Ruggine

La vita di un gruppo di bambini viene segnata radicalmente da un uomo che stupra e uccide una di loro. Pur riconoscendo il colpevole, essi sanno che non saranno creduti dagli adulti e cercano di proteggersi da soli.
I traumi subiti da bambini rimangono indelebili anche quando si raggiunge la maturità. “Ruggine” racconta la storia di un gruppo di ragazzini vissuti alla fine degli anni Settanta che subirono violenze da parte di un dottore, mostrando parallelamente la vita di tre di loro diventati adulti. Il divario sociale tra la povertà delle famiglie dei bambini e l’elevatezza del ceto del medico, accennata all’inizio del film, si rivela profondamente ingiusta. Valerio Mastandrea, che interpreta Carmine, il “capobanda” figlio di emigrati pugliesi, diventato adulto, in una scena chiave del film si rende conto che il fallimento della sua vita – disoccupazione, solitudine, miseria – è dovuto in parte alle condizioni della sua famiglia: stanco di studiare, a dodici anni decide di andare a lavorare con il consenso dei genitori, cosa che non sarebbe stata concessa al figlio di un medico o di un avvocato, che sarebbe stato mandato in una scuola privata ad ultimare gli studi e a conquistare facilmente un posto nella società. È dunque un film sul potere, che indaga le dinamiche tra il dottore e gli altri personaggi, in particolare i bambini, che vedono quello che gli adulti non vedono, cioè che sotto le vesti del medico laureato si nasconde un mostro.
Insieme alla storia di Carmine adulto, vengono proiettate anche le vicende di Sandro e Cinzia: il primo, interpretato da Stefano Accorsi, ritrovatosi solo con il figlio di pochi anni in un appartamento nuovo, pieno di cartoni da trasloco, senza più una moglie, si sente assalito dalla solitudine e rivede dentro di se quella paura provata da bambino di fronte agli orrori del dottore; Valeria Solarino interpreta Cinzia, diventata un’insegnante delle scuole medie, che continua a portare dentro di sé quel senso di stranezza e inadeguatezza che la contraddistingue dal momento in cui ha visto verificarsi gli episodi di violenza. Notevole le interpretazione dei piccoli protagonisti del film, che occupano gran parte della pellicola, dimostrandosi molto spontanei.
Dal punto di vista tecnico, il film risulta piuttosto originale: il regista sceglie di inserire giochi di fuoco, lasciando talvolta inquadrature completamente sfuocate; in diversi momenti le scene si intervallano a brevi attimi di schermata scura, che ha lo scopo di amplificare il dolore provato dai personaggi e ad aumentare l’angoscia dello spettatore. È un film a forte impatto emotivo, perché l’intreccio non e lontano dalla realtà.
Durante la conferenza stampa svoltasi al termine della proiezione durante una delle Giornate degli Autori alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, gli attori sono stati concordi nel sottolineare la bravura del regista Daniele Gaglianone, che ha cercato un “lavoro in continuo divenire”, come ha detto Accorsi. La Solarino ha voluto spiegare, rispondendo ad una domanda sul suo personaggio, che “a volte, anche se la tua vita è felice, possono esserci segni della ruggine dentro di te, delle cicatrici, ma bisogna imparare a convivere come se fossero una piccola parte di noi”. Filippo Timi è rimasto sorpreso dalla sua stessa interpretazione: il ruolo di dottore-pedofilo richiedeva una capacità recitativa di altissimo livello, perché c’era il rischio di risultare eccessivi e di fare così un pessimo lavoro. La sceneggiatura è tratta dal libro di Stefano Massaron da cui però il regista si è parzialmente discostato, riscrivendo le scene che si svolgono ai giorni nostri e anticipando il momento della scoperta della mostruosità del dottore.
Un film emotivamente coinvolgente, che ricorda che gli italiani sanno ancora dimostrarsi coraggiosi nel cinema.
Giulia Bramati, da “storiadeifilm.it”

La scorsa stagione cinematografica mi è capitato di imbattermi nella visione di un film italiano che, pur essendo passato al Festival di Locarno del 2009, aveva avuto la solita distribuzione fantasma in sala e che probabilmente non avrei mai scoperto se non fosse stato per la lodevole operazione di Gianluca Arcopinto, produttore del film, di presentarne la versione dvd nella collana Cinema Autonomo. Il film in questione era Pietro di Daniele Gaglianone e non è un caso che io abbia usato il verbo imbattersi perché sia i personaggi che venivano raccontati sia il linguaggio usato per raccontarli creavano un vero e proprio impatto contro lo schermo e sfondavano quella superficie, quella patina di distacco dello sguardo e del cuore nei confronti di un’opera di fiction e delle sue convenzioni narrative ed estetiche, segando quel passaggio che trasforma la visione in un’esperienza più profonda, il ricordo di un pezzo di cinema che finalmente si conficca con violenza e passione nelle carni della memoria.
La storia di Pietro, ragazzo-uomo affetto da turbe psichiche con un fratello tossicodipendente allo sbando e una vita misera e solitaria nella periferia torinese, pur nella sua essenzialità che non concedeva nulla di più alla natura e alla verità dei personaggi, acquistava nel linguaggio di Gaglianone il valore di un allucinato viaggio all’interno della mente e dell’anima di un essere umano in cui il crescendo implacabile della deriva, della catastrofe personale, si muoveva tra tenerezza e orrore, tra aperture alla vita e a una possibilità di felicità e sospensioni cariche di tensione verso la morte.
L’onda lunga delle sensazioni forti ed estese che ha provocato in me l’incontro con Pietro, cui non è estraneo il fatto di considerare quest’opera così viscerale e anomala come unica all’interno del panorama cinematografico nazionale, mi ha accompagnato anche nella visione di questo successivo film di Gaglianone, dal titolo secco e al tempo stesso evocativo, Ruggine, a indicare non solo la sostanza che si deposita sulle strutture di ferro e le corrode, ma anche un sentimento negativo che contagia, invade e logora l’esistenza delle persone che va a toccare, alimentato e rafforzato, e non sepolto, dal tempo che passa. Una storia, dunque, assolutamente nelle corde del regista torinese che anche questa volta si muove su uno spazio che conosce bene, essendo nato e cresciuto in quella periferia di Torino che ancora una volta diventa paesaggio di una desolazione, di uno svuotamento dell’anima.
Ma questa volta il racconto è più articolato e strutturato, visto che all’origine c’è un romanzo di Stefano Massaron e che i piani temporali che s’intrecciano sono due – passato e presente – per quanto questa divisione non risponda mai a un criterio di logica narrativa ma segua gli sbandamenti e le oscillazioni delle vite interiori dei tre personaggi principali, colti in frammenti isolati della loro quotidianità cui solo il filo interrotto e ripreso di una memoria privata e collettiva può restituire un senso comune. Il cinema di Gaglianone è fatto di corpi, di volti, di luce e di suono, possiede una natura assolutamente fisica, tattile, sessuale fino alla promiscuità con la mdp, che cerca di stabilire un contatto quasi impudico con i soggetti che filma. E il soggetto che qui è chiamato a scandagliare richiede la necessità di penetrare i personaggi per far emergere gli effetti devastanti che la violenza esercitata dagli adulti nei confronti dei bambini può provocare. Traumi che segnano punti di non ritorno, restano latenti ma sempre presenti e tornano a galla inaspettatamente, con la stessa furia e brutalità con cui erano apparsi in quel momento di precarietà e di fragilità, ma anche di estrema vitalità, che è l’infanzia. Il presente è il qui e ora, cupo, spento e amaro in cui vivono Sandro, che passa una giornata “sospesa” a giocare con il figlio di 5 anni a caccia del “Drago nero”, Carmine, perso in una rabbia autodistruttiva dentro la gabbia esistenziale di un bar di periferia (e che emozione riconoscere nei due nullafacenti sbandati del bar gli stessi volti di Pietro e del fratello!) e Cinzia, che partecipa con disagio e insofferenza a un consiglio di classe per l’ammissione agli esami di scuola media. Il passato è un luogo altro, arcaico, remoto, che ha lo spazio della fantasia e del gioco, della natura contaminata dai palazzoni popolari dei sottoborghi operai e invasa dai silos abbandonati e arrugginiti cui la banda di ragazzini, nella quale hanno militato anche i tre adulti dai volti ora incupiti e feriti, hanno dato il nome altisonante e magico di “Castello”.
Un luogo teatro dei riti di passaggio della sessualità, dello scontro corpo a corpo, la scoperta e la trasformazione del proprio piccolo mondo nel quale si riflette tutto il grande universo e le sue insidie. Come si può introdurre l’orrore, il male assoluto, la degenerazione, dentro il manifestarsi entusiasta, selvaggio, scarmigliato della vita? Gaglianone, nell’occuparsi del passato, sceglie spudoratamente la dimensione astratta e simbolica della fiaba e introduce con altrettanta spudoratezza la figura del “mostro”, il Dr. Boldrini, interpretato da un corpo attoriale che ha in sé una carica di mostruosità e devianza come Filippo Timi (basti pensare alla sua apparizione come luciferino clown ne La solitudine dei numeri primi). La sua apparizione su una macchina nera che taglia gli stradoni impolverati e i prati dove giocano i bambini si rifà a un’iconografia così precisa dell’immagine dell’uomo nero, dell’orco, che potremmo quasi dire che Gaglianone, da quel momento in poi, fa passare il suo sguardo attraverso il tunnel dell’anima scura di questo personaggio-limite, ma non per capirne le motivazioni e gli impulsi ad agire, piuttosto per farsi contaminare, per rendere a livello estetico, attraverso immagini brucianti e distorte nella percezione visiva e sonora, il senso di disintegrazione e frammentazione del gruppo di bambini, trasformati nei primi piani di quei volti adulti sui quali è possibile cogliere i segni della lotta con i loro demoni interiori.
Se nel complesso si resta annichiliti e turbati dall’atmosfera d’inquietudine che taglia come un rasoio affilato ogni momento del film e ogni tentativo dello spettatore di tirare un sospiro di sollievo davanti al destino dei tre protagonisti, abbandonati ognuno nel proprio loculo di rimorso e di dolore, la parte del passato, in bilico sia linguisticamente che narrativamente tra fiaba gotica e racconto di formazione, risulta (verbo terribile da usare quando si parla del vibrante linguaggio di Gaglianone) artefatta, troppo distante dal presente, con cui dovrebbe esserci una tensione sotterranea costante, un filo rosso che lega tra di loro Sandro, Carmine e Cinzia e che invece appare finalizzata ad arrivare al momento “rivelatore” in cui si comprenderà la tendenza autodistruttiva di Carmine, l’ossessione di Sandro per il gioco del “Drago Nero”, l’insofferenza di Cinzia davanti a colleghi professori superficiali e offensivi nei confronti di un’alunna molestata dal patrigno. Eppure, al termine della proiezione, mi sono rimasti addosso gli occhi neri di Filippo Timi che guardano famelici le giovani prede, e famelico è una delle espressioni che Tenesse Williams usa per descrivere l’adescatore di bambini protagonista di Improvvisamente l’estate scorsa, un testo di cui Ruggine possiede la cupa forza, la tendenza alla suggestione horror.
Appese a quegli occhi ci sono le figure di Sandro, Carmine e Cinzia, a cui Gaglianone ha sentito la necessità di far condividere lo stesso spazio fisico anche da adulti, il vagone di una metropolitana dove è possibile drammaturgicamente creare la coincidenza di un incontro e anche far tornare tutti i conti del proprio cinema.
Fabrizio Croce, da “schermaglie.it”

Nel percorso di un autore ci sono film che, indipendentemente dall’importanza o dalla loro riuscita, rappresentano un punto di svolta, o quantomeno il segno di un cambiamento. Per Daniele Gaglianone questo film potrebbe essere “Ruggine”, appena visto in una sezione collaterale del festival veneziano e passato alle cronache, più per la sensibilità dei soliti parrucconi, spaventati dalla presenza dell’elemento pedofilo, che per i meriti artistici. Reazioni prevedibili, ma alla luce dei fatti sensazionalistiche, perché se è vero che l’elemento drammatico del film, quello che lega i due diversi piani di narrazione, il passato ed il presente dei personaggi coinvolti, è rappresentato dal Dottor Boldrini, un pedofilo dai tratti malati e canaglieschi, pronto a sfogare la propria deviazione su un gruppo di bambini di una periferia del nord Italia, industriale e proletaria, è ancora più evidente la voglia del regista di guardare in faccia al male, e di mostrare le conseguenze che lo stesso ha nella vita delle persone.
Ed ecco allora una delle novità di cui si parlava all’inizio, non più registrazione fenomenologia del dato a partire dall’ambiente, ma il processo inverso, con un indagine che comincia dai caratteri, e poi si riversa all’esterno, ricostruendo il mondo in maniera emotiva, più che sociologica. Basterebbe la scena iniziale, girata in uno spazio indefinito, con i due bambini a scambiarsi le rispettive sensazioni: in mezzo a loro c’è solo il buio ed il pulviscolo di una luce dorata, la stessa che ritroveremo lungo il corso della loro odissea. Poi, come in una fiaba, quel mondo si popola di oggetti, di persone, di luoghi: il deposito abbandonato diventato un castello in cui organizzare le scorribande, il prato di fronte a casa simile ad una prateria sconfinata, i compagni di gioco ed anche il quartiere dormitorio, dove ritornare fino all’inizio del nuovo giorno. Gaglianone ricostruisce quel paesaggio seguendo le coordinate dei suoi protagonisti. Lo ordina con gli occhi di un bambino e lo mitizza come si fa con le nuove scoperte. Un processo di interiorizzazione analogamente usato per la rappresentazione del male, quello assoluto (anche se poi, e forse con un eccessiva ridondanza, Gaglianone ne dà una spiegazione patologica), introdotto con una sequenza metafisica, con la macchina guidata dal medico a delineare la strada con un movimento ondivago, quasi casuale, come se volesse celare i suoi veri intenti. Immagini a velocità ridotta, luce sovraesposta, assenza di rumori di fondo. Da una parte i bambini persi nelle loro fantasie, dall’altra quella macchina, che si avvicina silente. E come se Gaglianone volesse dirci che le cose funeste entrano nella nostra esperienza in maniera inaspettata e senza alcun preavviso. Da lì in poi nulla sarà più uguale, a cominciare dal presente di quei ragazzini, diventati adulti ma ancora rinchiusi dentro l’antro in cui hanno incontrato il mostro. Anche per loro viene adottato il nuovo registro, con il costante rimando ad una realtà interiore, riprodotta isolandoli in un unico ambiente, un bar, una camera da letto, una sala riunioni, peraltro poco definito e senza nessun collegamento con quello esterno, ma capace di farci capire a che punto è la notte.
Questo non vuol dire che segni del cinema precedente (l’importanza della memoria – alla base de “I nostri anni”, il film che ha rilevato Gaglianone – l’attenzione per un umanità in via di formazione, e poi la predilezione per una marginalità sociale prima ancora che esistenziale) siano scomparsi, ma vengono aggiornati seguendo un estetica più vicina al cinema romanzo che a quello documentaristico. Detto questo “Ruggine” lascia però la sensazione di un opera a cui manca qualcosa per essere un film importante, forse perché la rappresentazione del passato è troppo levigata, costruita, anche nei dialoghi, talvolta così strutturati da stonare tra le labbra di un bambino, ed anche manierati, specialmente per il capo della combriccola, un marmocchio che si comporta come un piccolo Al Capone. Oppure perché certe sottolineature di regia – rallentì, dissolvenze, sfocature- sono applicate in maniera poco personale, ed un po’ da manuale. Tutte cose che tolgono qualcosa in termini di spontaneità e naturalezza. La presenza di attori di fama (anche questa una novità) e di bravura, ad interpretare la versione adulta dei piccoli protagonisti, così come quella del malefico individuo, rappresentano comunque un motivo in più per assicurarsi la visione.
Carlo Cerofolini, da “ondacinema.it”

Il buio è dentro. Il buio è nei ricordi di Carmine, Sandro e Cinzia. E la ruggine del dolore e dell’orrore per quello che hanno vissuto ieri incrosta le loro vite di oggi. Anni ’70, estate. Nella periferia, indistinta e lontana, di Torino un gruppo di bambini dagli accenti diversi (figli di immigrati meridionali), capeggiati dal siciliano Carmine, passa le giornate in strada a giocare.
Giochi di un tempo perduto, giochi ormai dimenticati dai bambini di oggi. Il luogo d’iniziazione della “banda” è il Castello, un ammasso di ferro e rottami abbandonati. Luogo di carezze appena accennate (tra Cinzia e Sandro) e di regolamenti di conti (con la banda rivale).
Luogo di ruggine e polvere, pericoli e nascondigli, lontano dalla case e dagli adulti. Ad inquinare la vita del quartiere è una presenza nuova: il dottor Boldrini (Filippo Timi), i cui modi eleganti e distinti, nascondono una terribile realtà. E’ lui l’uomo nero, l’orco che sconvolgerà la vita del quartiere e, soprattutto, quella dei bambini.
A sorprendere è l’assenza degli adulti, distratti e sbrigativi anche nelle proibizioni e nei divieti. Il compito di sconfiggere l’uomo nero, quindi, toccherà ai bambini. E sarà Carmine a fermarlo, liberando la sorellina Rosalia e l’intero quartiere.
Trent’anni dopo le esistenze di Cinzia (maestra “strana”, Valeria Solarino), Sandro (traduttore e padre affettuoso, Stefano Accorsi) e Carmine (disoccupato e disadattato, Valerio Mastrandrea) sono ancora costrette a fare i conti con la ruggine del passato.
Quella ruggine che si è depositata nelle loro anime e preme, incalza, non dà tregua. Il drago nero non va via, ritorna sempre, soprattutto quando si rimane soli. Ultima scena onirica e sognante.
Tratto dall’omonimo romanzo di Stefano Massaron, il quarto film di Daniele Gaglianone non lascia indifferenti, affrontando con sensibilità un tema difficile e complesso. Da leggere. Da vedere.
Gennaro Napolitano, da “oggimedia.it”

A trent’anni di distanza dagli orrendi avvenimenti che li hanno resi partecipi, ancora bambini, di un segreto inconfessabile, Carmine (Valerio Mastandrea), Sandro (Stefano Accorsi) e Cinzia (Valeria Solarino) conducono esistenze separate e segnate, costretti a convivere con il ricordo di quella lontana – ma mai dimenticata – estate del ’77 che cambiò per sempre le loro vite.
Ci vuole coraggio per fare un film del genere. E’ una frase che Daniele Gaglianone dovrà abituarsi a sentire spesso: il suo Ruggine, presentato in concorso alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia (nella sezione Giornate degli Autori), non si lascia spaventare dalla brutalità a stento sopportabile di ciò che racconta ma, al contrario, la affronta a testa alta, penetrando nella carne con la forza di un’infezione e lasciandone sul palato il sapore ferroso, insistente e inaspettato.
Asciugando l’omonimo romanzo di Stefano Massaron cui il film si ispira, Gaglianone racconta l’orrore silenzioso che matura, non visto, sotto gli occhi di tutti, specialmente quelli dei bambini: creature anfibie in equilibrio precario tra infanzia e adolescenza, sospese su un ponte che rischia di franare sotto il peso di rivelazioni adulte, costringendoli a crescere troppo in fretta.
La fiaba nera di Massaron, oscillante tra presente e passato, viene rielaborata “per difetto” dal regista marchigiano che la trasforma in una narrazione incompleta, segmentata, resa ellittica da una messa in scena che si priva spontaneamente di “pezzi” e da un montaggio (di Enrico Giovannone) volutamente lacunoso, fatto di vuoti e momenti neri: un cuore che va in black-out e poi riprende a pompare, la lenta agonia di una cecità interrotta.
La sceneggiatura approntata da Gaglianone, con l’ausilio di Giaime Alonge e Alessandro Scippa, affronta il materiale letterario di Massaron attraverso un lavoro di appropriazione “impressionista”, volto ad estrarre dalla prosa vivida dell’autore milanese gli impulsi luminosi, i tratti di personalità, le sfumature (cromatiche ed emotive) da infondere su pellicola.
L’adattamento, “infedele” ma non per questo meno riuscito, conserva dell’originale la capacità di cogliere con sconcertante puntualità il mondo interiore dei personaggi, scavando nelle menti lucide dei bambini e in quella, malata fino al parossismo, del Dottor Boldrini. Il setting resta lo stesso: una periferia milanese squallida e sporca, “colonizzata” da lavoratori del Sud che con disprezzo godono dell’appellativo di “terroni” ma che non osano mancare di rispetto all’uomo in giacca e cravatta con un titolo di studio altisonante. Un microcosmo di uomini-insetto, rinchiusi in casermoni-alveare fatti di rottami, miseria e ruggine, dove i bambini giocano con quel poco che la strada ha da offrire, cuocendosi la schiena sui tetti arroventati delle auto.
A mutare non è il passato – che Gaglianone sceglie di conservare negli eventi come nella rievocazione sensoriale – ma il presente, nel quale i personaggi di Sandro e Cinzia (e con loro quello di Carmine, nel romanzo solo bambino) si trovano immersi ma al contempo alienati; entrambi soli, senza compagni e costretti, nel continuo contatto con il mondo dell’infanzia, a rivivere l’orrore della propria. La scelta degli sceneggiatori, apparentemente didascalica ma efficace, modifica le condizioni dei protagonisti adulti ponendole a confronto con quelle, speculari (presenti o solo presunte), dei loro alter ego bambini, esaltandone l’emarginazione.
Sandro (interpretato con grande spontaneità da Stefano Accorsi), trascorre un pomeriggio domestico in compagnia del figlio, tra giochi innocenti che possono degenerare, lasciando riaffiorare i mostri e il terrore di un tempo in cui alla domanda “ma quand’è che cresci?” ancora non si riusciva a dare una risposta; mentre Cinzia (una mite Valeria Solarino) fronteggia un gruppetto di insegnanti mediocri e meschini, la cui ipocrisia mascherata da frustrazione è tanto più scioccante se a farne le spese sono ragazzini senza diritto di replica.
Il mondo presente, denso di ingiustizia e corruzione, non è poi molto diverso da quello passato, anzi, è se possibile più rivoltante, poiché l’ingenuità ha lasciato il posto ad una piena consapevolezza che alimenta la cattiveria, il qualunquismo, l’indifferenza. La violenza stupida dei bambini, che imitano i grandi dettando legge sui più deboli (il bulletto Carmine ne è l’esempio e, per contrappasso, è dei tre l’adulto più indifeso), diventa cameratismo, corporativismo, spirito di aggregazione e omologazione contro il “diverso”, che, in quanto tale, non può essere “ammesso” ai riti di passaggio della società.
I Mostri prendono il sopravvento quando sanno rendersi invisibili, quando non vengono allo scoperto: annientarli non offre alcuna consolazione, giacché il segreto della loro identità non può essere svelato a nessuno e nessuno, d’altronde, potrebbe credervi. Gaglianone affida saggiamente ad un Filippo Timi a dir poco maestoso il ruolo più difficile del proprio film, repellente sia sotto il profilo umano che sotto quello recitativo, e al poliedrico attore umbro basta uno sguardo per comunicarne l’inquietante ferocia.
I turbamenti mentali del dottorboldrini (così, tuttoattaccato) di Massaron rivivono negli occhi folli e nei gesti rapaci dell’Uomo Nero interpretato da Timi, mostro in Mercedes e doppio petto, incapace di controllare gli impulsi della carne e quelli del linguaggio – tra filastrocche insensate e proclamazioni razziste che rimpiangono un mondo ripulito in senso elitario: “Se Hitler avesse vinto saremmo molti meno”.
Sotto la direzione di Gaglianone le pagine intrise di morbosa e incontrollata libido – e difficilmente tollerabili sullo schermo – si sfaldano: i particolari ossessivi, le descrizioni cariche di un erotismo disturbato, vengono abbandonate a favore del non detto. Occhi glaciali riflessi in uno specchietto, fissi sul parabrezza nel silenzio di un autolavaggio, comunicano tutto ciò che a parole suonerebbe ridondante: la macchina da presa scompone il corpo in dettagli picassiani, impedendo di cogliere troppo presto il quadro complessivo di un personaggio che deve svelarsi, dal particolare al generale, dal primo piano al totale.
Abituato a vedersi servire il sangue in prima serata, lo spettatore prova il brivido di ciò che non può raggiungere con gli occhi, costringendosi ad immaginare l’orrore celato sotto un lenzuolo, l’azione inconcepibile simboleggiata da un cappellino stretto nel pugno di un folle. L’attesa si prolunga in modo quasi fastidioso, lenta e silente, quasi disorientata, ma esplode infine trascinando il pubblico con sé, nel buio del sottosuolo, e riportandolo indietro fino alle inquadrature iniziali: una luce rugginosa che vorrebbe condurre il Male lontano, sfaldarlo e mutarlo in qualcosa di angelico e rarefatto ma che forse non ci riesce davvero.
In una pellicola dominata dalle musiche, belle e inquietanti, composte da Evandro Fornasier, Walter Magri e Massimo Miride, L’elisir d’amore di Donizetti offre la chiave musicale per tradurre gli agghiaccianti soliloqui d’amore di Boldrini, aiutando Timi (se mai ne avesse bisogno) a rifinire, per contrasto, il proprio personaggio. Il canto di Nemorino, folgorato dalla scoperta di un sentimento ricambiato, diventa allora l’inno di una degenerazione mentale, la firma agghiacciante di un assassino che vorrebbe persino essere amato, appropriandosi con violenza di ciò che non gli appartiene:
Una furtiva lagrima
negli occhi suoi spuntò:
Quelle festose giovani
invidiar sembrò.
Che più cercando io vò?
M’ama! Sì, m’ama, lo vedo.
Un solo istante i palpiti
del suo bel cor sentir!
I miei sospir, confondere
per poco a’ suoi sospir!
I palpiti, i palpiti sentir
confondere i miei co’suoi sospir!
Cielo! Si può morir!
Di più non chiedo, non chiedo.
Ah, cielo! Si può morir d’amor.
Ma non si muore d’amore nel vecchio deposito di rottami, tra l’erba alta e secca e i muri imbrattati di scritte. Si muore come animali, inghiottiti dalla terra, senza degna sepoltura poiché di essa non si è affatto degni. E, morendo, si lascia agli altri il compito di serbare la memoria di ciò che è stato, rischiando di impazzire, soprattutto quando si resta da soli. Il finale scelto da Gaglianone poco prima dei titoli di coda – e accompagnato dallo splendido brano Un campo lungo cinematografico de Le Luci della Centrale Elettrica – è allora retorico, prevedibile: una postilla superflua in conclusione di un film che ha anche il coraggio di essere imperfetto.
da “areviewfromthebridge.it”

Il drago nero è sempre in agguato: si nasconde dietro gli abiti eleganti e le maniere distinte di un medico e torna a fare paura quando meno te lo aspetti. Sembrano spaventosamente fini i palazzoni di una città del nord Italia degli anni Settanta, dove Daniele Gaglianone ha scelto di ambientare Ruggine, la pellicola presentata nelle Giornate degli autori della 68esima Mostra del cinema di Venezia, che vede Nastro Azzurro official sponsor per il terzo anno consecutivo.
Una periferia in cui le donne “fanno solo figli e salsa di pomodoro”, come spiega una piccola adulta come Cinzia (Giulia Coccellato) al compagno di giochi Sandro (Giuseppe Furlò) mentre si scambiano un tenero primo bacio al buio di un castello di lamiere arrugginite di un cantiere fatiscente che, insieme al piccolo leader Carmine (Giampaolo Stella), hanno eletto a parco giochi. Una babele linguistica e culturale dove convivono famiglie di immigrati meridionali e del nord-est, che improvvisamente piomba nell’oscurità quando due bambine vengono trovate stuprate e uccise, in contemporanea con l’arrivo di un nuovo pediatra, il dottor Boldrini (un Filippo Timi dallo sguardo folle e fin troppo sopra le righe), un medico dai toni austeri e severi, rispettato dagli adulti – di estrazione sociale più modesta – e temuto dai bambini che quasi subito intuiscono che, dietro i suoi modi di fare sopra le righe, si nasconde un mostro.
In un gioco di continui salti tra passato e presente, Cinzia, Carmine e Claudio si ritrovano, ormai adulti, a fare i conti con il ricordo di quell’estate: la piccola femminista è diventata un’insegnante di arte alle scuole medie (Valeria Solarino) alle prese con una studentessa che ha subito molestie, mentre Claudio (Stefano Accorsi) esorcizza il ricordo di un padre troppo severo giocando con suo figlio. Ma a portarsi dentro i fantasmi di quell’estate è soprattutto Carmine (Valerio Mastrandrea), che trascorre le sue giornate al bar tra una birra e una sigaretta.
Gaglianone, anche sceneggiatore del film insieme a Giaime Alonge e Alessandro Scippa, ha preso spunto dall’omonimo romanzo di Stefano Massaroni che racconta la problematica della violenza sull’infanzia, una sorta di fiaba senza lieto fine in cui “un gruppo di bambini incontra l’orco che li vuole mangiare e lotta per far sì che questo non succeda”, ha spiegato l’autore presente alle Giornate degli autori Nastro Azzurro/Venezia. Ma purtroppo, come mostra la pellicola, “il male vince comunque, perché gli basta solo comparire per prendere il sopravvento”. Il regista, alla sua prima esperienza con un cast di volti noti (molto intensa la Solarino, forse troppo sopravvalutato il “francese” Accorsi) e uno di piccoli attori all’esordio sul grande schermo, è capace di rendere perfettamente la desolazione e la drammaticità degli eventi attraverso gli sguardi dei protagonisti, in uno scenario squallido e spaventoso come la vecchia discarica avvolta nella ruggine. Da segnalare soprattutto l’interpretazione di Valerio Mastrandrea (molto maturato rispetto alle pellicole degli esordi) e del pedofilo splendidamente interpretato da Filippo Timi, che con i suoi eccessi si cala perfettamente nella parte del “mostro”; anche la colonna sonora del film, affidata a Vasco Brondi del Le Luci della Centrale Elettrica, accompagna alla perfezione ogni scena, provocando le emozioni giuste.
da “theartsyfilmblog.com”

In un città del nord Italia alla fine degli anni settanta scopriamo un quartiere di periferia abitato da immigrati meridionali, durante l’ennesima afosa estate una banda di ragazzini capeggiata dal siciliano Carmine scorrazza in cerca di guai, scontrandosi con altre piccole bande, giocando tra rottami di automobili e trasformando due vechi silos arruginiti in un luogo di ritrovo dove giocare a fare i grandi e riempire le lunghe e interminabili giornate. Purtroppo quell’estate non sarà come le altre, perchè porterà nel quartiere un male che è ancora sconosciuto per Carmine e i suoi amici, un male sinistro ed ambiguo celato in un nuovo medico, il dottor Boldrini (Filippo Timi), che dietro un fare elegante ed aristocratico che trasmette soggezione cela un mostro pronto a colpire e che sceglierà come agnello sacrificale al suo bestiale ed atavico istinto Rosalia, la sorella di Carmine che l’uomo rapirà scaraventando Carmine e i suoi piccoli amici, Sandro, Cinzia, Betta, Andrea e Tonio nello spietato mondo degli adulti.
Trent’anni dopo ritroviamo tre di quei ragazzini Carmine (Valerio Mastandrea), Sandro (Stefano Accorsi) e Cinzia (Valeria Solarino), tre adulti alle prese con un passato che incombe, un presente che affligge e un futuro troppo incerto per regalare qualche speranza. Carmine pieno di rabbia passa il suo tempo a bere cercando di sopire un rancore che lo sta divorando, Sandro che ora è padre si rifugia in un mondo infantile da cui è stato strappato sin troppo presto, mentre Cinzia lascia che sia la routine ad intorpidirne il quotidiano, ma per tutti e tre quell’estate di violenza ed orrore tornerà prepotentemente a minare ancora una volta le loro esistenze.
Indubbio il coraggio del regista Daniele Gaglianone, qui alla sua quarta regia, nel voler trattare un tema irto di ostacoli emotivi come la pedofilia, un cancro ormai in metastasi dell’odierna società che troppo spesso ci svela mostri così terrificanti ed inaspettati da lasciare attoniti, ma la bravura di Gaglianone sta nel lasciare l’orrore fuori campo fornendolo allo spettatore a piccole, ma incisive dosi attraverso una suggestiva regia che dimostra di saper cogliere e sfruttare appieno le notevoli perfomance di tutto il cast, filtrandole attraverso il noir che è un genere trasversale che si presta sin troppo bene, come in questo caso a delineare personaggi tormentati e vite segnate sull’orlo del baratro e nonostante una narrazione dai fisiologici tempi dilatati, in Ruggine ci sono tecnica, stile e personalità a testimoniare un indubbio talento registico per un suggestivo noir metropolitano con l’anima.
Pietro Ferraro, da “ilcinemaniaco.com”

Piccoli, innocenti, pieni di sogni, i bambini sono una miniera di fantasia, un mondo di candida immaginazione. Perché, dunque, rovinare la loro giovinezza trasformandoli in adulti prima del tempo? Questa è la domanda che ci pone Daniele Gaglianone nel suo ultimo lavoro, Ruggine. Intenso, profondo, riflessivo, il nuovo film del regista ci invita a riflettere e a guardare il mondo da vari punti di vista, alternando il presente al passato di esistenze spezzate, di sogni infranti, di vite rovinate.
In un piccolo paesino di periferia, dove le macchine abbandonate sono parte integrante del paesaggio urbano, un gruppo di bambini, definiti “la banda degli Alveari”, passa le sue giornate giocando in uno sporco e pericoloso ammasso di ferraglia, che loro chiamano “castello”. E mentre sbocciano i primi amori e iniziano le prime contese, la pace del luogo viene contaminata dall’arrivo del Dottor Boldrini. L’uomo, fin troppo disponibile a visitare i suoi pazienti, è affetto da problemi psicologici e da un amore incondizionato per i bambini, tanto forte da spingerlo a rapirli e a ucciderli. Carmine, Sandro e Cinzia, di nascosto, scoprono la vera indole dell’uomo ma non possono rivelarlo agli adulti, poiché il dottore è un uomo stimato da tutti. Quando l’uomo rapirà Rosalia, la piccola sorellina di Carmine, però, i bambini saranno costretti a diventare grandi per sconfiggere il mostro con le proprie forze.
Che Filippo Timi fosse uno degli attori italiani più talentuosi del momento, l’avevamo già scoperto da tempo, quando, grazie a Vincere, aveva dimostrato di saper reggere sulle proprie spalle il peso di una complessa sceneggiatura. Ecco dunque che Gaglianone, già apprezzato regista de I nostri anni, lo sceglie per interpretare il ruolo di un villan involontariamente (?) crudele e malvagio. Agli occhi dei bambini – e degli spettatori – egli appare come l’uomo nero, spesso ripreso di spalle, di scorcio, fuori fuoco. Come per M. il mostro di Dusserdolf, il suo arrivo e l’inizio della sua “caccia” sono preannunciate da suoni verbali, in questo caso cantilene, nenie o pezzi di storie. Anche se alla fine avranno la meglio, i bambini non dimenticheranno più il volto e le azioni del mostro che ha distrutto i loro sogni e rovinato, per sempre, le loro vite. I fantasmi del passato, infatti, hanno lasciato il segno, si sono incisi nella loro pelle e tornano quando si spengono le luci. Carmine, un eccellente Valerio Mastandrea, ha perso il proprio coraggio e la voglia di vivere, essendosi trasformato in un ubriacone cinico e disincantato; Sandro, un tenero Stefano Accorsi, è diventato un ottimo padre che cerca, costantemente, di preparare il figlio Michele ad affrontare le paure della vita; Cinzia, una timida Valeria Solarino, infine, è una donna acerba e fragile alle prese con le ingiustizie del mondo lavorativo.
Sebbene il cast sia di prim’ordine, Ruggine presenta degli evidenti errori di montaggio: stacchi affrettati, sfocature ricorrenti, sbalzi temporali poco fluidi. Nonostante l’idea di alternare tre livelli temporali sia utile ad immettere lo spettatore nel meccanismo della storia, la sceneggiatura avrebbe avuto bisogno di un’attenta revisione. Il pubblico, infatti, riesce a capire soltanto alla fine (e con non poca difficoltà) quale sia il passato degli adulti e perché ogni personaggio sia finito nella spirale di disperazione del presente. Sebbene le ambientazioni ricordino la garroniana Gomorra e l’assunzione del punto di vista infantile il riuscitissimo Io non ho paura, Ruggine riesce comunque a differenzarsi dalla massa. Il film, infatti, funziona perché scuote lo spettatore dal torpore che lo circonda e lo sprona a guardare il mondo con gli occhi di un bambino, senza abbassare troppo la guardia.
Martina Calcabrini, da “silenzio-in-sala.com”

Nord Italia. Fine anni Settanta. Estate. Alla periferia di una città in un quartiere abitato da immigrati del sud e e del nord est un gruppo di ragazzini, capitanati dal siciliano Carmine ha costituito come proprio dominio il Castello, due vecchi silos arrugginiti. Nel quartiere giunge un nuovo medico condotto, il dottor Boldrini. Il suo atteggiamento aristocratico intimorisce un po’ gli abitanti i quali lo temono e lo ammirano al contempo. I bambini scopriranno un suo terribile segreto ma avranno timore di non essere creduti nel momento in cui dovessero raccontarlo agli adulti. Oggi Carmine, Sandro e Cinzia sono tre adulti su cui quel passato ha lasciato dei segni profondi.
Daniele Gaglianone prosegue il suo percorso caratterizzato dal rifuggere dal facile successo e dall’indagine su quanto accade quando la violenza, esplicita o celata che sia, irrompe nelle vite delle persone imprimendovi il suo marchio indelebile. Lo fa con uno stile visivo complesso che interrompe l’impressione di realtà grazie a sfocature o a neri improvvisi che costringono lo spettatore a staccarsi dall’azione per concedersi un, seppure breve, spazio di riflessione. Se si vuole trovare un difetto a Ruggine lo si può individuare nell’ampio tempo che si concede prima di entrare in situazione ma forse anche questo, nell’ottica d’insieme, finisce con il divenire funzionale.
Perché Gaglianone chiede disponibilità allo spettatore. Una disponibilità anche a farsi bambino e quindi a comprendere che la caratterizzazione di un sempre più raffinato Filippo Timi nel ruolo del dottor Boldrini ‘deve’ essere esasperata. Per quei bambini di un’epoca in cui l’immaginario collettivo non era ancora stato pervaso da miliardi di stimoli visivi quotidiani, il dottore è un Uomo Nero delle fiabe. É quel drago che un Sandro divenuto padre materializzerà sotto forma di gioco con il figlio, che Carmine continuerà a cercare di uccidere dentro di sé e che Cinzia proverà a combattere, consapevole che ha assunto forme diverse. Magari quelle di due colleghi del Consiglio di classe in sede di scrutinio incapaci di leggere le difficoltà di un’alunna forse abusata in famiglia ma vista invece con lo sguardo malato di una società che si ferma all’aspetto fisico e si ritrova succube di pulsioni inconfessate che pubblicamente deplora. Un suggerimento: non lasciate la sala appena iniziano i titoli di coda. La ruggine non ha ancora smesso di corrodere lo schermo e l’animo dei protagonisti.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

Ruggine di Daniele Gaglianone è un film fondato sui paradossi. Paradossi di una periferia torinese di metà degli anni sessanta e paradossi della vita reale trasferiti ai personaggi, dai bambini protagonisti ai grandi.
Tutto viene reso, così paradossalmente chiaro, dalla regia e dal montaggio.
Il film racconta la storia mortifera dell’orco di periferia che sconvolge la vita della banda di bambini (filo criminale, primo paradosso), del capo banda Carmine, di Sandro e Cinzia, coinvolgendo la vita dell’intera periferia, di cui fino al ritrovamento dei due cadaveri di bambina non si sa nulla, proviene soltanto un’eco attribuita al padre di Sandro, che lo intima a stare alla larga dal Castello (dimora della banda).
L’orco è interpretato da un credibile Filippo Timi, che a tratti ricorda il Mussolini di Vincere e a tratti il padre-forte di Come Dio comanda; ma che si scarica presto d’attese perché ancorato al cliché del matto acculturato filo hitleriano con istinti omicidi (di fatto è il pediatra stimatissimo dagli adulti, altro paradosso, e scandisce le sue azioni gorgheggiando la Furtiva Lagrima di Donizetti). Il dottor Boldrini dalla prima inquadratura desta angoscia e inquietudine e viene descritto magnificamente dalla battuta di Cinzia “se lo diciamo ai grandi non ci credono”. Battuta che la stessa si porterà dietro (come il segnalibro regalatole da Sandro) fino al collegio di classe, in cui la ritroviamo professoressa di Arte e Immagine intenta a difendere un alunna (probabilmente vittima delle molestie del patrigno), e che fa riecheggiare nella sua vita e in quella di Stefano Accorsi e Valerio Mastandrea (Sandro il primo e Carmine il secondo) i ricordi di quella infanzia assai ingiusta.
Accorsi sembra volerla cancellare giocando per tutto il film con suo figlio (ulteriore paradosso poiché suo padre era assillato dalla crescita dello stesso Sandro), Mastandrea sembra invece volerla cancellare restando da solo (ennesimo paradosso perché la forza del singolo è la forza del gruppo) in un bar abbandonato bevendo e polemizzando.
Tutti e tre insomma, in una proiezione trent’anni dopo, sentono forte l’esigenza degli altri, ma sono soli, ognuno con la propria vita e il proprio ricordo che non svanisce; finché nell’onirica scena dei titoli di coda, sono nella stessa carrozza della metro, secondo cliché, ma stavolta inaspettato.
Bisogna sottolineare il merito del bravo Gaglianone e del suo montatore (Enrico Giovannone) di non appesantire il racconto dei fatti, che per loro natura devono seguire lo stesso ritmo lento della realtà in cui accadono, con una regia e un montaggio molto innovativi.
Il film non è sicuramente per tutti, perché al di là della storia (forte quanto la vita), lo sperimentalismo e i paradossi di cui vive, possono infastidire alcuni spettatori, ma per fortuna l’arte è sempre soggettiva. Infine un plauso alla produzione e alla distribuzione perché è giusto che il cinema italiano si riappropri della sua realtà, che l’ha fatto immenso negli anni del neorealismo.
M.P., da “bestmovie.it”

L’orco
Ruggine racconta la difficile pre-adolescenza di una gang di ragazzini, immigrati meridionali nel desolato quartiere gli Alveari alla periferia di una grande città. Nella terra di nessuno, tra città e campagna, un grande deposito – immenso “mostro” di rugginosi rottami metallici – è il luogo del gioco e dell’avventura. D’improvviso un altro mostro irrompe, stavolta in carne ed ossa. Due bambine vengono violentate e uccise e d’un tratto tutto cambia: le scaramucce tra bande avverse, le esplorazioni, i primi timidi sentimenti, l’affannosa ricerca del proprio ruolo nel gruppo vengono cancellati dal pericolo, in quell’estate di paura che ciascuno porterà nella memoria come un insostenibile fardello. Trent’anni dopo Sandro, Carmine, Cinzia sono ancora marchiati da quell’esperienza incancellabile che ha traumaticamente segnato la fine dell’infanzia. [sinossi]
È fin troppo facile immaginare quale possa essere la reazione di parte della critica italiana di fronte al quarto lavoro sulla lunga distanza dell’anconetano – ma torinese d’adozione – Daniele Gaglianone: risate tese a nascondere un misto di imbarazzo e repulsione, indici puntati contro l’approccio del cineasta a una materia scottante e sempre attuale. Ruggine, tratto dal romanzo omonimo di Stefano Massaron (già traduttore in italiano, tra gli altri, di James G. Ballard e Jonathan Coe), narra l’infanzia periferica e spudoratamente libera di un gruppo di bambini sui quali grava l’ombra di un dottore pedofilo che li sevizia prima di ucciderli: mentre l’intero caseggiato popolare grida al mostro senza riuscire neanche a intravedere il bandolo della matassa, la banda capitanata dal gentile ed efebico Sandro, la volitiva e matura Cinzia e il duro Carmine dovrà combattere con tutte le proprie forze per avere la meglio sulla terribile minaccia. Un bildungsroman imbastardito e crudele, costruito mettendo in contrapposizione gli eventi di un’estate sul finire degli anni Settanta del secolo scorso con i giorni nostri, dove ritroviamo i tre protagonisti adulti, spaesati e costretti a confrontarsi con il “grande freddo” di una società nella quale non riescono a trovare uno spazio realmente adatto a loro. Un doppio binario narrativo reso ancora più evidente ed efficace dalla splendida fotografia approntata da Gherardo Gossi (sodale di Gaglianone fin da I nostri anni, ha lavorato anche sui set di Nanni Moretti, Guido Chiesa, Davide Ferrario, Daniele Vicari e Susanna Nicchiarelli), che ai toni saturi e polverosi degli anni Settanta risponde con timbriche fredde, tendenti al bluastro e allo scuro: una scelta che si perpetua anche nella diversa interpretazione della realtà, estremizzata ed esagerata nel passato quanto minimale, dedita al silenzio e all’introspezione nel presente. Ed è con ogni probabilità proprio la messa in scena della periferia di trentacinque anni fa il nodo gordiano attorno al quale rischia di esplodere la polemica critica, in particolare per la lettura del personaggio del pedofilo, affidato alle cure di Filippo Timi: un vero e proprio mostro, dagli occhi fiammeggianti e il sorriso a mezza bocca, figura ferina, quasi demoniaca, pronto a ghermire gli innocenti quando meno se lo aspettano, volgare e completamente fuori controllo (nonostante il ruolo pubblico svolto nella propria professione). Un personaggio slabbrato e laido, che Timi interpreta senza alcuna reticenza, puntando anzi a una voluta e paradossalmente controllata esibizione di sé: in molti forse si sarebbero aspettati una lettura più politicamente corretta, o quantomeno maggiormente “realistica”, di un essere umano problematico e complessato, dimostrando in questo modo però di non riuscire a comprendere l’istinto autoriale che ha guidato la mano di Gaglianone.
Ruggine non è un film di denuncia, né si prefigge l’obbiettivo di scandagliare fino in fondo le abiezioni umane e i percorsi sinaptici che ne accendono la miccia: si tratta piuttosto di una fiaba nera, viaggio nell’oscurità visto con gli occhi di alcuni bambini. Perfettamente funzionale, in tal senso, la scelta di lavorare in fase di montaggio ripetendo le sequenze da diversi punti di vista (splendida la scena in cui i bimbi spiano il dottore in una delle sue crisi mentre si denuda in mezzo a un prato, deridendolo e ignorando, come invece viene palesato dal cambio di prospettiva, di averlo scoperto proprio nel clou di una delle violenze a una loro coetanea), escamotage non nuovo per Gaglianone. Timi, pronto a contorcersi e a confondere di fronte alla madre di uno dei bambini il termine giocare con chiavare, potrà anche apparire fuori misura nella descrizione del proprio personaggio, ma ciò che sta prendendo corpo di fronte agli occhi degli spettatori è un vero e proprio orco, babau contemporaneo e terribilmente materiale e quotidiano da non indurre ad alcuna risata. Come l’Hans Beckert di Peter Lorre o l’Harry Powell di Robert Mitchum (M, il mostro di Düsseldorf e La morte corre sul fiume sono due titoli ai quali Gaglianone ha sicuramente dedicato ben più di uno sguardo durante la lavorazione del film insieme, forse, al capolavoro letterario di Stephen King It), il dottor Boldrini nasconde in sé un valore metaforico che travalica il senso del reale: è il Male, la minaccia eterna che vince laddove riesce a disunire i bambini, staccarli gli uni dagli altri, colpendoli quando sono soli e vulnerabili. Non c’è arma in grado di combatterlo perché, come afferma una disillusa Cinzia ai suoi compagni di gioco “i grandi non ci crederebbero mai”: una verità che prende corpo quando oramai i tre sono adulti, e inesorabilmente soli. La battaglia ora non si combatte più in un fortino dimesso e scassato, e non basta farsi forza gli uni con gli altri per avere la meglio dell’Uomo Nero: il tempo non li ha cambiati, li ha del tutto sfigurati.
Un’opera pessimista e del tutto estranea al panorama italiano, come sempre per quel che concerne il cinema di Daniele Gaglianone, che si dimostra una volta di più libero ed estraneo a qualunque compromesso. Una menzione speciale alla canzone che accompagna i bei titoli di coda, cantata da Vasco Brondi alias Le luci della centrale elettrica.
Raffaele Meale, da “cineclandestino.it”

Della generazione di autori che hanno esordito nello scorso decennio, Daniele Gaglianone è tra le figure più coerenti e radicali. Appassionato a figure estreme, personaggi spesso ai margini della nostra società e quindi più indifesi ed esposti al male, il regista torinese ha portato avanti negli anni uno stile e una poetica aspri e dolorosi. Ora, pur alla presenza di un cast importante e di un tema delicatissimo come la pedofilia, Gaglianone non cede per nulla alla tentazione di ammorbidire il proprio sguardo e la propria poetica. Anzi, rilancia la sua sfida al cinema spettacolare con una metafora tagliente: Ruggine è un film durissimo, una riflessione da maneggiare con estrema cura, complessa e allo stesso tempo inequivocabile.
Durante una calda estate della fine degli anni Settanta, in una periferia del nord Italia abitata da immigrati meridionali e del nord est, un gruppo di ragazzini passa il tempo tra giochi, alcuni innocui altri più crudeli e pericolosi. Ci sono scontri tra bande, dispetti e scaramucce. Insomma è un universo a se in cui i “grandi” non hanno alcun modo di entrare, confinati nell’enorme palazzo “caserma”. La vita dei bambini ruota infatti attorno ad un altro posto: un finto castello costituito da un deposito di rottami arrugginiti, che per loro costituisce un fortino, un rifugio, una trappola. Tutte le azioni importanti si svolgono nel “castello” o lì intorno. Proprio quell’estate giunge nel quartiere un elegante signore, il dottor Boldrini. Un uomo inquietante, appassionato di operetta, che con il suo fare aristocratico mette tutti in soggezione mascherando così evidenti inquietudini. I ragazzini si imbattono spesso nel dottor Boldrini, o per strada o in qualità di pazienti. Una violenza silenziosa si abbatte su di loro, fino a trasformarsi in persecuzione, morte. Trent’anni dopo ritroviamo tre di quei ragazzi alle prese con le loro vite quotidiane; ma quell’estate resta in loro una eco sorda e opprimente. Il mondo che circonda non conosce infatti la “guerra” che hanno combattuto e il male che hanno dovuto affrontare. In quel castello pieno di ruggine resta ancorata parte della loro innocenza giovanile, esposti all’orrore che nessuna favola o fiaba può cancellare. Un orrore che spesso rimuoviamo, che facciamo finta di non vedere per paura o per reticenza, o peggio per quieto vivere sociale. Come Pietro, come Alessandro, Ferdi e Toni di Nemmeno il destino, i bambini di Ruggine conoscono il male e vivono in un paesaggio devastato dall’incuria e dall’abbandono. Daniele Gaglianone è un post-neorealista, non ha l’estetica umanistica di un De Sica o di Rossellini (anche se il richiamo a Germania anno zero è d’obbligo), sovrappone i piani narrativi, incrocia le storie e cerca di esprimere il dolore dei protagonisti attraverso uno stile composito, non esente da toni onirici; pur con qualche disuguaglianza di tono (a tratti Timi esaspera la caratterizzazione di Boldrini), Ruggine conferma la sua capacità di rappresentare il “rimosso” della nostra società, la dolorosa onestà di chi non vuol cedere alla retorica o abbandonarsi all’invettiva. Gaglianone affonda il bisturi sull’omertà che ci caratterizza, quella che fa ripetere ai ragazzini del film “tanto se lo raccontiamo non ci credono”. Quella che non fa andare oltre l’apparenza della lussuosa Mercedes di Boldrini. Ma come allora anche oggi, forse, il nostro Paese non ne è ancora in grado.
Simone Isola, da “close-up.it”

Una favola senza lieto fine quella raccontata da Daniele Gaglianone nel suo ultimo film. Presentato a Venezia nelle “Giornate degli autori” Ruggine è la storia di un gruppo di bambini, figli di immigrati meridionali, cresciuti nella periferia di una città del nord Italia. Carmine -il capo della sua piccola banda- passa le giornate con i suoi amici scontrandosi e giocando con le altre bande tra vecchi silos arrugginiti pieni di ferraglia e rottami. Un posto speciale che i bambini chiamano Il Castello.
Quella stessa estate arriva nel quartiere il nuovo ed elegante dottore, il signor Boldrini (Filippo Timi), per il quale tutti gli adulti -e le mamme in particolare- provano ammirazione ed imbarazzo. Improvvisamente però, la serenità e l’ingenuità di Carmine, Sandro, Cinzia, Rosalia e di tutti gli altri bambini vengono travolte dal dolore e dal male. Due bambine vengono infatti trovate uccise e stuprate. Mentre tutti gli adulti cercano di tenere al sicuro i loro figli, Carmine e la sua banda capiscono che dietro l’apparente eleganza del dottor Boldrini, si nasconde in realtà un mostro.
Carmine, Sandro e Cinzia sono ormai adulti e lontani da quell’estate, ma il ricordo di quell’esperienza che ha segnato per sempre le loro vite, continua ad entrare inesorabilmente nelle vicende quotidiane.
Sandro (Stefano Accorsi) gioca con suo figlio alla caccia al “drago nero”, Cinzia (Valeria Solarino) è insegnante di arte alle scuole medie, mentre Carmine (Valerio Mastandrea) trascorre le sue giornate al bar tra birre e sigarette.
Tratto dal romanzo omonimo di Stefano Massaroni, Ruggine è un film drammatico e spaventosamente realistico, in cui Gaglianone ha scelto di raccontare il male attraverso gli occhi di un gruppo di bambini. Carmine ed i suoi amici possono contare soltanto sulle loro forze, perché sanno già che difficilmente i genitori crederebbero alla loro versione. Il male che viene descritto da Gaglianone è terribilmente crudo ed è straordinariamente interpretato da Filippo Timi, attore davvero molto espressivo e così impressionante nel suo delirio e nel suo essere “mostro”, da lasciare gli spettatori letteralmente sconvolti. Bravissimi anche Valeria Solarino, Valerio Mastandrea e Stefano Accorsi, sebbene i loro ruoli siano in realtà secondari nell’intera storia. I veri attori del film sono comunque i bambini, Carmine (Giampaolo Stella), Sandro (Giuseppe Furlò), Cinzia (Giulia Coccellato) -e tutti gli altri della banda- per la prima volta sullo schermo in un film che ruota intorno a loro, tra il gioco ed il male assoluto.
Voto: 7,5
Silvia Preziosi, da “quartopotere.com”

In una calda estate, alla fine degli anni Settanta, in una periferia del nord Italia abitato da immigrati meridionali e del nord est, un gruppo di ragazzini passa il tempo tra giochi e scontri con altre piccole bande. Quell’estate, un nuovo medico arriva nel quartiere: il dottor Boldrini, un elegante e aristocratico signore per cui tutti provano soggezione. Trent’anni dopo, tre adulti sono alle prese con il quotidiano delle loro vite. L’eco di quell’estate entra inesorabile nelle loro esistenze apparentemente normalizzate.
Già autore del pluripremiato I nostri anni, Nemmeno il destino e Pietro, unico film italiano in concorso al Festival di Locarno 2010, Daniele Gaglianone porta al Festival di Venezia un dramma a tinte noir, adattando per il grande schermo l’omonimo romanzo di Stefano Massaron (la sceneggiatura è opera dello stesso regista, con Giaime Alonge ed Alessandro Scippa). Ruggine non è un film di facile visione: sia per il delicato ed angosciante tema trattato, quello della pedofilia e delle violenze sui minori; sia perché è composto da tanti frammenti di vita dei tre protagonisti, finestre che ci mostrano vari momenti del presente e di un’estate di trent’anni fa nella periferia popolare di Torino. Gli avvenimenti che hanno coinvolto Carmine, Cinzia e Sandro durante quell’estate, hanno segnato per sempre le loro esistenze e li hanno portati a diventare gli adulti che sono. Solo alla fine si riesce ad avere un quadro d’insieme. Ci sono quattro percorsi che si incrociano, uno riguarda il passato e tre si svolgono nel presente. Dice Gaglianone:
Come raccontare la storia di Ruggine? Posso partire dalle favole, che anche se le associamo ai bambini e ad un’età che vogliamo preservare come innocente, raccontano a volte storie terribili e spaventose; e come accade nelle fiabe, in questa storia un gruppo di bambini incontra l’orco, l’uomo nero. E’ la storia di una battaglia contro il male assoluto che divora l’infanzia.
Agli antipodi dalla morbosità con cui la televisione ed i giornali troppo spesso ci raccontano analoghi fatti di cronaca nera, Gaglianone sceglie di rappresentare l’orrore senza mai mostrarlo esplicitamente. Non vediamo mai il mostro in azione, la sua follia viene descritta attraverso deliranti monologhi, primi piani strettissimi di occhi spiritati, figure dai contorni sfuocati in contro luce, il particolare di una mano che stringe un cappellino rosso mentre una voce cavernosa intona Una Furtiva Lacrima…
Il punto di forza della pellicola sono gli interpreti. Un plauso ai tre bambini protagonisti: Giuseppe Furlò, Giulia Coccellato e, in particolare, Giampaolo Stella. E’ raro, nel panorama cinematografico italiano, trovare tre giovanissimi attori così intensi. Molto bravo Valerio Mastandrea, che continua ad affinare le proprie doti attoriali film dopo film. Bravissimo Filippo Timi, davvero disturbante nei panni del Dottor Boldrini, però ‘gioca in casa’ e conferma di trovarsi (quasi eccessivamente) a proprio agio nei panni del cattivone di turno. Bella anche la scelta cromatica: la fotografia delle sequenze legate al passato è carica dei toni caldi del giallo e del rosso; mentre il presente ha colori più freddi e vira sui toni del grigio e del blu.
da “cineblog.it”

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