MICHEL PETRUCCIANI – BODY & SOUL


Michel Petrucciani è stato il più famoso e talentuoso jazzista francese; affetto da una rara malattia genetica che bloccò la sua crescita e gli donò ossa fragili come schegge di vetro, riuscì comunque, grazie alla sua tenacia e a una strabordante voglia di vivere, a guadagnarsi un posto nella storia – della musica e non solo.
La sua vicenda è raccontata in Body & Soul da Michael Radford, già regista di Il postino e Il mercante di Venezia. Un documentario costruito con un collage di filmati d’epoca, interviste a Petrucciani e a chi lo ha conosciuto, spezzoni di concerti ed esibizioni che spaziano dalla Francia rurale degli esordi a Big Sur, California, dalla New York del Village Vanguard (quella raccontata e amata da Woody Allen) all’esibizione a Bologna di fronte a Karol Wojtyla. Una testimonianza eccezionale, intima, in cui la musica è in secondo piano, come un sottofondo costante per raccontare l’uomo prima che il musicista. Un metro di altezza, incapace persino di camminare senza aiuto (di un amico, di un paio di stampelle), la sofferenza di continue micro- e macrofratture persino mentre suonava: eppure il ritratto che Radford dipinge di Shelly (così si faceva chiamare a New York) è brioso, vivace, a tratti entusiasmante. Petrucciani aveva fame di vita, perché sapeva che la sua condizione gliene sottraeva un pezzo con ogni nuova alba; e così non dormiva neanche, voleva bere, mangiare, divertirsi, drogarsi («Non dovrei dirlo, ma ho preso un sacco di droghe»), fare l’amore con le sue donne e il suo pianoforte.
È impossibile non farsi trascinare dal vortice di vitalità che era Michel Petrucciani, anche quando è narrato con malinconia attraverso gli occhi delle innumerevoli ex mogli che hanno punteggiato la sua esistenza. Radford opta per un racconto lineare, che ricostruisce la parabola senza sbavature, nonostante l’inspiegabile scelta di non dare mai un nome a chi parla, lasciando allo spettatore il compito di districarsi tra gli infiniti trombettisti, batteristi, contrabbassisti che con Petrucciani (per Petrucciani) hanno suonato. La qualità del materiale è sopraffina, e chiunque sia interessato a una stagione di jazz diversa da quella “solita” di Miles Davis e Charlie Parker troverà pane per i suoi denti da musicofilo. Ma non si spaventino i neofiti: Body & Soul è una lezione sul valore del tempo che abbiamo a disposizione, sull’umiltà e l’ambizione, su come una malattia, per quanto debilitante, scompaia di fronte alla pura voglia di vivere.
Di Gabriele Ferrari, da bestmovie.it

Michael Radford racconta Michel Petrucciani, virtuoso del jazz, pianista dal tocco irrepetibile, che ha trasformato il destino ingrato che lo ha fatto nascere con una malattia genetica invalidante in un’occasione di applicazione appassionata alla tastiera e di espressione totale di sé. Francese, affetto da osteogenesi imperfetta e nanismo (per cui occorreva portarlo in braccio come un bambino), figlio di un padre che lo crebbe nel mito di Wes Montgomery, Art Tatum e dei grandi classici del jazz, Michel a 13 anni era già un prodigio in grado di lasciare ogni pubblico e collega di stucco e a 19 si trasferiva a Big Sur, arruolato nel quartetto del sassofonista Charles Lloyd. Esuberante, desideroso di gustare la vita fino all’ultimo, girò instancabilmente il mondo assaporandone i cibi, le droghe e le donne senza freni. Il figlio Alexandre ereditò la sua malattia. Vendette un milione e mezzo di album, suonò per il Papa, sopravvisse (con un certo orgoglio) a Charlie Parker e morì a 36 anni, a New York, per non essersi risparmiato mai nemmeno per sbaglio. 
Il lavoro di Radford è biografico, lineare e non riserva sorprese. Si affida con successo all’istrionica personalità di Petrucciani e al piacere che lui stesso traeva dal ripetere la propria storia, attento agli aneddoti, sottolineando gli incontri, sfruttando le possibilità di raccordo automaticamente suggerite da questo modo di fare. Il materiale di repertorio è piuttosto affascinante, racconta un mondo dorato e dannato dall’interno, senza filtri agiografici, mentre la musica, ovviamente sempre presente, non è però il centro dell’interesse del regista, che sceglie di non staccare gli occhi dall’uomo. Al punto che il documentario – non il primo né probabilmente l’ultimo dei lavori di questo tipo sul piccolo grande del piano – è in fondo scarsamente informativo ma arriva alla sostanza quando chiede agli intervistati di parlare della loro relazione con il protagonista. Le donne di Petrucciani, quelle che hanno accettato il colloquio, sono al contempo le più vicine al bersaglio e le più generose nel rievocarlo, anche e soprattutto quando non si astengono dal ricordarne il lato difficile e arrogante. I nemici non sono presi in considerazione; nulla di realmente scomodo lo è. Il film racconta un personaggio che ha corteggiato e consumato gli eccessi per tutta la vita in modo assolutamente moderato, decisamente più classico che jazz.
Di Marianna Cappi, da mymovies.it

Tra le fiabe di Mamma Oca c’è il racconto in forma di filastrocca dedicato a Humpty Dumpty, un curioso personaggi descritto come un fragile uovo antropomorfo caduto dalla cima di un muretto e finito in frantumi. Se non fossero stati scritti di Charles Perrault nel 1697, si potrebbe pensare che l’ispirazione per descrivere questo singolare essere umano potrebbe essere scaturita dal pianista jazz Michel Petrucciani. Nato nel 1962 con la rara patologia di osteogenesi imperfetta, il sistema scheletrico di Michel, come un novelloHumpty Dumpty, era estremamente fragile e soggetto a malformazioni che fin dalla più tenera età gli impedirono una vita normale.
Figlio di un musicista jazz, nonostante le enormi difficoltà motorie, Michel Petrucciani dimostrò fin dall’infanzia una sorprendente propensione per la musica. Le sue mani, enormi e sproporzionate rispetto al piccolo corpo, sembravano volare sui tasti del pianoforte, suonando con un vigore che avrebbe potuto provocare delle fratture nelle sue ossa delicate. Tanto unico e particolare nel suo aspetto esteriore, Michel si rivelo uno straordinario essere umano, sia per il suo talento musicale che per la sua incredibile voglia di vivere.
Oltre dieci anni dalla sua morte, il regista Michael Radford (autore tra le altre pellicole de Il Postino) costruisce un film biografico raccontato attraverso materiale d’archivio e interviste di persone che lo hanno conosciuto direttamente, nel tentativo di illustrare visivamente la sua forza di volontà incrollabile e il temperamento della sua personalità. Dalla nascita al racconto del primo pianoforte giocattolo, distrutto a martellate perché il suo sogno era quello di possedere un piano vero, dal ricordo dell’ascolto della musica del padre al primo concerto da professionista, all’età di 13 anni, Petrucciani viene raccontato come un exemplum sia per la sua capacità che lo ha reso uno dei migliori jazzisti del mondo, sia per la naturalezza con cui la musica gli ha permesso di superare le barriere dovute al grave handicap.
Radford racconta con trasporto la breve vita di Michel Petrucciani, morto nel 1999 a soli 36 anni per le conseguenze di una polmonite. I materiali raccolti riescono a trasportarci in una dimensione intima del musicista, contrappuntata dagli straordinari picchi della sua carriera fino al concerto eseguito alla presenza di Giovanni Paolo II, in occasione del Congresso Eucaristico nel 1997, ma anche i riconoscimenti come il Django Reinhardt Award e la Legion d’Onore, il massimo riconoscimento francese. Un film che riesce a comunicare il vero essere di un uomo e di un pianista, straordinario in ogni suo lato.
Di Carlo Prevosti, da cineblog.it

Senza musica la vita sarebbe un errore. Un’intuizione che Nietzsche deve avere avuto quando ancora era sano di mente. E ragione gli dà la visione del toccante documentario cheMichael Radford ha dedicato a Petrucciani (Michel Petrucciani – Body & Soul), la cui vita – deturpata dal nanismo e dall’alterazione osteogenica – sarebbe stata addirittura un orrore se non fosse stata sublimata dalla musica.
Nato nel 1962 con una grave patologia alle ossa, nano e fragile come un uovo di cristallo, Michel non ha avuto per questo un’esistenza sfortunata. Tutt’altro. Radford (Il postino) propende anzi per un narrazione ribaltata, attratta dalle grazie ricevute dal pianista (l’amore del padre, musicista che seppe infondergli passione e conoscenza del jazz; le mani enormi, sproporzionate rispetto al corpo, argani raffinati capaci di sostenere il peso di un talento smisurato; una forza di volontà incrollabile, maturata in simbiosi col “dono”) e costruita – oltre la prevedibile parabola di un riscatto – come un vero e proprio detour narrativo: Body & Soul si rivela così un film sul movimento in assenza di motilità (il successo porterà il pianista in giro per il mondo), una testimonianza di libertà pur con tutte le limitazioni fisiche, il ritratto di un gigante dentro il corpo di un nano.
Un miracolo d’esistenza raccontato in sordina, attraverso materiali d’archivio e interviste, dall’infanzia al concerto eseguito alla presenza di Giovanni Paolo II, nel 1997, apoteosi di una carriera fulminante. Petrucciani morirà due anni dopo di polmonite, a soli 36 anni.
E’ il momento di massima commozione del film, quello in cui il suo corpo sbagliato rioccupa la scena, reimpone le sue regole, spezza l’incanto. Un momento breve, ma necessario. Utile a riaffermare la forza di uno spirito capace di sollevarsi sopra la gravità della natura. E poco importa se il rischio è una lacrima di troppo. Scrisse ancora un filosofo: “Ciò che non è straziante è superfluo, almeno in musica”. Probabilmente aveva ragione anche lui.
Di Gianluca Arnone, da cinematografo.it

Una diagnosi che suonava come una condanna, che erauna condanna, osteogenesi imperfetta: così iniziava la vita di un bambino nato letteralmente con le ossa rotte, ma destinato a un posto d’onore nella storia della musica contemporanea. Michel Petrucciani aveva poco tempo per la grandezza, per l’amore, per il divertimento, e lo sapeva bene: invece di frenarsi per salvaguardare la propria fragile salute, bruciò gioiosamente ogni energia; invece di chiudersi in sé stesso, nascondersi nel suo handicap, fu uno uomo sfrontato e aperto, un amico avventuroso, un amante appassionato sebbene non esattamente fedele. E soprattutto fu un musicista eccelso: oltre alla straordinarietà di tanta energia in un uomo costretto a convivere con il dolore e la precarietà, il film di Michael Radford racconta l’unicità della sua vocazione musicale. Petrucciani non è stato un grande pianista nonostante il suo handicap, lo è stato anche grazie al suo handicap, alla sua ansia di vita, ma anche alla leggerezza delle sua ossa, che gli assicuravano una precisione, un’agilità e una velocità impareggiabili, e alla tecnica singolare cui la sua conformazione fisica lo costringeva, che gli ha permesso di creare il suo irriproducibile suono, come era irriproducibile quello dei Thelonius Monk, di Bill Evans, deiChick Corea.
Michel Petrucciani – Body & Soul attinge ad una vasta mole di documenti e di testimonianze per raccontare in maniera genuina, se non originale, la storia di un genio della musica: Radford opera però almeno una scelta anticonvenzionale, quella di lasciare senza nome le persone che recluta per parlare di Michel. La loro identità s’intuisce dal contesto, o viene rivelata da altri personaggi, o semplicemente manca introduzione formale, come è poi nel mondo reale: emergono le voci, gli sguardi che s’illuminano e s’incupiscono, e arrivano allo spettatore le umanità che sfiorano e collidono con quella di Petrucciani. Che non ne esce come un modello, ma come un uomo che ha scelto di indulgere in vizi insalubri per tutta la vita, che ha preso decisioni cotroverse, come quella di mettere al mondo un figlio afflitto dalla sua stessa malattia, condannando anche il suo Alex a “dover essere eccezionale, per non essere soltanto strano”.
Ma in fondo quello che conta non è quanto fosse affascinante o petulante, leale o bugiardo, solare o ostile, egoista o generoso Michel, quel che conta è la musica. E la musica continua.
Di  Alessia Starace, da movieplayer.it

Michael Radford ci narra dell’ascesa del musicista Jazz franco-statunitense Michel Petrucciani, portando sul grande schermo – grazie a un sapiente incastro di filmati di repertorio, interviste e testimonianze – la vita sregolata, le passioni amorose e l’innato talento di un uomo che ha fatto della sua diversità il punto di partenza per arrivare a essere una vera e propria eccezione.
Il film-documentario presentato al Festival di Cannes nella sezione Fuori Concorso, riesce a mettere – con un impatto visivo molto forte – lo spettatore davanti a un uomo affetto da osteogenesi imperfetta e da nanismo, che – pur costretto in un corpo di bambino e fisicamente nelle condizioni di dover essere trasportato in braccio – grazie a una forza di volontà smisurata e a una stima in se stesso oltre i limiti dell’immaginario, ha saputo diventare uno dei Maestri del Soul.
Il film risulta ben costruito, lineare e pulito nella sua impostazione. I filmati di repertorio si susseguono in maniera cronologica per raccontare più che il musicista (cresciuto dal padre nel mito dei grandi classici del Jazz e precoce al punto tale da mettere in imbarazzo i più blasonati “nomi” dell’epoca, che fingevano di non conoscerne l’età), l’uomo con le sue debolezze, con la voglia spudorata e incontrollabile di assaporare tutto della vita, di accelerarla senza perdere neppure un minuto prezioso di tutto quello che gli avrebbe potuto offrire, nel bene e nel male. La musica, più che protagonista, risulta essere il giusto accompagnamento delle diverse tappe che ne hanno scandito la vita, la crescita professionale e infine il raggiungimento del successo.
Il grande merito di Michael Radford è stato proprio quello di focalizzare punti di forza e debolezze del protagonista, pur enfatizzando un punto di vista prevalentemente positivo, come si evince dall’aver scelto delle testimonianza principalmente tra coloro che avevano sempre avuto con il Maestro delle relazioni – anche complesse – sempre con un certo coinvolgimento affettivo.
Un vero e proprio omaggio a un piccolo ma davvero grande uomo.
Di Monica De Giuli , da persinsala.it

Omaggio al compositore e arrangiatore jazz, francese di nascita e statunitense di adozione, Michel Petrucciani.
Il suo talento è inarrivabile e lo fa apparire un gigante. In realtà, Michel Petrucciani è alto poco più di un metro ed è afflitto da una rara malattiagenetica: l’osteogenesi imperfetta. Nasce a Orange nel 1962 con l’intero apparato scheletrico fratturato e facilmente deformabile. Michel è un essere fragile, anzi fragilissimo, esteriormente, ma è attraversato internamente da una forza di volontà che non ha eguali.
Michel Petrucciani – Body and Soul è undocumentario diretto da Michael Radford e presentato al Festival di Cannes nella sezione Fuori Concorso. Utilizzando immagini di repertorio, interviste ad amici e allo stesso Petrucciani, viene ripercorsa in modo godibile l’esistenza del pianista, terminata con una prematura morte. Il lavoro di “taglio e cucito” che effettua il regista permette allo spettatore di riconoscere nel protagonista, senza ombra di dubbio, un maestro di vita.
L’impatto iniziale con il personaggio di Petrucciani è sconvolgente: fin da subito Radford ci pone davanti questo minutissimo uomo, che raggiunge a malapena il ginocchio di una persona adulta. Successivamente, ce lo fa conoscere meglio tramite le parole d’ammirazione e le testimonianze accalorate. Quello che emerge in modo nitido dalla pellicola è l’entusiasmo di Michel, una linfa vitale che gli ha permesso di vivere al massimo e di oltrepassare, parecchie volte, il limite. Gigolò impenitente, ha sempre voluto sperimentare (droghe, alcool) ed essere a conoscenza di tutto, da una parte perché era consapevole della brevità della sua vita, dall’altra perché questa era la sua indole.
La sua passione è contagiosa poiché, pur menomato e in perenne difficoltà, affronta i suoi problemi con il sorriso sulle labbra.
Il regista contrappunta sapientemente le immagini a lui pervenute ed effettua una scelta stilistica coraggiosa e convincente. Un orologio scandisce la vita del maestro, e il suo scorrere lento ne annuncia in modo inesorabile il termine. Il documentario, grazie soprattutto a una colonna sonora fantastica, quasi interamente composta dai brani di Petrucciani, tocca il cuore, coinvolge e travolge lo spettatore come un mare in piena.
Radford riesce a omaggiare nel modo giusto un pianista eccezionale e a lasciar trasparire, senza dichiararlo apertamente, un messaggio deciso: non fermarsi alle apparenze, ma guardare nell’anima delle persone.
Per dirla come Petrucciani: «Le persone non comprendono che per essere un essere umano non è necessario essere alti un metro e ottanta. Ciò che conta è ciò che si ha nella testa e nel corpo. E in particolare ciò che si ha nell’anima».
Di Andrea Ussai, da persinsala.it

La sua storia è la dimostrazione che nulla può impedire a una persona di vivere pienamente, se ci sono la passione, l’ottimismo e la fiducia. Michel Petrucciani lo sapeva benissimo e, infatti, ha convissuto con la sua malattia, l’osteogenesi imperfetta – che gli ha impedito di crescere oltre il metro di altezza – come se non fosse mai stato un vero handicap, qualcosa che – nonostante lo costringesse a dipendere dagli altri – potesse in qualche modo fermarlo, ostacolarlo. “Ehi mi vedi, sto benissimo e mi sto divertendo!”, diceva a tutti quello che si lamentavano. E certamente era più che felice quando, seduto davanti a un piano, poteva suonare ore e ore. Improvvisando, contando sul suo genio che era già evidente dai primi anni di vita.
Nato in Francia, da una famiglia di musicisti semi-professionisti e appassionati di musica classica e jazz, Michel cresce immerso nella musica di Wes Montgomery, Miles Davis, Art Tatum. All’età di tre anni sa già canticchiare i loro pezzi, a quattro anni vede Duke Ellington in Tv e pretende un pianoforte, a 13 è già un formidabile improvvisatore. Comincia a quell’età per lui una carriera inarrestabile che gli fa vendere centinaia di migliaia di dischi in tutto il mondo. Suona con Clark Terry in un festival di jazz locale, poi incontra il batterista Aldo Romano (Michel non può camminare e lui lo trasporta in braccio ovunque), poi a 18 anni vola verso la West Coast e il Big Sur, dove un suo amico, Tox Drohar, lavora nella proprietà di Charles Lyod, il leggendario sassofonista della West Coast. Dopo 5 anni al Big Sur, decide di andare a New York perché “lì succedono le cose, ed è lì che voglio stare”.
NY è, in effetti, il paradiso del jazz: sono gli anni Ottanta e c’è un gran fermento musicale in città. Petrucciani si tuffa, ancora una volta, nella vita: ne vuole cogliere tutti gli aspetti vivendo sempre con il piede sull’acceleratore. Anche nell’amore: il suo carisma porta molte donne a innamorarsi di lui e il suo handicap non lo ferma neanche di fronte alla possibilità di un figlio che, purtroppo, eredita la sua malattia (è una delle parti più toccanti del documentario: Petrucciani junior è una persona di grande intelligenza che ha saputo affrontare questo “peso” – il genio del padre e l’handicap – con grande spirito e forza). Dopo aver inciso con una lunga schiera di jazzisti leggendari (da Roy Haynes a Jim Hall, da John Abercrombie a Wayne Shorter fino a Joe Lovano e Dizzy Gillespie), Michel, stanco degli eccessi americani, decide di tornare in Francia: la sua malattia lo sta indebolendo, esattamente come la sua vita sregolata. Ma lui nasconde il dolore anche quando, magari durante un concerto, si frattura una spalla (l’osteogenesi imperfetta rende le ossa fragilissime e suscettibili di rompersi alla minima pressione). Esausto da un ritmo di lavoro impressionante (200 concerti nel 1998), si ammala di polmonite nell’inverno del 1998 e muore il 6 gennaio 1999, a 36 anni.
Le parole di Wayne Shorter sono quelle che meglio riassumono il genio di Michel Petrucciani e l’eredità che ci ha lasciato: “C’è un sacco di gente che se ne va in giro, cresciuta e cosiddetta normale, hanno tutto quello con cui sono nati della giusta lunghezza [..]. Sono simmetrici in tutto ma vivono vite che sono senza braccia, senza gambe, senza cervello e vivono le loro vite colpevolmente. Non ho mai sentito Michel lamentarsi di nulla [..]. Michel non si guardava allo specchio per lamentarsi di quello che vedeva. Michel era un grande musicista ed era grande, in ultima analisi, perché era un grande essere umano, ed era un grande essere umano perché aveva l’abilità di sentire e restituire agli altri questo suo sentimento e dava agli altri la sua musica. Qualsiasi altra cosa potete dire di lui sono formalità. Sono dettagli secondari di cui non m’importa nulla”
Di Michela Marra, da directorscup.it

Ci sono biografie che sono sceneggiature cinematografiche già scritte. E con la vita di Michel Petrucciani, pur breve (36 anni), si potrebbe tirar su una saga. Tante donne, storie vere e inventate, un protagonista maestoso nonostante la piccola statura. Quel metro d’uomo si inarcava sul pianoforte con la sapienza di un amante esperto e fantasioso – e i suoi amori giurano che lo fosse -, affrontava la vita con una fame selvaggia, conquistava il cuore degli appassionati di musica come riusciva a farlo con quelli del suo bizzarro entourage. Sapeva incantare e ferire tutti come nessun altro, è stato l’ultimo grande pifferaio magico del jazz. A 13 anni suonava con i mostri sacri, a 22 era uno di loro. Michael Radford, che con i geni vulnerabili – vedi l’amico Massimo Troisi che diresse in Il postino – ha sempre avuto un’affinità elettiva, si limita “solo” a ripercorrere questa vita con pezzi di repertorio scovati ovunque, un documentario tedesco e performance dal vivo straordinarie. Accanto ci mette le ricostruzioni e gli aneddoti dei componenti del mondo affettivo di Petrucciani, un piccolo circo commosso e commovente. Il tocco che ci mette lui è cercare l’uomo dietro il talento purissimo e disumano, il gigante nel corpo minuto (che fingeva di ignorare come faceva col dolore), le tante luci e ombre dell’artista, del marito, del padre, dell’amico. La musica è uno splendido e inevitabile tassello di questo puzzle.
Di Boris Sollazzo, da film.tv.it

La vera storia di uno dei jazzisti francesi più famosi del mondo, ma anche il racconto di un uomo affetto da una rara patologia di osteogenesi imperfetta che fece della musica la sua arma di riscatto contro un mondo che lo voleva emarginare.
Questo è la storia di Michel Petrucciani nel film “Michel Petrucciani Body and Soul” nelle sale italiane dal 22 giugno.
La potenza del jazz in “Michel Petrucciani Body and Soul”
“Michel Petrucciani Body and Soul” è unfilm documentario sulla vita di Michael Petrucciani, uno dei più talentuosi e famosi jazzisti francesi.
Nato nel 1962 affetto da un rara patologiache rendeva le sue ossa fragili come schegge di vetro, il giovane Michael fin dall’infanzia si rifugia nella musica. La sua fragilità ossea, che non gli permetterà neanche di camminare e gli bloccherà la crescita, diventerà presto la sua arma vincente per affermare il suo incredibile talento.
Dopo l’esordio, Petrucciani sbarcherà in America, dove incontrerà i suoi miti del jazz, s’innamorerà e si sposerà più volte. Petrucciani scoprì così che la vita valeva la pena di esser vissuta e che non poteva permettersi di perdere tempo poiché la malattia avanzava inesorabilmente. Tra feste, droga e alcool, Petrucciani girò il mondo con un’estenuante tournee di successo che lo portò fino all’esibizione dinanzi al Papa Giovanni Paolo II in Italia.
Era il 1999 quando, all’età di 36 anni, Michel Petrucciani si spense.
Il regista Michael Radford, autore di film come “Il Postino” e “Il Mercante di Venezia”, racconta la storia di Petrucciani attraverso materiale d’archivio e interviste di persone che lo hanno conosciuto.
Lo scopo di Radford non è spiegare la sua musica o inebriare lo spettatore con le sue melodie, ma raccontare la vitalità sorprendente dell’uomo – Petrucciani, che nonostante la deformazione fisica e la grave malattia, non ha mai smesso di lottare, di vivere, di sognare.
Emarginato perché “diverso”, criticato perché “deforme”, Petrucciani riusciva a conquistare il cuore delle persone semplicemente attraverso la sua musica, attraverso il suo canto di dolore fisico ma anche di gioia per la vita.
La potenza e bellezza visiva del film si riassume nel contrasto tra una vita da fiaba, dove i sogni si realizzano e tutti sono dei principi azzurri, e la fotografia della realtà, dove il piccolo uomo, ogni giorno, deve combattere contro le atroci sofferenze fisiche.
Così ogni concerto era allo stesso tempo liberazione dell’anima e gioia di vivere, ma anche rottura di clavicole, polsi slegati, tendiniti.
Ad una regia lineare e pulita e ad uno sviluppo cronologico e psicologico ben articolato, si affiancano le voci dei vari musicisti che hanno conosciuto il jazzista, che però risultano senza nome! Gli appassionati di jazz non potranno non riconoscerli, ma tutti gli altri resteranno molto perplessi a riguardo.“Michel Petrucciani Body and Soul” non è semplicemente un film-documentario per gli amanti del jazz, ma è uno straordinario inno alla vita, un’importante lezione perché come ironizzava lo stesso Petrucciani:
“Diverso io? I diversi erano gli altri, erano loro ad essere dei giganti in questo loro mondo. In un altro mondo magari il gigante ero io!”.
Da cinema.postificio.com

Michel Petrucciani (1962 – 1999) è stato un eccezionale pianista jazz. Senza aver frequentato alcuna scuola oppure seguito corsi specifici, ma imparando solo dall’ascolto dei dischi del padre, il chitarrista Tony, arrivò ad avere un tocco rimasto inimitabile. Deforme, era affettodall’osteogenesi imperfetta (malattia conosciuta anche come sindrome delle ossa di cristallo), fece dell’handicap fisico una leva utile a costruire un’unicità artistica.
La sua esistenza, breve e intensissima, è al centro del bel documentario di Robert Radford Michel Petrucciani – Body & Soul che ne ricostruisce la vita e l’arte. E’ una serie d’interviste al pianista stesso e ad alcuni fra i musicisti che hanno lavorato con lui, alternate a sequenze dei suoi concerti. Il pregio maggiore dell’operazione è di evitare il rischio di una biografia romanticamente e falsamente basata sull’idea che la sua grandezza fosse legata in qualche modo al dolore per una condizione fisica umanamente insopportabile. Come dire che siamo lontani anni luce dall’identificazione dell’arte con la condizione dell’artista. Questo anche se non mancano indicazioni tecniche sulle ragioni della sua agilità pianistica: le ossa della mano destra erano così leggere da consentirgli movimenti velocissimi anche a rischio di dolorose e frequenti fratture. L’asse del film muove sulla linea dell’esaltazione di una passione totalmente assorbente che lo portò a raggiungere risultati unici. E’ un quadro della personalità di un artista scandagliata sino in fondo, anche se volutamente separata da qualsiasi riferimento all’epoca e alle cronache degli anni in cui si è sviluppata.
Di Umberto Rossi  , da cinemateatro.it

Michael Redford si cimenta in un documentario emozionante che ci fa conoscere Michel Petrucciani, un artista del quale da noi si sa poco. Sapere che il film è un documento non deve trarre in inganno, non si tratta di un’ esposizione senza colore di vicende e date, ma della  storia avvincente di un individuo che, attraverso una forza d’animo e una volontà incrollabile, ha raggiunto un successo al di fuori di ogni aspettativa. Michael Redford  ha definito Michel Petrucciani un essere umano “esagerato” per l’insieme di eccessi, disgrazie e fortune straordinarie, che hanno caratterizzato la sua esistenza.
Era nato nel 1962, a Orange, in Francia, segnato da una malattia genetica, l’osteogenesi imperfetta, era storpio, mostruoso, la sua altezza non raggiungeva il metro. Ma Petrucciani riuscì, grazie al suo incredibile talento per la musica, al suo incredibile desiderio di vivere, a diventare un jazzista di rango internazionale. Nel corso dell’esistenza Petrucciani ha venduto oltre un milione e mezzo di LP suonando nelle maggiori città del mondo. 
La sua malattia genetica lo esponeva alla rottura delle ossa e gli dava dolori tremendi. Al tempo stesso la natura gli aveva regalato due perle: uno straordinario genio musicale e una fortissima personalità capace di far innamorare le donne a dispetto del suo handicapp. Donne che lui anelava a conoscere, ad amare e tradire, come ogni maschio latino. Dopo una fruttuosa esperienza americana, conscio di non poter raggiungere il traguardo dei quarant’anni, stanco degli eccessi newyorkesi, tornato nella Francia natia, ha incontrato l’amore, si è sposato e ha messo al mondo un figlio. Commoventi le scene nelle quali la moglie lo portava  con se tenendolo in braccio come un bambino.
Dice Michael Redford: “In un certo qual modo la lezione che ha dato a tutti quanti è stata quella di vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo della propria vita. Lui viveva tutto intensamente, dal momento che sapeva di non avere molto da vivere. E lo faceva con coraggio, senza lamentarsi mai di niente. Era un personaggio incredibile”. La forza della testimonianza di Redford sta infatti nella liricità cruda, nell’autenticità non agiografica della biografia, nella capacità di trasmettere che “nulla può impedire ad una persona di vivere pienamente” quando l’amore per l’esistenza è il motore che lo spinge.
Di Bruna Alasia, da dazebaonews.it

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