Offside

L’8 giugno del 2005 a Teheran si gioca l’incontro di calcio valevole per le qualificazioni ai mondiali 2006 Iran-Bahrain. È una partita decisiva per gli iraniani, a cui basta un pareggio per ottenere una terza storica qualificazione alla massima competizione calcistica. Non tutti , però, possono seguire allo stadio l’evento. Per le donne iraniane c’è una proibizione che impedisce loro di poter vedere una partita di calcio in compagnia di altri uomini. Jafar Panahi, qui regista, sceneggiatore, montatore e produttore, spinge l’acceleratore su un pedinamento di zavattiniana memoria per raccontare quasi in tempo reale uno spaccato lucido, non privo di ironia e tenerezza, sulle peripezie che le donne protagoniste compiono per assistere alla partita. Sin dall’incip il film di Panahi ripercorre la tradizione errante del cinema iraniano con un anziano uomo alla ricerca della figlia che vediamo girovagare dentro Teheran, prima all’interno di un’automobile e poi su un autobus, con l’obiettivo di trovarla e impedirle di andare allo stadio. E’ sempre all’insegna di una visione del cinema come flusso emotivo e testimonianza l’opera di Panahi. Senza autentici protagonisti, ma personaggi che entrano ed escono dal quadro visivo. Del resto non è un film contro l’Iran, Offside di Panahi, ma anzi un piccolo racconto sulle possibilità di un “nuovo” Iran, un atto di speranza per una riconciliazione comunitaria e collettiva (come indica esplicitamente l’intenso finale liberatorio).
Come nelle opere precedenti del regista – su tutte Il cerchio ovviamente, e Lo specchio – le donne continuano a essere il materiale umano privilegiato da Panahi per comporre il suo affresco immersivo sul mondo iraniano contemporaneo. Il calcio diventa l’ideale metafora di un paese a suo modo schizofrenico e diviso tra una modernizzazione sempre più tangibile e il contemporaneo irrigidimento verso categorie sociali profondamente legate al passato. “Un drammatico rapporto tra potere e cultura” come scrive Emiliani nel suo editoriale che, nonostante l’Orso d’argento per la regia vinto nel 2007 al Festival di Berlino, non ha potuto godere di una distribuzione in patria, né – e la cosa non può che sorprenderci, ancora una volta, negativamente – in Italia.
Carlo Valeri, da “sentieriselvaggi.it”

Ci sono film che negli anni assumono valore documentario perché spaccato di un’epoca, testimonianza di un territorio e rappresentazione di una società; ci sono anche film che assumono questo valore nello stesso momento in cui vengono proiettati in sala, perché al di là della finzione di cui si nutrono, sono lo sguardo su una realtà chiusa e costretta, violata e nascosta.
In Iran, lo stadio rappresenta uno dei pochissimi luoghi di libertà d’espressione. La tifoseria è permessa: durante le partite si può urlare e imprecare, sfogare rabbia e liberare l’energia, quotidianamente repressa. La legge iraniana però ne vieta l’ingresso alle donne. Offside racconta la storia di cinque ragazze che si travestono da uomo per assistere alla partita di qualifica per la Coppa del Mondo, nel 2005.
Jafar Panahi, arrestato nel marzo del 2010 per aver partecipato ai movimenti di protesta contro Ahmadinejad, è stato condannato a sei anni di reclusione. La condanna prevede anche l’interdizione per i prossimi vent’anni da qualsiasi produzione artistica e il divieto di viaggiare e comunicare con il resto del mondo. Così la sedia a lui riservata per la giuria alla passata Berlinale è rimasta vuota. Il palloncino bianco, Lo specchio, Il cerchio e Oro rosso: Cannes, Locarno e Venezia, i suoi film hanno ottenuto i riconoscimenti del cinema mondiale e nel 2006 l’Orso d’Argento a Berlino, con Offside che ora trova finalmente luce nelle sale italiane.
Ancora la condizione della donna in Iran, ma questa volta lontano dalla disperazione de Il Cerchio; non perché le cose siano cambiate, no certo, ma perché per raccontare la violazione delle libertà di un regime non occorre ricorrere sempre al dramma. Anche una piccola storia, ambientata durante una partita di calcio; anche l’azzardo di cinque ragazzine, la sofferenza per non poter seguire il gioco della nazionale, possono raccontare la realtà dei diritti violati.
Dai bagarini ai controlli all’ingresso dello stadio; dai bastioni delle gradinate ai bagni, una commedia dal retrogusto amaro, in cui la macchina da presa segue il coraggio di giovani fanciulle che abbandonano la costrizione del velo per vestire i panni dei ragazzi e affrontare da sole il proibito: sono parole, sguardi e sorrisi ribelli; sono la timidezza, l’astuzia, l’ironia e la sfrontatezza di cinque giovani appassionate tifose, arrestate e costrette in un recinto di transenne, vigilate da un gruppo di poliziotti. L’oggetto del desiderio, la partita, resta insistentemente fuoricampo, per tutta la durata del film, ma presente per le eco, immaginata per le grida dei tifosi e descritta da sprazzi di una complice pietà delle guardie che, paradossalmente, condividono la stessa sorte delle ragazze: quella di restare fuori.
Sono le sorelle più piccole di Marjane Satrapi (Persepolis); piccole donne nate e cresciute sotto il regime, che non hanno conosciuto “il prima”, ma che è speranza possano conoscere “il dopo”. Una speranza che Jafar Panahi elabora metaforicamente nel finale, con una grande festa di piazza in cui è forte l’orgoglio di appartenenza, oltre al buio delle proibizioni, e in cui anche le ragazze possono trovare una breccia per sottrarsi indisturbate alle costrizioni di un regime che umilia la libertà d’espressione di donne e uomini.
Fabrizia Centola, da “nonsolocinema.com”

Il volto del mondo è cambiato da quell’ormai lontano anno 2000, in cui Jafar Panahi conquistò il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia, con Il cerchio, dolente e rapsodico viaggio nell’Iran contemporaneo. Eppure, in Offside (portato a compimento nel 2006, ad un anno dalle vicende narrate, ma distribuito in Italia soltanto nel 2011), ultima opera firmata prima dell’incarcerazione, muta soltanto il tono (più lieve), e non lo sguardo del regista in un film dove, ancora una volta, è la rappresentazione delle esistenze sommerse di una serie di donne a diventare specchio della condizione di un paese ancorato ad una tragica immutabilità. Se stavolta, a fare da sfondo, è un evento preciso della storia recente dell’Iran (la storica partita, dell’8 giugno 2005, contro il Barhain, per la qualificazione ai mondiali di calcio, poi disputati in Germania l’anno seguente), Panahi non rinuncia del tutto, per quanto ciò accada in modo meno evidente rispetto a Il cerchio, a moltiplicare il punto di vista, lasciando che i personaggi entrino ed escano dalla nostra visuale, quasi che la macchina da presa abdicasse alla pretesa di offrire una visione complessiva e si riducesse a compiere brevi e fuggevoli incursioni, seguendo soltanto per un tratto il loro tortuoso girovagare (delle varie figure non conosciamo nemmeno i nomi). Non c’è retorica nella mano di Panahi che, con lo stile diretto, neorealistico, che lo accompagna fin da Il palloncino bianco, compone un affresco di piccole storie, che si mescolano e si sfiorano per un istante, senza svelarci nulla del passato e del futuro di quelle vite che scorrono sullo schermo, attraverso un meccanismo di immersione in presa diretta, che ce le rende, al tempo stesso, così estranee e così vicine. Stavolta capitiamo in un assolato pomeriggio di giugno, su un pullman sovraccarico di tifosi diretti verso lo stadio di Teheran che, di lì a poche ore, avrebbe ospitato lo storico incontro con il Bahrain. Non tutti però si sono uniti ai cori che fanno da immancabile sottofondo al viaggio: in un angolo se ne sta una ragazzina silenziosa, con lo sguardo nervoso di chi teme di essere scoperto. In Iran una legge vieta alle donne di assistere alle manifestazioni sportive maschili (e sarebbe vano cercare una logica nella proibizione, da cui, del resto, qualunque straniera risulta automaticamente esentata) e l’unico modo per non perdersi la partita sembra quello di eludere i rigidi controlli all’ingresso, approfittando di qualsiasi occasione si presenti. Naturalmente una donna può sperare di ottenere un biglietto soltanto se è disposta ad acquistarlo, di nascosto, ad un prezzo notevolmente superiore al dovuto, mentre, qualora venga scoperta, non può certo appellarsi alla clemenza delle forze dell’ordine. Se praticamente qualunque uomo in circolazione può assicurarsi un posto per la partita senza troppe difficoltà, le donne sono considerate il pericolo maggiore per il regolare svolgersi degli eventi sportivi. Tra chi si traveste da soldato e chi si accorcia i capelli, soltanto le più navigate ogni tanto riescono ad ingannare le guardie, mentre le più sfortunate sono semplicemente rinchiuse in un recinto, sorvegliate a vista da una combriccola di soldati svogliati e trattenute fino a sera, in attesa di essere trasferite in questura. La parte centrale di Offside si svolge quasi tutta in questo recinto, angolo dimenticato di mondo, che si anima inaspettatamente attraverso i racconti, i sorrisi e le lacrime delle ragazze rinchiuse. La partita scorre ormai sullo sfondo e dagli spalti arrivano le urla del pubblico, mentre un guardiano si presta ad inscenare una cronaca improvvisata e le ragazze, amareggiate soltanto per aver perso l’incontro (una di loro si concede perfino una breve fuga, per poi tornare spontaneamente dalle compagne, fra lo stupore generale, dopo una manciata di minuti passati in tribuna), continuano ad entusiasmarsi per le gesta dei loro beniamini, fino ad esplodere di gioia per la vittoria finale. Genialmente Panahi apre qualche spiraglio, che prende forma nel dialogo fra le giovani e i loro guardiani, ragazzi non molto più vecchi, prepotenti e fragili al tempo stesso, costretti ad un servizio militare lungo e snervante, ma in fondo desiderosi soltanto di tornare alle proprie case. Quando arriva la sera, l’entusiasmo cede spazio a qualche vago timore e le ragazze vengono caricate su un altro sgangherato pulmino che le porterà, forse, fino a quella prigione che, come accadeva ne Il cerchio, sembra rappresentare il punto terminale di ogni speranza. Eppure, stavolta, il cerchio non si chiude: Panahi si ferma prima, interrompe il viaggio con un finale inaspettatamente aperto, in cui le donne si perdono nell’aria di festa, escono di scena, quasi dissolvendosi nella sera di Teheran.
Sofia Bonicalzi, da “indie-eye.it”

Il recinto in cui sono confinate le ragazze in attesa di una decisione delle autorità, posto dietro le tribune dello stadio, diventa per un attimo un campo da gioco teorico. Infatti una delle ragazze cerca di illustrare lo schema della squadra disponendo in “campo” le altre recluse. Questo piccolo fazzoletto incastonato nel cemento rappresenta per una attimo il loro mondo ed è per un attimo metafora della loro vita. Le donne sono recluse in ogni momento della giornata; possiedono cellulari, possono mangiare pasticcini e persino andare al cinema vestite da donne, ma allo stadio, ove si gioca una partita di calcio tra uomini, non è loro permesso entrare. Non possono essere donne, né esprimere la loro peculiarità. Per andare a vedere la partita sono costrette a travestirsi da tifosa-maschio, con i colori della bandiera iraniana dipinti sul volto, con un berretto in testa per nascondersi dagli sguardi dei vigilanti. L’aspetto più interessante del film è la constatazione che dopo tutto le ragazze si camuffano per entrare allo stadio in un modo diverso da come si camuffano ogni giorno per uscire all’aperto. Non è mia intenzione giudicare le usanze e i costumi di un popolo (che meritano rispetto se e in quanto usanze e costumi), ma soltanto evidenziare la possibilità di una costrizione che non si sviluppa soltanto durante una partita di calcio, ma costantemente in ogni aspetto della loro vita. In fondo i soldati che devono controllarle non sono aguzzini, ma ragazzi di leva che desiderano tornare a casa, perché devono aiutare la famiglia a coltivare la terra e l’annata non è stata buona per il raccolto causa la siccità. Il rapporto non è dunque solo tra donna-repressa, torturata- uccisa e potere-carceriere-aguzzino. Il rapporto, l’incrocio tra le tante realtà degli esistenti, si snoda attraverso una complessità inimmaginabile. Il “tempo” in cui sono recluse è un angolo ritagliato da un mondo imperfetto e atroce, voluto e controllato da un potere ctonio capace di insinuarsi nell’animo della vittima convincendola che giudizio e tortura siano valida e giusta espiazione al fine di ottenere la sospirata redenzione. Annichilimento psicologico e plagio portano la vittima a convincersi dell’errore. Se non che l’errore non è antitesi del bene ma solo un’interferenza o una negazione della regola; e se la regola è illegittima l’errore diventa correttivo, acquisisce in pieno il suo significato latino di “vagare, aggirarsi” pertanto allontanarsi da una via definita “retta”. L’errore è un’esperienza di ricerca del proprio io, attraversato dal dubbio e dal timore, ma comunque un percorso necessario per affrancarsi dal dogma o per verificare una supposta verità. Queste ragazze travestite sembrano al contrario possedere la capacità di resistere ai condizionamenti, di opporsi alla regola riuscendo a intaccare il nesso improprio che unisce regola a giustizia. La loro esuberanza riesce a far breccia nell’animo dei soldati “costretti” a obbedire, anch’essi in fondo prigionieri nell’altra ampia parte dello spazio che si trova al di là del fazzoletto recintato ove sostano le recluse. Offside è un film di reclusi, un film sui giovani che dovrebbero imporre la loro visione del mondo anziché dannarsi per giustificare o criticare uno status inappropriato dei fatti. Eppure dietro quelle transenne che dividono le donne dal resto della location sembra albergare la libertà. La reclusione è piuttosto psicologica, è annidata nella mente degli uomini, mentre le ragazze sono in grado di liberarsi dalle proprie paure e legami. Non sono recluse ma donne libere poiché, riferendomi a Socrate, ritengo che la libertà sia una prerogativa dell’animo non uno status “fisico”. Panahi riesce a registrare gli umori e la vitalità di una generazione semplicemente usando lo spazio di uno stadio di calcio che sia anima e si accende nell’arco di tempo di una partita della nazionale iraniana. Il calcio anche qui unisce soldati e ragazze, giovani e anziani; la vittoria della squadra rende grande il paese e inorgoglisce perché chi trasgredisce non lo fa per sabotare lo spirito della nazione, al contrario, talvolta il semplice desiderio di partecipare a uno spettacolo, costi quel che costi, diventa, nel contesto analizzato da Panahi, l’orgoglio di un popolo che ama e onora il proprio grande paese. Girando un film apparentemente leggero con happy and (ove tutta la città festeggia con fuochi d’artificio e offerte di pasticcini la vittoria) Panahi è riuscito a mostrare la debolezza del pregiudizio e della miopia di un potere delegittimato dai fatti e al contempo è riuscito a sviscerare l’innocente e tenera “reazione” dei ragazzi che cercano solo di vivere una semplice giornata in armonia e festeggiamenti. L’espressione più alta della libertà non è sempre e soltanto annidata nei grandi gesti eroici, ma anche nel desiderio quotidiano di potere scegliere. Offside pertanto è l’esito di una scelta con conseguenze; se la tragedia rimane ai margini (ma dannatamente sempre presente) dipende soltanto dal fatto che nessuno vuole smettere di sognare. Pensare alle azioni che si svolgono in campo (poiché alle ragazze non è permesso assistere alla partita) assume un’importanza capitale. Immaginare e ricucire lo spettacolo “invisibile” di una partita in parte intravista tra le sbarre di acciaio delle cancellate, un po’ udita dal racconto verbale di un soldato, un po’ scoperta dall’esultanza del tifo, colonna sonora inesauribile del film, diventa il grido di libertà che non potrà mai essere soffocato . Nessuno può impedire di pensare se non lo si lascia entrare nella propria coscienza. Un film che mi ricorda parte del cinema neorealista italiano, girato durante una vera partita di calcio della nazionale iraniana con tifosi e festeggiamenti veri. L’abilità di Panahi ricorda la grande capacità di Rossellini di sfruttare il materiale “offerto” dal mondo ove il profilmico non è una ricostruzione o una sintesi di location e scenari da teatri di posa. Il mondo di Panahi è l’imprevedibilità del reale, la possibilità che la partita di calcio finisca con una sconfitta dell’Iran. Allora cosa sarebbe capitato alle ragazze? I soldati le avrebbero condotte in carcere? Questa imprevedibilità è la stessa che il regista iraniano ricostruisce nelle maschere utilizzate per nascondere la bellezza della donna. Queste ragazzine travestite da uomini, o meglio, travestite da personaggi stranianti (poiché il copricapo e i larghi vestiti non trovano riscontro nell’abbigliamento maschile), pertanto goffe (la ragazze che va al bagno) o mascoline (la ragazza che fuma) o addirittura soldatesse (la ragazza ammanettata), con i volti bassi per non farsi notare o costrette a nascondersi dietro una foto di un calciatore per andare in bagno senza essere viste, riescono comunque, grazie all’esuberanza, alla voglia di vivere, a mostrare tutta la loro grazia, una bellezza che supera il classico concetto di bellezza femminile=forme-misure per diventare più una bellezza profonda, interiore. Quando la ragazzina, subito dopo essere stata riconosciuta dal vecchio, indossa il chador, mostrando il suo volto dipinto col tricolore della bandiera e incorniciato dal velo nero, l’arte di Panahi sintetizza in un’unica immagine la luminosa bellezza della donna iraniana.
da “cinemante.blogspot.com”

Iran, 2005. Una folla di tifosi si riversa allo stadio per assistere alla partita di qualificazione dei mondiali. Tra questi anche alcune ragazze, vestite con abiti maschili per mimetizzarsi tra la folla ed entrare allo stadio, il cui accesso è vietato alle donne iraniane. Ma la vigilanza è stretta e alcune di loro vengono arrestate.
È possibile fare una commedia che abbia per protagoniste un gruppetto di ragazze iraniane? A primo acchito la risposta sembrerebbe essere negativa, non solo a causa della violenza con cui sono state messe a tacere le ultime rivolte politiche in Iran, portate avanti principalmente dai giovani, tra cui molte donne, ma anche perché ormai, nell’immaginario collettivo occidentale, pensare alla donna araba significa associarvi l’icona di una creatura sottomessa, nel corpo così come nello spirito, a una cultura ancora fortemente patriarcale. L’Iran di oggi non sembra un luogo adatto ad ambientarvi una commedia né la donna araba appare personaggio che possa farci sorridere; tutt’al più, da occidentali fortunati e fortunate, possiamo provare pietà più o meno sincera nei loro confronti.
Per questo motivo l’ultimo film di Jafar Panahi spiazza letteralmente lo spettatore. Il regista iraniano, infatti, non solo ricorre alla commedia per raccontare l’Iran contemporaneo, ma concentra la sua attenzione su di un gruppetto di ragazze niente affatto sottomesse. Le giovani donne protagoniste di Offside, infatti, pur nella diversità dei loro caratteri, sono coraggiose e tenaci, accomunate dalla grande passione per il calcio (un gioco da uomini, e non solo in Iran) e dal desiderio di vedere, come tutti gli altri tifosi, la partita di qualificazione ai mondiali. Per raggiungere il loro scopo, non esitano a celare le loro forme in larghi camicioni e buffi cappelli, non esitano a rischiare i controlli, spesso con la complicità di altri tifosi. Che sia il bagarino che accetta di vendere il biglietto a una delle cinque protagoniste, o un signore anziano con cui un’altra riesce a superare i primi controlli, o due ragazzi che, pur accorgendosi di una donna nel pullman dei tifosi, accettano di non fare la spia; anche gli uomini, soprattutto giovani, sembrano consapevoli dell’assurdità delle leggi a cui sono sottoposte le donne iraniane. Questo è uno degli elementi più significativi in Offside, perché la complicità maschile nei confronti di queste cinque ragazze è simbolo di una generazione nuova, che inizia a trovare inspiegabili certe regole e a desiderare che possano cambiare. Una generazione che ha fatto un passo in avanti rispetto a quella a cui appartengono i poliziotti che hanno in custodia le ragazze lungo tutta la durata della partita: questi, infatti, pur non approvando il comportamento di queste donne, al tempo stesso non sanno giustificare perché sia male che una donna vada allo stadio e sieda accanto ad un altro uomo. Quando uno dei poliziotti tenta di trovare una giustificazione (le donne iraniane non possono andare allo stadio perché sentirebbero il turpiloquio dei tifosi maschi) è impossibile trattenere il riso, così come un effetto decisamente comico hanno tutti i disperati tentativi di questi poveri tutori dell’ordine nel cercare di mantenere le ragazze chiuse nella monade della tradizione. Ad essere decisamente contro le ragazze sono gli anziani, qui rappresentati dal padre di una delle tifose imboscate, che con violenza vorrebbe punire quello che per lui è un oltraggio. Il vecchio padre, con la sua intransigenza, è simbolo del vecchio Iran; l’Iran delle leggi assurde e ridicole che sopravvive solo attraverso la forza e che prima o poi dovrà morire. Perché non si possono mettere a tacere i fermenti del cambiamento.
Oltre a questa contrapposizione dialettica tra tre diverse generazioni, a ricoprire un ruolo fortemente simbolico in Offside è anche quella tra spazi: lo spazio apparentemente aperto del campo di calcio (in realtà mai inquadrato e, soprattutto, reso chiuso da regole senza senso), rispetto agli spazi ristretti (la piccola zona recintata, l’autobus) in cui sono costrette le cinque protagoniste. In realtà, il vero spazio aperto non è il prato verde dove corrono i giocatori, ma il quadrato di cemento dove le ragazze tentano di carpire brandelli di partita e dove, innanzi agli occhi dei soldati, la nuova generazione iraniana inneggia non solo alla sua squadra, ma anche e soprattutto al suo futuro. Con Offside, Jafar Panahi è dunque andato oltre il desiderio di parlare della condizione femminile iraniana (limitare il film a questo significherebbe, infatti, non coglierne tutto il significato) e ha sfidato gli stessi spettatori occidentali ad andare oltre i luoghi comuni sul suo paese. Attraverso il linguaggio della commedia, infatti, il regista mostra un intero paese che sta cambiando e mostra un regime vergognosamente ridicolo, che può bloccare con la forza la giovane generazione iraniana ma non può fermarne il grido di speranza.

Curiosità
Il film ha vinto l’Orso d’Argento al Festival del Cinema di Berlino del 2006. Malgrado ciò, ne è stata proibita la diffusione in Iran, come per gli altri film del regista. Arrestato in occasione dei moti di protesta contro il regime iraniano, Panahi è stato condannato a sei anni di reclusione, gli è stato proibito di scrivere e produrre film, viaggiare e lasciare il paese per vent’anni. In suo favore si è mobilitata tutta la comunità artistica e intellettuale internazionale. Offside, uscito in tutto il resto del mondo tra il 2006 e il 2007, arriva infine nei cinema italiani con cinque anni di ritardo.
Ercole Saba, da “hideout.it”

Mai andati allo stadio? Probabilmente sì. Gioito per un goal? Spesso. O per una vittoria? Della nazionale magari… Massì che lo avete fatto. O magari no, ma frega poco, non è questo il punto. Il tifo è un gesto naturale, arcaico, quasi innato. Condivisione sociale, diminuzione dello stress, rituale rassicurante. Una serie di funzioni vitali espletate anche attraverso il tifo.
In “Offside” ci troviamo in Iran e siamo di fronte alla necessità di dar sfogo ai processi sopra indicati. Ma in questo film, nella Repubblica Islamica dell’Iran, non lo fanno degli uomini, ma un gruppo di ragazze entusiaste ed agguerrite. Vogliono entrare allo stadio in occasione di una partita decisiva per la qualificazione dell’Iran ai mondiali di Germania 2006, spettacolo vietato alle donne perché potrebbero sentire – sic – parole non consone alle orecchie di donne rispettabili.
Il regista Jafar Panahi parte da questo episodio per raccontare della situazione iraniana negli anni zero, delle prospettive di un popolo oppresso e in generale dell’uomo con i suoi semplici bisogni che permettono di dirsi realmente vivi. Un racconto semplice, lineare, asciutto che però fa capire dei drammi, delle contraddizioni e dell’essenza del popolo iraniano.
Le ragazze protagoniste del film, nel volersi infilare di soppiatto nello stadio, mettono magnificamente in luce tutte le contraddizioni del regime iraniano e più in generale di una società che tende a soffocare diritti naturali, come quello di muoversi senza impedimenti, agire in base al proprio credo ed esprimersi liberamente. La prima spaccatura emersa col loro agire rivoluzionario avviene attraverso l’approfondimento della figura dei soldati. Non militari lobotomizzati e senza scrupoli, ma persone semplici costrette a quel periodo da militari lontano dalla proprie terre e dai propri affetti. Questi diventano spalla perfetta per le ragazze. Loro esigono libertà entrando allo stadio, loro avranno libertà non facendole entrare allo stadio. Un bislacco conflitto di interessi causato proprio da regole insensate imposte da un credo folle. La ragione mortificate dal dogma, la semplicità di una passione compressa dall’insensatezza di una regola.
Tutto diventa grottesco in quanto la situazione stessa è bizzarra e assurda. E proprio da questa assurdità emergono delle scene lapidarie nel loro essere sia parossistiche che drammatiche. Una prigione fatte di transenne, una scena d’azione in un bagno pubblico, un arresto farsa tra snack tipici iraniani e in generale la penuria di un quadro bislacco dove la grettezza umana regna sovrana.
Lo sguardo di Jafar Panahi non è però certamente pessimista. Anche in Offside, come nel bel “I gatti persiani”, c’è una sorta di speranza, non insita nella forza delle istituzioni o in un riscatto “di lotta”, ma più su un piano genuino e pacifico. E’ proprio un festeggiamento o la festa tra le strade che libera allora i protagonisti dalle loro divise imposte dall’alto e permette loro di lasciarsi trasportare dalla naturalezza e vivere con passione e schiettezza le loro vite. E questo finale, viste le recenti vicende iraniane, chissà che non rappresenti la vera essenza del riscatto sociale.
Michele Ciliberti, da “osservatoriesterni.it”

Nel giorno della partita di qualificazione per i Mondiali di calcio fra Iran e Bahrain, una ragazza cerca di mimetizzarsi in mezzo a un pullman di tifosi per riuscire ad entrare allo stadio, dove le iraniane non sono ammesse per questioni di buoncostume. Dopo aver acquistato a caro prezzo un biglietto da un bagarino, la ragazza osserva le varie strategie adottate dalle tante altre donne presenti per riuscire a eludere la sicurezza. Solo che, una volta varcati i cancelli, viene presa dal panico e riconosciuta dai militari che la conducono in una zona di detenzione situata nell’ultimo anello dello stadio, dove anche altre ragazze smascherate sono in attesa di essere prelevate dalla polizia.
Dal Cerchio di una giornata qualunque di varie donne a Teheran alla forma più ovale e squadrata della planimetria di uno stadio di calcio, Jafar Panahi porta avanti la sua mappatura della cultura contemporanea iraniana attraverso l’esplorazione della condizione femminile. La geometria delle forme rende l’idea della differente configurazione dei due film. Il cerchio esigeva una struttura a circuito chiuso, perfettamente calibrata in funzione di una storia articolata come un continuo passaggio di testimone e di testimonianze dal quale era impossibile uscire. Offside, al contrario, si colloca realmente all’interno del caos di quella giornata in cui Teheran ha ospitato la partita di qualificazione ai Mondiali di Germania 2006, per individuare le possibili vie d’uscita e cogliere qualche segnale di speranza non atteso.
Con un atteggiamento più fiducioso e sfrontato, di chi ha intenzione di sfruttare ogni “fuori gioco” della realtà per cercare di segnare a suo vantaggio, Panahi stavolta abbandona presto l’ottica del pedinamento errante affinché siano più le sorti della partita a muoversi attorno al suo gruppo di giovani attrici-tifose, anziché il contrario. Non è una questione tanto di improvvisazione quanto di imprevedibilità. A Panahi, più che gli ideali della poetica neorealista interessa far interagire fiduciosamente l’alea con l’attualità, la cecità della fortuna con la chiarezza di una narrazione quasi didattica. Il fuori gioco, quindi, oltre ad essere allegoria del carattere marginale della donna all’interno della società, diviene anche il campo dove Panahi vuole giocare la sua vera partita: quella fra condizione dettata (la sceneggiatura del film) e movimento dell’incertezza (il risultato della partita).
L’incontro si gioca perciò ai margini del campo della realtà e coinvolge proprio la forza strutturata della narrazione contro quella aleatoria e inconoscibile del caso. Da una parte, una sceneggiatura ben congegnata in cui ognuno dei caratteri maschili e femminili identifica un pezzo preciso della società (l’emancipazione, il retaggio familiare, la leva obbligatoria) e serve a richiamare eventi veri e propri (la morte dei sette iraniani avvenuta durante la precedente partita contro il Giappone). Dall’altra, il principio che “la palla è rotonda” e che nella vita, come nello sport, ogni situazione, anche la più reazionaria e repressiva, è sempre soggetta al cambiamento.
Il risultato finale del match gli permette di chiudere questo incontro fra reale e simulato con un’esplosione di ottimismo comunitario. Speriamo si possa dire presto lo stesso anche per quanto riguarda la sua condanna da parte del Tribunale di Teheran.
Edoardo Becattini, da “mymovies.it”

Chi sarà mai quel ragazzino un po’ strambo seduto in silenzio in un angolo di un autobus pieno zeppo di tifosi urlanti diretti allo stadio? In realtà non è un ragazzo, ma una ragazza travestita da uomo. E non è la sola, dal momento che la passione per il calcio accomuna tante donne iraniane. Prima del calcio d’inizio, la ragazza viene arrestata e rinchiusa in una specie di recinto, proprio accanto allo stadio, insieme ad altre donne tutte travestite da uomini.
(Fonte: MondoCinemaBlog).

Se è vero che la distribuzione cinematografica italiana fa acqua da tutte le parti, accumulando solitamente un numero spropositato di pellicole “interessanti” solo in un ristretto periodo dell’anno e se consideriamo il fattore “sole primaverile inoltrato” come ulteriore deterrente per gli spettatori, è indiscutibile il fatto che alcuni film preziosi e invisibili emergano dagli impolverati scaffali solo adesso. E’ il caso di “Offside”, presentato ben 5 anni or sono al Festival di Berlino e vincitore dell’Orso d’Argento. In tutta la regione Toscana, a oggi 13 di Aprile, viene proiettato solo al Cinema Adriano di Firenze (tanto per ribadire fino a che punto sia arrivato l’irreversibile declino culturale).
Forte di una linea di pensiero libertaria e acuta, la pellicola di Jafar Panahi supera la linea dei militari difensori della giustizia e va spontaneamente in fuorigioco, oltre la linea di quel confine che sotto i regimi integralisti sarebbe meglio non valicare. Il regista, senza l’uso di troppe amplificazioni, si inventa un carcere all’aria aperta: sfortunata profezia del suo futuro, visto che lo scorso dicembre è stato condannato a sei anni di reclusione perché ritenuto colpevole di aver fatto propaganda contro la Repubblica islamica e il governo. Inoltre, Panahi non potrà lasciare il paese per i prossimi venti anni, né girare nuovi film o rilasciare dichiarazioni di qualsiasi genere ai mezzi di comunicazione iraniani o stranieri. Un bavaglio che sottomette il regista a un silenzio infinito, tristemente ovattato come i rumori provenienti da un campo di calcio quando ci è precluso assistere alla partita.
Ed è proprio in questa zona esterna superiore al campo sportivo che avviene uno scontro fisico e ideologico tra le femmine, travestitesi per assistere all’incontro di calcio, e i soldatini dell’esercito che difendono una legge che vuole le donne estromesse dagli stadi. Sono signorine che incutono paura perché dannatamente incanalate sulla via dell’emancipazione: fumano, aspirano a fare il militare, vogliono andare nella toilette degli uomini. Minano insomma quelle certezze (che poi sono i punti deboli) dello Stato e dei suoi tirapiedi, facendo vedere al mondo i normalissimi desideri di una generazione e le risorse di un paese per il quale si auspica una futura armonia.
Le forze dell’ordine, nel cercare una minima e decorosa repressione, trovano resistenza anche dalla parte maschile, sono derisi e abbandonati sventuratamente a loro stessi, compresi e compatiti umanamente solo fino a un certo punto; perché i tempi vanno avanti inesorabili e anche i poliziotti giocano ai limiti dell’offside, sostando sul confine tra il dovere e la voglia di essere anch’essi liberi e indulgenti.
La regia di taglio quasi documentaristico indugia spesso sul volto sofferto di un padre anziano preoccupato per le sorti della figlia, sui tormenti e le esitazioni dei militari, tallona i vigorosi sorrisi disarmanti di alcune ragazze “infiltrate”, per poi concedersi alla gioia e al giubilo al termine dell’incontro sportivo con il Bahrein. Il racconto, sviluppato quasi in tempo reale, passa da una realtà drammatica a un piglio quasi sarcastico e un po’ ammorbidito, quando si trasferisce tra i festeggiamenti per le strade, dove si canta e si balla, tutti riuniti a gridare il nome del proprio Paese. Alla fine si aprono anche le porte della prigione-pulmino, ma c’è il timore che si tratti di una libertà effimera: tra il luccichio di fari e lo scoppio dei petardi, la strada resta segnata e il richiamo della voce del padrone sembra essere già lì, pronta per le sue opposizioni.
Ispirato a un fatto realmente accaduto alla figlia di Panahi, e attraversato da una grande umanità e semplicità, “Offside” è disinvolto e confidenziale al punto giusto; narra splendidamente le problematiche sociali attraverso le gesta di chi va allo stadio per sfogarsi dicendo qualche parolaccia, vestendo le maglie del Brasile o dell’Inter (temporanea immedesimazione per sfuggire la realtà?), o in alternativa camuffandosi nella speranza di essere invisibili alle restrizioni, come ultima risorsa per un breve giro di giostra. Attendiamo fiduciosi che il regime italiano si uniformi a quello iraniano e, tra boutades rimbalzanti tra le aule giudiziarie e quelle parlamentari, inizi una vera e propria inibizione discriminatoria. Qualche illuminato ministro potrebbe far notare la somiglianza dei colori delle bandiere, e insistere per un tollerante e iconografico decreto.
da “filmscoop.it”

I film non sono entità astratte e immateriali, ma al contrario sono esseri pulsanti e dotati di vita autonoma. Nascono grazie al frutto di molteplici apporti creativi umani, si sviluppano e crescono scontrandosi con la realtà che li circonda, mutando in relazione all’ambiente circostante. Può capitare, così, che finiscano per assumere un significato e un valore diverso, che travalica anche il limite stesso dell’opera, in relazione ai cambiamenti del contesto sociale e politico in cui si trovano a vivere. Questo preambolo è per dire che Offside, l’ultimo lungometraggio girato da Jafar Panahi nel 2006, vincitore del Gran Premio della Giuria al Festival di Berlino, proiettato oggi nelle sale acquisisce un senso, un’importanza, un’urgenza del tutto nuovi e dirompenti.
Una sequenza del film di Jafar Panahi ‘Offside’. Impossibile, infatti, non rapportare il film alle cupe vicende che nel frattempo hanno coinvolto il regista. Panahi, uno dei leader del movimento democratico di protesta che ha infiammato l’Iran nella primavera del 2010, è stato arrestato dalle autorità del regime di Teheran e, solo dopo un laborioso intercedere della comunità internazionale, è stato rilasciato su cauzione. Tuttavia, è ancora confinato agli arresti domiciliari, e su di lui non solo pesa la limitazione della libertà personale, ma – cosa forse ancor più drammatica per un’artista – anche di quella espressiva, dal momento che al regista è stato proibito di girare film per ben vent’anni. Pur non potendo essere fisicamente presente alla scorsa Berlinale, Jafar Panahi è divenuto uno dei protagonisti del festival, al punto da essere proclamato giurato “virtuale” della manifestazione. Un gesto forte, di denuncia, che è stato accompagnato anche dalla riproposizione di quella che potrebbe essere la sua ultima opera da vent’anni a questa parte.
Altrettanto impossibile non leggere Offside alla luce dell’impetuosa ondata di mobilitazioni spontanee, giovanili e popolari, sbocciate negli ultimi mesi per reclamare l’insopprimibile diritto alla libertà e alla democrazia, che paiono aver travolto gran parte del Nordafrica e del Medio Oriente con conseguenze inaspettate. Ecco che la storia semplice e minimalista raccontata da Panahi – con protagoniste un manipolo di combattive ragazzine che lottano contro il divieto imposto alle donne di accedere agli stadi, sullo sfondo della partita decisiva di qualificazione ai mondiali dell’Iran – acquista un significato simbolico ben più grande, che vale a rappresentare la condizione di un’intera nazione soggiogata da un regime oscurantista e discriminatorio, imposto da decenni con la violenza e senza alcun consenso popolare.
Una scena del film di Jafar Panahi ‘Offside’. Con l’autenticità e l’immediatezza della messa in scena di stampo neorealista che ha sempre contraddistinto l’allievo di Abbas Kiarostami (impiego di interpreti presi dalla strada, sovrapposizione tra vita reale e narrazione cinematografica), quello che ci racconta Offside va allora ben al di là dalla semplicità cronachistica del racconto. In maniera sotterranea, Panahi affronta questioni anche complesse, come l’invalicabile rigidità dei ruoli sociali che dividono nettamente uomini e donne nella società iraniana, tema ricorrente, questo, di tutta la filmografia del regista.
Lo spazio rappresentato dalla partita di calcio, che in effetti nel film non è mai mostrata direttamente, assume così un valore simbolico, e incarna un luogo ideale e utopico, dove è possibile esprimersi liberamente e mutare i ruoli di genere (le ragazze assumono sembianze maschili, addirittura una di loro si traveste da soldato). Tuttavia, questo spazio, è ancora negato alle donne iraniane, che vengono confinate in un metaforico recinto fuori dallo stadio, e possono assistere alla partita solo attraverso una grata.
Rappresenta invece una novità per Panahi il ricorso a un approccio dai toni – in apparenza – più lievi, quasi da commedia agrodolce, come se l’autore annunciasse un passaggio verso un “neorealismo rosa”, dove però emergono a tratti squarci improvvisi di dolore e di tragedia.
La conclusione aperta del film, che tuttavia sembra aprire alla possibilità di un lieto fine, lascia però intendere come l’autore rimanga ancora fiducioso nelle sorti del proprio paese, il quale sembra animato, nonostante tutto, da un forte senso di solidarietà e coesione reciproca.
Non rimane dunque che sperare, per il futuro di Jafar Panahi e di tutto il popolo iraniano.
Roberto Castrogiovanni, da “movieplayer.it”

La figlia, di dieci anni circa, gli chiede di andare con lui allo stadio. Jahar Panahi risponde che non le è concesso. Lei insiste. Insieme arrivano ai cancelli, i gendarmi non la fanno passare. Il padre entra, ma dopo un po’ la figlioletta riesce a raggiungerlo. Poiché c’è sempre un modo per farcela. Un modo per aggirare quelle norme che, secondo l’interpretazione del regime, impediscono a metà del popolo – alla metà costretta a stare dietro una linea più o meno immaginaria, per non finire in fuorigioco – di partecipare a uno dei rari eventi di unità per tutti gli iraniani: la partita di calcio, soprattutto se è quella della nazionale. Un evento tale da far sì che tifosi morti nella calca siano ricordati quasi come degli eroi. Paradossalmente, il governo ostacola il patriottismo.
L’episodio frulla nella testa del regista finché, in corrispondenza del match decisivo per la qualificazione dell’Iran ai mondiali di Germania 2006, decide di farci un film, girato in tempo reale con un originalissimo miscuglio di vero documentario e di finzione, nonostante le consuete difficoltà per ottenere i permessi a causa della presenza femminile nel cast, composto interamente da attori non professionisti. In Iran non è mai stato proiettato, all’estero è uscito cinque anni fa, in Italia ci ha pensato il mercato, a censuralo. Esce nel 2011 con colpevole ritardo, viste la qualità e l’importanza di film (Orso d’Argento a Berlino) e regista. Il sospetto è che si tratti più di sfruttare economicamente la difficile situazione giudiziaria di quest’ultimo, che di offrirgli un doveroso omaggio e un supporto.
Ed esce quando ormai il cinema iraniano, seguendo l’esempio di Panahi, è tornato prepotentemente nelle città. I tempi son cambiati, i desideri frustrati non riguardano solo i bambini delle zone agresti, ma anche gli adolescenti e gli adulti, donne e uomini, che abitano le aree urbane; il Nostro se ne è accorto almeno dai tempi de “Il cerchio”, oggi il suo esempio lo ritroviamo in tanti film connazionali, da “I gatti persiani” a “Tehroun” a “Green Days” e in tanto cinema realizzato in medio oriente (come nel caso dell’ultimo vincitore del Carthage Film Festival, l’egiziano “Microphone” del trentaduenne Ahmad Abdalla). Se le pulsioni popolari e giovanili sono esplose nei recenti moti di piazza, un cinema fresco e rinnovato aveva già cominciato a raccontarle. Panahi, in special modo con “Offside”, è il pioniere ideale di questa ennesima Nouvelle Vague.
A cogliere la voglia di trasformazioni sociali, invero ancora latente nel 2006, è una riflessione lungo un continuum di unità nazionale e, al contempo, di almeno tre evidenti contraddizioni interne. In primis, ovviamente, quella di genere. La condizione femminile è, nella Repubblica Islamica, la più problematica. Le ragazze del film, non intendendo essere escluse dal rito collettivo del calcio (che spesso sfocia in partecipatissime manifestazioni), sono costrette a negare la loro identità di donne travestendosi da uomini; una femminilità spiccata rende ancora più complicata la riuscita di un’impresa al contrario alla portata di chi ha un aspetto mascolino.
Ma un’altra frattura evidente è quella generazionale, se è vero se il film si apre con un uomo che cerca sua figlia, diretta allo stadio anziché a scuola; tempo dopo riesce a trovarla – è tra le ragazze catturate – ma non può condurla con sé. Si allontana mesto, sullo sfondo, non esultando al goal dell’Iran, metafora di una vecchia generazione che non riesce a tenere a freno quella nuova, cui dovrà prima o poi cedere il passo, da cui è già separata.
E vi è infine la contraddizione città/campagna, con il soldato proveniente da quell’area rurale che è il principale bacino di consenso per il partito conservatore di Ahmadinejad e che è incapace di comprendere la modernità e le aspirazioni della metropoli (e della capitale in particolare).
Per catturare al meglio una realtà così articolata, Panahi dà fondo al proprio repertorio: mobilissima macchina a mano prossima ai personaggi, interruzione “brechtiana” – all’interno dell’unità temporale (non a caso il film dura novanta minuti) – della continuità d’azione attraverso elementi drammaturgici di disturbo, ampio ricorso al fuori campo, uso scenografico dei piccoli oggetti. In più opera un grande lavoro sulla modulazione dei suoni, da momenti di relativa quiete ad attimi di assordante frastuono, nei rari casi in cui anche la nostra attrazione per il calcio è appagata da scampoli di partita, con una luce accattivante che interviene a illuminare lo schermo. Offerte agli spettatori con la giusta parsimonia, sono sequenze da pelle d’oca. Di eccezionale bravura. Le migliori, assieme a quella nei bagni pubblici.
Cinque anni fa “Offside”, malgrado la messa al bando in patria, aprì un dibattito presso le alte cariche politiche e il Presidente, grande appassionato di calcio, meditò di concedere alle donne l’ingresso negli stadi. Purtroppo il cinema non basta a cambiare il mondo, e il clero conservatore bloccò la riforma. Oggi, ci possiamo chiedere se Panahi, con ciò che sta passando, girerebbe ancora un film in cui ragazze ammanettate scherzano tra loro e si fanno beffe dei militari, o se piuttosto tornerebbe alla cupa oppressione rassegnata de “Il Cerchio”. I sette minuti del recente “The Accordion” testimoniano di un cineasta che, nonostante tutto, non ha ancora ceduto a una rabbia fuori controllo, ma mantiene una ottimistica e solidale umanità.
Claudio Zito, da “ondacinema.it”

Quando aveva vinto l’Orso d’Argento a Berlino nel 2006, dopo una carriera di successi cominciata con Il palloncino bianco e il cerchio, nessun distributore aveva avuto il coreggio di proporre in sala Offside di Jafar Panahi.
Sono passati cinque anni, il regista è diventato un simbolo di libertà contro il regime di Ahmadinejad e sta pagando a carissimo prezzo il suo impegno con la rivoluzione verde.
Grazie alla piccola casa di distribuzione Bolero Film, Offside arriva finalmente in sala. E’ l’ultimo film di Panahi: purtroppo l’impressione è che lo rimarrà ancora per molto. Condannato a 6 anni di prigione e a non poter più girare film in patria per 20 anni, Panahi è forse uno degli ultimi intellettuali liberi in un paese schiavo.
Stanze di Cinema è al suo fianco, per quel poco che vale e cerca almeno di non far cadere il silenzio su uno dei crimini più grandi che un regime può fare al suo popolo: privarlo della libertà di esprimersi, di manifestare opinioni, idee, confrontarsi con gli altri, usare l’arte ed i mezzi di comunicazione per trasmettere pensieri, per affermare la propria visione del mondo.
Paolo Mereghetti sul Corriere ha dedicato a Offside la sua tradizionale recensione lunga:
L’8 maggio 2005 è stata una data storica per il calcio iraniano: la vittoria sul Bahrein avrebbe permesso alla nazionale di casa di accedere alla fase finale del Campionato del mondo di calcio in Germania. E proprio durante quell’evento, quasi in presa diretta, Jafar Panahi ha ambientato quello che sarebbe diventato – a oggi – il suo ultimo lungometraggio, Offside.
La storia del film è quella di alcuni tifosi «particolari», attirati dalla gara ma impossibilitati ad assistervi perché la tradizione del Paese impedisce alle donne di assistere alle partite…
Panahi mette immediatamente le carte in tavola. L’eventuale suspense – riuscirà la ragazza a entrare nello stadio? – viene immediatamente frustrata e il film si trasforma in una concretissima riflessione sulla condizione femminile oggi in Iran. Perché la ragazza, fermata dai soldati di servizio, si ritrova con un altro piccolo gruppo di tifose, rinchiuse in una specie di recinto appena fuori dalle gradinate. Ognuna ha cercato un proprio modo per entrare (anche travestendosi da soldato per avere i posti riservati, smascherata da chi si era visto assegnare quel posto) e ognuna reagisce a modo proprio a questo divieto: chi si pente, chi litiga, chi discute, chi tenta la fuga…
Mereghetti conclude con un elogio alla straordinaria capacità di Panahi di sfruttare l’evento sportivo in diretta, girando il suo film senza rete, affidandosi alla bravura degli interpreti:
La grande prova di regia di Panahi e di recitazione di tutto il cast risalta nella capacità di sfruttare al meglio i tempi della partita, un evento che non si poteva certo «ricostruire » se mai le riprese fossero andate male o qualche cosa avesse dovuto essere rifatta. No, tutto si incastra perfettamente […]Offrendo in diretta allo spettatore il «segreto » del suo cinema, capace di intrecciare grandi e piccole storie, momenti ufficiali (come una partita di calcio) e segreti privati, passioni collettive e singoli destini.
Marco Albanese, da “stanzedicinema.com”

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