Miracolo a Le Havre

Il lustrascarpe Marcel Marx vive a Le Havre tra la casa che divide con la moglie Arletty e la cagnolina Laika, il bar del quartiere e la stazione dei treni, dove esercita di preferenza il proprio lavoro. Il caso lo mette contemporaneamente di fronte a due novità di segno opposto: la scoperta che Arletty è malata gravemente e l’incontro con Idrissa, un ragazzino immigrato dall’Africa, approdato in Francia in un container e sfuggito alla polizia. Con l’aiuto dei vicini di casa – la fornaia, il fruttivendolo, la barista – e la pazienza di un detective sospettoso ma non inflessibile, Marcel si prodiga per aiutare Idrissa a passare la Manica e raggiungere la madre in Inghilterra.
Un cast di attori franco-finlandesi, con le facce e le fogge da polar melvilliano, interagiscono in quel di Le Havre in un quartiere dove ancora “buongiorno vuol davvero dire buongiorno”, per usare – assolutamente non a caso – una frase di Miracolo a Milano, di De Sica e Zavattini. Eppure, la battuta più bella ed emblematica del film è proprio: “restano i miracoli”, dice il dottore, “non nel mio quartiere”, chiosa Arletty. È tutto qui il miracoloso (questo sì) nodo di poesia e disincanto, ottimismo e amarezza di cui è fatto Le Havre , uno dei migliori Kaurismaki in assoluto. Il finale si preoccuperà poi di illuminare il concetto, con uno splendido e improbabile ciliegio in fiore: un altro mondo è possibile o ci vorrebbe davvero un miracolo perché una storia come quella di Idrissa accadesse nella realtà? Entrambe le cose, sembra dire il regista: il cancro che affligge il nostro modo di vivere e di agire è a un livello più che mai avanzato, ma “restano i miracoli”.
D’altronde, il fondatore del Midnight Sun film festival, quando al suo meglio, non ha mai fatto altrimenti che promuovere ossimori – i Leningrad cowboys -, trovare ricchezza nella povertà, (far) reagire con straordinaria nonchalance di fronte all’incongruo (la scena dell’ananas, in questo film, è qualcosa che non si dimentica), mescolare magistralmente anacronismo e attualità. È un sognatore? Eppure il sole di mezzanotte è un fenomeno reale, astronomico, naturale.
Marianna Cappi, da “mymovies.it”

Aki Kaurismaki torna al cinema in forma smagliante con un film tutto da vedere e da gustare
Negli anni Novanta Aki Kaurismaki è stato uno dei registi simbolo per tutti quei giovani cinefili che frequentavano le sale art house, o d’essai, come preferite, quando ancora ce n’erano tante ed erano facilmente raggiungibili da un vasto pubblico. In fondo non è passato tanto tempo, ma il mondo è cambiato e quel tipo di cinema non riesce più a incassare come una volta, dibattendosi purtroppo tra mille difficoltà distributive.
Un vero peccato, perché non si vive di soli supereroi, ma anche e soprattutto di autori che del cinema hanno scritto i linguaggi fondamentali e che ancora oggi hanno la capacità di sorprendere con disarmante semplicità produttiva.
“Miracolo a Le Havre”, in Concorso a Cannes 64 e presentato in anteprima al Torino Film Festival, è un esempio lampante di quanto il grande cinema non abbia bisogno di budget simili a un PIL. Kaurismaki racconta la sua ennesima storia di esclusi bohemienne, questa volta portando sullo schermo l’attempato sciuscià Marcel Marx, che si ritrova tutto a un tratto con la moglie amorevole in ospedale in fin di vita, e con un ragazzino immigrato clandestino da salvare dalla polizia e a cui far raggiungere la madre a Londra. Finirà tutto bene, e non un problema saperlo, perché in questo caso è più importante come una storia viene narrata e non quello che è. “Miracolo a Le Havre” è un omaggio al neorealismo italiano e una rilettura elegante e stralunata di “Casablanca”, grazie anche ai due eccezionali attori protagonisti André Wilms e Jean-Pierre Darroussin.
Un film tutto da vedere e da gustare, godendo della meravigliosa messa in scena naif di Kaurismaki, cineasta di cui si sentiva la mancanza e che ritroviamo con piacere enorme.
da “film.it”

Marcel è un attempato e spiritoso lustrascarpe che sbarca il lunario grazie alla frugalità dell’adorata e paziente moglie e alla generosità dei commercianti del quartiere di Le Havre, Normandia, dove vive. A portare scompiglio nella sua vita è l’incontro con Idrissa, un giovanissimo rifugiato del Gabon ricercato dalla polizia di frontiera. Con sua moglie ricoverata in ospedale per una grave malattia, Marcel nasconderà il ragazzo e cercherà di trovare la somma di denaro necessaria a spedirlo a Londra, dove l’attende la madre.
Un piccolo film per un grande concorso, qui al 64. Festival di Cannes, Le Havre di Aki Kaurismaki è una commedia chapliniana nei temi e nelle modalità narrative, con un infinitamente amabile Jean-Pierre Léaud che persino alla pronuncia delle sue battute riesce a regalare una sfumatura old style.
Una sequenza del drammatico Le Havre La fotografia di grande espressività del fido Timo Salminen conferisce alla vicenda un’atmosfera vagamente surreale, come si confà a una favola metropolitana come questa, in cui tutti gli abitanti del povero quartiere di Le Havre s’industriano per aiutare Marcel e il suo giovane protetto, e persino l’ispettore locale, un contegnoso e vissuto Jean-Pierre Darroussin, preferisce chiudere un occhio, anzi tutti e due, in barba agli ordini del ministero, per permettere al ragazzo di oltrepassare la Manica.
Semplice fino all’ingenuità nel plot e nella messa in scena, Le Havre è un film dallo spirito contagiosamente positivo che affronta un problema attuale come quello dell’emigrazione, più che mai all’ordine del giorno nella Francia sarkozyana, con leggerezza ma non con superficialità. Un “peso mosca” in questa poderosa selezione competitiva, giova ribadirlo, ma forse il più dolce e confortante del lotto. E abbiamo sempre bisogno di miracoli.
Alessia Starace, da “movieplayer.it”

L’ultimo film Kaurismaki è una favola personale e politica, con un mondo reale e utopistico. Un film che è un miracolo
C’è stato un tempo in cui nei centri storici si trovavano ancora piccole sale cinematografiche che gli avventori per darsi un tono chiamavano d’essai. Uno degli ultimi eroi del cinema d’essai è il regista finlandese Aki Kaurismaki che negli anni Novanta è stato un vero e proprio culto,coi suoi film realistici e poetici e con le sue sigarette sempre accese e il suo tono (e l’alito) che non nascondevano l’amore per la vodka e i suoi derivati. Non è passato poi molto tempo, ma questi cinema in molte città sono scomparsi ed oggi i piccoli film di qualità fanno sempre più fatica a vedere il buio delle sale.
Miracolo a Le Havre (il titolo originale è Le Havre, ma il distributore italiano temeva che il pubblico non capisse allora ha didascalicamente aggiunto “Miracolo a”) è stato accolto con entusiasmo a Cannes (e dal pubblico della Piazza Grande di Locarno) ed ora arriva in qualche sala residua anche in Italia.
Kaurismaki riprende lo spiantato scrittore Marcel Marx del suo Vita da Bohème (1992) e da Parigi lo riporta alla periferia di Francia, in quella Le Havre che col suo porto sulla Manica è terra di confine tra la Francia e l’Inghilterra. Marcel ha lasciato perdere la misera vita bohèmien della capitale ed ora fa il lustrascarpe alla stazione di Le Havre con un amico thailandese (che si spaccia per cinese). Vive con Arletty un amore complice e assoluto, l’amore di una coppia avanti con gli anni che condivide un povero appartamento e il poco che si riesce a portarci dentro. Poi c’è il quartiere con la sua comunità di personaggi umanissimi, indolenti ma pronti a farsi in quattro, coi loro volti segnati da una realtà che, si intuisce, non è delle più comode. L’arrivo di un bambino clandestino da proteggere ed aiutare e la malattia di Arletty daranno il via agli avvenimenti che Marcel dovrà affrontare, naturalmente con l’aiuto del quartiere.
Kaurismaki ci regala un’altra delle sue favole. Personaggi veri a confronto con tragedie personali e drammi della società ci mostrano che esiste ancora un mondo umano, solidale, sincero. I ritmi quasi congelati, la saturazione dei colori pastello e la fotografia ostentatamente irrealistica forniscono alla storia un’aura favolosa che anziché renderla inverosimile la fa diventare una storia universale.
Come nel miglior Kaurismaki le situazioni tragiche sono smorzate dall’ironia e da dialoghi fulminanti e l’umanità dei personaggi è quanto di più lontano dal patetico o dal sentimentalismo ricattatorio. Gli attori sono perfetti, a iniziare dalla coppia protagonista André Wilms e Kati Outinen, attori feticcio del regista finlandese per arrivare a Jean-Pierre Darroussin uno dei volti più conosciuti del cinema francese che qui interpreta il poliziotto con cappello e gabardino tipico dei poliziotti silenziosi, tristi e solitari del polar.
Una nota a parte la merita l’apparizione di un Jean-Pierre Léaud invecchiatissimo che riesce a fare venire un brivido a tutti quelli che lo ricordano nei film di Truffaut, da I quattrocento colpi a Effetto notte a tutti gli altri.
Alla fine Le Havre è un vero miracolo cinematografico, giustificando così il titolo della distribuzione italiana.
da “lundici.it”

A Le Havre, tra piccole case di periferia, vecchi bar, negozietti folcloristici e i container che affollano il porto, ritroviamo il Marcel Marx già conosciuto in La vie de bohème, dove il regista finlandese Aki Kaurismaki per la prima volta affidava a André Wilms il ruolo di uno scrittore ora diventato lustrascarpe e costretto a sbarcare il lunario, insieme alla moglie Arletty (Kati Outinen, icona kaurismakiana) e al cane Laika. L’equilibrio modesto ma lineare della sua vita è messo in crisi da un duplice evento: il ricovero di Arletty in ospedale per un cancro in fase terminale e il contemporaneo incontro con Idrissa, giovane immigrato clandestino sfuggito alla polizia. Marx decide di accoglierlo in casa e aiutarlo ad attraversare la Manica per fuggire a Londra dove lo aspetta la madre, clandestina anche lei e cameriera in un ristorante cinese.
Kaurismaki ancora una volta accende i riflettori sugli outsider della società (da sempre protagonisti delle sue pellicole) e, laddove la cronaca ci parla di lotta all’immigrazione e razzismo, risponde lasciando al cinema il compito di stravolgere la realtà, anteponendo la speranza alla disperazione.
Miracolo a Le Havre, in perfetta coerenza con il percorso del suo autore, è l’ennesima storia di ordinaria quotidianità che diventa fiaba politica, leggera e divertente, dove Marcel può presentarsi al direttore di un centro di accoglienza come «l’unico fratello albino» di una famiglia africana, l’infallibile investigatore (Jean-Pierre Darroussin) incaricato di trovare il giovane clandestino preferisce inseguire veri criminali e chiudere un occhio, gli abitanti del quartiere (tranne uno) si prodigano per aiutare il loro vicino di casa e di fronte alla guarigione di Arletty anche il medico non sa trovare altra spiegazione se non un miracolo.
Nessuna denuncia, nessun giudizio, solo una grande lezione di solidarietà: unica cura capace di ridare speranza a un mondo sempre più sofferente. E di fronte al quale Kaurismaki non chiude gli occhi, ma chiede al cinema di compiere un miracolo per garantire al pubblico un happy end che conforta e invita a riflettere.
Mi piace
Il tocco ironico e l’intelligenza con cui Kaurismaki riesce a raccontare una storia capace di infondere speranza
Non mi piace
Kaurismaki rimane ancorato al suo cinema: Miracolo a Le Havre è un bellissimo film che, però, non sorprenderà chi già conosce il regista
Consigliato a chi
Non chiede al cinema solo azione, effetti speciali o cinismo, ma anche storie edificanti capaci di scaldare il cuore e trasmettere ottimismo
Silvia Urban, da “bestmovie.it”

Marcel Marx, un lustrascarpe a Le Havre, in Normandia. Un ragazzino, Idrissa, arrivato in Francia clandestino in un container, proveniente dal Gabon, che vuole raggiungere la madre a Londra. Una moglie amata, Arletty, che si scoprirà gravemente malata e verrà ricoverata in ospedale. Una cagnolina, Laika. Un quartiere proletario – tra cui spiccano un fruttivendolo, una panettiera, una barista – unito attorno a Marcel, che vuole aiutare il ragazzo, braccato dalla polizia di frontiera, nonostante la mancanza di soldi e le preoccupazioni personali. Più un commissario di polizia disincantato, dall’apparenza cinica, disposto a seguire le ragioni del cuore.
Il finlandese Aki Kaurismäki compie un piccolo miracolo: in trasferta in Francia, con un cast di volti noti della cinematografia francese (maschere da polar quali Jean-Pierre Léaud, Jean-Pierre Darroussin, André Wilms), imbastisce una fiaba moderna, con un vago sapore retrò che non guasta, a insaporire e a colorare lo squallore e l’indifferenza dell’oggi.
Kaurismäki non rinuncia affatto ai suoi temi cari: il mondo che rappresenta è quello del proletariato – il protagonista, Marcel, lucida le scarpe, è al verde e pieno di debiti, non disdegna la bottiglia e rimpiange un tempo in cui fu bohémien a Parigi – in cui pare non possa accadere nulla di buono e in cui il destino sembra già segnato. Una fotografia mozzafiato, di Timo Salminen, satura di colore, dal gusto surreale e antico, una maniacale cura per i dettagli, un’ironia di superficie che nasconde una desolazione e una malinconia profonde, una stanchezza del vivere, si aprono verso una prospettiva più ottimista, in cui Kaurismäki stempera la sua vena struggente e di denuncia sociale alla possibilità. Di vita, di fare del bene, di riscatto, di speranza.
In un mondo in cui prevale l’indifferenza e in cui i messaggi sono di quotidiano allarme, sapere che qualcuno pensa, senza lacrime e facile romanticismo, che si possa cambiare un destino è già molto.
La frase: “Ho fatto solo il mio dovere. Amo la società”.
Donata Ferrario, da “televisione.leonardo.it”

A due passi dal porto di Le Havre vive Marcel Marx, un anziano lustrascarpe senza soldi ma con una moglie che ama la sua bontà. In passato Marcel Marx è stato un artista vagabondo, uno scrittore clochard, che però ha scelto di stabilirsi nella cittadina francese. Marcel in strada, esercitando il suo lavoro, incontra tante persone ma i punti saldi della sua vita sono quelli attorno alla sua casa, il bar dove beve l’aperitivo con pochi amici, il piccolo negozio di alimentari che gli fa credito anche se sa che non pagherà i debiti. Il destino ha più di una sorpresa per Marcel: lo stesso giorno in cui l’amata moglie viene ricoverata in ospedale per un male che potrebbe non darle scampo avviene l’incontro con un piccolo clandestino africano che vorrebbe raggiungere Londra sognando di ricongiungersi alla sua famiglia. La polizia è sulle sue tracce ma Marcel non si scoraggia e tutto il quartiere sarà solidale con la sua missione. A volte i miracoli avvengono anche nei posti più inaspettati.
Sono pochi i registi che possono mettere la propria firma su ogni inquadratura di un proprio lavoro, basta però guardare un singolo fotogramma di Le Havre per comprendere come la mano di Aki Kaurismäki sia in grado di pennellare con colori pastello anche le più degradate periferie ad ogni fotogramma.
Quello di Kaurismäki è un cinema fatto di non-luoghi, i suoi personaggi spesso non hanno radici e si muovono come ombre tra strade, porti, stazioni e luoghi che non hanno memoria. Marcel Marx, insieme a M (il Markku Peltola de L’uomo senza passato) è forse il più azzeccato dei personaggi ispirati a questo modello. Esclusi, emarginati, poveri ma con la speranza nel cuore, sono spesso così i protagonisti del cinema di Kaurismäki.
Al suo secondo film francese dopo Vita da bohème del 1992 (titolo che sottolinea nuovamente i temi cari al regista finlandese), Kaurismäki costruisce un piccolo affresco di speranza con le tinte accese tipiche dei suoi lavoro ma con un occhio di riguardo alla storia del cinema francese. Diseredati e proletari sono i protagonisti perduti dei film transalpini, che oggi hanno lasciato spazio a una piccola e media borghesia con ben altri problemi che trovare qualcosa da mettere in tavola la sera. Così il tema dell’immigrazione diventa il motore per una solidarietà collettiva, mossa dall’amore del povero Marcel che rischia la propria libertà pur di aiutare il giovane clandestino.
Ogni elemento nei film di Kaurismäki, gli ambienti, gli oggetti, i costumi, finanche i volti dei suoi protagonisti (leggi Robert Guédiguian nei panni del commissario Monet, oltre che al cameo di Jean-Pierre Léaud) riescono a decontestualizzare temporalmente la storia, superando con minimalismo estetico le barriere temporali e trasformando la narrazione in un messaggio valido universalmente, al di fuori del tempo.
Andrè Wilms è la colonna su cui è costruito il film, personaggio apparentemente imperscrutabile all’inizio diventa sempre più un padre putativo di un “monello” che riporta alla mente Charlie Chaplin, ma fondamentale come sempre è la presenza al suo fianco di Kati Outinen, nei panni di una moglie affettuosa ma anche rigida amministratrice dell’economia domestica. La Outinen è da sempre considerata come la musa ispiratrice di Kaurismäki, ruolo che sembra apprezzare e saper gestire alla perfezione.
Ne scaturisce un film piccolo e delicato, ben lontano da quello che le sale di proiezione ci hanno abituato, ma allo stesso tempo un film che riconcilia con il cinema e con la vita (si faccia un confronto con i temi analoghi del film Welcome, ma che sono trattati in modo diametralmente opposto).
da “cineblog.it”

Marcel Marx, cui presta meravigliosamente il volto l’attore André Wilms, è un lustrascarpe con un passato di artista vagabondo, che lavora soprattutto nella stazione ferroviaria di Le Havre, il piccolo paesino della Normandia dove abita. Ha una vita umile ma dignitosa e spiritosa. Se la cava, insomma. Anche perché sua moglie Arletty non è di grandi pretese e la cagnolina Laika si adatta alla situazione. Poi però a un certo punto la quotidianità prende tutta un’altra faccia. Arletty finisce in ospedale con una grave malattia e non se la passa granché bene. E Marcel, parecchio disorientato senza di lei, si trova a occuparsi di Idrissa, un ragazzino del Gabon entrato in Normandia illegalmente e per questo ricercato dalla polizia di frontiera. Marcel decide prima di nasconderlo e poi di aiutarlo a raggiungere Londra dove sua madre lo aspetta.
Presentato in concorso a Cannes 2011, Miracolo a Le Havre è stato salutato dalla critica come un piccolo miracolo della cinematografia contemporanea. Non è la prima volta che accade ai film di Aki Kaurismäki di ottenere etichette cariche di tanto entusiasmo ma questa volta ci troviamo di fronte a una delle sue migliori creazioni in assoluto. Regista osannato nei circuiti d’essai, fa spesso centro grazie alla scelta di uno stile semplice che non è semplicistico. È piuttosto, la sua, la semplicità di chi riesce a cogliere l’essenziale e a restituirlo senza abbellimenti o inutili o fuorvianti ghirigori: va dritto al punto e offre agli spettatori un film dove quello che conta non è lo svolgimento, del tutto prevedibile, della trama, ma il modo in cui viene raccontata.
Un modo appunto semplice, nel senso di genuino, e positivo, nel senso di vitale e frizzante. Ogni inquadratura ha una personalità forte, originale. La scelta degli interpreti, il loro posizionamento nello spazio, la scelta delle scenografie, dei colori, dell’angolo della loro osservazione, e il tono generale del film sono armoniosamente mescolati in una storia che fa venir voglia di credere ai miracoli. Ed è bello che la voglia di credere ai miracoli venga mentre si assiste alla messa in scena uno dei problemi più scottanti dell’Europa Occidentale contemporanea, quello delle ondate migratorie. Grazie a Kaurismäki, fornai, fruttivendoli, baristi, ma perfino gli ispettori di polizia, vengono coinvolti in un’impresa eroica che non avrebbero mai pensato di poter affrontare.
Barbara Pianca, da “film-review.it”

Inizia come un omaggio al noir classico francese il nuovo film di Aki Kaurismaki, uno dei registi più apprezzati della Croisette, che ha sempre ottenuto – ogni volta che ha presentato un lavoro al Festival di Cannes – lodi da parte di critica e pubblico. Anche in questa occasione, con una pellicola dalla forte tematica sociale come l’immigrazione, l’autore finlandese non delude le aspettative, ponendosi così tra i papabili per un riconoscimento finale.
Le Havre non è solo il titolo del film o il nome di una cittadina, ma rappresenta anche simbolicamente la possibilità, da parte degli immigrati clandestini che approdano in Francia nascosti in qualche nave merci, di poter raggiungere l’Inghilterra attraverso un breve tragitto sulla Manica.
Michel Marx (un eccezionale André Wils) è un anziano lustrascarpe dotato di una profonda intelligenza e con un passato da artista di successo alle spalle; divide il suo tempo tra il lavoro, spesso umiliante, la taverna dove consuma qualche bicchiere di vino e la moglie, un donna che ama profondamente e dotata di grande senso pratico. Un giorno l’uomo incontra Idrissa, un giovanissimo immigrato clandestino che cerca di sfuggire da un lato dalla polizia che lo bracca, e dall’altro inseguire il desiderio di ricongiungersi con i parenti che vivono a Londra.
Come spesso accade tra coloro che si trovano in condizioni sociali disagiate, scatta da parte di Michel quel senso di solidarietà per chi si trova in forte difficoltà, e decide quindi di aiutare il ragazzo correndo anche diversi rischi con la legge.
Ironico, pungente e mai scontato, Le Havre è una pellicola che dimostra la grande forza espressiva del cinema come mezzo per raccontare storie. E sono proprio esse a rappresentare la forza motrice dei film e non, come ha voluto sottolineare lo stesso regista, il mezzo tecnico per mostrarle. Senza una sceneggiatura valida non esiste cinema, bensì mero esercizio di stile. Ed è proprio questo il grande punto di forza di Aki Kaurismaki, ovvero coinvolgere il pubblico con vicende e personaggi che appassionano e convincono, al di là di scelte tecniche di regia a volte fin quasi volutamente scolastiche.
Giorgio Lazzari, da “nonsolocinema.com”

Abbandonate le atmosfere quasi esclusivamente malinconiche de L’uomo senza passato e de Le luci della sera, Aki Kaurismaki torna al cinema con una favola contemporanea che, al tono mai del tutto solare del suo cinema, associa uno sguardo più positivo e carico di disincantata speranza.
Anche in trasferta in Francia, il film è ambientato nella città portuale del titolo, Kaurismaki punta il suo sguardo sull’umanità più marginale, quella proletaria, quella diseredata, quella senza una terra. Perché il cuore di Miracolo a le Havre è tutto nel rapporto tra uno scalcinato lucidascarpe che tracanna vino e non paga i conti e un giovane migrante africano fuggito dalla polizia. L’uomo, che nel frattempo avrà scoperto la moglie malata, si prenderà cura del ragazzo e cercherà di farlo arrivare in Inghilterra, facendo rete con i suoi amici di quartiere e cercando di eludere le attenzioni di un poliziotto disincantato.
Se il quadro in cui le vicende sono ambientate è nuovo, le caratteristiche dello stile del finlandese non hanno subito conseguenze dall’attraversamento dei confini, e Miracolo a le Havre ripresenta tutto il singolare anti-romanticismo del suo autore, il suo stile surreale e para-verista al tempo stesso, la sua evidente fascinazione per i polar.
Ma Kaurismaki è tutt’altro che incancrenito dentro un binario e dimostra di saper rinnovare i suoi punti di forza e le sue idiosincrasie, aggiungendo a queste sfumate variazioni un protagonista che è assai lontano da quelli descritti dei suoi ultimi film, eppure squisitamente kaurismakiano: Marcel Marx, nome di certo non casuale, è un ex bohémien ottimista e generoso, candido ma tutt’altro che sciocco, che non esita a prendersi cura di uno sconosciuto anche a rischio di sottrarre del tempo alla moglie malata.
Il cuore di denuncia sociale e il fuoco indiretto di Miracolo a le Havre sono tutti nella contrapposizione tra Marcel e i suoi amici, pronti ad aiutarlo e sostenerlo anche più di prima una volta conosciuto il suo piano, e un sistema politico e giudiziario cieco e meccanico, nel quale però fortunatamente esistono ancora anticorpi d’umanità d’altri tempi. D’altri tempi infatti è il commissario interpretato da Jean-Pierre Daroussin, figura che pare uscita da un film di Melville e che ne ripropone la carica morale. D’altri tempi è il côté di Marcel e dei suoi amici, iconograficamente e non.
Ma non c’è nostalgia romantica, in Miracolo a le Havre. C’è invece un’affermazione sognante e politica al tempo stesso, che si rivela in un finale aperto alla speranza e, al tempo stesso, e ammantato di consapevole malinconia. Perché se Kaurismaki racconta come far del bene faccia miracoli, racconta anche che trovare qualcuno che faccia del bene, oggi, è raro quanto un miracolo.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Uno dei maggiori successi nella notturna Piazza Grande è stato Le Havre di Kaurismaki. L’incontro tra un vecchio lustrascarpe e un ragazzino sans-papier diventa un film bello e commovente con una favola, come un racconto di Natale. E irrealistico come una favola.
C’erano novemila persone in Piazza Grande a vedere quest’ultimo Kaurismaki ed è stato un successo travolgente. Et pour cause. Le Havre è film popolare nel senso più nobile, con una storia universale e commovente, personaggi cui è impossibile non voler bene, un film che sa arrivare al cuore senza rinunciare all’autorialità e al rigore dela messinscena. Forse il migliore di sempre di Kaurismaki, di sicuro il più risolto e armonico.
Presentato a Cannes in concorso e uscito senza premi nonostante il gradimento di spettatori e addetti ai lavori, ha trovato qui a Locarno la sua rivincita con la platea più grande d’Europa, un assaggio del successo che avrà nei cinema di tutto il continente (America e Asia, si sa, sono un’altra cosa, un altro mercato).
Un signore anziano che fa il lustrascarpe nella città normanna portuale di Le Havre, e con un passato di scrittore nella bohème parigina, incontra sulla sua strada un ragazzino del Togo, naturalmente sans-papier e braccato dalla polizia, che vuole raggiungere la madre a Londra. Nascerà un’alleanza, e il bambino grazie all’aiuto del lustrascarpe ce la farà. Sì, è De Amicis, è Cuore ai tempi dei migranti, ma (o proprio per questo) la storia è irresistibile. Kaurismaki però evita ogni neorealismo à la Dardenne, ogni cronachismo simil-documentario e sceglie la strada del vecchio realismo poetico alla Carné, di quel cinema remoto del Fronte Popolare che apparentava sentimenti, sentimentalismo e impegno sociale, di cui ricrea con scrupolo filologico ambienti, atmosfere e personaggi. Non per niente la compagna del protagonista (che di nome fa Marcel Marx, non so se ci siamo capiti) si chiama Arletty, come la diva massima di allora. E gli interni, le botteghe, le bettole, i bistrot, i vicoli dell’angiporto sono volutamente rétro (e forse ricostruiti o almeno ampiamente rimaneggiati in studio), fermi a una Francia comunista-socialista, popolare, solidale, sempre dalla parte degli umiliati e offesi da passato remoto. Una Francia (e un’Europa) che non c’è più, ormai introvabile di questi tempi percorsi dalla fobia dell’invasione straniera. In Le Havre invece sono tutti solidali ed equi, tutti cooperano afinché il piano del buon Marcel volto alla salvezza del bambino del Togo si realizzi. Tutti tranne il solito infame vicino di casa che fa il delatore e chiama la polizia, e che è un irriconoscibile Jean-Pierre Léaud, attore feticcio di Truffaut.
L’anarchico ed eternamente ribelle Kaurismaki ci dice chiaro e forte che sta dalla parte dei migranti, e degli altri personaggi buttati ai margini dal turbocapitalismo: disoccupati, perdigiorno, bevitori esagerati, vecchi rocker, piccole bottegai che stanno per essere spazzati via. Rivendica con orgoglio la sua passione politica e ci consegna un film manicheo in cui non c’è, non ci può essere dubbio su chi siano i buoni e chi i cattivi. Si può non essere d’accordo (e a me questa visione semplificata del mondo non convince granchè), ma Le Havre come spettacolo funziona alla grande, è una macchina narrativa che non si inceppa mai.
L’errore sarebbe prendere il film com il resoconto attendibile di una qualche realtà attuale. No, purtroppo la realtà non è, o non è sempre, quella che vediamo abilmente ricostruita (contraffatta?) da Kaurismaki, la gente (perché non la chiamiamo popolo come una volta?) non è sempre solidale con i migranti, anzi è più diffuso il contrario, e a loro volta i migranti non sempre sono senza macchia. Il mondo è pieno di ombre, non è diviso nettamente tra luce e buio come in Le Havre. Kaurismaki ha realizzato una favola, commovente e bella, ma una favola. Molto, se non tutto, è volutamente finzione in questo film: meglio ricordarselo. E alla fine il gran finlandese esagera un po’ in bontà (la guarigione, il commissario dalla parte del fuggitivo), rischiando il melenso, e impedendosi e impedendoci il capolavoro assoluto. Menzione d’onore al protagonista André Wilms, che è un Marcel magnifico, nobile anche nella povertà, incantatore e un po’ trombone, che mi ha ricordato il Vittorio De Sica aristocraticamente cialtronesco di certe interpretazioni mature.
da “luigilocatelli.wordpress.com”

In concorso a Cannes 64, arriva sotto forma di una fiaba, ma con tutte le caratteristiche della denuncia sociale, l’ultima opera di Aki Kaurismaki: Le Havre. Il luogo non poteva non essere che quello di transito del grande porto della cittadina, un non luogo dove si intrecciano destini anche solo per qualche ora e dove vive il protagonista del film, Marchel Marx (André Wilms) un ex-scrittore bohemiene idealista e profondamente sensibile che, gettata la penna anni or sono, vive bene la sua vita di lustrascarpe insieme alla moglie Arletty ( Katy Outinen) nelle casette modeste dei quartieri periferici della città. Ma il suo mondo sta per cambiare, la moglie si ammala di un cancro incurabile mentre nella sua vita entra Idrissa(Blondin Miguel), un ragazzino africano scappato dal suo paese e ricercato dalla polizia francese. E’ tempo per Marx(e forse il cognome non è un caso) di rispolverare le armi del vecchio idealismo, di quella speranza sociale mai sopita, che è poi alla base della Costituzione francese: “Libertà, Uguaglianza, Fratellanza” per aiutare l’esodo del giovane verso una realtà migliore. Senza rovinare il film con simbologie varie, il regista, ci riporta una Francia remota che ha il sapore di Bresson, Renè Clair, Marcel Carnè soprattutto nella figura dell’Ispettore di polizia, un vero personaggio del passato, ma è sopratutto nella struttura narrativa che si percepisce l’omaggio al cinema dell’immediato dopo-guerra. Perché proprio la Francia e non un altro posto? E’ proprio Kaurismaki a rispondere, che nel 2002 ha vinto il Gran Prix de la Giuria a Cannes con L’uomo senza passato, “Ho fatto una storia europea, avrei potuta girarla in Italia, in Grecia o in Spagna, perché in questi paesi le tensioni sociali sono più forti e i flussi migratori più elevati che nei Paesi Bassi per esempio. Le Havre mi sembrava perfetta perché è anche la città del blues, del rock e del soul”.
Non a caso uno dei due camei ritrae Little Bob (Roberto Piazza), cantante rock in auge negli anni Settanta che nella pellicola interpreta se stesso, l’altro è per Jean Pierre Leaud, altro caposaldo del cinema della Nouvelle Vague. Nel finale tutto si addolcisce e ogni problema svanisce di fronte al candore della fantasia, della speranza e dell’immaginazione. Accolto dagli applausi entusiastici della stampa internazionale, questa opera mette d’accordo sul bisogno di ripensare una società diversa, ma senza luoghi comuni o senza retorica. Come era capitato con Nuvole in Viaggio, il problema era la disoccupazione, il cineasta coglie di nuovo il segno raccontando una favola facile da comprendere, dai contenuti sostanziosi, con dei riferimenti culturali ben precisi e con il pregio di avere un lieto fine. Stanchi di pedofili, massacratori, libertini, e adolescenti problematici, l’aria che si respira in Le Havre dà un po’ di speranza anche a chi non riflette solo in 3D.
Lia Colucci, da “radiocinema.it”

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