte per la macelleria messicana (“Io i miei non li tengo più” dice il capo di un reparto di celerini ai suoi superiori non facendo breccia nelle loro orecchie), se i Black Bloc non si fossero mischiati effettivamente ai pacifici occupanti della Diaz permettendo all’ipotesi investigativa di una loro infiltrazione nella scuola di avere fondamento, se la linea più moderata del capo reparto dei celerini interpretato da Claudio Santamaria ispirato al reale Michelangelo Fournier (è pronto a portare la sua donna a un concerto di Ricky Martin solo se lei dopo andrà con lui a uno dei Black Crows) fosse passata come la linea da seguire, se, se, se, se…
Se tutte queste cose non fossero, o fossero, avvenute, non ci sarebbe stata quell’orribile mattanza di pacifici iscritti Cgil (Renato Scarpa), giornalisti di piccoli quotidiani pergiunta conservatori ispirati al reale Il Resto del Carlino (il reporter Elio Germano), addetti alla logistica del Social Forum come Alma Koch (Jennifer Ulrich, già apprezzata molto ne L’onda), uomini di affari capitati a dormire alla Diaz perché gli alberghi in città erano tutti pieni (Fabrizio Rongione).
Accidentalismo. Eppure Vicari, che sposa con sguardo complesso le conseguenze dell’accidentalismo, non rimane inerme di fronte ad esso. Nella seconda parte del film, quella in cui emerge nettamente la sua parte più indignata, la tesi è: ok l’accidentalismo, c’erano brave persone, e persone non perbene, sia tra i poliziotti che tra i manifestanti, a Genova tutto poteva storto, ma lo Stato, uno Stato, non dovrebbe cercare, almeno provare, ad essere immune dall’accidentalismo? Non dovrebbe lavorare ogni giorno contro l’accidentalismo assumendosi la responsabilità delle sue conseguenze? Non dovrebbe, dopo un fattaccio, andare a metterci la faccia davanti ai suoi cittadini dicendo anche: “Scusate, abbiamo sbagliato”?
Questo punto di vista è il punto di vista finale del bellissimo Diaz di Vicari.
Quello che mi ha sinceramente colpito del film di un regista già molto complesso e affascinante, per via del suo interesse nei confronti dei rapporti di potere tra esseri umani a prescindere da divise e simboli di riferimento, è il suo sguardo complessivo sulla vicenda Diaz.
I Black Bloc esistono e non sono proprio dei simpaticoni. Sono dei bambini che giocano alla guerra metropolitana come ne I guerrieri della notte di Walter Hill (che belli quei due bastoni di ferro che si toccano all’inizio del film per simboleggiare la spensierata “gioia cameratesca” nello spaccare un bancomat). Ma anche loro, alla fine del film, possono avere una coscienza. “Stavano cercando noi” dice un Black Bloc quando entra nella palestra imbrattata di sangue della Diaz dopo che si era imboscato. E si sente male. E meno male che ti senti male ragazzo mio, aggiungiamo noi. I poliziotti esistono e non sono tutti dei maiali (il senso di colpa in tanti di loro per la Diaz e gli interrogatori seguenti nella caserma di Bolzaneto era sottotraccia in tutto A.C.A.B. di Sollima fino a un finale molto forte vicino al sacrificio espiatorio).
I responsabili della logistica del Social Forum sono indaffarati, sudati e normalissimamente divisi tra impegno lavorativo e voglia di fare l’amore.
Intorno a loro, una Genova che vive come se niente fosse proprio come i tanti protagonisti della Salita al calvario di Breugel per niente colpiti dal Cristo che si appresta a morire al centro del quadro. Le massime cariche della polizia, e del Ministero dell’Interno, sembrano invece dei totali improvvisati, persone non in grado di gestire una situazione così delicata e mai in grado, dopo, di volersi assumere un briciolo di responsabilità. Strategia della tensione? Verrebbe da dire, magari. Per quella aspettiamo il Marco Tullio Giordana del film su Piazza Fontana. Diaz di Vicari racconta una formidabile strategia della disorganizzazione in cui molte persone che devono decidere di ordine pubblico fanno le scelte sbagliate per estrema superficialità e pressappochismo.
Le immagini che non scorderò mai: i bastoni di ferro dei Black Bloc che si toccano con gioia, le macchine della polizia in composta fila indiana che attraversano una Genova ancora ignara per dirigersi alla Diaz (Vicari: tieni di più quella inquadratura aerea! E’ splendida), Santamaria che ripete: “Riponete il tonfa e lasciate immediatamente l’edificio” (le parole sono caos), un poliziotto che mostra a un suo superiore un libro con strani disegni come possibile prova anarco-insurrezionalista dopo l’irruzione in Diaz (e se fosse il Mentaculus di Serious Man?), l’esibizione retorica di due bottiglie molotov trovate alla Diaz come prova del fatto che fosse un pericoloso covo di Black Bloc, i poliziotti che mettono le X sulle guancie agli arrestati portati a Bolzaneto dopo la Diaz, Germano che piange dicendo “Grazie” al Direttore del giornale che è venuto a trovarlo in ospedale (ci sono ancora Direttori così? Spero di incontrarne uno), la poliziotta con orrida maglietta di Dolce e Gabbana che rilascia la prima conferenza stampa dopo il fattaccio non rispondendo alle domande dei giornalisti stranieri.
Un film di piccoli tocchi che creano un grande significato. Bisogna essere fieri, come italiani, che dei nostri compatrioti abbiano realizzato questa opera cinematografica.
Di Francesca Alò, da badtaste.it

Certe volte fa bene vedere film italiani in un festival straniero. Diaz – Don’t clean up This Blood è stato presentato alla Berlinale e, guardandosi intorno durante i titoli di coda, ha ricevuto molti più appalusi dagli italiani che dal resto del pubblico.
“Non aggiunge nulla a quanto già non si sappia” è il commento di due giornalisti, uno francese, l’altro ungherese mentre si esce dalla sala. Strano, da italiano ho visto finalmente una storia di cui avevo sentito parlare e letto tante volte, ma mai così in fondo, mai provando lo stesso disgusto. All’estero invece sembra che queste informazioni e sensazioni, il post G8, Diaz e Bolzaneto, siano già state metabolizzate e diventate fatto accertato. “Per farci un film sopra bisognerebbe aggiungere qualcosa di nuovo, non rimestarle e basta”.
Parto da queste considerazioni perchè il film di Daniele Vicari ha il suo punto di forza proprio nella sua capacità di ricreare e mostrare quanto accadde quella notte del 21 luglio 2001, fatti e modus operandi non ancora popolari invece in Italia. La sua è una narrazione corale (un giornalista, una giovane avvocatessa tedesca, un manifestante violento, un anziano signore semplicemente trovatosi al posto sbagliato nel momento sbagliato, un poliziotto) proprio perchè l’ampliamento dei punti di vista è l’unico possibile per entrare in tutte le drammatiche ramificazioni della storia e rendere credibile anche agli occhi di quel pubblico che certe cose non ha voluto leggerle o interpretarle.
Non si può negare che il punto di vista, come del resto hanno fatto già alcune condanne, sia accusatorio nei confronti di quei poliziotti che fecero irruzione nella scuola e, successivamente, “torturarono” alcuni degli arrestati, ma Vicari e la cosceneggiatrice Laura Paolucci riescono ad essere comunque freddi nel mostrare le responsabilità e quando il film va a ritroso, ovvero spiegando come e quando si arrivò alla decisione di attaccare la Diaz, la sensazione generale è che, ai piani alti, ci fosse prima di tutto tanta stupidità ancora prima della cattiveria (comunque presente). Vicari gira il tutto senza risparmiare su esterni, esplosioni, riprese (anche dall’elicottero), trucco e colonna sonora. Il suo film ha la fattura della grande produzione e, sapendo di come Rai Cinema e Medusa si siano rifiutate di affiancare la Fandango nella realizzaione di questo progetto, questo aspetto non può che far piacere.
Anche grazie a questa confezione le due ore e dieci di pellicola scorrono fluide e ritmate come se si trattasse di un thriller. Peccato solo che, in questo caso, non ci sia nessun assassino da individuare, la suspense è legata all’indovinare quando l’incubo sarà finalmente finito e l’empatizzazione con le vittime è totale. Commozione e sdegno sono impossibili da evitare. La scelta di puntare molta attenzione sui personaggi stranieri, tedeschi, francesi, spagnoli, ecc, nonché il titolo in inglese, lasciano pensare che il progetto di una distribuzione all’estero sia molto più che una semplice speranza. Da italiani non ci facciamo una gran figura, ma sono discorsi da fare quando si tratta di rappresentare un punto di vista importante di una verità ancora non del tutto chiarita dalle nostre parti?
Di Andrea D’Addio, da badtaste.it

Dobbiamo prenderne atto, è in corso una rivoluzione: il cinema italiano ha rotto un antico tabù e inizia a mostrare anche i poliziotti cattivi. Dopo il discreto successo diA.C.A.B. – All Cops are Bastards di Stefano Sollima, ecco approdare nelle nostre sale l’attesissimo Diaz di Daniele Vicari, resoconto del raid della polizia contro i manifestanti ospiti del tristemente celebre edificio scolastico, durante il G8 di Genova del 2001. Partendo dagli atti del processo, Vicari e la sceneggiatrice Laura Paolucci hanno scelto di intessere un affresco che ha il sapore di un reportage, quasi una ricostruzione scientifica dei fatti, che lascia poco spazio ai sentimenti e molto all’indignazione. Un atto dovuto, nei confronti di una violenza efferata che odora di rappresaglia, ma è stata perpetrata nel nome dello Stato italiano.
Nessun cedimento dunque, dal punto di vista della narrazione, al feuilleton nazional-popolare che caratterizza alcune nostre riletture della storia recente (non siamo dalle parti di La meglio gioventù, né tantomeno di Il grande sogno), ma un aspro semi-documentario su quanto accaduto. Si taglia corto anche con le vicende personali dei numerosi personaggi: c’è il giornalista che decide di andare sul posto (Elio Germano), la ragazza tedesca (Jennifer Ulrich) che lavora come volontaria e il collega (Davide Iacopini) che ha una love story con una manifestante francese (Aylin Prandi), ma si tratta di ruoli appena abbozzati. Diaz è infatti un film corale con i personaggi e le loro psicologie lasciati in secondo piano; contano solo l’evento e il meccanismo che l’ha generato, ovvero l’odio crescente verso la polizia in seguito alla morte di Carlo Giuliani e la rabbia dei poliziotti per le reazioni della stampa e del paese. Una tensione insostenibile destinata a esplodere nell’edificio della Diaz e poi nella caserma di Bolzaneto. Vicari si focalizza molto sui dettagli, come quella bottiglia di vetro che volteggia nell’aria (per ben quattro volte) al passaggio della camionetta della polizia, a cui il regista assegna un doppio compito, da un lato serve a  segnalarci la partenza dei flashback, che moltiplicano i punti di vista sull’evento, dall’altro offrirà alla polizia una ragione per intervenire. La struttura narrativa, vagamente in stile Arriaga, suona un po’ artefatta (una scansione cronologica sarebbe stata una scelta più rigorosa), di contro però il film porta avanti uno stile da “presa diretta” e inserisce in maniera fluida le immagini di repertorio, complice una fotografia sgranata e ruvida. Come accade per gli altri personaggi, anche la connotazione dei poliziotti è sommaria, lo stesso non si puo’ dire della loro violenza, descritta fin nei minimi dettagli.
Diaz d’altronde non è un film conciliante. E se un pizzico di umanità viene riconosciuto al poliziotto incarnato da Claudio Santamaria e a pochi altri (si vedano le telefonate ai familiari), lo stesso non si può dire per i rappresentanti delle istituzioni. Il “sistema” è infatti raffigurato, in maniera un po’ caricaturale, da uomini in doppiopetto che scendono da auto blu e poi prendono le decisioni accendendosi una sigaretta. Infine c’è il massacro, lungo, estenuante, a tratti insostenibile allo sguardo. Vicari riporta ogni manganellata e ogni umiliazione subita dai manifestanti, per lo più ragazzi, ma anche giornalisti e sindacalisti di mezza età (il personaggio diRenato Scarpa). Ecco dunque il film che nessuno voleva produrre e in cui hanno investito, coraggiosamente, la Fandango di Domenico Procacci, il produttore e regista rumeno Bobby Paunescu (l’autore di Francesca) e i francesi di Le Pacte. Nessun distributore ha accettato di affiancare la Fandango per l’uscita in sala e la televisione italiana non ha avanzato proposte d’acquisto. Evidentemente il cinema riesce ancora a dare scandalo, ma in questo caso, lo possiamo dire, mai quanto la realtà.
Di Daria Pomponio, da radiocinema.it

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