The social network

La complessità del cinema di David Fincher è invisibile come il potere ipnotico di Facebook.
Il suo ultimo film inizia nel modo più banale possibile: una coppia di ragazzi che parla, seduta intorno al tavolino di un locale.
Nessuno potrebbe prevedere che quella discussione sempre più accesa sarà la scintilla vitale di un network capace di mettere in contatto mezzo miliardo di persone, di cambiare le loro abitudini sociali e i loro comportamenti quotidiani.
Nessuno potrebbe prevedere che dopo una scena così ordinaria possa iniziare un film con una tale abbondanza di significati: anche perché il primo paradosso di “The Social Network” è quello di avere una struttura lineare, al punto limite che si potrebbe persino dire che durante il suo svolgimento non succede quasi nulla.
Eppure, il regista riesce a condensare in due ore tutte le sfumature di un enfant prodige come Mark Zuckerberg, l’alienato di Harvard, il dissociato che voleva diventare ricco per avere relazioni sociali e non è riuscito ad averne nemmeno dopo essere diventato il più giovane miliardario del mondo.
Anzi, dopo che la sua invenzione è diventata uno strumento di comunicazione irrinunciabile per tutti gli altri, i pochi amici che aveva hanno deciso di fargli causa per avere una fetta del suo patrimonio.
Fincher dilata il carattere del suo protagonista fino a farne un eroe tragico, senza per questo prendere una prospettiva definitiva dal quale guardarlo: non ne fa né un’apologia né una denuncia, lascia pensare che nessun altro avrebbe potuto creare Facebook, ma anche che le pretese dei suoi avversari legali siano legittime.
Si limita a mostrare come sia un genio, ma anche come sia incapace di essere accattivante: il secondo paradosso di “The Social Network” è proprio quello del suo protagonista, che si difende dalla propria timidezza e dal proprio isolamento con un senso di superiorità debordante, con un egocentrismo che si rifiuta di concedere attenzioni a tutti quelli che gli sono intorno.
Così, la banalità della prima sequenza viene completamente rovesciata: all’inizio, Zuckerberg domina la conversazione come se non gli interessasse minimamente il parere della sua fidanzata, né tanto meno le sue idee; quando lei lo lascia, il rapporto è rovesciato al punto che è lui a pregarla disperatamente di starlo a sentire, di accettare le sue scuse.
Oppure, quando il suo room-mate gli confessa di essere stato accettato in un’influente confraternita, il protagonista cerca di nascondere un profondo senso di delusione per essere stato escluso ancora una volta: pochi momenti dopo – è nell’aula in cui cerca di difendersi dalle accuse di plagio – afferma con arroganza di essere pronto a comprare tutto l’edificio di quella cerchia universitaria e di ridurlo alla sua sala da ping-pong.
David Fincher conserva questa densità in ogni inquadratura del suo film, che come sempre mantiene due anime che si compensano: la cupa vicenda giudiziaria e quella del dramma esistenziale di un ragazzo che non riesce ad uscire fuori dal suo guscio.
O che forse non vuole, perché gli altri non gli sembrano alla sua altezza.
Come se ogni cosa che ti passa per la testa fosse così brillante che sarebbe un crimine non farne partecipi gli altri…
Allo stesso tempo, quando irrompe nella scena il fascinoso Sean Parker (il creatore di Napster), il protagonista non può che innamorarsi del suo savoir faire, del suo totale controllo della situazione, della sua assoluta fiducia nel suo lavoro e della comune idea che il mondo ormai sia destinato a ruotare intorno alla sua invenzione.
Il film ha la forza di un film politico degli anni settanta e ha la struggente emozione di un romanzo di formazione: tutti e due si perdono fino ad un punto morto, all’inazione di un imberbe tycoon che non può fare altro che ripetere compulsivamente l’azione di aggiornare il proprio profilo su Facebook.
Il cinema di Fincher ha spesso questa affascinante capacità di perdersi nel vuoto, di far sfumare le conclusioni fino a renderle del tutto superflue.
In più, ha sempre degli elementi di critica sociale: nonostante tutti i suoi sforzi, la casta americana resta intoccabile ed inaccessibile, ed esce vittoriosa anche quando viene apparentemente sconfitta, anche quando viene derisa da un ragazzo che si presenta nei centri del potere in pantofole e vestaglia.
Questo è il terzo paradosso di “The Social Network”: quello che confina Zuckerberg ai margini di una società nella quale non è mai riuscito ad infiltrarsi, nonostante la diffusione incontrollabile della sua creatura e le potenzialità illimitate che può ancora offrire.
Jesse Eisenberg è semplicemente superlativo: tutte le contraddizioni del suo personaggio passano attraverso un singolo sguardo, un’espressione ripetuta all’infinito…
Emanuele Di Porto, da “indieforbunnies.com”

Evento speciale all’ultimo Festival di Roma, The Social Network è la nuova pellicola di David Fincher, regista di film divenuti cult come Seven e Fight Club, nonché del pluricandidato all’Oscar, ma meno convincente, Il curioso caso di Benjamin Button. Atteso con viva curiosità anche in Italia, dopo aver riscosso ottimi consensi di critica negli States – c’è chi lo ha definito il film dell’anno -, The Social Network è la cronistoria della creazione di Facebook, il fenomeno sociale più rilevante degli ultimi anni, attraverso lo scontro tra brillanti studenti di prestigiose università americane che se ne contendono la primogenitura.
Protagonisti della vicenda sono Mark Zuckerberg (Jesse Eisemberg), geniale studente di Harvard che ha ideato un sito web che ridefinisce in modo semplice ed essenziale il tessuto sociale; Eduardo Saverin (Andrew Garfield), primo finanziatore dell’operazione ed ex socio ed amico di Mark prima della contesa giudiziaria sulla paternità di Facebook; i gemelli Winklevoss, facoltosi colleghi di Harvard i quali sostengono che Zuckerberg avesse rubato loro l’idea; e Sean Parker (Justin Timberlake), giovane fondatore di Napster che ha presentato Feacebook ai capitalisti della Silicon Valley, diventando anch’egli socio dell’impresa con una quota del sette per cento. Ognuno di loro ha una sua versione dei fatti, attraverso la quale scoprirete la genesi di Facebook, il perché della sua rapida ascesa e della sua strabiliante fortuna.
Mezzo miliardo e rotti di iscritti raccolti ad ogni latitudine del pianeta, 25 miliardi di dollari di quotazione sui mercati internazionali, Facebook è decisamente uno dei fenomeni più eclatanti del nuovo millennio, pur con tutte le sue ambiguità (che sono molte, ma è inutile elencarle in questa sede). Questo per far capire la portata dell’argomento e l’interesse che è ruotato intorno a un film il quale, c’è da precisarlo, rifugge ogni forma d’azione per privilegiare invece dialoghi sostenuti, spesso frenetici e di difficile decodificazione, che sono il vero leit motiv dell’intera pellicola. Si parla di tecnicismi e di questioni giudiziarie, perlopiù, non proprio il massimo per il consumatore medio di cinema. Questa breve premessa potrebbe in effetti spaventare più di qualche spettatore interessato, ma l’incandescente materia è trattata da Fincher con uno spiccato senso del cinema e attraverso una sceneggiatura essenziale e tagliente capace di sostenere i suoi dialoghi veloci e complessi. L’impianto è solido e molto hollywoodiano, la vicenda, nonostante il tema, risulta essere tesa e avvincente, anche per chi non è particolarmente avvezzo ai social network e alle questioni legate al web. La regia di Fincher è attentissima a mantenere costante la tensione, quasi come in un thriller, privilegiando l’indagine della natura intima dei personaggi sulla ribalta. Il film è girato tutto in interni, se si eccettuano un paio di sequenze, e si sposta dalle aule di Harvard agli appartamenti di Palo Alto. Gli attori sono sufficientemente in parte, anche se a conti fatti sembrano solo ingranaggi di una vicenda che ha un protagonista inusuale e non recitante (Facebook, per l’appunto). Nel cast si distingue comunque il sempre apprezzabile Andrew Garfield, che ricorderete tra gli interpreti del Parnassus di Terry Gilliam, nonché straordinario protagonista del toccante Boy A, tratto dall’omonimo romanzo di Jonathan Trigell.
Lo sceneggiatore Aaron Sorokin (La guerra di Charlie Wilson), evidente coautore della pellicola, decise immediatamente di partecipare al progetto The Social Network, subito dopo aver ricevuto la prima bozza del libro di Ben Mezrich, The Accidental Billionaires, da cui trae ispirazione il film di Fincher. Sorokin era affascinato dal tema di fondo delle amicizie nate per selezione, delle rivalità e delle manovre sociali di giovani che cercano la grande idea che gli dia fortuna e gloria, che gli sconvolga in positivo la vita: ”I temi del film sono stati esplorati ampiamente dagli autori del passato – afferma Sorokin -, si parla di lealtà, amicizia, potere, denaro, invidia, stato sociale e gelosia. È una storia che se Eschilo fosse stato vivo oggi, l’avrebbe scritta lui. O Shakespeare, o forse Paddy Chayefsky. Per mia fortuna nessuno di questi personaggi era disponibile, così avrei dovuto scriverla io”. In effetti The Social Network non è altro che una delle tante variabili sul tema dell’american dream e sulle sue fortunate ma anche perverse declinazioni. Anche in questo caso, è evidente, legami d’amicizia profondi si interrompono bruscamente per il successo e per il denaro. Certo sono miliardi di dollari, qualcuno potrà obiettare, non proprio bruscolini.
da “lankelot.eu”

Nell’autunno del 2003 lo studente di Harvard Mark Zuckerberg inizia a lavorare alla sua nuova idea. Sei anni dopo, i 500 milioni di iscritti a Facebook hanno fatto di Zuckerberg il più giovane miliardario di sempre, ma il successo gli porta problemi personali e legali….
Quando David Fincher mette le mani su qualcosa, le aspettative non possono essere che alte. Se poi l’argomento è quello di Facebook, il social network che sta lentamente riplasmando le relazioni sociali del XXI secolo, e del suo controverso fondatore, Mark Zuckerberg, ben si comprende l’attesa spasmodica per quello che Peter Travers, dell’edizione statunitense di Rolling Stone, ha definito «il film dell’anno». Gli echi che giungono da oltreoceano accreditano infatti The Social Network come uno dei migliori lavori della stagione cinematografica. Nei primissimi giorni di distribuzione internazionale, la pellicola ha fatto incassare oltre 100 milioni di dollari alla Sony/Columbia, che si è assicurata il progetto. Il film ha inoltre l’indiscutibile pregio di proporsi come “instant movie”, un film che si propone di squarciare il velo che ci separa da un pezzetto della storia dei nostri giorni, raccontandoci, in forma piacevolmente narrativa, il dietro le quinte di un aspetto, sia pur (a volte) marginale, della vita di 500 milioni di persone nel mondo.
Fincher dipinge uno Zuckerberg particolarissimo, adattandogli un abito che induce lo spettatore ad allontanarsene a causa di una stazzonata e indolente antipatia, e allo stesso tempo a simpatizzare con un particolarissimo stronzo che si incanta immaginando stringhe di codici mentre viene apostrofato dal migliore amico, o risponde «sono sotto giuramento, le devo rispondere: no» quando l’avvocato dell’accusa gli domanda se godeva della sua attenzione. E ne racconta le vicende a partire dagli aspetti controversi: la sua fama di nerd frustrato, costretto davanti allo schermo di un PC come pegno da pagare a una comunità, quella della Harvard degli anni ’90, che quando va bene lo snobba e quando va male lo bastona; il suo rapporto conflittuale con amici e collaboratori, che non ama e dai quali non viene amato. Insomma, la storia di uno che «non sei stronzo, ma fai di tutto per esserlo».
C’è mr. Facebook, nel film, così come anche mr. Napster, ovvero Sean Parker, l’inventore del padre dei file-sharing musicali e socio di Zuckerberg, enfant prodige tutto genio e sregolatezza, che passa da un’idea geniale ad un party con pupe&coca nel giro di qualche istante. Due celebrità post-moderne, che Fincher utilizza, a suo modo, come due declinazioni di una società globale e interconnessa a livelli estremamente capilllari che fatica a comunicare, a instaurare un reticolo sano e pacifico di relazioni. Parker è l’esteta, il cultore dell’eccesso, quello che, rubando una battuta a Virginia Woolf, organizza feste per coprire il silenzio. Zuckerberg sfoga davanti allo schermo le proprie difficoltà relazionali. Nel primo dialogo, che si concluderà con la rottura tra lui e la sua ragazza, il fondatore di Facebook si rivolge a lei come se parlasse con uno sconosciuto in una qualsiasi chat. Niente filtri, nessuna accortezza. Zuckerberg si trova più a suo agio a digitare che non a consolidare le proprie amicizie e le proprie sicurezze. Preferisce liquidare la gente con una caustica battuta che non coltivarne con pazienza il benvolere.
Se è vero che Fincher accompagna lo spettatore in 120 minuti piacevolissimi, con un plot che è uno strano ibrido tra un legal thriller, una commedia adolescenziale e un action movie scanzonato a la Soderberg, d’altra parte alla fine si rimane con la sensazione che qualcosa manchi, che l’impalcatura che sostiene l’intera storia sia in realtà vuota, priva di contenuto sufficiente a riempirla compiutamente. Un piatto dal gusto sopraffino, ma che lascia insaziato l’appetito. Prima di cliccare su “mi piace”, ci penserete su un attimo.
Pietro Salvatori, da “cinefile.biz”

Nel febbraio del 2004, il diciannovenne Mark Zuckerberg, studente di Harvard, mette on line il sito thefacebook.com. Alla fine dell’anno successivo il numero degli utenti era già arrivato a 5 milioni e mezzo che, allo stato attuale, sono diventati oltre 500 milioni in tutto il mondo. Una società che vale oltre 25 miliardi di dollari e che fa di Facebook non soltanto un “portento” economico ma una vera e propria rivoluzione planetaria del costume e, soprattutto, dei rapporti sociali. Il film di Fincher, partendo dalla base del libro “Miliardari per caso” di Ben Mezrich, vuole raccontare la genesi di questo fenomeno e lo fa attraverso le differenti prospettive di coloro (o parte di loro) che ne sono stati coinvolti.
Lo sceneggiatore Aaron Sorkin ha studiato il lavoro di Merzrich, ha creato una propria pagina di Facebook, (arrivando ad oltre 10.000 contatti prima di chiuderla), ha consultato i documenti legali e ha intervistato molte delle persone che vengono poi descritte nel film. Non ha avuto la possibilità di parlare direttamente con Zuckerberg e, per tracciare il suo personaggio, ha attinto da dichiarazioni pubbliche e da reportage per scrivere una storia che non vuole dimostrare alcuna verità ma, attraverso l’incrociarsi dei diversi punti di vista, raccontare in che modo un’idea si è trasformata in una “rivoluzione”.

Con un sapiente incastro di flashback Fincher traccia la parabola ascendente di un fenomeno che, da un lampo di genio, ha saputo creare un business senza precedenti. Zuckerberg, dal cervello brillante ma dal carattere non proprio empatico con il suo prossimo, ha saputo intuire (forse proprio grazie alle sue personali difficoltà di socializzazione) che ciò che la gente vuole è, principalmente, “connettersi”, ovvero entrare in contatto con l’altro, non per mera e naturale conoscenza, ma con uno spirito virtualmente voyeristico che, attraverso le pagine dei profili personali, intoduce nell’universo altrui – autentico o meno, poco importa – fatto di dettagli privati, immagini, video e parole. “Un tempo si viveva in campagna o in città” – dice Sean Parker/Justin Timberlake – “ora si vive su Internet”. Nulla di più appropriato per descrivere la “febbre” di Facebook che, proprio come il risultato che ha generato, scaturisce da un processo non privo di aspetti inquietanti. Zuckerberg ha infatti messo in moto un effetto-domino che ha trascinato lui stesso e i suoi (ex) amici sul terreno spietato della battaglia legale fino all’ultimo dollaro. Facebook si è espanso a macchia d’olio, diventando un fenomeno la cui nascita sembra, ora, quasi perdersi nel mito e di cui molti ne rivendicano la paternità. Ci fu plagio? Ci fu inganno? Ci fu furto? Fincher non vuole dare risposte a nessuna domanda quanto raccontare lo stordimento del successo che finisce per alterare l’oggetto stesso di questo successo: i rapporti umani.

Zuckerberg è un genio ma, al tempo stesso, un ragazzo tragicamente solo. The Social Network non vuole celebrarne il talento o mostrarne il lato sensibilmente umano, né schierarsi da una parte o dall’altra dei vari contendenti, quanto rappresentare la determinazione della lotta, la forza del “tutti contro tutti” in cui, anche il naturale cedimento emotivo di qualcuno viene inevitabilmente fagocitato dalla forza, non priva di una certa violenza, dello scontro.
Una regia dal ritmo serrato segna la scansione degli eventi, incastra i tempi e i luoghi, in perfetta sincronia con le battute dei dialoghi. Fincher, come se caricasse un metronomo, segue l’alternarsi del passato e del presente, confronta i punti di vista e, senza intenzione di svelare alcuna verità assoluta, racconta la nascita di un “prodigio” che ha trasformato il modo di comunicare, mettendo in luce un nuovo profilo del nostro secolo, quello che già Einstein intravide nella sua affermazione: “La perfezione della tecnologia e la confusione degli obiettivi sembrano, a mio parere, caratterizzare la nostra epoca”.
Eleonora Saracino, da “cultframe.com”

Fincher prende Mark Zuckerberg (Jesse Eisenberg) e lo fa sedere in un tribunale. Il giovane Mark è silenzioso, seccato e distratto, distribuisce storie ad avvocati, ex-amici e persone varie coinvolte nella storia della nascita del Social Network più famoso del mondo.
Una ricostruzione precisa della fondazione di Facebook, dei vari passaggi che hanno portato in pochi anni milioni di persone ad iscriversi e un’accuratezza nel rendere con meticolosità il carattere di tutti i personaggi, rendendo in questo modo il carattere stesso del social network.
Questo è infatti lo spunto di riflessione più importante che arriva dal film.
Zuckerberg sottolinea ossessivamente che sono le stesse persone ad essere Facebook, che ogni azione sbagliata si ripercuote su Facebook, che egli agisce unicamente in funzione di Facebook. Fincher ha colto al volo questo aspetto e lo ha trasferito al film, che non è la storiella su un fenomeno di culto ma un’analisi precisa dell’approccio col quale Zuckerberg e tutti gli utenti si sono immedesimato col Social Network, facendolo diventare una protesi della loro stessa persona.
La vita si sdoppia e diventa virtuale, cambia il modo di costruire i rapporti, mutano le variabili con le quali si vive la realtà stessa. In “The Social Network” non si parla di un sito, ma si parla di come sta cambiando il mondo. Però niente parabole complesse, niente dialoghi sui massimi sistemi, niente pedanti metafore.
Bisogna rendere ogni cosa il più semplice possibile, ma non più semplice di ciò che sia possibile! (Albert Einstein)
Basta appunto la stanza di un tribunale, battute taglienti e i distratti ricordi di un ragazzo del 1984 a renderci conto di come il realtà si sia sdoppiata.
Fincher riesce a cogliere tutte le costanti di questa trasformazione fotografando le persone, i comportamenti e il sentimento di un’intera generazione che vuole ridettare regole e stili di vita.
Oltre Zuckerberg è interessantissima la figura di Sean Parker (interpretato da un sorprendente Justin Timberlake) che sembra quasi un pioniere della modernità in quanto fondatore di Napster. Egli evidenzia più volte di come figure come la sua non mirino al solo arricchimento, ma a un cambiamento profondo del profilo della società. Cambiarlo non per renderlo migliore (illusione dell’eroe 1.0) ma per renderlo più efficiente, dinamico e liquido. Sean ripete che Napster non ha fatto fallire l’industria musicale ma ha cambiato per sempre il modo di relazionarsi ad essa. Stesso procedimento che Facebook attua a livello sistemico e totalizzante.
Gli eroi del nuovo millennio non hanno spade, non urlano al vento e non incitano i loro seguaci in sella a un cavallo. Gli eroi del nuovo millennio sono armati di mouse, le parole le cliccano su una tastiera e incitano i loro seguaci stupendoli con nuove applicazioni. “The Social Network” è l’epopea di questi nuovi eroi. La validità del loro lavoro la giudicheranno le generazioni che verranno.
da “osservatoriesterni.it”

Zodiac 2. Laddove nel film del 2007 di Fincher – scritto da James Vanderbilt partendo da un libro di Robert Graysmith – l’inchiesta di due giornalisti fungeva da collante per le gesta del serial killer di San Francisco (usato anche come mero pretesto per le gesta dell’ispettore Callahan in “Dirty Harry” di Siegel), qui sono le sessioni tra clienti e loro rappresentati alla ricerca di un accordo extragiudiziale tra Mark Zuckerberg e Eduardo Saverin, soci nella creazione di quello che è oggi il social network più famoso al mondo, a legare gli episodi salienti della strepitosa ascesa dell’azienda.
Zuckerberg e Saverin sono compagni di college ad Harvard. Un tantinello sfigati – negli Stati Uniti il termine per definirli è nerd – attratti da ragazze che sanno benissimo non li fileranno nemmeno di pezza, i due si inventano un sito che raccoglie le informazioni degli studenti (più che altro studentesse) della loro università per poi estendere l’azione a altre università americane. Come andrà a finire lo sappiamo tutti.
David Fincher e lo sceneggiatore Aaron Sorkin (creatore e autore delle serie televisive “Sports Night”, “The West Wing” e la bellissima e incompresa “Studio 60 On Sunset Strip”, cancellata alla sua prima stagione) non sono sprovveduti: sanno perfettamente che la storia della nascita e ascesa di Facebook è totalmente priva di attrattiva, come del resto i suoi fautori, e potrebbe attrarre giusto i borsisti di Wall Street capaci di apprezzare il passaggio da piccolo network per eleggere la studentessa più orizzontabile del college ad azienda miliardaria, per cui rivolgono la loro attenzione sullo scontro tra Zuckerberg e il suo socio. Novelli protagonisti di un moderno scontro epico, i due si trovano contrapposti al momento dell’entrata in scena di Sean Parker, già creatore del già defunto Napster e forte di agganci fondamentali nel mondo della finanza, che si unisce a Zuckerberg e mette dapprima in ombra Saverin per poi escluderlo completamente grazie a una malizia legale. Non solo: il film affianca alla sua trama principale anche lo scontro legale tra due gemelli tutti donne e successi sportivi, che avevano dato a Zuckerberg lo spunto per la creazione di un social network il cui fondamento non era dissimile da quello poi noto.
Gli incontri tra avvocati e rispettivi clienti portano la storia dalle origini ai giorni nostri ripercorrendola in flashback.
Mentre in “Zodiac” la struttura funzionava perfettamente grazie alla tensione creata dai delitti (o dalla loro previsione), qui la materia è decisamente più fragile. Questo non significa che “The Social Network” appaia meno appassionante del suo predecessore. Al contrario, la sceneggiatura, fatta di dialoghi taglienti e rapidissimi, riesce a mantenere viva l’attenzione sino all’ultimo minuto. Il problema è invece la caducità del soggetto: nello spazio di pochi anni Facebook verrà soppiantato da un altro mezzo di comunicazione (è la internet economy, baby) e questo film perderà di appeal come il suo soggetto. Resta comunque un ottimo esempio di duello vecchia maniera trasportato e adattato ai nostri sempre più veloci tempi. Una storia classica, vecchia come il mondo.
“The Social network”, che non è mai studio di caratteri né tantomeno biografia (mancando tutti gli elementi di esplorazione del retroterra dei suoi personaggi) e neppure un film che racconta – preferisce mostrare i suoi punti salienti per poi tornare a concentrarsi sul duello – è un film che non fa uso d metafora ma rappresenta la storia in modo crudo e diretto e asciutto esattamente come lo era quello che appare come un imprenscindibile modello (già per “Zodiac”), l’intramontabile “All the President’s Men” di Alan J. Pakula che, ormai avulso dalla storia che raccontava (quando uscì era ancora cronaca di un fatto – lo scandalo Watergate, avvenuto 4 anni prima e che causò le dimissioni di Nixon, oggi è Storia), rimane un thriller modernissimo.
Capiterà lo stesso anche a “The Social Network”?.
Musiche di Trent Reznor, già Nine Inch Nails.
Roberto Rippa, da “rapportoconfienziale.org”

The Social Network racconta i giorni duranti i quali è stato creato un fenomeno di costume diventato poi il fenomeno culturale del decennio: Facebook, la rivoluzione sociale di inizio secolo. Siamo ad Harvard, è l’autunno del 2003, l’orologio segna le 8:13 pm. E come ogni vera storia destinata a diventare leggenda, per la sua visionarietà e concretezza, per furore e dramma, per creatività e distruzione: tutto ha inizio da una delusione d’amore. Siamo onesti, il romanticismo è il motore della società, sia esso tradito o glorioso. Da una storia d’amore affossata o sublimata nascono i capolavori immortali.
Lasciamo ai tempi e alle tecnologie stabilire la durata di Facebook nelle nostre vite, quello che ci interessa è che è nato per una storia d’amore e per crearne altre (d’accordo questo è eccesso di romanticismo, in realtà il sottotitolo era trovare un altro modo per provarci con le ragazze e portarsele a letto, almeno tentarci), ha distrutto amicizie, innescato cause legali, creato nemici, appagati con risarcimenti milionari: un’affascinante e intrigante tragedia moderna.
Attingendo da più fonti, il film si sposta dalle aule di Harvard agli appartamenti di Palo Alto, catturando l’emozioni più profonde dei primi inebrianti giorni di un fenomeno che ha cambiato la nostra cultura e raccontando il modo in cui questo fenomeno ha raggruppato un gruppo di amici per poi successivamente dividerli. Coinvolti in questa vicenda ci sono Mark Zuckeberg (Jesse Eisenberg), il brillante studente di Harvard che ha ideato un sito web; Eduardo Saverin (Andrew Garfield), un tempo amico intimo di Zuckerberg, che ha dato il capitale iniziale per la nuova società; il fondatore di Napster, Sean Parker (Justin Timberlake) che ha presentato Facebook ai capitalisti della Silicon Valley e i gemelli Winklevoss (Armie Hammer e Josh Pence), i colleghi di Harvard che hanno sostenuto che Zuckerberg avesse rubato loro l’idea, denunciandolo.
Ognuno di loro ha il suo racconto, la propria versione sulla storia di Facebook, che porta alla descrizione del più grande successo del 21° Secolo. Dopo aver appena rotto con la sua ragazza, Mark entra nei computer dell’università per creare un sito che fungesse da database di tutte le ragazze del campus universitario, confrontando poi le foto due a due chiedendo all’utente quale fosse la più carina. Il sito viene chiamato Facemash e come un virus invade l’intero sistema informatico di Harvard generando polemiche sulla presunta misoginia del sito, rendendo Mark colpevole di aver intenzionalmente violato la sicurezza, i diritti e la privacy personale. Eppure in quel momento è nata l’idea di fondo di Facebook. Poco dopo, Mark lancia il sito thefacebook.com,che a macchia d’olio si diffonderà sui computer di Harvard, arrivando alla Silicon Valley e successivamente in tutto il mondo. Ma in questo caos si genera un conflitto passionale, su come sono andate le cose, su chi effettivamente meriti il riconoscimento per questa che è chiaramente un’idea vincente del secolo, ma che dividerà degli amici fino a condurli ad una battaglia legale.
Per portare chiarezza in questa vicenda Aaron Sorkin (sceneggiatore) e Fincher hanno collaborato insieme, costruendo attentamente una storia cercando con attenzione di non schierarsi né da un lato né dell’altro. Il film infatti presenta una serie di narratori, ciascuno con la propria versione dei fatti, lasciando al pubblico l’interrogativo più grande, cosa è accaduto realmente. Criticato e celebrato per il suo impatto, Facebook ha coinvolto intere generazioni senza limiti di età. I retroscena di questo fenomeno hanno visto una battaglia legale degna di tale rivoluzione.
Il regista David Fincher (Il curioso caso di Benjamin Button, Zodiac, Seven e Fight Club) ha saputo rendere appassionanti gli scontri legali, valutando i vari punti di vista, non eccedendo in glamour banali né enfatizzando la vita vera, incentrando il suo film sulle persone, lasciando a chi di dovere gli studi psicologici di settore di e su Facebook. Il suo sguardo sulle persone, sui lati tragicomici, meschini, ma veri, rende questo film pregevole. The Social Network, presentato all’ultimo Festival Internazione del Film di Roma, gioca su dialoghi incessanti, ma coinvolgenti, avvince con una narrazione ben congegnata che si avvita con dolcezza su flashback. Non crea eroi nè miti, svela l’umanità, la goffaggine e la determinazione degli autori del passatempo quotidiano di milioni di persone al mondo.
Ilaria Falcone, da “nonsolocinema.com”

La storia narrata all’interno del film è più che nota: non ancora ventenne, Mark Zuckerberg mette in piedi Facebook, il social network che, grazie a milioni di registrazioni in tutto il mondo, lo ha reso il più giovane miliardario del mondo. Come conseguenza di tutto questo, si è trovato ad affrontare azioni legali da parte di amici o ex-tali, o semplicemente conoscenti, che rivendicavano un ruolo nella paternità del progetto e, neanche a dirlo, una parte degli enormi profitti. Nel caso del film, Mark Zuckerberg (interpretato da un Jesse Eisenberg costantemente in bilico tra genio ed alienazione), ormai miliardario, rivive la sua storia nelle sedi delle dispute legali che lo vedono lottare contro chi, per un motivo o per l’altro, rivendica diritti sul sito: l’ex-amico e cofondatore Eduardo Saverin (Andrew Garfield), come i gemelli Winklevoss ed il loro socio Divya Narendra. Si va dalla notte in cui, scaricato dalla sua ragazza Erica Albright (Rooney Mara) comincia a cimentarsi con la programmazione nell’ambito dei social network, fino al raggiungimento del successo planetario della sua creatura, passando attraverso la rottura dei rapporti con l’amico Eduardo e l’allontanamento di Sean Parker (Justin Timberlake), uno dei fondatori di Napster che aiutò in prima persona il progetto a decollare, in seguito al suo arresto per possesso di cocaina. The Social Network è quindi, riassumendo, la biografia di un personaggio di successo, già protagonista di un best seller editoriale, il tutto sotto l’ingombrante logo di Facebook. In altre parole, il film è il risultato di una produzione che si muove alla ricerca di un facile successo commerciale, riducendo al minimo il già basso livello di rischio. E per far sì che la percentuale di rischio associata ad un’operazione del genere possa tendere sempre di più verso lo zero, il compito di dare una forma cinematografica al tutto è stato affidato a nientemeno che David Fincher. Il quale a sua volta ha avuto modo di cimentarsi nel ruolo di regista limitandosi a sfruttare il suo notevole bagaglio tecnico senza mai trovarsi a correre rischi né sul piano della regia, né su quello della realizzazione del film in generale.

Infatti, quello che sembra essersi creato tra il regista di Seven e Fight Club e la sceneggiatura di Aaron Sorkin, è un legame simbiotico nel quale entrambi gli organismi coinvolti nella relazione riescono a massimizzare i propri risultati con il minimo sforzo e quasi senza rischi. Il regista ottiene dal soggetto la possibilità di firmare un lavoro che, proprio in virtù della sua natura biografica, non corre il rischio di deludere attese o aspettative. Infatti, rispetto a quanto accade all’interno di un soggetto originale, una storia che prende le mosse da una biografia non corre il rischio, ad esempio, di presentare un finale deludente. Ed allo stesso tempo, grazie alla sapiente regia di Fincher, il film guadagna la possibilità di far sì che una storia estremamente scarna ed ordinaria nei contenuti riesca a non annoiare il pubblico, o comunque a non mostrare in modo sfacciato il suo volto visceralmente maschilista e reazionario. Gli elementi principali di una simile ricetta sono da rinvenire in una narrazione che procede mediante flashback ed un montaggio molto veloce. Questi due aspetti, mescolati tra loro, tengono alto il ritmo del film sottoponendo la mente dello spettatore a continui stimoli, saturandola in modo tale da occultare, come in un gioco di prestigio, il narcisismo autoreferenziale che si trova alla base delle gag che si susseguono ad un ritmo quasi televisivo. Attraverso lo strumento del flashback, la linearità della storia viene (apparentemente) spezzata facendo sì che la mente dello spettatore sia ogni volta costretto ad orientarsi nella storia e, allo stesso tempo, i continui salti nel presente permettono alla storia di muoversi con disinvoltura da un episodio della vita del protagonista all’altro senza doversi curare di trovare una qualche forma di raccordo che li concateni. Il film gioca in modo accademico con la macchina da presa: inquadrature ordinarie per una storia banalmente lineare (tutta la trama, in fondo, potrebbe essere condensata in: “giovane di successo viene citato legalmente da altre persone che, a ragione o meno, vogliono una fetta della sua torta”). E solo il passaggio velocissimo da una situazione all’altra riesce a far sì che non emerga in superficie il fatto che, al di là delle gag, la trama, in virtù di un approfondimento psicologico dei personaggi pressoché inesistente (quando non rasente il macchiettismo, come nel caso dei gemelli dediti al canottaggio) potrebbe essere riassunta in modo più che esaustivo su un trafiletto di giornale.

Ma una volta grattata via la patina di modernità che il film ostenta costantemente sul piano formale (sia tecnico che fotografico), nonché in virtù di un soggetto web 2.0, quello che rimane è un film radicalmente reazionario. Se si pensa al sogno americano come all’idea, alla speranza che chiunque attraverso la determinazione, il lavoro ed il coraggio nell’affrontare i rischi, possa arrivare a raggiungere la ricchezza ed il successo, The Social Network mostra il suo volto di rappresentazione rigidamente ortodossa dell’American Dream. Mark Zuckerberg è l’americano che raggiunge il successo grazie alla determinazione e al duro lavoro (testimoniato dai riferimenti alle decine di ore passate davanti ad uno schermo, senza interruzione, a scrivere codice). Un aspetto, questo, ulteriormente accentuato dal contrasto con i gemelli Winklevoss ed il loro socio i quali, anziché impegnarsi attivamente per dare vita al loro progetto, cercano prima qualcuno che lo realizzi per conto loro e successivamente una partecipazione al progetto in ragione di una proprietà intellettuale tutta da dimostrare. Ma allo stesso tempo il Zuckerberg dell’American Dream incarna anche il coraggio: a differenza di Severin che cerca di concretizzare quanto prima il suo investimento (emblematica in tal senso la sottolineatura della sua scelta di bloccare un conto da poche migliaia di dollari a fronte di una possibile resa multimilionaria), il creatore di Facebook insiste nel voler mantenere il controllo e nel rischiare i guadagni presenti guidato da fede quasi incrollabile nei confronti di un successo ancora maggiore.

Ma il successo economico non è il solo aspetto reazionario di cui il film è intriso, perché sul piano dei rapporti umani non è possibile non vedere una sorta di maschilismo in salsa 2.0, la raffigurazione di un mondo nel quale i nerd prendono il posto degli atleti ma le donne continuano a rimanere in una posizione subalterna. In linea di massima, le figure femminili nel film o sono assenti, o sono fonte di problemi, o semplicemente sono una nuova forma di groupie. L’ambito del successo è dominato dall’universo maschile: uomini sono i personaggi che si impegnano nell’ideazione e realizzazione del progetto, e uomini sono i soggetti che se ne contendono la paternità a suon di azioni legali. In generale le ragazze sono le classiche oche che, mentre i maschi lavorano, hanno persino difficoltà a giocare con una console, e la cui funzione in generale si riduce ad offrire compagnia e svago oppure al popolare le feste. E le figure che fuoriescono da questo stereotipo non godono di un trattamento migliore. Ad esempio, per quanto amichevole fonte di benevoli consigli, l’avvocatessa che consiglia a Zuckerberg di accettare la transazione si rivela, malgrado la giovane età, una figura materna. Ed un trattamento certamente non migliore è quello che viene riservato ad Erica, la ragazza del protagonista: caratterizzato in modo negativo (lo lascia, non accetta le sue scuse, lo liquida sbrigativamente davanti ad altre persone) si tratta di un personaggio che trova una propria funzione all’interno della storia in qualità di mezzo attorno al quale catalizzare l’emotività incompresa del giovane genio. Non c’è nessun tentativo di comprendere le ragioni di Erica, il suo scopo all’interno della storia si riduce all’essere il veicolo mediante il quale esibire i sentimenti (non corrisposti) del giovane miliardario.

Se si pensa alla cruda, sanguigna e viscerale, critica alla società americana (e non solo) portata sullo schermo in un Fight Club, la cosa che più stupisce è vedere il suo regista mettersi ordinatamente al servizio di un film apologetico come The Social Network. Se si pensa al fenomenale finale di Seven, la chiusura del film con Zuckerberg che usa la sua stessa creazione per chiedere l’amicizia di quella ragazza che l’ha rifiutato risulta (indipendentemente dalla sua aderenza o meno a vicende reali) melodrammatico in modo tanto banale quanto sfrontato. Fincher gioca in sicurezza limitandosi a girare in modo pulito ed accademico una storia che dichiaratamente intende celebrare la fama ed il successo di una storia americana: è la vertiginosa scalata al successo di un personaggio che ha lavorato duramente per dare una solida concretezza alle sue idee nella Terra delle Possibilità. Ma la questione non riguarda né l’eventuale aderenza o meno alle reali vicende di Zuckerberg, né tantomeno il successo che questo è riuscito a conseguire nella realtà in virtù di doti fuori dall’ordinario, perché ciò che il film porta sullo schermo non è semplicemente la sua storia, ma una sua versione ideologizzata. Nell’era del web 2.0, gli Stati Uniti cercano nuovi soggetti per riconsolidare il mito di un American Dream logorato dai propri fallimenti e dalle proprie contraddizioni, e The Social Network non fa altro che prendere un soggetto (Facebook) che gode di un consenso a livello planetario per iniettargli nuova linfa vitale.
da “colonialunare.net”

Storia di un caso singolare. Le vicende che hanno portato alla consacrazione su scala globale della socializzazione made in USA: quella che anziché per inclusione, va per esclusività. E l’esclusività si basa sull’esclusione, come ricorda la radice comune della parola.
Esclusione. E’ questo il motore della storia dietro al bel film di David Fincher: un nerd informatico in quel di Harvard (distillato della meglio gioventù, americana e non) viene mollato dalla sua ragazza, che da un momento all’altro lo esclude dal suo mondo. La vendetta escogitata per punirla ovviamente è telematica: violando le reti universitarie e condividendone i riservati archivi fotografici, il nerd piazza in rete un giochino per comparare l’una contro l’altra – ex ragazza inclusa – le foto delle studentesse. Seppur insoddisfacente per placare l’amarezza, la trovata innesca una serie di eventi che hanno per protagonisti una serie di personaggi molto emblematici del fenomeno social network: abbiamo i due ricchi gemelli sportivoni che coinvolgono il nerd in un progetto per aiutarli a piacere a quante più ragazze possibili e a trarne anche denaro; abbiamo il compagno di college fedele e un po’ sprovveduto che lo aiuta a sviluppare un’idea parallela a quella dei gemelli; abbiamo il perdigiorno viscido e piacione, lesto a far parte del club più esclusivo di tutti, cioè quello dei vincitori, che non esita a spingere il nerd a tradire l’amico. E sullo sfondo una serie di “comparse” che ben rendono l’idea dell’assortimento umano coinvolto: ninfette gelose e pazzoidi, ex-fidanzate sostenute ma incoerenti, e così via. Questi i personaggi che circondano la scena dominata dal nerd conosciuto come Mark Zuckerberg, questi i personaggi che popolano le origini di Facebook. Sì, perché la storia della rete sociale globale più diffusa affonda le radici in una vicenda che per curiosa ironia mescola amarezza, vendetta, slealtà, invidia, insoddisfazione, curiosità, arrivismo.
La sceneggiatura del film è ottima, e così i dialoghi, geniali e serratissimi. Si può dire infatti che la forza di “The Social Network”, oltreché nell’attualità del fatto, sta proprio là dove uno penserebbe essere la sua debolezza: è tutto parlato. Il filo conduttore del film, che si muove agilmente lungo sincopati flashback, è il faccia a faccia tra Zuckerberg e i vari avvocati per chiarire sia la truffa ai danni dell’ex socio Eduardo Saverin sia il presunto furto dell’idea alla base del progetto dei gemelli De Winklevoss. Ma il boom di Facebook ha avuto luogo, e la quotazione in borsa è ormai miliardaria.
Ai suoi avversari resta soltanto da raccogliere quelle che sono le briciole sotto al tavolo e rassegnarsi. Intanto, il nerd è riuscito a scagliare la sua maledizione: farci risvegliare tutti insoddisfatti e invidiosi come lui, cercando di integrarsi nell’imperante esclusività davanti allo schermo di un portatile.
da “debaser.it”

Autunno 2003, seduti ad un tavolo davanti ad un paio di birre due studenti universitari di nome Erica e Mark bisticciano e si lasciano, evento che indurrà il secondo a scatenarsi in una serata ad alto tasso alcolico in cui ingiurierà sul proprio blog l’ex fidanzata e creerà in poche ore un social network capace di attirare tanta gente da mandare in crash il server dell’ateneo. Una modalità a dir poco fulminante per mettersi in mostra, non a caso poco dopo si attiva per il vendicativo nerd in questione, Mark Zuckerberg, l’interesse da parte di tre studenti di Harvard che gli propongono di creare un social network universitario. Zuckerberg accetta e prende tempo, poi con mille dollari di finanziamento da parte del socio Eduardo Saverin in poche settimane sviluppa e lancia in rete The Facebook, un social network destinato a diventare il social network del terzo millennio, un’idea che lo renderà nell’arco di pochi anni il più giovane miliardario di tutti i tempi, un affare di cui inizierà a rendersi conto soltanto dopo l’incontro con Sean Parker, il dinamico inventore di Napster, che tra l’altro ebbe l’idea di lanciare Facebook a livello globale (e senza l’articolo). Ritrovate sinistre analogie con la genesi del social network più diffuso in tutto il mondo? È normale, dato che The social network di David Fincher racconta appunto la controversa nascita di Facebook sulla traccia del bestseller di Ben Mezrich Miliardari per caso. Il talentuoso regista di Seven e Il curioso caso di Benjamin Button ci fa scoprire la storia di Facebook con la consueta, impeccabile perizia privilegiando lo strumento narrativo del flashback e seguendo la scia delle cause mosse a Mark Zuckerberg dai gemelli Winklevoss (che lo accusavano d’averlo creato sviluppando una loro idea) e dall’ex socio Eduardo Saverin, estromesso dalla società e sostituito da Sean Parker. Alla fine si resta con l’amaro in bocca nello scoprire che una delle innovazioni tecnologiche più diffuse (ed obiettivamente geniali) del nostro tempo è nata dalla costola di un amore infranto e dal desiderio di sfuggire al destino annunciato da nerd che attendeva un genietto informatico molto (ma davvero molto) supponente, anche se in fondo non cattivo, uno che non è neppure un bastardo – per adattare una colorita battuta del film – per quanto faccia di tutto per diventarlo. Insomma, The social network si fa guardare ed ha l’indubbio merito di riuscire a raccontare una storia in sé davvero poco movimentata senza mai scadere nel banale e con un discreto ritmo, battute efficaci ed occasionali colpi di scena, anche se la lezione che traspare da un colosso attualmente stimato intorno ai 14 miliardi di dollari (e con 500 milioni di utenti) è a dir poco sconfortante. Ma è il web 2.0, è il futuro ed è già qui, in cerca della vostra amicizia…
Paolo Boschi, da “scanner.it”

Mettiamo le cose in chiaro sin dal principio. “The Social Network” non è un film sul fenomeno Facebook. Di Facebook tra dieci anni non si ricorderà praticamente più nessuno (nel resto del mondo occidentale molti gli preferiscono già il più snello Twitter), mentre invece del film di Fincher si continuerà a parlare. Perché? Dicevamo, “The Social Network” non ci parla di Facebook, ma dell’America di oggi, di cosa è rimasto del Sogno, dell’essenza del capitalismo. Tanta roba insomma, temi altisonanti affrontati a partire dalla microscopica intuizione (tutto inizia come rivalsa nei confronti di una ex-fidanzata) di una “frivola” interfaccia massmediale in grado di mettere in contatto tra loro gli studenti dell’università di Harvard (e poi milioni di persone in tutto il mondo).
E’ un caso che il film di Fincher arrivi simultaneamente all’ultimo sottovalutatissimo Oliver Stone di “Wall Street: Il denaro non dorme mai”? Anche lì le carte in tavola sono le medesime, benché messe in scena partendo dalla (macro) prospettiva della crisi finanziaria che tuttora sta stravolgendo i mercati mondiali. Fincher (e lo sceneggiatore Aaron Sorkin), come Stone, si fa carico del peso della sua società, la affronta di petto, senza timori.

No, “The Social Network” non è assolutamente la parabola di un self made man aggiornata all’era dei computer (quello che molti ci hanno voluto vedere), ma si avvicina più che altro al pamphlet proto-capitalistico di “American Gangster” di Ridley Scott, in cui l’ascesa economica del narcotrafficante Lucas prende vita con gli stessi mezzi, e parallelamente, al boom economico degli States. O semmai al pessimista e incompreso “The Weather Man”, in cui Verbinski e Cage fanno a pezzi l’American Dream. Mark Zuckerberg (Eisenberg), il giovane creatore di Facebook, secondo Fincher/Sorkin è un giovane genio che non fa nulla per essere simpatico al resto del mondo. Non è interessato ai soldi, ma è ossessivamente ambizioso e dedito al mito del successo (viene messo in evidenza sin dalla prima sequenza). Mark semplicemente, come il resto degli studenti di Harvard d’altronde, “deve” diventare qualcuno, realizzare qualcosa di importante. Nella sua vita la parola “mediocrità” non ha posto. La realizzazione di sé stessi non è più il presupposto per una vita felice e serena, ma un requisito richiesto dalla società, un biglietto da visita irrinunciabile. E di successo e denaro ne otterrà tanto il giovane Zuckerberg, ma a che prezzo? Più Facebook aumenta il proprio numero di iscritti, più investitori decidono di partecipare all’affare, più Mark si isola e rimane solo, arrivando a perdere anche l’unico vero amico che possedeva, Eduardo Saverin (co-fondatore del progetto).
La piattaforma Facebook non diventa mai la vera protagonista del film: essa resta per tutta la pellicola un’idea abbozzata in maniera spontanea, casuale e ingenua da un gruppo di nerd, ma a Fincher non interessa investigare il fenomeno sociologico (passeggero e insondabile quanto le “mode” di cui parla Zuckerberg stesso nel film) quanto le dinamiche interpersonali tra i protagonisti.

Fincher e Sorkin puntano i riflettori su un piccolo gruppo di “nuovi mostri” della finanza globale. Sono forse più spaesati e introversi ma non molto distanti dagli inquietanti yuppie dei romanzi di Bret Easton Ellis. Loro hanno in mano l’informazione (gliela diamo noi), e l’informazione è potere (“tra di voi di voi potrebbe esserci il nuovo Bill Gates”). Fincher non divide la vicenda tra buoni e cattivi, è pronto ad adottare il punto di vista di tutte le parti coinvolte (anche quella dei facoltosi fratelli Winklevoss, convinti di essere stati fregati dal collega Zuckerberg), senza facili schematismi o trappole retoriche.

L’altra arma vincente di “The Social Network” è l’incredibile maturità della messa in scena. Sempre più “autore”, David Fincher, passa con estrema naturalezza da un genere all’altro (questo ci pare il suo film più maturo assieme a “Zodiac”), e sa infondere vitalità e sangue alla verbosissima sceneggiatura di Sorkin (in altre mani il rischio noia sarebbe stato elevato), amministra con consapevolezza e rigore i passaggi tra il presente e il passato dei personaggi, e trasforma un “legal drama” (gran parte della vicenda è incentrata sulla battaglia in tribunale tra Zuckerberg e il suo ex socio-amico) sulla carta non originalissimo, in un serrato thrilling dei sentimenti.
Fondamentale l’apporto del freschissimo cast (Eisenberg si conferma come il migliore tra i giovani volti americani, Andrew Garfield è una rivelazione) e della musiche sintetiche e dark del duo Trent Reznor-Atticus Ross.
Alex Poltronieri, da “ondacinema.it”

I’m CEO, bitch!
Attesissimo e già molto discusso, il nuovo film di David Fincher si inserisce in quel filone di cinema americano che nella prima decade del nuovo millennio si ripropone di raccontare e analizzare fatti storici recentissimi e personaggi pubblici ancora in vita o perfino all’apice della popolarità. Il grande maestro della provocazione politica Oliver Stone si pone alla testa di questa tendenza, proponendo come sempre un’interpretazione molto personale e a volte discutibile della storia e dei suoi maggiori attori con due pellicole hanno diviso la critica, World Trade Center (2006) e W (2008). E se la biografia Milk (2008) può sembrare una storia troppo remota, sicuramente altre due pellicole firmate da Gus Van Sant, Elephant (2003) e Last Days (2005), si possono annoverare nel genere. Una simile osservazione si può fare anche per il britannico Paul Greengrass, che attraversa agevolmente l’oceano Atlantico per raccontare, con la dovizia del cronista, la tragica vicenda del volo United 93 (2006) e l’invasione americana dell’Iraq (Green Zone, 2010), dopo avere ricreato le vicende del famigerato Bloody Sunday (2002).
In The Social Network Fincher non rinuncia alla sua palette di colori, vero unico trait d’union di tutte le sue pellicole, affidata questa volta a Jeff Cronenweth, storico collaboratore del regista. Dal punto di vista stilistico però Fincher si trattiene molto, e consegna una pellicola quasi da manuale (osservazione che in conferenza stampa al New York Film Festival lo infastidisce un po’), narrata in modo rigoroso e classicheggiante, con pochissime concessioni a stilemi e divertissement visivi. Il film sta tutto infatti nella rapidissima, rocciosa sceneggiatura di Aaron Sorkin, che ricostruisce minuziosamente il mondo di Harvard e il suo linguaggio: competizione, classismo, circoli studenteschi esclusivi, tradizione, sesso e denaro sono gli elementi principali di questo microcosmo che obbedisce a regole interne inflessibili. Mark Zuckerberg, interpretato da un Jesse Eisenberg perfetto, è un prodotto di quest’universo in cui la pressione sociale è enorme e il networking può fare e distruggere una persona. Ma Sorkin e Fincher si guardano bene dal raccontare la nascita di Facebook come la creatura di un genio scontroso e ribelle; tutt’altro. Ispirandosi apertamente alla struttura di Rashomon, The Social Network moltiplica i punti di vista seguendo i verbali delle cause civili intentate a Zuckerberg dai suoi colleghi dell’università che, in un modo o nell’altro, sostengono di avere preso parte alla concezione e allo sviluppo del sito stimato oggi 25 miliardi di dollari. Il film quindi destabilizza quello che è il mito di fondazione preferito dall’imprenditore americano, quello dell’idea brillante nata in un dormitorio studentesco e trasformata in oro dietro la saracinesca di un garage, il mito di Apple e di Microsoft, il mito del self-made man a 32 bit. Sorkin e Fincher ci invitano a guardare dietro a questa maschera perbenista, dove in realtà vi si trovano negoziazioni tagliagola fra ex-migliori amici, avvocati, cupidigia e invidia. The Social Network non si propone di spiegare il fenomeno di Facebook, ma di investigare freddamente il lato oscuro del capitalismo del nuovo millennio.
Alberto Zambenedetti
Voto: 8
da “spietati.it”

Con la lucidità del cinema “politico” degli anni settanta, lo sceneggiatore Aaron Sorkin racconta la “Nascita di una nazione” di Facebook, ovvero la terza (per il momento, ottobre 2010), più popolosa al mondo, con i suoi 500 milioni di utenti/abitanti… ma poi ci sta l’“altro film”, quello di Fincher, che sceglie il suo eroe tragico, raccontandolo come un fantastico gangster “public enemies” degli anni trenta…
jesse-Eisenberg-the-social-networkCi sono almeno due film, ma forse tre, quattro, cinque film (F5=5 film?), in questo The Social Network. Da un lato ci sta la fredda lucidità dello sceneggiatore Aaron Sorkin, che sulle orme del libro di Ben Mezrich “The Accidental Billionaires” ripercorre la storia del co-fondatore di Facebook Mark Zuckerberg, del suo amico e socio Eduardo Saverin, e delle diverse vicende legali che, dopo il successo del Social Network, sono esplose sulla proprietà dell’idea e del marchio. Sorkin è spietato e “politicamente corretto”: non sceglie di parteggiare per qualcuno, e racconta, con pari dignità “legali”, tutti e tre i punti di vista della storia, quello di Zuckerberg, il ragazzo prodigio che in una notte inventa un network che coinvolge subito centinaia di studenti, quello del suo socio “tradito” Saverin, e quella dei due fratelli Winklevoss, che avevano commissionato a Zuckerberg una prima idea di social network universitario. Tre ragazzi degli anni duemila, anzi quattro, cinque con il fondatore di Napster Sean Parker, che irrompe nella storia per dare slancio e dinamismo a un’idea già forte ma che aveva bisogno dell’energia vitale dei grandi capitali. E il film si dipana tra le stanze dell’università più esclusiva, Harvard, e quella degli uffici legali dove i ragazzi e i loro avvocati provano a ricordare e raccontare la storia, nella speranza di trasformare un possibile guerra legale in un concordato milionario (come poi avverrà).
the_social_networkChe racconta il film di Aaron Sorkin? Con la lucidità del cinema “politico” degli anni settanta, Sorkin racconta la “Nascita di una nazione” di Facebook, ovvero la terza (per il momento, ottobre 2010), più popolosa al mondo, con i suoi 500 milioni di utenti/abitanti… Una nazione che sta scardinando proprio quei “confini” che hanno fatto nascere qualche secolo fa l’idea stessa di Nazione. Niente confini, dunque, il mondo digitale del social network mette in contatto gli umani in una dimensione volontaria, dove ognuno partecipa creando una propria identità da mostrare agli altri, raccontando di se stesso, la propria vita “mentre la si sta vivendo”. Digitale, interattivo, condiviso, le tre verità del “nuovo mondo” dei social network. E mentre sociologi, giornalisti (spesso di altri media) e altri esperti discutono del “nuovo corruttore” delle giovani generazioni, e parlano di “comunicazione vuota”, di mancanza di “contatto con il mondo reale”, ecc… un terrestre su dodici popola e contribuisce all’esistenza di questo luogo, nato in una notte di rabbia e birra (troppa birra, forse…, troppa rabbia, certo…), dopo che una ragazza aveva mollato il suo ragazzo.
E’ qui, in questo sguardo terribilmente malinconico – che Jesse Eisenberg rende magnificamente riuscendo a non far ridere mai il suo personaggio, tuttalpiù a manifestare un abbozzo di sorriso quando, insieme al suo team, festeggia il milionesimo iscritto al network – in quest’osservare con una tenerezza sottile il suo ragazzaccio “nerd”, che sta l’altro film, quello che lo sguardo “non autoriale” eppure magicamente cinematografico di David Fincher, ci restituisce. Fincher, al contrario del suo sceneggiatore (meravigliosamente “tradito” dal suo regista proprio come Zuckerberg ha fatto con Saverin) la sua scelta l’ha fatta. Sì, segue le tre storie, ma il modo in cui ci restituisce il “suo” personaggio è già un “altro film”. Zuckerberg viaggia in un’altra dimensione, mentre gli altri sono ancora nel mondo tridimensionale “reale”. E’ cattivo, anche bastardo, ma terribilmente sincero. Fragile e solo, in un mondo dove contano poco i sentimenti e molto la capacità di sopraffare l’altro, attraverso la forma più moderna di comportamento attuale: l’ipocrisia. Ogni personaggio cerca di mostrarsi migliore di Zuckerberg. Dalla sua (poi ex) ragazza, che ne disprezza l’apparente cinismo e insensibilità, al suo amico che lo accusa di scavalcarlo nella politica “aziendale”, ai fratelli Winklevoss, animati da una presunta eticità harvardiana, che prima di scatenargli addosso i legali cercheranno altre vie per fermare l’impeto irrefrenabile di Zuckerberg.
the-social-network david fincherMa se la sceneggiatura vola tra i personaggi deliberatamente non scegliendo, “abbiamo raccolto dei fatti e abbiamo creato una verità. In particolare ne abbiamo create tre”, spiega Sorkin, il film di Fincher sceglie manifestamente di stare dalla parte del cattivo ragazzo, mostrandocene tutta la gamma di sentimenti espressi (la passione, l’ira, la vendetta, ecc..) e inespressi (il bisogno di comunicare e condividere), raccontandolo come un fantastico gangster “public enemies” degli anni trenta, in tutto il suo essere un eroe tragico, quello di cui “innamorarsi” ma che alla fine cade inevitabilmente ucciso. Ma quello era ancora il “romantico” XX secolo, nel XXI l’eroe tragico resta con la pietra nel cuore, ha spalancato le porte della comunicazione a mezzo mondo e, miliardario, resta davanti al suo notebook a guardare, tra i tanti possibili, ancora una volta il profilo della sua ex ragazza. Con l’imbarazzo da vero nerd, tentenna, sfiora i tasti, ma alla fine cede di fronte alla sua stessa “macchina sociale”: le chiede l’amicizia. E il resto è solo un continuo F5, come se l’aggiornarsi/vivere sia ormai solo e disperatamente un refrain digitale.
Federico Chiacchiari, da “sentieriselvaggi.it”

Mark Zuckerberg, il ragazzo che sarebbe diventato il più giovane miliardario della storia creando il social network più usato al mondo, nel 2004 era uno studente di Harvard brillante ma con poche doti sociali. Lasciato dalla ragazza, schifato dai club più elitari e con un complesso d’inferiorità malcelato nei riguardi degli atleti, crea in una notte un software che preleva tutte le foto delle studentesse messe online dalle università e le mette a disposizione di tutti in rete, lo scopo è votare le più belle. L’applicazione fa il giro dei computer di tutta l’area e Zuckerberg viene multato per aver violato i sistemi di sicurezza. A quel punto però il suo nome è sulla bocca di tutti per l’impresa compiuta e due atleti appartenenti al club più importante del college lo contattano per chiedergli di realizzare la loro idea. Non solo Zuckerberg non lo farà ma prenderà i loro spunti per migliorarli e allargarli dando vita all’odierno Facebook.
Da quel momento la battaglia legale per vedere riconosciuta la paternità di quella che dopo soli pochi mesi era già evidentemente una macchina da soldi non ha tregua.
David Fincher è da sempre innamorato dei percorsi narrativi che consentono la ricostruzione di qualcosa (siano una serie di omicidi, sia la struttura di un libro, sia un fatto di cronaca) e per la storia della nascita di Facebook idea un racconto intrecciato tra dibattimenti, patteggiamenti e fatti reali mostrati in flashback, tutto centrato sull’inespressività di Jesse Eisenberg. L’attore newyorchese riesce infatti nell’impresa di comunicare la non comunicatività del suo Zuckerberg, in una lotta legale che è anche sopraffazione di una classe su un’altra. Una perversa e malvagia rivincita del nerd nei confronti di quelli che percepisce come nemici (l’ex migliore amico più integrato di lui, i canottieri che tanto piacciono alla ragazza che lo ha mollato).
L’idea più chiara di David Fincher è che Mark Zuckerberg, l’uomo che ha dato alla parola “amico” un altro significato, più allargato e lieve, alla fine della sua ascesa economica e sociale è solo. Chi ha ideato il network della socialità per eccellenza è una persona socialmente inabile, anche per i bassi standard dei nerd accademici, e una delle spinte più forti nella sua corsa non è stato tanto il desiderio di arrivare, quanto la frustrazione sociale.
È la nuova imprenditoria, fondata sul modo in cui la tecnologia entra o può entrare nella vita delle persone per mutarne le abitudini e su una volontà di successo a modo proprio, con i party in ufficio, le selezioni del personale fatte in base a chi meglio resiste all’alcol e i biglietti da visita con gli insulti.
The Social Network è il primo film a riportare senza clamore o sottolineature arroganti un dato di fatto della modernità, ovvero che la vita in rete (ciò che si fa, si legge e che accade online) per una certa fetta dell’umanità ha la medesima importanza della vita reale. Senza voler criticare quel mondo, Fincher guarda con moltissima empatia il suo protagonista, non gli risparmia stoccate ma sembra concedergli il massimo della benevolenza e della comprensione, anche nei momenti più duri.
Gabriele Niola, da “mymovies.it”

Così il Web diventa il nuovo Far West
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Un’invenzione epocale, un successo mondiale, una battaglia legale. Diversa da tutte le altre battaglie legali perché combattuta da soggetti giovanissimi su un terreno in larga parte ignoto perfino ai contendenti.
Raccontare al cinema la nascita di una immensa community virtuale come Facebook significava anzitutto perimetrare il campo di gioco e definire le regole del racconto dosando abilmente vecchio e nuovo. The Social Network mette a fuoco subito almeno tre punti fondamentali grazie allo scintillante copione di Aaron Sorkin, a tutti gli effetti coautore del film diretto da David Fincher. Uno: si può diventare miliardari a vent’anni senza mai imparare a godersi la vita. Due: al tempo di Internet non conta chi ha avuto un’idea per primo, conta chi la sviluppa e soprattutto la condivide prima degli altri. Tre: non importa quanto colti, intelligenti o intraprendenti potete essere. Se avete superato i vent’anni non salirete facilmente sul treno in corsa dell’era digitale. Anzi è già tanto se lo vedete, quel treno.
Al centro di tutto c’è Mark Zuckerberg (un Jesse Eisenberg tutto ostinazione e furori repressi), lo studente che diede il via al network quando aveva appena 19 anni. E subito dopo i suoi soci, o aspiranti tali, che in seguito gli avrebbero intentato cause milionarie. Il co-fondatore Eduardo Saverin (Andrew Garfield), in teoria il cervello finanziario dell’operazione; i gemelli nati ricchi Tyler e Cameron Winkelvoss (Armie Hammer e Josh Pence), che offrirono a Zuckerberg la prima scintilla dell’idea senza immaginare cosa ne avrebbe fatto, anche perché troppo occupati con ragazze e canottaggio (irresistibile la scena in cui perdono due gare insieme, ritmata da una versione pop del Peer Gynt di Grieg immortalato da Fritz Lang in M, il mostro di Düsseldorf). Mentre intorno ai contendenti, tutti studenti di Harvard, si affanna un coro di avvocati, professori, rettori, che tentano con molto paternalismo e nessuna comprensione dei fatti di sbrogliare la matassa. Senza lontanamente immaginare la natura – economica, psicologica, generazionale – della posta in gioco. Che invece appare lampante all’altro grande protagonista del film, Sean Parker (Justin Timberlake), inventore di Napster e anello di congiunzione ideale fra due diverse epoche dell’evoluzione umana. Quella in cui eravamo ancora una mente e un corpo (donnaiolo, viveur e musicofilo, il dandy Parker sembra l’unico a godere del proprio corpo). E quella, in cui ci traghettano Facebook e C., che fa del corpo una parentesi mentre la mente coincide con una rete fluttuante di conoscenze e il piacere si confonde con la velocità.
Non era facile rievocare con tanta acutezza la nascita di Facebook imponendo al tempo stesso uno sguardo sul mondo che Facebook ha contribuito a creare. The Social Network è la prima foto ad alta definizione di un’epoca piuttosto restìa a mettersi in posa. Onore al merito.
Da Il Messaggero, 12 novembre 2010

Una spirale mozzafiato dietro la nascita di Facebook
di Valerio Caprara Il Mattino

Intricato e per certi versi esoterico, «The social network» è un film intelligente quanto allarmante. Il difficilissimo lavoro dei doppiatori non è forse bastato a dare pieno conto della ricchezza e l’equilibrio dei fitti e a tratti estenuanti dialoghi a comporre una sorta di saggio in forma di dramma che mette in luce la possibilità molto attuale e molto americana di diventare miliardari a vent’anni senza peraltro arrivare a godersi la (vera) vita. Lo studente di Harvard Mark Zuckenberg, interpretato in maniera impagabile da Jesse Eisenberg, dopo essere stato mollato dalla girlfriend crea nell’arco di una nottata un sito dove sono messe a confronto tutte le studentesse «scopabili» lasciando agli utenti la possibilità di stabilirne via mail la relativa classifica. Da questo momento in poi Mark, grazie anche all’apporto prima dell’amico Eduardo (Andrew Garfield) e poi del più dandy e fascinoso Sean (Justin Timberlake), entra in una spirale mozzafiato che include l’esplosione di Facebook come sterminata comunità virtuale, l’espansione a catena dei finanziamenti e gli svariati processi intentati da chi si sente man mano scippato delle proprietà intellettuali.
Da Il Mattino , 12 novembre 2010

Che fortuna il secchione di Harvard
di Roberto Nepoti La Repubblica

Sembra una favola quella del giovane povero, senza fidanzata e senza amici, che inventa il modo di fare amicizia e crea un impero da 25 miliardi. Il secchione di Harvard senza un soldo è Mark Zuckerberg: una notte di febbraio del 2004 lancia in rete il concorso per eleggere la ragazza più carina. Facebook, il social network più amato (e odiato) del mondo, nasce così. Sullo sfondo dell’ incredibile avventura del giovane Mark si muove un’ America inquieta e nevrotica, prigioniera di vecchi vizi, come la misoginia (i protagonisti trattano meglio le galline delle fidanzate). Un’ America prigioniera dell’ idolatria del dollaro. Ma anche curiosa di nuove frontiere, capace sempre di riconoscere il talento e di trasformare un’ idea in un sogno.
Da La Repubblica, 13 novembre 2010

L’amicizia virtuale e reale ai tempi di Facebook
di Maurizio Acerbi Il Giornale

La grande sorpresa è che un film passato da un festival riesca ad incassare. The Social Network, però, che racconta la genesi e, soprattutto, i problemi legali sorti con la nascita e lo sviluppo di Facebook, gli euro d’ingresso li merita tutti. Film che sconfina quasi nel documentario, asettico (non prende posizione a favore di uno o dell’altro socio) e con un messaggio chiave: chi di amici virtuali ferisce, di amici reali perisce. La sceneggiatura è da Oscar e la recitazione dei due protagonisti è da far vedere e rivedere a tante nostre presunte starlette. Chapeau.
Da Il Giornale, 19 novembre 2010

Un soggetto cinematografico può essere originale, particolare e potenzialmente interessante quanto volete, ma se a svilupparlo non c’è qualcuno con una buona mente e una buona mano è difficile che esso si possa trasformare in un film con gli attributi. E’ questo il caso dell’argomento Facebook, il sito di reti sociali – o social network che dir si voglia – fondato nel 2004 dall’allora diciannovenne Mark Zuckerberg, che nel giro di pochi anni è diventato il più gigantesco fenomeno della Rete (e non solo). Dunque inevitabilmente catalizzata l’attenzione anche dei produttori cinematografici, Facebook si è così ritrovato al centro di adattamenti per il grande schermo, e lo ha fatto principalmente un paio volte: l’anno scorso, quando in Italia è stato realizzato il collettivo “Feisbum – Il film”, e quest’anno, quando David Fincher ha realizzato il suo “The social network”.
E qui si vedono i grandi autori: se “Feisbum – Il film” è una pellicola forse non da cestinare al 100%, ma comunque di certo poco vantabile data la sua pochezza e la sua mancanza di spessore (senza essere cattivi, diciamo cestinabile al 99%…), uno come Fincher, nonostante negli ultimi anni abbia fatto un paio di mezzi buchi nell’acqua con “Zodiac” e “Il curioso caso di Benjamin Button”, è invece stato capace di capire come sarebbe dovuta essere realizzata una pellicola che parlasse di questo social network e del suo incredibile successo.
Commissionata la sceneggiatura ad Aaron Sorkin (“Codice d’onore”), il regista ha dettato le direttive per partire dal libro di Ben Mezrich Miliardari per caso, lavorando sulla psicologia del protagonista, il Mark Zuckerberg interpretato da un bravo Jesse Eisenberg (tra l’altro – fatto curioso – suo cugino lavora proprio per Facebook!) che viene descritto come un nerd isolato e frustrato, senza ragazza, senza amici e che dà inizio a tutto a causa di un storia finita male con la bella Erica Albright (Rooney Mara, che lavorerà ancora con Fincher in “The girl with the dragon tattoo”, remake made in USA dello svedese “Uomini che odiano le donne” in cui l’attrice vestirà i panni della protagonista Lisbeth Salander). Ma questo è solo il punto di partenza, perché “The social network” si sviluppa poi molto più ampiamente ed approfonditamente, trattando in maniera convincente ed estremamente analitica gli aspetti sociali, economici, imprenditoriali e giudiziari della vicenda. Da Zuckerberg a Severin, dai fratelli Winklevoss allo Sean Parker di Napster, dal successo clandestino del piccolo Facemash alle battaglie legali dell’ormai colosso Facebook, Fincher tralascia veramente poco, informando trasversalmente lo spettatore senza mai annoiarlo, ma anzi raccontando il tutto con un ritmo incredibile che non fa staccare per un solo secondo gli occhi dallo schermo.
Sostanzialmente, se si vuole prendere qualche parallelismo d’esempio, possiamo chiamare in causa “I pirati di Silicon Valley” di Martyn Burke, film sull’ascesa di Bill Gates e Steve Jobs con genere e temi in comune, ma ad ogni modo con evidenti differenze rispetto alla pellicola di Fincher. Dove infatti il film di Burke era incontrovertibilmente destinato ai soli nerd, “The social network” riesce ad essere notevolmente più intelligente, con una forza tale da riuscire a piacere sia ai navigatori del Web più accaniti, sia a chi mastica meno il linguaggio dei computer ed è solamente alla ricerca di un biopic ben fatto (certo, poi se manco sapete cosa siano Internet e i social network, forse potreste anche farvi venire il dubbio che questo film potrebbe non essere adatto a voi…). A confermare l’appena menzionata differenza c’è il fatto che “The social network” è ottimamente lontano da quell’asetticità de “I pirati di Silicon Valley” e, al contrario, è anche realizzativamente molto convincente, con un’avvolgente atmosfera resa sempre viva da una buona fotografia, un distinto montaggio e numerose invenzioni registiche originali e ad effetto (basti pensare al brillante dialogo d’apertura).
Poi io non so se Facebook abbia migliorato o peggiorato il mondo ma, come dice chiaramente pure Fincher, c’è da prendere atto di come, nel bene e nel male, esso ha dato un nuovo significato alla vita in Rete, una Rete che non dev’essere unicamente demonizzata a priori, ma che dev’essere trattata in maniera sempre più maturamente analitica, anche accostata e descritta nel significato dei suoi rapporti con la vita reale. Insomma, quello che Fincher mostra è semplicemente la storia di Facebook esattamente come doveva essere raccontata, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Non ci sono buoni o cattivi, ma ci sono personaggi veri, amicizie infrante, desideri falliti o realizzati, progetti intrapresi, tramontati o cresciuti fino ad assumere dimensioni monumentali, progetti che forse, ad esser critici, informaticamente potevano pure essere migliori, ma che in quanto a socialità, comunicazione, informazione e marketing sono di certo di una rilevanza da non sottovalutare.
Curiosità: Ad un certo punto nel film viene detto, senza però farne il nome, che fra politici e premi Nobel, anche una star di Hollywood ha frequentato Harvard. In realtà diversi attori e attrici lo hanno fatto: Jack Lemmon, Tommy Lee Jones, Natalie Portman, Matt Damon, John Lithgow, Mira Sorvino, Elisabeth Shue, Ashley Judd e diversi altri.
Maurizio Macchi, da “pellicolascaduta.it”

Per anni ci siamo fatti belli dichiarando con Groucho Marx “non vorrei mai far parte di un club che mi accettasse tra i suoi soci”. Silenzio di tomba sulla sofferenza vera e cocente: quando smaniamo per entrare in un club che tra i suoi soci non ci vuole ammettere. Adattando “The Accidental Billionaires – The Founding of Facebook: A Tale of Sex, Money, Genius and Betrayal” di Ben Mezrich, Aaron Sorkin mette il dito dentro la piaga e lo rigira (sospettiamo lo abbia intinto, prima, nell’alcol o nel peperoncino). Il libro narra i fatti, già abbastanza interessanti. Lo sceneggiatore della serie “West Wing” ne ricava una storia shakespeariana ambientata all’Università di Harvard. Protagonisti, un ragazzo ricciolino in felpa e ciabatte Adidas di plastica blu (a volte con calzino) che non riesce a rimorchiare. Quando finalmente esce con una ragazza, si sente dire: “Credi che nessuna ti voglia perché non hai muscoli da calendario. La verità è che nessuna ti vuole perché sei stronzo”. Furioso, il giovanotto beve qualche birra e si mette al computer per un “drink and blog” (variante del “drink and dial” che Paul Giamatti praticava in “Sideways” di Alexander Payne). Per vendetta rivela al campus che le tette della fanciulla non sono quel che sembrano (soccorrono i reggiseni imbottiti di Victoria’s Secret) e organizza un torneo tra ragazze scopabili. Si procura i “facebook”, album universitari dove ogni studente viene registrato e fotografato (finora, nel cinema americano, servivano a smascherare i serial killer o le dark lady che facevano perdere le proprie tracce assumendo una nuova identità: la fototessera dei vent’anni, al netto dei brufoli e dell’assurda pettinatura, impietosamente denunciava il trucco). Mette le fotografie in rete, chiede agli studenti di votare con un click, il server dell’università salta per troppi contatti. Facebook come noi lo conosciamo – che rende pubbliche le nostre foto con le orecchie da elfo, fa sapere i nostri gusti e soprattutto il nostro status sentimentale, consente di essere rintracciati dai compagni di scuola che abbiamo cercato di seminare – dovrebbe sanare il peccato originale, consentendo a Mark Zuckerberg di rifarsi un’immagine nel campus. Questo consigliano i waspissimi gemelli Winklevoss, campioni di canottaggio (un solo attore, doppiato al computer). Tra i molti che hanno fatto causa a Zuckerberg, vincendo: ma il più giovane miliardario americano può staccare un assegno da 65 milioni di dollari, e restare miliardario. Alla tostissima sceneggiatura – battute a raffica, Mark che ancora in pedalini si fa stampare biglietti da visita con la scritta “I’m Ceo, bitch” – Fincher aggiunge tutto quel che compete al regista: attori geniali diretti benissimo, capaci di dire cose interessanti anche in conferenza stampa: “Zuckerberg non era cattivo. Solo che gli altri non erano la sua priorità”.
Mariarosa Mancuso, da “ilfoglio.it”

Friends Will Be Friends

Facebook ti aiuta a connetterti e rimanere in contatto con le persone della tua vita.
Slogan di lancio del sito Facebook.com

In una notte d’autunno del 2003, lo studente di Harvard e genio della programmazione Mark Zuckerberg si siede davanti al suo computer e inizia a lavorare ad una nuova idea. Tra blogging e programmazione, quello che inizia nella sua stanza del dormitorio presto si trasforma in in una rete sociale globale, in una rivoluzione nel mondo delle comunicazioni. Sei anni e 500 milioni di amici dopo, Mark si ritrova a essere il più giovane milionario nella storia. Ma, come per ogni imprenditore, il successo conduce sia alle complicazioni personali sia alle difficoltà legali. [sinossi]

Oltre cinquecento milioni di utenti attivi, secondo sito più visitato del mondo nel 2010 dopo il mastodonte Google: sono questi, mantenendosi fermi alla categorica freddezza dei numeri, i dati su cui si poggia Facebook, l’impero creato da Mark Zuckerberg nel febbraio del 2004. Un social network che ha letteralmente cannibalizzato la rete internet: dalle personalità pubbliche ai bambini delle elementari, arrivando persino agli animali domestici, tutti (o quasi) nel mondo occidentale possono oramai affermare di avere contatti, più o meno continuati, con il sito dalla spartana grafica bluastra, attraverso il qule scambiare informazioni personali, stati d’animo e pensieri in libertà con amici, conoscenti, colleghi, aspiranti partner e via discorrendo. Si potrà anche trovare immorale questa degenerazione dell’umano relazionarsi, ma se si ha intenzione di comprendere la società contemporanea, sviscerandone l’indole intima e sotterranea, non è possibile pensare di poter sminuire o addirittura ignorare il ruolo svolto negli ultimi anni dal cosiddetto “faccialibro”.
Non c’è dubbio alcuno che tutto ciò sia stato ampiamente compreso da Aaron Sorkin e David Fincher, rispettivamente sceneggiatore e regista di The Social Network, presentato (vergognosamente nella versione doppiata destinata all’uscita nelle sale italiane, dove approderà il prossimo 12 novembre) come Evento Speciale alla quinta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma. Un progetto di cui si parlava da più di due anni e sul quale si erano concentrate le ansie e le aspettative di ogni cinefilo che si rispetti dal momento in cui era stato confermato il nome di Fincher dietro la macchina da presa. Prendendo spunto dal libro di Ben Mezrich Miliardari per caso – L’invenzione di Facebook: una storia di soldi, sesso, genio e tradimento, The Social Network racconta la storia di Facebook attraverso la travagliata vicenda giudiziaria che il sito ha vissuto: Zuckerberg è stato infatti citato in giudizio da alcuni colleghi di università (i futuri olimpionici del canottaggio, i gemelli Winklevoss), ma soprattutto dal suo miglior amico, quell’Eduardo Saverin che aveva finanziato il primissimo prototipo del sito. Nel botta e risposta tra le varie parti in causa e i loro avvocati si ripercorre la genesi di Facebook, dal crash cui andò incontro il server di Harvard dopo l’incredibile successo del sito FaceMash (dove i membri del campus potevano di volta in volta votare la ragazza più carina scegliendo tra due foto che apparivano random sullo schermo) fino al raggiungimento da parte di Zuckerberg del titolo di “miliardario più giovane del mondo”.
Con un materiale del genere a disposizione, il rischio di cadere nell’agiografia, di lasciarsi prendere la mano da un accesso di moralizzazione o semplicemente di puntare tutte le proprie carte su un’opera giudiziaria old style era davvero molto forte. Eppure, con un miracoloso gioco di sceneggiatura e regia, The Social Network si propone come una delle visioni più convincenti e sconvolgenti dell’ultimo anno: nel tessere la trama, Sorkin (noto ai più come creatore del serial “presidenziale” West Wing) non volge lo sguardo nemmeno per un secondo alle opere giudiziare che hanno ingrassato l’organismo di Hollywood da decenni a questa parte, ma piuttosto sembra concentrare tutti i propri sforzi in un ideale contatto tra questi e l’universo dei teenage movie che tanto deve al nume tutelare John Hughes. Un genere di riferimento tra i più consolidati (e solitamente meno compresi) d’America, e di cui si percepisce la fragranza fin dall’incipit, in cui Zuckerberg viene lasciato dalla sua ragazza in un ristorante dopo un fuoco di fila di dialoghi in grado di annichilire del tutto lo spettatore. Ed è forse proprio nella caraterrizzazione del futuro miliardario che è possibile percepire con maggior forza il riferimento al genere: aspetto trasandato e bizzarro (da antologia le pantofole con le quali si muove in ogni dove), estrema arguzia nella gestione dei dialoghi, mostruose capacità informatiche, tendenza neanche troppo lieve alla sociopatia. In una parola, l’ideale perfetto di colui che per definizione viene chiamato nerd. E The Social Network è una vera e propria “rivincita dei nerds”, per citare il film di Jeff Kanew, uno dei teenage movie di maggior successo della storia: quel gioco in parallelo, sfruttando il montaggio alternato, tra la disinibita e pruriginosa festa esclusiva del campus e la stanza che Zuckerberg condivide con i suoi compagni, e nella quale sta creando FaceMash (altrettanto pruriginoso, da un punto di vista teorico, ma privo di qualsiasi relazione reale, o meglio tangibile, con il mondo esterno), è un istante di cinema che arriva davvero a sfiorare il sublime. Perché The Social Network non è solo una ricostruzione storica delle origini del più clamoroso fenomeno collettivo venuto alla luce negli ultimi anni: se così fosse, tutto si esaurirebbe in un miserando rimpallo di torti e ragioni.
La pellicola di Fincher, l’ottava della sua onoratissima carriera, è al contrario una soave e divertente incursione nei meandri del nuovo capitalismo, gli Stati Uniti post-11 settembre dove l’idea di “contatto” si è fatta via via sempre più virtuale, e dove il termine amicizia – sottolineato quasi con crudeltà durante le due ore di durata del film – ha acquisito sfumature sempre meno rassicuranti. Dal canto suo, Fincher spiazza ulteriormente lo spettatore regalando una messa in scena sobria, lontana dai fasti immaginifici cui ci si era abituati: la costruzione delle sequenze, solitamente esempi di mirabolante perizia tecnica, è qui basata su una linearità di sguardo che sorprende. E non si confonda il termine linearità con piattezza: la messa in scena di The Social Network non è una resa nei confronti di una struttura narrativa troppo forte per poter essere rimodellata, ma bensì la dimostrazione della consapevolezza di Fincher. Non c’è necessità di ulteriore attrazione in quest’opera capitale, e lo spettacolo è insito nella materia stessa che si sta trattando: guardando a sua volta dalle parti di John Hughes, dunque, Fincher sposta la sua attenzione dalle evoluzioni della macchina da presa a spazi angusti (camere da letto, locali, stanze), sottraendo aria con pervicacia agli esterni, usati con una parsimonia davvero rara. Ed è proprio nella più lunga sequenza in esterni dell’intero film, quella della gara di canottaggio in Inghilterra, che Fincher si concede l’unico evidente scarto stilistico, raggelando l’azione sulle note di una trionfale rilettura in chiave elettronica del capolavoro di Edvard Grieg Nell’antro del re della montagna, tratto dal Peer Gynt (la colonna sonora originale è in parte opera del genio di Trent Reznor). Dimostrazione palese, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, della millimetrica precisione di Fincher, e della sua oramai incontrovertibile maturità artistica.
Arricchito da un cast straordinariamente in parte, in cui spicca l’interpretazione di Jesse Eisenberg, uno dei volti giovani più convincenti di Hollywood fin dall’esordio in Roger Dodger di Dylan Kidd (anno domini 2002), The Social Network racconta l’Occidente di oggi con la giusta dose di levità e cattiveria, senza permettersi di giudicare e senza alzare inutili barriere tra ipotetici buoni e cattivi – e in tal senso si veda la lungimirante sequenza che vede i gemelli in cerca di vendetta chiedere giustizia al rettore di Harvard –, distinzione che rischia davvero di perder senso nel capitalismo della crisi (o anche crisi del capitalismo, ça va sans dire). Un miracoloso capolavoro, davvero: cosa aspettate a diventarne fan su Facebook?
Raffaele Meale, da “cineclandestino.it”

Facebook oggi ha 500 milioni di iscritti in tutto il mondo, e sono stati versati fiumi di inchiostro sulle conseguenze che questo social network avrà sulle nostre vite e sul nostro modo di percepirle. Il nodo cruciale è il tema della privacy, degli impulsi alla base della scelta di condividere informazioni personali con quelli che sono – spesso – praticamente degli sconosciuti. The Social Network di David Fincher è quindi un film che si inserisce nel vivo di un dibattito che al momento è vivacissimo e i cui esiti non possono ancora essere calcolati. Da un regista come Fincher ci si sarebbe potuti legittimamente aspettare un interesse particolare rispetto a questo tema sociale-antropologico, soprattutto se si pensa a un film come Fight Club, alla sua analisi della società dei consumi e al suo finale tragicamente premonitore. Invece Fincher spiazza tutti e vira sul tema “opposto”, focalizzando la sua attenzione unicamente sull’ideatore del social network più popoloso del mondo: Mark Zuckerberg.
Il film, strutturato come un vero e proprio “thriller giudiziario”, è ambientato nel momento in cui il fondatore di Facebook, ormai già all’apice del suo successo, si trova a fronteggiare due cause. Una viene dal suo migliore amico e co-fondatore del social network, Eduardo Saverin , tagliato fuori dalla società; l’altra denuncia arriva da due ex-colleghi di Harvard, che accusano Zuckerberg di aver rubato loro l’idea. Il film si svolge dunque per flashback che ricostruiscono la genesi di Facebook e del più giovane miliardario del mondo, dal momento in cui l’idea che lo renderà famoso comincia ad affacciarsi nella sua mente fino al suo definitivo successo globale. Si tratta quindi del ritratto di un personaggio a suo modo carismatico e influente; ma anche in questo Fincher segue una strada del tutto particolare, evitando accuratamente ogni approfondimento psicologico che possa dare la misura delle azioni di uno degli uomini più ricchi del mondo. L’unica cosa che è chiara – e che costituisce l’attrattiva principale del personaggio – è il fondamentale disinteresse di Zuckerberg per l’aspetto finanziario del progetto. Il motore interno di questo genietto dell’informatica non è la brama di denaro: fonte della sua determinazione incrollabile sembra essere solo il fatto che può farlo. Lui e nessun altro. La scelta di lasciare intatto il mistero che lo avvolge costituisce però proprio la forza dell’opera, che altrimenti avrebbe inevitabilmente banalizzato le vicissitudini di questo personaggio.
Il film – girato magistralmente – anche stilisticamente costituisce un unicum nella cinematografia di Fincher, in quanto si discosta dalle atmosfere lugubri e oscure che sono la sua più evidente cifra stilistica. Ma a ben vedere ci sono, forse, degli “ambienti patogeni”: quelli dei club di ultralusso del jet set e delle confraternite esclusive e inaccessibili che attraggono morbosamente il protagonista. E da questa prospettiva si può rintracciare l’unica chiave di lettura che il regista ci ha forse voluto dare per decifrare il suo personaggio. Oltre alla forte convinzione di poterlo fare, Zuckerberg sembra mosso anche da uno spirito di rivalsa verso un mondo che non lo accetta: quello dei “pezzi da novanta” che frequentano Harvard. E ancora di più dalla scottatura di essere stato lasciato dalla fidanzata del college: il film si apre infatti “atipicamente” in medias res, su un dialogo tra i due fidanzati, alla fine del quale Zuckerberg si ritrova scaricato. Ed è proprio in seguito all’abbandono che muove i suoi primi passi nel mondo del “pettegolezzo generalizzato” in rete. Un ulteriore e fondamentale aspetto di grande raffinatezza del film sono le musiche, attraverso le quali è possibile avere un’ altra conferma del senso di rivalsa dello Zuckerberg visto da Fincher. Il film si apre infatti sugli accordi di Ball and Bisquit dei White Stripes – un intenso blues proprio sul rancore e il senso di rivalsa nei confronti di una donna – e si chiude con Baby You’re a Rich Man dei Beatles, il cui titolo dice già tutto. Il fondatore di Facebook, infatti, decide di far assumere dimensioni mondiali al suo social network proprio in seguito ad un successivo incontro con la ex, che si mostra del tutto indifferente al progetto del protagonista, per quanto già tutti abbiano cominciato a parlarne. “And right now you could care less about me, but soon enough you will care by the time I’m done”, canta Jack White in Ball and Bisquit. Amore e rabbia, quindi?
Giovanna Branca, da “close-up.it”

di Lorenzo Bianchi
Il film è stato sceneggiato da Aaron Sorkin, che ha adattato per il grande schermo il libro di Ben Mezrich Miliardari per caso – L’invenzione di Facebook: una storia di soldi, sesso, genio e tradimento (Sperling & Kupfer).
Mark Zuckerberg è uno studente di Harvard, difficoltà nel relazionarsi con le ragazze e con un solo amico: Eduardo. Studia informatica e un giorno gli viene un’idea geniale: Facebook.
David Fincher non si pone limiti ormai. Dopo film cult come Seven e Fight Club il regista decide infatti di mettersi alla prova con il fenomeno social più strabiliante e rivoluzionario degli ultimi anni. The Social Network non è un film ‘su’ Facebook, è un film che racconta cosa sta dietro alla nascita del social più potente e peggio utilizzato del globo. ‘Non arrivi a 500.000.000 di amici senza farti qualche nemico’. E se proprio l’unico vero amico in carne ed ossa che hai fosse uno di questi?
La vicenda di Mark Zuckerberg (magnifica interpretazione di Jesse Eisenberg, perfetto), nerd – misogino e all’apparenza senza scrupoli è in realtà la storia di un ragazzo debole, solo e molto influenzabile. L’ottima, geniale, idea di Facebook, in collaborazione con il suo migliore amico Eduardo Saverin (complimenti anche per Andrew Garfield), diventerà molto presto causa della loro divisione, soprattutto se a mettersi di mezzo è un diavolo tentatore come Sean Parker (sorprendente e brillante Justin Timberlake), inventore, a soli 19 anni, di Napster e idolo di Mark. La geniale idea sfugge dal controllo del suo creatore, arrivando al paradosso di un re del social che è in realtà una persona estremamente sola, come l’emblematico finale sottolinea in maniera magistrale.
The Social Network è davvero notevole. La regia è perfetta, come già lo era stata nelle precedenti opere di Fincher, il quale riesce a raccontare un caso tanto problematico e spinoso nella maniera più fluida e chiara possibile. Il continuo gioco di flashbak, flashforward e narrazioni incrociate tra il passato e le due cause combattute da un disinteressatissimo Zuckerberg è semplicemente perfetto. I rimandi al John Nash di A Beautiful Mind , sono evidenti: significativa la scritta degli algoritmi sulla finestra durante la generazione del capolavoro mediatico.
Ci si chiede se Facebook sia il demonio, se il suo creatore sia così malvagio ed egoista o se semplicemente sia tutta una trovata per un attacco gelosia. L’accusa dei gemelli che subiscono il presunto plagio è pressoché assurda, così com’è narrata.
‘Se foste gli inventori di Facebook, avreste inventato Facebook’. Come dargli torto. Mark non ha copiato nulla, Mark ha creato da una minima idea un capolavoro. Tocca più da vicino invece ciò che accade tra lui ed Eduardo, amico tradito nell’orgoglio prima che nel portafoglio.
Fincher non ci ha traditi, creando un altro film che presto diventerà di culto.
Mi piace.
da “spietati.it”

di Marco Valerio
Si accendono le luci in sala, i titoli di coda scorrono sullo schermo, in sottofondo si sente Baby you’re a rich man dei Beatles. Un attimo di smarrimento, o meglio, di assestamento nel passaggio dalla finzione filmica alla realtà, un respiro profondo, qualche secondo per ponderare e cercare di mettere ordine nella propria mente, dopodiché si può uscire dalla sala con una certa emozione, convinti di aver appena terminato la visione di un grandissimo film.
Perché The social network non è solo un film su Facebook: è un lucido spaccato di vita vera, un sofisticato e spietato sguardo sulla contemporaneità americana, ma non solo; è una sorprendente riflessione sul capitalismo del nuovo millennio, sui valori (o disvalori) e sulle contraddizioni della nostra società.
E Facebook è poco più che un pretesto a partire dal quale Fincher articola un discorso complesso e affascinante, ricco di problematiche e sfaccettature come la realtà che cerca di raccontare. Al regista poco importa delle dinamiche sociologiche che stanno alla base della nascita e della popolarità dei social network.
Sorretto dalla solidissima e impeccabile sceneggiatura di Aaron Sorkin, Fincher si dimostra decisamente più interessato a mettere in evidenza la complessità del nostro presente e la sua sostanziale deriva morale e sociale.
Mark Zuckerberg è, a suo modo, un eroe dei nostri tempi, o meglio, un anti-eroe e incarna alla perfezione l’arrivismo, l’arroganza, la superficialità e l’egoismo di chi è disposto a tutto pur di raggiungere i propri obiettivi, non importa quale sia il prezzo da pagare: che si tratti di salatissimi risarcimenti in denaro o di farsi terra bruciata intorno non fa differenza.
Una società individualista, dove solo il bene e l’autodeterminazione del singolo contano, a dispetto degli altri e dove il tradimento è una prassi consolidata e solo una delle molte strade che portano al successo. Questo è il nuovo modello di capitalismo, questo è il nuovo tipo di umanità e queste sono le nuove personalità che l’inizio del nuovo millennio ci ha lasciato in eredità: il mondo non è dei furbi, ma dei più furbi tra i furbi (“dietro ogni fortuna si nasconde un grande crimine” diceva Balzac).
Ma il merito principale di The social network è quello di non essere mai definitivo nelle proprie conclusioni, di lasciare un minimo di ambiguità nel proprio racconto, una soluzione narrativa funzionale alla descrizione di una contemporaneità indecifrabile e multiforme.
Fincher immola la propria messa in scena al servizio della storia, accantonando i virtuosismi registici a favore, invece, di una classicità che richiama al grande cinema d’inchiesta sociale e politica degli anni Settanta. The social network è infatti un film profondamente politico sia per come illustra l’America di Bush, involuzione cinica e paranoica di quella egocentrica di Reagan, sia per la contrapposizione tra i vecchi ricchi (i gemelli Winklevoss) e i nuovi ricchi (Zuckerberg, ma anche Sean Parker, creatore di Napster), ma anche per lo sguardo disincantato sull’era della comunicazione del terzo millennio che, votata a unire e mettere in contatto tra loro il maggior numero possibile di persone, paradossalmente le isola e le separa sempre di più in una solipsistica contemplazione della propria personalità relazionata a quella altrui.
E non è forse una ironica contraddizione che i due creatori del social network da 500 milioni di contatti, Zuckerberg e Eduardo Saverin abbiano radicalmente e definitivamente troncato qualsiasi tipo di rapporto, dopo essere stati amici per la pelle?
Questo sembra volerci dire il film di David Fincher: l’ambizione, la smania di successo, la megalomania, la socialità fittizia via web sono tutte piccole e grandi ossessioni che finiscono con il cannibalizzare qualsiasi barlume di umanità solo per sentirsi onnipotenti e miliardari, ma inevitabilmente sopraffatti dalla solitudine, magari osservando con sguardo inebetito il profilo interattivo di una vecchia fiamma, ricordo lontano di un barlume di felicità e di anonima normalità.
Di gran lunga il miglior film di Fincher (insieme al sottovalutatissimo Zodiac) e una delle più intelligenti, appassionanti ed entusiasmanti pellicole americane degli ultimi dieci anni.
Da non perdere per nessuna ragione al mondo!
da “spietati.it”

di Gianni Barchesi
The social networkrappresenta le vicende fondamentali che hanno cambiato la vita di Mark Zuckerberg (Jesse Eisenberg) e del suo compagno Eduardo Saverin (Andrew Garfield), portandoli, dalla “semplice” ricerca del successo sociale nel campus di Harvard, alla concretizzazione del social network Facebook come fenomeno di massa, divenuto “il secondo sito più visitato al mondo”: ma la gloria ha un caro prezzo, pagato con molti sbagli, processi legali e rotture di rapporti. Il film tratta, per lo più, di un tempo passato dove è concentrata la maggior quota della narrazione, nella quale si ripercorre la creazione del sito e la sua rapida ascesa. Tutto questo fa, a sua volta, da base al tempo presente, ossia è la sostanza da cui scaturiscono e su cui sono incentrate le vertenze legali che hanno portato Zuckerberg a risarcire il suo ex-amico Saverin.
Aaron Sorkin alla sceneggiatura è una garanzia, ma dopo la visione sarà più appropriato parlare di una certezza. The social network, se si dovesse (e se si potesse!) descrivere in una parola, si vedrebbe riassunto più che bene nel termine “teso”. La tensione è il fattore vincente di questo film e Sorkin, con le sue caratterizzazioni e i suoi dialoghi brillanti ed incalzanti, tali non tanto per una ricercata retorica quanto per il loro diretto, ferreo e connaturato senso della logica (“Se voi foste gli inventori di Facebook, avreste inventato Facebook.” è una battuta perfettamente esplicativa della questione), si merita una buona fetta del merito. Ci piace pensare che, visto quanto numeri e percentuali siano una parte fondamentale del film, la quota di detenzione di merito di Sorkin si aggiri sul 33%.
Percentuale analoga va consegnata all’ormai definitivamente affermato David Fincher. Con questo film il regista nativo di Denver porta la luminosa stella della sua (paradossalmente) cupa cinematografia nel ricco cielo hollywoodiano.
Si prevedono, infatti, molte nomination in arrivo grazie a questa pellicola: ed anche se è spesso piacere di ogni critico banalizzare il valore degli Oscars, un piacere neanche piccolo, come si potrebbe dare torto ai giudici dell’Academy se The social network facesse il pieno di statuette?
Siamo dinanzi ad un film girato perfettamente. Ogni scena è costruita con intelligenza, ad esempio, come intuibile dall’accenno di trama, soprattutto nel trattare le vicende legali, il film presenta situazioni da “camera”: c’è una stanza, tutti sono intorno ad un tavolo e dialogano. Cosa ci sarebbe di più facile se non un continuo campo/controcampo? Nulla. Ed infatti Fincher non si sottrae alla tradizione, ma vi aggiunge qualcosa: così come Zuckerberg in queste sequenze è presente fisicamente, ma mentalmente è “altrove”, alla stessa maniera la regia ci ricorda che c’è un “alibi” e lo fa innanzitutto suggerendo profondità di campo (fino a 3 piani in un’inquadratura dentro una stanza!) mentre i dialoghi (ossia la contingenza) impazzano.
Inoltre Fincher si dedica a personaggi non coinvolti direttamente nella discussione e ancora, sempre sulla scia dell’attenzione del regista all’altrove: non c’è praticamente una finestra in tutto il film che non abbia importanza e che non sia tenuta da conto per qualche motivo, che sia per guardarci verso l’esterno, verso il mondo che cambia, che sia per bisogni estetici (dare importanza a una figura sfruttando il contrasto col vetro), o che sia per appuntarci un algoritmo. Fincher include e fa cooperare, mantenendo vivo sempre quel fattore che già abbiamo definito come fondamentale e caratterizzante di tutto il film: la tensione.
Se finora un 33% di meriti va a Sorkin e un 33% a Fincher, un 20% va alla colonna sonora curata da Trent Reznor e Atticus Ross. Concepita come una vera e propria “soundtrack”, consiste in un insieme di brani d’atmosfera, suoni e rumori che non vanno mai sopra all’immagine e tantomeno sopra ai dialoghi, anzi, fanno loro da tappeto. Tocchiamo il 100% dei meriti affidando alla cinematografia ed al montaggio l’ultimo, meritatissimo 14%.
Infine la componente attoriale è interessante tanto quanto quella filmica: interpreti giovani, coinvolti e coinvolgenti. Menzione d’onore per Eisenberg e il suo sguardo da nerd sinistro e per Timberlake, che forse sta trovando la sua vera vocazione nel cinema come attore.
The social network è il film dell’anno perché è il film ideale per chiudere questi anni zero del terzo millennio. Questa è una pellicola che convive con il suo presente, se ne prenda, ad esempio, l’ultima scena: senza nulla dirvi di più, noterete come e quanto sia semplice eppure geniale, simpatica (nel senso letterale) e brillante. In una parola, azzeccata.
Per questi motivi si potrebbe definire The social network un film “generazionale” e, sempre per questo, sappiamo che può suonar strano cantare le lodi di un prodotto legato a doppio filo a questi anni dai toni generali così grigi, ma vi invitiamo, ad accogliere i buoni (anche se non molti) barlumi di questi bistrattati anni zero notando e annotando che, come di Zuckerberg ce ne sono stati pochi in quest’ultimo periodo, così ci sono state poche pellicole alla stregua di The social network.
Su questo, quasi non ci sarebbe da discutere: o meglio, costruendo un altro parallelo, si potrebbe dire che non apprezzare The social network altro non è che una scelta personale, un senziente chiamarsi fuori proprio come quando, quasi tenendo un punto, oggi si sceglie di non crearsi un profilo su Facebook.
da “persiinsala.it”

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog