DETACHMENT


Henry Barthes è un uomo solitario e introverso che insegna letteratura alle scuole superiori. Quando un nuovo incarico lo conduce in un degradato istituto pubblico della periferia americana, il supplente deve fare i conti con una realtà opprimente: giovani senza ambizioni e speranze per il futuro, genitori disinteressati e assenti, professori disillusi e demotivati. La diversità di Henry è evidente sin dal primo impatto con questo universo allo sbando. Il distacco e l’assenza di coinvolgimento emotivo gli consentono di conquistare il rispetto e la partecipazione di ragazzi difficili, che ben presto sconvolgeranno il mondo apparentemente controllato del docente. 
È un’autentica missione quella che vede impegnati gli insegnanti, a tutte le latitudini. Ancora di più lo è se il contesto sociale è caratterizzato dal degrado e dalla mancanza di prospettive. Ma laddove la scuola è l’unico punto di riferimento nei microcosmi di adolescenti che affrontano il faticoso cammino della crescita, questa missione rischia di infrangersi al cospetto dei fallimenti quotidiani. Allora il senso di impotenza e frustrazione polverizza ogni traccia dei primi entusiasmi e idealismi, giungendo a infettare anche vite private in lenta e inesorabile dissoluzione. Così, il desiderio di fare la differenza diventa vana velleità e lascia il posto alla resa. 
Forse è per questo che il protagonista del film sceglie di continuare a fare il supplente, tentando, nel poco tempo di cui dispone, di impartire insegnamenti significativi agli studenti. Eppure, la passione che lo accende per la penna dei poeti sembra non riuscire a scalfire la sua vita. Il distacco emotivo, in cui Henry ha deciso di trincerarsi e farsi scudo dal mondo, cela un’antica ferita che torna a galla nel contatto con una prostituta-bambina scappata di casa e un’allieva sensibile e dotata di talento artistico, ma castrata da un padre oppressivo e ferita dall’arroganza dei compagni. Mentre afferra queste isole alla deriva, Henry salva se stesso e la propria anima. Ma l’impatto tra pianeti arrabbiati e fragili genera deflagrazioni irreversibili, ben rappresentate dall’immagine dell’aula vuota e sfasciata. 
È intriso di profondo pessimismo e malinconica poesia questo film diretto dall’eclettico artista britannico Tony Kaye. La consapevolezza lucida e amara di un destino ancorato al dolore è scandita dalle parole immortali di scrittori con cui il supplente spiega la vita ai ragazzi e incarnata nello sguardo triste e lontano di un Adrien Brody sempre superbo. L’intero cast è all’altezza di una sfida impegnativa: cogliere le falle del sistema di istruzione americano e le tragiche conseguenze che si riverberano sulle vite di insegnanti e alunni. Il regista le ritrae in maniera non convenzionale, percorrendo la strada di uno stile personale e riconoscibile, con un avvio da documentario – con inserti di interviste video a docenti che imprimono un effetto di realismo – e uno svolgimento via via più drammatico. Notevoli anche le soluzioni visive, con il contrasto tra il bianco e nero degli inserti iniziali e una fotografia dai toni caldi. Quando poi le immagini parlano all’unisono con la musica, la magia del cinema è compiuta e arriva dritta al cuore.
Di Annalice Furfari, da mymovies.it

Henry Barthes fa l’insegnante. Il supplente, per la precisione. Il suo compito non è quello di stabilire un legame permanente con i suoi studenti, quando piuttosto di trasmetter loro qualcosa sfiorando appena le loro vite, mantenendosene a quella distanza di sicurezza che (così pensa lui) gli consentirà di non farsi schiacciare dal suo lavoro. Perché, poco ma sicuro, nel campo dell’insegnamento c’è di che essere schiacciati, se non si hanno sangue freddo e nervi saldi: specie in scuole come quella in cui Henry è appena andato a insegnare, un degradato istituto di periferia in cui gli studenti minacciano, i professori abbozzano, i genitori appaiono solo per mostrare tutta la loro stupidità e inadeguatezza, e la trasmissione del sapere sembra un obiettivo lontanissimo e quasi utopico. Il distacco mostrato dal supplente, all’inizio, sembra funzionare: nella sua quotidiana battaglia contro adolescenti e adulti incapaci e privi di motivazioni, Henry riesce a conquistarsi quel rispetto che per molti suoi colleghi è ormai obiettivo irraggiungibile. Ma il mondo, da lui tenuto appena fuori dalla porta, bussa con impazienza; e infine finisce per invadere lo spazio vitale dell’uomo, così gelosamente custodito, nelle persone di una prostituta adolescente e di un’alunna schiacciata dai complessi di inferiorità e dai conflitti col padre, ma dotata di una forte sensibilità artistica.
Tony Kaye, regista britannico trapiantato negli Stati Uniti, è tra le figure più interessanti dell’attuale scena indipendente americana; dopo una manciata di regie di videoclip, opere come American History X e il documentario Lake of Fire lo hanno prepotentemente imposto, negli ultimi due decenni, all’attenzione del pubblico e della critica internazionali. QuestoDetachment – Il distacco (ma il suo precedente Black Water Transit è ancora inedito in Italia) mostra un po’ entrambe le anime dell’approccio al cinema di Kaye: quella documentaristica, nell’uso delle false interviste, della camera a spalla e di sequenze scarne ed essenziali, tipiche del documentario, e quella da artista figurativo (è anche pittore e illustratore) in un montaggio nervoso e destabilizzante, nell’alternanza in chiave espressiva di sequenze filmate e disegni, in frammenti psichedelici di flashback e sequenze oniriche dalla forte valenza simbolica. L’intento di questa sua nuova opera è esplicitamente sociologico: uno sguardo tutt’altro che rassicurante su una realtà complessa come la scuola pubblica americana, mescolato a riflessioni più generali sulla solitudine metropolitana, sulla difficoltà, nella “società liquida” in cui ogni contatto è sfuggevole e labile, di stabilire legami permanenti. L’atteggiamento del protagonista (un notevole Adrien Brody) tanto nelle sue lezioni quanto nelle peregrinazioni notturne tra la sua abitazione e l’ospedale in cui è ricoverato il nonno, è quello di chi scivola sulla superficie delle cose, convinto che soffermarvisi significherebbe, inevitabilmente, affondare.
E’ proprio l’ottica del protagonista quella che guida lo spettatore nella rappresentazione, a tinte (molto) fosche, del microcosmo scolastico; una sorta di arena, per studenti e insegnanti, in cui la sopravvivenza è la vera posta in gioco, in cui un’istituzione ormai priva della sua ragion d’essere ha costretto gli uni e gli altri a una lotta senza vincitori o vinti, aggressori o aggrediti, colpevoli o innocenti. I ruoli si confondono, si svuotano di significato, mentre l’essere umano, lasciato solo, appare in tutta la sua inadeguatezza; il programmatico distacco di Henry sembra l’unica soluzione praticabile, e paradossalmente l’unica in grado di lasciare un qualche segno (benché piccolo) sulle esistenze che si limita a sfiorare. Una soluzione che funziona finché dura: la giovanissima prostituta Erica riesce a fare breccia nella corazza del protagonista, riportando alla memoria (e a una forma coerente) un passato fatto di sprazzi di ricordo sepolti, restituendo il giovane insegnante a una umanità che ne decreta però l’inevitabile resa. Una breccia che, quando è aperta, lascia passare di tutto: anche il dolore dell’intelligente e problematica Meredith, alunna artista interpretata dalla figlia del regista Betty Kaye. A poco serve l’allontanamento forzato, o i tentativi di ricostruire una barriera ormai caduta: le macerie lasciate da quest’ultima, come quelle di Casa Usher nel racconto (esplicitamente citato) di Edgar Allan Poe, trascineranno con sé Henry (e non solo lui) ma forse gli daranno anche l’opportunità di rialzarsi.
Se Detachment – Il distacco manca a tratti di compattezza, se la sceneggiatura sceglie di soffermarsi su alcuni aspetti ignorandone in modo discutibile altri (come il rapporto dell’insegnante col complesso dei suoi studenti), se alcune concessioni allo spettatore appaiono fin troppo evidenti e ai limiti del ricatto (l’allontanamento di Erica) non si può, comunque, non riconoscere al film di Tony Kaye una forza cinematografica notevole: nel progressivo attachment del protagonista verso la realtà, e verso coloro che la popolano, il film cambia forma, facendo cadere la maschera del mockumentary e assumendo la sua propria consistenza da (melo)dramma. Il regista lascia Henry a metà del tragitto, tra le macerie ancora fumanti da lui stesso generate, tra i lutti e l’instabilità e la confusione: ma l’ultima sequenza appare esplicita nella sua programmaticità, nella sua voglia di mostrare, in modo limpido e consapevole, un possibile approdo. La direzione è stata tracciata, o quantomeno (convintamente) suggerita.
Di Marco Minniti, da movieplayer.it

Parlare di distacco, ai figli della società che trae profitto dall’indifferenza spettacolarizzata, dalla decadenza glorificata e dalle solitudini programmate, citando Lo straniero (L’Étranger) di Albert Camus e la Caduta della casa degli Usher (La chute de la maison Usher) di Edgar Allan Poe, può essere un’impresa ardua, ma Tony Kaye accetta la sfida portando sul grande schermo Detachment e il ribellismo nichilista delDistacco.
Il viaggio negli abissi dell’indifferenza del mondo, dell’isolamento metropolitano e l’assurdità dell’anaffettività che porta all’assenza di rapporto profondo con l’altro da sé, prende forma con il progetto di vita imperturbabile edificato dall’insegnate di letteratura Henry Barthes (impossibile non pensare alla solitudine del frammenti del discorso amoroso di Roland Barthes), per restare a distanza di sicurezza da ogni coinvolgimento, passione o dolore.
Una personale formula di distacco, messa a punto dal viscerale ed eterno supplente Adrien Brody, per tenere a bada traumi e l’abbrutimento del mondo, gestendo rapporti transitori che sfiorano gli altri quanto basta ad evitare i pericoli insiti nell’allontanamento eccessivo e nell’indifferenza che uccide. Una muraglia invisibile che non può permettersi crepe, e si infrange miseramente davanti ai tumulti della vita, come accade allo Straniero dal mondo di Camus.
Tumulti che arrivano con la supplenza in un liceo della periferia newyorchese, vero concentrato di clichè del fallimentare sistema di istruzione pubblica americana, dove studenti indifferenti, genitori ignoranti e insegnante arresi (interpretati dai convincenti Christina Hendricks, Lucy Liu e James Caan), spingono un bravo insegnante a ‘cercare’ le eccezioni e ad infrangere quel fragile equilibrio della “giusta distanza”, stabilito tra il distacco dai propri traumi e il contatto necessario con la realtà, in tour tra istituti transitori, un abitazioni scarna come la sua esistenza e la casa di cura tenuta a sorvegliare i traumi custoditi da un nonno senescente.
Il palese fallimento di un progetto personale di sopravvivenza per il professor Barthes, che lasciandosi baciare dalla bella collega Sarah Madison (Christina Hendricks), abbracciare dalla fragile studentessa Meredith (Betty Kaye, figlia del regista al suo debutto), e soprattutto ‘avvicinare’ dalla giovanissima prostituta Erica (Sami Gayle), assiste all’infrangersi del micro universo utopico dove si è rinchiuso per fuggire da una realtà insopportabile, ma forse riesce anche ad intravedere un barlume di speranza per la salvezza, perché quando crollano gli argini passa tutto.
Un distacco che deflagra al ritmo ‘intermittente’ di sceneggiatura, regia e montaggio, con l’approccio documentaristico di false interviste, la voce off del professore, la camera a spalla, forse troppe linee narrative e un’alternanza psico-schizzo-frenetica di flashback, sequenze oniriche, e insert grafici che destabilizza, lascia personaggi e storie alla mercé dell’immaginazione, ma riesce lo stesso a far breccia nello spettatore che desidera essere salvato, sempre e comunque, da se stesso e dall’indifferenza del mondo, in questo caso per giunta, senza sconti consolatori.
Non a caso le macerie della scuola campeggiano sulla locandina e nel finale del film con il professor Adrian Brody che legge la Caduta della casa degli Usher di Poe, lasciando gli spettatori a meditare sulle analogie tra le decadenza di una casa e quelle di una scuola, alle quali in fondo nessuno è realmente interessato.
Se si impara più dai difetti che dai pregi, questo film niente affatto privo di entrambi (come ogni cosa), che nel suo tour di festival ha già raccolto critiche e giudizi entusiasti, è pronto ad offrire parecchio materiale di riflessione, oltre al confronto con ogni personale formula di sopravvivenza all’indifferenza spettacolarizzata, alla decadenza glorificata e alle solitudini programmate.
Da cineblog.it

Tony Kaye è un nome che forse non a tutti dice molto, ma i fan di Edward Norton se lo ricordano bene, dato che è stato lui a dirigere l’attore in una delle sue performance più acclamate, quella in “American History X”. Regista di videoclip e documentari (molto apprezzato “Lake of Fire”, sulla pratica dell’aborto negli Stati Uniti), Kaye ritorna oggi con un titolo dedicato al sistema scolastico americano, in particolare alla pubblica istruzione, tema serio e scottante che, vista la situazione, non poteva non ispirare un film amaro. Del resto questo non è un problema esclusivamente americano e anche in Europa ci sono opere dedicate alla vita fra i banchi di scuola (si pensi a film francesi come “La classe” di Cantet, Palma d’Oro a Cannes 2008, o a “La journée de la jupe” con la Adjani, produzione ARTE di grande successo sia in tv sia nelle sale). 
Nei panni di Henry Barthes, un insegnante di lettere, supplente in una scuola superiore e alle prese con studenti non propriamente facili da gestire, c’è Adrien Brody a prendere il posto di Norton (lui e Kaye finirono ai ferri corti e il regista lo accusò pubblicamente di avere fatto rimontare “American History X” senza il suo permesso). Non è dato sapere se i rapporti con Brody siano stati meno critici (del resto ricordo un articolo su “Rolling Stone” di una decina di anni fa in cui si diceva che Kaye aveva avuto delle controversie pure con Marlon Brando, in occasione di un video che i due intendevano realizzare su un seminario teatrale tenuto dal gigante dell’Actor’s Studio), certo è che il simpatico Dalì di “Midnight in Paris” non aveva da tempo un ruolo principale così forte.
Barthes dal suo arrivo a scuola si rivela un professore giusto nel posto giusto: sa prendere i ragazzi, da loro stimoli opportuni, diventa in pratica il punto di riferimento di cui hanno bisogno. Come l’altrettanto bravissimo prof. Dunne, interpretato dal grande Ryan Gosling nel troppo poco conosciuto (almeno in Italia) “Half Nelson”, l’insegnante Barthes ha una vita privata piuttosto grama. Non che arrivi a fumare crack come il suo collega ma è amareggiato dalla salute malferma del nonno materno e soprattutto ossessionato dal ricordo della madre, morta suicida quando lui era ancora un ragazzino, forse spinta al tragico gesto proprio dal genitore (il film è pieno di flashback che a poco a poco ricostruiscono questo passato pesante). Nella vita dell’insegnante pare non esserci altro, nonostante una collega bella e sexy gli faccia gli occhi dolci (è la Christina Hendricks della serie di culto “Mad Men”, corteggiata anche dal cinema come si è notato già qualche mese fa dopo la sua apparizione nell’acclamato “Drive”). Le cose cambiano dopo che una sera Barthes si imbatte in Erica (la promettente Sami Gayle), ragazza perduta cui offre aiuto e ospitalità. Per lui è un’altra giovane da aiutare, potrebbe essere una delle sue studentesse ma è chiaro che il suo è un caso speciale, oltretutto Erica, completamente a digiuno d’affetto, si lega al suo salvatore e forse se ne innamora. L’uomo la affiderà ai servizi sociali ma sarà uno strazio per entrambi. Il distacco con cui tiene gli altri lontani è davvero una scelta che paga?
Se il protagonista se la passa male, non è che i suoi colleghi siano messi meglio. Tim Blake Nelson, Lucy Liu, Marcia Gay Harden, William Petersen e Blythe Danner, chiamati a impersonare insegnanti, consulenti, presidi, devono fare fronte a difficoltà sul lavoro e vite private poco soddisfacenti. Parziale eccezione sembra il prof interpretato da uno spassoso James Caan, che si salva grazie al senso dell’umorismo.
Il quadro generale che emerge dal film è abbastanza scoraggiante e comunque a rincarare la dose ci pensa un colpo di scena finale nel quale è coinvolta l’allieva Meredith (interpretata da Betty Kaye, la figlia del regista), fotografa di talento ma vessata sia da familiari sia da compagni.
Ricavato da una sceneggiatura di Carl Lund, a sua volta ex insegnante, che evidentemente ha riversato nella storia molte delle esperienze e delle amarezze maturate in anni di lavoro, il film intende riprendere il discorso di pellicole come “Il seme della violenza”, “La forza della volontà”, “Pensieri pericolosi” e tante altre ancora. Il messaggio è chiaro: massima solidarietà alle persone che lavorano nella scuola pubblica. Forse una vicenda un po’ meno cupa e più sfumata avrebbe giovato al film, ancora più dei guizzi stilistici di Kaye, che di tanto in tanto interrompe la vicenda per dare spazio ai monologhi in macchina da presa di Brody. Bellissimi i titoli di testa con interviste a veri prof. che parlano con affetto e passione della loro professione.
Di Mirko Salvini, da ondacinema.it

Da un mondo professionale in smobilitazione, ma anche dalle relazioni con l’altro sesso: ecco, come da titolo, il distacco di un supplente di letteratura in un istituto superiore pubblico della periferia metropolitana a stelle e strisce. Il decisivo referente dell’istituto scolastico è un immobiliarista che ragiona esclusivamente in termini di mercato e ricatta la preside, i docenti svolgono la propria funzione in una condizione di impotenza e frustrazione (“la cosa peggiore di questo lavoro è che nessuno ti dice grazie”) districandosi tra psicofarmaci e alienazione familiare, gli allievi sono violenti, senza ambizioni, con genitori assenti.
Eredità di un’infanzia di perdite, tragedie e traumi sempre presente, lo straniamento di un triste Adrien Brody si esprime nell’incompiuta disponibilità nei rapporti che instaura con una collega con cui c’è reciproca attrazione, una prostituta minorenne ospitata in casa, una studentessa il cui talento artistico gli altri non apprezzano. Nelle lezioni, invece, la sua sensibilità si schiera contro poteri forti, sessismo, mercificazione e consumismo, alternandosi al decadente esistenzialismo delle citazioni poetiche di Albert Camus (“non mi sono mai sentito così distaccato dal mondo e presente a me stesso”) ed Edgar Allan Poe (una lettura tratta da “La Caduta della casa degli Usher”).
Se la sceneggiatura è dell’ex insegnante Carl Lund, il cantante, compositore, pittore, premiato autore di video musicali Tony Kaye (aveva debuttato nel lungometraggio di finzione con “American History X”, il successivo “Lake of fire”, documentario sull’aborto negli Stati Uniti, è stato nella rosa dei candidati Oscar) cura la regia.
Con un nitore e una definizione dell’immagine quasi televisiva e in stile documentaristico, andamento rapsodico, stacchi narrativi d’animazione in gesso bianco su sfondo nero, originali squarci da incubo iperrealista, i due delineano una realtà che è un “mare di dolore”, dove il ruolo centrale dell’istruzione – base del futuro – è allo sfacelo.
La frase:
“Il cuore puro di un bambino può esplorare in profondità molti luoghi oscuri”.
Di Federico Raponi, da filmup.leonardo.it

Sembra il solito film con il bravo professore alle prese con classe di delinquenti e fancazzisti. Sembra, ma non è così. Questo è un film di molte ambizioni che sconfina nel racconto morale, nella parabola. Henry è un uomo lacerato dentro che cerca di fare il bene, ma è roso dal dubbio e dall’incertezza. Si tirano in ballo, e scusate se è poco, Camus e Dostojevsky. Il bello è che Detachment, nonostante la pretenziosità e i mille sbandamenti, centra il suo bersaglio. Il regista Tony Kaye, quello di American History X, deborda, sperimenta, contamina linguaggi. Ne esce qualcosa di mai visto o quasi, e lui si conferma un autore degno di rispetto.
Uno dei migliori film dell’anno, eppure tra i più sottovalutati e malcompresi. Tutti o quasi, dai recensori italiani e americani alle note semi-ufficiali che ne hanno accompagnato l’uscita, ne hanno parlato come di un classico school movie, sottogenere professore idealista che arriva in scuola schifosa di un quartiere metropolitano-degradato-sfigato in una classe ancora più schifosa di fancazzisti (nel migliore dei casi) e delinquenti con pistola (nel peggiore), e con ragazze incattivite già pronte per il marciapiede e gravidanze precoci, il tutto con famiglie che non ci sono e se ci sono farebbero meglio a sparire. Il genere esige che alla fine il professore l’abbia vinta e riesca a instillare in quei cervellini scarsamente dotati di neuroni qualcosa di utile e una qualche curiosità, una qualche scintilla di conoscenza. Bene, Detachment sembra un film del genere, ne ha tutti i segni, i caratteri, lo stigma, qualcosa tra La scuola della violenza eDangerous Minds, ma non è così. Il film prende il genere e lo usa e manipola per andare in altre direzioni, per produrre qualcosa di ambiziosamente alto che si fa racconto morale, meditazione esistenziale. Scommessa inaudita per il cinema d’oggi. La messinscena di Tony Kaye, il regista maudit e sregolato che dopoAmerican History X (1998!) era sparito, è sensazionale, sperimentando linguaggi e avanguardismi e prendendosi libertà di ogni tipo come poche volte in un film come questo, indie sì, ma non a vocazione underground ed elitaria. Si comincia con una frase di Albert Camus in esergo sul distacco da sé e sull’essere nel mondo (il detachment del titolo), e subito ci si allarma per la pretenziosità evidente e vien voglia di scappare dal cinema, invece è il caso di restare. Di citazioni illustri e allusioni letterarie ce ne saranno altre nel corso della narrazione fino all’Edgar Allan Poe dell’epilogo, ma per una volta non sono orpelli esibiti narcisticamente, gingilli intellettualistici, ma elementi narrativi, chiavi per penetrare il protagonista Henry, un giovane uomo ferito da una storia familiare crudele, che cerca di sopravvivere al malessere attuando una sorta di stoico distacco (indifferenza?) dalle cose e dalle persone. L’intento evidente dello sceneggiatore Carl Lund (grande prova la sua) è di tracciare un racconto morale e una parabola neoesistenzialista. Henry nel suo deambulare catatonico, nel suo porsi come cosa impermeabile agli stimoli proveniente dal fuori di lui, forse è una citazione-variazione del camusiano straniero che vaga sconnesso dal mondo e, abbacinato dal sole, finisce con l’uccidere senza sapere perché. Ecco, questo film punta in alto, molto in alto, si pone interrogativi fors’anche fastidiosi e inattuali, rischia il piccolo trattato di filosofia ad uso dei dilettanti, però riesce a costruire e mettere in campo un personaggio di inaudita complessità per gli attuali standard cinematografici, a renderci interessante quest’uomo pieno di ombre e dalla coscienza scavata, dall’io franante, grondante parentele letterarie, soprattutto dostojevskiane. Facile bollare l’operazione come arty, ma il bello di questo Detachment è che, pur sbandando e sbagliando vistosamente, il suo bersaglio alla fine lo centra e ce la fa a comunicare allo spettatore un’inquietudine vera. Come fai a non amare un film così? Henry agisce come un diverso, un alieno, in quella scuola cadente e decadente, tra colleghi disincantati che hanno perso ogni speranza di redenzione di se stessi e degli allievi, e come inTaxi Driver conosce una prostituta ragazzina e la raccoglie e se la porta a casa come si fa con un gatto denutrito trovato per strada. Questo mondo intorno a lui sembra rimandarci a certo cinema di genere, dallo school movie al noir metropolitano al crime, invece è il palcoscenico debitamente degradato e disperato peché Henry possa percorrere il proprio cammino di ricerca della salvezza attraverso il buio, di una piccola salvezza almeno. A essere straordinaria in lui, a rendercelo così prossimo, è la sua bontà. Henry è un Santo, un Giusto, forse un Angelo, caduto magari ma non domo, che pur disincantato e disilluso non rinuncia al tentativo di portare il bene. Ci riesce solo parzialmente, vincerà e sarà sconfitto, la sua missione salvifica non raggiungerà tutti gli obiettivi, intorno a lui ci saranno salvati e sommersi (il memorabile personaggio della ragazza obesa che nasconde una potente visione artistica). Henry è un angelo che tutti amano, che non si può fare a meno di amare, con qualcosa di oltreumano che lo rende irresistibile (e in questo ricorda l’Alain Delon di Rocco e  i suoi fratelli). Adrien Brody come Henry è perfetto, prestandogli quel suo corpo così stilizzato, come purificato e disincarnato, in una interpretazione che è la migliore della sua carriera e sopravanza quella delPianista. Ma il vero vincitore è il regista Tony Kaye, forse un genio incompreso, forse un gran rompiballe, o tutte e due le cose. Fatto sta che si porta dietro una fama di intrattabile che l’ha tagliato fuori per molti anni dal giro. Già perAmerican History X si era messo in urto con Edward Norton, interprete e produttore, che l’aveva poi estromesso montando il film come voleva lui. Poi sul finire della scorsa decade ha girato Black Water Transit con Laurence Fishburne, peccato che il produttore, per motivi mai chiariti (ma anche qui si sussurra di forti conflitti sul set e in post-produzione), non l’abbia mai fatto uscire nei cinema. Un film samizdat intorno a cui sta crescendo una leggenda. Sicchè quando all’ultimo Tribeca Festival è stato annunciato il ritorno di Kaye con questo Detachment lo zoccolo durissimo dei suoi fan è entrato in fibrillazione. Ma la proiezione al festival non è stata entusiasticamente accolta dalla critica americana, qualcuno l’ha definito “un casino da cui però non puoi distogliere gli occhi”, e non è una cattiva definizione. Il film però è man mano cresciuto di status, raccogliendo premi in festival di tutto il mondo e qualche settimana fa è approdato anche, abbastanza incredibilmente viste le premesse, nei nostri cinema. Kaye qui non si nega niente, porta al massimo possibile e al punto di rottura e di esplosione il suo modo di fare cinema assai eterodosso. Vediamo all’inizio interviste finto-documentarie ai personaggi del film, riprese con la solita incerta e ballonzolante macchina a mano da cinéma-vérité di ultima generazione. Qua e là affiora il flusso di coscienza di Henry/Adrien Brody, primi piani quasi immobili, lui a guardare in macchina sentenziando e citando e meditando e riflettendo e forse anche lui delirando. Poi, dialoghi che vengono anticipati, o sono sfasati, rispetto ai personaggi che li pronunciano. Disegni animati alternati al live action, e per una volta non è una narcisata autoriale. Lunghe, lunghissime  virtuosistiche sequenze senza tagli nei corridoi della scuola, nei meandri lurdi della città, e naturalmente sogni e incubi e visioni. Perfino un Henry che per consolare il nonno moribondo finge di essere la propria madre defunta e parla con la sua voce (e capisci che solo Adrien Brody a questo punto potrebbe interpretare Norman Bates in un remake di Psycho). Molto, troppo. Il film presenta un sovraccarico visuale dificile da sopportare. Però c’è più cinema lì dentro che in centinaia di film bon ton e di medio gusto che ci affliggono. Magari Kaye sbaglia, e sbaglia parecchio, però questo è un autore che merita rispetto.
Di luigilocatelli, da nuovocinemalocatelli.com

Presentato con successo al TriBeCa FilmFestival 2011 “Detachment” ha poi fatto incetta di premi in diverse kermesse cinematografiche in tutto il mondo.
Tony Kaye dipinge un quadro sconfortante del sistema scolastico americano servendosi del punto di vista di un insegnante capace, Henry, impersonato egregiamente da Adrien Brody, che sceglie di fare il supplente a vita, una sorta di perenne traghettatore di studenti in attesa dell’insegnante titolare.
Per Henry è un modo per non impegnarsi a fondo, non tanto nella professione, che svolge in modo eccellente, quanto nei rapporti umani: accettare una cattedra in modo permanente implica impegnarsi con costanza e dedizione per uno scopo educativo che superi la transitorietà del ruolo che si è invece ritagliato, evitando un coinvolgimento più profondo.
Ma il nuovo incarico in un istituto degradato di periferia incrina le sicurezze del giovane professore, che è costretto a fare i conti con se stesso e con gli spettri che abitano la sua anima.
Determinante l’incontro con Erica, una prostituta adolescente senza fissa dimora, della quale decide di occuparsi, tanta l’amarezza per la sua disastrata vita; altrettanto importante la conoscenza di Meredith, una sua allieva, particolarmente sensibile e a disagio, sia a scuola che in ambiente domestico.
Essere partecipe del dolore di queste due ragazzine, impegnarsi per il loro bene, lo porta ad eliminare molte delle barriere che si era costruito attorno, ad aprirsi al mondo: il suo distacco completo da tutti era in fondo una sorta di non vita, di fuga dalle relazioni affettive, che implicano per ciascuno di noi il grande rischio della delusione, se non addirittura della sofferenza.
“Detachment” è come un affresco umano e sociale, le cui pennellate mostrano giovani apatici, privi di qualsiasi ambizione, che vivono alla giornata: “Nessuno vuole pensare allo sforzo necessario per diventare qualcuno” recita una battuta della consulente dei ragazzi, la Dott. Parker, interpretata da Lucy Liu, ma anche professori divisi fra l’amore per la propria professione, e l’amarezza per il degrado in cui l’istituto si ritrova.
Il film di Kaye è difficile da digerire, il ritmo è intermittente, il montaggio per niente fluido, le vicende sembrano non mostrare in nessun modo una speranza nel domani, impossibile entrare in empatia con i personaggi.
Eppure il racconto buca lo schermo, perché la storia è forte, e soprattutto perché il percorso umano di Henry fa vedere quel tenue raggio di luce di cui lo spettatore ha bisogno.
Di Maria Grazia Bosu, da ecodelcinema.com

L’impatto più forte che ho subito al cinema quest’anno. Il film che ho appena visto si è chiuso su La Caduta della Casa degli Usher: in un finale rarefatto, Adrien Brody, supplente in un disastrato istituto pubblico americano, legge sommesso le prime righe del testo di Edgar A. Poe inondando di disincanto i corridoi abbandonati, terremotati di pagine e foglie, con le sedie e i tavoli rovesciati senza una via di uscita.
Il cineasta britannico Tony Kaye (quello di American History X tanto per intendersi) combina un mosaico di vinti e di eroi solitari, e di personaggi che Eliot chiamerebbe “uomini vuoti (…) uomini impagliati/ che appoggiano l’un l’altro/la testa piena di paglia”..
Il distacco è la storia di un uomo che ha trovato nel suo romitaggio e nell’isolamento affettivo l’unico modo per convogliare ed esorcizzare un passato di sofferenze e di traumi. Assegnato presso una degradata scuola pubblica di periferia, Henry Barthes troverà però insufficiente la sua politica di sopravvivenza. L’incontro che destabilizzerà il suo collaudato meccanismo di difesa avverrà con una giovanissima prostituta che il professore accoglierà nella sua grigia casa per cercare di salvarla dalla strada, un po’ come nel sogno di redenzione del Travis Bickle di Taxi Driver.
Se il vissuto del professore lo distanzia dalla realtà al punto da fargli preferire la via della sua invisibilità di fronte al mondo, la sete e la brama di una qualche via d’uscita, di un solo motivo di speranza costituiranno la sua rabbia di concretezza, cioè l’assunto di un vivere inteso come lasciare un segno, come la forza di mutare le traiettorie del destino che ci paiono inesorabili. Come la sorte amara di una ragazza di colore frustrata dalla obesità, come le storie di ordinaria follìa quotidiana dietro i banchi tra violenza incontrollata, bullismo e un disgustoso senso della dignità sessuale nella più totale mancanza di figure adulte di riferimento.
Se sei una particella “visibile” allora puoi “rimbalzare” le altre. Per accompagnare l’anziano nonno verso la fine della sua lungodegenza, il personaggio di Adrien Brody sarà dunque costretto ad un drammatico percorso di rielaborazione della sua tragedia infantile legata al suicidio materno ed a una storia di abusi.
Il merito di Kaye è la sobrietà con cui ci risparmia pietose e melense scelte rassicuranti, imprigionandoci in un’atmosfera di nichilismo e disperazione, in cui gli unici indizi di speranza sopravvivono nell’eroica vocazione di alcuni professori.
Detachment è un film di valore assoluto, non mi dilungherò nel rischio di banalizzarlo.
Di Diego Monfredini, da ilpiacenza.it

Henry Barthes (Adrien Brody) è docente di letteratura non di ruolo, e come supplente viene chiamato in un liceo americano di periferia. Henry Barthes condivide così uno spazio, la scuola, l’aula, con un gruppo di studenti che da subito non nascondono nei suoi confronti una situazione di conflitto aperto. Henry però pare essere schermato, non si fa coinvolgere emozionalmente nei rapporti con gli studenti e con il prossimo. Henry in classe recita poesie, legge poemi, sempre chiuso in una dimensione di triste solitudine, distaccato dal mondo. Henry porta con sé conflitti mai risolti, un’infanzia violentata negli affetti, il ricordo di una madre disperata, la presenza di un nonno malato che cerca non si sa quale perdono prima di morire. Dall’eclettico artista di culto britannico, Tony Kaye, cantante, compositore e pittore, già regista del film cult “American History”, e dal produttore Premio Oscar per “The Hurt Locker”, sul grande schermo “Detachment”, un film sul mondo della scuola, sugli studenti demotivati, sui docenti con problematiche di vita, su una società che impone modelli raccontando bugie. La scuola, uno spazio dove si consumano momenti, dove si dà e si riceve, in un vuoto esistenziale sommerso, dove i genitori sono assenti e i docenti non sanno più quali sono i loro ruoli, è ormai collassata, non risponde più ai bisogni degli addetti di turno. Dalla scuola parte la sconfitta educativa generazionale, la mancanza di formazione, di una disciplina alla vita. Il dialogo, strumento educativo elitario, s’inceppa, muore in una situazione di stallo, la comunicazione non ha quegli elementi fondanti per costruire un domani nuovo, comunitario. “Detachment”, pur nella sua irrimediabile assenza di un ottimismo edificante, non rinuncia a far credere che a volte il caso gioca un ruolo chiave nella possibilità di capovolgere vite misere e miserevoli. L’incontro di Henry con la prostituta bambina Erica (Sami Gayle) si gioca sul conflitto delle due parti, una, forte dei propri principi morali e l’altra debole ma non irrecuperabile. Ed è qui la forza del film, la sua lenta, straordinaria scalata nei meandri di vite sole, vittime di un marketing dei consumi inesorabile, che implode nel circuito reale (surreale?) della vita di tutti, adolescenti, giovani ed adulti, non facendo sconti a nessuno. E chi non ha ricevuto sufficienti strumenti per raggiungere una consolidata stima di se stesso, soccombe, si annulla, si cancella dal sistema, com’è per il giovane e promettente talento di Meredith (Betty Kaye, figlia del regista). In un susseguirsi di sequenze, il film lascia scorrere il tempo, i fatti, i ricordi, le sconfitte e le tragedie esistenziali che conquistano l’anima dello spettatore. L’epilogo rimanda ad una realtà apocalittica che riflette la storia della nostra contemporaneità, con la scuola vuota, spazzata via da un vento funesto ed inesorabile. Una superba e sconcertante interpretazione di Adrien Brody nei panni di Henry Barthes rende alla perfezione la dimensione del conflitto esistenziale e di ruoli, conflitto che si consuma e basta, soggiogato in una sfera emozionale profonda delle parti, conflitto che Tony Kaye porta magistralmente sullo schermo, vivificandolo con i monologhi appassionati e tristi di Henry Barthes. “Detachment” ha già avuto numerosi premi, tra i quali: Premio del pubblico al Festival di San Paolo e premio Menzione d’onore al Woodstock Film Festival.
Di Rosalinda Gaudiano, da cinema4stelle.it

Essere insegnante oggi… un mestiere difficile e bello, arduo e complesso, che richiede nervi saldi, una grande dose di pazienza, di sopportazione e di tolleranza e una grandissima forza d’animo, per non restare annientati dalle sfide che quotidianamente attendono chi vi si dedica, in questo presente ‘liquido’, e spesso privo di punti di riferimento.
Se poi succede che un docente porti a scuola i suoi problemi personali, può capitare che le relazioni con gli studenti subiscano distorsioni, che si traducono in errori comportamentali pregiudicanti l’obiettivo primario di facilitare loro l’apprendimento delle conoscenze che la nostra cultura ha assorbito col tempo, affinchè un giorno possano essere persone dotate di spirito critico e capaci di gestire le loro vite.
Lo sa bene il professor Henry Barthes (Adrien Brody, mai così intenso e sofferto dai tempi di Il pianista), il protagonista di Detachment, il film del cineasta britannico Tony Kaye (quello di American History X, tanto per intenderci) guarda caso, di ambientazione scolastica, che illustra una malinconica e struggente esperienza umana, che è un po’ la cronaca del fallimento di un sogno di speranza per il futuro.
Henry Barthes è un giovane insegnante precario, supplente per scelta, con un macigno sul cuore, che vuol nascondere agli altri oltre che a se stesso. Un giovane uomo elegante e culturalmente evoluto, tormentato e solitario, tendente alla depressione, che ha fatto del “distacco” il suo modello di vita e della solitudine il mezzo per fuggire da un passato di sofferenza, “impenetrabile”, come lo definisce il vecchio nonno ricoverato in una casa di riposo, che custodisce nella sua ormai labile memoria un pesantissimo segreto. Un modo per tenere a distanza di sicurezza il mondo, con i suoi dolori e le sue passioni, le sue brutture e il suo degrado.
Una strategia di sopravvivenza messa a punto per allontanarsi da quella sofferenza che puntualmente ritrova fuori di casa, gestendo rapporti transitori che sfiorano appena gli altri, per non lasciarsi coinvolgere nel dolore altrui.
Chiamato come supplente a ricoprire una cattedra di letteratura in un degradato liceo pubblico di una degradata periferia metropolitana americana, Henry Barthes vi trova una realtà complessa e difficile, fatta di alunni turbolenti, demotivati, privi di ambizioni e di speranze per il futuro, figli di genitori assenti e anaffettivi e incapaci di gestire la crescita dei figli e di colleghi impotenti, arresi, disillusi, svuotati della loro funzione di guida e frustrati di fronte alla mancanza di mezzi e al fallimento personale e sociale.
Uno di quei luoghi dove regnano incontrastati il bullismo e l’ignoranza, dove professori e dirigenti, allo stremo delle forze, combattono ogni giorno una battaglia impari per portare avanti un progetto educativo perdente, che ha il sapore amaro di un’utopia.
Henry non sa nulla dei suoi allievi, dei loro problemi, dei loro comportamenti distruttivi, del loro bisogno di autonomia, mentre il crollo di certezze e di miti li porta a una crisi di valori, ideali per cui le istituzioni, già talvolta così lontane, appaiono ancora più distanti e incapaci di risolvere o solamente capire i loro problemi; nonostante ciò, Henry cerca in tutti i modi, nel breve tempo di una supplenza, di lasciare un segno del suo passaggio nell’animo dei suoi ragazzi, proponendosi, lui cresciuto all’ombra di un terribile dramma, come guida e conoscitore dei loro problemi, trasmettendo loro l’amore per la letteratura, con la forza delle parole dei più grandi scrittori e poeti.
Un insegnante che crede ancora nella funzione sociale della scuola e nell’importanza della cultura, come l’unico mezzo possibile per costruirsi una mente raziocinante e autonoma, necessaria per guardare la società con occhio critico e non farsi irreggimentare dalla massa in modelli precostituiti, privilegiando sempre autonomia di pensiero e di giudizio. Appena arrivato in quella scuola di frontiera, però, il distacco emotivo che ha contraddistinto la sua vita viene messo a dura prova e comincia a vacillare, mentre il mondo che aveva cercato di tenere lontano da sé fa irruzione nella sua vita con la stessa forza dirompente del degrado che gli sta attorno, costringendolo a fare i conti con se stesso e con le ferite della sua anima mai rimarginate.
Sono tre le donne che irrompono nella sua esistenza e mettono in discussione il suo già precario equilibrio, impedendogli il totale distacco dalla vita.
Erica, una giovanissima prostituta scappata di casa, che accoglie con sé per salvarla dalla strada; Meredith, una sua allieva, afflitta da obesità ma dotata di forte personalità artistica, non apprezzata dai compagni e dalla famiglia; Sara Madison, una giovane e bella collega, che non riesce a tenere a bada i suoi alunni. Le prime due gli ricordano da vicino la sua adolescenza smarrita, la terza per un attimo riesce a fare breccia e a far palpitare il suo cuore.Tutte e tre queste donne infrangeranno quella barriera impenetrabile che ha creato attorno a sé per isolarsi da ogni coinvolgimento emotivo e proteggere la sua fragilità emozionale, tenuta gelosamente nascosta in un gesto estremo di difesa.
In classe, invece, la sua ideologia lo porta a schierarsi contro i poteri forti, contro il sessismo e gli stereotipi consumistici, che alterna con letture di brani di autori esistenzialisti come Albert Camus (“Non mi sono mai sentito così distaccato dal mondo e presente a me stesso”) o decadentisti quali Edgard Alan Poe, (“La caduta della casa degli Usher”, come metafora della decadenza di una casa e quella della disastrata scuola pubblica).
Triste, poetico, disturbante, “Detachment” è un film intriso di un profondo pessimismo, che cancella di colpo l’immagine edulcorata e felice che tanti film hollywwodiani ci hanno trasmesso degli impeccabili college americani, frequentate dai rampolli (e dalle rampolle) della upper class a stelle e strisce, tutti ricchi, tutti belli, tutti biondi, tutti superdotati, spensierati e sereni, con il futuro già stabilito e sicuro; dove tutto è perfetto, pulito, funzionale, costruito a misura di insegnati e studenti, dove insegnare è gratificante e apprendere meritocratico.
Qui invece siamo di fronte al lato oscuro della scuola pubblica americana, assolutamente dequalificata, dalle strutture fatiscenti, le mura scrostate, gli arredi obsoleti, dove l’incuria regna sovrana e le istituzioni sono più interessati alla produttività (decisamente sotto la media minima accettabile) piuttosto che al bene dei ragazzi.
Non a caso le immagini dell’aula vuota e a soqquadro campeggiano sulle locandine del film, e nel finale Adrien Brody legge  un passo di E.A. Poe, inducendo lo spettatore a fare un accostamento tra le macerie della casa degli Usher e la totale deriva in cui sono ormai ridotte le scuole dei quartieri poveri delle metropoli americane; nonchè le ripercussioni che questo disastro ha non solo sulle vite dei giovani, ma anche su quelle dei docenti, la cui missione si infrange contro i loro  fallimenti quotidiani.
Solo apparentemente “Detachment” è uno dei soliti, classici film di formazione, in realtà il lavoro di Tony Kaye si discosta parecchio dalle pellicole più note dalle stesse affinità tematiche (come “Pensieri pericolosi”, di John Smith, o “La classe”, del francese Laurent Cantet, ma anche del celebrato” L’attimo fuggente”, di Peter Weir), ma è anche molto di più, perchè pone l’accento sulla fragilità psicologica degli insegnanti più che su quella degli alunni e perchè racconta la solitudine in cui vengono lasciati le anime fragili nel momento difficile del passaggio dall’adolescenza all’età quasi adulta; senza figure di riferimento capaci di accompagnarli nel difficile cammino, e perciò destinate a sicuro fallimento.
Se il detachment emotivo, dietro cui si è trincerato per farsi scudo del mondo e la consapevolezza di non essere mai stato aiutato a superare i propri traumi infantili, nè a proiettarli fuori di sè, spinge il professore Barthes ad affrontare lavoro e vita con calcolata e pragmatica indifferenza, di volta in volta il fallimento del suo progetto di vita lo induce ad aiutare i suoi disastrati alunni a superare le nevrosi che attanagliano le loro vite e a tentare di cambiare il corso di un destino inesorabile.
Come la sorte tragica di Meredith, la ragazza obesa che non riuscirà a superare le vessazioni dei compagni, né il rapporto conflittuale con il padre o come gli episodi inconcepibili e inaccettabili che ogni giorno deflagrano dietro i banchi, tra atti di bullismo incontrollabili, violenza gratuita e un diffuso e malsano concetto di sessualità.
Dopo “American History X”, in cui aveva affrontato il fenomeno del neo nazismo e lo spettro nero dell’odio antisemita, Tony Kaye realizza un altro capitolo su un pezzo di cultura statunitense, con le sue falle e le sue oasi di benessere, nutrite a discapito di tante realtà periferiche, che si dibattono tra provvisorietà e contraddizioni.
Il paese del futuro e “dell’american dream” che si sgretola prima di quanto sia lecito immaginare.
E fa veramente male quello che Kaye ci mostra in “em>Detachement”, che riesce a toccare in 90 minuti molti argomenti scottanti e seri: dalla prostituzione minorile alle tossicodipendenze, dalla violenza di gruppo al suicidio giovanile, dalla solitudine come scelta di vita alla disperazione di cui nessuno è immune. Usando un linguaggio visivo crudo, aggressivo, a volte rabbioso, senza pregiudizi né indulgenze, lasciando che sia la macchina da presa a scrutare i volti, per tentare di svelare l’animo, per far emergere i turbamenti, i conflitti interiori, i ricordi dolorosi che li hanno segnati e che tengono prigionieri i loro cuori.
Il suo stare addosso al volto e al corpo di Adrien Brody è quasi ossessivo, come se volesse catturargli l’anima e introiettarla nella sala, per ridurre la distanza emotiva che separa gli spettatori dallo schermo e farli empatizzare con il personaggio, per far loro toccare con mano quanto sia pesante la desolazione della psiche e quanto sia difficile sconfiggerla. Mentre le immagini iniziali in bianco e nero si evolvono in una fotografia dai toni caldi e sgranati, che riproduce  fedelmente il suo stato d’animo. Interessante e innovativa la soluzione visiva, dal sapore onirico, degli stacchi narrativi d’animazione di gesso bianco sullo sfondo nero della lavagna, che destabilizzano e lasciano lo spettatore alla mercé di quel senso di smarrimento in cui tutti sono costretti a vivere.
Fondamentale per la riuscita del film risulta la performance di Adrien Brody, in una delle sue interpretazioni più toccanti. Un attore che si rivela, ancora una volta, di straordinaria e magnetica espressività e un interprete di eccezionale bravura.
La sofferenza struggente che si legge sul suo volto è estremamente funzionale alla fruizione del suo stato d’animo e ci accompagna lungo questo viaggio doloroso e amaro in cui i sogni muoiono ancora prima di nascere e ciò che resta sono solo la rabbia e la sofferenza, talvolta anche la resa.
Funzionali e convincenti risultano anche gli interpreti di contorno, da Lucy Liu a Christina Hendricks, dal sempre verde James Caan a tutti gli altri, compresi Betty Kaye (figlia del regista), Sami Gayle, Marcia Gay Harden e l’indimenticabile William Petersen di “Manhunter” e “Vivere e morire a Los Angeles”.
L’ultima immagine del film, che mostra il professor Barthes dietro la sua cattedra concentrato sulla lettura de “La caduta della casa degli Usher” mentre davanti a lui la classe è tutta in disordine, è paradossalmente un messaggio di pessimismo ma anche un  profondo atto di speranza  nei confronti del mondo e degli esseri umani.
Da filmscoop.it

Se andiamo ad analizzare la filmografia di Adrien Brody, da sempre abituato a personaggi fragili e intensi, subito dopo la vittoria dell’Oscar per “Il Pianista” non è andata molto bene per l’attore dal naso aquilino: ci sono stati comunque momenti memorabili come nel caso di “The Village” dove interpretava il pazzo del villaggio e il meraviglioso “Il Treno per il Darjeeling” dove faceva a gara a chi era più bizzarro con Owen Wilson e Jason Schwartzman, come da tradizione ‘wesandersoniana’.  Con il primo ha condiviso inoltre una delle scene più divertenti dell’alleniano “Midnight in Paris” (Io vedo… un rinoceronte).
Meglio tacere invece sulla sua incursione in terra italiana, dove sotto l’egida di Dario Argento ha realizzato probabilmente il film peggiore della sua carriera. Ora negli Stati Uniti e in Francia esce in contemporanea questo nuovo film “Detachment” che consacra di nuovo l’abilità di Brody come attore coraggioso alla ricerca di ruoli inusuali. Non lo si vedeva così in forma da tempo infatti.
Henry Barth è un insegnante che viene trasferito in una delle scuole più difficili della sua cittadina. Aggressioni, insulti all’autorità, uccisioni di animali e un generale menefreghismo nei confronti dell’educazione sono all’ordine del giorno. I professori non sanno più che fare di fronte a questa ‘piaga generazionale’. Barth sembra avere la soluzione, offrendo agli studenti la possibilità di non venire a scuola se non vogliono, mettendoli di fronte a una presa di responsabilità. Ma sarà comunque difficile per lui mediare tra questa difficile situazione e il tentativo di riportare sulla retta via una ragazza che ha interrotto gli studi prematuramente per darsi alla prostituzione.
Se questa storia fosse stata affidata a un regista incapace di dialogare con gli adolescenti, ne sarebbe venuto un film stereotipato e banale. Ma qui fortunatamente dietro la macchina da presa abbiamo un certo Tony Kaye, autore di quell’ “American History X” che riusciva a tirare il meglio non solo da Edward Norton, ma anche dal giovane Edward Furlong, il John Connor di “Terminator 2”, all’epoca non ancora caduto nella tossicodipendenza.
Qui si cambia registro, ma sempre di crescite turbolenti si parla. Ragazzi incapaci di esprimere in maniera normale i propri sentimenti e che scatenano nella violenza i propri impulsi. Ragazzi che non riescono a comunicare, che non riescono più ad avere curiosità… ragazzi che vivono in un profondo ‘distacco’ (per l’appunto ‘detachment’) emozionale che impedisce loro una vita sociale normale. Per la rappresentazione del loro stato confusionale il regista si affida a bellissime animazioni su lavagna che rendono le immagini sporche che stiamo vedendo, qualcosa di poetico. L’eroe della storia, il professor Barthes, pur evitando di salire sulle cattedre e spingere i ragazzi a catturare l’attimo come qualcuno di nostra conoscenza, cerca la comunicazione con questi studenti confusi, cresciuti a pane e consumo e che si trovano vicini a compiere una scelta seria: quella di cosa fare finiti gli studi.
Giusto una ragazza obesa sembra trovare un’espressione creativa nella fotografia: sarebbe la salvezza, se non fosse che la famiglia trova tutto questo una ‘inutile perdita di tempo’ o un ‘capriccio senza futuro’.  Il professore vorrebbe trovare il tempo di salvare tutti questi studenti, ma il suo stato di confusione –per un passato turbolento che scopriremo solo alla fine- gli impedirà di fare le cose come vorrebbe.
Kaye realizza un film potente, che forse a tratti pecca in eccessi di melò e in più punti sembra stare dalla parte degli insegnanti, comunicandoci l’idea che forse sono proprio loro gli eroi veri degli USA. Quanto al cast, è un peccato che a miti della televisione come Bryan Cranston (“Breaking Bad”) e William Petersen (“C.S.I.”) vengano date parti così poco consistenti, ma dall’altro lato abbiamo James Caan, Lucy Liu, Marcia Gay Harden e molti altri assolutamente credibili nel ruolo di insegnanti prossimi a perdere la speranza. Adrien Brody si rivela ancora una volta un attore straordinario e nel finale dove cita “La caduta della casa degli Usher” è assolutamente da brividi: veramente un ‘attorone’ e noi lo vorremo vedere più spesso così. 
Di Gianlorenzo Lombardi, da filmforlife.org

Henry Barthes è supplente di letteratura di liceo, è un uomo solitario e porta dentro di sé un’antica ferita che lo costringe a tenersi a distanza dalle persone con cui entra in contatto. Viene presto incaricato di coprire un periodo di tempo in una degradata scuola pubblica di periferia, dove incontra giovani senza speranze per il futuro e insegnanti altrettanto disillusi. Ciò che però sconvolge la sua vita è l’incontro con Erica, una prostituta adolescente scappata di casa, che cercherà di far avvicinare Henry al mondo che lo circonda.
Di insegnanti pronti a varcare le mura scolastiche per cambiarne il sistema, ad educare ragazzi insegnando loro ad amare l’arte e la poesia e a convincerli di essere persone migliori è pieno il mondo. Alcuni di essi albergano anche in quello cinematografico (e televisivo): chi entrando a scuola non avrebbe voluto trovare John Keating de L’attimo fuggente, il professore di letteratura inglese che molti di noi (poco) più che ventenni avrebbero voluto avere anche come maestro di vita, o il recente Will Schuester, l’entusiasta insegnante della pluripremiata serie tv Glee, che è diventato invece l’idolo delle nuove generazioni?
Per Henry Barthes (Adrien Brody), il problematico supplente di Detachment – Il Distacco, il compito degli insegnanti non è quello di salvare la scuola o diventarne un eroe, ma quello più semplice e, allo stesso più difficile, di non far sentire i propri alunni insignificanti. L’ultima pellicola del regista di culto britannico Tony Kaye, ricordato per il suo grande successo cinematografico American History X, nasce come un’inchiesta sul sistema di istruzione americano, ma presto cambia piega indirizzandosi principalmente al misterioso passato del professore e ai suoi fallimentari tentativi di relazionarsi con chi lo circonda; la scuola perde importanza, pur continuando a fare da sfondo. Essa rimane infatti l’unico luogo in cui Barthes, tormentato da un oscuro passato, possa presentarsi come l’uomo che vorrebbe essere, e in cui riesca a risolvere i problemi degli altri fingendo di non averne egli stesso.
Il distacco dal mondo e da se stesso è ciò che caratterizza la vita di Barthes, il suo tentativo di allontanamento da quella sofferenza che egli ritrova fuori casa, nell’ospedale che tiene in cura l’enigmatico nonno e in Erica (Sami Gayle), una giovane prostituta che egli s’impone di salvare e che riuscirà a fargli vedere che qualcosa di buono nel mondo esiste. Tuttavia, nonostante le premesse che rendevano più che emotivamente appetibile le vicende del giovane professore e dei suoi disadattati allievi, distacco (che purtroppo non è il disinteresse dubosiano, che permetteva di partecipare simpaticamente alle passioni dei personaggi sulla scena) è anche ciò si prova durante la visione del film: lo spettatore, forse a causa dell’intreccio sconclusionato delle molteplici linee narrative e alla poca incisività con cui vengono trattate, non riesce a partecipare all’aura di dolore che circonda ogni singolo personaggio della pellicola, studente o insegnante che sia. In particolari questi ultimi, i cui attori (Christina Hendricks, Lucy Liu e James Caan) ci regalano splendide interpretazioni, risultano poco sapientemente sfruttati dal regista, che preferisce trasmettere quantità, piuttosto che qualità. Inoltre alcuni personaggi interessanti, quale quello di Meredith (Betty Kaye), e dal grandissimo potenziale, vengono resi sulla scena in maniera stereotipata e poco approfondita. Il risultato è quello di un film poco equilibrato, accompagnato da un’ansiogena regia scomposta, il cui effetto è amplificato dall’apocalittica voce over di Brody stesso, che per tutta la durata del film dà prova di maestria, rendendo perfettamente il suo Henry, in un’interpretazione costantemente in bilico tra malinconia, rabbia e patetismo.
Per Henry la professione di supplente non è un vero e proprio impegno: si ha esclusivamente la responsabilità di mantenere ordine, di evitare gravi danni, e l’unico compito da portare a termine è far passare tutti gli alunni all’anno successivo. Una definizione che ben si applica anche a Detachment – Il Distacco, pellicola senza infamia e senza lode, che non riesce (o non vuole) darci nient’altro se non la storia di tanti infelici e della loro miseria, il cui state of being, come spiega Henry stesso durante una lezione sulla Caduta della casa degli Usher diEdgar Allan Poe, è paragonabile a quello di una casa (o di una scuola?) in continua decadenza, di cui nessuno è realmente interessato. 
Di Federica Banfi , da storiadeifilm.it

Detachment è l’ultimo film in ordine cronologico del regista britannicoTony Kaye, già dietro alla macchina da presa con American History X che, insieme alla pellicola presentata e apprezzata al TriBeCa Film Festival 2011 prende spunto dalle realtà più controverse del panorama statunitense. Uno spaccato forte e violento di un sistema d’istruzione che cade a pezzi; una generazione perduta, quella immortalata da Kaye, senza ambizioni e fiducia nel futuro, condotta da insegnanti che hanno completamente perso la funzione di guida, disillusi e distaccati dal quotidiano.
l cast di Detachment è ricco di nomi conosciuti al grande pubblico: uno su tutti il protagonista Adrien Brody, nei panni del tormentato supplente di letteratura Henry Barthes; pronto a dare tutto per cambiare le esistenze dei propri studenti, si scontra contro una cortina d’indifferenza e violenza. Non mancano poi James Caan, Christina Hendricks e Lucy Liu, insegnanti disincantati e psicologa d’istituto sull’orlo di una crisi di nervi, e Marcia Gay Harden, una preside ormai completamente succube del suo lavoro.
Henry Barthes (Brody) viene chiamato in un liceo di periferia per sostituire l’insegnante di letteratura. Davanti a sé trova molte realtà complesse: ragazzi in conflitto con i propri genitori, completamente allo sbando. Nonostante le difficoltà, prova a instaurare con i propri alunni un rapporto di fiducia, proponendosi come guida vicina ai loro problemi; questo però lo farà scontrare duramente con il corpo insegnanti, più propensi a mantenere un rapporto freddo e distaccato con i giovani ritenuti in molti casi senza speranze, e la preside, una donna ormai in balia degli eventi e incapace di utilizzare la propria autorità per provare a rimettere in piedi una situazione disperata.
È una lunga agonia quella descritta a Kyle inDetachment, un viaggio senza meta all’interno di una delle situazioni più dure esistenti: lascuola; unico strumento in grado di dare ai più giovani un mezzo per affrontare a testa alta il proprio futuro, riesce a essere spogliata della sua funzione principale diventando una mera gabbia in cui piccoli e grandi drammi quotidiani vengono amplificati dalle grida silenziose dei suoi abitanti, privati della capacità e dell’appoggio necessario per affrontare la strada del dialogo e del rispetto reciproco.
Se in passato molti sono stati i film dedicati al difficile mondo della scuola, con l’ultima fatica del regista britannico si pone l’accento su una delle più drammatiche ed estreme fotografie di quello che è un sistema che cade a pezzi e, ancora peggio, incapace di trovare spunti utili per risalire la china. Non c’è possibilità di rendenzione: il distacco emozionale dalle condizioni scoraggianti dell’istituzione scuola è funzionale alla sopravvivenza degli insegnanti, ormai assuefatti dalla desolazione circostante; a pagarne le conseguenze sono però gli studenti, lasciati a vagare come anime solitarie spezzate, senza quelle figure indispensabili a traghettarli dall’adolescenza al mondo dell’età adulta. “Non basta qualcuno che ti insegni, ci vuole qualcuno che ti aiuti” sottolinea in maniera più che lucida lo stesso Barthes.
Adrien Brody offre una delle sue interpretazioni più toccanti nel ruolo difficile del supplente che, attraverso la scuola, prova a colmare il vuoto in sé, fatto di un passato amaro almeno quanto il suo presente; unico a mostrare compassione e a vedere un barlume di speranza negli occhi dei suoi allievi, è costretto a far fronte a una realtà molto più grande di lui. La volontà e la forza d’animo di pochi, ne è un chiaro esempio Barthes, nulla può contro la stratificata desolazione circostante, tragica e ansiogena come quella del futuro della cerchia più debole della popolazione.
Fa male quello che si vede in Detachment, capitolo crudo e doloroso che si pone in netto contrasto rispetto all’immagine comune e surreale che emerge dai ritratti americani più noti, fatti di giovani felici e sorridenti nelle high school canterine e danzerecce dove allegria e spensieratezza sono all’ordine del giorno. C’è vera disperazione in Detachment, capace di colpire in pieno volto e lasciare stesi al tappeto: un racconto del terrore che giorno dopo giorno diventa sempre più realtà.
Di Chiara Console, da diredonna.it

«Non mi sono mai sentito così profondamente distaccato da me e così presente nel mondo nello stesso momento». Inizia con questa frase di Albert Camus Detachment – Il distacco, il nuovo film del regista di American History X, Tony Kaye, che per contenuti e messaggio ricorda L’attimo fuggente, ma è sperimentale a livello di regia. Il film si serve di soluzioni visive non convenzionali e della superba prova di Adrien Brody per riflettere sul ruolo degli insegnanti – e più in generale della scuola – e sulle diverse forme di disagio sociale di cui sono vittime (ma anche artefici) le nuove generazioni. Con la consapevolezza di appartenere a un momento storico minato dalla crisi delle principali agenzie educative in cui diventa fondamentale per i giovani «avere una guida, una persona che ti aiuti a capire, ad accettare la complessità del mondo in cui viviamo».
La prospettiva è quella di uomo che una guida non l’ha mai avuta.Henry Barthes, il miglior supplente di letteratura tra gli insegnanti disoccupati, e per questo in costante pellegrinaggio da una scuola superiore all’altra, è un uomo solitario, barricato in se stesso. Un presente profondamente segnato da un trauma infantile – rivissuto attraverso una serie di flashback – che lo ha trasformato in «un guscio vuoto», come lui stesso si definisce, e lo porta a mantenere una distanza di sicurezza da chiunque. Anche dai suoi studenti, con i quali non c’è mai nemmeno il tempo di instaurare dei legami. Questo fino a quando non viene mandato in una scuola di periferia frequentata da ragazzi «praticamente irrecuperabili». È durante la permanenza in quell’istituto che Henry incontra Erica, giovane prostituta a cui offre aiuto e protezione e l’unica capace di penetrare la barriera difensiva dietro cui lui si nasconde.
Ne esce un quadro piuttosto desolante e a tratti un po’ forzato, ma nel complesso sincero. La fotografia di una realtà dove mancano i punti di riferimento. Dove i giovani, avendo perso il senso del limite e del rispetto per se stessi e per gli altri, si permettono di minacciare gli insegnanti, insultare i compagni e vendere il proprio corpo: «Noi ci siamo nati nella feccia e non abbiamo niente a parte la consapevolezza di quanto tutto sia incasinato». Dove «bisognerebbe avere dei requisiti e seguire un manuale per fare i genitori», perché questi o si ergono a difensori dei propri figli o, al contrario, infieriscono sulle loro debolezze; mai cercano di comprendere. Dove «l’unico modo per sopravvivere all’olocausto del marketing è poter preservare la nostra mente». Dove alcuni insegnanti credono di poter fare la differenza, salvo poi accorgersi di aver fallito. E dove l’unica certezza rimane la grande e fondamentale responsabilità degli educatori di guidare i giovani e fare in modo che non crollino.
È la macchina da presa a estorcere questi pensieri, piazzandosi davanti a Henry e ad altri insegnanti e catturando ogni loro confessione. Ma anche zoomando velocemente sui volti e i corpi dei protagonisti, a volte fin troppo, tanto da non riuscire a metterli a fuoco. E laddove l’obiettivo non arriva sono animazioni grafiche bidimensionali – disegni tracciati con il gesso sulla lavagna – a dare forma ai sentimenti e tradurre le parole in immagini.
Sebbene i toni tendano ad alzarsi, lo sguardo a generalizzare e farsi troppo pessimista e la tensione ad aumentare in modo funzionale all’evoluzione del film, quel che conta è che non siamo davanti a un guscio vuoto. Tutt’altro, un guscio pieno di verità che scuotono.
Mi piace
La superba prova di Adrien Brody. La riflessione sull’importanza e le difficoltà di un mestiere come quello degli insegnanti. La fotografia dell’universo giovanile, desolante ma non così distante dalla realtà.
Non mi piace
Gli eccessi di pessimismo.
Consigliato a chi
Agli insegnanti, soprattutto coloro che hanno a che fare con gli adolescenti. E ai genitori che vivono delle difficoltà comunicative con i propri figli.
Di Silvia Urban, da bestmovie.it

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