The Artist

Un progetto ambizioso nato in sordina e dato sulla carta già perdente dal circuito produttivo e che invece si sta guadagnando il titolo di rivelazione dell’anno (ha già fatto vincere la Palma d’Oro per la migliore interpretazione maschile a Jean Dujardin e ora si prepara forse alla corsa all’Oscar). Il regista francese Michel Hazanavicius, già largamente apprezzato in patria per OSS 117 – un pastiche di spy stories parodiche – sembra aver fatto davvero centro con The Artist, film muto che narra l’odissea di un artista degli anni ’20 scalzato dall’avvento del sonoro e ostacolato nell’amore da un orgoglio quasi irrazionale. Un omaggio al cinema muto di grandi maestri come Fritz Lang, Ernst Lubitsch o Murnau che riesce però a superare l’anacronismo di un lavoro che vive e parla del passato, restituendoci la modernità di una storia d’amore resa pura dall’assenza di dialoghi, narrata solo dalla fusione di sguardi e gesti immersi in un bianco e nero che muta d’intensità a seconda dello stato delle cose: il lucido contrasto dei momenti felici e il confuso ingrigirsi dei momenti più bui. Sorprendente scoprire come, in un’epoca di roboanti produzioni in cui la voce spesso sovrasta le emozioni reali, un film sia in grado di riportarci alla pura essenza di certi attimi, pietre fondanti di un sentimento non contaminato dalla ridondanza che – di fatto – spesso appartiene al parlato.
Hollywood 1927. George Valentin (Jean Dujardin) è un divo del cinema muto all’apice del successo. Richiestissimo dalle produzioni e amatissimo dal pubblico, Valentinsembra aver però riposto in quell’incontrastato successo anche le sue aspirazioni di uomo, riponendo nell’orgoglio artistico e umano tutta la sua potenza. Ma gli anni ’30, e anche la Grande Depressione, sono alle porte, così come l’avvento del sonoro che troverà Valentinimpreparato e forse anche inadatto a quel cambiamento. E quando la sua vivace espressività da attore del muto sembrerà non interessare più a nessuno, e le case di produzione (in particolare quella del produttoreAl Zimmer – il sempre bravo John Goodman) inizieranno a sbattergli la porta in faccia senza riserve, il suo orgoglio unito alla depressione per quella ‘rinnegazione’ lo faranno sprofondare in una crisi esistenziale senza via d’uscita. Nel frattempo, Peppy Miller (Bérénice Bejo), una giovane e briosa ragazza conosciuta per caso – da Valentin – all’uscita da una prima, sembra essere invece in procinto di spiccare il volo. Da semplice ballerina, grazie proprio all’avvento del sonoro, la ragazza si sta infatti trasformando in una star di primo livello, che per un sadico gioco del destino, sta per prendere nel cuore del pubblico il posto dell’oramai negletto Valentin. Il tempismo amoroso appare dunque ancora una volta sfavorevole: se in prima battuta Valentin era così preso da sé stesso per lasciarsi rapire dal fascino di una soubrette, ora, caduto in disgrazia – economica e umana -, il suo incrollabile orgoglio non può lasciare che quella stessa ragazza lo salvi dalla presunta miseria che lo attende.
Pur nell’assoluta diversità di forma e stile, The Artistsembra allacciare un sottile legame con un altro film (d’animazione) francese di qualche tempo fa, ovvero L’illusionista diSylvain Chomet. Due opere che condividono la nostalgia intrinseca allo stato stesso dell’essere artista, il cui successo è sempre subordinato alle mode, ai gusti e alle simpatie dell’epoca in corso. La dolorosa scoperta, da parte di un artista, di non essere più così amato e celebrato come un tempo, è di fatto un dramma umano difficile, a volte impossibile, da metabolizzare. E mentre L’illusionista di Chomet vagava tra Parigi e la Scozia (assieme a una bambina-amica che sarà poi fondamentale al percorso di riabilitazione) alla ricerca di un nuovo sé stesso, l’artista di Hazanavicius (sempre in compagnia di un fido cagnolino che infine – altro parallelo – gli salverà anche la vita) rimane impantanato in una Hollywood che prima lo adorava e adesso lo rinnega, rifiutando l’aiuto dell’unica persona che ha sempre e comunque creduto in lui. Due storie che corrono parallele ma in due epoche diverse (anni ’20 e anni ’50) e che narrano la difficoltà di mantenere la propria dignità artistica soprattutto nei momenti di transizione in cui ogni certezza traballa. Michel Hazanavicius confeziona una pellicola raffinata e rifinita, che poggia sulla dote espressiva di due protagonisti sinceramente affiatati, su un cane che (qui privo di voce come tutti gli altri) diventa vero attore, su una trama musicale capace di enfatizzare tutte le emozioni delle immagini (bellissima la scena in cui lei si abbraccia nella giacca di lui). Doveva essere un film per pochi ‘intimi’, e invece, a sorpresa, sembra essere un film davvero per tutti: la magia del muto che si compie tramite la bacchetta dell’artista.
Michel Hazanavicius arriva in sala con un film muto, in bianco e nero, anacronisticamente moderno, e magico. Una storia d’amore d’altri tempi, o di tutti i tempi, raccontata solo attraverso la malia delle immagini, senza la contaminazione delle parole. La purezza di sguardi e sentimenti che s’incrociano restituisce così tutta la bellezza di un dramma esistenziale (quello di un artista caduto in disgrazia) che si tinge di rosa grazie alla scintilla amorosa, duramente ostacolata dalla circostanze. Bravi interpreti e un’ottima regia, senza sbavature, fanno di questo film un racconto universale davvero capace di entrare negli occhi e nel cuore del grande pubblico.
Di  Elena Pedoto, da everyeye.it

Siamo nella scintillante Hollywood del 1927, quella dove divi del cinema muto, come l’affascinante George Valentin (Jean Dujardin), fanno sognare sconfinate platee di spettatori con film in cui musicalità ed espressività creano un connubio di memorabili suggestioni. Purtroppo il 1927, apice del successo di Valentin, rappresenta anche l’epilogo dell’era del cinema muto ormai pressato e messo all’angolo dall’avvento del sonoro che rischia di pellicola in pellicola di mettere in ombra il successo di Valentin. L’artista vedrà il suo tramonto come attore coincidere con l’escalation di una nuova stella che il sonoro accoglierà come nuovo astro nascente, rappresentante di una nuova era per la cinematografia. La giovane promessa in questione, la fascinosa Peppy Miller (Berenice Bejo), dopo essere stata ritratta proprio con Valentin sulla copertina del prestigioso Variety e un primo ruolo come ballerina in un suo film, coglierà e sfrutterà ogni prezioso consiglio e trucco del mestiere impartitogli da Valentin, il quale troppo orgoglioso per guardare in faccia la realtà non si renderà conto che proprio quella talentuosa ragazza rappresenta il futuro e che sarà proprio lei a segnare il suo definitivo declino artistico.
Il regista Michel Hazanavicius e i suoi due talentuosi e bravissimi protagonisti, Jean Dujardin e Berenice Bejo, meritano senza dubbio una nostra personale e virtualestanding ovation solo per il coraggio mostrato nel voler proporre, ad una platea piu vasta della consueta cerchia di cinefili e cultori di un cinema che fu, un vero e proprio film d’epoca, quasi interamente muto e girato in bianco e nero, una vera e propria sfida per l’ipertecnologico cinema degli anni duemila fatto di attori virtuali, effetti molto speciali, marketing virale e 3D di ultima generazione.
L’idea di Hazanavicius, che sulla carta appare forrtemente anacronistica, si dimostra invece magicamente e sorprendentemente coinvolgente quando la si vede materializzata su grande schermo, ritrovandosi a provare una vasta gamma di emozioni, dall’ilarità alla meraviglia, figliate da suggestioni che dimostrano ancora una volta che il cinema fatto con cuore, passione e creatività non ha bisogno di orpelli ed ammenicoli hi-tech per arrivareallo spettatore.
The Artist pur sciorinando con una certa divertita nonchalance tutti gli elementi anacronistici citati, si rivela una vera sorpresa con il suo voler parlare ad un platea altrapuntando alla leggerezza e ai toni della commedia nella sua veste più pura, un vero e proprio viaggio a ritroso nel tempo narrato con una spigliatezza ed un entusiamo senza pari.
Nelle sale dal 9 dicembre 2011
Note di produzione: Ill film, girato interamente a Los Angeles è stato presentato in concorso al Festival di Cannes 2011 dove il protagonista Jean Dujardin ha vinto il premio per la miglior interpretazione maschile. Tra i premi vinti dalla pellicola segnaliamo anche unEuropean Film Award per la colonna sonora, assegnato al compositore Ludovic Bource e due riconoscimenti, Miglior film dell’anno e Miglior regista, conquistati ai New York Film Critics Circle Awards 2011. Nel cast figurano anche John Goodman, Malcolm McDowell e Penelope Anne Miller.
Di Pietro Ferraro, da ilcinemaniaco.com

E’ muto, quasi muto, eppure parla: al cuore e alla testa. E’ The Artist, diretto dal francese Michel Hazanavicius, che reduce dalla rievocazione di genere di OSS 117 ci riporta indietro nel tempo della settima arte, quando le labbra si muovevano ma non usciva alcun suono. Hollywood, 1927: George Valentin è una superstar del muto. Avete in mente Rodolfo Valentino eWilliam Powell, ecco, ma Jean Dujardin, l’attore che lo interpreta, non teme confronti, tanto è bravo, ammiccante, ironico e charmant. Non a caso, è stato il miglior attore di Cannes 64. 
E non sono solo mossette e mossettine: accompagnato dal suo fedele e istrionico cagnolino, può tutto, compreso sbattere in prima pagina su Variety la ragazza che all’uscita dall’ennesima proiezione trionfale gli si para davanti. Osmosi di successo: Peppy Miller (Bérénice Bejo, stupenda e sensuale, due eufemismi) farà di quel contatto carriera, fino a ritrovarsi nei titoli di testa con gli stessi caratteri cubitali che sulla Bibbia del cinema si chiedevano: “Who’s that girl?”. 
Madonna, insomma, è lei: neo finto, occhi che hanno senza chiedere e un’attrazione che non scema per il (non) suo George. Che, viceversa, se la passa male: arriva il ’29, soprattutto arrivano i talkies, i “film parlanti”, un incubo che non può accettare. Rifiuto ricambiato: la Kinograph lo scarica per puntare proprio su Peppy, lui si produce e dirige da solo per un flop muto, ma colossale. La moglie se ne va, perché nemmeno con lei George parla, e si porta dietro la casa: George prende residenza nell’oblio dei fan, ridotto al bicchiere e forse pura a una pallottola in testa. Per fortuna, c’è chi resta, e gli resta vicino: Peppy se ne prende cura, troppa cura, finché…
Già inserito in extremis nel Concorso di Cannes 64 e premiato, The Artist potrebbe agevolmente inserirsi in palmares ai prossimi Oscar: con gli attori protagonisti,  e in prima persona, come già “preannunciato” dai critici di New York e Washington. Operazione dichiaratamente postmoderna nella rievocazione di quella transizione muto-sonoro che ritorna oggi nello switch tra pellicola e digitale, sala e rete, non ha nel calligrafismo e nell’esibita perfezione la freddezza del metacinema quando si fa troppo cerebrale: l’arte pulsa, ma il cuore batte emozioni eterne. Anche se non le udiamo, le sentiamo altrove, eccome. 
Nel cast anche la star Penelope Ann Miller (sosia dei bei tempi andati di Singin’ in the Rain), il produttore John Goodman e l’extra Malcom McDowell (Singin’ in the Rain nella seconda versione diArancia meccanica?), il film non solo è lo struggente e charmant com’eravamo del cinema, ma il come siamo oggi, magari con gli attributi cambiati un po’. Ma intatta è la canaglia nostalgia per un cinema che non è più. Ed è ancora. Lunga vita a The Artist!
Di Federico Pontiggia, da ilcinematografo.it

C’era una volta il cinema muto. Qualcosa legata a quell’epoca che usiamo definire cinema delle origini, in cui ancora si cercava di capire a cosa questo mezzo potesse mai servire. Intrattenimento? Illusione? Spettacolo da saltimbanchi? Chi lo sa cosa passò per la testa di coloro che in quei primi anni dovettero cimentarsi in qualcosa che era certamente più grande di loro…
C’era una volta il cinema in bianco e nero; e c’è ancora. A differenza del suo illustre “collega”, questo sopravvive ancora in forma autentica, spesso evocato alla luce di scelte stilistiche ben precise. Quel bianco e nero che non solo sopravvisse anche in epoca classica, bensì agli stessi colori. Perché se il suono ruppe, per certi aspetti, l’incantesimo del primo, il colore non ha fatto altro che impreziosire il fascino di quest’ultimo.
Cinema muto e cinema in bianco e nero, dicevamo. Un binomio solido, a tratti quasi imprescindibile. Raccontare questo mezzo ancora prima di rappresentarcelo. Questa è la sfida che si è prefissato Michel Hazanavicius con The Artist, inoltrandosi in quel sentiero impervio che è la ricostruzione, seppur parziale, di un mondo che non c’è più. Un mondo che non parla ma che eppure dice tanto.
George Valentin (Jean Dujardin) è un attore di spropositato successo. Accade però che la sua vita, prima ancora della sua carriera, venga sconvolta da due singoli episodi, apparentemente fortuiti. Il primo è l’incontro, del tutto casuale, con una giovane sconosciuta (Bérénice Bejo) che passa dalle stelle alle stalle giusto il tempo di raccogliere un portafoglio. Tra i due s’innesca quasi subito una strana e sottaciuta complicità. Il secondo, certamente più devastante, è rappresentato dall’avvento del sonoro.
Nel 1927 è quella la grande notizia: d’ora in avanti gli attori parleranno, gli oggetti parleranno e persino gli ambienti parleranno. Non per Valentin, cocciuto nella sua ostinazione a voler perseverare col muto. Quanti spunti ci fornisce già questa semplice imposizione! Che The Artist sia un film citazionista, reverenziale e a tratti parodistico è un pacifico assunto da cui partire. In George Valentin troviamo tanto, troppo della storia del cinematografo. Un po’ Charlie Chaplin nel non voler cavalcare l’onda nascente. Un po’ noi, che spesso amiamo così tanto il cinema da non renderci nemmeno conto di agire come se volessimo distruggerlo. E non c’è niente di nobile in questo ottuso atteggiamento. Valentin non discute sulla valenza dell’introduzione del suono, nient’affatto! Non si pone nemmeno il problema: a dirigerlo è l’orgoglio più sfrenato, quello che lo comanda a bacchetta fino a ridurlo allo stremo.
Ma l’intero film segue un registro tutt’altro che dissimile da quello del suo protagonista, che altro non è che uno dei tanti specchi del film. L’affermarsi del “nuovo” vissuto come un trauma, a prescindere dai risultati o dalle esigenze. “La gente vuole sentirvi parlare“, rinfaccia l’amico e produttore Al Zimmer (John Goodman) a quella che fino al giorno prima è stata la sua gallina dalle uova d’oro. “Ma non so è la mia la voce che vogliono ascoltare“, gli risponde per vie traverse Valentin. Ecco come ricostruire, in poche battute, il terrore di un’epoca che incombe.
Spazio però anche alla leggerezza, cifra stilistica tanto cara ad Hazanavicius, e di cui il regista francese non ha potuto fare a meno. Non è un pastiche il suo, ma sono troppo forti, troppo espliciti i richiami a celeberrime sequenze tratte da Metropolis di Fritz Lang o da Il Monello di Chaplin. E d’altro canto non ne fa mistero il nostro regista, il quale dichiara candidamente di dover tanto a registi come Murnau, Vidor o Borzage. Eppure quella ritratta nel film è la Hollywood del cambiamento, quella a cavallo tra gli anni ‘20 e gli anni ‘30, quindi è nel cinema americano di quel tempo che dobbiamo ripescare molti oggetti che sembravano smarriti.
Ciò vale soprattutto in relazione al cast. Come ha fatto intelligentemente notare qualcuno, i volti di Dujardin e della Bejo sembrano proprio appartenere a quel mondo. Il primo, in particolare, riporta un’affermazione che più e più volte gli è stata sottoposta, ossia di avere “un viso senza tempo”. Un gran complimento per un attore, specie per uno a cui non piace lavorare solo “di faccia”, bensì mette in gioco l’intero corpo. E mai come in The Artist, forse, verrà data a Dujardin una chance di poter mettere in mostra così efficacemente le sue doti in tal senso. Provate a immaginare, oggi in particolar modo, cosa possa significare trascinare lo spettatore senza poter proferire parola.
Qui la regia tocca vette inimmaginabili, elevandosi all’ennesima potenza. Ai cartelli la descrizione, a ciò che avviene in scena il rapimento. E mentre noi assistiamo alle fortune alterne di questa coppia quasi archetipica, magari a parti inverse, ci lasciamo prendere da quei singoli episodi, tra il serio e il faceto, che scorrono inesorabilmente sullo schermo. Sì perché The Artist risente del melò, le cui forme drammatiche vengono però addolcite e contenute da un sano brio in salsa vagamente comica.
Bisogna leggerlo questo The Artist. A volte letteralmente, come quando sopra il capo di Valentin, ormai sul viale del tramonto, campeggia un’insegna a caratteri cubitali che recita “Lonely Star“, la star lasciata alla propria solitudine. A volte bisogna mettersi un po’ più in gioco nel voler osare nelle interpretazioni, così come quando apprendiamo che lo studio al centro delle vicende prende il nome di Kinograph. Kynos, cane in greco. Lo stesso cane i cui gesti, in un mondo in cui nessuno parla, valgono tanto quanto quelli degli altri protagonisti. E’ lui che stempera sempre l’atmosfera, con quell’ingenuità che gli è propria. Quel cane che salva, anche letteralmente, il proprio padrone, ossia Valentin, in più e più occasioni. Più di una semplice spalla, insomma.
Ma Kinograph potrebbe anche essere un rimando a quella Biograph che tanto dovette a D. W. Griffith, il quale contribuì a rendere famosa lei e famoso il lavoro di regista. Che centra con The Artist? Beh, in un periodo in cui il divismo era ancora di lì a venire, una certa Mary Pickford emerse come la “ragazza della Biograph“. Il nome era oscuro, tanto che fu il vederla comparire più spesso in produzioni di quella casa a renderla riconoscibile. L’epoca di Peppy Miller (Bérénice Bejo) non è esattamente la stessa, ma nessuno ci vieta di tentare un certo parallelismo nella storia di una ragazza-nessuno che in poco tempo diventa, a conti fatti, la “ragazza della Kinograph“.
Ed infine, ultimo ma non meno importante, c’è questa nostalgica storia d’amore che profuma davvero d’altri tempi. Un amore discreto, pulito, serio. L’amore tra un uomo e una donna che, così per come lo vediamo, ce l’ha proposto solo il cinema. Scevro di sentimentalismi di sorta, duro se necessario. Non la sua imitazione, dunque, ossia la love-story. Ed anche qui non manca quel tocco di levità cui abbiamo accennato sopra.
The Artist è un po’ come quella persona anziana che, dinanzi ad un pubblico eterogeneo, rievoca i ricordi d’infanzia. Vuoi per qualche giustificato deficit di memoria, vuoi perché è bello idealizzare i ricordi felici che ci portiamo d’appresso, quel che ne viene fuori è quasi sempre una storia a cui pochi credono… ma che a tutti piace. Piace perché è invecchiata insieme a colui che la racconta. Coinvolge perché è fermentata dentro un’otre vecchia, che nessuno ha scalfito e che quindi ha assolto al suo dovere di ben conservare il contenuto. E come il buon vino, certe storie migliorano solo invecchiando. Anche se sembrano moderne.
Da cineblog.it

Un inno alla purezza del cinema e alla potenza delle sole immagini, questo è lo scopo di MICHEL HAZANAVICIUS, che con “THE ARTIST” offre allo spettatore l’occasione di viaggiare nel tempo, indietro di quasi un secolo, sfoggiando grande coraggio nel mettere in scena un film in bianco e nero, dove non sentiamo gli attori parlare, ma leggiamo i loro dialoghi nei riquadri. 
“Ho beneficiato di novanta anni di cinema – afferma il regista francese – Tutto è iniziato sette o otto anni fa, quando ho cominciato a pensare di realizzare un film muto. Probabilmente perché i miei idoli vengono proprio da quel periodo – grandi come Hitchcock, Lang, Lubitsch e Murnau – ma anche perché si trattava di un processo creativo che mi avrebbe messo davanti a una responsabilità: raccontare una storia in una maniera molto speciale”.
Sullo schermo si assiste ad ascesa e caduta di George Valentin, star del cinema muto (che ha il volto di JEAN DUJARDIN, migliore attore a Cannes 64) , portato alla rovina anche dal suo enorme orgoglio: da questa premessa il regista snoda una storia d’amore tra George e Peppy, ex figurante diventata una star con l’avvento del sonoro. “Volevamo ricreare un melodramma e lo abbiamo fatto nutrendoci di tutti quei film del passato, li abbiamo usati come riferimento e poi, al momento delle riprese, ce li siamo dimenticati per agire di istinto”.
Nei panni di Peppy, l’attrice BÉRÉNICE BEJO dà vita a una donna di successo, pronta a tutto pur di prendersi cura del protagonista caduto in disgrazia: “Questo film è frutto di passione e perseveranza – afferma l’attrice – quando lo abbiamo proposto per trovare i finanziamenti, abbiamo visto tante porte chiudersi davanti a noi. È stata una genesi abbastanza dolorosa, e ci è voluto tanto tempo per portare questo film alla luce”. 
E, a proposito della sua preparazione al ruolo, la Bejo continua: “Ho cominciato a vedere diversi film: il primo film è stato ‘Nostro pane quotidiano’ di Murnau. Ho pensato tanto a Joan Crawford e guardato diverse pellicole con Marlene Dietrich, il modo in cui recitava con gli occhi e muovendo il suo corpo. In pratica, ho passato un anno della mia vita a studiare queste attrici”. 
La pellicola, la cui confezione visiva è impeccabile, è anche interpretata da attori americani del calibro di PENELOPE ANN MILLER, JOHN GOODMAN e JAMES CROMWELL.
Di  Pierpaolo Festa, da film.it

Era dai tempi de L’ultima follia di Mel Brooks, se non andiamo errati, che il cinema muto non arrivava sul grande schermo. Ma se quel film – godibilissimo – si iscriveva di diritto nel registro parodistico e farsesco tipico dell’autore, The Artist sembra nascere da una vera e propria necessità. Quello che colpisce immediatamente, vedendolo, sono la straordinaria passione, la cultura cinematografica e la cura per il dettaglio che lo animano e gli hanno dato vita contro tutto e tutti. Basterebbe questo a farcelo amare: non c’è alcuna presunzione in quest’impresa, ma la volontà di rendere omaggio a un cinema venerato, che ha formato generazione di registi e spettatori, fatto da autori europei con capitali del nuovo mondo in quella che diventerà la culla e la mecca della settima arte, Hollywoodland (come ancora recitava il celebre cartello sulle colline di Los Angeles). Un luogo che diventa fin da subito fabbrica di sogni, emozioni, vite alternative, che crea stelle e mostri, capace di accogliere a braccia aperte gli artisti in fuga dall’Europa in fiamme, ma al tempo stesso di trattare i suoi divi a contratto come polli di allevamento. Un luogo pieno di luci e ombre, reso alla perfezione dalla formula – muto + bianco e nero – scelta da Hazanavicius.
L’idea vincente del film dunque non è quella di prendere una forma antiquata per far recitare gli attori in modo esagerato e giocare a fare il cinema muto, ma quella di mandare volti, corpi e paesaggi in un viaggio a ritroso nella macchina del tempo, di trasformarli col trucco, le scene e i costumi per poi inserirli nelle vere location della storia (Peppy vive nella casa che fu di Mary Pickford!) con i veri oggetti di scena e la musica sul set. Poi basta chiedere agli interpreti una recitazione il più naturale possibile, e il gioco è (quasi) fatto.
Dalla geniale idea di velocizzare leggermente le riprese a quella di sfumare il bianco e nero in una gamma infinita di grigi, a seconda dello stato d’animo del protagonista, The Artist è un film talmente pieno di brillanti intuizioni da essere forse, in certi momenti, anche “troppo” perfetto.  Può essere questo l’unico difetto di una pellicola che riprende anche i generi del cinema classico hollywoodiano – non solo di quello muto – nella sua struttura narrativa: ecco il melò, la love-story, la caduta dopo l’irresistibile ascesa, il dramma, lo scintillante luccichio del musical. C’è davvero di tutto dentro The Artist: Quarto potere di Orson Wells (la scena della colazione, il magazzino coi mobili di George), Viale del tramonto di Billy Wilder (la parabola della star che non si rassegna, accompagnato dal fedele autista che firma anche gli autografi per lui e gli resta accanto nella disgrazia) e – anche se è il richiamo più ovvio e forse  meno voluto – E’ nata una stella di William Wellman eCantando sotto la pioggia di Stanley Donen. Ma ci sono anche Lubitsch, Murnau, i film di King Vidor, i numeri di tip tap di una grande coppia danzante come Fred Astaire e Eleanor Powell.
E il protagonista, col fedele cagnolino che lo accompagna sempre, è un incrocio tra William Powell, il John Gilbert messo in crisi dal sonoro,  Douglas Fairbanks ed Errol Flynn: bello di una bellezza in apparenza inscalfibile dalla vita, il volto trasfigurato da un eterno, sfavillante sorriso, sempre pronto a giocare coi fan. Una star talmente convinta della propria invincibilità da rifiutarsi di cambiare, un uomo che preferisce assaporare fino in fondo la propria caduta in disgrazia invece di rimboccarsi le maniche, o di accettare l’amore disinteressato di una ragazza più giovane. A dargli corpo, fascino, sguardo, è un incredibile attore chiamatoJean Dujardin, che ha iniziato la propria carriera facendo il buffone nei vari Zelig d’oltralpe, e che dimostra qui un’espressività e un carisma assolutamente all’altezza dei suoi modelli. Lo affianca la moglie del regista,Bérénice Béjo, bellissima e vivace “maschietta”, che sembra uscita da uno dei racconti più scintillanti di Francis Scott Fitzgerald. E sono perfetti anche gli attori “secondari”, da John Goodman a James Cromwell. A tutto questo Hazanavicius aggiunge le belle musiche di Ludovic Bource e un concetto di regia davvero moderno: senza spoilerare niente, diremo che il film non è interamente muto, e l’uso che il regista fa del sonoro è – ancora una volta – di un’intelligenza non comune. Come i grandi film che Hollywood non sa più darci, con il loro carico di emozione pura e glamour assoluto, The Artist compie il suo miracolo lasciando lo spettatore contento e stupito, con la voglia, probabilmente, di rivederlo ancora una volta. In mancanza della voce lo sguardo torna protagonista e il cinema, “che è diventato piccolo” come diceva Gloria Swanson, riacquista le sue giuste dimensioni. 
Di Daniela Catelli, da comingsoon.it

I titoli di testa richiamano immediatamente alla memoria il grande cinema di tantissimi anni fa, e, nonostante la presenza sullo schermo di volti noti della moderna produzione di celluloide a stelle e strisce quali John Goodman e Malcolm McDowell, lo spettacolo che scorre davanti ai nostri occhi non solo è privo di colore, ma addirittura di sonoro.
Se Tim Burton ha provveduto nel 1994 a raccontare la storia del regista Ed Wood ricorrendo a un bianco e nero che ne ricordava i trashissimi film e l’accoppiata Tarantino-Rodriguez, oltre un decennio dopo, ha pensato bene di ricreare le atmosfere dei b-movie degli anni Settanta tramite le graffiate immagini di “Grindhouse”, il francese Michel Hazanavicius si spinge provocatoriamente oltre, recuperando, nell’epoca del 3D e degli elaborati effetti digitali, i connotati di quella che fu la Settima arte ai tempi di Friedrich Wilhelm Murnau e Frank Borzage.
Con didascalie volte a riportare i dialoghi tra gli attori e un occhio rivolto anche a “La folla” di King Vidor, infatti, parte dalla Hollywood del 1927 per porre Jean Dujardin nei panni del divo del cinema muto George Valentin, il quale scivola nell’oblio con l’avvento dei film parlati; mentre la giovane comparsa Peppy Miller, interpretata da Bérénice Bejo, comincia ad assaporare il successo da star.
E non è un’indispensabile spruzzata d’ironia ad essere assente nel corso dei circa 100 minuti di visione, in cui il progressivo passaggio dalla cinematografia delle immagini a quella delle parole finisce per rappresentare in maniera evidente un allegorico parallelo con la vicenda sentimentale dei due protagonisti, dalle vite continuamente alternate tra la realtà e la finzione.
Protagonisti sfoggianti prove da premio Oscar, al servizio sì di una storia d’amore che delizierà tutti coloro che hanno adorato e continuano ad adorare Douglas Fairbanks, Gloria Swanson e Greta Garbo, ma che Hazanavicius racconta ricorrendo anche a brevi momenti assurdi che non avrebbero affatto sfigurato sfruttati in un episodio della serie televisiva “Ai confini della realtà” (per non parlare della sequenza con i personaggi in miniatura, che ricorda i fanta-classici di Jack Arnold).
Coinvolgendo pienamente e senza annoiare mai lo spettatore; anche se, al fine di rendere ancor più completo l’omaggio, non avrebbe certo guastato l’introduzione delle tracce di usura sulla pellicola.
La frase:
“La gente vuole facce nuove, facce che parlino”.
Di Francesco Lomuscio, da filmup.leonardo.it

1927: il sonoro è agli albori e si prepara a soppiantare rapidamente il muto, facendo nascere nuove stelle come Peppy Miller e mietendo vittime tra i vecchi divi come George Valentin. I destini dei due fatalmente si incrociano, come in un vecchio film in bianco e nero. Prendete un film in bianco e nero, in formato 4:3, quasi interamente muto; giratelo nel 2011 e ne otterrete sicuramente un successo di critica (quanto al pubblico, vedremo, ma in fondo perché no). Il 44enne francese Michel Hazanavicius, fin qui noto soprattutto in patria per due parodistici spy-movie à la James Bond, fa ampio sfoggio di audacia e forse anche di follia per questo atto integralista di amore sconfinato verso il cinema (non solo muto: c’è una valanga di riferimenti e citazioni spesso argute anche a capisaldi del sonoro, da Quarto potere e Viale del tramonto in giù).
The Artist chiede allo spettatore di regredire con gli occhi e con il cervello agli anni ’30, abituandosi il prima possibile a un linguaggio cinematografico così radicale, e dunque una visione in sala sul grande schermo è consigliata caldamente con toni al limite dell’intimidatorio: ci sono momenti, brevi ma bellissimi, in cui sia sullo schermo che in platea domina un assoluto silenzio. A causa di una sceneggiatura volutamente di grado zero il film perde qualche colpo nella seconda parte e cade un po’ nello stucchevole, rialzandosi di tanto in tanto grazie a qualche trovata visiva e scenografica (il cane alla Umberto D.).
Qualche dubbio rimane, ma se è una ruffianata, è andata a segno: il grande capo della Miramax Harvey Weinstein se n’è invaghito (o forse vi ha visto concrete possibilità di fare cassa) e l’ha portato di peso in America, dove si sente già odore di Oscar. Straordinarie performances dei due attori protagonisti, Jean Dujardin e Bérénice Béjo, finora pressoché sconosciuti al di là dei confini francesi: meritano grandi onori e complimenti soprattutto perché è straordinariamente difficile recitare senza rumori e parole per un attore del 2011. La scena del sogno avanza la sua candidatura come una delle più belle sequenze del 2011.
Di  Giuseppe Pastore , da doppioschermo.it

Hollywood, 1927. George Valentin (Jean Dujardin) è una stella del cinema muto all’apice della sua folgorante carriera. Peppy Miller (Berenice Bejo) è una giovane ed umile comparsa che cerca di sfondare nel mondo del cinema uscendo così dall’anonimato. Un giorno, sul set del suo ultimo film, George noterà incuriosito la giovane attricetta rimanendone colpito e affascinato, lei non può che sognare ad occhi aperti l’amore impossibile con quella grande celebrità inarrivabile. Ma il cinema muto ha ormai i giorni contati, la sua fine è imminente. Il sonoro è alle porte e con esso i produttori di Hollywood cercano volti nuovi, nuovi protagonisti da dare in pasto al pubblico; Geroge Valentin all’improvviso diventa un attore superato. Al contrario con la sua giovinezza, la sua spontaneità e la sua freschezza Peppy si fa largo nel nuovo cinema emergente sino a diventarne una star acclamata e dalla popolarità incredibile.
Valentin, ostinatamente contrario al nuovo genere cinematografico, viene messo alla porta dal cinico produttore Al Zimmer (John Goodman), così tenterà audacemente di autoprodurre un film muto di cui è egli stesso protagonista. Sarà un fallimento clamoroso. Rovinato, Valentin perde villa, soldi, fama oltre alla gelida ed infelice moglie Doris (Penelope Ann Miller) ed inizierà così  per lui un declino irreversibile fatto di bottiglie di whisky e disperata solitudine. Peppy, apprese le condizioni di George, ancora legata a lui da un profondo affetto, tenterà in ogni modo di salvarlo da una fine tragica ed inevitabile; dovrà scontrarsi suo malgrado con la vanità e l’orgoglio della stella decaduta.
The Artist è un film di Michel Hazanavicius che uscirà nelle sale italiane il prossimo 9 dicembre. Il clamore e l’attesa che ruotano attorno a questo film derivano dal fatto che Hazanavicius propone al pubblico un progetto insolito, controcorrente e indubbiamente audace. Infatti The Artist è un melodramma in bianco e nero e … muto. Nell’epoca del 3D e delle tecnologie digitali, ripresentare un film in stile anni ’20 è quantomeno coraggioso, per certi aspetti quasi rivoluzionario. Da anni il regista francese meditava di girare un film simile e quando ha trovato la complicità dell’eccentrico produttore Thomas Langmann ha potuto dare vita al suo utopistico progetto.
Il risultato di un anno e mezzo di lavoro e 32 frenetiche giornate di riprese, è un melò vecchio stile in cui le bellissime musiche di Ludovic Bource, l’espressività eclettica dei due attori principali oltre che ad un complessissimo studio delle sequenze hanno dovuto sopperire ed ovviare alla mancanza di dialoghi.
The Artist è una commedia d’amore raccontata così come erano soliti fare i melodrammi sentimentali dei ruggenti anni ’20 e ’30 hollywoodiani, impacchettata in una splendida fotografia e guidata da musiche appositamente create per seguire e assecondare l’emotività richiesta dalle varie sequenze narrative.
Fondamentale la capacità degli attori di esprimere sensazioni, stati d’animo ed emozioni senza poter usufruire dei dialoghi; in particolare Jean Dujardin è straordinario nell’assolvere a questo delicatissimo compito mostrando un’ innata capacità espressiva sia nei primi piani che nei campi lunghi, grazie ad una mirabile padronanza del proprio linguaggio corporeo.
E’ lui il grande protagonista del film su cui si regge tutta la trama narrativa anche se attorno al suo personaggio ruotano una serie di attori di grande spessore e bravura, dalla già citata Berenice Bejo ad altri interpreti importanti come Penelope Ann Miller, John Goodman, Malcolm Mc Dowell e James Cromwell.
E’ evidente come  Michel Hazanavicius prenda spunto da grandi capolavori del genere a cui si è apertamente ispirato; da Murnau a John Ford, da King Vidor a Erich Von Stronheim. La trama del film ricorda in qualche modo Viale del tramonto di Wilder e, per ammissione stessa del regista, il personaggio di Gloria Swanson ha indubbiamente ispirato i contorni caratteriali di George Valentin.
The Artist ,ovviamente, non si limita ad essere un semplice melodramma, il pubblico odierno ha necessità più ampie; il regista affronta con acume il tema del rapporto tra muto e sonoro, affidandosi a vari ammiccamenti tecnici che illustrano efficacemente il dramma di un uomo prigioniero del silenzio e al contempo terrorizzato dal sonoro.
Questo film ha indubbiamente il merito di riproporre con efficacia ed eleganza un modo ormai dimenticato di fare e vedere cinema. La mancanza di dialoghi costringe lo spettatore a porre la propria  attenzione su altri aspetti e componenti narrativi come la musica, le immagini, l’espressività degli attori. Un film che stimola le capacità critiche dello spettatore, che lo sfida in qualcosa di diverso, su un campo di gioco “antico” ma al contempo nuovo e rivoluzionario per i codici espressivi moderni.
Il poter avere questa possibilità, accettare questa affascinante sfida, è già di per se un valido motivo per andare al cinema a guardare questo film diverso che pur senza parole può e sa dirci tantissimo.
Di Gianluca Chianello. , da cinefilos.it

Il vagito di un neonato significa vita, la voce che fluttua libera nell’aria e diventa urlo, grido di gioia. Una liberazione che legandosi al cinema racconta una storia in bianco e nero, in cui il muto domina la scena e la musica accompagna le espressioni dell’attore. Funzionava così in un mondo audiovisivo primordiale, poi l’avvento del sonoro ha ribaltato ogni concezione del film stesso e gli attori sono evoluti da bozzoli e mimi a interpreti parlanti.
“The Artist” di Michel Hazanevicius racconta una storia che potrebbe essere vera, l’omaggio vero e furbetto al cinema degli esordi, esaltando la professionalità del circo Hollywood e la sua estrema professionalità. Partendo dalle gesta del divo del muto George Valentin, in caduta libera dopo la scoperta del parlato.
Attori stre-pi-to-si, contemporanei e vintage, Jean Dujardin e Berenice Bejo si incontrano e si scontrano, si toccano e colorano la bicromia dello schermo grazie ad un’intesa sfavillante che genera sorrisi complici e rapisce il cuore del pubblico: in silenzio concentrato sul muto per tutte le due ore di narrazione. Monsieur Hazanevicius sfodera tutta la sua classe e si concentra su un’opera (perchè tale è) dipinta sulla tela bianca del tempo, restaura un periodo di grande fermento culturale e di transizione post grande depressione e trasposta il suo amore per il cinema d’epoca in un America esplosiva e spietata.
Valentin diventa simbolo del gigante che crolla miseramente, l’artista dietro il grande studio, l’effimera scelta di una vita troppo spensierata. Ci si innamora del suo charme, unisex in ogni momento del suo scivolare tra inquadrature e stacchi di montaggio, accompagnato dalla dolcezza sfrontata della sua coprotagonista Peppy Miller, volto nuovo delle grandi Major e spalla incantevole su cui piangere e, forse, risorgere. Il metacinema si completa con gli occhi sornioni di John Goodman o lo sguardo comprensivo di James Cromwell, finiture di precisione di una sceneggiatura implacabile nella sua maniacale precisione, imperturbabile nel suo sculettare davanti all’affamata folla di cinefili incalliti ed elegantissima nel proporre con audacia il trittico bianco-nero-muto nell’era commerciale del 3D gonfiato. 
Cannes ha sancito la grande necessità di rapportarsi col passato, esaltando l’approccio artistico di Hazanevicius che ripropone in chiave modernista e piena di ritmo una lirica cinematografica senza tempo, riuscendo nella duplice operazione di risultare adorabile e, al contempo, difficilmente replicabile. Il genio, infatti, appena nato può esprimersi (a voce) soltanto una volta. 
Di Simone Bracci, da filmforlife.org

The Artist è il film che nell’epoca della mania da 3D non ti aspetteresti mai. In bianco e nero, muto per giunta e pieno di citazioni colte, che parla di cinema nella Hollywood degli anni ‘30. Nell’epoca in cui la terza dimensione invade le sale di mezzo mondo e, fatta eccezione per qualche raro caso, con film scritti e pensati per far cassa ai botteghini, Michel Hazanavicius ha avuto il coraggio di portare avanti un sogno che aveva nel cassetto da ben otto anni, spalleggiato dalla lungimiranza del suo produttore,Thomas Langmann, che nel film ha investito fondi di tasca propria.
Siamo ad Hollywood, nel 1927, George Valentin (Jean Dujardin) è all’apice del successo, protagonista di film muti capaci di incassare quanto il nostro moderno Avatar, ed osannato da critica e pubblico. Un giorno, all’uscita dalla prima del suo ultimo lungometraggio, una giovane lo avvicina e si fa fotografare al suo fianco sulla prima pagina di Variety, lasciandogli come ricordo un bacio sulla guancia. Quella ragazza non è un semplice incontro fortuito ma rappresenta per George una sorta di incarnazione del suo futuro. Dopo qualche tempo se la ritroverà sul set, prima come ballerina, poi come figurante, poi in ruoli secondari via via sempre di maggiore importanza. È l’inizio di una carriera tutta in ascesa per quella giovane fan, aspirante attrice, Peppy Miller (Bérénice Bejo). Sembrerebbe quindi un happy ending, sia per la nuova leva che per l’attore rodato e venerato dal pubblico ma per quest’ultimo c’è un imprevisto dietro l’angolo. Di lì a poco l’avvento del sonoro si farà ineludibile, prendendo il sopravvento sul cinema “afono” per così dire, che in un momento si ritroverà ad essere il passato. E mentre la Miller verrà lanciata come volto di spicco della nuova corrente cinematografica, questa, almeno all’apparenza è la fine della carriera del nostro protagonista, che per eccesso di orgoglio rifiuterà qualsiasi ingaggio nei film parlati verso i quali le case di produzione indirizzano i propri investimenti, timbrando un biglietto di sola andata per il dimenticatoio.
Il poliedrico regista francese, che firma anche la sceneggiatura, i dialoghi e parte del montaggio, si è assunto il rischio di fare un film non sul cinema muto, bensì un film muto a tutti gli effetti, accompagnato esclusivamente dalle musiche e da sporadiche didascalie per decifrare il labiale degli attori. Sembrerebbe un’operazione da cinema d’essai, un tipico film dal linguaggio autoreferenziale rivolto solo ed esclusivamente ad un pubblico di intenditori. Ma non è così, i rimandi in effetti sono tanti, dalle prime pellicole di Hitchcock, a Murnau, dalle gag di Chaplin ai personaggi tristi e stralunati di Buster Keaton ma l’approccio allo spettatore è tutt’altro che ostico o peggio, pedante. Il pubblico ride e si diverte ed allo stesso tempo ha modo di commuoversi tornando indietro con la mente ad un cinema d’altri tempi. Grazie alla bravura di tutti gli attori, fra cui ritroviamo anche John Goodman (il produttore Al Zimmer) e James Cromwell (nei panni dell’autista diValentin), il film riesce alla grande, merito specialmente della bellissima Bérénice Bejo e di Dujardin, che per questo ruolo si è portato a casa il premio per la miglior interpretazione maschile al Festival di Cannes.
Presentato in anteprima proprio al Festival di Cannes 2011 questa pellicola era troppo coraggiosa per passare inosservata ed era già stata acquistata da Harvey Weinstein (The Weinstein Company) prima ancora che arrivasse sulla Croisette. In Italia sarà distribuita dalla BiM il prossimo 9 dicembre 2011, giorno in cui il pubblico nostrano avrà modo di fare un tuffo nel passato, con una pellicola senza tempo.
Di Aureliano Verità , da newscinema.it

Nell’epoca dell’alta definizione, della computer grafica e del 3D, può capitare che a conquistare il pubblico sia un film francese, muto e in bianco e nero, sulla falsariga dei vecchi classici degli Anni ’20. È questa la sfida, quanto mai azzardata, proposta dal regista e sceneggiatore Michel Hazanavicius, che in “The Artist” rende omaggio ad un universo ormai lontano, ma tuttavia sempre vivo nella memoria e nell’iconografia del cinema. Accolto dall’entusiasmo della critica al Festival di Cannes del 2011 e considerato tra i grandi favoriti per la prossima edizione degli Oscar, “The Artist” non è una rilettura postmoderna dei film del passato, ma ripropone con un rispetto quasi filologico i codici e le convenzioni delle pellicole girate ai tempi del muto, incluso il formato in 4:3 e i cartelli con le didascalie che integrano le sequenze di dialogo.
Fotografato in un raffinatissimo bianco e nero ad opera di Guillaume Schiffman e accompagnato dalla splendida colonna sonora di Ludovic Bource (che utilizza una sola canzone, lo standard “Pennies from heaven”, resa famosa da Bing Crosby), “The Artist” è ambientato nella capitale del cinema in un’epoca in cui, sulle colline di Los Angeles, campeggiava ancora la scritta “Hollywoodland”. La storia riprende elementi già presenti in vari film di culto: il traumatico passaggio dal muto al sonoro (come in “Cantando sotto la pioggia”); i crudeli meccanismi dello show-business, che innalzano i propri idoli per poi sprofondarli nell’oblio (come in “Viale del tramonto”); l’amore fra un divo ormai prossimo al declino ed una star in ascesa (come in “È nata una stella”). In questo caso il divo è George Valentin, un tipico personaggio alla Douglas Fairbanks (baffetti inclusi), affascinante e vanesio, mentre la giovane starlette che gli fa battere il cuore è la graziosa Peppy Miller; una coppia di protagonisti interpretati dai due attori di fiducia di Hazanavicius, Jean Dujardin e Bérénice Bejo (quest’ultima moglie del regista).
Giocando con gli elementi canonici dell’immaginario hollywoodiano, Michel Hazanavicius confeziona un melodramma che alterna sequenze di impagabile comicità con momenti di grande pathos, riuscendo a raccontare al contempo la fine di un mondo e l’impatto traumatico della modernità. Non a caso “The Artist” si apre con un “film nel film” in cui George dichiara “Non voglio parlare!”, mentre il tema della parola opposta al silenzio ritorna come leit-motiv dell’intera narrazione. Nel corso della pellicola Hazanavicius si concede un unico strappo alla regola, con una sequenza sonora (sonora, attenzione, ma non parlata!) che risulta il frutto degli incubi di George, terrorizzato dall’avvento di un nuovo modo di fare cinema nel quale egli non è in grado di integrarsi e di trovare il proprio posto; una paura che verrà superata soltanto nel finale, grazie al ritmo trascinante di uno scatenato tip-tap, suggellato da una battuta emblematica (lo “stop!” del regista). Accanto ad uno strepitoso Jean Dujardin, premiato come miglior attore al Festival di Cannes, e alla deliziosa Bérénice Bejo, nel cast compaiono John Goodman, James Cromwell, Penelope Ann Miller e, in un piccolo cameo, anche Malcolm McDowell; senza dimenticare, ovviamente, la vera star del film, il simpaticissimo Uggy, un attore a quattro zampe che in più di un’occasione ruba la scena agli altri personaggi.
Di Stefano Lo Verme, da filmedvd.dvd.it

Nella Hollywood di fine anni ’20 e inizio anni ’30 assistiamo alla parabola del successo di George Valentin (Jean Dujardin), l’attore più popolare del cinema muto. Con l’avvento del sonoro, i Kinograph Studios decidono che è ora di svecchiare la scuderia degli attori, così Valentin, irremovibile in merito al recitare parlando, rimane senza lavoro, mentre una bellissima ragazza, Poppy Miller (Berenice Bejo), che tempo prima era apparsa sulla prima pagina di Variety insieme a lui, da comparsa diventa sempre più conosciuta e richiesta, fino a firmare un contratto da sogno con la Kinograph, diventandone il nuovo volto. Fu Valentin a consigliarle di disegnarsi un neo vicino al labbro superiore, un vezzo e un segno di riconoscimento che saranno la sua fortuna e il titolo del suo film di maggior successo. Nel 1929, a causa della terribile crisi di Wall Street, Valentin rimane senza un soldo e i suoi beni finiscono all’asta. Tenta il suicidio, bruciando tutte le pizze dei suoi film, ma Poppy lo salva, portandolo a casa sua e aiutandolo ad accettare l’avvento del sonoro nel mondo del cinema. Nonostante la trama faccia pensare ad un film pieno zeppo di battute, questo è proprio quello che bisogna levarsi dalla mente, quando ci si siede in poltrona per guardare The Artist. Hazanavicius, incurante della moda del 3D, ha voluto realizzare un film muto, in uno stupendo bianco e nero con qualche didascalia, che arriva provvidenzialmente in soccorso a spiegare il labiale degli attori. Ciò a cui ci troviamo di fronte non è un prodotto barboso e autoreferenziale, volto ad omaggiare il cinema muto, ma si tratta di una pellicola che si ispira all’equilibrio fra melò e comicità presente nei film di Chaplin. Oltre a Chaplin, il regista francese è influenzato soprattutto dalle atmosfere dei primi film hitchcokiani, dell’Aurora di Murnau, poi ancora da Ford e dalle sceneggiature di Billy Wilder. Proprio con il dramma vissuto dalla Norma Desmond di Wilder, il paragone sorge spontaneo, ma ovviamente ci sono delle differenze, ad esempio l’amore segreto che lega Poppy al suo Pigmalione è un sentimento gentile, di altri tempi e non ha nulla a che vedere con l’ossessione morbosa della Desmond. Hitchcock è presente anche nella colonna sonora, con il famoso soundtrack composto da Bernard Hermann per Vertigo, che accompagna la scoperta della verità da parte di Valentin. Colpisce l’espressività sia del volto che corporea degli attori, in particolare dei due protagonisti Dujardin e Bejo, che regalano anche delle splendide performance di tip tap, ma anche di Jhon Goodman e James Cromwell, rispettivamente nei panni del produttore cinematografico e del fedele autista di Valentin. Una nota di merito va riconosciuta ad Uggy, un simpatico esemplare di Fox Terrier che interpreta il cane-attore di Valentin. The Artist è un film stupendo, dove poesia ed estetica dell’immagine si mescolano in maniera perfetta, aiutate da un bianco e nero saturo e splendente. È un film in cui l’arte sovrasta persino la crisi americana del ’29, ma in cui il regista francese riesce a rendere, attraverso il rapporto fra Valentin e il suo autista Clifton, quella speranza nel futuro e nel progresso tipica degli Stati Uniti nei periodi di grande difficoltà.
Di Francesca Tiberi, da cinema4stelle.it

In un momento in cui il mercato sembra tendere a una tridimensionalità posticcia o, nella migliore delle ipotesi, alla suggestione realistica del cinema digitale, arriva nelle sale The Artist, un grande film che appassiona e commuove riportando la storia indietro di ottant ’ anni, alle pellicole senza sonoro, a quel raffinato e inarrivabile bianco e nero, a quel periodo meraviglioso che ha prodotto mitiche star e titoli indimenticabili.
È in questo scenario che si muove George Valentin (Jean Dujardin), star del muto che si trova all’apice della carriera proprio negli anni in cui Hollywood e i produttori iniziano ad accorgersi delle maggiori possibilità del sonoro. La sua strada si incrocia con quella di una ragazza che sogna il grande cinema, Peppy Miller (Bérénice Bèjo, anche moglie del regista) e sarà proprio George a favorire il suo successo, senza rendersene conto. Un incontro magico fin dai primi istanti e che non mancherà di avere conseguenze impreviste. I due protagonisti si incontrano e si scontrano su questa immaginaria linea di confine tra due mondi diversissimi, tra due idee differenti di concepire e produrre storie per immagini, ma anche tra ascesa e declino, tra orgoglio maschile e generosità femminile. Un conflitto tra opposti, arricchito da molte figure accattivanti come il produttore burbero, ma dal cuore d’oro (John Goodman) o il fedele autista di George Valentin (James Cromwell).
Il risultato è un film muto incredibilmente contemporaneo che utilizza tutte le tecniche e rispetta tutti i canoni dell’epoca, allacciando allo stesso tempo con lo spettatore una complicità immediata, partecipe, attualissima e con momenti di poesia altissima, tra tutti la scena in cui Peppy si infila una manica di un vestito appeso di George e mima un abbraccio dell’uomo di cui è innamorata.
Altro pregio è la grande vena ironica: il melodramma è sullo sfondo, ma in moltissime occasioni, e mai gratuitamente, la storia offre l’occasione di un sorriso o di una spensierata risata, aiutata da un formidabile terzo protagonista, il simpaticissimo Uggi, il cane di George Valentin, uno dei migliori interpreti canini di tutti i tempi.
Gigantesco è, infine, lo sforzo messo in atto per ricreare scenografie e costumi. Niente è lasciato al caso e ogni immagine è una gioia per gli occhi. Tutto in The Artist , premiato allo scorso festival di Cannes per il protagonista Jean Dujardin, contribuisce a comunicare la sincera devozione e l ’ amore del regista (anche sceneggiatore) per il grande cinema, e questa vena di autenticità rende il meccanismo incantevole e la meraviglia perfettamente riuscita.
Di Angelo Simone, da persinsala.it

Una storia d’amore storicamente a cavallo tra il cinema muto e la venuta del sonoro.
1927, George Valentin è un divo del cinema muto. L’avvento del sonoro coinciderà con la conclusione della sua carriera e con la rapida ascesa, nel firmamento delle stelle cinematografiche, di una comparsa di nome Peppy Miller.
Nell’era della tridimensionalità, Michel Hazanavicius “corre” il rischio di effettuare un’operazione controcorrente di riscoperta del cinema delle origini, realizzando The Artist, una pellicola muta e in bianco e nero. Il risultato è un’opera di ottima fattura, curata in ogni piccolo particolare e caratterizzata da un utilizzo significativo del “non colore” abbinato a una vasta scala di grigi. La pellicola è immersa nel proprio periodo storico in modo convincente, senza che nulla sia lasciato al caso. All’evidente studio approfondito delle riprese e dei movimenti di macchina si aggiunge a un’attenzione meticolosa nei confronti della riproposizione fedele del formato cinematografico, l’originario 1,33:1. Formato che consente di realizzare primi piani meravigliosi, creare prospettive, dilavorare sui volti e sulle ombre in maniera originale. L’autore, che ha presentato la sua pellicola all’ultimo Festival di Cannes, commuove e appassiona con le singole smorfie, con gli ammiccamenti frequenti che gli attori rivolgono alla macchina da presa. I cartelli, non frequenti, sostituiscono le parole e grande merito va ai due interpreti – Dujardin e Berenice Bejo, coppia affiatata, giunti rispettivamente al terzo e secondo film con Hazanavicius –, che riescono a sopperire alla mancanza con delle convincenti prove recitative. Il cast si compone inoltre di uno stuolo di artisti hollywoodiani, nel quale spiccano John Goodman e James Cromwell, ingranaggi ben oliati della produttiva macchina di Hazanavicius, figure d’antan che si trovano a loro agio nel contesto rappresentato.
The Artist è a tutti gli effetti un melodramma, si affianca e si confronta con la cinematografia muta in modo calzante. Si respira un’intensa aria di originaria nostalgia e si nota una visione dell’amore all’antica, estremamente pura. Il personaggio principale, in perenne caduta libera, ingloba i temi che il regista transalpino tocca in modo frequente; attore che non vuole “sentirne” del sonoro mostra un intenso orgoglio e una vanità esasperata, legata a doppio filo a una celebrità svanita velocemente. Il tutto è raggruppato in una geniale sequenza nella quale i rumori, le risate e l’abbaiare del cane, sempre presente al fianco di Dujardin, fanno irruzione, sconvolgendo il protagonista. È un incubo, ma decisamente rilevante, perché il regista mantiene questa linea narrativa in modo impeccabile. Percorrendo quattro anni della vita di Valentin, Hazanavicius affronta uno studio sul forte cambiamento di mentalità da parte del pubblico nel quale risultano importanti e significative le sequenze in cui il cineasta si concentra sugli spettatori in sala, inizialmente numerosi e prodighi di applausi nei confronti del muto, ma che successivamente diminuiscono e destinano i loro consensi alle pellicole sonore. Infatti l’ostentata ed esponenziale disaffezione dei fruitori accompagna la caduta in disgrazia del divo muto. Opposta è la situazione che vive Peppy Miller, comparsa di fila destinata a diventare l’acclamata stellina sonora, interpretata da Berenice Bejo, una bellezza che oltrepassa facilmente i decenni.
Priva di battute, la pellicola francese è costantemente attraversata da una musica essenziale, sinfonica e d’intrattenimento, composta da Ludovic Bource, fedele collaboratore di Hazanavicius, che accompagna in modo perfetto le sequenze drammatiche e ironiche, di cui è permeato The Artist. L’impressione conclusiva è quella di osservare un lavoro completo, nel quale nostalgia, drammaticità e umorismo si amalgamano, sviluppando un semplice intreccio privo di buchi narrativi. Nonostante tutto The Artist rischia però di passare seriamente sottotraccia. Il target a cui si riferisce è molto ristretto e il pubblico non è abituato alla cinematografia muta, figlia di un intrattenimento che non esiste più. In ogni caso negli ultimi anni si è notata la mancanza di una genuina innovazione e quindi ben venga una pellicola che sfida apertamente la moda del momento, ovvero il 3D. Rimuovendo, con una passata vigorosa, numerosi strati di polvere, Hazanavicius confeziona un prodotto che colpisce ed entusiasma e ci restituisce, con passione e competenza, i dimenticati cartelli e le innumerevoli smorfie.
Di Andrea Ussia, da persinsala.it

Hollywood 1927. George Valentin è un notissimo attore del cinema muto. I suoi film avventurosi e romantici attraggono le platee. Un giorno, all’uscita da una prima, una giovane aspirante attrice lo avvicina e si fa fotografare sulla prima pagina di Variety abbracciata a lui. Di lì a poco se la troverà sul set di un film come ballerina. È l’inizio di una carriera tutta in ascesa con il nome di Peppy Miller. Carriera che sarà oggetto di una ulteriore svolta quando il sonoro prenderà il sopravvento e George Valentin verrà rapidamente dimenticato.
Anno Domini 2011, era del 3D che invade con qualche perla e tante scorie gli schermi di tutto il mondo. Michel Hazanavicius porta sullo schermo, con una coproduzione di rilievo, un film non sul cinema muto (che sarebbe già stato di per sé un bel rischio) ma addirittura un film ‘muto’. Cioé un film con musica e cartelli su cui scrivere (neanche tanto spesso) le battute dei personaggi. Si potrebbe subito pensare a un’operazione da filologi cinefili da far circuitare nei cinema d’essai. Non è così. La filologia c’è ed è così accurata da far perdonare l’errore veniale dei titoli di testa scritti con una grafica e su uno sfondo che all’epoa erano appannaggio dei film noir. Hazanavicius conosce in profondità il cinema degli Anni Venti ma questa sua competenza non lo ha raggelato in una riesumazione cinetecaria. Si ride, ci si diverte, magari qualcuno si commuove anche in un film che utilizza tutte le strategie del cinema che fu per raccontare una storia in cui la scommessa più ardua (ma vincente perlomeno al festival di Cannes) è quella di di-mostrare che fondamentalmente le esigenze di un pubblico distante anni luce da quei tempi sono in sostanza le stesse. Al grande schermo si chiede di raccontare una storia in cui degli attori all’altezza si trovino davanti una sceneggiatura e un sistema di riprese che consentano loro di ‘giocare’ con i ruoli che gli sono stati affidati. Se poi il film può essere letto linguisticamente anche a un livello più alto (come accade in questa occasione in particolare con l’uso della colonna sonora di musica e rumori) il risultato può dirsi completo. Per una volta poi si può anche parlare con soddisfazione di un attore ‘cane’. Vedere per credere.
Di Giancarlo Zappoli, da mymovies.it

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