Rabbit Hole

Capofila di quel cinema denominatamente detto queer, con tracce di trasgressione (sincere o premeditate? Realmente di rottura o provocatorie solo agli occhi di pubblico e critica bacchettona?), il non più giovane John Cameron Mitchell vuole, in un sol colpo, liberarsi di due etichette che gli sono state semplicisticamente affibiate: regista gay di un cinema gay e cineasta indipendente, da Sundance.
Tratto dall’omonima pièce teatrale (premio Pulitzer 2007) di David Lindsay-Abaire, con “Rabbit Hole”, suo terzo lungometraggio, realizza, secondo gli intenti di partenza, la sua pellicola più matura. Si sbarazza quasi sempre di una estetica patinata dettata dai canoni che galleggiano su creste d’onde modaiole ed è sincero, tanto da guardare al suo stesso passato quando, da piccolo, perse suo fratello.
Il film scava in “un’altra” elaborazione del lutto. Ma a differenza di similari tragitti narrativi altrove esposti, il film parte ben otto mesi dopo l’incidente d’auto che toglie la vita ad un bambino di quattro anni, lasciando sul futuro dei due genitori un macigno difficilmente sopportabile. Le schegge dell’incidente si presentano soltanto durante un frammento in flashback che coglie le reazioni della donna alternate, in ralenty, all’incredulità di Jason, l’incolpevole ragazzo alla guida dell’auto che ha investito il piccolo Danny.
La prima cosa che salta all’occhio è la differente reazione dei due coniugi che hanno perso il figlio: Howie si circonda di foto e video del piccolo, per dare loro una impossibile tattilità cercandolo invano di sentirlo il più vicino possibile, mentre Rebecca vorrebbe fare terra bruciata di oggetti e foto che possono intaccare il suo percorso post-traumatico. Ma poi entrambi finiscono, come ovvio che sia, nello esplodere in un pianto ininterrotto. E restano sospesi in uno status che sposa le parole della madre di Rebecca: “Il dolore non passerà mai, ma diventa sopportabile e in qualche puoi tirartene fuori, portandolo in giro come una pietra in tasca. Talvolta ritorna e sarà orribile. E cosi’ ciclicamente”.
Difatti Rebecca non trova quel mondo parallelo del titolo, che deriva dalla tana del coniglio bianco in cui cade la protagonista di “Alice nel paese delle meraviglie” (ma è anche il titolo del fumetto che il giovane Jason sta realizzando, che attraversa l’intero film in bilico tra il “dentro” e il “fuori” la materia narrativa). Il rapporto tra la donna e il ragazzo che guidava quella maledetta auto definisce la casualità della tragedia, presuppone ovviamente un perdono sin dal principio, ma è l’ennesimo passo non pienamente qualificabile di una vita che sempre metterà in dubbio il valore dei singoli gesti, grandi o piccoli che siano.
Il film è tutto qui: raramente sorprendente e di certo più volte già visto, ma la ricognizione che Mitchell riesce a fare si tiene sempre lontana dalla retorica consolatoria, sempre sul filo di una delicatezza fragile che può emozionare. Contribuiscono alla riuscita generale un cast azzeccato: Nicole Kidman nella sua interpretazione più dimessa tiene ammirevolmente in equilibro le emozioni della sua Becca. Gli tengono testa un ottimo Aaron Eckhart e la grande Dianne Wiest.
Diego Capuano, da “ondacinema.it”

Autore di due precedenti pellicole, Hedwig – La Diva con Qualcosa in Più (2001) e Shortbus – Dove tutto è permesso (2006), ambedue gradevoli e ben fatte, ma certamente non memorabili né fondative di nuove correnti cinematografiche, John Cameron Mitchell ha voluto cimentarsi nel campo del cinema “serio”, quello dall’impronta autorale che, come tutti sanno, non viene certamente riconosciuta alla commedia (ridere è talmente volgare!), ma al contrario è direttamente proporzionale al grado di sfiga e mestizia dei protagonisti (vedi l’insopportabile Iñárritu). Potendo scegliere, dunque, ha puntato al massimo: la dolorosissima perdita del figlio di appena otto anni da parte di una coppia dell’upper-class, tratta da una pièce teatrale premiata con il Pulitzer di David Lindsay – Abaire, qui anche in veste di sceneggiatore. In questo caso, però, una regìa che chiamare impersonale sarebbe ingeneroso, ma direi sommessa nella mise en scéne e generosa con gli attori si è rivelata vincente.

Rabbit Hole affronta un tema non inconsueto per il grande schermo, basti pensare al ben più doloroso La Stanza del Figlio di Moretti, ma lo fa con notevole misura e pudore, evitando facili strazi e lacrime confortevoli, scene madri da attrici sfiorite e psicodrammi: Mitchell riesce a mantenere sotto controllo le note emotive della narrazione, grazie ad una direzione pulita e discreta e ad un’ineccepibile direzione degli attori, ottimi in ogni ruolo. A cominciare dal vero motore dell’operazione, una Kidman professionalmente appannata che ha voluto fortemente questo film, diventandone anche produttrice, e a ragione poiché la sua performance è di straordinaria misura e sensibilità, considerato anche lo svantaggio (?) di una certa fissità botulinica. Bravissimo anche Eckhart e con lui tutti i coprotagonisti, compreso il giovane Miles Teller, assassino colposo, ma incolpevole. Da segnalare anche l’auspicata presa di distanza dalla moda, molto americana, dei gruppi di sostegno, le sedute di autocoscienza, le esibizioni del dolore in salsa psicanalitica che si rivelano semplici ritrovi di gente rancorosa e disturbata, vissuti come un obbligo ed evitati, giustamente, anche solo per un tiro di canna o per piantare un’aiuola di fiori, ambedue attività di gran lunga preferibili alle lagne di gruppo. Alla fine, la morale del “tirare avanti giorno per giorno” non appare banale, ma semplicemente di buon senso, in perfetta sintonia con l’intera pellicola.
Giovanni Romani, da “cultframe.com”

Becca e Howie Corbett sono una delle tante coppie benestanti delle villette residenziali del Queens, anche se da otto mesi le loro vite sono come sospese, congelate nell’elaborazione di un lutto. Da quando il figlio di quattro anni è stato investito da una macchina, i due hanno sviluppato un meccanismo opposto di rimozione. Howie tende semplicemente a obliare l’evento, facendo rivivere ogni sera la presenza del figlio attraverso i filmati del proprio telefonino; Becca cerca invece volontario isolamento, dedicandosi alla cura del giardino, della cucina e alla sistematica eliminazione di tracce e ricordi. In questo limbo che sembra impossibile superare, Howie comincia a legare con una donna conosciuta durante una seduta di terapia di gruppo, mentre Becca decide di aprirsi con il giovane adolescente che era alla guida della macchina quel giorno fatale.
Entrambi esponenti e narratori di quel milieu newyorkese off-Broadway situato a metà fra underground eversivo ed élite intellettuale, John Cameron Mitchell e David Lindsay-Abaire si incontrano in una “tana del coniglio” dove si consuma l’elaborazione del più insopportabile dei lutti. Ad un primo sguardo, niente potrebbe sembrare più distante dai mondi colorati e trasgressivi di Hedwig e Shortbus di questo inaccessibile antro scavato nella quotidianità familiare dal drammaturgo premio Pulitzer. Niente, se sotto questa atmosfera gelida e cerebrale non dimorassero pulsioni in contrasto con le convenzioni del tragico e il sentimentalismo universale.
La “tana” della famiglia Corbett diviene così un doppio luogo perfettamente coerente con i trasgressivi universi carrolliani del regista newyorkese: da una parte mondo alternativo alla falsa ipocrisia e alla finzione programmatica dei meccanismi hollywoodiani; dall’altro, via di fuga per desideri ed espressioni distanti dal moralismo benpensante. Privilegiando per la prima volta l’eleganza formale alla trasgressione colorata e colorita, Mitchell affronta il tema del lutto con uno stile sapientemente in bilico fra rispettosa discrezione ed empia franchezza. La drammaturgia del testo di Lindsay-Abaire viene esplorata in tutta la sua profondità dai due attori protagonisti, il cui allure da Actor’s Studio viene messo di fronte tanto a una frenetica macchina da presa da cinéma-vérité che a uno sguardo vitreo e statico, intento a cogliere ogni micro-movimento sui loro volti.
Ai disegni di un fumetto (presenza immancabile in un film di Mitchell, ma questa volta del tutto interni alla storia) spetta invece il compito delicato di mostrare solo l’apertura, il varco, alla felicità desiderata. Se la realtà è un mondo ineluttabile, non è detto che la serenità non si possa comunque sognare al di là del buco, dove vivono tutti i mondi possibili migliori di questo.
Edoardo Becattini, da “mymovies.it”

Spesso il cinema è incline a mostrare l’aspetto più marcato dei segni caratteriali dei protagonisti che muovono la scena del racconto,evidenziando i tratti interiori che,come i lineamenti somatici,definiscono i protagonisti nella loro essenza di anime dell’ordito narrativo.
L’accortezza direttiva permette a volte un disegno più accurato delle loro componenti morali,conferendo al racconto un respiro più ampio ed una lettura più critica e raffinata dei personaggi che lo animano.
John Cameron Mitchell si concede questo lusso,sganciandosi dalla sua firma d’autore di pellicole di guizzo (“Shortbus”, “Edwig,la diva con qualcosa in più”) e visita le regioni del cuore in un viaggio nelle emozioni più profonde e nel dolore che ghermisce l’uomo senza fornire altre spiegazioni che l’arida realtà che si affaccia sull’esistenza.
Dribblando i fascinosi canoni del melodramma,Mitchell scarta le regole del cinema affltto dal languore di genere,esplorando le forze di una pena senza soluzione emotiva di due coniugi colpiti dal male della perdita del loro figliolo. In un contesto lontano dalla polvere dei tendoni di Hollywood,”Rabbit Hole” è la storia di uno sconforto infinito,delle sue laceranti conseguenze nelle viscere di un padre e una madre sopravvissuti al figlio e delle risposte ad un’esistenza il cui significato sfugge ad ogni senso di umana comprensione.
Becca (Nicole Kidman) e Howie (Aaron Eckhart),rimasti soli dopo la tragica fine del loro piccolo,vivono le loro giornate in una condizione cristallizzata da uno stupore oscuro che li conduce a cercare di emergere dalla loro sofferenza con il ricorso a fittizie soluzioni sociali,indigenti mezzi compulsivi,trovandosi separati sul fronte di una reazione al dolore che li vede,anzichè uniti,divisi ed avviati su strade divergenti.
Howie segue il tradizionale canale della terapia di gruppo,trovando nella comunicazione il fallace miraggio di un conforto mai raggiunto.
Becca,donna pragmatica e concreta,erige le proprie difese conformando il proprio rifiuto ad un dinamismo esistenziale tanto artificioso quanto simulato,che la spinge a relazionarsi con la madre e la sorella,con le quali divide gli elementi artefatti di una condizione che non accomuna nessuna delle tre donne.
L’affanno che le deriva dalla fuga dalla solitudine la porterà a contattare Jason (Miles Teller),il ragazzo responsabile della morte del figlio,creando un rapporto sotteso fra curiosità e dolore.
Intanto il marito condivide la sua pena in una pericolosa confidenza con una giovane mamma del gruppo (Sandra Oh),anch’essa vittima di una simile tragedia.
Mitchell dirige “Rabbit Hole” su una sceneggiatura di David Linday-Abaire,un Pulitzer del 2005,dando corpo ad un dramma umano complesso e toccante.
Con delicatezza e mistero il regista sfiora le corde di un’emozione insondabile,scavalcando le apologie del dolore e i facili compromessi con il cinema delle lacrime.
Non solo racconto di una coppia in crisi,in “Rabbit Hole” il regista tesse con cauta discrezione i ricami interiori dei due protagonisti,gettando luci ed ombre,dramma e umorismo in un complesso filmico di grande spessore ed innegabile valenza.
L’accento è posto sul contradditorio equilibrio che si forma nella famiglia ferita,nei movimenti delle due figure dello stesso nucleo nelle quali si innescano i processi di difesa e ricerca di uno spiraglio per fuggire dalla condizione di pena cui la vita non concede spiegazione.
Il lavoro di Mitchell conserva l’anima della pièce originale,umanizzandone il contesto in performancès di eccellente statura professionale e locations fortemente evocative dell’ambiente che accoglie la storia,schiudendo in un moto di pulsioni ed effetti la risposta ad un’accettazione coatta che si dispiega nei gesti interiori e nelle contraddizioni che si agitano in due anime nelle quali si incarna il paradigma umano del dolore e della contraddizione,nell’eterno atto del divenire e della ricerca delle soluzioni ai segreti della natura umana.
Dario Carta, da “cinemalia.it”

Becca ed Howie Corbett (Nicole Kidman e Aaron Eckhart) hanno da poco perso il loro bambino investito da un’automobile di fronte a casa per una tragica fatalità, un trauma che ne ha sconvolto le vite rendendoli attoniti e impotenti di fronte alla crudeltà di un destino che sembra voler divorare senza pietà tutto l’amore e l’affetto di cui un tempo erano capaci, lasciando un immenso vuoto incolmabile che sembra inghiottirne giorno dopo giorno il quotidiano.
Mentre Howie profondamente innamorato della moglie prova in tutti i modi a combattere il dolore partecipando ad un gruppo di sostegno per genitori che hanno perso figli in tenera età, Becca attraversa tappa dopo tappa tutte le fasi di una dolorosa e fisiologica elaborazione del lutto dalla negazione iniziale al riversare sugli altri la rabbia inespressa, sino a provare invidia per la sorella minore che scopre essere rimasta incinta.
Howie non ha intenzione di mollare, vuole salvare il suo matrimonio e supererà anche la tentazione di tradire Becca e condividere il proprio dolore con un’altra donna, Becca invece scoprirà un pò di conforto nell’incontrare il giovane studente che quel maledetto giorno guidava l’automobile che ha investito e ucciso il figlioletto.
Il sentimento che lega Becca e Howie però si rivelerà più forte del dolore stesso, l’amore che li unisce diventerà l’unico legame che li terrà ancorati ad una realtà che sembra diventata insopportabile, ad un vita ormai invivibile e così uniti riusciranno, un passo alla volta ad intraprendere un percorso di consapevolezza, cercando di lenire per quanto possibile un dolore che sanno non li abbandonerà mai, ma che con il tempo potrebbe diventare perlomeno sopportabile.
Il regista John Cameron Mitchell, alla sua terza regia dopo il musicale Hedwig-La diva con qualcosa in più e il drammatico Shortbus-Dove tutto è permesso, affronta un tema irto di ostacoli emotivi come il lutto di una coppia di genitori adattando per il grande schermo una piece teatrale con cui David Lindsay-Abaire ha conquistato un Pulitzer.
Rabbit Hole esplora con un’eleganza e una delicatezza estremi una difficile elaborazione di un lutto messa in scena con un quid emotivo che lascia un segno profondo e racconta un dolore tanto forte da andare al di là dello schermo, al di là di un semplice copione.
Grazie a due protagonisti in splendida forma, la Kidman non e mai stata tanto brava, si percepisce ogni singolo input emotivo che Mitchell intende trasmettere, la regia volutamente disadorna fa un passo indietro di fronte ad un racconto che urla a squarciagola un inequivocabile dato di fatto, che nessun genitore dovrebbe sopravvivere ai propri figli.
Un film a cui speriamo il doppiaggio italiano renda pienamente giustizia e che comunque andrebbe fruito in lingua originale per cogliere appieno la bravura e il coinvolgimento dell’intero cast, un film assolutamente da non perdere che siamo certi lascerà un’indelebile traccia di se.
Pietro Ferraro, da “ilcinemaniaco.com”

Qualche anno fa un giovane regista di nome John Cameron Mitchell portò in sala un film che sollevò parecchi urletti, fra morale ed eccitazione. Si chiamava Shortbus, storie intrecciate sentimental-sessuali di vario genere sullo sfondo dei locali hot della Grande Mela e di una New York pudica a mostrarsi dal vero, esplosa in un fumetto nel post 11 Settembre. Il risultato, a parte un paio di sequenze vagamente scabrose, era in realtà un film abbastanza convenzionale sul bisogno dell’amore, sulla necessità di avere in qualche forma, qualcuno da amare, annaspando per trovarlo. Oggi lo stesso regista, che aveva peccato di poco coraggio allora – sebbene Shortbus sia un film assolutamente godibile – torna dietro al ponte di Brooklyn e porta sul grande schermo un po’ più di sicerità. E lo fa parlando della morte di un figlio in una giovane coppia.
Mesi fa usciva al cinema Amabili Resti di Peter Jackson, film da dimenticare per il lato new age dei suoi Campi Elisi, ma notevole per la verità con cui raccontava il dolore di un lutto tanto atroce rispetto a chi è rimasto. E quanto sia difficile immaginare una reazione univoca a una perdita tanto immensa. I genitori della ragazzina uccisa dal mostro, i loro demoni, le loro differenti vie di fuga, lasciar andare contro trattenere. Il RABBIT HOLE di Mitchell fa pensare u po’ a quel film, con la stessa spietata onestà. La storia di Becca e Howie Corbett é quella di una famiglia normale che cerca in ogni modo di sopravvivere al dolore. Ma lo fa assecondando inclinazioni e limiti personali, che a volte portano alla deriva, nelle braccia di un’altra donna o seduti su una panchina a parlare con chi, in qualche modo, è responsabile di quel dolore.
Sono tutte tane per conigli, buchi che scaviamo nella terra alla ricerca di protezione, con la speranza di riemergere poi in un posto nuovo, quasi un universo parallelo dove quel dolore atroce non può prenderci. Sono alternative possibili per chi si attacca agli oggetti per paura di dimenticare, o per chi invece trova la via di fuga fisica nello schianto quotidiano contro i ricordi. O in uno schiaffo al supermercato. O la doppia vita, o il silenzio. E’ dolore condotto in modo non convenzionale. Così voleva l’adattamento del premio Pulitizer David Lindsay-Abaire da cui nasce il film. Uno sguardo che non giudica e non indica, ma si limita a seguire due vite nascoste, di due persone innamorate ma isolate, incapaci di trovarsi e comunicare.
E poi arriva il tocco Mitchell: un montaggio ricercato, una fotografia satura, delle inquadrature composte con gusto, e la capacità di evocare in ogni istante una scena che nel film non si vede mai – al contrario di pellicole carnali e emozionali come 21 Grammi – e dove i personaggi fanno solo il loro sporco lavoro: cercano di sopravvivere. A causa di questa normalità necessaria con RABBIT HOLE si sorride alle battute di una Kidman inquieta ma anche cinica ed ironica e alle scene in cui Aaron Eckhart si chiude in macchina con Sandra Oh, improbabile amante, per fumarsi uno spinello. E si passa attraverso le emozioni, mortificate, giuste, intense, di chi attorno a questo nucleo vive, di chi è sopravvissuto meglio, di chi ha pudore a entrarci. E’ un po’ quella sensazione difficile da spiegare di quando mentre piangi ti viene da ridere e le due cose coesistono, quel misto di ironia e tormento, che non è mai distinto, ma é terribilmente umano.
da “filmzone.it”

In concorso nella Selezione Ufficiale del Festival di Roma, Rabbit Hole, di John Cameron Mitchell, è un ritratto intenso e doloroso di una coppia che cerca di sopravvivere alla tragica scomparsa del figlio di quattro anni. Becca e Howie Corbett (Nicole Kidman e Aaron Eckhart), a otto mesi dal grave lutto, vivono una sorta di empasse, un tempo sospeso in cui tentano di anestetizzare la perdita in modo assai differente. Sono preda dei ricordi, ma cercano di non parlare dell’evento, misurando la rabbia e la frustrazione attraverso atteggiamenti sarcastici e apparenti rimozioni. Howie però, ogni sera, non visto dalla moglie, si riguarda i filmini a tre del tempo felice, mentre Becca cerca di cancellare ogni traccia del ricordo liberandosi di qualsiasi oggetto le riporti a mente il figlio. Lo sforzo è comunque vano, tanto che la donna avvicina il ragazzo responsabile involontario dell’incidente mortale del bimbo. Trascorre con lui pomeriggi al parco, riportando progressivamente alla mente il tragico evento. Howie sembra cercar conforto in un’altra donna, conosciuta nel gruppo serale – disertato da Becca – per famiglie che hanno perso i figli prematuramente. Faticosamente i due cercano di tornare a vivere, tra difficoltà palesi e nuovi eventi che sembrano fornire alla coppia qualche barlume di speranza. Ma è difficile rielaborare un lutto così grave, perché un figlio non si cancella dalla mente, per quanti sforzi si possano fare. L’unica alternativa possibile è trasformare, nel tempo, il senso di vuoto, per continuare a credere nella vita e nelle imperscrutabili possibilità che riserva il futuro.
Sorprende e convince il terzo lungometraggio dell’irriverente John Cameron Mitchell, che cambia notevolmente registro rispetto alle due opere che l’avevano imposto all’attenzione di pubblico e critica. Passare da due film sull’ambiguità e la libertà sessuale, come Hedwig e Shortbus, ad un dramma solido ed essenziale come Rabbit Hole è stato davvero un ribaltamento totale e inatteso per il regista texano. Rabbit Hole affronta una tragedia familiare con misura insperata e con intelligenti sprazzi d’umorismo sarcastico, fondamentali per non appesantire una narrazione che contiene fino quasi ad annullare il naturale ricorso alla lacrime, per invece indagare in profondità il dolore più grande che un essere umano possa provare. John Cameron Mitchell scandaglia nel profondo l’anima dei suoi personaggi, fornendo alla Kidman e Eckhart la possibilità di misurarsi su un copione importante che non gli sfugge mai di mano. Nicole Kidman è superlativa, supportata da un Aaron Eckhart finalmente al meglio delle sue possibilità, nonché da una convincente Dianne Wiest, nei panni della madre di Becca.
La pellicola, tratta dall’omonima pièce teatrale vincitrice del Premio Pulitzer, deve il suo titolo al fumetto creato nel film dal ragazzo responsabile dell’incidente mortale del bimbo. È un omaggio diretto ad Alice nel Paese delle Meraviglie, in quanto Rabbit Hole richiama alla mente la caduta di Alice nella tana del Bianconiglio, passaggio dal mondo ordinario che si vuol sfuggire a quello fantastico, straordinario e sconosciuto in cui è calata la protagonista del capolavoro di Lewis Carroll. Anche Becca, nel film, per mezzo di un fumetto centrato sulla possibilità dell’esistenza di mondi paralleli in cui innumerevoli altri sé potrebbero vivere felici, scorge una via percorribile per emanciparsi da un dolore che, né è consapevole, non potrà mai abbandonarla. Lo sceneggiatore del film, David Lindsay-Abaire, dice di essersi ispirato al suggerimento di una vecchia insegnante, ovvero scrivere di ciò che ci spaventa di più. Da qui l’ottima caratterizzazione dei personaggi principali, ben bilanciati da qualche buffa figura di contorno. Leggendo la sceneggiatura di Linsday-Abaire, John Cameron Mitchell ha percepito immediatamente il fascino dei temi proposti: “Di solito mi piace scrivere personalmente le sceneggiature su cui lavoro – afferma il regista -, ma questa era talmente profonda, matura e ricca che mi ha fatto subito cambiare idea. Il mio interesse è stato immediato, e ho abbandonato subito tutto il resto”. E c’è da credergli, vista l’opera che ne è derivata, accolta benissimo dalla stampa e dal pubblico del Festival. Una pellicola intensa e coinvolgente, che riesce a filmare lucidamente la sofferenza che una simile tragedia porta con sé.
Federico Magi, da “lankelot.eu”

“E dopo?”. “Non lo so. Qualcosa faremo”.
Rebecca, Howie. Dopo il barbecue con gli amici e i parenti, per dimostrare che nulla di irreparabile si è abbattuto sulle loro vite, dopo che tutti se ne saranno andati e loro si ritroveranno ancora una volta soli, con i fantasmi di una casa coniugata al passato perduto, con il loro insopprimibile struggimento, qualcosa andrà fatto, per non soccombere. Rebecca e Howie hanno perso un figlio. Un bambino di quattro anni strappato al loro affetto da un incidente assurdo, da una casualità rapace. E ora, coppia benestante della East Coast, si barcamenano fra il gruppo di sostegno a genitori nella loro condizione, l’equilibrio sdrucciolevole tra memoria e rimozione, l’amicizia a metà fra catarsi e flagellazione, da parte di Rebecca, con l’adolescente che ha provocato la morte del bimbo, il tentativo infelice e fallito, da parte di Howie, di evadere dal logorio coniugale accanto a un’altra madre spezzata.
“Terzogenito” di John Cameron Mitchell (“Hedwig”, “Shortbus”), superbamente sceneggiato da un David Lindsay-Abaire che, con invidiabile sicurezza, gioca in casa (il film è tratto da un suo dramma teatrale), “Rabbit hole”, in concorso all’ultimo Festival del Cinema di Roma, s’insinua senza divagazioni nel cuore del soggetto, restituendoci il battito di un’impossibile eppur doverosa introiezione del lutto. E collocandosi nella migliore tradizione di quel particolare filone di film sulla perdita che narrano la scomparsa di un figlio. Rinunciando a qualsiasi compromesso con la commedia o a pennellate distensive (ogni sorriso è il manifesto di una disperazione strisciante), regista e sceneggiatore sembrano volgersi, più che al Moretti della “Stanza del figlio” o al melò almodovariano, al Bergman di “Passione” o “Sinfonia d’autunno”, intrecciando la fenomenologia del lutto materno e paterno alla riflessione sul cinismo di un mondo in cui (l’assenza di) Dio consente ingiustizie mostruose. Lo stesso Dio che, qualora esistesse, non potrebbe essere, secondo Rebecca, che “un sadico bastardo”. Attraverso una regia, anch’essa bergmaniana, costruita su primi piani che esplorano volti straziati, Mitchell ci conduce lungo il viatico dissestato (eppur così lineare, in una narrazione che fluisce senza sbandate) di una coppia alla ricerca di un significato da assegnare a ciò che resta della loro esistenza. A colloquio con Aaron Eckhart, nella parte di Howie, il regista pone, nel ruolo di Rebecca, una Nicole Kidman che ritorna a un personaggio affine a quello del thriller che le regalò il successo internazionale, “Ore 10: calma piatta”, ma con un bagaglio esperenziale che le permette di dotare Rebecca (figura nella quale ha creduto fino al punto di produrre il film) di un’umanità sconvolgente, in un’ideale continuità artistica ed emotiva con lasempre brava Dianne Wiest, madre e nonna ferita, o con la Liv Ullman più leggendaria. La candidatura all’Oscar è un atto dovuto. Mentre per spiegare il significato del titolo, è molto meglio rimandare alla visione di una pellicola alla quale non si può che augurare ogni bene.
Dario Gigante, da “cinezapping.com”

Artista poliedrico e anticonformista, John Cameron Mitchell è stato attore, autore, e infine regista. Le sue due opere precedenti, Hedwig – La diva con qualcosa in più (2001) e Shortbus – Dove tutto è permesso (2006), hanno fatto molto parlare di sé per via dell’alto grado di controversa trasgressività contenuto in esse. A distanza di anni, il regista texano torna con un film molto più sommesso e intimista, teso ad indagare i dolori dell’anima e il difficile periodo di acquiescenza di questi.

La vita e il destino si spingono spesso in direzioni non programmate, nel bene e nel male. Becca (Nicole Kidman) e Howie Corbett (Aaron Eckhart) stanno ancora pagando le conseguenze di una di queste svolte inaspettate: da otto mesi stanno infatti affrontando la terribile perdita del loro primo figlio, investito da un’automobile alla tenera età di quattro anni. L’elaborazione di un lutto non è mai facile, specie come questo; la coppia comincia ad avere problemi relazionali e comportamentali, sia all’interno che all’esterno del focolare domestico. Ognuno dei due reagisce in modo diverso al vuoto che sentono nell’anima: riusciranno a ritrovarsi, e a ritrovare un senso alla loro esistenza? La tana di un coniglio, forse, è la chiave per vedere le cose in una prospettiva diversa…

Rabbit hole non è certamente una pellicola semplice, né banale. Ispirato all’omonimo spettacolo teatrale con cui David Lindsay-Abaire ha vinto il premio Pulitzer, il film tratta con estremo garbo e insistita profondità umana e spirituale un dramma angoscioso e straniante come solo quello dei due protagonisti può essere. Becca e Howie sono benestanti, felici e hanno un pargolo con ottime prospettive future, eppure all’improvviso vengono proiettati in una dimensione fatta solo di ricordi, paure, privazioni, dove non esiste conforto sufficiente. La sottigliezza psicologica delineata dalla sceneggiatura di Lindsay-Abaire è notevole, sottolineata da dialoghi e atteggiamenti apparentemente insignificanti eppure assai indicativi della perdita di valori e punti fermi che può affrontare una persona, di punto in bianco. Finché non riesce a farsene una ragione, l’uomo ha bisogno di aggrapparsi a qualcosa per sopportare il dolore derivato da una perdita: può essere un’altra persona amata, un gruppo di amici, o la fede. Ma nel caso dei coniugi Corbett queste cose non funzionano: ed ecco arrivare loro incontro una consolazione metafisica, raggiungibile tramite l’attraversamento e la fuoriuscita dalla metaforica e catartica “tana del coniglio” in cui si vanno a cacciare i due protagonisti. Lontanissimo dal buonismo a tutti i costi, Mitchell indaga nell’animo dei suoi personaggi senza fornire soluzioni definitive, ma solo delineando un percorso, doloroso quanto necessario. Viene aiutato in questo da un’ottima fotografia (ad opera di Frank G. DeMarco) e dai suoi interpreti, intensi e mai sopra le righe. Peccato per qualche sbavatura qua e là, soprattutto in fase di esposizione e ritmo delle scene, ma in sostanza, nonostante la pesantezza del soggetto, il film scorre davanti agli occhi degli spettatori con lucido trasporto. Sempre che questi siano disposti a farsi travolgere da una tematica così complessa, drammatica e introspettiva.
Marco Papaleo, da “silenzio-in-sala.com”

Quasi dieci anni fa, con esattezza nel 2001, il Sundace Festival ha premiato con verdetto unanime la regia del film “Edwig, la diva con qualcosa in più”. Quella stessa giuria, come anche il pubblico e con ogni probabilità lo stesso regista John Cameron Mitchell, non poteva sapere che di lì pochi anni lo stesso autore avrebbe dato forma ad uno dei film più brillanti dell’ultimo quarto di secolo: Shortbus.
Universalmente riconosciuta come una pellicola d’autore d’incredibile intelligenza, Shortbus spalancò le porte della notorietà al signor Mitchell, che, da sempre appassionato di arte, cinema e musica contemporanea, si è dedicato per anni alla regia di videoclip musicali. Tornato oggi in gran forma ci propone un film diverso da tutti i suoi lavori precedenti, tratto dalla struggente piece teatrale di Davi Linsday-Abaire: Rabbit Hole, il devastante diario di bordo di una coppia che ha visto tragicamente morire il proprio figlio. Tra lacrime e qualche sorriso ci godiamo il film, seduti comodamente in poltrona e ci armiamo di grandi aspettative.
Dopo la tragica scomparsa del loro unico figlio, Becca ed Howie Corbett non riescono a ritrovare gli equilibri perduti. Lo shock è così forte che né il tempo né i gruppi di sostegno più disparati riescono a placare il vuoto che oramai da otto mesi devasta il loro rapporto. Quando Gabby, l’immatura e petulante sorella minore di Becca, annuncia la sua prima gravidanza, gli equilibri già precari si sgretolano gettando la coppia in una crisi apparentemente irrecuperabile. Scavando nel loro passato i due comprendono che per riprendere a vivere devono affrontare i fantasmi che da troppo tempo ignorano somatizzando la sofferenza. Mentre Becca tenta di avvicinarsi a Jason, il giovanissimo studente che erroneamente ha investito suo figlio, Howie tenta di fuggire all’opprimente depressione di sua moglie cercando di liberare la testa. In realtà il dolore che investe entrambi è così violento che solo ritrovando se stessi riusciranno a ricostruire gli equilibri.
John Cameron Mitchell è un uomo estremamente intelligente. L’ironia che ha sempre accompagnato le sue produzioni si riflette, in una veste infinitamente più delicata, in questo ultimo film. Rabbit Hole racconta di una coppia che ha perso la speranza, rassegnata a un dolore che non potrà mai essere colmato. E’ questa consapevolezza che li distrugge. Entrambi di ottima estrazione sociale, soffrono l’incapacità di appellarsi alla religione, ai gruppi di sostegno e alla famiglia. Ecco quindi che pagano l’amara perdita solo sulla propria pelle. Soffrono da soli, chiusi in un dolore che credono esclusivo, incomprensibile per chiunque altro, anche per il proprio partner.
La svolta davvero affascinante è l’attaccamento ad una visione più spirituale verso la scienza: “è la legge dei grandi numeri, se l’universo è infinito ci sono mondi in cui siamo felici. E’ di consolazione pensare che in un’altra dimensione nessuno di noi soffra, siamo felici con il nostro bambino”. Becca è una donna di poche parole, pragmatica e dall’indole concreta, il modo migliore per accettare quanto successo è sempre stato sotto i suoi occhi: le relazioni umane. E’ la chiave del film sono proprio le relazioni: anche se noiose ed artefatte restano il nostro unico punto di contatto con la realtà, contrapposte all’isolamento che causa un dolore così intenso da sopraffare qualunque altro sentimento.
Dai toni grezzi e con un linguaggio cinematografico assai intelligente, Rabbit Hole gode in modo particolare dell’interpretazione dei due attori protagonisti, Nicole Kidman ed Aaron Eckhart, perfettamente in linea con la parte, grazie a loro dimentichiamo di star guardando un film ed anzi, riusciamo ad immergerci appieno nella storia. Nonostante la morale di fondo malinconica e sottotono Rabbit Hole offre il più maturo dei barlumi di speranza: la possibilità di rialzarsi in piedi, sopportando le devastanti ferite.
Rabbit hole è un film struggente, ricco di spunti di riflessioni e di elementi brillanti. Una visione intensa per tutti gli appassionati, ben lontano dalle pellicole a cui Mitchell ci aveva precedentemente abituato, dimostra nuovamente che si tratta di un regista ancora tutto da scoprire
VOTOGLOBALE7
Stefano Camaioni, da “everyeye.it”

Universi paralleli
Rabbit Hole segna l’incontro di due personalità artistiche, entrambe di origine teatrale: John Cameron Mitchell, che ha frequentato il palcoscenico prima del cinema (Hedwig era un musical off Broadway) e il drammaturgo americano David Lindsay-Abaire, qui sceneggiatore della sua stessa piece, premio Pulitzer nel 2007.
Nel testo la tragedia è già successa e si affronta l’elaborazione del lutto: non solo non si vede la morte di Danny (sono passati otto mesi), ma all’inizio si omettono le circostanze, ponendo l’esistenza di un personaggio-fantasma che letteralmente si “muove” tra Becca (Nicole Kidman) e Howie (Aaron Eckhart). E’ al centro delle loro discussioni come degli omissis, e addirittura delle azioni, vedi il notevole inizio con Becca che cura il suo giardino e prova a seminare qualcosa, a ripartire. L’elaborazione del lutto, secondo Lindsay-Abaire, si sviluppa attraverso una serie di correlazioni; se la sorella resta incinta, favorendo il meccanismo di personificazione e sostituzione, anche la madre di Becca ha subito la perdita del figlio in passato: la “morte della prole” si afferma quindi come tratto genealogico, ripetuto negli anni, e costituisce il primo elemento letterario (la maledizione tra generazioni) di una storia che guarda oltre i confini del realismo. Becca e Howie partecipano a un gruppo d’ascolto per genitori orfani dei figli: sfiorano temi come l’esistenza di Dio e, in generale, si trovano a scegliere se “vivere nella morte” o ritrovare una rotta propria con nuove coordinate dopo il lutto [1]. Il doppio binario su cui si ramifica la reazione dei Corbett (ricordare/dimenticare il figlio, avvicinarsi/allontanarsi dal partner ecc.) è il punto più convenzionale dell’intreccio, con scontri verbali tesi a esplicitare la sostanza del senso di colpa, e la figura di Jason (un Miles Teller misurato e dolente), colui che ha provocato la morte, a fare da catalizzatore dei sentimenti, dalla condivisione (Becca) alla negazione (Howie).
Non si intacca comunque la perizia di scrittura che anima lo scenario complessivo. Un’attenzione, questa, evidente soprattutto nei tanti nodi metalinguistici: gli autori operano sul ma anche nel testo, ricoprendolo di spunti che alludono alla situazione narrativa vissuta dai personaggi sullo schermo, di fatto sviscerandola, suggerendo nuove ipotesi per un secondo livello di lettura compiuto. Battuta chiave di Jason: “E’ solo una storia, io cerco di interpretarla”. Il fumetto rabbit hole del titolo, oltre all’ovvio riferimento carroliano, è prova di consapevolezza del racconto e apertura verso l’esterno. Attraverso altri due generi, il comics e la fantascienza (secondo e terzo elemento letterario), i personaggi si interrogano sulla teoria degli universi paralleli e, affermando infine un fondamento scientifico, aprono la porta a questa possibilità. Lindsay-Abaire/Mitchell, frequentando una “fantascienza parlata”, esplorano le possibilità narrative all’interno del Film Drammatico; nella tana del coniglio non c’è solo l’elaborazione del lutto, allora, ma anche l’ipotesi che questo non sia mai avvenuto: il sospetto che esista un’altra versione, l’alternativa, un mondo parallelo in cui non si perdono figli, non si deve sopportare alcun senso di colpa. In virtù della sovrastruttura, il dramma di Becca e Howie non può che essere ripreso in atto: non c’è inizio né fine, in conclusione l’uomo afferma che “qualcosa succederà” ma le piste si moltiplicano, le mani strette dei coniugi non significano the end ma in progress.
Cameron Mitchell, da parte sua, predilige cromatismi scuri per gli interni (è una casa del fantasma, appunto) e si apre a colori più chiari e solari nelle scene d’esterno, seguendo con eleganza e semplicità le curve dell’intreccio, il sentire dei caratteri; dall’altra parte non cade nella tentazione di girare la sequenza totale dell’incidente – che aveva evidentemente taglio cinematografico -, presentando invece un “parziale” di impatto, giocato sul campo-controcampo Becca/Jason e sull’uso oculato del ralenti. Il regista, con questa piece, cambia totalmente registro rispetto a Hedwig e Shortbus ma in realtà riflette sugli stessi argomenti: anche qui dolori interiori trattenuti, che fuoriescono a lampi e si incrociano in vasi comunicanti; anche qui il tormento non si può affermare, ma forse lenire attraverso il contatto con l’altro. Ancora la Diversità, in una lettura quasi astratta (la morte del figlio, come farsi evirare, genera uno scarto). E infine la ricerca di liberazione: dal lutto, naturalmente, ma anche a livello sessuale (il rifiuto di Becca al marito). Cameron Mitchell paga il pegno degli attori famosi (Kidman e Echkart non conquistano, ferma restando la netta superiorità della prima) ma rispetta la matrice teatrale, con personaggi che entrano/escono dalla visuale come dalle quinte, e si propone interprete di un cinema-ibrido personale: dal palco al set, a scandaglio nell’animo affrontando temi rischiosi, senza perdere la bussola e senza timore del significato “altro”, metaforico, che si allunga oltre le pagine del testo.
[1] A questo è dedicato il dialogo più bello in assoluto: lo scambio nella cantina tra Becca e la madre, in cui si riflette sulla circostanze della morte di un figlio. Da qui il paragone: subire il lutto è come portare un mattone in tasca, spiega la madre, negli anni continui a sentire il peso ma ti abitui, riesci a camminare da solo. “It’s fine”, conclude la donna: in quel caso, dopotutto, va bene.
Emanuele Di Nicola
Voto: 6.5
da “spietati.it”

Nel nostro Occidente, appena il secolo scorso, le madri sapevano che il loro bambini potevano morire. Ancor oggi, in territori più lontani, le madri assistono a lente agonie, per fame e sete, per guerre ed embarghi che impediscono la cura delle malattie. Ma, anche nel degrado del nostro mondo, possono morire i piccoli. Di notte, nel rogo di una baracca o a pochi giorni dalla nascita, soffocati dal freddo. Ovunque, la morte può colpire, ma non sempre si è capaci di portarne l’insopportabile peso.
I Corbett vengono lacerati da una morte improvvisa: Danny, quattro anni, rincorreva il cane tra i giardini delle ville residenziali del Queens, e la macchina guidata da un adolescente non si è fermata in tempo. Dopo otto mesi, nulla può dare tregua al dolore di Becca, un dolore sordo e rabbioso che scava una voragine e l’allontana da tutti. Con Howie, frequenta un gruppo d’ascolto, ma il confronto non le reca nessun conforto. Disperata ferisce gli altri, e se stessa. Rifiuta con violenza la condivisione della perdita che le offre la madre, colpita undici anni prima dalla morte del figlio, perché non è paragonabile la morte di un tossico a quella di un bambino. Allontana Howei: non lo sfiora più, e non si lascia più sfiorare da lui.
John Cameron Mitchell abbandona la colorata trasgressione trasgender di Hedwig e la coralità provocatoria di Shortbus, per trasporre con monocromatica eleganza la pièce di David Lindsay-Abaire, vincitore del premio Pulitzer. Esplora, con attenzione, le impercettibili sfumature del dolore, le dinamiche di una coppia che ha perso il proprio bambino, senza mai essere banale e senza ricorrere a facili equazioni. Narra la quotidianità del lutto. I riti e il disperato tentativo di tregua. Racconta il femminile e il maschile e il funzionamento dell’elastico meccanismo della lontananza e della vicinanza dal dolore. Howie, guarda al futuro, ma resta legato agli oggetti che lo ancorano al passato: di notte, al buio, guarda il filmino di Danny e in macchina c’è ancora il seggiolino. La sua disgrazia ha un tempo e un colpevole e nel suo futuro c’è lo spazio per pensare a un altro bambino. Becca è impietrita, chiusa, ma vuole sbarazzarsi degli oggetti, non per lenire qualcosa che sa radicato e profondo, ma per allontanare elementi che non appartengono più alla sua vita, perché ora c’è solo l’assenza. Poi, un’intuizione che da principio può assumere la forma pericolosa dell’ossessione, la spinge ad avvicinarsi al colpevole della morte di suo figlio. Nasce una condivisione e nuovi mondi da esplorare per immaginarie e concrete consolazioni e una materna e filiale vicinanza.
Rabbit Hole, supportato dall’ottima interpretazione di Nicole Kidman, Aaron Eckhart, Dianne Wiest e Miles Teller, scandaglia e illumina la complessità dell’animo umano e l’incomunicabilità del dolore. Lo fa con attenzione e delicatezza, lasciando il tempo alla macchina da presa di registrare le note che vengono dal profondo. John Cameron Mitchell dimostra di saper raccontare sentimenti laceranti, contraddittori e credibili, di saper contenere e dosare l’evidenza e la forza delle immagini e di saper sfiorare, con la punta delle dita, nuove occasioni, per riavvicinarsi, per amare gli altri e sé stessi. Nulla di miracoloso; solo il coraggio e la fatica di un percorso.
Fabrizia Centola, da “nonsolocinema.com”

Accolta molto bene in patria e allo scorso Festival di Roma, la pellicola di Mitchell, apparentemente molto diversa dalle precedenti esperienze del regista, racconta il dramma del lutto con eleganza e intensità, grazie anche ad una perfetta Nicole Kidman
Rabbit Hole
Presentato a Roma nell’ultima edizione del Festival del cinema, arriva, nelle sale italiane, Rabbit Hole, pellicola intensa e dura che vale a Nicole Kidman la nomination all’Oscar come migliore attrice protagonista. La storia è estremamente semplice quanto straziante: Becca e Howie Corbett (Aaron Eckhart) sono una coppia benestante che vive nella zona residenziale del Queens. La loro felicità e la serenità, però, sono sconvolte dalla morte del figlio, il piccolo Danny (Phoenix List) in un incidente. Tutto continua a scorrere ma il tempo, per Becca, ex donna in carriera, si è fermato mentre attorno a se’ amici e famigliari provano ad alleviare quel dolore indicibile e insopportabile. Howie prova a dimenticare, ad andare avanti frequentando una terapia di gruppo, vivendo situazioni assurde e a tratti ridicole. Le strade dei due sembrano sempre di più allontanarsi soprattutto quando Becca si avvicina ad un adolescente che, imprevedibilmente, condividerà con lei molto più del semplice dolore, accompagnandola nel viaggio attraverso la “tana del coniglio”.
La pellicola di John Cameron Mitchell, con una trama estremamente semplice e lineare, riesce a portare sul grande schermo con eleganza e profondità l’elaborazione del lutto, l’incomunicabilità, il senso della mancanza grazie ad un ottimo cast e a una sceneggiatura complessivamente ben fatta. Il suo pregio maggiore sta nel lasciar parlare le immagini e, soprattutto, i due protagonisti, senza cadere nella facile retorica. Proprio la Kidman e Eckhart, grazie alle loro ottime interpretazioni, riescono a trasmettere, senza mai ricorrere a drammi ed eccessi, il dolore dell’indicibile. L’armonia e la sintonia della coppia è davvero notevole, e la presenza di un’intensa Dianne West, nel ruolo della mamma di Becca, aggiunge qualità a tutto il film. Bella e struggente la scena in cui il suo personaggio, che ha vissuto anni prima lo stesso dramma della figlia, confessa che “il dolore non va mai via, però diventa sopportabile”. Una frase tanto scontata quanto vera, e per questo suona come un pugno allo stomaco. A colorare le giornate apparentemente senza senso dei protagonisti, arriva, poi, il mondo dei fumetti, che non possono mancare in un film di Mitchell. I protagonisti vengono trascinati, in parte inconsapevolmente, verso un nuovo mondo, dove, in lontananza, possono intravedere la felicità. Senza scadere nel patetico, con una storia drammatica come tante, ma non per questo meno emozionante, Rabbit Hole si regge su ottimi dialoghi, scene poetiche ed efficaci e sequenze toccanti. Mitchell non cerca risposte, ne’ vuole dare lezioni. Lascia, però, qualcosa che assomiglia ad una speranza. Anche quando “non c’è più niente di piacevole”… esiste un posto lontano dove “si può ancora stare bene”.
Sonia Arpaia, da “doppioschermo.it”

Rappresentare sul grande schermo il dolore più profondo che si possa immaginare, la perdita di un figlio, non è certo impresa facile. Fra i cineasti che di recente ci hanno provato, con struggimento ed originalità, ricordiamo Nanni Moretti con il film La stanza del figlio, vincitore – fra gli altri premi – della Palma d’Oro al Festival di Cannes 2001. Si cimenta nell’impresa anche il regista ed attore John Cameron Mitchell (autore del controverso Shortbus) con il complesso ed intenso Rabbit Hole, adattamento cinematografico dell’omonima pièce teatrale di David Lindsay-Abaire, vincitore, con quest’opera, del Premio Pulitzer per il Teatro.
Si respira da subito un’atmosfera rarefatta, oscura, all’interno della quale, a poco a poco, prendono forma le vite, i sentimenti e le storie dei protagonisti, i coniugi Corbett: Becca – una magistrale Nicole Kidman – ed Howie – un solido Aaron Eckart – sono una coppia newyorkese apparentemente come tante altre, che nasconde in realtà il più gravoso dei lutti, la morte del figlio di quattro anni avvenuta in un incidente stradale mentre correva dietro al suo cagnolino.
Per gran parte del film non succede granché: il tempo si dilata e la cinepresa segue una Becca taciturna e distaccata dal mondo circostante, che tenta di riprendere a vivere tenendo a bada con fatica l’onda emotiva che la minaccia ad ogni ricordo, negli angoli un tempo gioiosi della casa, nell’incontro di altre mamme con bambini. Per sostenersi nella ripresa, Becca gioca tutte le sue carte: prova a riavvicinarsi alla famiglia d’origine (una madre petulante e logorroica, la grande Dianne Wiest, e una sorella un po’ spostata che rimane in cinta per sbaglio) poco incline al vero affetto e al supporto nelle avversità, ed accetta di partecipare ad un gruppo di auto-aiuto per l’insistenza del marito, salvo scappare quasi subito non trovandovi la necessaria sintonia.
Dal canto suo Howie cerca disperatamente di ritrovare forme concrete di normalizzazione, pensando ad un altro figlio e, per un attimo, immaginando di farsi consolare da un’altra donna. Nel suo vagare, Becca troverà consolazione soprattutto nell’incontro e nell’amicizia con Jason, il ragazzino amante dei fumetti (Rabbit Hole è infatti la graphic novel inventata da Jason sul tema degli universi paralleli, che affascina e cattura la fantasia di Betta) che, dopo aver investito accidentalmente il figlio dei Corbett, rimane sconvolto dal senso di colpa paralizzante per un evento tanto più grande di lui.
Il film procede in modo non-convenzionale, non cerca le lacrime, ma evidenza un universo alterato, un vuoto senza fine da riempire, quotidianamente, di gesti semplici e ripetitivi, che fanno andare avanti, ma che nonostante tutto non riescono a curare il male radicale dell’assenza. Vengono inoltre messi in luce certi piccoli dettagli delle esistenze reali (gli amici che spariscono dopo un lutto, le incomprensioni e le divergenze di coppia sul modo di affrontare le crisi, l’incapacità di reinserirsi nell’ambiente lavorativo) che scavano solchi di autenticità nelle profondità del mondo reale. Peccato che la Kidman, una delle attrici più belle e affascinanti del panorama cinematografico internazionale, abbia sentito il bisogno di ritoccarsi il viso e le labbra (chi non cede allo star-system che vuole le donne per sempre giovani?): la sofferenza di questa Alice in carne ed ossa, che cade in un luogo vorticoso ed oscuro dal quale solo con estrema fatica ritroverà la strada del ritorno, non sarebbe stata meno espressiva con qualche piccola ruga in più.
Elisabetta Colla, da “taxidrivers.it”

Il mattone in tasca
Becca e Howie Corbett sono una coppia felicemente sposata che dovrà fare i conti con l’improvvisa e drammatica scomparsa del piccolo Danny, travolto incidentalmente da una macchina a pochi passi dal giardino di casa. Nulla sarà più come prima, dal rapporto coniugale alle relazioni con i parenti, con gli amici, con i colleghi di lavoro… [sinossi]
Presentato in concorso al Festival del Film di Roma 2010, il nuovo lungometraggio di John Cameron Mitchell, già ampiamente apprezzato per l’opera d’esordio Hedwig – La diva con qualcosa in più (2001) e per il successivo e libertino Shortbus – Dove tutto è permesso (2006), conferma il talento visivo e narrativo del cineasta texano, abile nel mettere in scena un testo teatrale ricco di insidie. Aiutato da un cast di rilievo, il regista americano abbandona le tematiche e le provocazioni delle precedenti pellicole per confrontarsi con la pièce di David Lindsay-Abaire, vincitore nel 2006 dell’ambito Premio Pulitzer e autore anche della sceneggiatura.
Mitchell, che aveva realizzato gli script dei suoi primi due lavori, dirige un film decisamente diverso rispetto ai precedenti, più misurato, consueto: gli eccessi, le invenzioni registiche e le provocazioni di Shortbus sono ben lontani e lasciano il posto a un dramma da camera, ai volti rassicuranti e borghesi di Nicole Kidman (Becca Corbett), Aaron Eckhart (Howie Corbett), Dianne Wiest (Nat) e Miles Teller (Jason). Non più locali equivoci, feste travolgenti e tempeste ormonali, ma villette con giardini curati, strade alberate e la famiglia, gli affetti genitori-figli, come centro gravitazionale. I prossimi progetti potranno dirci se Rabbit Hole rappresenti una svolta, una sorta di normalizzazione, o un’eccezione (o, ancor meglio, una sfida): al momento, la terza pellicola del regista/sceneggiatore/attore di El Paso ci consegna un cineasta capace di affrontare e rappresentare racconti, personaggi e stati d’animo assai distanti tra loro. La ricchezza visiva di Shortbus e la misurata messa in scena di Rabbit Hole non stridono, ma aprono nuovi orizzonti per la futura filmografia di John Cameron Mitchell.
Nell’affrontare un tema più volte portato sul grande schermo, e sempre assai rischioso, Mitchell e Lindsay-Abaire cercano di non sprofondare nelle sabbie mobili della cupa elaborazione del lutto, del dramma a tutti i costi, della totale assenza di raggi di sole, di sorrisi, di vitalità. Rabbit Hole racconta con apprezzabile realismo il lento ritorno alla vita dei coniugi Becca e Howie Corbett, belli ricchi e innamorati, ma travolti dalla perdita del loro unico figlio. I cani inseguono gli scoiattoli, i bambini inseguono i cani: la tragedia della famiglia Corbett si intreccia con la vita di tutti i giorni, con la vita di altri personaggi. La perdita Rabbit Hole (2010)improvvisa di un figlio ha conseguenze interne ed esterne, prevedibili e imprevedibili, e l’elaborazione del lutto è un percorso personale, non sempre pienamente percorribile: Rabbit Hole riesce nella non facile impresa di raccontare i diversi punti di vista, le differenti reazioni, i rapporti con i parenti più prossimi, con gli amici, con il resto del mondo. Il film di John Cameron Mitchell, pur non particolarmente originale, ha il merito di accostarsi alla morte e alla vita senza troppi clamori, senza facili spettacolarizzazioni dei sentimenti: giova, senza dubbio, la presenza di un buon numero di personaggi secondari, scritti con cura, dalla madre alla sorella, dal giovane Jason, involontario e traumatizzato protagonista della morte del piccolo Danny, a Gaby (Sandra Oh). E un validissimo apporto è fornito dagli attori, dalla sempre brava Nicole Kidman – nonostante il tuttora inspiegabile ricorso alla chirurgia plastica che ne ha limitato l’espressività – al solido e sottovalutato Aaron Eckhart, a Dianne Wiest, che ha gioco facile nel ruolo della nonna dimessa e comprensiva. Tra le tante sequenze, almeno una citazione per l’intenso e commovente confronto finale madre/figlia, con la validissima metafora del mattone, e per il finale, aperto, sincero, dolorosamente realistico. Bisogna pur vivere, direbbe qualcuno.
Rabbit Hole riesce a rappresentare e a raccontare i tentativi di fuga e i bruschi ritorni alla realtà: i video sul cellulare, i gruppi di sostegno, lo squash, la routine, le menzogne e le cose non dette, le canne e il parco la mattina, il sesso, la casa, la cura del giardino, i giocattoli, i disegni e tutto quel che segue. Mitchell materializza sullo schermo il peso del dolore, quel peso che poi (un giorno, forse…) diventerà un mattone da portare in tasca. Non era facile, non è poco.
Enrico Azzano, da “cineclandestino.it”

Dopo l’ottimo Revolutionary Road, un altro intenso dramma familiare (di tenore del tutto diverso e che tratta altri argomenti) di forte impianto teatrale, dove la tana del coniglio è un fumetto stile underground che parla di mondi paralleli disegnati in forma amatoriale da Jason (Miles Teller), un ragazzo che agisce da catalizzatore e oscuro motore della tragica vicenda di una coppia di coniugi, Becca e Howie Corbett, che hanno perso il loro figlio di quattro anni per un incidente d’auto.
I due hanno un modo diametralmente diverso di concepire il dolore: lei si dedica alacremente ai lavori di casa e del giardino per non pensare, senza riuscirvi; lui invece perpetua il ricordo del figlio guardando i filmini e cercando di parlarne nei gruppi di ritrovo con coloro che hanno avuto la stessa terribile sorte. Ma la situazione un giorno diventa insostenibile: la sorella di Becca, Izzy (Tammy Blanchard), rimane incinta, portando sconquasso nella mente della madre disperata che si prefigge di incontrare colui che ha provocato, pur senza apparenti colpe, la morte del figlio. Howie intanto si avvicina a Gaby (Sandra Oh di Grey’s Anatomy), fumano erba e incominciano una tenera amicizia che potrebbe sfociare in altro.
Prodotto dalla stessa Kidman, interprete eccezionale quanto Aaron Eckhart, questa rappresentazione del dolore è tratta da una pièce teatrale di David Lindsay-Abaire e diretta da John Cameron Mitchell (Hedwig – La diva con qualcosa in più, esperto regista teatrale), e vi possiamo garantire che è davvero un lavoro riuscito, che entra a pelle all’interno del nostro animo, scavando un tunnel come il roditore del titolo senza mai perdere un attimo la bussola della giustezza, senza mai eccedere in esagerazioni limitandosi a descrivere con una drammaturgia precisa e lineare i modi diversi in cui viene sedimentata e assorbita (se possibile) la tragedia.
I momenti più dolorosi si hanno durante l’inutile ricerca dell’eliminazione del ricordo diretto del piccolo defunto nella vita di tutti i giorni (vestiti e giocattoli ceduti in beneficenza o messi in cantina, voglia di vendere la casa che parla ancora troppo di lui); allorché l’incontro anomalo prende vita parlando di universi paralleli (dove Becca vorrebbe ben essere per avere nuovo destino) le parole sono lame in gola che provocano grande dolore quando faticosamente escono. L’incontro con una mamma che nega le merendine al figlio piangente e capriccioso provoca in Becca, che darebbe la vita per poter viziare colui che non c’è più, un tumulto: è l’unico momento in cui la donna trascende con le mani e il corpo, per il resto rimane solo una lucida determinazione da disperazione che la Kidman rappresenta alla grande. Non esiste dolore più grande di quello che ti toglie il respiro e la voglia di vivere, il messaggio laico del film che inveisce contro Dio che ha permesso tutto ciò è chiaro e limpido: se esiste per la protagonista, è un’entità celeste cattiva e beffarda quanto il diavolo, che almeno è più onesto nel mostrarsi.
Il senso del film è questo: bisogna che persone che hanno subito cose talmente devastanti (c’è anche il paragone impietoso con la morte del fratello trentenne per overdose) trovino un senso in quello che possono fare ora e in futuro, dandosi la possibilità di riprendere un cammino interrotto. L’unico vero difetto (che poi è dovuto alla componente teatrale) è dato dalla vicenda che in fondo è parecchio immobile e si vivifica soprattutto grazie all’abilità dei due protagonisti. Ma per lo spettatore è un colpo di maglio diretto allo stomaco che vi consigliamo di non perdere; asciutto e robusto nella costruzione, vi emozionerete e commuoverete anche se non siete dei cuori di burro.
Pietro SIgnorelli, da “cine-zone.it”

Tratto dall’omonima pièce teatrale del premio Pulitzer Davis Lindsay-Abaire, Rabbit Hole segna contemporaneamente il ritorno dietro la macchina da presa del talentuoso regista statunitense John Cameron Mitchell, al terzo film dopo i precedenti Hedwig e Shortbus, e l’esordio da produttrice della sua protagonista Nicole Kidman, qui alle prese nuovamente, dopo il lontano Eyes wide shut, con l’interpretazione di una donna caduta in uno stato di profonda e irreversibile crisi di coppia. Se allora le cause di questa crisi erano da ricercarsi però nei meandri della psiche umana, nelle sue pieghe contorte e in quelle dinamiche irrazionali che a volte sconvolgono gli equilibri di un individuo, oggi nell’adattamento di Mitchell essa è solo (si fa per dire) il risultato di una tragedia immane: la morte disgraziata del piccolo figlio dei protagonisti Becca e Howie (interpretati dalla Kidman e da un bravo Aaron Eckhart). Il film parte con il racconto di una crisi già in corso, quando il tarlo cioè è già al lavoro dentro i corpi dei nostri protagonisti. Capiamo solo andando avanti con il racconto come l’incidente sia avvenuto, chi lo abbia provocato, come i due coniugi stiano tentando invano di uscire fuori da una situazione depressiva dilaniante. Conosceremo solo con l’incedere narrativo, efficace e ben calibrato, la reale profondità di lacerazioni sorte negli animi dei due protagonisti, l’entità di un malessere che annienta ogni più piccola risorsa umana. La messa in scena di Mitchell è discreta al punto giusto. Il suo approccio autoriale lo è ancora di più. Il rispetto delle origini teatrali dello script permette infatti che la degenerazione psicofisica dei due uomini venga resa alla stregua di una agonia invisibile in cui i comportamenti anomali, ipocriti e falsi dell’apparenza sono, di tanto in tanto, squarciati dall’incombenza della realtà più drammatica. La bravura di un autore intelligente come Mitchell è quella di lasciar parlare la propria creatura senza sovraccaricare di segni una comunicazione già di per se satura. Per questo egli compie quel passo indietro decisivo che lo allontana dalla spregiudicatezza dei suoi film precedenti per permettergli di privilegiare la solidità di un racconto maturo, chiuso, sufficientemente autonomo. Il suo è un lavoro di sottrazione teso a spogliare delicatamente il concetto di dramma, è un lavoro di contenimento sui personaggi, sulla modalità di comportamento che essi mettono in mostra nella vita di tutti i giorni e dietro la quale esiste il centro nevralgico del dolore. E il risultato che ne esce è certo meno pirotecnico del cinema passato ma senza dubbio più completo e definito. Il film appare come un gioiello prezioso, coerente e lineare in ogni suo lato, compiuto in ogni elemento e soprattutto, mai banale o eccessivo. Due dei rischi più grandi per la trasposizione di un racconto di stampo teatrale e, per di più, con un tipo di argomento del genere. Invece Rabbit Hole mantiene non solo l’eleganza dei mancati eccessi, dell’introspezione condotta sempre ad una certa distanza dai soggetti, della esaltazione di una normalità che distrugge più della eccedenza emotiva ma riesce oltretutto a farlo coltivando come filo conduttore dell’intero arco narrativo la stretta simbiosi tra una veridicità encomiabile (dei gesti, dei sentimenti, delle parole) e la salvaguardia delle più piccole intimità dell’animo umano (lontane quindi dalla teatralità spudorata, se vogliamo, del testo originario). Mitchell compie quindi un viaggio in punta di piedi, con una educazione che non gli impedisce tuttavia di dissacrare di tanto in tanto l’oggetto del suo discorso (anche questi momenti rientrano nella splendida restituzione della sfera emotiva umana) e con una pudicizia che gli permette di confezionare una delle opere più eleganti e commoventi degli ultimi anni.
Lorenzo Vincenti, da “close-up.it”

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