17 RAGAZZE


Il numero diciassette, per antonomasia legato alla superstizione, mai è stato così tanto inneggiato in un film, come nel caso del bellissimo 17 ragazze, esordio nel lungo di due registe francesi, le sorelle Delphine e Muriel Coulin, presentato in concorso al 29° Torino Film Festival, ha vinto il Premio Speciale della Giuria, così come al Festival di Cannes ha vinto la Settimana della Critica.
 Dicassette è l’età delle ragazze, protagoniste del film, ma anche il numero delle stesse, tutte in attesa, in stato di gravidanza. Camille e le sue amiche, infatti, vivono in una piccola città francese sull’Atlantico, proprio quell’età di mezzo in cui non si è né grandi né piccoli, un’età in cui i sogni son tutti presenti, anche in sovrabbondanza, sebbene non si sia ancora pronti per realizzarli.
 la storia è tratta da un episodio realmente accaduto: si tratta di un gesto di ribellione, ma anche di amore, che inizialmente poteva sembrare una semplice provocazione, tutta al femminile.
Il film offre tanti punti di riflessione, non ultima l’importanza della solidarietà e della condivisione. Tant’è che le diciassettenni contano l’una sull’altra, il loro rapporto d’amicizia è così forte da permettergli di superare qualsiasi altra avversità della vita: una corsa affannosa per l’acquisizione di un diploma, un lavoro, l’eventuale possibilità di un matrimonio e i figli.
In rapporto a ciò, diventa interessantissimo seguire il percorso che le diciassette ragazze intraprendono per essere libere ed esse stesse riflettere sul giusto valore della libertà, tra l’altro proprio in quel particolare spaccato di vita, ch’è rappresentato dall’adolescenza.
Le sorelle Coulin affidandosi ad una narrazione molto semplice e ad uno stile asciutto riescono a raccontare in modo straordinario una vera e propria protesta sociale, le cui mosse sono quelle della possibilità di condividerne poi i frutti, eventuali di tale ‘sommossa dal basso’: i bambini, che le mamme vorrebbero crescere stando tutte insieme, aiutandosi a vicenda. Utopia, sogno o vera ragione di vita, in un tempo che non lascia affatto spazio a qualsiasi minimo cambiamento, pensando al bene comune, al volersi bene e ad aiutarsi vicendevolmente? L’unica risposta la offre una delle protagoniste del film: “Nessuno può fermare una ragazza che sogna”.
Le vere ‘piccole grandi donne’, allora, sono dapprima le registe stesse, entrambe al di fuori degli stereotipi della monotonia e del conformismo delle storie che si raccontano, anche al cinema. Senza alcun giudizio, ma non per questo privandosi di un’empatia naturale, le due bravissime registe, coadiuvate da un cast di attrici validissime, ognuna con delle espressioni che le rappresentano, ciascuna a proprio modo, attraverso un peculiare carattere o temperamento, e da una fotografia molto bella, dosano con sapienza i giusti ‘ingredienti’, ora ironici e apparentemente leggeri, per destare nello spettatore un turbamento, che spiazza e nello stesso tempo cattura. L’unica verità ravvisabile è tutta scritta nei volti delle ragazze/madri, mai tentate dalla forza consolatoria di un mondo adulto, infantile in tutto, tranne che per la propria e reale età.
Di giancarlo visitilli, da cinerepublic.film.tv.it

Quando il cinema (si) genera (dal) cinema, tanto quanto (dalla) realtà 
Poco dopo l’uscita nelle sale americane di Juno, 17 giovani liceali del Massachussets sono rimaste incinte quasi contemporaneamente per una sorta di patto stretto fra di loro. 
Muriel e Delphine Coulin hanno letto di questa storia che ha dell’incredibile e l’hanno trasformata in un film. La vicenda è stata trasportata dall’altra parte dell’Oceano, in Bretagna, ma il succo è lo stesso. 
17 ragazze è uno di quei film che si fonda da una storia che produce una forte dissonanza emotiva, e che è capace di generare onde potenti e interrogativi di non facile soluzione. 
Senza dare facile risposte o giudizi moralisti, le sorelle Coulin raccontano con un linguaggio lineare e privo di particolari filtri quello che hanno identificato come un gesto di ribellione figlio del puro e invidiabile idealismo e dell’ingenua e vitale incoscienza che solo in adolescenza si possono coniugare a tali livelli, e, proprio per questo, d’inusitata potenza. 
Potenza umana e politica. 
È chiaro nelle parole della madre di tutte le ragazze madri, la carismatica Camille, leader del gruppo e prima a rimanere incinta (e non per scelta), che la proliferazione delle gravidanze avviene infatti nel segno della rivendicazione di un corpo che è vita, della creazione di una sorta di comune post-hippy che neghi il percorso prestabilito compiuto dai loro genitori: e quindi nome di una mossa eversiva sul piano sociale e personale che segni una cesura forte rispetto all’impasse del presente. 
Se è evidente che le Coulin provino istintiva e strutturata simpatia per il gesto ideale, 17 ragazze non si frena nel mettere in luce tutti i limiti delle scelte e del percorso di Camille e delle sue amiche. 
Non però per ridicolizzare o stigmatizzare, ma per far risuonare ancor più forte l’incapacità e l’inettidutine del mondo degli adulti di rispondere alle domande che i loro figli (il loro futuro) gli pongono. La stessa incapacità che emerge nelle scene in cui i professori delle ragazze, riuniti in consiglio, dimostrano nel comprendere le ragioni e le ripercussioni di quella che tutto è tranne che “una moda”. 
La splendida e liberatoria incoscienza con la quale le protagoniste di 17 ragazze affrontano la maternità, che è stata giustamente sottolineata nella sua importanza, contrapposta al paradigma sociale del “pensaci bene” e del realismo pragmatico, è quindi ben più del sogno inarrestabile di una, di tante giovani donne. È un inno al riprendere (assai coscientemente) le redini della propria vita e di condurla con coraggio e determinazione fuori dal caos pietrificato e oramai privo di sensi che ci circonda.
Di federico gironi, da comingsoon.it

Ispirato a una storia realmente accaduta, 17 ragazze è il ritratto – tutto francese – di un movimento femminista adolescenziale che rivendica il proprio diritto di esistere, e di scegliere. Le sorelle Delphine e Muriel Coulin (dopo essersi cimentate in diverse cortometraggi, cinque per l’esattezza) approdano alla loro opera prima, una fiaba sociale ambientata a Lorient, una piccola cittadina francese affacciata sull’Atlantico. Una location che già di per sé è metafora dello scontro di ideali, che è alla base del film, tra l’illusione della libertà (l’orizzonte sconfinato dell’oceano e dello sguardo adolescenziale) e la pressante sensazione di confinamento (le scarse prospettive di una cittadina di provincia e le limitazioni effettive che la non maturità comporta). La condizione di ragazza-madre (sempre molto analizzata nel cinema d’indagine sociale) amplia dunque qui il suo orizzonte diventando vincolo comunitario di una lotta giovane per la libertà e l’indipendenza, coniugate al desiderio di un mondo migliore. E infatti proprio come le coccinelle cui vengono paragonate, le 17 ragazze (più o meno avvezze al grande schermo, ma tutte bravissime) delle sorelle Coulin sceglieranno (istintivamente e sprovvedutamente) di cavalcare il soffio di libertà e amicizia che le scorterà verso il mare aperto, offrendo (loro) per un attimo il sogno – reale – di una vita diversa, poi subito negata dalla realtà di una precoce e necessaria maturazione.
Nel liceo di Lorient, una cittadina portuale dellaBretagna, la giovaneCamille resta incinta per caso, o meglio per colpa di un preservativo inaffidabile. Ma invece della disperazione che di solito bracca le giovani vite messe di fronte all’imprevisto di diventare precocemente madri, la forte Camille coglierà nell’inaspettata gravidanza l’occasione per rivendicare la sua libertà di donna e ragazza decidendo non solo di tenere il bambino, ma convincendo anche il suo gruppo di amiche intime a fare lo stesso. Così facendo, l’unione di 17 ragazzine future madri (tutte belle e invincibili come il sogno adolescenziale) porterà scompiglio nell’intera comunità di Lorient, aprendo uno spinoso dilemma sulla responsabilità di un gesto che pur nella sua follia sembra esser latore di una spregiudicata protesta sociale, segnata dalla determinazione delle ragazze nel seguire, entusiaste, la scelta di Camille. Tanto più che poi, l’imposizione del moltiplicarsi di tante giovani vite, finirà per oscurare ciò che di solito accade nelle storie di gravidanze precoci, ovvero quel processo di ‘privatizzazione’ in cui famiglie e futuri padri vengono solitamente chiamati a dare il loro contributo (positivo o negativo). Qui la gravidanza assume invece una dimensione globale e sociale, una gestazione attraverso la quale dare voce alla volontà di svincolarsi ed emanciparsi dalla vita grigia di una cittadina senza aspettative, in cui l’avvicendarsi delle generazioni sembra seguire sempre lo stesso, invariabile schema che segue cronologicamente le tappe di scuola, diploma, lavoro e matrimonio. Profondamente ispirate da questa immagine di cambiamento gridato e sopra le righe, le sorelle Coulin conferiscono a 17 ragazze un tono sognante e al contempo serio che svincolandosi però dal reale e dai canoni della realtà, può permettersi di avere voce propria, concentrandosi solo sulla magia della maternità come atto di fede e sogno adolescente di una vita piena d’amore in cui “non saremo mai più sole”.
“Non si può fermare una ragazza che sogna”. Fedele fino in fondo a questa idea, il film delleCoulin si muove libero tra fantasie adolescenziali e la forza di una giovinezza convinta di poter cambiare le regole del gioco, così come i suoi risultati. E anche se la presa di coscienza di una responsabilità che non è più un gioco (semmai un giocare con il fuoco ben sottolineato nella scena sulla spiaggia) è dietro l’angolo, rimane l’ebbrezza di quel volare senza rete, noncuranti di rischiare il peggio, che appartiene all’adolescenza di ogni vita così come alle coccinelle del film.
Le sorelle Delphine e Muriel Coulin, con uno stile e una regia tipicamente francesi (un delicato incedere visivo che non è mai sopraffatto dal ‘rumore’ del parlare) condensano in 90 minuti tutta la freschezza, la sconsideratezza e la voglia di cambiamento tipiche dell’adolescenza in un film che sfrutta la maternità per rivendicare il ruolo della donna e il libero arbitrio dell’essere umano. Il risultato è un’opera che se vista nella sua contingenza narrativa ha non poche debolezze ma che, ciò nonostante, prende straordinariamente corpo laddove lo spettatore riesce a seguirla nella sua capacità di rinnegare il confinamento della realtà per inseguire, invece, solo i valori assolutistici e liberitari (tipici della giovinezza) che da essa scaturiscono.
Di Elena Pedoto, da everyeye.it

In un piccolo centro della Bretagna, la liceale Camille Fourier, rimasta incinta, diventa in breve per le amiche di scuola un esempio e un modello. Intenzionate a fare a meno di chiunque, sia dei partner che dei genitori, diciassette ragazze dello stesso liceo decidono di avere un figlio e di crescerlo aiutandosi fra loro, possibilmente in modo assai differente da come sono state cresciute a loro volta. La gravidanza delle diciassette minorenni procede dunque contemporaneamente, lasciando interdetti la comunità e le autorità scolastiche, che non trovano ragioni né spiegazioni. 
Le sorelle Delphine and Muriel Coulin portano in scena un fatto vero, accaduto nel 2008 nel Massachusetts, trasportandolo da questa parte dell’Atlantico, in un luogo dove il vento è ribelle e le spiagge sono sterminate, mentre le prospettive sociali lo sono molto meno. Cinematograficamente parlando, è un luogo dall’ “eau froide”, dove bellezza e freschezza rimano con un sano idealismo e con un’idea rock e comunitaria della vita, ma anche dove le precedenti incursioni nel documentario delle autrici si fanno riconoscere piacevolmente. 
Qual è, dunque, l’elemento che sconvolge di più di questa vicenda, che ci spinge a strabuzzare gli occhi già sulla carta e che il film ha il merito di esplorare senza quasi divagare da quel centro? Semplice. Che in un’epoca in cui per una donna trovare “in coscienza” le condizioni ideali per avere un figlio è un’impresa sempre più titanica, che sposta l’età media della maternità sempre più avanti, non una ma diciassette ragazzine minorenni abbiano avuto sufficiente “incoscienza” per farlo. 
Su questo miracolo (quale quello di una migrazione sconsiderata delle coccinelle verso la spiaggia, dove quasi sicuramente sono destinate a incontrare la morte) il film lavora e insiste, mostrando le protagoniste sempre con la sigaretta accesa o la bottiglia di alcolico alla bocca, mostrandole in perenne corsa, salto, sbattimento di quei loro corpi sui quali rivendicano possesso e consapevolezza. Eppure, pur esibendo appunto per tutto il tempo la mancanza di una reale consapevolezza, fino al punto di rendere la visione ansiogena e quasi disturbante, alla fine 17 filles ci conduce incredibilmente ad ammirare queste ragazze anziché commiserarle. Come eroine che hanno compiuto l’impresa. Poi il finale si premurerà di gettare una luce sul brusco risveglio dal sogno collettivo e sottolineerà volentieri la natura unica ed eccezionale della vicenda, ma la bellezza del film è proprio quella di contenere una storia più forte di ogni giudizio e una vitalità (tante vite in crescita) letteralmente incontenibile. « On peut rien contre une fille qui rêve », dice il film alla fine. E ha ragione.
Di Marianna Cappi , da mymovies.it

Presentato in Italia al Torino Film Festival di quest’anno, manifestazione nella quale ha ottenuto il Premio Speciale della Giuria, 17 ragazze, film opera prima della coppia Delphine Coulin e Muriel Coulin (quest’ultima assistente di Krzysztof Kieslowski durate il suo ultimo periodo francese) arriva finalmente nelle sale italiane venerdì 23 marzo. La pellicola però aveva già fatto parlare di sé per la decisione della commissione censura di vietarne la visione ai minori di 14 anni: motivo ufficiale, la presenza di uno spinello fumato da delle minorenne; quella reale è il tema della pellicola, ovvero la gravidanza ricercata e ottenuta da un gruppo di liceali francesi, ancora minorenni.
Ecco infatti la sinossi ufficiale del film, basato su un storia realmente accaduta:
In una piccola città francese sull’Atlantico, diciassette ragazze dello stesso liceo prendono una decisione eclatante: rimanere incinte tutte insieme, nell’arco di poche settimane. Quello che sembra un gioco provocatorio si rivelerà un gesto d’amore e di ribellione, una scelta di libertà capace di andare oltre ogni pregiudizio. 
Questione sicuramente spinosa quella trattata dal duo di registe, tanto più che il gruppo di ragazze protagoniste della vicenda non fornisce una spiegazione soddisfacente per l’immane decisione presa con assoluta tranquillità. Certo, le parole spese contro una generazione di adulti paurosamente rincantucciati in un mondo fatto di certezze asfissianti, odiati posti fissi, una cappa di noia impenetrabile, efficacemente descritto come “vitadimerda.com”, sono piuttosto forti.
Ma il sospetto che questa presa di posizione nasconda ben altro sorge fin da subito: da una parte c’è il mistero dell’adolescenza con il suo esubero di energie ormonali, l’inizio dell’esplorazione del proprio corpo e la volontà di staccarsi dai genitori; dall’altra una irrequietudine esistenziale che non può essere ascritta solo alla giovane età delle protagoniste, una sorta di vergini suicide allargate e di segno opposto.
La ricerca di un figlio “da amare e che mi ami senza alcun limite”, le velleitarie promesse di aiuto reciproco delle ragazze, il riserbo sulla propria condizione, l’incoscienza manifesta, sono tutte componenti di un mistero che non è facile scogliere, nemmeno dopo un finale che, forse normalizzante forse solo rispondente alla realtà dei fatti, riporta l’utopia sui binari della quotidianità.
Il piccolo e grazioso film riesce a catturare lo spettatore attraverso una regia piuttosto sapiente che alterna stilemi da documentario e messa in scena rigorosa e sensibile al tempo stesso.
Introduzione in medias res, nessuna spiegazione, lento svelamento dei personaggi grazie a pochi accenni (mai troppo caratterizzati, ad essere sinceri, ma non era quello l’obbiettivo) e una recitazione del cast collettivo molto fresca e immediata: elementi che il sottoscritto ha già riconosciuto altrove (La classe, Polisse, ad esempio) e che hanno fatto nascere il sospetto che stia nascendo, o sia nata, una certa visione cinematografica francese di cui 17 ragazze rappresenterebbe l’ultimo prodotto.
Di Alessio Cappuccio , da spettacoli.blogosfere.it

In una piccola città francese sull’Atlantico, diciassette ragazze dello stesso liceo prendono una decisione eclatante: rimanere incinte tutte insieme, nell’arco di poche settimane. Quello che sembra un gioco provocatorio si rivelerà un gesto d’amore e di ribellione, una scelta di libertà capace di andare oltre ogni pregiudizio.
Ispirato a una storia realmente accaduta e prodotto da Denis Freyd, storico produttore dei fratelli Dardenne, 17 ragazze è una commedia irriverente sul mondo dell’adolescenza che ha incantato il Festival di Cannes, anche grazie a un cast di giovanissime attrici in cui spiccano Louise Grinberg (La classe), Roxane Duran (Il nastro bianco) e Esther Garrel (L’Apollonide – Souvenirs de la Maison Close). Il film inaugurerà il concorso del 29° Torino Film Festival.
“La storia vera che è all’origine del film è insieme intrigante e rivelatrice della società in cui viviamo- affermano Delphine e Muriel Coulin – Appena ne siamo venute a conoscenza, abbiamo pensato che sarebbe potuta accadere nella nostra città, Lorient, ed è qui che il film è ambientato. Si tratta di un centro operaio quasi completamente distrutto durante la Seconda Guerra Mondiale, e che negli anni Cinquanta, con la ricostruzione, la gente credeva sarebbe diventata la città del futuro. Sessant’anni dopo, il porto e l’arsenale sono in crisi e tutte le speranze sono svanite”. La produzione ha fatto un provino a circa seicento ragazze per sceglierne 17. Eccezion fatta per Louise Grinberg, Roxane Duran e Esther Garrel, che avevano già avuto ruoli importanti in diversi film, la maggior parte delle ragazze selezionate non aveva mai messo piede su un set. Le varie sequenze sono state inoltre girate seguendo l’ordine cronologico delle scene per rendere davvero l’idea delle ragazze che diventano grandi. A proposito del film Le Figarò ha scritto: “La forza del film è nella capacità di non cadere mai nell’analisi e nel giudizio del comportamento delle protagoniste, preferendo semplicemente mostrarcele nella loro intimità, nel profondo dei loro sogni. Per loro, avere un bambino vuol dire trovare un senso all’esistenza, essere finalmente amate senza condizioni. Un ritratto dell’adolescenza insolito, sensibile e appassionante, sorretto da un gruppo di attrici formidabili”.
Da primissima.it

In Italia, ammetterete, non ci si annoia mai. Una “commissione censura” ministeriale (complimenti, bel nome) ha deciso proprio l’8 marzo di vietare questo film ai minori di 14 anni, ma addirittura si era discusso di un divieto ai 18. Mentre scriviamo non sono noti i verbali della commissione, all’origine della decisione ci sarebbe però una sequenza, quella delle ragazze che fumano hashish sulla spiaggia, e il presunto rischio di emulazione da parte di un pubblico psicologicamente debole. 17 ragazze racconta, infatti, di un gruppo di 16enni bretoni che decidono di restare incinte tutte assieme. Si ispira a un fatto realmente accaduto che le sorelle cineaste Delphine e Muriel Coulin hanno elaborato alla luce fredda della provincia nordica, con una squadra di giovani attrici davvero eccezionali, tra le quali Louise Grinberg (Camille), scoperta da Laurent Cantet (ispiratore del film anche per certe leggerezze di stile) ai tempi diLa classe. Entre les murs, e la più piccola di casa Garrel, Esther (Flavie). Un film di donne, fatto da donne, dove i maschi sono per buona parte della storia “funzioni biologiche”. Al centro, invece, adolescenti diversamente inquiete che decidono di fare gruppo e affrontano le urgenze della maturità con un atto di consapevolezza “corporea” estremamente politico. Provocazione? Leggerezza? Rivoluzione? Incoscienza? Ogni termine offre una diversa chiave di lettura ai risvolti del film, che forse proprio qui dimostra una sua fragilità di scrittura perché evita la radicalità e sceglie una facile scappatoia narrativa (l’incidente di Camille) per tirare le fila della vicenda, vanificare il sogno collettivo della “comune” e riportare tutto alle inevitabili esigenze della realtà. Chi conosce il cinema di Claire Simon sa che altre strade per raccontare simili storie sono possibili, e abbiamo il sospetto che le prime a conoscerlo siano proprio le due registe, le quali, con la falsa gravidanza di Florence, citano forse Sinon, oui (1997), uno dei suoi migliori titoli. Comunque, dopo la decisione della “commissione censura” 17 ragazze va difeso senza se e senza ma. Fortemente consigliato a chi organizza cineforum e rassegne perché nel caso di un film del genere «sì, il dibattito sì».
Di Mauro Gervasini, da film.tv.it

In una piccola città francese sull’Oceano Atlantico, diciassette ragazze dello stesso liceo prendono una grande decisione: rimanere incinte insieme, nell’arco di poche settimane. Quello che sembra un gioco provocatorio si rivelerà un atto di forza e coraggio contro i pregiudizi del mondo degli adulti.
Nonostante la trama del film “17 ragazze”, diretto da Delphine e Muriel Coulin, sembri partorita dalla mente di uno sceneggiatore un po’ eclatante, essa si basa su una storia realmente accaduta nel 2008, una storia che ha fatto il giro del mondo per la sua straordinarietà. La scelta di diciassette ragazze che decidono di rimanere incinte contemporaneamente è un fatto che non può passare inosservato, soprattutto in quanto il cinema molto spesso si nutre della realtà più stravagante.
Qual è il perché di questa decisione e di questa pellicola? La scelta potrebbe sembrare apparentemente qualcosa di infantile, tipico di una mentalità giovanile odierna spesso vuota di ideali e priva di maturità. Ma in realtà una lettura più approfondita del film ci fa capire che l’istinto di queste ragazze è spinto da una fortissima voglia di cambiamento, dall’intento, forse incomprensibile per chi ormai si sente adulto, di andare oltre il moralismo imposto da una società spesso immobile e logorante. La bravura delle piccole attrici francesi ci mostra tutto ciò con gradevole scorrevolezza, attraverso un linguaggio semplice che si ricollega ai loro giovani sorrisi e alla loro apparente leggerezza. Il tempo scorre e le pance crescono; c’è chi avrà paura per la salute del bambino, c’è chi fingerà di aspettarne uno, c’è chi invece per stupidaggine lo perderà.
Ma chi ha davvero il diritto di giudicare le azioni o le scelte degli altri? Per quanto si possa essere contrari, e per quanto alcuni atteggiamenti descritti nella pellicola siano un inevitabile spunto per critiche personali, il coraggio di queste piccole donne è qualcosa di estremamente raro ai nostri tempi. E se questo esempio di libero arbitrio potrebbe difficilmente mettere d’accordo tutti, di sicuro la figura dell’unica ragazza che di sua spontanea volontà decide di non rimanere incinta non passerà di certo inosservata. E allora giunge spontanea un’altra domanda: chi ha davvero coraggio, nonostante le molteplici influenze odierne, di essere sempre e comunque se stesso?
Di Luisa Coolombo, da filmedvd.dvd.it

Siamo in provincia, ci affacciamo sull’oceano, andiamo al liceo e intorno alla bella della classe aleggia da qualche giorno una notizia inquietante: sarebbe incinta! Impossibile, ma lei poco dopo con quella spavalderia tutta adolescenziale e tanta sicurezza conferma la notizia. Questo è l’inizio di un film, francese, che ci ricorda cosa sia l’adolescenza e che non ci fa rimpiangere di averla superata…. indenni!
Il titolo non fa mistero di quale sia il fulcro intorno al quale tutto ruota: 17 giovani, 17 adolescenti, 17 ragazze di 17 anni che frequentano lo stesso liceo e… tutte in dolce attesa! E la cosa più incredibile è che questa non sia l’idea bizzarra di un fantasioso sceneggiatore, bensì si basi su un fatto realmente accaduto qualche anno fa. Ci siamo solo spostati da una cittadina del Massachusetts all’altro lato dell’oceano, in uno dei tanti luoghi francesi desolatamente isolati, lambiti dall’Atlantico. Entrambi posti in cui la carenza di stimoli regna sovrana.
L’adolescenza è un periodo che tutti ricordiamo e molti vorrebbero riuscire a dimenticare, non si è né carne né pesce, si vorrebbe diventare grandi in fretta, non si sa stare al mondo e si è coscienti di tutto. Se a ciò si aggiunge una famiglia assente (probabilmente perché travolta da problemi contingenti), la voglia di emergere e gridare al mondo “io esisto” diviene incontenibile. Il modo per esprimere il proprio io di questo gruppo di ragazze è decisamente controcorrente: la gravidanza, così da uscire da una casa vuota ed entrare, anzi formare, una sorta di comune in cui occuparsi le une delle altre. Non è difficile comprendere quindi la voglia non solo di attenzione ma l’enorme carenza affettiva in cui le giovani stiano crescendo.
La pellicola ha un pregio: non è un pesante dramma con annessa critica alla società e neppure una leggera commediola scollacciata e sboccata che provochi facili risate. Registe e sceneggiatori sono stati delicati ed hanno cercato di comunicare il loro messaggio con poesia, cosa che però talvolta ci fa temere sia andata a discapito dell’incisività. Le giovani sono belle, acqua e sapone, nessuna con traumi strappalacrime e i riflettori sono solo per loro. Come i loro corpi cambiano, pure loro si modificano, anche se non sempre imboccando il sentiero più auspicabile. Lungo tutto questo percorso gli uomini saranno sempre assenti, si intravedono sporadicamente ma solo come parte di uno sbiadito sfondo, perché l’attenzione è sempre rivolta alle fanciulle. E, forse, è proprio questo che ci fa percepire la mancanza di un non so che.
Opera al femminile ma non femminista, destinata non solo a coloro che indossano tacchi alti. Il racconto è vivo e frizzante e non deprime, anche se è impossibile non percepire il retrogusto amaro. Però l’ardore e l’ardire delle protagoniste c’è, la fretta di conoscere sé ed il proprio corpo, peraltro ancora acerbo, ma anche la voglia di migliorare una situazione che si palesa senza uscita già ai loro giovani occhi, il fremere per non finire senza speranza come coloro che le circondano e la spinta a trovare una via di fuga, seppur assurda, son sempre con noi in sala. E alla fine con semplicità e non per forza con totale aderenza alla realtà, le sorelle Coulin non dimenticano di chiudere il cerchio: il sogno si sgretola e le giovani nonostante tutto sono pur sempre adolescenti.
Da masedomani.com

In un piccolo villaggio sulle rive dell’oceano, diciassette ragazzine dello stesso liceo decidono insieme di rivoluzionare radicalmente le loro tranquille vite di provincia prendendo una decisione sconvolgente. Lasciando attoniti tutti coloro che vivono intorno a loro, le adolescenti scelgono di restare incinte tutte nello stesso momento andando incontro alle incomprensioni sia dei ragazzi sia degli adulti che sono loro vicino.
Presentato alla Semaine de la critique dell’ultimo Festival di Cannes, 17 Filles ha avuto il compito di aprire le danze del concorso veneziano già prima dell’applaudito Mosse vincenti di McCarthy. Si tratta dell’esordio nel lungometraggio delle sorelle Delphine e Muriel Coulin, di cui a seconda è stata collaboratrice per molto tempo di celebri registi del calibro di Kieslowski.
La trama prende spunto da un’incredibile storia vera avvenuta in America, ma che le due registe trasportano nella loro patria, nello specifico nella loro cittadina, Lorient. Ad incominciare questa lunga sequenza di ragazze rimaste incinte a pochissimo tempo di distanza l’una dall’alta è Camille, che inizia ad istigare anche le altre ragazze ad avere figli. Le motivazioni che le ragazze mettono sul tavolo sono tra le più disparate e non mettono a fuoco un obbiettivo concreto.
Proprio per la mancanza di una vera motivazione dietro ad un atto così estremo e particolare, la distanza tra le ragazze e il mondo degli adulti diventa sempre più incolmabile. Innanzitutto i genitori reagiscono in modi diversi, ma sempre e comunque con modi tendenzialmente negativi. C’è poi la scuola, composta da insegnanti che si domandano se dietro a ciò ci sia forse ad esempio un gesto politico (!).
Inserendosi nella miglior tradizione del cinema francofono degli ultimi anni, che va dal Cantet de La classe a Tomboy, passando per il Kechiche di Cous cous, le Coulin regalano un affresco coraggioso e sincero di una generazione al femminile che sogna e vuole cambiare il mondo: iniziando col cambiare il “proprio”. 17 Filles è un film sia realistico che sognante: contraddittorio? Affatto, visto che la seconda caratteristica, tipica delle ragazze sedicenni, nasce dal modo verosimile con cui le registe tratteggiano il loro modo di comportarsi, di parlare e di relazionarsi delle protagoniste.
Mi colpisce personalmente però il fatto che molti abbiano storto il naso verso il ritmo del film (ci sta, è questione di gusti) e soprattutto verso il suo finale, che secondo molti sposa la visione degli adulti e non delle ragazze.
(POSSIBILE SPOILER)
Non cogliendo invece una frase molto importante che viene citata a fine film (non si ferma una ragazza di 17 anni che sogna…) e non cogliendo che la scelta delle Coulin di chiudere il film in un determinato modo è dettato dalla qualità realistica del film, e non dalla convinzione che un’utopia come quella qui raccontata debba giustamente essere troncata. Si tratta solo dell’orrore della realtà, che arriva a gamba tesa a distruggere sogni ed illusioni. Che però restano belle, bellissime…
Da cineblog.it

Ispirato ad un fatto realmente accaduto negli Stati Uniti ma ambientato in un paesino sulla costa atlantica della Francia, 17 ragazze è la storia di un gruppo di liceali che, come estremo gesto di ribellione, decidono di restare incinte insieme per emanciparsi dalla famiglia e diventare “libere e rispettate”.
Firmato da Muriel e Delphine Coulin, 17 ragazze è stato presentato all’ultimo Festival del Cinema di Cannes, ed è uscito in Italia il 23 marzo. Ma la commissione censura italiana ha deciso di imporre il divieto ai minori di 14 anni: una scelta dettata dai temi trattati dal film delle sorelle Coulin, che potrebbero essere del tutto travisati dai più giovani.
Teodora Film, che distribuisce la pellicola nelle sale italiane, replica al divieto puntando proprio sul fattore educativo del film:
“Tutti argomenti che riguardano da vicino gli adolescenti e che in Italia proprio a loro saranno vietati, a differenza degli altri paesi dove il film è stato distribuito. Una scelta che lascia perplessi, tanto piu’ che 17 ragazze affronta i temi della gravidanza, del corpo della donna e dell’adolescenza con uno sguardo attento, critico e mai volgare, offrendo lo spunto per una riflessione vera e non banale”.
In Rete si infiamma il dibattito: giusto o no vietare agli adolescenti un film che parla di adolescenti? Quello che è certo è che, grazie a tutto questo clamore, il film delle Coulin staccherà sicuramente qualche biglietto in più…
Da cinema.liquida.it

“Ispirato a fatti realmente accaduti nel 2008”, ci dice una didascalia durante i titoli di testa. Questo strano fatto avviene in una piccola città francese sull’Atlantico, o meglio, all’interno di uno dei licei della città. Diciassette ragazze decidono di rimanere incinte più o meno nello stesso periodo, incentivate dall’entusiasmo di Camille che vede il bambino in arrivo non come una minaccia al suo futuro di donna affermata ma come una risorsa che l’accompagnerà per tutta la vita. Il gruppo di giovani donne ha intenzioni serie: cresceranno i loro bambini tutte insieme, si aiuteranno a vicenda, saranno indipendenti. Le intenzioni sono però decisamente utopistiche, dato che le ragazze sanno nulla o quasi di quello che le aspetta, sanno solo quello che non voglio e cioè essere come i loro genitori, troppo vecchi e severi o totalmente assenti.
Le due autrici di 17 ragazze, le sorelle Delphine e Muriel Coulin, scelgono di non fare un film che procede per azioni ma di mostrarci delle situazioni, spesso senza che accada nulla di significativo. Composta da inquadrature lunghe e silenziose, la pellicola in questione si potrebbe definire “riflessiva” perché lo spettatore ha il tempo materiale necessario a capire bene quello che vede ed entrarci con gli occhi e con il cuore. Il commento musicale aiuta in questa operazione rimanendo diegetico (ovvero giustificato dagli eventi del racconto), non ci sono musiche o suoni che vengono dal nulla ma sempre da uno stereo o da un’autoradio.
La regia delle due sorelle francesi è quasi documentaristica, fatta di inquadrature spesso non preparate in precedenza: sembra quasi che la macchina da presa vaghi senza sapere di preciso cosa riprendere, il quadro non ha confini netti. Come in un documentario, massima espressione audiovisiva della ricerca della “realtà”, l’occhio meccanico si accende e aspetta che accasa qualcosa di interessante che possa catturare la sua attenzione. La sensazione che si prova guardando 17 ragazze è proprio quella di non assistere alla proiezione di un film, non sembra finzione costruita artificialmente, ma una storia vera che stiamo guardando perché ci è capitata davanti agli occhi.
Le ragazze che interpretano le protagoniste sono molto brave e va ricordato che la maggior parte di loro non aveva mai messo piede su un set. Forse è stata proprio la loro scarsa conoscenza in tema di recitazione a far uscire tutta la loro freschezza e la loro spontaneità.
Il film indaga in qualche modo sulle motivazioni al gesto delle ragazze ma lascia molto spazio all’interpretazione e al giudizio dello spettatore. La bellissima sceneggiatura offre diverse motivazioni in forma di stimoli alla riflessione, che durano appena il tempo di una sequenza. Il pubblico è chiamato a comprendere fino in fondo le cause di questo singolare avvenimento e, è inevitabile, alla fine dello spettacolo avrete molto di cui parlare.
Di  Fabiola Fortuna, da filmforlife.org

Camille ha 17 anni. E sogna. Di notte, insieme con le sue amiche guarda il mare. Vorrebbe una vita al di fuori della fatiscente cittadella portuale dove vive. Colma soltanto di speranze disilluse e grigie torri di cemento. Poi succede qualcosa: è incinta. No, nessun dramma, anzi una possibilità di emancipazione, un’occasione di fuga. Lo confessa alle amiche e suggerisce loro di unirsi a lei. E allora, cinque, dieci, quindici, diciassette ragazze rimangono incinte…
Avvenne in Massachussets, a Gloucester High (appena a nord di Boston), nel giugno 2008. E quel fatto di cronaca, che parlava di 17 ragazze adolescenti rimaste incinte (quasi) contemporaneamente, ha ispirato le sorelle Delphine e Muriel Coulin, esordienti alla regia per il grande schermo. Nella transumanza verso la celluloide, il pallido presidio umano americano è diventato Lorient, paesotto della Bretagna con problemi socio-economici più o meno identici agli originali a stelle e strisce. Il desiderio di libertà interiore, l’indipendenza e la ribellione a regole e norme che governano la società trova il naturale sbocco nella soluzione delle ragazze che restano incinte tutte insieme. La gravidanza diventa una sorta di dichiarazione d’indipendenza. Del resto, cosa può pretendere l’ozio di una città senza sbocchi, senza aspirazioni né prospettive? Queste ragazze non esitano a reclamare a gran voce il loro diritto alla libertà. Vogliono cambiare il mondo, il loro sguardo è alto e orgoglioso e non sembra guardare alle barriere facendosene un gran problema. 
A questo punto, assurge per dovere istituzionale lo scontro generazionale: è un’iperbole dell’idealismo adolescenziale il gesto di Camille, capo carismatico delle ragazze col pancione. Il preside della scuola ha il capro espiatorio da sacrificare per il bene della comunità, ma poi finisce che genitori e insegnanti s’assegnino colpe e responsabilità a vicenda. Camera a mano lieve sui corpi acerbi delle ragazze, le sorelle Coulin hanno il buon gusto di non imporre alcuna morale sentenziosa al gesto delle teenager. Nello stesso tempo, non evitano di tornare coi piedi per terra, e offrire il lato brutalmente reale di un’iniziativa che non si ferma certo alla voglia di emancipazione delle ragazze, al desiderio di starsene tutte insieme durante la gravidanza e vivere, poi, in una grande comune in cui educare i loro figli senza commettere gli errori dei propri genitori. 17 ragazzesi ferma un attimo prima di tirar la volata alla moralina finale e sceglie di concentrarsi unicamente su sentimenti, paure, sogni, emozioni delle ragazze. Lasciando ai posteri l’ardua sentenza.
Di Maria Pia De Rango, da film-review.it

Ennesima dimostrazione della vitalità contagiosa di questo giovane cinema francese, l’esordio nel lungometraggio delle sorelle Coulin attraversa modelli quali Sofia Coppola e Olivier Assayas: macchina da presa che scava i volti acerbi delle adolescenti e li incastona in primi piani che hanno ancora il coraggio di essere lunghi il tempo dell’emozione. Una regia consapevole e matura che sa investire coraggiosamente su se stessa come surplus emotivo costante e mai invadente. 
Riprendiamo il discorso…il giovane cinema francese ci sta regalando una straordinaria leva di cineasti, ideali piccoli eredi di Truffaut, commoventi nella incondizionata convinzione che il cinema possa essere fatto ancora di carne e sospiri anche in epoca di pixel e clic. 17 Filles è l’esordio nel lungometraggio delle sorelle Delphine e Muriel Coulin (scrittrice l’una e documentarista l’altra) che, sulle orme di Céline Sciamma, si inoltrano nelle vite di fragili adolescenti e nel sottile confine che divide la scoperta del proprio corpo con la piena acquisizione di una identità sessuale. E l’occasione è data da un fatto realmente accaduto negli Stati Uniti appena tre anni fa: diciassette liceali rimaste incinte tutte nella stessa scuola e nello stesso periodo. Perché? Per noia, per protesta, per sana voglia di trasgredire o solo perché fare gruppo,società, è forse l’ultimo baluardo contro la nostra intima solitudine di esseri globalizzati. Camille rimane incinta per caso, in un paesino del profondo Ovest della Francia, dove si finisce fatalmente per perdere lo sguardo oltre il “muro dell’Atlantico” come dice la ragazza. È confusa e sola, confessa il segreto alle sue amiche e loro decidono di seguirla in questa decisione: vogliono tutte mettere al mondo la “vita” e vivere insieme come una nuova macrofamiglia. Una (ir)responsabile scelta che getta nel panico l’intera comunità: la storia è tutta qua.
In mezzo, però, c’è una regia che scava i volti acerbi delle giovani, li incastona in primi piani che hanno ancora il coraggio di essere lunghi il tempo dell’emozione. Una mdp perennemente nelle cose che con “rude delicatezza” sa creare un mondo: una realtà parallela confinata nelle camerette/prigioni color pastello delle ragazze. Sguardo incondizionatamente soggettivo che improvvisamente si oggettivizza regalandoci “totali” di una spettrale città contenitore, dove le crisi croniche a cui siamo ormai assuefatti si fanno corpo e non parola. Composizione e non declamazione. Ed è per questo che francamente stupisce il tentativo di divieto ai minori di 14 anni (ora fortunatamente ritirato) che pareva dovesse accompagnare l’uscita del film in Italia: in epoca di informatizzazione di massa e diimmagin(azion)i così fortemente inflazionate, si può veramente ancora temere che un film del genere possa scatenare fenomeni di emulazione? E perché mai dovrebbe? 17 Ragazze sa e vuole “pensare” l’adolescenza attraverso gli occhi di adolescenti. Non vuole educare maalimentare un pensiero che possa anche eventualmente partire da questo vuoto di responsabilità.
E allora sospensioni sonore e musica insinuante che si rifanno alla prima Sofia Coppola; incursioni ipnotiche nella natura ferina che ricordano (in maniera forse un po’ ingenua) le astrazioni di Gus Van Sant; falò finale in spiaggia di una fanciullezza romantica che cita apertamente Olivier Assayas. Certo, le sperimentazioni furiosamente liminali di Van Sant hanno tutt’altra tempra teorica e gli adolescenti di Assayas hanno saputo farsi inarrivabile corpo universale di sentimenti e poesia. Ma qui scorgiamo fertili tracce: tracce di un piccolo cinema che sa diventareadulto inquadrando lo struggente dettaglio di un occhio neonato e schiuso alla vita. Di una regia consapevole che sa investire su se stessa come surplus emotivo costante e mai invadente. Insomma, anche l’ingessato cinema d’auteur europeo può tornare a respirare sui volti spigolosi di diciassette ragazze come tante.
Di Pietro Masciullo, da sentieriselvaggi.it

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