Poetry

E’ da lodare l’iniziativa di Tucker Film che, contro ogni logica commerciale, dopo lo splendido Departures, ha deciso di portare nelle sale italiane Poetry, ultimo, acclamato film del maestro coreano Lee Chang-Dong, autore di capolavori come Oasis e Secret sunshine. Un’Opera che racchiude in sé profondi significati, in una storia commovente e intensa che ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes 2010.
Mi-Ja (Jeong-hie Yun) è un’anziana signora che vive con il nipote adolescente. Ha un lavoro come badante e trascorre tranquillamente la sua esistenza. Alla ricerca di una nuovi orizzonti, sceglie di iscriversi ad un corso di poesia. Ma qualche giorno dopo la sua vita viene sconvolta. Scopre infatti che suo nipote ha partecipato ad uno stupro di gruppo che ha portato al suicidio la povera vittima, e si trova a collaborare quasi obbligatoriamente con i genitori degli altri colpevoli per cercare di insabbiare la vicenda. Inoltre i risultati di un test medico effettuato a causa di piccole perdite di memoria dicono che soffre del morbo di Alzhaimer, seppur a uno stato iniziale. Da qui la donna cercherà nella poesia la forza per andare avanti.
“Ora che cala la notte…
Un canto radioso di fronte alle difficoltà della vita. Poetry riesce ad esprimere e raccontare emozioni nel più semplice dei modi: seguendo le inesorabili fila che il destino tesse per ognuno di noi. La delicatezza delle immagini, momenti indissolubili che scandiscono la semplice e fresca intensità dell’esistenza ed esplodono solari nella loro semplice e toccante fugacità, sono come gocce di pioggia perse nel mare della mediocrità umana, in cui la protagonista si ritrova suo malgrado immersa, anima innocente che dovrà venire a patti con la propria coscienza. Lee Chang-Dong non si affida alla retorica, e nemmeno al facile e spesso furbo uso di accompagnamenti sonori toccanti ed evocativi, qui praticamente assenti: esprime la bellezza che si può trovare in ogni giorno attraverso i canti squillanti degli uccelli, o meglio ancora tramite l’uso della parola. Parola non fine a se stessa, ma che proviene dal più profondo dell’anima, la Poesia. Inclinazione artistica, o velleitario vezzo da novello enfant-prodige, non è questo a interessare Mi-Ja. E’ l’incanalare il proprio sentimento, la ricerca continua di quei versi che non trovano sbocco dalla sua mente, finché non comprende appieno il cuore di quanto vissuto nei giorni precedenti, ricchi di notizie nefaste che non le impediscono di guardare nonostante tutto al futuro con speranza. Quando infine il suo componimento, maestoso nel suo dolore, quasi una richiesta di perdono per un fatto non commesso, timido e potente nei suoi malinconici istanti di dolore avrà luogo, tutto sarà più chiaro e limpido, come l’acqua che scorre dall’alba dei tempi.
…si può ancora accendere una candela?”
Poetry racchiude in sé l’idea più intima e personale di quello che il Cinema dovrebbe mostrare. Privo di inutili orpelli, intriso di un’espressione neorealista che ne fa esplodere veemente, ma in maniera del tutto naturale, l’umanità racchiusa nelle persone. E se Mi-Ja si può considerare a tutti gli effetti l’alpha e l’omega cui tutto ruota attorno, o forse a cui le gira appresso, la scelta di mostrare i ricordi ed i pensieri dei suoi freschi compagni del corso poetico è l’ennesima prova di come questo sia un racconto doloroso e “comune”, in grado di capitare a chiunque. Non si cerca l’emozione facile, e difficilmente anche chi ha una forte sensibilità sgorgherà qualche lacrima. Qui si arriva al cuore senza l'(ab)uso di facili mezzucci, si punta sull’importanza della via narrativa senza spettacolarizzarla, si evitano scelte crude e magnifiche scene madri, ci si concentra sull’ineluttabilità dei fatti, che avvengono perché così devono andare. Musa splendida di quest’Odissea minimalista è una bravissima Jeong-hie Yun, capace di dare volto ed anima in egual misura alla figura di Mi-Ja, catturandone, o meglio fornendogli, quell’ispirazione che la rende quasi assente, inevitabilmente schiava i delle onde del destino: dalla voce che canta, liberatorio ed esile momento di libertà, al microfono di un karaoke, al donare il suo corpo per esaudire l’ultimo desiderio di un uomo morente, il suo volto è sempre lì, sognante e timoroso, a ricordarci che la vita va sempre e comunque vissuta, qualsiasi sia l’esito del domani.
Poetry è l’essenza di quel Cinema che racconta il vivere, senza fronzoli e abbellimenti di sorta. Il dolore e la gioia convivono in questo racconto solare pur nella sua tragicità, attraversato senza timore da una donna, alle soglie della vecchiaia, che si ritrova nella poesia quando intorno a lei si manifestano i colpi bassi del destino. Diretto magnificamente, con una cura e attenzione ai dettagli, figli dell’intensità più intima e scevri da spettacolarizzazioni di sorta, e interpretato in egual misura da un’attrice che è un tutt’uno col personaggio, è un’Opera che cattura e ammalia nella sua vibrazione neorealista. Un’ispirazione che proviene dalla vita stessa.
VOTOGLOBALE8.5
Maurizio Encari, da “everyeye.it”

Qualcuno forse si ricorderà che, qualche anno fa, avevo parlato di un film chiamato Oasis. Si trattava di uno dei melodrammi più particolari e fantasiosi che abbia ma visto, un trionfo di sentimenti e poesia che funzionava miracolsamente bene.
Sembra quindi indicato che sia Poetry (‘Poesia’) il nuovo film del regista Lee Chang-dong, che però si presenta decisamente diverso da quel capolavoro. Non è una critica – anche se devo dire che questo film non ha suscitato in me le stesse emozioni – ma un’ovvia constatazione, visto che la tematica è differente.
Tutto ha inizio con un cadavere sul fiume. Siamo di fornte a thriller e un mistero? Decisamente no. Il film prosegue in maniera lenta e non capisci dove voglia andare a parare. Lo scopriamo dopo mezz’ora e la spiegazione è raggelante nella sua totale ‘normalita’.
Da qui, inizia un percorso molto particolare, che ci porta a conoscere una donna straordinaria, che con enorme dignità affronta situazioni in grado di distruggere chiunque. Cosi, assistiamo a una sorta di via crucis tra disperazione e problemi personali. Come se fosse un Lars Von Trier senza sadismo e con molta più malinconia. O magari un’incomunicabilità antonioniana che non scade mai nel ridicolo, neanche di fronte a una scena che rischia di risultare orrenda (e che invece non risulta una provocazione gratuita).
Il poster di Poetry
Ma forse il pregio migliore della pellicola è da ricercare nelle piccole cose. Personaggi che appaiono in scena per due minuti e che in questo breve tempo ci svonvolgono con la loro profondità per quello che dicono e soprattutto per quello che possiamo solo immaginare. In generale, ci imbattiamo in vite vissute che arrivano all’improvviso, in maniera realistica ma mai banale.
Non c’à dubbio che la pellicola metta a disagio per la sua ricerca costante tra poesia e crudeltà. Cosi come si rimane colpiti per l’assoluta tranquillità dei genitori e delle loro azioni. E anche in uno stile semplice e senza grandi picchi, l’attenzione ai dettagli (come i fiori che simbolizzano il sangue) è ammirevole.
Forse, l’unico vero pericolo è rischiare di finire nello stereotipo del film asiatico lento e meditativo, forse anche troppo lungo per il suo bene. E di sicuro non si tratta di una pellicola per tutti e che è difficile consigliare dopo una dura giornata di lavoro. Inoltre, non è ben chiaro a cosa serva per un film del genere il doppiaggio. Per carità, si tratta di un lavoro svolto bene, ma per titoli come questo non si potrebbe ricorrere ai sottotitoli, fornendo una versione più efficace e risparmiando anche qualcosina? O il pubblico d’essai alla fine non è poi così diverso da quello dei multiplex?
Detto tutto questo, impossibile non rimanere ammirati da un finale così memorabile, direi quasi perfetto. E impossibile non consigliare la visione di questo film…
da “badtaste.it”

Mija (Jeong-hee Yoon), una donna anziana, amabile ed elegante, vive con il giovane nipote in una città di provincia che un giorno viene scossa dal ritrovamento del corpo di una ragazza, compagna di scuola del nipote. Intanto Mija decide di iscriversi ad un corso di poesia, mentre scopre che proprio il nipote potrebbe essere coinvolto nell’omicidio della ragazzina…
Lee Changdong è uno dei registi coreani più bravi degli ultimi anni, amatissimo dagli appassionati di cinema orientale e sempre premiato a festival e rassegne. Con Poetry si conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, un vero maestro: per quel che riguarda lo stile e la regia, la sceneggiatura, la delicatezza.
Con questo suo ultimo film Lee riesce ad unire in modo perfetto tutte le strade che la bellissima storia riesce ad aprire. Da una parte c’è l’omicidio della ragazzina in cui sono coinvolti, oltre al nipote della protagonista, ben altri cinque studenti: i genitori si riuniscono per trovare una soluzione, che potrebbe essere un risarcimento in denaro verso la madre della ragazza affinché questa storia non si sappia in giro e non danneggi le loro reputazioni (!).
Dall’altra parte c’è la questione più psicologica relativa al bel personaggio di Mija, alle prese con un nipote che non brilla certo per impegno a scuola e non la rispetta più di tanto, alle prese con il proprio lavoro di badante, e alle prese con la nuova passione per il componimento poetico. Grazie a questo la donna inizia a guardare con attenzione anche le cose più banali del nostro mondo.
Ma dall’altra un film con un titolo del genere non può che indagare sulla poesia stessa, e soprattutto sul momento dell’ispirazione. Spesso Mija chiede al suo insegnante come si possa scrivere bene una poesia, e come si possa raggiungere l’ispirazione. La risposta spesso è quella che bisogna andare a cercarsi l’ispirazione, ed è per questo che Mija contempla per minuti gli oggetti (una mela, un fiore…), prende appunti, ma non riesce bene a capire come possa arrivare questa benedetta ispirazione.
Anche se in modo implicito e lirico, credo che Lee Changdong in qualche modo non lasci in sospeso la questione, neanche nel finale. Perché Poetry vuole provare a ragionare sull’ispirazione poetica come momento assolutamente inaspettato, come un qualcosa che accade ed è puro proprio perché non lo si cercava: proprio come un soffio di vento inaspettato che ti porta via il cappello.
Ad interpretare Mija c’è Yun Jung-hee, star del cinema coreano, attrice in più di 300 film, pluripremiata in patria e da 16 anni ferma senza fare un film: il personaggio le permette di tornare alla grande con un ruolo bellissimo e difficile, che la donna risolve in maniera perfetta. Anche in questa scelta Lee Changdong si rivela un maestro, capace di portarsi a casa un ottimo risultato da ogni parte si guardi il risultato finale.
da “cineblog.it”

Yang Mija (Yoon Jeong-hee) è una donna di sessantasei anni che scopre durante un semplice controllo medico di avere le prime avvisaglie di Alzheimer, la sua vita fino a quel momento vissuta nella routine di un lavoro da badante e la cura del nipote affidatogli dalla figlia, verrà sconvolta da un ulteriore tragico evento che vedrà proprio il nipote coinvolto nel suicidio di una giovane studentessa.
Yang Mija frequenta un corso di poesia in cui cerca di trovare una sorta di rifugio o sfogo a quello che le sta accadendo intorno e che sente di non poter controllare, ma la difficoltà nel comporre una poesia la getta sempre più nello sconforto amplificato da un senso di colpa vissuto al posto del nipote, il quale sembra afflitto da una sorta di apatia verso la tragedia di cui è stato concausa scatenante.
In una sorta di ricerca dell’ispirazione perduta Yang Mija affronterà un viaggio interiore alla scoperta di un’ultima poesia capace di raccontare le sue emozioni e il grande dolore che la sta tormentando e anche se questa sua ricerca avrà un prezzo, la consapevolezza raggiunta le permetterà di aprire il cuore e comporre la poesia tanto desiderata.
Il regista coreano Lee Chang-dong dopo aver messo in scena il binomio follia e fede nel suo Secret Sunshine a tre anni di distanza torna con Poetry dietro la macchina da presa per raccontare in un film minimalista, elegante e di raro spessore emotivo la poesia nella sua forma più tangibile, dandone un immagine ben radicata nella realtà che serve anche da contrappunto per uno sguardo spietato e crudo non tanto sulla società coreana in particolare, quanto sulla società in generale e sull’apatia che affligge le nuove generazioni.
Intensa e quasi ipnotizzante la performance di Yoon Jeong-hee catturata nella sua essenza da una macchina da presa discreta, mai zelante e capace di cogliere sguardi e dinamiche senza eccessi, un lavoro di fine scrittura completa un film che scivola via senza cenni di compiacimento e dona al termine autorale una veste che finalmente parla schietto, senza cadere mai nel melodrammatico e soprattutto non si inerpica in criptiche elucubrazioni, ma racconta con grande garbo una storia dal sapore universale.
Note di produzione: il regista Lee Chang-dong per il soggetto si è ispirato ad un vero caso di cronaca ed ha scritto il ruolo della protagonista appositamente per Yoon Jeong-hee. Il film ha vinto come miglior sceneggiatura (Prix du scénario) al Festival di Cannes 201o.
da “ilcinemaniaco.com”

Quando il cadavere di una ragazza affiora dalle acque di un fiume, qualcosa nella quotidianità di Mija – badante part-time affetta da alzheimer – si incrina man mano che scoprirà di più sulle ragioni che hanno portato al suicidio della giovane.
La morte scorre sul fiume, placido ma incessante, e la tranquilla vita di provincia, fatta di routine e coazioni a ripetere, viene turbata dal macabro inaspettato, cercando disperatamente di riassorbirlo nella propria bambagia protettiva. Chi era già al di fuori – come la sensibile Mija, nonnina smemorata che tende a soffermarsi su particolari per i più insignificanti, come la quiete degli alberi o il colore dei fiori – paradossalmente possiede gli strumenti, o gli anticorpi, necessari per misurare l’orrore come merita. Dopo i travagli religiosi di un’altra protagonista femminile, squassata dal lutto, in Secret Sunshine, Lee Chang-dong si sofferma ancora sulla provincia coreana per indagare sui semi del male – provincia e male, cadaveri sul fiume, quasi fossimo di nuovo a Twin Peaks – piantati da una società indolente nel suo vuoto di ambizioni e asservita al denaro come unico scopo della propria esistenza. In Secret Sunshine la crisi personale di una donna viene affrontata attraverso il suo rapporto conflittuale con la religione cristiana, in Poetry il travaglio è passaggio imprescindibile per approfondire l’esperienza sensibile (e quindi artistica). La poesia, anche ridotta alla sua forma più elementare, è per Mija il motore della riscoperta del sentimento nei luoghi e nelle sue manifestazioni più inattese. La macchina da presa, mossa da Lee con il giusto garbo e il minimalismo di chi sceglie di osservare anziché di trascinare via con sé, si adegua al ritmo di Mija e al suo percorso lento, sofferto e soggetto agli sbalzi di una memoria ingannatrice; una via tortuosa e collaterale alla (sua) verità, che arriva dove si ferma quella dritta e immediata.
Dopo aver sconvolto la consecutio dell’intreccio per indagare nel rimosso di un popolo in Peppermint Candy, Lee Chang-dong scardina una volta ancora le regole non scritte della narrazione, alterando il ritmo di un cinema che – in Corea come in Occidente – procede spedito, a marce (spesso inutilmente) forzate. Poetry sembra quasi un controcanto di Mother, un altro dei più importanti film coreani degli ultimi anni, anch’esso incentrato su una donna anziana in difficoltà. Pattern solo apparentemente analogo, dalle conclusioni opposte: dove Bong Joon-ho insegue archetipi che rimandano al classicismo della tragedia greca, Lee resta vicino all’uomo e al particulare, prediligendo la via della semplicità.
Sorretto dall’interpretazione strabiliante di Yu Junghee, tornata a recitare appositamente per lui, Lee Chang-dong aggiunge un altro poderoso capitolo alla sua inquietante indagine nelle pieghe meno gradevoli dell’animo umano.
Emanuele Sacchi, da “mymovies.it”

“Poetry” è uno dei film asiatici più attesi della stagione e sarà presente anche al famoso Far East Festival di Udine dedicato appunto al cinema del mondo orientale.
La storia è costruita tutta intorno alla protagonista Mija, coinvolta in una triste vicenda anche se non lo dimostra fin dal primo momento. Diretto da Lee Chang- Dung, questo film è accompagnato dal delicato e poetico suono della natura, che ispira la protagonista estremamente coinvolta da tutto ciò che la circonda. Quest’ultima è interpretata da una delle più celebri attrici coreane, Yun Junghee, che segue un corso di poesia molto seriamente, sfruttando la vita e i vari eventi tragici e tristi che accadono intorno a lei, per riuscire nel suo scopo e comporre una sua opera entro la fine del mese.
I suoni della natura con una colonna sonora assente, creano un silenzio costante durante tutto il film, per certi versi emozionante, ma per altri forse eccessivo. Lee Chang – dong vuole accendere un riflettore sulla mancanza di comunicazione tra le generazioni, evidenziando in particolare le difficoltà che trova Mija a relazionarsi con il nipote adolescente, che commette non solo un grave crimine, ma sembra del tutto inconsapevole di ciò che ha causato e vive le sue giornate con superficialità e noia, mostrandosi spesso scortese.
Mija non riesce a comprenderlo ma si occupa tuttavia con amore della sua crescita, dandogli da mangiare e osservando i suoi comportamenti, ma le risulta difficile vedere il suo mondo interiore ed entrare nella sua testa. La poesia sembra l’unica evasione dell’anziana, che sta dimenticando le parole anche più banali a causa del morbo di Alzheimer, ma non dimentica di fissare i fiori, di ascoltare il rumore del vento, di assaporare una mela, trovando nelle gioie semplici della vita una ragione per andare avanti.
“Poetry” si può considerare un fatto di cronaca reale, e lo stesso regista ammette di essersi ispirato ad una vicenda avvenuta proprio in Corea, uno stato dove però queste cose non avvengono tanto spesso.
Le parti migliori del film sono l’inizio e la fine. L’epilogo mette in scena la vera disperazione dell’indiretta protagonista del lungometraggio, la piccola che è stata tormentata fino alla più tragica delle decisioni. Il suo sguardo in macchina è intenso e commovente e chiunque diventa in qualche modo testimone del suo folle gesto e dei suoi sentimenti. Non c’è bisogno di parole, ma la poesia da lei recitata ci fa scoprire il significato totale della sua storia, e il cerchio si chiude.
I film asiatici hanno sempre quel velo di spiritualità e poeticità accentuata, attenzione nei particolari e ogni scena sembra spesso un quadro con colori precisi e le espressioni degli interpreti trasmettono una completezza fatta di gioia o di dolore. Ciò che rende “Poetry” un bel film riuscito è proprio l’ottima interpretazione di Yun Junghee e la regia unita alla fotografia in un connubio di magia e realismo.
da “cinezapping.com”

La storia – Mija, anziana signora che fa la badante part-time, si iscrive a un corso di poesia. La sua ricerca dell’ispirazione, della bellezza nelle cose, si scontra con la scoperta che quel nipote viziato e noncurante, che ha allevato da sola, è responsabile insieme a dei coetanei dello stupro di una ragazzina. E che è affetta da una malattia che non lascia scampo.
La poesia non è solo il fil rouge che lega un racconto altrimenti dilatato, quasi slabbrato. La regia di Lee Chang-dong procede come l’elaborazione dei versi di Mija: in profonda empatia con la sua protagonista, crea un racconto lento in cui prevalgono le inquadrature statiche, che indugiano spesso nella contemplazione di una natura quieta e luminosa. Ed è nel contrasto tra la bellezza del paesaggio, la delicata caratterizzazione della protagonista, e la bruttura che si nasconde nella quiete della provincia, in cui dei ragazzi compiono un abuso feroce su una coetanea e i propri genitori – tutti padri, tutti uomini, tranne Mija – trattano la faccenda come fosse un affare da concludere, che risiede la forza del film.
Mai scontato, aperto nelle soluzioni narrative, delicato e allo stesso tempo così moralmente rigoroso da farne desiderare la programmazione televisiva al posto dei troppi sproloqui sensazionalistici sui casi di cronaca, Poetry è un racconto sulla capacità di resistere all’oblio e all’indifferenza, per farsi carico del dolore e accettarne il peso. Magari, attraverso una poesia.
…in un tweet: Un film lieve e grave al tempo stesso, che resiste anche nel raccontare alla velocità con cui ci si dimentica del dolore e della bellezza.
Chiara Grizzaffi, da “duellanti.com”

di Mirko Salvini
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“E’ un film sulla bellezza dell’invisibile”; così ha detto Lee Chang-dong, l’eccellente regista sud coreano, presentando il suo ultimo film, “Poetry” (vincitore del premio come miglior sceneggiatura allo scorso festival di Cannes), alla platea del Korea Film Fest fiorentino (l’ottima manifestazione giunta alla nona edizione che ha il grande merito di portare dalle nostre parti titoli coreani che difficilmente avremmo avuto la possibilità di vedere). Raccontare l’invisibile è probabilmente la massima sfida per un regista di cinema, l’arte visiva per eccellenza.

Nel film non si parla soltanto di bellezza ma anche della forma d’arte dalla quale maggiormente la bellezza è celebrata, la poesia (“Shi” come recita in originale il titolo del film). Ad un corso di poesia infatti si iscrive Mija, la protagonista della storia, una donna sessantenne, molto garbata e gentile, che vorrebbe imparare a comporre versi per dare una forma alle immagini che popolano la sua mente (scherzando al telefono, in una scena del film, si definisce una poetessa ideale poiché ama le piante e dice cose eccentriche). Mija fa la badante e si prende cura di Wook, il nipotino adolescente che la figlia le ha affidato prima di trasferirsi in un’altra città.
La donna ben presto, dopo alcuni accertamenti medici, scopre di essere malata di Alzheimer (al primissimo stadio), ma quello che in un film occidentale sarebbe stato utilizzato per raccontare l’ennesimo melodramma sulla lotta alla malattia, nel sensibile lavoro del regista orientale diventa qualcosa di molto diverso e più interessante. Anche perché il dramma personale della donna viene per forza di cose messo in secondo piano da un evento altrettanto tragico: il suicidio di una ragazzina, compagna di scuola di Wook, gettatasi di sotto da un ponte. All’origine dell’estremo gesto ci sarebbero state le reiterate violenze carnali che la ragazza subiva dal gruppo di amici di cui Wook fa parte.
Apatico, smidollato, sostanzialmente anaffettivo, Wook, anche considerata la giovanissima età, non corrisponde all’immagine abituale di criminale cinematografico, comunque l’idea di una gioventù magari non bruciata ma sicuramente male avviata è tangibile in questo film che non a caso si apre con una sequenza in cui un gruppo di ragazzini osservano con indifferenza il cadavere della giovane che galleggia nelle acque di un fiume.

Come la protagonista di un altro bellissimo film coreano, “Mother” di Boog Joon-ho, anche Mija cercherà di togliere dai guai il nipotino ma seguendo strade diverse. Anche se partecipa agli incontri coi padri degli altri ragazzi, intenti a trovare una soluzione (l’idea sarebbe quella di offrire una somma di denaro alla madre della vittima, come forma di indennizzo e soprattutto per comprare il suo silenzio). Mija non si trova d’accordo con gli altri, anche perché non è in possesso di molto denaro (abbastanza straordinaria la maniera in cui se lo procurerà); tuttavia, in linea con la gentilezza che la contraddistingue, accetta pure di andare a parlare con la mamma della ragazza nel tentativo di raggiungere più facilmente l’accordo (l’incontro avrà invece un esito molto diverso).

I compagni del corso di poesia di Mija perciò, nei loro tentativi di raccontare la bellezza, nel loro trovarsi ai reading, nelle loro cene conviviali, diventano per la protagonista (e per lo spettatore) un’alternativa rincuorante a questi giovani scriteriati, ai loro genitori che pensano a salvarli, incuranti della gravità delle loro azioni, ma anche alle istituzioni disposte a coprire il crimine dei ragazzi (la scuola incoraggia l’accordo e un giornalista si offre come mediatore fra le parti), chiaro esempio di una società corrotta. Non è certo un caso se fra le persone che Mija incontra ai reading c’è anche un ex poliziotto, che è stato trasferito proprio per aver denunciato alcune irregolarità sul posto di lavoro. Sarà infatti quest’uomo, troppo sanguigno e sboccato per risultare inizialmente simpatico alla mite signora, a darle una mano in questa tristissima faccenda.

Già ministro della cultura in patria, Lee Chang-dong è autore di un cinema che in diversi hanno definito “umanista”. Al centro delle sue storie mette personaggi originali che solitamente non verrebbero mai scelti come protagonisti o comunque mai raccontati in quella maniera (basti vedere, ad esempio, il suo modo di raccontare le persone disabili). Il suo stile visivo così ammirevolmente privo di fronzoli si sposa alla perfezione con storie che ti rimangono dentro, senza ricorrere ad effettacci o sottolineature ridondanti. Tra l’altro “Poetry”, rispetto a suoi precedenti titoli come “Oasis” o “Secret Sunshine”, si segnala per una maggiore asciuttezza (ad esempio le musiche sono soltanto d’ambiente) e per l’assenza di quei momenti “esplosivi” che non mancano nei precedenti (comunque apprezzatissimi) titoli.

Se attrici come Moon So-ri e Jeon Do-yeon hanno fornito, dirette da lui, prove magistrali (e premiate rispettivamente a Venezia e Cannes), Lee Chang-dong anche in questa occasione riconferma la sua grande maestria nel dirigere gli interpreti. Qui addirittura riporta sugli schermi la veterana Yun Jeong-hie che non recitava più dai primi anni novanta. Personaggio sconosciuto al pubblico occidentale, Yun è stata una delle grandi protagoniste del cinema coreano classico. Bene ha fatto Lee ad offrirle il ruolo di Mija, perché la sua interpretazione è risultata assolutamente ottima. Intensa e al tempo stesso asciutta, un po’ come il film di cui è protagonista, Yun ci regala un personaggio indimenticabile, una donna dolce e comprensiva che non si fossilizza sul proprio male, preferendo concentrare le sue attenzioni (almeno finché può) su ciò che la circonda. I suoi tentativi di scrivere una poesia si realizzeranno nel finale, quando Mija deciderà di dare voce a chi la voce non la possiede più. Importante e simbolico gesto di commiato da parte della protagonista che corrisponde anche alla fine di un film toccante che non prova a raccontare soltanto ciò che è invisibile ma anche quello che è indescrivibile.
Voto: 8.0
da “ondacinema.it”

Cos’hanno in comune la morte e la poesia?
Assolutamente nulla.
Eppure un giorno la morte e la poesia entrano prepotentemente nella vita di Mi-Ja,una mite signora sessantaseienne di una piccola cittadina vicina a Seul, che per arrotondare la magra pensione sociale si vede costretta a fare la badante a tempo parziale ad un vecchio semiparalitico non più autosufficiente.
Anziana anagraficamente, Mi-Ja si oppone al trascorrere del tempo vestendo ampie gonne a fantasie floreali, indossando vezzosi capellini, sfoggiando sempre ampi sorrisi da ragazzina.
Fino al quel giorno la vita di Mi-Ja era trascorsa sui binari della normalità. Una normalità cercata caparbiamente, più che effettiva. Perchè di traversie la vita gliene aveva offerte abbastanza: sua figlia aveva divorziato dal marito e le aveva lasciato da crescere il nipotino, che alla lunga si era rivelato, quel che si dice, “non propriamente un bravo ragazzo”.
A complicarle la vita ci si mettono anche degli strani disturbi che da qualche tempo la molestano. Succede che, improvvisamente, durante normali conversazioni, l’assalgono dei fastidiosi vuoti di memoria che non le consentono di ricordare parole anche di uso comune, per cui non riesce a tenere il filo di un discorso.
Credendo trattarsi di semplici amnesie, comincia a mettere in rima quelle parole, annotandole su un quadernetto, convinta che scrivere l’aiuti a ricordarle.
Ma anche per soddisfare il suo antico sogno segreto di scrivere poesie, per “fermare la bellezza che le sta intorno”, sia essa un’albicocca calpestata o il fiore cremisi sbocciato improvvisamente sull’albero frondoso del giardino di casa sua.
Solo che non si tratta di semplici amnesie, ma delle prime avvisaglie del terribile morbo di Alzheimer, come le diagnostica il medico, presso cui ,un giorno, si reca per sottoporsi ad un semplice controllo.
Decisa a non rassegnarsi al vuoto, tace a tutti la verità (compresa la figlia con la quale ha sporadici contatti telefonici) e si iscrive ad un corso di poesia, preso il locale “Centro Culturale”, sperando di “liberare la poesia intrappolata nel cuore”, come le insegna il maestro.
Ispirazione poetica che non arriva, ma che lei continua incessantemente a cercare, soffermandosi ad ascoltare la voce della natura o a contemplarla nei suoi molteplici e mutevoli aspetti. Nel bel mezzo della ricerca della bellezza, irrompe nella sua vita la morte, nascosta nel corpo riverso di un’adolescente che affiora dalle acque del fiume che attraversa la città.
Quello che Mi-Ja non può assolutamente immaginare è che dietro quella morte ci sia il suo amato nipote, uno svogliato studente di sedici anni, pigro, abulico e teledipendente.
Lo apprende il giorno in cui viene convocata dai padri dei cinque ragazzi del branco (che assieme a suo nipote hanno prima violentato sessualmente dentro le mura della scuola e poi spinto al suicidio per la vergogna di quanto accaduto, una loro compagna di classe), per decidere insieme la strategia da adottare per soffocare lo scandalo, prima che la notizia si diffonda e i media la rendano nota a tutta la città.
Questo fatto, con tutto ciò che ne consegue, finisce per trasfigurare definitivamente il suo mondo, mentre il dolore che è dentro di lei, e in quella morte, la porterà, incredibilmente, a scrivere la sua prima poesia, mettendo in versi i moti del suo animo, dove sono racchiusi la bellezza e la dignità, da perseguire sempre, nella malattia, come nella vecchiaia e nel dolore.
Lee Chang-dong è un regista sudcoreano (forse il più rappresentativo regista formale del paese dell’estremo oriente) che ama proporre ritratti di donne spesso provate dalla vita: donne sole, anziane, squassate dal dolore, che hanno difficoltà a vivere. L’ultima di queste eroine tragiche è Mi-Ja, l’amabile signora di mezza età un po’ svampita, protagonista di Poetry.
Lee Chang-don la segue, la scruta, la giudica e la giustifica. Si adegua alla sua realtà, al suo lento incedere esistenziale, alla sua soavità, alla sua ostinazione, al suo guardare il mondo con più sensibilità degli altri.
È solidale con le sue innocue furbizie, con le sue incongruenze e le sue svagatezze, come in fondo cominciano ad essere le sue azioni. Il che, però, non le impedisce di vedere la desolazione della realtà che sta attorno a lei.
In Poetry, Lee Chang-dong sviluppa molte tematiche, già presenti nei suoi precedenti lavori (Peppermit Candy- Oasis – Secret Sunshine): le difficoltà esistenziali delle persone costrette e vivere realtà distorte, un certo sentimentalismo che si ferma un attimo prima di scadere nel melò, la dignità umana da cercare sempre, anche nelle situazioni estreme, la ricerca di un rapporto tra vita e morale.
Il film ha il sapore agrodolce, tipicamente orientale (se si eccettuano i film orientali d’azione) dei lunghi silenzi, dei dialoghi lenti, delle atmosfere spesso cupe e ovattate, di un certo estremismo romantico, delle inquadrature panoramiche che si fanno omogenee ai moti dell’animo.
Tutto questo ed altro ancora, come lo scorcio di uno spaccato della società orientale (e sudcoreana in particolare) nelle città di provincia, dove si fronteggiano la realtà squallida e demotivata dei giovani e la condizione della vecchiaia che porta, da una parte all’isolamento e alla emarginazione e dall’altra alla voglia di reagire cercando di dare un nuovo significato alla vita.
La sceneggiatura, dello stesso Lee – premiata a Cannes 2010 – oltre a fare di Mi-Ja il fulcro della storia, si lancia in una critica profonda alla condizione femminile contemporanea (che non è circoscritta alla sola realtà nordcoreana in particolare, ma si può considerare più universale e comune sotto molte latitudini), dove le donne spesso sono succubi e vittime di una società maschilista e violenta; una società in cui si sono persi i valori etici che da sempre segnano e guidano il percorso dell’umanità; una società in cui i soldi sono il nuovo vangelo, e con i soldi si compra tutto, il sesso e il potere, e anche il segreto sulla morte di una ragazza poco più che bambina.
Poetry è un film struggente e intenso, dedicato alla nascita della poesia. Ma prima alla vita, al bello delle emozioni, al senso delle cose che la realtà sedimenta nel profondo del cuore, dove sono rinchiuse le emozioni.
Un film che turba e fa commuovere, ma non fa piangere, perchè c’è quasi un barlume di happy end in quel finale di struggente bellezza, dove si incontrano parole e suoni che danno un significato nuovo alla vita, che culmina in un poetico piano sequenza, memorabile e ricco di significati, degno di una fra le migliori (e più riuscite) pellicole della stagione.
Un film sorretto da un’ottima sceneggiatura, scrupolosa nel sottolineare il concetto del bello racchiuso nelle cose e la forza della poesia nel “mettere in musica la ragione” (come diceva F. De Sanctis).
Un’opera dolente e spiazzante nel suo profondo lirismo, anche nel momento (forse) più disturbante dell’intero film: quella scena di sesso “geriatrico” tra Mi-Ja e il vecchio semiparalizzato cui fa da badante, al quale si concede dopo un’iniziale titubanza.
Una scena che potrebbe risultare sgradevole e avulsa dalla storia raccontata, ma non perchè mostra un rapporto sessuale tra due “anziani”, tutt’altro, ma perchè il giudizio che ci si è fatti di Mi- Ja, con la sua dolcezza, la sua positività, il suo romanticismo, la sua fragilità, induce a credere che il sesso, per una donna idealizzata come lei, non faccia più parte dei suoi interessi e della sua realtà.
Ma, probabilmente (anzi sicuramente), il regista, con quella scena, ha voluto sottolineare un diffuso appunto di costume, come a significare la metafora di una società maschilista, com’è ancora quella nordcoreana (inquadrata in una accezione più ampia), che costringe le donne a venire a patti con l’inaccettabile, considerandole come meri oggetti sessuali da utilizzare dal potere maschile, senza alcuna possibilità di autodeterminazione.
A reggere sulle spalle, in modo semplicemente stupendo, il peso dell’intero film, in un ruolo bellissimo e difficile, emozionante ed intenso, c’è Yun Jeong-hie, un’attrice veterana del cinema sudcoreano, con oltre 300 film al suo attivo e un numero imprecisato di premi, che torna davanti alla macchina da presa dopo un lungo periodo di assenza durato ben 16 anni.
La sua Mi-Ja dagli occhi sognati, mite, ingenua, sorridente, fragile nella vita, forte di carattere, dà umanità ad un piccolo capolavoro che si addentra nei meandri più reconditi dell’animo umano, come fossero le parole ad avere significato nella vita, ed è da esse che bisogna ripartire per ricercare “la bellezza e le verità nascoste dentro di noi”.
da “filmscoop.it”

Ci vuole del coraggio per intitolare un film Poetry, poesia. Per auto assegnarsi un’etichetta, per esplicitare così sfacciatamente una dichiarazione d’intenti. È evidente che a Lee Changdong questo coraggio non manca.
Quello stesso coraggio che impara ad avere la sua protagonista Mija, una donna di mezza età che deve crescere il nipote teenager da solo, che s’iscrive ad un corso di poesia per imparare a conoscere e apprezzare meglio la bellezza della vita ma che scopre di essere malata di Alzheimer e che il ragazzo, insieme ad altri compagni, ha compiuto gesti che hanno spinto al suicidio una giovane compagna di scuola.
Se esista, e dove, e abbia senso la poesia (della vita), Lee Changdong pare volerlo lasciar decidere al suo pubblico, attraverso un film carico di elissi e di omissioni, di spazi bianchi – o rossi – da riempire a piacere, secondo le proprie capacità e la propria sensibilità. Ma quel che pare più chiaro, o più probabile, attraverso i contrasti di cui si nutrono il film e il suo personaggio principale, è che la chiave per una vita di poesia, per il recupero della purezza dello sguardo, risieda nella rinuncia a una visione del mondo e di sé fatta di negazione e apparenze e nel recupero di dimensioni empatiche e di verità anche quando sono scomode o dolorose.
Evidentemente a lungo votata ad una superficialità innocua, proprio quando rischia di perdere quella memoria che è capacità di vivere in maniera esperienziale e cooperativa, Mijia si trova da un lato spinta dall’esigenza di intuire e introiettare la bellezza reale e interiore di quel che osserva e vive, e dall’altro è costretta a confrontarsi con il lato oscuro e drammatico di quello stesso universo che vorrebbe amare incondizionatamente.
Si trova di fronte ad un impasse la cui unica via d’uscita è quella di una coerente accettazione della contradditorietà dell’esistente e di una forma di empatia assoluta e indiretta che spesso si traduce in inevitabile sacrificio.
Il complesso intreccio emozionale di Poetry è esposto con grazia, ma Lee non evita alcune stucchevolezze figlie delle idee più banalizzanti sui concetti di bellezza e poesia, compiaciute e non giustificate dall’intenzione di livellare lo sguardo su quello degli attori della vicenda.
Ma è nelle parti più dolenti e meno espositive, nonché in quelle dove la parola è meno presente o cortina fumogena che (non) nasconde contenuti spesso opposti, che il suo film riesce meglio. Che la poesia cercata dal titolo viene messa più a fuoco, avvicinata, compresa e accettata nella sua natura più incerta e problematica.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Mija è una gradevole signora di mezz’età che si occupa del nipote adolescente e, per lavoro, accudisce un anziano immobilizzato. Quando le viene diagnosticato l’Alzheimer la donna decide di tacere la notiza alla famiglia e di procedere come se non fosse accaduto nulla. Ma la condotta del nipote la metterà presto di fronte alla propria impotenza e alle difficoltà della vita.
Mija si è appassionata tardi alla poesia. Seguendo un corso di composizione poetica decide di provare a scrivere. Si arma quindi di un quaderno e là appunta ogni pensiero che le viene in mente, semplicemente osservando il suo mondo con occhi nuovi. Oltretutto la malattia che le è stata diagnosticata è di quelle che non perdonano, e un quaderno su cui annotare i propri pensieri può essere di aiuto. Ma quello che di certo lei non immaginava, quando ha iniziato ad osservare il mondo sia pure in tarda età, è il fatto che si sarebbe trovata ad aprire gli occhi anche su tutta una serie di cose che non aveva notato in precedenza. Ad esempio il fatto che suo nipote è una persona arida e che il suo comportamento ha forse spinto al suicidio una ragazza. Contattata dai genitori dei complici di suo nipote, lei scopre la verità dei fatti e si fa carico anche di risarcire la madre della vittima. Ma le sue entrate sono misere e suo nipote neanche si rende conto di quel che lei deve fare per affrontare i suoi problemi. Mija continua così in silenzio a osservare e appuntare quel che vede, mentre cerca faticosamente di uscire dalla difficile situazione in cui si trova.
Mija è l’ultima delle eroine tragiche di Lee Chang-dong. Un regista che ama appassionatamente le sue protagoniste, ma la cui devozione le spinge di frequente in situazioni estreme. Le sue donne sono spesso sole, e la loro forza viene sempre messa a dura prova dalla vita. Mija non fa eccezione, come altre prima di lei nei lavori di Lee, si trova costretta a fare cose che mai avrebbe immaginato, per porre rimedio a situazioni che neanche ha provocato.
La poesia nel suo cuore è soffocata dalla realtà che i suoi occhi le rimandano, e quando lei si accorge che quest’ultima ha alla fine vinto, si trova gravida di una poesia in cui non può più credere. Le sue parole, scaturite da un cuore pieno di bellezza che però non le è di nessun aiuto per resitere alla vita, verranno alla luce soltanto l’ultimo giorno del suo corso di poesia.
E sarà l’unica della sua classe ad aver prodotto qualcosa.
Il parto di Mija è in realtà il suo lascito e l’unica traccia di quello che lei ha sentito nell’ultimo periodo della sua vita. La poesia può certo alleviare il dolore ma mai, in nessun caso, si può opporre a quello che la vita riserva. Lee segue con amore la sua protagonista nelle sue peregrinazioni e le sue scelte ci vengono offerte come momenti in cui la donna oppone se stessa e la sua scarna forza al mondo che la travolge a causa delle sua immotivata ingenuità.
Dopo tutto stiamo parlando di una donna che è nonna e accudisce il nipote, quindi ci si aspetterebbe un’incisività maggiore, se non altro nell’educazione del ragazzo.
Ma Mija è debole, illusa e si fa carico delle malefatte altrui, come se fosse il suo destino quello di pagare per gli altri.
Lee Chang-dong racconta con la consueta maestria un’altra storia di donne tre anni dopo Secret Sunshine e, ancora una volta, senza nessuna possibilità di lieto fine. Il suo racconto si ammanta di poesia, come a voler diluire l’impatto di una vita tragica, che dolorosamente si trascina fino alla fisiologica fine delle illusioni: la morte per avvenuta consapevolezza che nulla potrà esser cambiato. Quindi il tutto è rimandato ai silenzi di cui la storia si fa portatrice e alle lunghe pause tra i pensieri sconnessi della fragile Mija. E in quei momenti in cui nulla pare accadere vediamo mutare la sola espressione dello sguardo di una persona che, quando la situazione si fa insostenibile, ha una sola possibile scelta.
E non è mai una scelta facile quella che porta alla rinuncia.
La regia accurata è ormai il marchio di fabbrica di uno dei più abili cineasti coreani dell’ultima generazione e, anche in questo caso, Lee crea un universo interiore affascinante, ma straordinariamente angusto.
Il luogo della poesia è anche quello delle illusioni e quindi la spaesata Mija non ha nessuna possibilità di scrivere una poesia, se prima non trova il coraggio di guardare alla sua vita.
E la sua vita ci è raccontata nel silenzio, col solo ausilio di immagini dolenti e delle magnifiche espressioni di una convincente Yun Jung-hee, che motivano fortemente la scelta della fuga, una fuga operata dapprima attraverso le parole, poi con l’aiuto della malattia che induce a dimenticare e infine con la morte.
Anna Maria Pelella, da “cinemalia.it”

Protagonista di un film dedicato alla “poesia” – in originale Shi (che suona come “lei” in inglese) – è un personaggio femminile che gli spettatori di tutto il mondo potranno riconoscere e amare per la sua forza e per le sue debolezze. Attraverso gli accadimenti che segnano l’età matura di questa donna, Poetry parla delle stagioni del corpo e dello spirito, del sesso e della memoria, della violenza e della bellezza del mondo, e lo fa in modo molto ispirato ma anche piuttosto diretto, riuscendo a mostrare come la poesia (l’arte) possa essere una terapia e come la vera poesia (arte) nasca da una sofferenza autentica.
Lee Chang-dong è stato prima scrittore che regista (e per un breve periodo anche Ministro della cultura della Corea del Sud) e questa sua ultima opera è stata premiata a Cannes col premio della miglior sceneggiatura e con quello della giuria ecumenica, dopo che già Oasis (2002) aveva raccolto diversi premi a Venezia e Secret Sunshine (2007) era valso alla sua interprete la Palma d’oro miglior attrice; un riconoscimento che sarebbe stato meritato anche dalla protagonista di Poetry, Yun Jeong-hee, attrice molto nota in Corea ma assente dal grande schermo da una quindicina di anni.
Ispirato a un fatto di cronaca, il film segue un ritmo di parole e di immagini (quasi inesistente la colonna sonora) che non si alza mai di tono, rimanendo tutto aderente a una protagonista, Mija, che urla quasi sottovoce la sua angoscia per un mondo che le riesce sempre più inafferrabile, e non solo perché sta progressivamente perdendo la memoria dei nomi delle cose (tema sempre più contemporaneao, anche al cinema, da La versione di Barney e dall’ultimo film di Pupi Avati in giù).
La pellicola è costruita in modo circolare, con le bellissime scene d’apertura e di chiusura dedicate alle acque, al fiume e alla campagna (qui anche un intermezzo) che circondano la città (non una metropoli) dove Mija vive.
Da quando la figlia si è divorziata e trasferita a Busan, la donna le è legata dal solo telefonino, uno strumento molto presente nel film, e inoltre si trova costretta a rendersi conto di non riuscire più a penetrare il muro di incomunicabilità del nipote adolescente: è a partire da questo disagio che s’iscrive a un corso di poesia della durata di un mese, imparando dall’insegnante che “per scrivere bisogna vedere”, che il foglio bianco è una sorta di “mondo di prima della conoscenza” per capire il quale bisogna guardare e scrivere il mondo.
Questo percorso di apprendimento s’interseca alle altre vicende del film fino alla conclusione perfettamente calibrata, passando ad esempio per delle letture di poesia in cui si presentano una serie di figure di poeti dilettanti (anche funzionali all’intreccio) che pure i frequentatori occidentali di serate poetiche ben riconosceranno.
Poetry è quindi un’opera curata sin nei minimi dettagli, dove tutto torna e dove nulla è mostrato a caso, sorretta da un impianto visivo attento ma non ostico, che affronta temi non facili ma universali: più che di poesia si potrebbe dunque trattare di un buon romanzo, ma non si può che apprezzare la scelta della Tucker Film di proporre il film al pubblico italiano sperando che possa essere visto e stimato come merita da un pubblico di spettatori il più vario possibile.
Claudio Panella, da “cultframe.com”

A Lee Chang-dong non interessa lo sviluppo drammaturgico di tutte le premesse che pone. Non occorre, qui, accendere i toni del dramma (quelli che facevano vibrare Oasis e Secret Sunshine). Qui ogni evento è un incidente senza scosse. E’ semplicemente un fatto che rende possibile il finale, quell’unico atto di creazione, decisiva frattura tra un prima e un dopo, tra un passato di colpevole cecità e un futuro di oblio che custodisce i fondamenti della verità
poetryCome è possibile scrivere poesie? Dov’è l’ispirazione? Fuori o dentro? Che la bellezza sia tutt’intorno a me. Verso il sole…
Mija (Yun Jung-hee, che si candida alpremio come migliore attrice) è anziana donna che vive in una piccola città di provincia. Si occupa del nipote adolescente e si guadagna da vivere come donna di servizio. E’ gentile con tutti e un po’ svitata, con la testa fra le nuvole. Il suo sogno segreto è scrivere poesie. Per questo s’iscrive a un corso. E la prima cosa che le suggeriscono è di guardare le cose in “un modo nuovo”. Nonostante gli sforzi, però, Mija non riesce. Anche perché ha improvvisi e strani vuoti di memoria, che non le permettono di focalizzare le parole. Ma i suoi problemi non finiscono qui. Perché scopre che il nipote è coinvolto, insieme ad altri compagni, in un caso di violenza sessuale. Occorre trovare un compromesso con la famiglia della vittima. Servono soldi. Ma come trovarli?
Perdere la memoria, forse, è la possibilità di guardare le cose in modo davvero nuovo. E’ la premessa di una ritrovata verginità. Occorre scrollarsi dagli occhi la polvere di anni, liberarsi di quell’abitudine a una sola prospettiva, che non permette di cogliere la ‘quarta dimensione’ del mondo. Una mela è una mela, da qualunque parte la si guardi. Eppure, se non avessimo più consapevolezza di cosa sia una mela, come potremmo descriverla? Come potremmo arrivare a chiamarla? Dovremmo sforzarci di stabilire un paragone con qualcos’altro. Il che è già un modo di tracciare un percorso, di istituire una relazione di senso aldilà dell’accecante evidenza delle cose. Non è certo un paradosso che Mija, pur non avendo più piena padronanza delle parole e del linguaggio, sia l’unica a comporre una poesia, alla fine del corso. Perchè la poesia, cioè l’atto di creazione, è possibile solo a partire da una mancanza, dall’esigenza pressante di porre rimedio a una perdita. La donna domanda continuamente come trovare l’ispirazione per scrivere versi, fino a scoprire che la risposta riposa già nella sua malattia. Per lei è una questione di ‘vita o di morte’. Scrivere diventa l’unico modo di rimanere in contatto con le cose, attraverso il legame di un sentimento che ridisegna le traiettorie dello sguardo. Lee Chang-dong non può interessarsi allo sviluppo drammaturgico di tutte le premesse che pone. E non deve meravigliare che la scoperta dell’Alzhaimer sia gettata un po’ lì, sembra conseguenze apparenti. E’ solo una frammento che serve a intuire il percorso emotivo che porta Mija a scrivere quei magnifici versi finali. Non occorre, qui, accendere i toni del dramma (quelli che, fondamentalmente, facevano vibrare Oasis e Secret Sunshine). Qui ogni evento è un incidente senza scosse. Miya continua a giocare a badminton con il poliziotto, nonostante tutto. Qui ogni evento è semplicemente un fatto che rende possibile il finale, quell’unico atto di creazione, decisiva frattura tra un prima e un dopo, tra un passato di colpevole cecità (l’accondiscendenza nei confronti del nipote) e un futuro di oblio che custodisce i fondamenti della verità. Lee Chang-dong non sviluppa e non esplode, perché si pone in ascolto, con rispettoso silenzioso, di chi sale sul palco e legge la sua poesia. Partecipa, ma non ha l’esigenza di darlo a vedere. Osserva e descrive il mondo ‘fuori dal mondo’ di una donna, rassegnata alla vecchiaia e alla solitudine, ma non ancora al vuoto. Una terra di nessuno, come quella degli innamorati di Oasis. Sospesa in una specie di follia sognante e incosciente. Eppure, di fronte alla minaccia del reale, è proprio Mija a comprendere il senso morale di un’azione. In un mondo piegato all’utile, mostra la pietà e cerca la bellezza. Ruba la foto della giovane vittima. Va sul fiume, ‘luogo della tragedia’, lavando le sue colpe di nonna nella pioggia. E, infine, arriva all’unica scelta possibile. Dire le cose per quello che sono. Separare il falso dal vero, il giusto dall’ingiusto.
Aldo Spiniello, da “sentieriselvaggi.it”

Una filmografia esile, esigua, appena 5 film in 15 anni. Eppure Lee Chang-dong è uno dei registi più importanti del panorama sudcoreano, padre, protagonista e Ministro del rinnovamento di un’industria cinematografica, quella della Corea del Sud, a sua volta tra le più studiate e chiacchierate dell’estremo Oriente. Esplosa sul finire degli anni Novanta, circuitata nei festival internazionali e distribuita world wide come un farmaco miracoloso, fino al 2007, l’ultimo film Yin e Yang passato sugli schermi italiani è stato Soffio di Kim Ki-duk. Dopo, per lo meno in Italia, un silenzio assordante, fine della fiera, riflettori spenti, senza eccezioni. Tolleranza zero: l’osannato autore della Trilogia della Vendetta, Park Chan-Wook (Mr. Vendetta, Old boy, Lady Vendetta), quello del cinema “che non deve solo uccidere, deve anche essere bello”, ignorato; l’ironico, l’irridente, l’istrionico Bong Joon-ho (The Host, Mother, Memories of murder, Barking dogs never bites), snobbato (ma il Korea Film Fest di Firenze gli sta dedicando, proprio in questi giorni, una retrospettiva monografica completa); l’anarchico e autarchico Kim Ki-duk (Ferro 3, La samaritana, Primavera, Estate……, Time) affondato al largo dei bastioni di Cannes e Venezia.
Grazie alle teste (di ponte) pensanti del Centro Espressioni Cinematografiche di Udine (Far East Film Fest) e a quelle di Cinemazero di Pordenone, unite nella neonata Tucker Film, con Poetry si riapre la finestra italiana sull’immaginario sudcoreano. Un’uscita in 30 copie, su tutto il territorio nazionale.
Appunti di una rentrée: la prima cosa che si nota è che nei press book non si parla più di New Korean Cinema, non si cercano più appartenenze, eredità e filiazioni. Indipendentemente dai capricci dei distributori nazionali, il cinema coreano è ormai una realtà che non necessita più di meta-spiegazioni: egli c’è, esiste, anche in absentia. Oggi, gli enormi capitali accumulati negli anni del boom sono magari, forse, investiti in pellicole più omologate, sicure, lasciando alle apposite strutture assistenziali il compito di aiutare il cinema indipendente, l’art film come dicono i tecnici. La seconda: anche per i maestri orientali vale la vecchia e vincente massima autoriale: “fare sempre lo stesso film”. La poesia evocata da Lee Chang-dong è un luogo significante, un oggetto del desiderio perduto, nuovamente invocato, inseguito, ma infine irraggiungibile. Esattamente come le caramelle di Peppermint candy erano il luogo di un’innocenza irripetibile agli occhi di un poliziotto, o, peggio, di un torturatore, dell’ex regime militare; esattamente come l’oasi metaforica di Oasis era il luogo agognato di un’irrealizzabile purezza di sentimenti per due corpi traumatizzati dalle rispettive disabilità fisiche e mentali. Così, Mija si è sempre sentita una poetessa perchè, dice, “mi piacciono i fiori e molto spesso dico cose strane”.
Idee semplici, ingenue, attraverso le quali è difficile, anzi impossibile, accedere al presente problematico di un nipote, adolescente superficiale, con il quale vive e del quale deve prendersi cura, fargli da madre. Idee, voglie, urgenze che nascondono una mancanza, un vuoto, una nostalgia: dell’infanzia, degli affetti, di odori e di paesaggi cancellati dal tempo. Insomma, Mija è un’altra generazione. La resa dei conti morali si avvicina: bisognerà tirare una linea, fare delle scelte, assumersi delle responsabilità. All’anziana e gentile Mija di Poetry capiterà di doversi confrontare con altri genitori su cosa sia meglio fare per salvare il futuro dei loro ragazzi, sprofondati nell’indolenza, nella violenza come diversivo alla noia, nel silenzio. Nel gruppo di adulti ci sono cinque uomini e una donna, cinque genitori e una nonna: gli uomini si muovono secondo valori convenzionali, direi “tradizionali”, rispetto delle gerarchie, predominio dell’apparire sull’essere. Mija, con i suoi vestiti colorati e la sua grazia, saprà tirare fuori e affermare la propria femminile sensibilità, saprà scegliere un percorso di conoscenza e, attraverso la contemplazione della bellezza, arriverà a disubbidire, a ribellarsi. La soggettività dell’essere che sconfigge la dittatura dell’apparire. Lungo questo percorso, tra le altre cose, la protagonista incontra quella parte della società coreana convertita al cristianesimo. Tra scelte di Misericordia, atti di Compassione e sensi di Colpa, l’ispirazione poetica la porterà molto oltre il semplice saper scrivere e declamare dei bei versi.Lee Chang-dong Poetry cinema coreano Poetry, poesia, è un titolo altisonante, ambizioso, rischioso. Immaginiamo una poesia che si chiami “film”: sicuramente esiste, ma, come direbbe Godard, “un film è un film” e quindi “una poesia è una poesia”. Inconciliabili. La poesia che Lee Chang-dong mette in scena, quella dei laboratori di scrittura, quella dei reading nei club dei “poem lovers”, quella dell’osservazione oziosa e scientifica di una mela, è in realtà il cadavere putrefatto del sentire e del vivere poeticamente. Il personaggio di Mija, graziosa sessantaseienne affetta da un principio di Alzheimer, interpretata da un’attrice storica del cinema coreano al ritorno sulle scene dopo sedici anni di inattività, scoprirà a caro prezzo che non esiste ispirazione senza espiazione, che non esiste scrittura senza annientamento, senza dolore.
Già nel precedente Secret sunshine, il regista ed ex Ministro della cultura coreana, sorta di Andrè Malraux di Seul, aveva cominciato ad insinuare la necessità di una fideistica bellezza interiore come unico spazio vitale, creativo, per l’uomo e la donna contemporanei. Dopo aver delicatamente indagato il disfacimento della mascolinità e della virilità classiche in Green fish e Peppermint candy; dopo aver descritto, in Oasis, le possibilità di relazioni altre, diverse, negli ultimi due lavori la scrittura di Lee, letterato di formazione, cineasta per mestiere, ha cominciato a porsi interrogativi morali, a mettere i soggetti delle proprie storie di fronte al dramma di essere, ad un tempo, testimoni e giudici delle proprie scelte. Non a caso, in conferenza stampa, il regista ha affermato di essersi ispirato ai Morality Plays medievali, brevi drammi teatrali a carattere didattico/religioso, nei quali gli attori, cioè i singoli, sono posti di fronte a dilemmi morali i cui svolgimenti non sono privi di ricadute sul contesto sociale.
Il film ha un percorso circolare, si apre e si chiude sull’eterno scorrere delle acque del fiume Han. Per oltre due ore, Lee osserva il personaggio di Mija cercare la bellezza nei fiori, nel vento, nei raggi del sole. La poesia non è tanto nelle immagini, quanto nella rispettosa, leggera e delicata discrezione della macchina da presa. Sarà solo calandosi nell’orrore della verità che Mija arriverà a comporre i suoi primi e unici versi. Grazie al suo sacrificio, lo spettatore, negli ultimi minuti del film, godrà delle immagini e delle parole di un toccante poema visivo, vera “poetry” di Poetry, una sequenza che per spessore emotivo mi ha ricordato un’altra sequenza finale lirica, girata da un altro Lee, lo Spike de La venticinquesima ora. Un finale apertissimo che chiude la morality play di Mija e apre la nostra.
Lee Chang-dong Poetry cinema coreano MijaPoetry è quel tipo di film quasi necessario, fisiologico, per un cinema contemporaneo bravo solo a brutalizzare sensi e sensazioni, ma incapace di fermarsi, fissare, osservare. Soprattutto all’interno di un panorama, quello del cinema sudcoreano, nel quale la maggiore spinta all’espressione, alla creazione, mi pare rimanga ancora il sentimento della Vendetta, della Rivalsa (vedere The Housemaid di Im Sang-soo in uscita a fine mese per credere), Poetry è un gradito invito ad “un corpo pulito che renda la mente pulita”.
Daniele Lupi, da “schermaglie.it”

Che senso ha oggi la poesia, in un mondo che ha progressivamente perso i significati reali delle parole e che non è più abituato a guardare veramente le persone e le cose? In questo tempo che va veloce e che fagocita fatti, parole ed emozioni con impressionante e noncurante rapidità c’è un regista coreano, Lee Chang-dong, che rivendica il diritto di interrogarsi ancora sul termine poesia, sul suo significato più profondo e recondito, sulla possibilità di guardare oltre la cosa in sé, di penetrarla per recuperare un orizzonte di senso certamente più prossimo alla natura umana in una società che sfugge con meschinità il dolore ed è dimentica delle piccole gioie che la vita può offrire. Poetry, poesia per l’appunto, è il titolo, quanto mai evocativo, di una sorprendente pellicola dell’estremo oriente, premiata all’ultimo Festival di Cannes per la migliore sceneggiatura originale.
Mija (Yun Junghee) è una donna di sessantasei anni che vive con suo nipote, un ragazzo che frequenta il liceo in una piccola città di provincia, attraversata dal fiume Han, nella Corea del Sud. Mija è un’anziana pensionata, eccentrica e curiosa, che trae sostentamento economico da un sussidio e da qualche lavoretto come badante. Curiosità che la porta a frequentare un corso di scrittura poetica e, per la prima volta nella sua vita, a immaginare di scrivere una poesia. Mija allora va in ricerca della bellezza, anche in un ambiente marginale come quello in cui vive e al quale non aveva mai prestato attenzione. Aperta a guardare il mondo con diversi occhi, è pronta a cogliere ogni singolo frammento del nuovo universo che pian piano gli si svela. Questa sua disposizione, però, è messa a dura prova da una realtà che si fa improvvisamente insostenibile: quasi contestualmente, scopre di avere l’Alzheimer e viene a conoscenza di un gesto orribile di cui si è macchiato il nipote. La donna cercherà di ribellarsi a una realtà che sembra risucchiarla verso il basso grazie alla disperata ricerca delle suggestioni che ispireranno il suo primo componimento poetico.
Un’opera coraggiosa e ricca di fascino, forse eccessivamente didattica e non priva di qualche percettibile luogo comune, sincera nel voler toccare un tema importante e assolutamente in controtendenza come quello palesemente esplicitato dal titolo. Poetry è un dramma dalle atmosfere rarefatte, inesploso, che volutamente non deflagra. È una ferita aperta che genera un dolore sordo, evidenziato da piccoli versamenti che destabilizzano ma non piegano mai fino in fondo una donna che, sostanzialmente abbandonata a se stessa, cerca di sorreggere un mondo che sembra inevitabilmente destinato a crollarle addosso. La poesia è un’oasi, un rifugio, ma anche la possibilità di gettare lo sguardo oltre le nubi dense che l’assediano: “Viviamo in un’epoca in cui la poesia sta morendo. Alcuni ne sono dispiaciuti, altri la lascerebbero crepare senza alcun rimpianto. Fatto sta che c’è ancora gente che scrive poesie e gente che le legge – afferma il regista coreano – Cosa significa scrivere una poesia in questi tempi in cui la poesia è in declino? È questa la domanda che volevo porre agli spettatori, e da qui, una domanda che faccio a me stesso: cosa significa fare un film in questi tempi in cui il cinema è minacciato?”
Lee Chang-dong, con tutto il rigore necessario a non debordare nel sentimentalismo di maniera, si interroga sulla vita dell’arte nel mondo odierno utilizzando la poesia come ultimo avamposto di purezza estranea alla contaminazione del cinismo e dell’utilitarismo. Non a caso, il doloroso sottotesto che riguarda il suicidio della ragazzina violentata da un gruppo di coetanei rifugge qualsiasi morbosità estetica, per invece privilegiare l’agghiacciante pragmatismo con cui i genitori dei liceali coinvolti tentano di liquidare la vicenda. A restituire dignità a un’anima la cui vita sfortunata si è conclusa tra le acque quiete del fiume Han sarà proprio Mija, attraverso i versi che finalmente sgorgano liberi in un momento di totale estraneazione dalla difficile realtà che la circonda. Versi che concludono l’opera sulle immagini del volto sorridente della piccola, volutamente occultato da Lee Chang-Dong nella tragica sequenza iniziale per essere immortalato catarticamente nell’epilogo.
Per qualcuno pretenzioso – e fors’anche presuntuoso -, vista la materia trattata e un titolo che è quasi un proclama estetico, una dichiarazione d’intenti che non ammette replica e che cerca un’ immagine potente, cristallina, certo impegnativa ma tutt’altro che pretestuosa, Lee Chang-dong, cinquantasettenne scrittore approdato alla regia cinematografica negli anni Novanta (tra le sue opere ricordiamo Il pesce verde, Caramella alla menta e soprattutto Oasis, la sua pellicola più premiata e coraggiosa), ha il pregio di cercare la contaminazione tra due arti che idealmente sono all’estremo opposto non soltanto temporale ma che, ad apprezzarle entrambe, ci accorgeremmo che vanno in cerca dei medesimi sommovimenti interiori. Voler restituire al termine poesia il suo significato ancestrale, ovvero l’arte di trasmettere un messaggio assonante scandito dal ritmo, dunque versi che restano e non semplici parole destinate a volare via col vento, è un’operazione ambiziosa ma al contempo così naturale che non si può non accoglierla con favore, pur se filtrata attraverso la metafora filmica. Poetry è pertanto un film per chi è in cerca di un cinema diverso, meno rutilante di ciò che siamo soliti vedere nelle sale e aperto alla riflessione e alla meditazione. Un’opera profonda e toccante, che ha il pregio di non cercare le lacrime a tutti i costi, pur non rinunciando a emozionare.
Federico Magi, da “lankelot.eu”

Film sulla parola ma non esclusivamente di parola Poetry, quinto lungometraggio cinematografico dell’ex ministro della cultura e del turismo Lee Chang-dong. Dopo il tagliente Secret Sunshine, miglior attrice a Cannes 2007 per Jeon Do-yeon, il cinquantacinquenne Lee compone un altro sfaccettato ritratto femminile affidando a Yun Jung-hee, storica interprete del cinema coreano degli anni ’60 e ’70, il compito di dare corpo e anima al personaggio di Mi-ja, donna colpita dai primi sintomi dell’Alzheimer (la difficoltà a ricordare i nomi comuni) ma niente affatto disposta ad abbattersi o arrendersi. Anzi, la sua sorridente vitalità la porta a ribaltare la demenza incombente in sforzo espressivo, in riattivazione del linguaggio.
Sembrerebbe fuori tempo massimo Mi-ja: troppo tardi per iscriversi al corso letterario, troppo vecchia per dedicarsi alla poesia. Ma lo spirito aperto e intraprendente di cui è munita le permette di misurarsi con l’inafferrabilità dell’ispirazione poetica e con le traversie dell’esistenza senza perdersi d’animo e piangersi addosso. A renderla così forte (ma non invulnerabile) è il semplice fatto che sa chiedere: sa domandare attenzione o aiuto alle persone che le stanno intorno, sa porre i quesiti giusti all’insegnante di poesia (giusti perché ingenui e diretti), sa infine interrogare la realtà circostante. Pazientemente, senza pretendere soddisfazioni immediate: osservando. Questo non la mette certo al riparo dalle offese e dalle asperità della vita, ma le consente di mantenere un’attitudine non arrendevole né arrogante.
Eppure, nonostante l’indubbia simpatia del cineasta e sceneggiatore nei confronti della sua protagonista, Mi-ja non è affatto una figura esemplare o ideale: anche se in lei si condensano i segni discriminatori di una società sessista e aggressiva come quella sudcoreana, la sua dignità non ha i connotati del manifesto di protesta scritto a caratteri cubitali. I suoi comportamenti più evasivi o superficiali (nasconde alla figlia la malattia diagnosticata, risponde avventatamente alle domande di un giornalista intrigante) si manifestano con la stessa spontaneità di quelli più invasivi o esigenti (scuote il nipote per conoscere il perché dei suoi atti, si rivolge all’anziano accudito per ottenere i soldi di cui ha bisogno). Ed è proprio in tale equilibrio di toni che Shi raggiunge i suoi esiti migliori, confermando la maestria di Lee Chang-dong nel tratteggiare personaggi dotati di un’umanità non ridotta a mero contenitore retorico (basti pensare all’aspro Green Fish o allo straziante Peppermint Candy, secondo chi scrive il suo capo d’opera). Una ricchezza di tonalità e sfumature psicologiche che è valsa alla pellicola il prestigioso Prix du scénario al 63º Festival di Cannes.
Meno incisivo, invece, il trattamento del tema lirico e dello spartito visivo. Poetry, prevedibilmente, fa della poesia il propulsore estetico dell’intero film: la ricerca della bellezza nelle cose ordinarie (e l’atteggiamento di onestà che una ricerca simile implica) non solo diventa un chiodo fisso per Mi-ja, ma rimbalza direttamente sul piano dell’espressione cinematografica. Come l’aspirante poetessa trova ispirazione prendendo appunti estemporanei sul suo quaderno (le cui pagine riempiono puntualmente lo schermo), così lo stile della pellicola osserva un profilo programmaticamente basso (talvolta addirittura azzerato, come nelle inquadrature frontali dei corsisti che si rivolgono alla classe), concedendosi misurate licenze in rare occasioni e nel bellissimo epilogo. Immagini di cristallina semplicità ripercorrono il tragitto della ragazzina suicida, mentre la poesia di Mi-ja Agnes’ Song si tramuta in un distico elegiaco che incorona Lee come il più grande compositore di finali del cinema coreano contemporaneo.
Alessandro Baratti
Voto: 7.5
da “spietati.it”

Mi-Ja ha sessantasei anni ed è troppo vecchia. Troppo vecchia per fare da badante ad un anziano infermo, troppo vecchia per badare al nipote adolescente, troppo vecchia per iscriversi ad un corso di poesia. La donna però non ci crede troppo a questa storia della vecchiaia, e fa la badante, si occupa del nipote e, soprattutto, si iscrive ad un corso di poesia. E adesso ha un compito, quello di consegnare un componimento poetico prima della fine del corso. Con un taccuino e una matita, Mi-Ja cercherà ispirazione nel mondo che la circonda, ma come riuscire a descriverne sia la bellezza che gli orrori?
“Poetry”, l’ultimo lavoro del regista coreano Lee Chang-Dong, prima che un film sulla poesia e sul potere di un medium capace di filtrare la realtà, è il racconto di una donna. Una donna che sa anzitutto osservare e, quindi, interrogarsi in maniera umile e mai arrogante sulla realtà. Mi-Ja non ha paura a chiedere aiuto quando si trova in difficoltà, non ha paura a porre domande al suo insegnante di poesia e, di conseguenza, non ha nemmeno paura a interrogarsi sulla propria vita.
Mi-Ja però non è un personaggio che entra subito nei cuori degli spettatori: la raffinatezza psicologica con cui Chang-Dong dipinge la sua protagonista è il vero punto di forza del film, un personaggio in equilibrio tra le sue stranezze (il vestirsi in maniera sempre troppo elegante rispetto al luogo in cui vive) ed il suo dover scendere a compromessi per sopravvivere e ridare un equilibrio al mondo che lei ha (indirettamente) inclinato.
E’ in questo istante che “Poetry” diventa un film sulla poesia, capace di raccontare in maniera delicata e dura l’ispirazione poetica e il potere delle parole, capaci per Mi-Ja di essere al contempo microscopio e cannocchiale puntati sulla sua realtà.
Dove il film compie qualche (leggerissimo) passo falso è in una narrazione che a tratti sarebbe potuta essere più asciutta, e in una rappresentazione ambientale a volte eccessivamente idilliaca. Il riscatto però avviene con un finale dove la poesia scritta da Mi-Ja si trasforma in uno dei momenti cinematografici migliori di quest’anno, commovente e doloroso, intensamente poetico.
Matteo Contin, da “pellicolascaduta.it”

Mija vive in una piccola cittadina di provincia. Si prende cura del nipote adolescente, abbandonato dalla madre per trasferirsi a Pusan, lavorando part time come badante. Nonostante i 66 anni e le minime entrate, a Mija piace ancora trattarsi con tutti i riguardi, curando il corpo e la mente: vestiti eleganti e aspetto sempre curato da una parte e un interessante corso di poesia dall’altro.
Lo scorbutico, scostante e silenzioso (sociopatico?) nipote, frattanto, pensa bene di mettersi nei guai, ma guai seri: insieme ad altri cinque compagni di scuola ha, per molto tempo, abusato di una ragazza (orfana di padre e di famiglia modesta) che, disperata, ha deciso di commettere suicidio. Pur di mettere tutto a tacere, per il bene della scuola e per salvaguardare il futuro dei ragazzi, le famiglie dei giovani colpevoli propongono di pagare un risarcimento alla madre della giovane: 5 milioni di won a testa. Una cifra spropositata per Mija, che nel frattempo deve convivere con infauste notizie sulla sua salute e con la faccenda che, fra tutte queste burrasche, sembra angustiarla maggiomente: la composizione di una poesia entro il termine del corso.
Lee Chang-dong è una figura talmente influente nella Corea del Sud che fra il 2002 e il 2004 è stato Ministro per la cultura e il turismo. Parla poco (cinque film, fra cui Peppermint Candy e Oasis, in 14 anni), ma quando parla viene ascoltato con estrema attenzione seppur il suo sia un cinema ostico, impegnativo, che non concede nulla di nulla allo spettatore pigro o svogliato. Un cinema dilatato, contemplativo, dai ritmi narrativi decisamente peculiari e a cui è forse necessario abituarsi. Poetry non fa eccezione, prendendosi due ore e un quarto per narrare pochi semplici fatti. In mezzo, nello spazio fra le vignette, esiste tutto un universo (inesplorato dalla maggior parte del cinema contemporaneo) di costruzione minuziosa di personaggi e ambienti.
A seguire Lee nel suo peregrinare, è impossibile non provare una profonda empatia nei confronti di Mija o non incitare mentalmente il nipote a darsi una regolata; è anche impossibile non cominciare a riconoscere e ad affezionarsi ai luoghi rurali che fanno da sfondo alle vicende di questo sparuto gruppo di personaggi. E poi non si può non indignarsi e rattristarsi di fronte alla tragedia che ha colpito una giovane adolescente. Infine, a mente fredda, non si può non stupirsi delle modalità quasi subliminali del cinema di Lee Chang-dong, dove nulla succede eppure tutto si sta accumulando impercettibilmente sotto pelle, pronto a esplodere al momento giusto. E il regista ministro si (ci) chiede, giustamente – e a partire dai presupposti del film, in cui la poesia (data per morta da tempo immemore) è parte integrante, elemento fondamentale – “che cosa significa fare cinema in un’epoca in cui questo sta morendo?”. Seguite le vicende di Mija e forse avrete un’intuizione.
Nicola Cupperi, da “nonsolocinema.com”

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