Silvio Forever

Inondato dalle polemiche politiche mediatiche, nate dall’incredibile censura preventiva dell’ultima Rai berlusconizzata nei confronti di un misero spot tv, Silvio Forever venerdì 25 marzo uscirà nei cinema d’Italia. Calorosamente accolto nella Capitale da una ricca platea di giornalisti, il documentario, diretto a quattro mani da Roberto Faenza e Filippo Macelloni, e scritto dagli autori de La Casta, Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, ci porta per mano nella vita di colui che da quasi 20 anni catalizza l’attenzione dell’intero Paese, Silvio Berlusconi. Amato e odiato, Berlusconi ha contribuito a scrivere le ultime pagine di storia tricolore, segnando due decenni di politica nazionale.
Più volte negli ultimi anni abbiamo visto documentari occuparsi della sua persona, ma mai come intelligentemente fatto da Silvio Forever, autentica autobiografia non autorizzata. Perché a raccontare la propria vita è lo stesso Berlusconi, in prima persona. Gli 80 minuti di pellicola ci mostrano immagini di repertorio, in arrivo soprattutto dall’inesauribile rete, vero e proprio archivio storico di questo nuovo millennio, con la voce di Berlusconi, in molti casi ovviamente riprodotta tramite imitatore, che ‘racconta’. Aneddoti reali, resi pubblici dallo stesso Premier, attraverso interviste, dichiarazioni, interventi tv, comizi e articoli di giornale, qui cronologicamente montati, in maniera talmente sapiente e riuscita da regalarci una tragicomica soap opera nazionale, in onda da 17 anni, che sembra non voler conoscere la parola fine.
Perché fare un altro documentario su Silvio Berlusconi? Magari fazioso, di parte, comunista, bugiardo? Dubbi sorti nelle settimane passate dinanzi al trailer di Silvio Forever, apparentemente ennesimo ‘film’ sull’uomo più amato e odiato d’Italia. Peccato che questo ritorno al documentario politico da parte di Roberto Faenza, a 33 anni da Forza Italia, sia diverso. Intelligentemente diverso. Perché Faenza e Macelloni, a braccetto con Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, si sono ‘limitati’ a ricostruire parte della ‘vita’ di Silvio Berlusconi, riportando solo quanto da lui stesso detto, raccontato. Attraverso filmati, alcuni dei quali chicche introvabili e di inestimabile valore mediatico, e registrazioni audio, ben confezionate attraverso un montaggio incalzante e preciso, cinico e satirico, tanto da ricordare spesso e volentieri quanto fatto da Blob dalla prima puntata mandata in onda fino alle ultime dei giorni nostri.
Dal 1936, anno della sua nascita, conosciamo il Silvio bambino, i primi lavoretti, i primissimi soldi guadagnati, la carriera d’imprenditore, il boom della tv privata, i successi con il Milan, la discesa in campo contro i comunisti, le persecuzioni giudiziarie, gli scandali e le storiche gaffe, arrivando clamorosamente fino a questi giorni, con il Rubygate in primo piano. Enorme il lavoro di puro stampo ‘giornalistico‘ portato avanti da autori e registi, pur di rimanere sul pezzo, montando praticamente fino all’ultimo giorno disponibile, tanto da ‘accusare’, qualitativamente parlando, nel finale, tirato probabilmente via troppo velocemente e forzatamente concentrato su donnine e minorenni, aihnoi purtroppo tristemente note.
Entriamo così nello storico ‘mausoleo’ di Arcore, vediamo l’amata mamma Rosa incensare il figlio, Don Verzè raccontarci aneddoti ‘biblici’ da brividi, i conduttori Fininvest, compresa una giovanissima e telecomandata Ambra Angiolini, ‘orientare’ il voto del 1994, l’ex moglie Veronica Lario accusare il ‘drago e le sue vergini’, i figli, Marcello Dell’Utri sottolineare che ‘no, la mafia non esiste’, Umberto Bossi nel lontano 1994 giurare che mai più avrebbe appoggiato un Governo Berlusconi, i file audio di Patrizia d’Addario direttamente dal ‘lettone di Putin’ di Palazzo Grazioli e soprattutto lui, l’uomo Silvio, egocentrico, vanesio, megalomane, sbugiardare se stesso, raccontare barzellette, mostrare un’immagine di se’, da super uomo, che rasenta il ridicolo, per non dire il patetico, tra annunci e smentite, frasi ad effetto ed accuse.
“E’ il più grande piazzista del mondo“, ricorda un quasi inorridito Indro Montanelli, e il messaggio, tanto diretto quanto criticabile dai più fedeli sostenitori del Premier, arriva, dritto, concreto e conciso. Un innegabile pregio, per un documentario che in 80 minuti ’spoglia’ l’uomo più famoso d’Italia, il più ricco, il più chiacchierato, il più odiato ed invidiato, amato e deriso, che incredibilmente, ed involontariamente, si racconta in prima persona, costruendo un’immagine di se’ devastante, per quanto farsesca, truccata e straordinariamente televisiva, ‘prodotta’ ad arte per vendere e conquistare, tanto da diventare sogno ed incubo di un intero Paese, da 20 anni addormentato dinanzi alla sua figura.
Chi vedrà Silvio Forever scoprirà un uomo più definito e meno astratto, surreale per quanto eccessivo e dotato di ‘poteri’ straordinari, derivanti da nessuna razza aliena ma da un impero mediatico di proporzioni mostruose. Peccato che questo Silvio Berlusconi, a molti sconosciuto, rimarrà probabilmente tale, perché difficile, se non impossibile, portare le ‘masse’ in sala per vedere un’opera simile, vista come ‘di sinistra’, ‘comunista’, ‘faziosa’. Etichettata sul nascere, rischia quindi di mostrarsi ad un pubblico già informato, consapevole, conoscitore e soprattutto in grado di poter e saper attingere a fonti difficilmente censurabili, come la rete. Ma anche in questo caso l’impatto è devastante, avvilente e purtroppo comico, perché si ride più con Silvio Forever che con Checco Zalone. Se non fosse che uno dei due protagonisti lo fa per mestiere, mentre l’altro è il Presidente del Consiglio di questo straordinario e contraddittorio paese, chiamato ad aprire gli occhi davanti ad un riuscito documentario ‘autobiografico’ che ammicca al mondo della soap, raccontando fatti e personaggi che purtroppo non hanno nulla, ma proprio nulla, di Beautiful.
da “cineblog.it”

Il più bravo, il più simpatico, bella voce, bel torace, generoso, capacità di sintesi, ottimo chef. Nonché “il miglior presidente del consiglio che l’Italia abbia mai avuto”, e “il maggior perseguitato dalla magistratura di tutte le epoche in tutto il mondo”. Così si presenta Silvio Berlusconi nell’autobiografia non autorizzata che Faenza e Macelloni hanno montato per lui (non come destinatario, è chiaro), con i materiali di repertorio che certo non mancano e con l’accortezza di non alterare alcuna dichiarazione, ma solo di affidarle all’imitazione di Neri Marcoré, laddove l’audio non era pulito abbastanza.
Dalle mitizzate origini povere durante la guerra ai successi incredibili (alcuni dicono “sospetti”) come costruttore e poi editore, fino alla discesa in politica perché “debbo andare a difendere i miei interessi”, Berlusconi appare come un personaggio unico nel suo genere. Alzi la mano chi non lo sapeva. Sì, perché il problemone del documentario Silvio forever è proprio che la sua sostanza è storia nota, letteralmente quotidiana. Una storia che è sempre stata fatta di immagini (nota è pure la forma, dunque) e che è stata riproposta ai nostri occhi come un mantra, per istigarci all’idolatria, e alla quale, dunque, il montaggio ordinato e didascalico di questo prodotto non aggiunge quasi nulla.
Ci sono delle perle, come il Papa che lo benedice “con l’aria che non ne avessi un gran bisogno, o il “collegamento continuo con lassù” grazie all’aiuto delle cinque zie suore; dei recuperi scomodi (Mike, Vianello, Ambra), ma non è astruso pensare che il protagonista possa guardare il tutto divertendosi, inorgogliendosi e fregandosi le mani per quanto ancora e sempre si parli di lui.
C’è un’idea di scrittura, una linea guida, vale a dire la volontà di mostrare, sugli altri, il lato spettacolare Berlusconi, la sua formidabile presenza scenica, e pertanto di far sì che a rispondergli non siano i politici o i cittadini ma i nostri grandi comici, da Benigni a Dario Fo, da Beppe Grillo a Paolo Rossi ad Antonio Cornacchione (uno dei più esilaranti, sull’argomento), ma è pur sempre un dibattito interno alla televisione, nel quale questo genere di cinema arriva in ritardo e senza molto da dire. In compenso, c’è tanto bel cinema di non fiction nello spezzone in cui Gregoretti visita il mausoleo di Berlusconi, nel parco di Arcore: la discesa all’Ade, così come lo ha immaginato Silvio per sé e famiglia, è qualcosa da vedere e su cui riflettere.
Marianna Cappi, da “mymovies.it”

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