Restless – L’amore che resta


Enoch è un adolescente interrotto. Riemerso da tre mesi di coma, ha smesso di frequentare il liceo, si infila ‘listato a lutto’ nei funerali degli altri ed è legato da profonda amicizia a Hiroshi, un giovane pilota ‘suicida’ nel cielo del Secondo Conflitto Mondiale. A una cerimonia funebre il ragazzo incontra Annabel, con cui condivide i pochi anni, lo sguardo inquieto, lo splendore della mortalità e un dramma doloroso. Enoch ha perso i genitori in un tragico incidente, Annabel ha un cancro e una manciata di vita da vivere. Deciso a rendere indimenticabile il tempo che resta da abitare e sperimentare insieme, Enoch si vota all’amore e si apre alla vita. Una vita che chiederà inesorabilmente il conto ma che questa volta gli concederà, indulgente e misericordiosa, la bellezza del ricordo.
Rientrato nella provincia senza storia né paesaggio di Portland dalla San Francisco di Milk, eroe civile e leader del movimento di lotta per i diritti degli omosessuali nell’America degli anni Settanta, Gus Van Sant ancora una volta elabora la sofferenza profonda di giovani sensibili, fragili e sempre consapevoli. Consapevoli in Restless della propria mortalità, che sono in grado di simboleggiare e di pensare, costruendoci sopra filosofie, significati, ottimismi e finanche euforie. Intorno a due attori sorprendenti come Henry Hopper e Mia Wasikowska il regista americano produce una storia sentimentale compromessa dalla morte ma che proprio nella morte trova esistenza, eternità e ragione d’essere (vissuta). Evitando qualsiasi retorica e concentrandosi suoi vuoti emotivi che i suoi amanti riempiono differentemente (i libri di Charles Darwin, la battaglia navale), Van Sant lascia che siano i corpi a parlare e a parlarsi. La relazione sentimentale è il centro stabile del film intorno al quale l’autore dispone le cose che vuole raccontare: l’idea della morte che chiama alla vita, il senso del rito e la dimensione del ricordo. Enoch e Annabel sono la coppia di addicted che si abbandona alla morte, lambendola come un gioco dentro la notte di Halloween, rappresentandola nel salotto di casa, sperimentandola e facendone addirittura ritorno. Enoch, sopravvivendo ad Annabel, ne diventa simbolicamente la colonna sepolcrale su cui è scolpito il discorso funebre, che dentro un primo piano scorre le ‘fotografie’ del loro amore e il valore che quel trascorso sentimentale ha espresso. Se gli adolescenti agiscono la morte, vale a dire pensano alla morte attraverso azioni e sfide, scoprono il fianco e offrono la grande chance, convinti in cuor loro di poterla battere, i protagonisti di Van Sant le danno ospitalità nel territorio dell’amore e dell’eros, ‘penetrandola’, trapassando, sconfiggendo la propria effimera condizione e puntando dritto all’immortalità degli dei.
Come River Phoenix e Keanu Reeves prima di loro, i giovani protagonisti di Restless sono alla ricerca di un Graal affettivo che nasconde (anche qui) un genitore scomparso o dissimula una privazione. ComeSean Penn scelgono di essere eversivi a colpi di ‘dolci baci e languide carezze’ dentro un melodramma misurato, senza eccessi e senza ridondanza, dove la morte sancisce l’impossibilità e insieme la possibilità dell’amore felice nel destino dei personaggi. Archiviando il maledettismo, lo scetticismo e il nichilismo materialistico dei suoi giovani ribelli, Van Sant guarda all’universo giovanile con lirico romanticismo, pedinando l’avanzare inavvertibile e assente di Enoch. Enoch addormentato nel sonno del coma, che vive di giorno un mondo notturno, che ha mancato la cerimonia funebre dei genitori e adesso ha bisogno di riparare. Imbucato nei rituali di cordoglio del prossimo potrà rivivere e riprodurre il proprio dolore personale, fino a perdersi nel ‘petto da uccello’ di Annabel, fino ad amare da morire, fino a dimostrare che non esiste il nulla eterno ma un dolce domani. Dove lo precede solidale e complice il fantasma di Hiroshi, militare-martire e petalo di ciliegio caduto per il capriccio di un imperatore.
Di Marzia Gandolfi, da mymovies.it

Enoch (Henry Hopper, figlio di Dennis) ha perso i genitori in un incidente d’auto e vive con la zia. Come “passatempo” partecipa a funerali di sconosciuti. A una veglia incontra Annabel (la splendida Mia Wasikowska, che sembra la figlia di Mia Farrow), che gli dice di essere volontaria in un ospedale per malati terminali. Annabel in realtà è una paziente, ha il cancro e sta per morire. Ma i due ragazzini, uniti da fantasmi luttuosi, si innamorano. Pur sapendo che il loro sentimento avrà una fine inevitabile.
Gus Van Sant è un genio (ribelle), ma del tipo che può far quello che vuole. Un genio di talento: rarità tra le rarità. Van Sant può girare Elephant e Gerry, destinati a essere adorati dai cinefili più che dal grande pubblico, girare ottimi film classici e lisci come Milk o realizzare un film personalissimo, piccolo e apparentemente semplice comeRestless (tradotto in Italia con L’amore che resta… e va beh).
Film sull’amore, in effetti. Ma sull’amore come irrequietezza, come processo di cambiamento, come elemento dinamico. Mettendo in scena una situazione “limite”, quella di due adolescenti segnati dall’ombra della morte e consapevoli che il sentimento non può che essere a termine, Van Sant racconta con la delicatezza di una piuma la ferocia dell’innamoramento. E, proprio perché lieve, Restless fa ancora più male.
Annabel è lucida: vive con passione i suoi ultimi mesi e cerca di trovare (nel suo interesse per Darwin e l’evoluzionismo) spiegazioni razionali per ciò che non si può sensatamente giustificare. Enoch è confuso, invece, e arrabbiato: ancora non ha individuato un modo per elaborare la perdita della sua famiglia. Attraverso Annabel, ci riuscirà.
Van Sant estremizza le dinamiche di ogni amore. Che è una domanda in cerca di risposta e un superamento di sé attraverso l’altro, incarnazione delle interrogazioni che ci spingono a riconoscerci in lui. Enoch “cannibalizza” Annabel: e non è forse sempre così? Raramente lo ammettiamo mentre Annabel glielo chiede apertamente in una bella scena (in cui i due “fingono” il momento della sua morte): è lei a spronarlo a non fuggire, ad andare fino in fondo, a non aver paura di divenire attraverso di lei.
Il secondo movimento feroce dell’amore, messo in luce da Van Sant, è la consapevolezza della fine. Tutti gli amanti lo sanno, in ragione. Ma ne tacciono. In questo caso, il sentimento non può tirarsi indietro di fronte alla morte. I due protagonisti sono due equilibristi che giocano (riuscita la scena in cui ironizzano all’obitorio) con i massimi sistemi dell’esistenza.
Van Sant sceglie una narrazione lineare e asciutta ma densa di romanticismo, soprattutto nei dialoghi che non hanno paura a essere esplicitamente intensi. La macchina da presa sta addosso ai protagonisti con un pudore esemplare: i primi piani sono sfiorati con cura e i corpi sempre ripresi con grazia. Certi intermezzi, tipici dei film che raccontano love story – montaggio, con sottofondo musicale, degli episodi più felici della coppia – sembrano ovvi, ma in realtà servono a “dilatare” il breve tempo della relazione tra Enoch e Annabel dotandolo di una memoria superiore. Di uno spazio ulteriore, che è quello in cui si rielaborano tutte le storie.
Il film, sottotraccia, lascia una forte inquietudine. Perché, al di là del ritratto di due giovani – “genere” in cui Van Sant ormai è maestro assoluto – Restless parla di un universale e delle sue immortali dinamiche. Che non sono rassicuranti, non sono buone, non sono giuste. E prevedono il superamento dell’altro, la crescita – anche egoistica – e l’eroismo di fronte alla fine. L’amore che resta è il sedimento che rimane in vita dopo che l’altro, in ogni modo, se n’è andato. Nessuna illusione però: tutto è triste e crudele. Come ogni cosa molto più grande di noi.
Di Elisa Battistini, da ilfattoquotidiano.it

Enoch è un adolescente difficile rimasto traumatizzato dopo un incidente che lo ha reso orfano e a suo dire gli ha fatto vivere l’esperienza della morte per almeno tre minuti. Sedotto e spaventato dall’idea del trapasso, Enoch si imbuca di nascosto nei funerali di perfetti sconosciuti per vivere il loro lutto ed espiare le proprie paure. Dal giorno dell’incidente al suo fianco c’è Hiroshi, un coetaneo che negli anni della Seconda Guerra Mondiale è stato un kamikaze dell’esercito nipponico. I due ragazzi condividono una singolare amicizia, condividendo le esperienze di vita e di morte, anelando ciascuno il ruolo dell’altro.
Durante una cerimonia funebre però Enoch viene scoperto da una giovane ragazza di nome Annabel, dal viso delicato e gli occhi inquieti che nascondono un doloroso segreto. Annabel ha uncancro e pochi mesi davanti a se, ma la sua rassegnazione non le porta via una grande voglia di vivere. Nasce una storia d’amore in cui eros e tanathos si intrecciano indissolubilmente, in cui entrambe i ragazzi sono consapevoli di avere una data di scadenza che però li spinge a vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, nel bene e nel male.
Gus Van Sant torna nuovamente a raccontare una storia di adolescenza ambientata nella cupa periferia americana, questa volta dalle parti della città di Portland. I giovani di Van Sant sono fragili e sensibili, inquietanti e rassicuranti al contempo, consapevoli della caducità dei loro corpi mortali ma disposti a vivere un amore utopico che sogna di essere al di sopra dello spazio e del tempo.
I corpi di Henry Hopper e Mia Wasikowska sono il prototipo della bellezza adolescenziale, ma come nella celebre natura morta caravaggesca, la necrosi di nutre di loro dall’interno. Mia/Annabel ha un cancro al cervello che le sta divorando l’esistenza, Henry/Enoch vive con un’ossessione di morte che invece gli rode l’anima. L’unione delle loro due sfere è l’unica via di uscita da una situazione che porterebbe entrambi all’autodistruzione. Non c’è pietà e non c’è apertura a una speranza di una guarigione miracolosa nelle immagini di Gus Van Sant, ma allo stesso tempo il racconto di questa storia d’amore impossibile risulta uno dei più dolci e delicati che si siano visti al cinema negli ultimi tempi. Sulla carta poteva essere un film strappa lacrime, devastante e ricattatorio nei confronti del pubblico, ma la malattia non è in questo caso il tema principale quanto un pretesto per ragionare sul valore dell’amore puro.
Gus Van Sant gioca a richiamare visivamente il cinema adolescenziale degli anni ottanta, su cui riecheggia il fischio del treno di Stand By Me (non a caso Resteless è un film che venti anni fa avrebbe certamente avuto come protagonista il compianto River Phoenix), ma appare estremamente evidente come l’intero progetto sia frutto di una rilettura personalissima diHarold e Maude, la storia d’amore impossibile per eccellenza nel cinema. Henry Hopper, con uno sguardo terribilmente uguale a quello del padre Dennis, esordisce con un ruolo romantico decadente che non ha però lo spirito maledetto e nichilista di altri “eroi” del mondo di Van Sant, un primo film che promette ci sarà una lunga carriera per il giovane rampollo. Splendido il rapporto metafisico che Van Sant costruisce con l’amico immaginario Hiroshi, defunto ma desideroso di vivere come nessun altro dei personaggi viventi.
Di Carlo Prevosti, da cineblog.it

Due ragazzi si incontrano, per caso, a una funzione funebre. Due esseri sperduti e fragili, con un dolore comune. Enoch ha perso i genitori in un incidente d’auto, si è risvegliato da un coma lungo tre mesi e sopravvive, frequentando cerimonie funebri in un percorso espiatorio, accompagnato da un amico immaginario, un fantasma, quello di Hiroshi, un pilota kamikaze giapponese in volo nei cieli della Seconda Guerra Mondiale. Annabel è malata gravemente e lo sa: un tumore cerebrale le conta i giorni di vita. L’incontro è tra due giovinezze sbocciate e interrotte, tra due fragilità timide, fatte di sorrisi a occhi bassi, di timore e tremore, di connivenza quotidiana con la morte. L’amicizia e l’amore potranno riscattare quella manciata di giorni che restano a lei, darvi un senso eterno, cristallizzato nel ricordo di lui.
Gus Van Sant non finisce di sorprendere. Il regista di adolescenti malati in una società malata, di inquadrature ampie a cogliere i dettagli che circondano mondi senza senso, dopo l’ossigeno e l’impegno civile di Milk, ritorna a due giovanissimi ma “restringe” il suo obiettivo, lo focalizza su di loro, crea un universo privato e intimo in cui i due straordinari attori rappresentano il loro incontrarsi. Perché sono davvero eccezionali gli interpreti, Mia Wasikowska, Alice per Tim Burton, con i capelli cortissimi che ricordano, anche negli sguardi, la fragilità apparente di una giovane Mia Farrow e Henry Hopper, figlio di Dennis, che ne rammenta le occhiate sensibili, il celarsi dietro palpebre abbassate.
Van Sant porta sullo schermo una vicenda romantica, evitandone le trappole, con una delicatezza e un pudore che commuovono, senza ricercare lacrime facili ma volando leggero e profondo alla ricerca del significato del vivere, sempre così intrecciato alla sua fine.
Van Sant ci parla di morte in ogni attimo del film ma la supera, la depauperizza attraverso un evento – l’innamoramento – che non può essere che slancio vitale.
La frase: “Abbiamo così poco tempo per dire le cose che vogliamo dire. Abbiamo pochissimo tempo per tutto”.
Di Donata Ferrario , da filmup.it

L’occupazione preferita di Enoch è quella di imbucarsi ai funerali di sconosciuti. Li studia con rigore scientifico, osserva con sguardo chirurgico i morti e coloro che si preparano a lasciarli. È in una di queste occasioni che incontra Annabel, coetanea eterea dal largo cappello nero con veletta a lutto per la scomparsa di un parente, quasi una dama d’altri tempi, che invece studia letteralmente la vita, e conosce nei dettagli i comportamenti degli uccelli e degli insetti attraverso gli scritti di Darwin.
La morte attrae e repelle Enoch perché nessuno gliel’ha mai insegnata, ma si è già imposta nella sua esistenza portandone via un pezzo fondamentale. È quindi per non soccombere alla repulsione che il ragazzo –impossibile non associarlo al protagonista di Harold e Maude (1971)- con la morte sceglie di giocarci e conserva come unico amico (immaginario) il fantasma di un kamikaze giapponese. Ma le incursioni sempre più frequenti di Annabel vanno gradualmente a scardinare la scelta di solitudine di lui, e con il suo stile e i suoi modi eccentrici la ragazza inizia a fare da catalizzatore di una storia esemplare ed estrema, mentre su di lei incombe un destino avverso.
Nel nuovo lavoro di Gus Van Sant, presentato all’ultimo festival di Cannes nella sezione “Un certain regard”, il cliché della storia d’amore impossibile tra due adolescenti prende le distanze dai toni alti della tragedia shakespeariana, epperò non si invischia tra il miele e le lacrime di Love story. La riflessione del regista si concentra invece sul legame ancestrale dell’amore con la morte ed emerge attraverso un fitto intreccio di simboli e citazioni che percorrono immagini e parole. I dialoghi scarni e taglienti fendono le scene pulite, geometricamente perfette e a tratti oniriche, sullo sfondo di un freddo autunno americano.
Enoch e Annabel, controcorrente e con il mondo contro, mostrano l’uno all’altra i loro capisaldi e le loro ambiguità insegnandosi a vicenda la vita, la morte e l’amore in una soluzione narrativa in cui non c’è spazio per la ricerca dell’effetto né per i luoghi comuni.
Fondamentale il contributo dei due ottimi protagonisti: l’esordiente Henry Hopper (1990), figlio di Dennis, ironico ed elegante in questo ruolo di border-line in attesa di riscatto, e la penetrante Mia Wasikowska (1989), già nota come ginnasta aspirante al suicidio nella serie americana In Treatment,ma soprattutto come la Alice inquieta e un po’ steampunk dell’ultimo Tim Burton.
E se in Restless è anche molto “il silenzio a raccontare la storia”, come ha voluto far presente lo stesso Van Sant, una nota di merito spetta alla colonna sonora composta da Denny Elfman, che sottolinea i momenti più toccanti del film senza spingere a una troppo facile commozione. Alla musica anche il pregio di supplire alla mancanza di ritmo che a tratti affligge il montaggio, volendo evidenziare una pecca nel lavoro d’insieme.
Van Sant è riuscito a tradurre una storia cupa, basata su temi laceranti, in una dimensione candida ma mai naïf, surreale quanto basta per alleggerire una realtà che non viene comunque mascherata, come in certe graphic novel contemporanee.
Restless, che in inglese vuol dire “irrequieto”, come irrequieti sono i protagonisti, ma che può essere letto anche come “senza il resto, interrotto”, come interrotte sono le loro vite e i loro amori, non sarà forse un film epocale. Rimarrà probabilmente un film “senza il resto”, ma vale tanto proprio per il suo essere “irrequieto” e indubbiamente controcorrente.
Emblematica la scena che fissa per mano Annabel ed Enoch, sdraiati sull’asfalto crettato, i contorni dei loro corpi tracciati a terra col gesso come fossero cadaveri sulla scena di un delitto, a voler lasciare il segno del loro passaggio. Torna in mente la posa di Kate Winslet e Jim Carrey su una lastra di ghiaccio in Ethernal sunshine of the spotless mind. E come nel film di Gondry, anche qui fallisce qualsiasi favoleggiamento di riuscire a vivere cancellando i ricordi.
Di Alessandra Pagliacci, da cultframe.com

Annabel Cotton (Wasikowska) è una bella e dolce ragazza che ama intensamente la vita e il mondo della natura. Enoch Brae (Hopper) è un ragazzo che si è isolato dal mondo da quando ha perso i genitori in un incidente. Quando i due si incontrano a una cerimonia funebre, scoprono di condividere molto nella loro personale esperienza del mondo. Enoch ha eletto come suo migliore amico Hiroshi (Ryō Kase), fantasma di un pilota kamikaze giapponese. Annabel ha una sconfinata ammirazione per Charles Darwin e un grandissimo interesse per come vivono le altre creature. Quando Enoch scopre che ad Annabel è malata di cancro in fase terminale, si offre di aiutarla ad affrontare gli ultimi giorni con irriverente abbandono, sfidando il destino, la tradizione e la morte stessa. L’amore che li lega diventa sempre più forte, come la realtà del mondo che hanno sentito incombere su di loro. Coraggiosi, infantili, e assolutamente unici – affrontano senza paure quello che la vita ha in serbo per loro. Combattendo il dolore, la rabbia e la perdita con la giovinezza, l’allegria e l’originalità, questi due emarginati rovesciano il tavolo e giocano con le loro regole, ma il loro percorso inizia a scontrarsi con l’inesorabile scorrere del tempo, il ciclo naturale della vita sta per portarsi via Annabel.
L’amore che resta (tit. orig. Restless) di Gus Van Sant, che a Cannes ha inaugurato la sezione Un Certain Regard è una complicata e commovente storia d’amore tra due adolescenti. Sono irrequieti e tormentati i personaggi di Gus Van Sant. Lo sono sempre stati, nella loro dolcezza disarmante e lieve. Hanno ferite nascoste e taciute, ma le loro espressioni tradiscono sempre un desiderio di fuga. Annabel ed Enoch sono due ragazzi dalla sensibilità fuori dal comune e dal destino segnato, hanno una forte empatia con la morte e con essa convivono. Per tutti questi motivi i rimandi da Romeo e Giulietta, ad Harold eMaude di Hal Hashby a Garden State, sono inevitabili. Tratto dalla pièce teatrale di Jason Lew, che ne ha firmato anche la sceneggiatura, su sollecitazione della sua compagna di classe Bryce Dallas Howard. “Il lavoro teatrale è incredibilmente bello. – ha affermato la Howard – Quando l’ha adattato in una sceneggiatura è emersa una storia ancora più forte. E poi è arrivato Gus e il miracolo si è compiuto”. “E’ stata la storia d’amore ad attrarre il mio interesse. – ha spiegato Van Sant – Una storia d’amore che è una relazione nata fuori dalla famiglia in un momento in cui è impossibile per i membri che ne fanno parte accettare il dolore per la perdita di uno di loro”.
Da primissima.it

Enoch e Annabel sono due outsider. Non per scelta, certo. Lui è riemerso da un coma di tre mesi dopo un incidente automobilistico in cui sono morti entrambi i genitori, ha come amico il fantasma di un pilota giapponese kamikaze e passa il suo tempo partecipando a funerali di sconosciuti; lei entra ed esce dall’ospedale a causa di un tumore al cervello che le ladcia pochi mesi di vita, ma è sempre curiosa, esuberante ed innamorata della vita. Quando i due ragazzi si conoscono a un funerale, le loro diverse solitudini trovano un completamento reciproco: la voglia di vivere di Annabel, le sue letture sul mondo della natura, la sua ansia di usare al meglio il pochissimo tempo che le rimane, finiscono per contagiare il cupo Enoch e fargli vedere la vita che potrebbe e dovrebbe avere, e che invece sta consapevolmente lasciando fuori dalla porta; per Annabel, invece, la vicinanza del ragazzo è un sostegno e un aiuto a prepararsi a ciò per cui non si può essere pronti, in grado di rimpiazzare una madre assente e schiava dell’alcol, e una sorella che si sforza ma non riesce a capire le sue esigenze. Su tutto, l’ombra del grande nulla (o forse – ma nessuno di loro due ci crede fino in fondo – di un felice domani) lambita e accarezzata ripetutamente dai due, simulata e discussa più volte, esorcizzata ma soprattutto intesa come complemento naturale della vita, da accettare spontaneamente senza farne un tabù.
La mente corre spontaneamente a un classico comeHarold e Maude di Hal Ashby, leggendo la trama di questo Restless (titolo significativo impropriamente normalizzato nell’italiano L’amore che resta): e, d’altronde, il cinema di Gus Van Sant, e in particolare le sue opere più piccole e personali, hanno sempre echeggiato i motivi della New Hollywood, sia nella concezione della messa in scena che nella direzione degli attori. Qui il regista, partendo da una sceneggiatura di Jason Lew (inizialmente pensata per una serie di brevi piece teatrali) prende di petto la love story per eccellenza, quella tra due adolescenti, trasportandola però su un terreno non convenzionale che in qualche modo ne rovescia i presupposti. Se gli adolescenti sono soliti promettersi amore eterno, sfidando la morte e ritagliandosi nello spazio delle loro relazioni un pezzetto di immortalità, qui la morte è combattuta attraverso la maturità della consapevolezza espressa da Annabel, ma anche con una tranquilla e spontanea voglia di conoscere, di approfondire, di penetrare la fine dell’esistenza come argomento che può arricchire, e quindi, in ultima analisi, come riaffermazione della vita. Non è solo provocazione, quella con cui il film affronta e svuota di ogni sacralità questo tema tuttora (e forse destinato a restare sempre) tabù, ma semplicemente la voglia di raccontare due esistenze che in esso trovano un significativo punto di contatto, e che attraverso esso riescono a capire meglio loro stesse e a trovare sostegno reciproco.
E’ sostanzialmente misurato, il modo in cui Van Sant racconta una storia d’amore che, al netto del contesto in cui prende piede, ha comunque tutti i crismi della classicità; l’enfasi è tenuta sempre a freno, così come il rischio di un pietismo (magari involontario) in cui sarebbe stato facile scivolare dato il tema. Se il film non ha paura di mettere in scena il languore del rapporto tra due adolescenti, l’eterno bisogno, impossibile da sopire, di riempirsi di quell’emozione tipico di quell’età, il regista riesce come sempre a far parlare anche i volti e i corpi, a riempire e a rendere significativi i silenzi (come nel bellissimo finale), a trarre il meglio dai suoi attori, che qui hanno i volti espressivi ed efficaci di Mia Wasikowska ed Henry Hopper (figlio, quest’ultimo, del compianto Dennis Hopper, alla cui memoria il film è dedicato). E’ da segnalare anche il personaggio del pilota Hiroshi (interpretato da Ryo Kase), elemento che esprime, nel film, un’importante componente onirica che è tenuta intelligentemente nell’ambiguità, ma che ben rappresenta il bisogno del protagonista di rapportarsi costantemente alla morte, così come lo stimolo a ricominciare a vivere. Una componente che prende il sopravvento nei minuti finali, e che consente di lasciare fuori campo il momento emotivamente più forte (beffardamente simulato precedentemente) in una sequenza in cui il coinvolgimento emotivo è ben bilanciato dalla misura nel tono.
L’equilibrio tra il carattere melò della storia e la misura nei toni della narrazione è più in generale il punto di forza di questo film, equilibrio espresso anche visivamente nella fotografia, che se da un lato esalta la bellezza e i colori degli scenari autunnali della cittadina di Portland, nell’Oregon, dall’altro presenta un taglio naturalistico e minimale, con una grana ben visibile sulla pellicola che rimanda ai tanti esempi di cinema anni ’70 omaggiati dal regista. Un equilibrio che non viene quasi mai meno nei 95 minuti di durata del film (sufficienti a Van Sant per raccontare la sua storia in modo efficace ed essenziale) e che rende L’amore che resta una pellicola meritevole di visione, che magari non metterà d’accordo tutti ma a cui non si possono non riconoscere sincerità e spontaneità, e soprattutto coraggio nella scelta del tema e nel modo di narrarlo.
Di Marco Minniti, da movieplayer.it

Accolto con toni entusiastici all’ultimo Festival di Cannes – dove ha aperto la sezione Un Certain Regard -Restless di Gus Van Sant (habitué della kermessefrancese tra 2003 e 2007) potrebbe non godere della stessa fortuna nel nostro Paese, dove la scarsa eco promozionale e la circolazione in un numero ridicolo di copie rischia di tarpare le ali ad un’opera che segna il ritorno del regista, dopo la fortunata parentesi di Milk(otto candidature, due premi Oscar), ad alcuni tra i temi più cari della sua filmografia.
La triangolazione amore-adolescenza-morte (presente,in nuce, già in Belli e Dannati) si libera delle atmosfere torbidamente angoscianti di Elephant e Paranoid Park – lavori, con Last Days, tra i più sperimentali e riusciti di Van Sant – pur senza abbandonarne il minimalismo strutturale, per caricarsi invece di una delicatezza nuova, non meno orientata alla decostruzione dei valori tipicamente stereotipati del genere lacrimevol-sentimentale hollywoodiano.
La buona sceneggiatura dell’esordiente Jason Lew – molto efficace nella prima parte del film ma meno incisiva nella seconda – si rifà apertamente allo stra-cult di Hal Ashby Harold e Maude, costruendo il personaggio di Enoch sulla base di quello interpretato nel ’71 da Bud Cort (e con una spruzzata, sempre attuale, di Holden Caulfield salingeriano). Come Harold Chasen anche Enoch Brae è un adolescente dal guardaroba antiquato (qui riletto in senso eclettico e vintage dal costumista Danny Glicker) e dai modi stravaganti, il cui morboso interesse per la morte – meno fantasioso e comico di quello sperimentato da Harold (i cui teatrali tentativi di suicidio restano indimenticabili) – tradisce il disagio di un trauma più profondo del “semplice” male di vivere.
Perso nella propria depressione ma guidato nella ricerca di sé da un alter ego d’eccezione – un angelo, o meglio, un fantasma custode non meno complessato ma dall’animo/a sensibile – Enoch si vede costretto a ridimensionare il proprio cinismo nell’incontro con Annie, il cui attaccamento alla vita, per quanto fugace, gli offre l’opportunità di vincere la battaglia contro i demoni interiori che lo tormentano senza dargli pace. Se nel film di Ashby la joie de vivre era incarnata da un’arzilla vecchietta tutt’altro che decrepita (Ruth Gordon) capace di insegnare ad un giovane uomo la bellezza di essere al mondo (e di restarci), lo script di Lew si propone allora di ridimensionare il gap cronologico tra i due protagonisti (quello scarto d’età che in Harold e Maude suscitava il ribrezzo dei benpensanti), affidando ad una giovane protagonista il rilancio filosofico del “bicchiere mezzo pieno” ma affrontando anche il pericolo di banalizzazione insito nella classica storia d’amore adolescenziale con drammi a carico.
Il lavoro registico di Van Sant si dimostra dunque essenziale per aggirare e infine sopprimere un rischio di tal genere: autore abituato a correre sul doppio binario della normalizzazione mainstream(entro cui si collocano film come Will Hunting – Genio Ribelle, Scoprendo Forrester e lo stessoMilk) e della sperimentazione indipendente (è il caso di Gerry e della “trilogia minimalista”Elephant-Last Days-Paranoid Park), il regista di Louisville sceglie di affidarsi, con Restless – la traduzione italiana è, al solito, indifendibile oltre che inutile – agli stilemi di un’estetica che di indieha soltanto i propositi espressivi ma non certo le basi “ideologiche” (il film, prodotto da Columbia Pictures e distribuito dalla Sony, è praticamente in mano alle majors, per quanto Van Sant possa permettersi di fare quello che vuole).
Ed è anche grazie all’apporto artistico di alcuni storici collaboratori che la pellicola può brillare per freschezza e (parziale) originalità: le musiche sognanti di Danny Elfman (sue le colonne sonore di Will Hunting, Psycho e Milk) si uniscono alla morbida fotografia di Harris Savides (con il regista dal 2000), costruendo un’armonia magica in grado di rendere senza eccessi glicemici la natura insieme fragile e tenace di una storia d’amore effimera ma destinata a perdurare nel tempo. Facendo di Enoch l’emblema di un pensiero (e di un comportamento) fuori dagli schemi che sembra riflettere la propria filosofia cinematografica, Van Sant rifiuta infatti di lasciarsi imbrigliare dai cliché sdolcinati del caso, trovando nella scrittura di Lew un valido alleato e nella propria ironia la via per metterla in pratica (la death scene inscenata dai due protagonisti è un ottimo esempio di tale “ribellione”).
La complicità dei due interpreti – l’ottima Mia Wasikowska (nel suo carnet, finora, solo progetti azzeccati) e l’esordiente Henry Hopper (per cui si prospetta una promettente carriera) – è il valore aggiunto indispensabile per donare leggerezza e credibilità ad una storia che avrebbe tutte le carte in regola per sprofondare nella melassa del sentimentalismo più convenzionale. Il primo innamoramento, la scoperta del sesso, le difficoltà di una relazione compromessa dalla precarietà del tempo – tutti temi sui quali riuscire a dire qualcosa di nuovo è impresa persa in partenza – godono allora di un trattamento speciale, grazie al quale la noia del già visto viene estromessa dallo schermo per fare posto alla possibilità di emozionarsi ancora.
Rivolto ad un’idea di cinema sempre più sintetico e dritto al punto (o, come direbbe Barthes, alpunctum), Van Sant lascia da parte ogni insistenza sul carattere deteriorante della malattia e sulla lotta ad essa – tanto esaltata da certa televisione “ospedaliera” – per mettere piuttosto in risalto il problema della comprensione della morte e della sua interiorizzazione. Che si tratti di tre minuti o dell’eternità sapere cosa ci sia dopo resta il quesito più oscuro e spaventoso da affrontare: fantasmi, funerali, forme di cordoglio e voci dalla (oltre)tomba esorcizzano il terrore ma non lo superano del tutto e la razionalità di chi prepara, con meticolosa e gastronomica precisione, il momento del proprio trapasso (Annie è in questo senso la più diretta erede di Maude) non fa che aumentare la paura di chi invece non vorrebbe pensarci affatto.
Nelle parole poetiche di uno spirito tormentato dal rimpianto – vero e proprio gioiello della sceneggiatura di Lew – risiede il senso ultimo di Restless (titolo che rimanda all’irrequietezza dell’animo così come al carattere incessante del sentimento): lungi dall’essere più freddo della morte, come sosteneva Fassbinder, l’amore è certamente più difficile, poiché posto di fronte alla concreta e viva necessità di pronunciarsi e confrontarsi col presente. Il montaggio effetto Kulešov della sequenza finale (ad opera di Elliot Graham) appare allora superfluo e ridondante, giacché il ricordo della persona amata non ha (e non avrà mai) la stessa intensità né la stessa persistenza di due sagome di gesso disegnate sull’asfalto spazzato dal vento.
Da areviewfromthebridge.it

E’ l’impalpabile confine fra la vita e la morte che Gus Van Sant attraversa di continuo, nel malinconico e autunnale Restless; accantonata la passione civile di Milk, lo sguardo errante del regista si inoltra nel terreno sempre incerto che congiunge amore, malattia e morte, tessendo con delicatezza e pudore le trame di due vite che si intrecciano e si toccano, appena prima di una fine che subito trascolora, perdendo la sua ineffabile durezza. Ancora una volta i protagonisti sono in qualche modo degli outsider, adolescenti naturalmente esclusi da un mondo estraneo, ma siamo ben lontani dalle atmosfere paranoiche e sospese delle pellicole precedenti: Enoch (Henry Hopper, figlio dell’indimenticato Dennis e vera sorpresa dell’ultimo festival di Cannes), dopo aver perso i genitori in un incidente, lascia la scuola e trascorre i pomeriggi presenziando alle esequie di perfetti sconosciuti, fantasticando su una morte che spera imminente (memorabile l`inquadratura iniziale, con Enoch che tratteggia con un gessetto la sua sagoma-cadavere sul selciato, con un’ironia allaHarold e Maude). L`unico testimone dei suoi pensieri è un immaginario fantasma che indossa i panni di un kamikaze giapponese morto a Pearl Harbor, sorta di grillo parlante tutt’altro che disciplinato. Ad interrompere la funerea routine è l’incontro con Annabell (la deliziosa Mia Wasikowska), cui un cancro ha lasciato soltanto tre mesi di vita. Il timore e la ritrosia lasciano ben presto spazio alla curiosità e all’affetto, quando Enoch si mostra disponibile ad accompagnare Annabell nei suoi ultimi giorni mentre, a poco a poco, l’ossessione per la morte (propria e altrui) si volge in un viscerale attaccamento alla vita, nel canto di gioia che ogni mattina si intona al risveglio, nel calore di un abbraccio che scioglie i timori. Rischia molto Van Sant, ma vince (quasi) sempre quando ai risvolti lacrimosi di una “Love Story” qualunque, preferisce i toni agrodolci e misurati che dipingono l’evolversi di un’affinità elettiva, che si espande oltre la soglia arbitraria che disgiunge la vita dalla morte.
Di Sofia Bonicalzi , da indie-eye.it

“Restless” non fa che confermare quello che già si sapeva del talento di Gus Van Sant: nessun cineasta riesce come lui a raccontare quel luogo di passioni e ferite che è la giovinezza. Basandosi su una pièce teatrale di Jason Lew, aiutato dai colori vividi e autunnali della fotografia del fedelissimo Harris Savides, il regista di Portland svela la fragilità e il coraggio di due vite interrotte e il loro costante rapportarsi con l’impossibilità di un futuro. Enoch è un ragazzo che, in seguito ad un incidente stradale, ha perso entrambi i genitori, è entrato in coma e, al risveglio, ha preso a parlare con un amico immaginario e a intrufolarsi in tutti i funerali della sua città. Annabel è una sua coetanea a cui è stato diagnosticato un tumore al cervello che ne spezzerà presto la giovane vita. Si conoscono ad un funerale e si amano, sposando le rispettive richieste di tenerezza in un incanto di non soli baci e non soli amplessi ma di complicità folle e disperata.
Non sembri un paradosso ad effetto leggere fragilità e coraggio affiancati l’una all’altro, per un regista che ha raccontato con tanta grazia di belliedannati e geniribellil’ossimoro non può che essere ormai un diritto retorico acclarato, così come il ricorso al magnifico tocco visionario, qui impersonato dalla figura del kamikaze Hiroshi, l’amico immaginario di Enoch e deus ex machina dello struggente finale. Gli ideogrammi giapponesi che fluttuano in aria (sono le parole della lettera scritta e non spedita da Hiroshi alla donna amata prima di lanciarsi col suo aereo suicida) fanno tornare in mente i cappelli e le rivoltelle di “Drugstore Cowboy” e rendono chiara più che mai la scelta stilistica di un autore mai domo nel rappresentare la bellezza nascosta dietro il tormento e la sconfitta.
Benché “Restless” sia innegabilmente un melodramma, niente è gratuito, tutto è semplicemente poetico. Nemmeno le lacrime finali portano con sé la minima concessione al facile sentimentalismo né il più piccolo appoggio alla pietà dello spettatore.
Smunti, vivaci, leggeri, Enoch e Annabel sono una coppia che farà epoca per forza, anticonformismo e stile. Dall’inizio alla fine della pellicola combattono il tabù della morte con spirito tenace e fulgido. Eccezionali gli interpreti: Henry Hopper, figlio del mitico Dennis, qui al suo primo vero ruolo, e Mia Wasikowska, giovanissima e lanciatissima attrice australiana nelle sale anche con “Jane Eyre”, offrono con la loro bravura un aiuto fondamentale a Van Sant per riuscire ancora una volta a dare la forma più bella ed efficace possibile a quella malattia senza fine che è la giovinezza.
Di Pierluigi Lucadei, da ilmascalzone.it

Enoch è un giovane di 17 anni che ha perso entrambi i genitori e che da allora frequenta i funerali di gente che non conosce. Annabelle è una giovane ragazza di 16 anni, malata terminale di cancro. I due si incontrano per caso ad uno dei funerali frequentati da Enoch, si conoscono e si innamorano.
Il regista di Last Days torna a spiare l’espressione dei suoi teenager inquieti, ma non siamo nella vigilia macabra di Kurt Cobain, gli ”ultimi giorni” sono lunghi una vita, e il film fluttua in luoghi senza tempo, scivola nel look vintage di abiti anni 20 e 60, tra trine, merletti, jeans e t shirt. Gus Van Sant sa orchestrare i volti diafani e catatonici di questi angeli ragazzini, Enoch e Annabel, soli, in assenza di adulti (lui ha perduto i genitori in un incidente d’auto, lei ha una madre alcolista), alle prese con il countdown che li separerà. E ci regala un melodramma in forma di commedia, una sinfonia andante con brio.
Da film.tv.it

Immaginando di entrare in sala senza conoscere l’identità del regista, è la prima inquadratura a denunciare immediatamente la paternità di Gus Van Sant. Scelto per aprire Un certain regard, Restless è una delicata storia d’amore che si discosta, almeno in parte, dalla durezza del precedente e bellissimo Paranoid Park.
La visione del film suggerisce tanti dejavù. C’è tanto cinema passato nel racconto che il bravo regista del Kentucky affida allo schermo, un po’ per la tenerezza con cui Van Sant affronta il rapporto dei due adolescenti un po’ per suggestioni cheriportano alla mente atmosfere quasi vicine alla nouvelle vague.
La camera non smette di inseguire dettagli e particolari dei volti dei due giovani protagonisti. E del resto basta ripensare alla filmografia, soprattutto recente, di Van Sant per rendersi conto di come il regista affidi proprio alla fisicità dei suoi protagonisti, ed alla loro figura quasi sempre androgina, il compito di veicolare le emozioni più forti del suo cinema. Restless non costituisce, dunque, eccezione e la sceneggiatura di Jason Lew si articola e si realizza attraverso la recitazione mai sopra le righe di Henry Hopper, figlio di Dennis e qui al suo debutto, e di Mia Wasikowska, la Alice di Burton.
Per quanto la storia parta da presupposti tutt’altro che spensierati, in nessun momento il regista, ed è un suo grande merito, cavalca l’onda di una emotività che invece cresce spontaneamente, senza alcuna concessione a facili derive lacrimevoli. Il film commuove, al contrario, proprio per la naturalezza con cui il racconto si porta a compimento. La fedeltà che Van Sant mostra nel suo studio dell’età adolescenziale, che qui si arricchisce di un nuovo capitolo, fa di Restless un piccolo gioiello di semplicità, dote quanto mai rara nel cinema contemporaneo. È un modo di concepire il racconto cinematografico talmente prossimo alla realtà da mascherare, quasi, lo stile del suo autore.
Eppure la mano di Van Sant è ben visibile nella scelta di ogni inquadratura, nella gentilezza del montaggio e, proprio come in Paranoid Park, in una modulazione della luce che stabilisce una corrispondenza diretta con i tanti stati d’animo che si succedono sullo schermo. Perché se il nucleo del film è senza dubbio la relazione dei due giovani, ciò che gli fa da cornice è una riflessione, ancora una volta non esasperata, sulla vita e sulla morte, tanto sulla malattia e sul dolore quanto sulla loro accettazione. E l’epilogo mostra come anche attraverso il superamento di tutto questo si riesca, pur con un sorriso quantomai amaro, a crescere.
Di Salvatore Salviano Miceli, da close-up.it

Guardare questo film non può non far andare indietro nel tempo, a un altro film di un altro grande regista. Proprio andando a funerali infatti si erano conosciuti anche (qualche decina di anni prima, cinematograficamente parlando) Harold e Maude, protagonisti originalissimi e vivaci della pellicola di Hal Ashby targata 1971 e intitolata con i loro nomi: Harold e Maude. Ci sono delle similitudini narrative tra i due film, e di stile quanto a leggerezza e rispetto per i personaggi. Harold è un diciottenne disadattato quanto l’Enoch di Van Sant. E Maude è una vecchietta pronta a morire senza paura, tanto quanto la giovane malata terminale Annabel di Van Sant. Il sapore anarchico e un po’ hippie tipico degli anni Settanta non c’è più, e ad esso si sostituisce un tono romantico e dilatato.
Gus Van Sant si fa produrre da Ron Howard e Brian Grazer e riadatta per il cinema una pièce teatrale di Jason Lew, intitolata Of winter and water birds. Van Sant ama da sempre esplorare il rapporto che gli adolescenti hanno con la parte oscura di se stessi e della vita, e con la morte. Lo ha già fatto più volte. Con Elephant, in modo pacato e originale ha seguito gli spostamenti di alcuni ragazzi, ispirandosi a quelli coinvolti nella strage del 1999 alla Columbine, la prima strage scolastica diventata famosa nella storia recente americana, in cui un gruppo di ragazzi armati ha sterminato dodici compagni all’interno dell’ambiente scolastico. Lo ha fatto anche con Paranoid Park, dove ha seguito il comportamento silenzioso di un adolescente che ha ucciso accidentalmente un agente e ha poi scelto di non raccontare a nessuno quanto avvenuto, continuando almeno in apparenza la sua vita di sempre. Ma Gus Van Sant trattava questi temi fin dalle sue prime pellicole, dove anziché con gli adolescenti preferiva avere a che fare con i postadolescenti. Da Drugstore Cowboy, storia di droga e vita mal vissuta a rubacchiare per procurarsi altra droga, al bellissimo Belli e Dannati – altra storia di droga, ma anche di prostituzione e narcolessia – con un indimenticabile River Phoenix.
Ora ritorna di nuovo ad indagare questi ambienti con un film cupo e dolcissimo in cui, al solito, il regista – decisamente un artista – mette tutto se stesso. Il titolo originale della pellicola vale la pena citarlo: Restless, e cioè inquieto, senza pace. Questo perché il titolo in traduzione italiana, L’amore che resta, rende meno, o comunque rischia di banalizzare, il tentativo del regista di entrare dentro il lato oscuro dei giovani e scandagliarlo con la lente di ingrandimento e nessun commento se non un’amorevole tenerezza. Van Sant cerca storie di giovani inquieti per camminarci accanto e respirare un po’ della loro vitalità fresca, che in qualche modo emerge più pura quando si manifesta ai margini, non solo della società – visto che i suoi protagonisti socialmente sono dei disadattati – ma della vita stessa. Le musiche di Elfman sono bellissime e accompagnano con garbo una storia tragica raccontata in punta di penna, con la leggerezza quasi metafisica che ha reso famoso e ha fatto amare il regista ben al di fuori dei suoi confini nazionali.
Presentato all’ultimo festival di Cannes, ha come interpreti principali Mia Wasikowska, la Alice di Tim Burton, di recente protagonista di diverse pellicole (e in sala questo weekend anche con un altro film, Jane Eyre), ed Henry Hopper, figlio dell’indimenticabile Dennis, qui al suo sorprendente debutto davanti alla macchina da presa.
Di Barbara Pianca, da film-review.it

Non è l’ennesima variazione sui temi abituali dell’adolescenza. Ancora una volta, Gus Van Sant mette in scena due sedicenni (Hopper e la Wasikowska), ma cambia decisamente registro. InL’amore che resta (Restless) lo sguardo si fa più intimo, meno distaccato. Il grandangolo che includeva nei precedenti la descrizione entomologica dell’ambiente circostante, cede il passo ad un focale che stringe sull’intimità dei due ragazzi diversamente provati dall’esperienza della morte.
Lui ha perso la voglia di vivere, dopo esser stato in coma tre mesi per l’incidente d’auto che ha ucciso i suoi genitori. A lei restano tre mesi di vita, per il cancro che le divora il cervello. S’incontrano per caso, s’innamorano e si aiutano a vicenda. Lei gli trasmette la sua grande passione per la vita e gli uccelli, lui si offre di aiutarla ad affrontare il grande passo.
Fra una discreta citazione di Shakespeare (Romeo e Giulietta) e una di Truffaut (Jules e Jim), Van Sant ci conduce all’inevitabile conclusione. Un piccolo, grande film che riconcilia col cinema, di una leggerezza ammirevole e appagante. Coraggiosamente sentimentale e commovente. E, come se non bastasse, sostenuto da una colonna sonora (Danny Elfman) di rara efficacia e sobrietà emotiva.
Di Alberto Barbera, da cinematografo.it

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