Mammuth

Una piacevole conferma per i due registi del delizioso Louise Michel che si confermano registi folli, che spiazzano e che questa volta scelgono una strada un po’ meno da black comedy prendendosi un po’ più sul serio.
Non capita oramai molto spesso da essere spiazzati dalla visione di un film, di rimanere letteralmente a bocca aperta dalla follia di immagini che vediamo scorrere sullo schermo. Accade vedendo il nuovo film di Benoit Delépine e Gustave Kervern, Mammuth.
I due vengono da anni di televisione in Francia, la loro comicità stralunata dimostrata in molte serie di sketch li ha portati al cinema, ma passando per la via impervia dei piccolissimi budget, dei festival d’autore. I loro film sono stati presentati a Rotterdam, a San Sebastian e finalmente la consacrazione con il concorso a Berlino.
Un uomo di 60 anni arriva alla meritata pensione dopo tanti anni: mai un giorno di malattia, sempre presente e disponibile. Scopre però che alcuni suoi vecchi datori di lavoro si sono “dimenticati” di versargli i contributi. Allora, su consiglio della moglie, inzierà un viaggio sulla sua moto “Mammuth”, che non guida da anni, alla ricerca del suo passato e dei contributi che gli spettano.
Sarà occasione per scoprire meglio come la sua vita sia stata condizionata dalla morte in un incidente, con lui alla guida, della sua fidanzata da giovane, che apparirà come “angelo custode” e con le fattezze, ahinoi segnate dal tempo, di Isabelle Adjani.
Mammuth, rispetto a Louise Michel, è un film dall’umorismo sicuramente meno dark e acido in cui i registi finiscono per amare il proprio protagonista, un candido, un gigantesco corpaccione pieno di una goffagine tanto esilarante quanto in molte situazioni tenera. Un percorso pieno di ostacoli che, attraverso un altro personaggio candido e “poco normale” come quello di una nipote incontrata in viaggio, diventerà un percorso di rinascita.
Un film che probabilmente non sarebbe esistito senza Gérard Depardieu, generoso e forse unico nel prestare tutta la sua fisicità, segnata dall’età e dai chili di troppo, con un coraggio straordinario in una performance che potrebbe ricordare Jack Nicholson in A proposito di Schmidt o Mickey Rourke in The Westler.
Mammuth è sicuramente più pretenzioso, più autoriale di Louise Michel, anche formalmente, girato com’è su una pellicola Super16 ritoccata in maniera da risultare molto sgranata, estrema. Ogni inquadratura lavora su più piani di visione, con personaggi che si muovono e cose che accadono, spesso spiazzanti, all’estremo dell’immagine. Ma è difficile non farsi travolgere e conquistare dalla creatività di questo film, dal suo coraggio e dalla sua follia. Alcune situazioni comiche, poi, specie all’inizio, sono letteralmente esilaranti. Quando avrete visto Mammuth, muoversi fra le macchine parcheggiate con un carrello del supermercato non sarà più lo stesso.
Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

Quel “Mammuth” in un mondo di volpi
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Attenzione: film-Ufo. Chi ha visto Louise-Michel conosce il mix di beffarda ferocia e furiosa malinconia dei due guastatori Kervern e Delépine, ma Mammuth va oltre. Calando il divo Depardieu nel ruolo di un enorme e laconico operaio del mattatoio in età da pensione che inforca la sua maximoto anni 70, una rarissima Mammuth, appunto, e parte alla ricerca dei fogli paga della sua gioventù, ovvero del suo personalissimo tempo perduto. Immagini sgranate (il film è girato in super 16, una pellicola estinta!), incontri bizzarri (il vecchio cugino Paul anima la scena più sconcia, triste e esilarante del decennio), un’estetica che sposa l’humour noir e il fumetto acido (fra i comprimari appare il vignettista Siné) a una tradizione poetica e libertaria molto francese (linea Brassens – Vian – Harakiri), con emozione e divertimento rari. Un regalo, impreziosito da figure femminili diversissime, la moglie extralarge (Yolande Moreau), il fantasma del primo amore (Isabelle Adjani, incredibile), e la stralunata Miss Ming, l’artista autistica che con i suoi surreali bricolages dischiude la vena creativa di quel bestione. Curiosità: il salumiere che affronta Depardieu in una lite epica e derisoria è Kervern, uno dei due registi. Consiglio: esigete la versione originale.
Da Il Messaggero, 29 ottobre 2010

Il tenero Mammuth in giro per la Francia
di Alberto Crespi L’Unità

Oggetto da maneggiare con cura. Sarebbe facile dirvi: andate a vedere Mammuth, è un bel film con Un Depardieu monumentale. Voi, magari, ci andate. E se non siete stati avvertiti, passate metà del film a gridare «fuoco!», a litigare con la maschera, a maledire il proiezionista e tutti i suoi avi. Poi, se al cinema lo sanno (non è detto!), vi dicono che il film è proprio così, che non c’è alcun inconveniente tecnico e che la mamma del proiezionista è una santa donna. Al che, tornati a casa, scrivete una furibonda lettera all’Unità chiedendo perché mai quell’idiota del critico cinematografico vi ha spediti a vedere un film girato con il telefonino. Mammuth è un film bello e curiosissimo, ma necessita di robuste istruzioni per l’uso. Magari partendo dai due registi. Gustave Kervern (classe 1962) e Benoit Delepine (classe 1958), francesi, hanno alle spalle pochi film (l’unico noto in Italia è Louise-Michel, 2008) e una lunga carriera televisiva. I loro show su Canal+ hanno fatto molto discutere per i loro toni disturbanti, provocatori, «scurrili». Potremmo definirli la risposta d’Oltralpe alla Cinico Tv di Ciprì & Maresco. Mammuth è il loro primo film «sentimentale». Nel senso che la storia di questo neo-pensionato sottoproletario, interpretato appunto da Depardieu, è piena di sentimenti tenerissimi. Serge, detto «mammuth», va in pensione a 60 anni e scopre di non avere un euro da parte. Consigliato dalla moglie, parte in moto per ritrovare i datori di lavoro che gli hanno dato un impiego, anche per pochi giorni, nella sua turbolenta vita. È un viaggio «on the road» nella Francia più marginale, con spettro al seguito: di tanto in tanto Serge vede una ex fiamma, morta da tempo, interpretata da Isabelle Adjani. Il film è un tenero apologo sulla vecchiaia incombente, girato con fotografia a colori iper-sgranata, spesso fuori fuoco, con scelte visive da cinema sperimentale (Depardieu, per dire, è spesso inquadrato di spalle). In Francia, dove è uscito ad aprile, ha totalizzato oltre 800.000 spettatori. In Italia, sarà già un successo se ne farà 800. Ma non si sa mai. Proviamo a emulare i cugini, che quando si tratta di cinema sono anni luce avanti a noi.
Da L’Unità, 29 ottobre 2010

Grande Depardieu Cyrano proletario
di Curzio Maltese

I mammuth, come sanno anche i bambini, sono i giganteschi nonni degli elefanti, estinti alla fine dell’ ultima era glaciale, probabilmente per la caccia da parte dell’ uomo. I mammuth di questo film sono altre specie in via di estinzione. Una moto tedesca uscita di produzione e un operaio di 60 anni avviato alla pensione, entrambi vittime della caccia da parte dell’ uomo. Sconfitta dalla società, la coppia si prende una rivincita diventando protagonista di una delle più originali, malinconiche ed esilaranti avventure on the road di questi anni. La storia, in breve, è quella di “Mammuth” Pilardosse (Gerard Depardieu), un operaio di una fabbrica di suini che decide di andare in pensione dopo 35 anni di duro lavoro, senza mai un’ assenza o una malattia. Ma quando va a chiedere la pensione, il burocrate lo informa che i suoi vecchi datori di lavoro non gli hanno mai pagato i contributi. Pilardosse allora saluta la moglie, esasperata commessa di supermercato, e parte alla ricerca delle carte, in un lungo viaggio nel Sud della Francia, scortato dal fantasma del primo amore. La missione fallisce. Mammuth verifica che tutti l’ hanno sempre considerato un grosso imbecille da sfruttare. Ma attraverso le esperienze, il viaggio, la memoria e gli incontri, l’ ultimo decisivo con una nipotina demente, fragile eppure meravigliosa, Mammuth Depardieu scopre un nuovo senso della vita e torna alla fine dalla sua mammuttesca consorte, gonfio d’ amore. Detto così, può non significare molto, perché i registi Benoit Delépine e Gustave Kervern, due fra i più geniali autori televisivi francesi ed europei, raccontano la storia attraverso una serie di quadri satirici, personaggi laterali, situazioni surreali e poetiche. Molte citazioni cinematografiche, dai road movie anni 70 ai Coen, ma come rovesciate, precipitate in un presente assoluto, dove non manca nulla della tragedia contemporanea. Non la solitudine dell’ operaio, che è «come un mammuth in un mondo di volpi», persa ogni dignità di classe, ogni solidarietà, in una società dove contano soltanto i soldi, fatti in qualsiasi modo. Neppure la disperazione delle periferie, la voglia di stordirsi dei ragazzi in un mondo invecchiato e senza futuro. Tutto è reso con grande intelligenza e garbo, ma la società rimane alla fine sullo sfondo di una storia potente d’ amore. Mammuth è un film d’ amore. L’ unica salvezza contro le offese del tempo e della società. Non si potevano trovare personaggio e attore migliori di Mammuth e di Gérard Depardieu per dipingere questo immenso ritratto di un Cyrano proletario che in fondo a tante ferite non si amareggia, ma scrive, sudando per la scarsa dimestichezza con la penna, un piccolo poema in versi da consegnare al maestro della scuola per anziani. Non si riuscirà a trovare in tutto il cinema contemporaneo un eroe bello e romantico, un Pitt, un Clooney, un DiCaprio, capace di aprire il cuore degli spettatori con un «ti amo», come questo vecchio ciccione sgraziato, dalla fluente chioma grigia, che lo sussurra alla sua stanca, sciatta, bellissima moglie.
Da La Repubblica, 30 ottobre 2010

Depardieu pensionato on the road
di Valerio Caprara Il Mattino

Tutt’altro che un capolavoro, «Mammuth» è uno di quei film che strappa un briciolo di simpatia anche agli spettatori più refrattari. Meglio dire subito, peraltro, che la messinscena si sorregge tutta sulla strenua performance di Gérard Depardieu, a suo pieno agio nel raggiungere vette sublimi giocando sulle concordanze tra il protagonista di finzione e la propria autentica personalità. I registi Delépine e Kervern (noti in patria come autori del programma più sfrontato di CanalPlus) avevano esibito propensioni affini in «Louise-Michel», revival della lotta di classe vista attraverso lo specchio deformante del noir grottesco; in questo caso finiscono per cedere alle tentazioni del buonismo e alle scorciatoie del reducismo, ma non prima di avere fissato sullo schermo il viaggio picaresco di un personaggio pour cause mastodontico. Come non iscriversi, del resto, alla schiera dei futuri fans di Serge Pilardosse, proletario dai mille mestieri e in ultimo «artista del maiale», capelli lunghi sino al sedere e panzone inversamente proporzionale alla malizia? Giunto alle soglie della pensione il pittoresco sessantenne si accorge che per intascarla deve recuperare un bel po’ di certificati e ricevute, ragion per cui – spinto dalla pari stazza moglie Catherine (la bravissima Yolande Moreau di «Sèraphine») – tira fuori dal garage la sua Munch 4 TTS-E, mostruosa moto teutonica di centoquattro cavalli abbandonata da tempo immemorabile e si mette in viaggio sulle strade familiari della Charente-Maritime. A cavallo del «Mammuth» (mai nome fu più appropriato), il buon Serge rivive a modo suo l’epopea di «Easy Rider», inanellando una serie d’incontri pietosi, surreali o truculenti che lo trovano di volta in volta attonito estraneo o incontrollabile complice. Pur atteggiandosi ad anarchici feroci, a Ciprì e Maresco d’oltralpe, i registi strizzano spesso l’occhiolino alla platea, sorvolano sull’abc di confezione (fotografia sgranata, riprese in stile Superotto, presa diretta sconsigliata ai deboli d’udito) e premono il pedale sul catalogo delle denuncie progressiste pret-à-porter: gli operai sono diventati consumisti, l’orgoglio del lavoro è sopraffatto dalle nevrosi, la cultura informatica inaridisce gli animi e il paesaggio stesso sembra spesso una squallida creazione del computer ecc… Il volutamente sgangherato road-movie meriterebbe, in effetti, qualche scatto più sorprendente; tanto è vero che i suoi momenti più felici e incisivi coincidono con le intuizioni lunari e spiazzanti, le trovate estrose e irrituali (la nipote artista, il fantasma sanguinante dell’amore perduto incarnato per vezzo cinéfilo dall’amica Isabelle Adjani) e soprattutto le esilaranti espressioni fuori fase di Depardieu, tenerissimo romantico travestito da maleodorante sballatone.
Da Il Mattino, 29 ottobre 2010

Depardieu in forma con risate in agrodolce
di Maurizio Acerbi Il Giornale

Serge, detto Mammuth, operaio da poco in pensione, è costretto ad inforcare la sua vecchia moto per andare a trovare tutti i suoi precedenti datori di lavoro e farsi così consegnare le dichiarazioni mancanti per ottenere il vitalizio. Strepitosa commedia «on the road», surreale e grottesca, su rapporti umani ed etica del lavoro, interpretata da un magistrale Depardieu affiancato dalla brillante Yolande Moreau (la sua scena dello spelling telefonico all’addetto di un call center è da museo del cinema). Si ride come neanche nei cinepanettoni ma con un pizzico di malinconia.
Il Giornale, 29 ottobre 2010

L’amore non va in pensione E nemmeno il grande Depardieu
di Boris Sollazzo Liberazione

Guardate Mammuth e non azzardatevi più a lamentarvi delle riforme pensionistiche degli ultimi 20 anni in Italia. Gerard Depardieu e la sua odissea nei contributi ci dimostrano che in Francia, lo sciopero generale insegna, non se la passano meglio di noi. Ma Benoit Delépine e Gustaven de Kervern, dopo Louise-Michel, questa volta il lavoro lo prendono come pretesto per un on the road su una Mammut d’epoca di un bonaccione capellone e sovrappeso, ex lavoratore in un’industria di carne suina.
Depardieu, infatti, sorta di Obelix nel mondo reale, scopre grazie all’aiuto della moglie Yolande Moreau, grande attrice già presente nel film precedente dei due, che gli mancano i certificati contributivi dei suoi precedenti lavori. E lui, in sella alla sua moto, deve ritrovarli. Non sarà però, ecco la prima sorpresa, un viaggio nelle storture burocratiche del kafkiano mondo del lavoro, ma un percorso tortuoso e commovente nell’amore. Idealizzato e reale. Depardieu, tonto e tanto per scelta, si porta dentro pesi enormi e un cuore tradito dal destino: una donna bellissima morta troppo giovane e forse a causa sua (un’Isabelle Adjani meravigliosa nonostante le ferite di scena), fantasma ingombrante che l’ha bloccato per quarant’anni, e un fratello perduto per una stupida eredità contestata. E una moglie con cui convive ormai solo per inettitudine ed inerzia. Si riscopre grazie a una nipote sciroccata (Miss Ming), a una bella ladra cinica e claudicante (Anna Mouglalis), a un viaggio in cui si mette a nudo. In tutti i sensi.
Una favola su strada, che passa anche per il cugino con cui scoprì il sesso, i datori di lavoro più o meno infami e un centauro romantico che riconosce i motori da corsa dal solo rumore, una storia scalcagnata che prende forma sotto gli occhi dei registi che si assumono ogni sorta di rischio, soprattutto visivo: se a guardare la scena è lo spettatore, il taglio è moderno come il montaggio sempre originale, se è il fantasma di una donna amata l’immagine si sgrana come in un super8, mentre nel viaggio si può trovare e provare l’immagine anche in uno specchietto retrovisore. Delépine e de Kervern mettono nello script e nei movimenti della macchina da presa tutta la loro voglia di rompere gli sche(r)mi, ma sempre con tanta voglia di tenerezza, condita da sana cattiveria. E così a questa perla che non segue regole, ma insegue un protagonista straripante, in tutti i sensi, viene perdonato anche quel finale (quasi) sdolcinato. Guardate e imparate. Ma tenetevi la moto.
Da Liberazione, 29 ottobre 2010

Mammuth, il precario
di Paola Casella Europa

Ancora una volta è la Francia, dopo Risorse umane e A tempo pieno di Laurent Cantet e Louise-Michel di Benoît Delépine e Gustav Kervern, a mettere la crisi del lavoro e le preoccupazioni dei lavoratori al centro del cinema europeo. Con Mammuth, diretto sempre da Delépine e Kervern, si parla soprattutto di previdenza sociale, o meglio della sua latitanza, in un universo di precarietà. Il protagonista, che si chiama Mammuth sia per le sue dimensioni elefantiache, che perché guida una nostalgica Munch Mammuth anni ’70, che soprattutto perché è un dinosauro reduce da un’epoca che non esiste più – quella della pensione garantita – è un operaio che ha lavorato per tutta la vita, sempre con incarichi a termine, e che passati i sessant’anni si ritrova a dover ricostruire pezzo per pezzo il puzzle della sua complicata posizione contributiva, in un momento in cui la legge statale e l’inclinazione individuale consentono a chi ha il coltello dalla parte del manico (il verbo non è scelto a caso) di sottrarsi alle proprie responsabilità nei confronti dei sottoposti. Dunque Mammuth intraprende un viaggio omerico alla ricerca dei suoi contributi mancanti, che si trasforma in un iter di conoscenza di sé e di presa di coscienza non solo della situazione attuale in cui verte il mondo, soprattutto quello della (dis)occupazione, ma anche delle priorità che ciascuno di noi deve mantenere nella vita, vieppiù quando tutto intorno ti inchioda al cumulo di scartoffie che dovrebbero rappresentarla.
Lungo la strada Mammuth incontrerà un’umanità molteplice, fatta di datori di lavoro sfuggenti o del tutto scomparsi (memorabile la scena in cui un mulino è stato riconvertito in un’azienda creatrice di siti che risponde ai suoi clienti solo tramite pagina web o, al massimo, tramite il citofono esterno della ditta), di giovani inveleniti dalla mancanza di lavoro e dalla prospettiva di non avere alcuna pensione quando a loro volta invecchieranno, e di outsider che, rifiutando in blocco la logica del mercimonio, si ritrovano ai margini di un universo impostato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
La critica sociale di Delépine e Kervern non si limita ai rapporti fra datori di lavoro e lavoratori, ma si estende (come accade nella realtà) a tutti i rapporti interpersonali, compresi quelli familiari, sia fra Mammuth e la moglie (interpretata da Yolande Moreau, una delle migliori attrici del cinema francofono, già protagonista di Louise- Michel e del recente Seraphine), inacidita proprio a causa della frequentazione quotidiana con il mondo gretto e irriconoscente del lavoro, sia fra genitori e figli, contrapposti dalla spietatezza di quello stesso mondo che mette le generazioni le une contro le altre, in modo che non possano coalizzarsi contro il nemico comune. C’è anche una grande attenzione alla perdita dell’amore per il proprio lavoro, che ha animato Mammuth per tutta la sua non brillante carriera e che manca completamente alle nuove generazioni, proprio a causa di quell’assenza di riscontri e di riconoscimento della dignità di ogni singolo lavoratore. Mammuth ha il grande pregio di essere un film totalmente fisico su una questione che solo chi non ha il problema di mettere insieme il pranzo con la cena può trattare come puramente accademica: la fisicità debordante di Gerard Depardieu, straordinario e commovente nel ruolo del titolo che sembra scritto apposta per lui, ma anche l’inutile concretezza delle certificazioni contributive cartacee (quelle elettroniche faranno ancora più in fretta a scomparire, in un futuro prossimo venturo), che Mammuth in una scena da antologia alterna alle fette di prosciutto per confezionarsi un surreale sandwich accomunando nel modo più concreto i proventi del proprio lavoro con la sostanza del pane quotidiano. Un’immagine che, tra l’altro, serve anche a ricordarci che, contrariamente a quanto sostengono i teorici alla Tremonti, la cultura, anche quella cinematografica, si mangia, e può dare da mangiare.
L’unica nota stonata del film riguarda la presenza di un’immarcescibile Isabelle Adjani nel ruolo della fidanzatina di Mammuth, morta giovanissima e da quel momento chiamata ad incarnare lo spirito di gioventù del protagonista, già sufficientemente rappresentato dalla moto del titolo e ancor di più dallo sguardo infantile di Depardieu, irresistibile nella sua pachidermica determinazione a mantenersi puro come un bimbo in questo universo di cartacce e assortita mondezza.
Da Europa, 30 ottobre 2010

Bravo Depardieu a caccia di pensione
di Lietta Tornabuoni La Stampa

Grande e grosso, un armadio con i capelli lunghi sulle spalle, l’ex operaio Depardieu intraprende sulla sua vecchia preziosa motocicletta Mammuth, un viaggio alla ricerca di certi documenti mancanti nel suo dossier per la pensione. Il pellegrinaggio tra gli ex datori di lavoro risulta del tutto infruttuoso: ma il viaggio, con le sue avventure, i suoi incontri, il suo dinamismo, restituisce al viaggiatore la voglia di vivere. Il film medio è dedicato a Guillaume, il figlio di Depardieu tragicamente morto trentenne; è molto probabile che l’intera operazione coinvolga un gruppo di amici di Guillaume; tutto è basato sull’interpretazione dell’attore, eccentrica e insieme toccante.
Da La Stampa, 29 ottobre 2010

Che un film diverta e allo stesso tempo faccia commuovere è l’aspirazione di un gran numero di registi, ma si tratta di un’alchimia della quale in pochi conoscono il segreto. Con Mammuth, Benoît Delépine e Gustave Kervern si posizionano in quella schiera illuminata, spolverando uno humour di raro acume, sebbene mai acido, sulla storia toccante di un uomo inetto e affetto da una sorta di disabilità sociale. Si tratta di Serge Pilardosse, operaio addetto alla macellazione delle bestie in un’azienda alimentare; nei suoi panni, un ipertrofico Gérard Depardieu abbrutito nei tratti e nel portamento e reso anche un po’ ridicolo da una lunga cascata di capelli incolti. Al compimento dei sessant’anni, il signor Pilardose viene congedato dal direttore del macello con una farsesca cerimonia in vista della pensione. In concreto, però, tutto quello che riceve è un puzzle da duemila pezzi con cui potrà riempire il tempo: i soldi invece tardano ad arrivare per il mancato versamento dei contributi da parte dei precedenti datori di lavoro. Dopo un iniziale accenno di depressione dovuto all’incapacità di scandire la propria giornata al di là della precedente routine e poi all’impatto negativo con la burocrazia e con i contabili, Pilardose incoraggiato dalla moglie decide di risvegliare dal torpore la vecchia moto modello “Mammuth” –da cui il suo soprannome- e partire alla ricerca delle scartoffie necessarie a ottenere la meritata pensione.

Ha così inizio un insolito road-movie per le campagne francesi in cui il protagonista percorre a ritroso i luoghi della sua giovinezza in un’atmosfera che attinge da un lato all’ironia e al disincanto del Jim Jarmusch di Broken Flowers e dall’altro a certe situazioni oniriche à la Michel Gondry. Il risultato è una regia sospesa nell’equilibrio sottile tra la realtà e la poesia. Una realtà che è quella dura in cui prevalgono il paradosso e l’ingiustizia e una poesia che non spiana la strada all’idealizzazione, ma che al contrario lascia trasudare le emozioni da piccoli gesti anticonvenzionali o di disperazione. Mammuth è un personaggio che vuole fuggire il reale, ma che di fatto ne è stato già risucchiato. Vive nel presente, ed è una delle tante vittime della brutalità del lavoro. Appare solido e un attimo dopo fragile. Ripugnante, e poi tenero. Si muove goffo proprio come l’animale preistorico che gli dà il nomignolo in mezzo a gente più arguta di lui. Come Ulisse, desidera tornare a casa ma sceglie anche di godersi fino in fondo le avventure che gli si prospettano. Mammuth è l’antieroe attempato di un racconto di formazione scritto per insegnare che non è mai troppo tardi per riscattarsi dai propri atteggiamenti più ridicoli e grotteschi, e Depardieu riesce a incarnarlo con un’interpretazione magistrale.

Oltre a dimostrare di saper maneggiare con rara destrezza, senza scadere mai nel patetico, temi delicati e di grande attualità -le ingiustizie verso i lavoratori, l’amore vissuto quando non si è più giovani, la difficoltà di accettare il nuovo ruolo di pensionato- Delépine e Kervern danno anche prova di grande originalità e abilità nella regia. Le inquadrature fisse alternate a lunghi piano-sequenza denotano una struttura volutamente semplice e pulita; nonostante questo, le immagini riescono a distaccarsi sempre tanto dalla banalità quanto dall’estetismo fine a se stesso grazie alla frequente inclusione di elementi dissonanti, che comportano disorientamento e mistero. I registi riescono a catturare con solerzia ogni attimo di rara intensità che trasparisce dal mondo reale. Molto azzeccata è la scelta della fotografia, che con i colori saturi a effetto super 8 ben riproduce la dimensione in cui la realtà si confonde con il sogno, e inizia a prendere la consistenza –o l’inconsistenza- di un ricordo sbiadito. I pochi dialoghi, comunque brillanti e lapidari, toccano il lirismo estremo nelle apparizioni spiazzanti del fantasma incantevole e catatonico della prima fidanzata del protagonista, morta quando erano giovani in un incidente di moto, e della nipote ritrovata dello stesso, interpretata dall’eccentrica poetessa Miss Ming.

Mammuth è un film in cui sono in primo luogo le immagini, ora realistiche, ora stranianti, o forse profondamente stranianti proprio per l’eccesso di realismo, a veicolare il miscuglio di comicità e commozione che emerge dall’opera nel suo insieme. Le espressioni da bambino impacciato e troppo cresciuto del protagonista che fa il bagno nel fiume, le inquadrature impietose sulle pelli cadenti della moglie Catherine che si rade le ascelle, la crudeltà ai limiti dello splatter del volto sanguinante della giovane amante perduta, si collocano nella dimensione liminare dove la tristezza e la paura riescono a essere esorcizzate da una risata. Una risata tipicamente francese, raffinata e spiazzante, come del tutto inaspettati sono gli orizzonti che si aprono nella vita del protagonista. E la lezione da tenere a mente è che si può fare denuncia sociale anche senza piagnucolare o provocare shock gratuiti se si guarda al mondo con la potenza dell’immaginazione.
Alessandra Pagliacci, da “cultframe.com”

Una biografia lavorativa molto eterogenea (da buttafuori a becchino), di cui gli ultimi dieci anni prestati presso un’azienda produttrice di insaccati. E come riconoscimento, una festicciola squallida e disinteressata, con in più duemila pezzi di un puzzle, regalato da quegli amici “innaturali” e passeggeri che sono gli ex-colleghi di lavoro.
Il periodo da pensionato di Gérard Depardieu/Serge Pilardosse (detto “Mammuth” per la sua robusta corporatura e per il fascino davvero particolare della sua moto anni ’70 di grossa cilindrata, prodotta dalla tedesca Münch) inizia così. E prosegue con i problemi alla prostata, ai quali danno il cambio una monotonia intollerabile e laconici giri a vuoto intorno al tavolo da cucina.
Inadeguato ai semplici episodi della vita, il preistorico Serge non chiama surrealmente aiuto, nemmeno quando trova un uomo senza vita disteso sul pavimento del supermercato. Mantenendo fede alla sua indole goffa e scorbutica, rimane incastrato tra due auto col carrello della spesa. Sostenuto da una smisurata Yolande Moreau (sua moglie nel film), vogliosa di attaccar briga sul lavoro e ingenuamente aggressiva verso una giovinetta sconosciuta o un addetto di call center, da una chimerica Isabelle Adjani e dalla zuccherata diversità di Miss Ming, Serge viene sommerso da uno stravagante road movie che sembra rimettere insieme proprio quei molteplici frammenti di un puzzle che si chiama Passato.
Capello lungo e trascurato, ripreso spesso di spalle come il Randy “The Ram” di Mickey Rourke, ma più maldestro e teatrante, il suo ring personale è più grande di quello del combattente di wrestling e i suoi scontri sono più sociali che fisici, eppure altrettanto aspri. Il suo personale dissidio diventa il confronto tra un uomo istituzionalmente handicappato e una collettività progredita e insensibile, pronta a rifiutarlo con tutte le sue ipocrite forze.
Dato che Serge non può essere sempre accontentato, l’amministrazione pubblica sta lì a ricordargli che le buste paga sono incomplete e la pensione in pericolo. La moglie lo invita così ad andare in cerca delle tessere perdute, per recuperare le cedole delle occupazioni svolte qualche decina di anni prima.
Scopre ben presto una situazione economica e lavorativa agli sgoccioli, tra datori di lavoro in vacanza, piccoli esercenti invisibili al fisco, azienducole chiuse e abbandonate. I dipendenti di oggi vengono remunerati in nero e, in una crescente idrofobia per coloro che hanno già raggiunto il traguardo previdenziale, intrattengono colloqui immaginari con i manichini. E’ il massimo condensato della figura del precariato che, astioso e sull’orlo di una crisi di nervi, è oppresso da una serie di problematiche che paiono invalicabili.
Benoît Delépine e Gustave Kervern, dopo il glorioso “Louise Michel” dello scorso anno, ritornano irrisori e bizzarri, confermando la loro attrazione per i racconti rigorosi e per “la macchia che non se ne va”. Il loro cinema persiste su uno schermo satollo di colori e che pare sfaldato attraverso una riduzione di pixel che ne compromette la risoluzione, su di un grosso elefante lercio, scarmigliato e fetido, tanto che è meglio telefonare alla mamma per avere istruzioni nel caso di incontro ravvicinato, e su un impudico e buffo “compromesso masturbatorio” con cugini in vena di riesumazioni erotiche adolescenziali.
Elogio della lentezza, il peregrinare di Serge è una specie di moderno recupero crediti, un modo per imparare l’arte del riciclo e riscoprire cose e sentimenti semplici come ha saputo fare, malgrado tutto, sua nipote. La visione del film diventa così un sistema per cercare quegli oggetti di valore che sono soliti scomparire sotto la sabbia dopo il passaggio dei bagnanti. Ci vuole metodo per questo ed è quello proprio dell’incantevole Depardieu il quale, fenomenale e pieno di una spiritualità quasi inoperosa, incide sul film attraverso dialoghi e contesti fantasiosi. Per questo il personaggio dell’Amore fantasma, finché non viene riconosciuto come tale, non permette a quello reale di esprimersi.
Apparentemente docile e leggero, “Mammuth” è sorprendentemente attuale e corrosivo, rivelando il lavoro come un procedimento silenzioso e subdolo di spersonalizzazione, votato al materialismo ed estremamente autoreferenziale, che fa perdere di vista la nozione di fratellanza e la possibilità di attingere a risorse poetiche fatte di semplici rime baciate.
da “filmscoop.it”

La provincia francese un po’ sgranata dai colori rarefatti, dialoghi succinti e lunghi silenzi e una nutrita sfilza di personaggi borderline è quello che lo spettatore si porta con sé a casa dopo aver visto “Mammuth”; ultimo film di Benoît Delépine e Gustave Kervern, distribuito dalla Fandango, nei cinema dal 29 ottobre.
Nel cast figurano oltre un immenso (nel senso del peso) Gérard Depardieu accanto a Yolande Moreau, anche Isabelle Adjani, Miss Ming e Anna Mouglalis.
Il film racconta la storia di un uomo che con la scusa di recuperare i documenti mancanti alla sua pratica di pensionamento, affronta un viaggio sulla sua motocicletta Mammuth, da cui prende il titolo la pellicola e il soprannome il protagonista. E’ una storia on the road quindi, in cui come in ogni film di questo genere che si rispetti, il nostro eroe non troverà quel che va cercando ma qualcosa di molto più prezioso e utile alla sua crescita personale.
Lungo la strada Mammuth/Depardieu (un po’ scioccante per chi pensa a lui come a un sex simbol) capirà che la sua vita ha bisogno di innalzarsi verso espressioni più alte, verso la poesia e l’amore. Incoraggiato dal fantasma della sua prima amante, stimolato dal folle candore della sua nipotina e sostenuto comunque dalla certezza dell’amore di sua moglie, riuscirà a progredire anche se ormai vecchio, riscattandosi da una vita di bisogni semplici per giungere ad un senso profondo di libertà e amore verso se stesso e verso ciò che lo circonda. E’ interessante che il passaggio e la rinascita avvenga per mano femminile, come a dire che soltanto questa metà del creato ci può salvare e ci può far evolvere.
Da un punto di vista stilistico il film è molto particolare. Girato con una 8 millimetri rende tutte le immagini come appartenenti ad un’altra epoca, e a detta degli stessi autori, era questo il solo modo per rendere la bellezza del bianco e nero pur usando i colori!
Inoltre non c’è sceneggiatura e di questo ci si rende conto sin dai primi minuti, così come dell’aver affidato tantissime scene a dei non-attori. Tutto questo conferisce al film un che di lirico ma risulta essere un po’ lento come certo cinema francese.
Pur mantenendo sempre un che di irreale, la narrazione talvolta si avvale di una certa volgarità gratuita ma nel suo complesso “Mammuth” è un’opera riuscita dove lentamente, man mano che le immagini scorrono, si fa strada la colonna sonora composta da Gaëtan Roussel che si rivela essere quella che maggiormente rispecchia il desiderio dei registi. Quello cioè di divertire e commuovere allo stesso tempo.
Claudia Pignocchi, da “slowcult.com”

L’uomo che non sapeva vivere
La scrittura fine e intelligente dei due registi e l’equilibrio magico tra le tante anime del film fanno la fortuna di un’opera preziosa; profonda e leggera allo stesso tempo.
Un operaio di un mattatoio soprannominato Mammuth per via della sua moto, ha sessant’anni e dall’età di sedici non ha mai fatto altro che lavorare. L’ultimo giorno di lavoro dovrebbe rappresentare l’inizio di una nuova vita, ma è del tutto incapace di confrontarsi con la normale quotidianità, dal fare la spesa a cucinare, o a riparare una maniglia in casa. La necessità di ritrovare la documentazione di tutti i suoi precedenti lavori, al fine di prendere la pensione, lo spinge, anche grazie alle sollecitazioni della moglie, a rimettersi in sella sulla vecchia moto per andare alla ricerca dei suoi vecchi datori di lavoro. Lungo il tragitto si scontrerà con le deprimenti difficoltà burocratiche del caso, ma avrà anche modo di rincontrare persone a lui care e di ripensare a una perdita che da sempre lo accompagna.
All’interno di un concorso gradevole ma povero di opere con uno sguardo forte e personale, Mammuth dei due registi Benoit Delépine e Gustave de Kervern (già autori del bel Louise-Michel) si dimostra opera davvero unica, capace di raccontare l’assurdità del nostro tempo omaggiando la follia e l’incapacità di vivere con un registro grottesco e poetico allo stesso tempo. Gran parte del merito va indubbiamente anche a Gérard Depardieu, incredibile per questa sua capacità di denudarsi (simbolicamente ma anche concretamente) del suo status di divo e di buttarsi dentro senza filtri in un ruolo difficile, sgradevole, fornendo al suo personaggio un’umanità eccezionale. Ma la scrittura fine e intelligente dei due registi e l’equilibrio magico tra le tante anime del film fanno la fortuna di un’opera preziosa; profonda e leggera allo stesso tempo.
Gérard Depardieu in una scena del film MammuthQuello dei due registi francesi è un cinema che non esiste; portatore di una libertà formale assoluta e di un atteggiamento mai compiaciuto o professorale all’humor nero, che abbracciano come unica possibilità per raccontare una realtà popolata da uomini e donne alla deriva. Ma questa stravaganza insisitita dei personaggi, la follia un pò naif delle situazioni non appesantisce mai la visione, ma fornisce invece un sincero e sublime contesto dove raccontare l’introduzione nel mondo di un sessantenne ingenuo e maldestro, incapace di vivere senza lavoro. Un mammuth appunto, capace però di sinceri slanci di entusiasmo e tenerezza, che Delépine e de Kerven raccontano in questo atipico, sgranato e gentile road movie di formazione.
Adriano Aiello, da “movieplayer.it”

Serge compie 60 e viene mandato in pensione dal macello in cui è impiegato. Lavora praticamente da sempre, la scuola non ha mai fatto per lui (come gli fa notare maieuticamente una vecchia conoscenza) e ora vorrebbe solo godersi senza scosse il tempo che gli resta. A separarlo dalla meritata pensione c’è, però, la cieca burocrazia: nel corso degli anni, Serge non ha raccolto i contributi necessari e ora deve rintracciare molti dei suoi vecchi datori di lavoro e rimediare.
Inforcata la sua Mammuth – che oltre a essere una gigantesca motocicletta tedesca del ’72 è anche il soprannome con cui è conosciuto Serge – l’omone parte per un’avventura on the road alla ricerca dei contributi perduti. Arrivato nei luoghi della sua giovinezza, si ferma nella vecchia casa di famiglia ora occupata dalla giovane nipote Miss Ming, un’eccentrica artista con un feticcio per il numero 3000. Il rapporto fra i due dà nuova linfa alla vita un po’ stantia di Mammuth.
Continua l’ellittico percorso cinematografico della coppia di registi francesi Gustave de Kervern e Benoît Delépine, nel tentativo di raccontare l’umanità odierna. In Louise-Michel un gruppo di operaie tessili pianificava l’omicidio del loro fuggitivo capo, dando vita a una commedia grottesca e nerissima. In Mammuth il protagonista è ancora una volta spinto all’azione da un motore narrativo assolutamente poco poetico e, volendo, banale (e per questo ancor più reale a palpabile) venendo quindi coinvolto in situazioni surreali da personaggi a dir poco sghembi (la splendida, vacua nipote Miss Ming su tutti).
Mammuth è un film capace di partire dal generale (la crisi economica) per poi scendere a imbuto nel personale più intimo del suo protagonista ed elevarlo, di nuovo, a discorso universale. In molte occasioni la narrazione episodica scelta da Delépine e de Kervern rischia di diventare una mera raccolta scollacciata di sketch. Eppure i due cineasti sembrano sempre avere un saldo controllo della situazione, mantendendo il racconto unito e inserendo le diverse vignette – divertenti, malinconiche, oniriche o grottesche che siano – in una cornice che riesce a dare coerenza cinematografica alla narrazione.
Le immagini sporche sembrano un presa di posizione poetica dei due registi, quasi a ribadire con forza il loro approccio diverso (povero e indipendente) al cinema, ribadito dall’uso – seppur meno massiccio del solito – di attori non professionisti. Al loro fianco, nel ruolo di Mammuth, c’è un immenso Gèrard Depardieu, che contribuisce all’onore degli attori professionisti insieme a una divertente Yolande Moreau e a una spettrale ma carismatica Isabelle Adjani.
Nicola Cupperi, da “nonsolocinema.com”

Delepine e Krevern, dopo l’affermazione internazionale con Louise/Michel , continuano a calarsi nel ruolo di cinici e sogghignanti cantori della sgradevolezza, affrescando ancora una volta un Belgio in disarmo sociale, popolato ad ogni livello da un’umanità patologica ed universalmente emarginata impegnata in avventure surreali e parossistiche per ottenere i diritti basilari di sussistenza. Mammuth è il soprannome del massiccio protagonista del film, capelluto pachiderma sgraziato e inoffensivo alle prese con il passaggio dall’alienante lavoro di una vita in un macello alla condizione di pensionato inetto e spaesato, trovatosi a pesare sulle spalle della moglie a sua volta esasperata dall’impiego da cassiera. Mammuth è anche il modello della sua vecchia moto da collezione, in sella alla quale partirà per un viaggio alla ricerca di vecchi datori di lavoro in grado di fornirgli la documentazione dei trimestri mancanti per ottenere una pensione decente. Spronato dalla moglie che condivide la sua sommessa disperazione, perseguitato con affetto dal fantasma di un’amante morta, adottato da una nipote dissociata e ossessionata dal macabro, Mammuth ritroverà grazie alle sue muse una rinnovata vitalità, in uno sghembo lieto fine di accettazione di sé che non dissipa però il sapore amarissimo del viaggio appena compiuto. Appollaiati sulla nuca lanosa del protagonista, lo accompagneremo in una bislacca odissea trapuntata di humour nero e disperato, tra infartuati smossi a colpi di baguette, giardini di bambole sfigurate, piscine utilizzate come zattere ed ostili professionisti del metal detector da spiaggia. Affidandosi alle (dis)fattezze fisiche di un Depardieu mai così funzionalmente sformato, i due cineasti fiamminghi non parlano tanto della precarietà del lavoro o del fondo pensione, quanto di quella precarietà di corpi e cervelli che ne è alla base. In qualche misura imparentato con i ruderi sub-proletari di Ciprì e Maresco e i sobborghi disfunzionali di indipendenti a stelle strisce come Korine e Solondz, questo cinema ci parla di esistenze disarmoniche intente a maneggiare strumenti socioculturali che gli sono drammaticamente estranei: non è un caso se il film (come accadeva anche in Louise/Michel) si apre su una cerimonia gestita e percepita con palpabile imbarazzo e goffaggine, per poi proporci più avanti un colloquio in cui è difficile stabilire chi sia più squilibrato tra l’intervistata o l’intervistatore. Agli interessanti elementi tematici già mostrati in precedenza, si aggiunge in questo caso una curiosa eterogeneità fotografica, che alle tonalità autunnali proprie di un certo cinema mitteleuropeo alterna inserti onirici sgranatissimi ed eccentriche soluzioni registiche (tremolanti e sfocate immagini in movimento per trasmettere la sensazione del viaggio) girate in bassissima fedeltà digitale. Delepine e Krevern, anche su questo fronte, dimostrano un’invidiabile ed evidente vitalità di linguaggio, capace di risultare anticonvenzionale e destabilizzante senza essere snob o del tutto indigesta ad un pubblico che non si riconosce nella nicchia degli intenditori.
Alfonso Mastrantonio, da “indie-eye.it”

Un fresco pensionato (Gérard Depardieu), non più molto sveglio, di certo non indipendente, deve rimettere insieme tutte le scartoffie di una vita lavorativa, altrimenti addio retribuzioni. Per farlo dovrà viaggiare, che negli ultimi quarant’anni ne ha girati di posti, ma questo è un ottimo motivo, forse pretesto, per rispolverare dal garage la vecchia moto. È solo l’inizio di un atipico e incantevole on the road fatto sì d’asfalto e chilometri, ma soprattutto di curve nella memoria, sbandate, ritorni in pista. Un viaggio destinato a fargli riscoprire antiche passioni, affetti famigliari e il gusto intimo per la vita e per la poesia.

I registi Benoît Delépine e Gustave Kervern costruiscono un delicato capolavoro girato in Super16, con troupe ridotta, luci naturali, molti attori non professionisti — ma anche nomi come Yolande Moreau, Benoît Poelvoorde, Miss Ming e Isabelle Adjani — e tanta improvvisazione, in cui la regola è la comicità intelligente, la sincera emozione e la passione vitale. Depardieu occupa tutta la scena, ma la stazza fisica non c’entra niente, che sia dentro una stanzetta stretta come una gabbia, o nel mezzo di un orizzonte che si allarga sempre di più. Sbuffa scontrandosi con la burocrazia e il mondo che cambia, anzi è già cambiato a sua insaputa, rimugina — e con la sola postura spesso ci fa capire che cosa sta pensando il suo Serge Pilardosse -, riassapora la libertà, in sella alla sua Münch Mammuth del 1972, e poi la liberta più grande, cioè il ritorno a casa, proprio come Ulisse. Va bene, c’entra anche la stazza. Mastodontica come la sua statura di attore.
da “frequeency.it”

Le immagini sono tanto sgranate che sembrano girate con un cellulare neanche nuovissimo (in realtà, una pellicola a 16 millimetri che si usava quasi solo per i notiziari tv, solo le scene notturne sono state filmate per forza di cose con una pellicola più sensibile, e poi trattate perché non si vedesse la differenza.) Sono tagliate come capita, con campi e controcampi incerti. Non importa: Gérard Depardieu da solo vale il prezzo del biglietto. Gigantesco, capelli biondi con extension, stracci e piglio da operaio francese poco specializzato. L’ultimo lavoro è al mattatoio, i precedenti presso datori di lavoro che hanno dimenticato di pagargli i contributi (dai bar ai night, dalle giostre alla più semplice delle manovalanze, un bel panorama sugli umili mestieri della provincia francese). Invece di godersi la pensione, Serge Pilardosse prende la sua vecchia moto modello Mammuth e va in giro a recuperare i versamenti dimenticati. A casa lo aspetta la moglie Catherine, alias Yolande Moreau (era nel precedente film dei due registi, in “Séraphine” di Marcel Provost faceva la pittrice naïf): un po’ meno convinta che l’impresa possa andare in porto. A far da terzo incomodo – il più invadente di tutti, l’ex primo amore – arriva Isabelle Adjani. Nel picaresco viaggio, il magnifico Pilardosse – pronunciate il nome, guardate Depardieu, poi pronunciate ancora il nome, poi guardate di nuovo Depardieu: una così bella accoppiata tra personaggio e attore merita di essere assaporata. Beati gli sceneggiatori che sanno trovare i nomi per i personaggi (pensate che nell’ultimo romanzo di Andrea De Carlo, “Leielui”, lo scrittore a cui si è prosciugata l’ispirazione fa di cognome Deserti). I registi Delépine e de Kervern sono gli stessi che avavano girato “Louise-Michel”, black comedy operaia con killer inetto e vicino di casa che tira i fili tra due torri di cartone, appende l’aeroplanino in fiamme, e il disastro può cominciare (hanno iniziato a lavorare insieme in tv). Il viaggio fa tappa da Miss Ming (era la ragazza malata di cancro che in “Louise- Michel” – non avendo niente da perdere – sparava al padrone sbagliando bersaglio. Qui fa la nipotina di Serge, artista con materiali di riciclo. Con i capelli un po’ meno biondi e un po’ meno lunghi, rivedremo Depardieu in “Potiche”: sindacalista perdutamente innamorato di Catherine Deneuve, la moglie del padrone.
Mariarosa Mancuso, da “ilfoglio.it”

Lui è lì, in quel guardaroba grigiastro, intento a cambiarsi per un’ultima volta, la lunga capigliatura che gli cade sulla schiena. “Lui” potrebbe essere Mickey Rourke in The Wrestler, vecchio lottatore amato da coloro che lo circondano fuorché da sua figlia, immagine di una riuscita nella sua attività. Potrebbe essere anche Gérard Depardieu in Mammuth, uomo privo di obiettivi, sottostimato da tutti, che avrebbe voluto suicidarsi.
Difficile non vedere una strizzata d’occhio al film di Aronofsky in questo piano del nuovo film dei compari Benoît Delépine-Gustave Kervern, ingiustamente relegati nella sezione “buffi bontemponi di Groland” (Groland è una città immaginaria in cui sono ambientati alcuni programmi televisivi comici scritti da Kervern e Delépine per il canale televisivo francese Canal+. Ndt).
Triste constatare che la maggior parte dei media (e del pubblico) restino attaccati all’idea che vuole che i due non possano fare altro che un film recante il timbro di Groland, ossia umorismo dinamico di grana grossa. Constatazione triste in quanto il duo ha già dato prova di cosa sia capace con Aaltra, Avida e Louise-Michel.
Dopo i due lungometraggi in bianco e nero, visivamente alieni e poco propensi a farsi comprendere, Louise-Michel del 2008 può essere considerato come un punto di svolta, un segno di maturità e la voglia di proseguire l’incredibile avventura cinematografica aprendosi al grande pubblico.
La trama di Mammuth è piuttosto semplice: Un uomo inattivo da tempo si avvicina alla pensione e deve recuperare dieci mensilità di stipendio per poter ottenere l’indennità per la pensione.
Si mette quindi in strada sulla sua vecchia moto per ripercorrere a ritroso i suoi passi, la sua vita, incontrando strada facendo una serie di personaggi improbabili.
Il “road movie”, genere cinematografico peculiare, non ha assolutamente come scopo quello di basarsi su sceneggiature particolarmente sviluppate. Che si tratti di un ultimo viaggio prima di installarsi in una vita adulta (come nell’ultimo Mendes Away We Go) o di un ultimo viaggio che restituisca un senso alla propria vita (il purtroppo dimenticato troppo presto About Schmidt di Alexander Payne), lo scopo principale dei suoi personaggi rimane quello di partire per mettere alla prova i propri limiti, per ritrovarsi, percorrere un territorio geografico, incontrare individui diversi e riscoprire una cultura. Il “road movie” tiene più di tutto a questo universo creato, a questi esseri incrociati, a un mondo osservato (criticato o amato) più che a un racconto complesso.
I due registi sanno perfettamente come muoversi in questo genere cinematografico atemporale (Aaltra, “road movie” con due persone su sedia a rotelle, Louise-Michel sorta di viaggio sociale in cui una donna percorre una regione per vendicare la chiusura della fabbrica in cui era impiegata. V. Rapporto Confidenziale numero24). Questa volta, però, con questa escursione in moto (una specie di Easy Rider estemporaneo), realizzano un omaggio.
C’è dunque Serge Pilardosse (Depardieu), che a ogni apparizione occupa metà schermo, maestoso, massiccio, sobrio e umano, che si è lasciato trasportare dalla vita, occupandosi per quarant’anni di piccoli lavoretti per cancellare un terribile ricordo.
C’è la sua compagna Catherine – Yolande Moreau, magnificamente trattenuta nei panni di un personaggio di donna stanca ma combattiva, che amerebbe poter riposare un poco e che ama con schiettezza – parte di questa coppia senza storia e senza liti (cosa rara, quest’ultima, nel cinema francese). A lato, il fantasma di un amore giovanile, presente sin dalla prima immagine del film (una soggettiva su una moto tra campi e vigne prima dell’incidente), che ha la forma di una Isabelle Adjani atemporale che ossessiona il Mammuth costringendolo in una malinconia morbosa.
Potrebbe Serge uscire da questo malessere che lo perseguita da quando in quell’incidente il suo amore perse la vita?
È questo, alla fine, il soggetto del film. Perché la storia delle carte da recuperare viene presto abbandonata, segno di una libertà che alla coerenza delle parole preferisce le persone.
A contatto con personaggi teneri o insopportabili, simpatici o cattivi, Serge arriva a ritrovare un soffio, lui che aveva conosciuto Catherine quando contava di porre fine ai suoi giorni. Torna a casa e abbraccia quella bella anima e la ricopre di “Ti amo”. Triste? Non proprio: Mammuth riesce a creare dalle situazioni e dalle vite patetiche l’occasione per una risata sincera.
La successione degli incontri costruisce scene esilaranti e talvolta memorabili: Mammuth ne dice di tutti i colori al macellaio di un minimarket ma i due uomini hanno la lingua tanto lunga quanto sono poltroni e tutto finirà lì; Catherine riassume la prima disastrosa giornata del suo compagno e conclude che dovranno trovare presto una soluzione per evitare di passare dall’omeopatia agli antidepressivi. Questo in un ristorante in cui quattro uomini, tra cui Serge, cenano soli e uno tra loro telefona a sua figlia di cui sente la mancanza e quella conversazione stupida e ridicola li porta a ridere come ragazzini sotto gli occhi inquieti e stupiti della cameriera.
Un poco più distante, il viticoltore datore di lavoro di Serge si impegna in una sorta di maieutica per giungere alla conclusione che Serge è un idiota, ecco perché nessuno lo ha dichiarato come suo dipendente, perché tutti hanno fatto uso della sua stupidaggine (o della sua innocenza).
Kervern et Delépine fanno ricorso a una gamma di ricette per cesellare questo umorismo a denti stretti.
Un ulteriore piano del film riguarda la piccola festicciola per la partenza di Serge dal macello suino dove lavora. I suoi colleghi e “amici”, come ricorda il proprietario, hanno avuto l’idea per questa festa.
Il discorso di partenza, banale e penoso, stila un ritratto del nostro protagonista (primo scopo di questa scena) ma crea anche un’ambientazione, con la cinepresa posta alle spalle di Serge (visto di schiena come spesso nel corso del film), mentre osserva i suoi colleghi, ognuno con un vassoietto di patatine in mano impegnati a
rimpinzarsi durante tutto il discorso, assimilabili senza difficoltà a una mandria porcina (secondo obiettivo della scena, creare un’ambientazione stramba, buffa e sordida allo stesso tempo). Da qui spicca una constatazione crudele sul mondo del lavoro, sulle relazioni professionali, il pensionamento e la questione del successo nella vita, esaltato nella scena seguente in cui lo spettatore scopre che il regalo di partenza altro non è che un puzzle (terzo obiettivo: istillare nella storia una ciritica sociale per piccoli tocchi, senza cadere nel moralismo).
Lettura in tre tempi, ogni scena riesce a conservare una libertà formale, una costruzione ragionata assumendosi nel comtempo la sua parte di follia e di imprevedibilità.
Avendo fatto gavetta in gioventù prima di diventare piuttosto conosciuti, Delépine et Kervern si concedono il lusso di far partecipare al film i propri amici, il tempo per un’apparizione.
Troviamo quindi Sine (nel ruolo di un viticoltore), Bouli Lanners (in una scena geniale con Miss Ming, con quest’ultima che gli spiega di avere avuto l’idea di scrivere un curriculum vitae su carta igienica riciclata con del sangue come inchiostro), Anna Mouglalis, Benoît Poelvoorde in uno di quei ruoli comici nei quali è tra i pochi a portare credibilità a un personaggio.
Nessuno tra loro cerca mai la difficoltà nella recitazione, tutti si divertono e divertono lo spettatore.
Per quanto riguarda la fotografia, piuttosto efficace, i due rifanno squadra con Hugues Poulain (già attivo in questo senso per Avida e Louise-Michel) giocando questa volta con due tipi diversi di grana: una grossa, stile vecchio film sugli hippy, per rappresentare i ricordi, una luce bianca – che cozza contro le case bianche di Royan – per il presente. Non bastando loro questo, ecco che Kervern e Delépine scivolano, il tempo di qualche scena, in un umorismo cinico e assurdo (Depardieu, al supermercato, di fronte a un uomo svenuto nel reparto surgelati, lo tocca con la punta del pane che porta con sé e poi passa come se nulla fosse accaduto. Poco dopo, la scena strampalata in cui Depardieu e il suo vecchio cugino tentano di prodigarsi in una reciproca masturbazione senza successo, con Serge che esclama un « non è granché » nel contempo disilluso e divertito.
Quindi, subito dopo, i due registi fanno ricorso a un umorismo surrealista e più sottile come nella scena in cui Depardieu e Miss Ming contemplano una piscina attaccata a una parete, come capita di vedere presso i rivenditori di piscine, per poi ritrovarsi sul bordo di una di queste, prima che la cinepresa guadagni altezza e si scopra che i due personaggi galleggiano in una piscina in mezzo al mare, senza spiegazione alcuna su come si siano trovati li.
Ancora più avanti, Serge Pilardosse si rimette in forma in uno stagno di Charente, sorta di Eden romantico in cui lo spettatore è più abituato a vedere una bella naiade che un uomo corpacciuto in un costume da bagno pressoché inesistente.
Sarebbe quindi possibile rileggere questo Mammuth scena per scena per dettagliarne – assaporandole – tutte le sfumature e gli strati. E poiché i due complici sanno raggiungere i loro scopi, è spesso nello spazio di un’immagine che la frecciata sociale fa male, che la folgorazione crudele della realtà salta fuori.
Mentre Depardieu attraversa in moto i vigneti, un piano breve filma i nuovi viticoltori, inginocchiati come fossero in preghiera in direzione della Mecca, bella immagine di una Francia cosmopolita. È poi l’immagine delle case di riposo ad essere presa di mira, quindi i supermercati, il sistema di pensionamento e assunzione, il passare del tempo (la scena in cui Depardieu suona alla porta di quella che un tempo era una fabbrica artigianale diventata oggi la sede di una società specializzata in film in 3D).
Tutto accade, come le tappe di un viaggio privo di reale meta, in un’ora e mezza, senza che questo impedisca a Mammuth di prendere il tempo per ogni scena, di lasciare che la cinepresa giri un attimo di più per permettere di assaporare una gag.
Tutti i personaggi aggiungono qualcosa a questa commedia a tratti nostaglica e solare, rafforzata da Depardieu e Yolande Moreau ma anche dalla tenera Miss Ming, che prova in una scena che le persone semplici, o apparentemente semplici, non sono sempre gli idioti che pensiamo (disoccupata, la piccola guadagna da vivere ritirando la pensione di suo padre di cui non ha mai dichiarato la morte e che ha seppellito in giardino).
Il giorno di uscita di Mammuth sugli schermi francesi, uscivano anche una commedia “bobo” (bourgeois-bohémienne) – Le Mariage à Trois di Jacques Doillon – e una bobeauf (in parte “bobo”, parte “beauf”) – Camping 2. Se una commedia funziona è spesso perché ci si trova a parteggiare per i personaggi, ad assimilarsi a loro, trovandoli sempre caricaturali e quindi divertenti (come Patrick Chirac in Camping). Malgrado questo, ciò che manca spesso alle commedie francesi – e che sanno fare meglio gli Inglesi e gli Americani – è un pizzico di cattiveria nel loro umorismo, un po’ di eccesso leggermente immorale (vedere l’inglese In the Loop o l’inizio dell’americano Very Bad Trip)
Questo umorismo dissacrante, i due amici lo traggono dal loro vissuto a Groland, ma provano ancora una volta di sapergli dare consistenza per donare al loro film un’intensità, una bellezza, una potenza che supera la semplice commedia facile. Devo dirlo? Il duo Delépine-Kervern forma una vera coppia di cineasti (per convincersi di questo, basti vedere la scena ambientata nella trattoria di campagna abbandonata in cui Depardieu si muove tra rovine e ricordi) che assumono e perseguono la loro follia nel bene e nel male.
Verrebbe semplicemente voglia di dire loro, usando le parole di Isabelle Adjani: “Rimanete voi stessi, sono loro i fessi!”.
Emeric Sallon, da “rapportoconfidenziale.org”

È tempo di bilanci nella vita di Mammuth, motociclista ribelle anni settanta, ora pensionato. Una vita a lavorare e un ultimo viaggio in moto alla ricerca dei contributi pensionistici, di se stesso e delle radici familiari. Un viaggio nella memoria per suturare le ferite aperte nel passato e congedare il rimpianto per un amore tanto intenso da consumarsi in un istante d’asfalto. Un immenso (in tutti i sensi) Gérard Depardieu si mette al servizio di Benoît Delépine e Gustave Kervern in un road movie che scorre leggero sulla scia dello stesso provocatorio e anarchico surrealismo del precedente Louise-Michel.
I due autori si allontanano discretamente dal cinismo anti-capitalista e dalla confusione di genere (sessuale e cinematografico) che animava l’entusiasmante Louise-Michel: il film, depurato dalla storia canovaccio del viaggio in moto che esorcizza un ricordo doloroso, potrebbe benissimo essere un montaggio di idee e sequenze scartate dalla trabordante opera precedente. La critica al sistema qui si tinge di una rassegnata ironia che spesso sconfina nel nonsense. Depardieu-Mammuth (dal nome della sua storica motocicletta-feticcio) percorre la sua strada mentre alla bravissima Yolande Moreau sono affidati i siparietti di attacco all’assurdità del presente. Il lavoro è alienante e alienato, la famiglia scoppiata e il mondo sopra le righe: o si reagisce con violenza o si liquida tutto con un’apparente apatia che sommerge sottopelle la propria angoscia.
La moto è un oggetto simbolo su cui proiettare le proprie questioni irrisolte prima di liberarsene definitivamente. Lo spettro della sensuale Isabelle Adjani si potrebbe sostituire, uscendo per un attimo dai confini del film, con quello di Guillaume Depardieu. Storia di confine in cui l’attore icona dà allo spettatore l’impressione di aver fatto cinema per sé e su di sé (salta alla memoria The Wrestler).
Macchina a mano, colore sporco, granuloso, pellicola vissuta che si confonde con un digitale amatoriale. Ruvido, sfrangiato, discontinuo, artificioso, improvvisato, pesante come una barzelletta raccontata male, leggero come un’accusa proferita con noncurante nonchalance. La pancia di Depardieu è come quella di Marlon Brando o di Orson Welles, bellissima. Loro recitavano seduti (Apocalypse now, La ricotta), Gérard, invece, sfreccia in moto.
da “sushiettibili.it”

Il cinema francese torna nelle sale con un film straordinario e un Depardieu grandissimo, in tutti i sensi.
Si crede che il cinema contemporaneo non sia ancora attrezzato per il miracolo di raccontare l’amarezza del presente con voce ottimista, consegnando allo spettatore un messaggio positivo, finalmente vitale. Mammuth dimostra che non è vero, che l’era dell’autocommiserazione è finita, che è possibile affondare le mani nell’odioso impasto della realtà e tirarne fuori un pane commestibile e anzi saporito.
Lo fa attraverso un personaggio totalmente anticonvenzionale. Serge Pilardosse (Gérard Depardieu) è un gigante dall’aspetto primitivo e il pensiero elementare, al limite del ritardo mentale: un uomo che parla poco, lo sguardo perennemente fisso su qualcosa che non c’è, incastrato come per caso in una vita normale, con un lavoro, una moglie, una moto d’epoca (una Mammuth, appunto).
La storia inizia con il suo pensionamento. Dopo anni di onorata carriera come salatore di carni suine, si ritrova solo e sconsolato nel salone di casa sua, davanti a un puzzle di duemila pezzi e a una serie infinita di ore da colmare. Per ottenere tutti i contributi meritati ha però bisogno di alcune certificazioni relative a impieghi del passato. La moglie (Yolande Moreau), un donnone dal forte senso pratico e dalla grigia voglia di vivere, lo costringe quindi a mettersi in viaggio alla ricerca degli ex datori di lavoro, per ottenere tutte le scartoffie che mancano all’appello.
Da qui parte l’inattesa piega on the road del film: una rielaborazione dal sapore antieroico del cliché americano, con Serge che va a cinquanta all’ora per le strade di Francia, circondato da paesaggi agresti sconfinati e solitari. Un viaggio di formazione, il suo, ma anche di informazione: un pretesto per conoscere il mondo dell’occupazione francese di oggi (emblema di quello europeo), deturpato dal lavoro in nero e dal precariato, dall’illegalità e dagli abusi. Serge si muove in mezzo a tutto questo come un elefante tra i cristalli, con un’ingenuità che sconcerta e intenerisce.
Ogni tappa del viaggio lo porta a vivere situazioni surreali, ad interagire con personaggi folli e stravaganti, che non distinguono la realtà dall’immaginazione e che, forse per questo, lo mettono a suo agio. Passo dopo passo, si avvia a riscoprire un senso occulto della vita, a liberarsi da un ricordo doloroso che l’accompagna da sempre e ad elaborare una nuova forma di adattamento all’esistenza. Quando torna a casa, è ormai un guerriero pronto alla sua nuova missione: “amare, come fosse un’ultima battaglia”.
Geniale il lavoro dei registi Benoît Delépine e Gustave Kervern, coppia artistica collaudata dal 2004, che già suscitò grande interesse nel 2008 con “Louise-Michel”. Il loro spirito anarchico e anticonformista contagia lo spettatore, lo meraviglia, lo costringe a ridere, a commuoversi, a divorziare per novanta minuti dalla solita, cinica rassegnazione.
Un film che non riesce ad essere pessimista, né ad annoiare nonostante il ritmo slabbrato e la colonna sonora monotematica. Una prova di misurata eleganza, che non si lascia tentare dal manierismo tanto in voga nel cinema intellettuale di oggi.
Assolutamente da vedere per chi vuole riflettere sul presente e su se stesso, e uscirne vivo.
di Silvia Ianniello, da “persinsala.it”

La prima scena è così cruda e realistica che tengo le palpebre socchiuse: la camera si apre con primissimi piani di una sezione di lavoro in una macelleria suina. Gli operai tagliano e segano le orecchie, le teste e le zampe di enormi maiali ridotti ormai a brandelli di carne sanguinolenta in una sequenza meccanica che svela già da subito una aperta critica nei confronti della brutalità del mondo del lavoro e della conseguente alienazione dei lavoratori coinvolti in questa specie di spietata catena di montaggio.
Poi arriva lui, il volutamente massiccio, oserei dire quasi grottesco, Gerard Depardieu: uno dei tanti operai del macello. Si toglie la cuffia e rivela una capigliatura inaspettatamente lunga, solo uno dei tanti segnali di trasandata sciatteria che il suo personaggio incarna.
Depardieu è Serge Pilardosse, meglio noto come Mammuth: un uomo dall’animo sensibile nascosto sotto quel fisico troppo pesante e sgraziato; scrupoloso lavoratore che, compiuti i sessant’ anni, va in pensione.
E’ a questo punto che si scontra con l’infernale e inflessibile macchina burocratica francese: per percepire la sua più che meritata pensione, Mammuth dovrà presentare buste paga e dichiarazioni di tutti i datori di lavoro presso i quali ha prestato la sua manodopera durante tutta la sua vita.
Incitato dalla moglie Catherine (la bravissima Yolande Moreau), Mammuth rispolvera la sua vecchia Munch 1200 del ’72, in garage da anni, e parte alla volta dei luoghi dove ha lavorato da quando aveva diciotto anni.
Con il rombante motore della moto in sottofondo, inizia un’avventura che rimarrà sospesa tra sogno e realtà, in una giostra di incontri che porteranno Mammuth a intraprendere anche un viaggio dentro sè stesso. Raggirato, messo davanti a ostacoli e superficialità burocratiche, bistrattato e umiliato, il pachidermico Serge riuscirà comunque a dare sfogo piano piano anche alle emozioni più recondite, anche grazie all’aiuto della stravagante nipotina Miss Ming e delle fugaci apparizioni di una splendida e spettrale Isabelle Adjani, a impersonare il fantasma di un amore perduto tragicamente in gioventù.
Quando alla fine Mammuth riprende la strada verso casa, non gli importa neanche più di aver recuperato o meno tutti i documenti mancanti per raggiungere la tanto agognata pensione, ma desidera solo e unicamente poter abbracciare la moglie Catherine, che lo ama teneramente da anni nonostante le sue inadeguatezze e poter continuare a cavalcare la sua Munch 1200 con le braccia spalancate al cielo, continuando a ricordare a sè stesso che i beni più preziosi che l’uomo può possedere sono proprio l’amore e la libertà.
Un road/movie a sfondo sociale, ma anche molto poetico e toccante, frutto della collaborazione dell’ormai consolidato duo francese Kervern-Delépine. Sia che si esca dal cinema con le lacrime agli occhi, o con un sorriso per l’ironia sottile che pervade tutta la storia, il film avrà senz’altro raggiunto il suo scopo di toccare le più profonde corde dell’animo umano.
“Volevamo che il personaggio principale apparisse contemporaneamente forte e perduto, impressionante e tenero”, hanno dichiarato i due audaci registi. Controcorrente anche nella scelta stilistica di ripresa, con immagini girate con la vecchia pellicola 8 millimetri, che nessuno , ormai, utilizza più.
Un film disegnato e plasmato sull’imponente figura di Depardieu, che con il suo innegabile talento riesce a rendere giustizia a un personaggio complesso, a tratti commuovente e senz’altro mai banale.
Voto: 9
di Marzia Nicolini, da “persinsala.it”

I reietti che popolano le diegesi di Mammuth e i loro antidonquisciotteschi itinerari (non hanno la consapevolezza di lottare contro dragoni che scambiano per mulini a vento) costituiscono il non plus ultra del disincanto e dello spaesamento identitario. “Mammuth”, cui l’immenso Gérard Depardieu presta anima e corpo, è l’ultimo dei sopravvissuti di un mondo scomparso, il rappresentante di una categoria dimenticata, estremo Angelus novus destinato a essere spazzato via dal vento del “progresso”; un essere che, proprio in ragione di questa condizione di ultimo, accetterà di diventare l’ideale e taciturno portavoce dei perdenti della Storia, lasciandosi andare ad una deriva post-identitaria abnorme come la sua mole, cullato dai fantasmi del passato (la sanguinante e languida Isabelle Adjani) e ridestato dagli affetti del presente (la sempre titanica Yolande Moreau).
Alla loro quarta collaborazione, Benoît Delépine, già responsabile di una delle trasmissioni televisive più politicamente scorrete di Canal +, Groland, e Gustave Kervern, attore e sceneggiatore, finalizzano una poetica formalmente coerente e cesellano un ulteriore microcosmo composito di figure ai margini. Come già in Aaltra (2004), Avida (2006) e Louise-Michel (2008), la coppia immerge lo spettatore in una realtà “abnorme”, una sorta di universo parallelo e di simulacro iperrealista, in cui affiorano in superficie i rimossi del sistema sociale contemporaneo ed esplodono, come funghi atomici che deformano la visione dell’orizzonte, le sue contraddizioni e aporie. Il loro è un cinema situazionista, narrativamente sfilacciato (ci si dimentica presto del simbolico oggetto-valore da recuperare, le buste paga del lavoratore modello), in grado di intrecciare cinismo (la visita all’ospizio) e romanticismo, assurdità e folle tenerezza (il lungo frammento a casa della nipote scultrice). Certo, alcuni episodi risultano gratuiti o troppo espliciti, ma tale innegabile discontinuità di scrittura e invenzione è riscattata complessivamente dalla costanza e dal coraggio con i quali Delépine e Kervern rispondono ad uno stile programmaticamente urticante, sgradevole e anti-estetico (inquadrature sghembe, sgranate o sovraesposte), una forma libera e liberatoria orgogliosamente anni ’70, démodé e in via d’estinzione proprio come il personaggio principale.
Manuel Billi
Voto: 7.5
da “spietati.it”

Benoît Delépine e Gustave Kervern sono due autori infaticabili e inventivi, che insieme hanno creato progetti sia per il piccolo che per il grande schermo.
“Mammuth” è il loro quarto film, il secondo distribuito in Italia, dopo “Louise – Michel”, pellicola che con la sua irriverenza, sagacia e originalità è riuscita a catturare pubblico e critica e ha fatto conoscere Yolande Moreau su larga scala. I due registi l’hanno fortemente voluta anche per questo film, nel quale interpreta la moglie del protagonista (Gerard Depardieu).
Un operaio va in pensione, dopo aver lavorato tutta una vita duramente e senza fare un giorno d’assenza, come gli viene riconosciuto dall’ultimo datore di lavoro. Quando si reca agli uffici amministrativi per ritirare la pensione, però, incontra i primi intoppi burocratici. Gli viene riferito che mancano alcuni documenti, concernenti il mancato versamento dei contributi da parte di alcuni vecchi datori di lavoro. L’uomo deve recuperarli e, per fare ciò, si mette in sella alla sua moto, una Mammuth degli anni ’70, da cui ha preso il soprannome, incoraggiato dalla moglie. Il suo viaggio lo porterà a incontrare vecchi amici e a rivedere i luoghi della sua giovinezza. Sarà un viaggio interiore verso un nuovo inizio. In questo film Benoît Delépine e Gustave Kervern mettono in rilievo le condizioni di vita di un operaio medio, che spesso è alienato dalla società. Vengono delineati degli individui, per cui il lavoro è la fonte primaria del loro procedere nella vita.
Uomini e donne che lavorano strenuamente, spesso come dei muli, per una pensione minima. Poi quando ci si mette la burocrazia da una parte e l’approfittarsi di loro da parte dei datori di lavoro dall’altra, c’è il rischio di non vederla neanche la tanto agognata pensione.
È, al tempo stesso, un film in cui è presente la memoria e la nostalgia dei tempi passati.
Mammuth fa un excursus dentro i suoi ricordi grazie ai luoghi che attraversa e alle persone con cui dialoga. La nipotina, oramai cresciuta, Miss Ming, gli fa ritrovare quel sapore della vita che aveva dimenticato con la sua freschezza e creatività.
Delépine e Kervern hanno voluto mettere a confronto un uomo socialmente arretrato con una società moderna, in cui fatica a rispecchiarcisi. Il lavorare sodo e continuamente ha fatto si che Mammuth rimanesse fermo agli anni ’70.
I due autori hanno profuso questa condizione d’essere a piene mani in tutto il film.
Questo blocco lo si riscontra non solo nella mente dell’uomo, ma anche nel suo aspetto, nella sua moto e nel ricordo del suo primo amore, che si palesa davanti ai suoi occhi come un fantasma, nei momenti di scoramento e depressione.
Mammuth porta lo spettatore a sorridere di una comicità datata, volutamente datata, per far si che tutto fosse in linea col profilo del protagonista. La macchina da presa scivola in alcuni momenti in riprese “amatoriali”.
La fotografia alterna i toni caldi di quando il protagonista si trova in compagnia di Miss Ming, ai toni freddi di quando è col suo perduto amore.
Gerard Depardieu si è messo completamente nelle mani dei due registi. Depardieu è Mammuth, in tutto e per tutto, ha una figura imponente ed è tenero, a volte spaesato, taciturno e con un gran cuore. L’attore ha reso il suo personaggio egregiamente, portando a provare malinconia e nostalgia, ma soprattutto comprensione.
È un film che parla della realtà, esplicitata con toni poetici.
L’intento di Benoît Delépine e Gustave Kervern è stato quello di fare un film sul lavoro, con uno spirito e un punto di vista nuovi (rispetto ai film precedenti), ovvero che si può passare oltre gli scacchi che la vita ci può fare e goderci quello che abbiamo. Mammuth riscopre sé stesso e i suoi affetti più cari.
Francesca Caruso, da “cinemalia.it”

È una questione di metodo…
Dopo aver cominciato a lavorare all’età di soli 16 anni, un operaio vuole fare domanda per la meritata pensione. Ma per fare ciò ha bisogno di andare a ritrovare sei vecchi datori di lavoro che lo facevano lavorare a nero. Convinto dalla moglie, sale sulla sua vecchia moto, una Mammuth (da cui deriva il suo soprannome) e parte alla volta dei luoghi della sua gioventù… [sinossi]
Il baldanzoso duo Gustave de Kervern/Benoît Delépine, divenuto abbastanza celebre anche nel Bel Paese grazie al precedente lungometraggio Louise Michel (2008), commedia nera politicamente schieratissima, conquista spazio e visibilità alla sessantesima edizione della Berlinale con l’interessante Mammuth, opera minuscola dominata dalla presenza debordante di un ottimo Gérard Depardieu, meravigliosamente rotondeggiante e addobbato come un albero di Natale. De Kervern e Delépine, che hanno il coraggio di mettere in scena vite, personaggi e fisicità solitamente ignorate, se non nascoste, trovano in Depardieu l’interprete ideale: l’attore francese, paradossalmente in magnifica forma, si presta senza problemi a un ruolo che non contempla pudori. La fisicità di Depardieu, con tutti i suoi limiti estetici e salutistici, è un meraviglioso inno alla vita, alla vita di tutti i giorni, al cinema del reale.
Mammuth, pur con la sua comicità surreale, i personaggi borderline, le apparizioni fantasmatiche e via discorrendo, riesce a catturare le difficoltà del vivere quotidiano, le piccole grandi imprese che ogni stanco e sfatto proletario deve affrontare: dal lavoro ripetitivo, snervante e psicologicamente deprimente alla trappola labirintica delle scartoffie da compilare per ottenere un po’ di giustizia, fino al peso dei giorni passati, delle occasioni oramai perdute, del tempo che passa inesorabile. Uno sguardo sul mondo filtrato da una messa in scena davvero ispirata, capace di sfruttare e rendere visivamente seducenti le imperfezioni tecniche. La fotografia sgranata e i colori saturi di molte sequenze di Mammuth, a partire dalla rapidissima e criptica camera-car che apre il lungometraggio, sembrano pennellate di un pittore impressionista: ancor prima del paesaggio, interessano a Delépine e de Kervern le suggestioni cromatiche, le sovrapposizioni tra i colori di ieri e quelli di oggi.
Il viaggio on the road di Depardieu\ Mammuth, centauro degli anni settanta che viene oramai superato di gran carriera da chiunque, guarda sia al futuro da conquistare (la pensione e nuove prospettive) che a un passato da riconsiderare, da rielaborare (i vecchi amici e, soprattutto, un amore tragicamente mancato). E nella sconfitta che sembra inevitabile di Mammuth, destinato da sempre (per sempre?) ai margini della società, c’è qualcosa di poetico e commovente: in questo ingombrante e maldestro personaggio, che anche i vecchi conoscenti non faticano a definire idiota, con malcelato disprezzo, si nasconde una joie de vivre sorprendente, una forza interiore che ha resistito a ogni pressione. Mammuth avanza imperterrito, con la sua moto d’epoca, con un motorino troppo piccolo per non essere spassoso, a piedi. Avanza nonostante decenni e decenni di faticoso lavoro, tra maiali da macellare e scatoloni da spostare. Il peso degli anni, dei chili di troppo, dell’età e degli acciacchi sembrano non aver affossato definitivamente questo gigante buono, incapace di non infilarsi in qualche guaio, bisognoso dell’amore di Catherine (Yolande Moreau), dell’affetto della stralunata nipote Miss Ming (Miss Ming, già vista in Louise Michel) e del fantasma dell’amore perduto (Isabelle Adjani, le cui apparizioni sono sempre gradite ma, ahinoi, assai rare).
Mammuth lascia in bocca un retrogusto agrodolce, nonostante le risate. Ci lascia quella dolorosa consapevolezza di un sistema sociale ingiusto, probabilmente immodificabile. Eppure lo stupido gigante resiste. Perché dopo essere stato derubato da una seducente truffatrice e insultato da una numerosa serie di persone, dopo aver inutilmente combattuto con un carrello della spesa e dopo aver ammazzato il tempo contando le macchine che passano, è arrivato alla fine del viaggio. E la camera-car, sgranata e satura, si alza nel finale verso il cielo, limpido e di un azzurro intenso. Mammuth non conterà più le macchine. Ha trovato un altro metodo…
Enrico Azzano, da “cineclandestino.it”

Serge lavora al macello e si occupa prevalentemente di trasportare maiali macellati fino al posto in cui la loro carne sarà tagliata in pezzi. Serge è chiamato da tutti Mammuth per la marca della sua moto e, soprattutto, per la sua fisicità che di certo non passa inosservata. Quando Mammuth va in pensione, si accorge però che qualcuno dei suoi vecchi datori di lavoro, si è dimenticato di pagare i contributi per la pensione. Spinto dalla moglie, l’uomo salirà a bordo della sua moto per recuperare le carte che gli servono per diventare un pensionato.
Dopo il successo di “Louise-Michel”, i registi francesi Gustave de Kervern e Benoit Delepine tornano dietro la macchina da presa con “Mammuth”, tornando anche al filo conduttore del film precedente, ovvero il mondo del lavoro, visto questa volta attraverso gli occhi di un pensionato (che però ha poco a che fare con i vecchietti dei circolini). Con il consueto stile grottesco che omaggia senza mezzi termini Luis Bunuel, la coppia di registi sforna un film più intimo ed emozionante di “Louise-Michel”, nonostante sia evidente come “Mammuth” nella parte centrale soffra di una sceneggiatura un po’ zoppicante, i cui difetti vengono – nel limite del possibile – appianati dalla straordinaria performance di Gerard Depardieu che all’età di 62 anni dimostra di avere ancora voglia di mettersi in gioco per regalarci una performance raffinatissima bilanciata tra la descrizione fisica del personaggio e la resa emotiva e sentimentale della sua vicenda.
La storia ha quindi qualche tentennamento ma regge fino in fondo, tanto da riuscire a sviluppare un tema, come quello del lavoro, in maniera non banale. Secondo i due registi, il lavoro elimina la vita, esclude le persone dal mondo e li posiziona in un universo con delle dinamiche tutte particolari che gli individui condividono sino a renderle proprie. Per questo la pensione per Mammuth è come la fine del mondo, l’esplosione dell’universo, che fanno salire a galla la sua incapacità di vivere in una società esclusa dalle logiche del mondo lavorativo (basta guardare le sequenze nel supermercato). Se la pensione è la sua fine del mondo, il viaggio intrapreso da Mammuth è il suo Big Bang: è la riscoperta di una dimensione umana, di un modo di vivere ascoltando gli altri (anche i morti), tornando ad amare (e ad innamorarsi), imparando a fare il padre (con la nipote-artista) e ritrovando quindi il suo posto nel mondo.
A fare da spalla a Depardieu ci sono due donne diverse tra loro. La prima è Yolande Moreau che, pur con un personaggio meno significativo di quello di “Louise-Michel”, dà un’ottima prova divisa tra triste umorismo e amore impacciato. La seconda è Isabelle Adjani, bellissimo fantasma che appare al gigantesco Mammuth come fosse uno spirito guida.
Con le divertite citazioni di “The wrestler” (l’incipit) e “Novecento” (la sequenza con il cugino), de Kervern e Delepine portano avanti con coraggio e fermezza anche il loro discorso registico, dove il minimalismo delle riprese fisse aumenta la sensazione di solitudine dei personaggi e amplifica spesso l’umorismo del film. La camera a mano dona un’ulteriore dimensione al racconto, molto vicina al documentario, ma che trova una sua autonomia narrativa.
Ancora promossi quindi, i due registi francesi. Non ci resta che fare il conto alla rovescia per un nuovo film.
Matteo Contin, da “pellicolascaduta.it”

Quando ci occupammo di Benoît Delépine e Gustave Kervern, in occasione dell’uscita della loro penultima fatica – quel Louise Michel che, rincorrendosi con i coevi fatti di cronaca di boss-napping, come il Cuneo rosso di Lisitskij, si ficcava nella materia adiposa dell’allora appena deflagrata crisi globale delle economie tardo-capitaliste – circolava già l’indiscrezione secondo cui nientedimeno che due pesi massimi come Gerard Depardieu e Isabelle Adjani si fossero entusiasticamente proposti per il futuro progetto del duo di cineasti provos. Allora (vedi la recensione Louise-Michel – Una risata ci seppellirà su questi schermi) ci lasciammo con un dubbio e un motivo di apprensione: vuoi vedere che i nostri si siano fatti furbi e che, tradendo la loro causa anti-professionistica e no-budget (No Money Production si chiama la loro casa di produzione) abbiano ceduto infine, partecipando al banchetto decadente del tanto snobbato “cinema dei padri”?

Una perplessità più che legittima, per una coppia di autori anarcoidi e spavaldi che fino a quel momento ci avevano deliziato con una coerente poetica dell’imperfezione, facendo della rinuncia ai grandi budget e alle lusinghe dello star-system, il cuore stesso del loro originale corpus espressivo e narrativo. Adesso possiamo anche dirlo: le nostre preoccupazioni sono state spazzate via dal nuovo episodio della gioia feroce e dissacratoria della coppia. Perché Delépine e Kervern restano le allegre carogne dei cascami della civiltà turbo-finanziaria. E perché Mammuth è Depardieu, non un divo X qualsiasi. Infine, perché Depardieu è Mammuth: il delicato processo d’identificazione uomo/attore/personaggio difficilmente è arrivato a tale livello di zelo (processo che Brecht avrebbe definito reazionario, ma Brecht non poteva immaginarsi che, nei nostri anni azzerati, sarebbero state le narrazioni individuali, più che le epiche collettive, a favorire percorsi rivoluzionari e di liberazione). Mammuth, infine, è il modello della vecchia moto che Mammuth-Depardieu, macellaio stakanovista, raggiunti i limiti d’età, riesuma dal garage per compiere la sua impresa impossibile: recuperare dai suoi precedenti datori di lavoro quei documenti che, attestando il versamento dei contributi previdenziali, gli consentirebbero l’ammissione nella cerchia di privilegiati che il diritto a una pensione ancora l’hanno. Mammuth%2C Gérard Depardieu%2C Yolande Moreau%2C Isabelle AdjaniQuesta la molla dell’azione che, come in ogni film di Delèpine e Kervern, sgancia la narrazione dalla trappola borghese dell’unità di luogo per lanciare i donchisciotteschi personaggi on the road, in viaggio verso la ri-conquista della propria dignità calpestata.
Nei film precedenti, Aaltra e Louise Michel, si aveva l’impressione che il viaggio, tuttavia, fosse destinato invariabilmente ad avvitarsi su se stesso, in una declinazione surreale e cinica del falso movimento caro al road-movie postmoderno, più che dispiegarsi nel solco della tradizione libertaria della frontiera, alla Kerouac o Easy Rider per intenderci. Qui no. C’è uno scatto importante e un plusvalore di speranza. Non che il cinismo sia venuto improvvisamente a mancare, ma è stato in parte riassorbito e metabolizzato, in primo luogo dalla capacità dei personaggi protagonisti, di detournare – ahinoi il vocabolario del situazionismo, a volte così snob, qui calza a pennello – da un percorso comune alla classe degli sfruttati, che sembra obbligato, il classico nasci/lavori/invecchi/muori, sempre ammesso poi che un lavoro si abbia!

Ovvio che gli ex-principali, rintracciati con tante difficoltà da Mammuth, non ne vogliano proprio sapere di aiutarlo. Essendosi “dimenticati” di versargli i contributi a suo tempo, non avrebbero nessun interesse a rischiare oggi guai col fisco, mettendolo in regola. C’è chi tra loro non ricorda o finge di non ricordare. Altri lo ricordano benissimo, quel bestione tutto lavoro e niente svago. E si permettono anche di deriderlo e umiliarlo. Già, probabilmente perché mammuth appartiene a una specie in via d’estinzione (di quelle che non possono contare neanche su uno straccio di comitato che le tuteli, come le balene), la specie dei non-furbi, della pecora tra i lupi, per restare a metafore zoologiche. Un candido gigante voltairiano che, dopo aver sgobbato tutta una vita, ignorando che ogni mese gli veniva sottratta indebitamente una parte della busta paga, prova a sciogliere ciò che ritiene ingenuamente solo un intoppo burocratico, con la stessa ottusa ostinazione con cui nella vita si è abituato ad affrontare tutto, dal lavoro alla vita affettiva.
Mammuth%2C Gérard Depardieu%2C Isabelle AdjaniLa struttura narrativa, lineare nei film precedenti, si fa sincronica. Le strade dei due coniugi protagonisti si separano, dopo appena qualche assaggio d’irresistibile comicità, scaturita dalla totale inadeguatezza di lui a organizzare il proprio tempo finalmente liberato dal lavoro salariato, e per l’atteggiamento di crescente insofferenza della moglie Catherine – una Yolande Moreau meno illetterata e con qualche ambizione in più rispetto alla Louise del film precedente – a gestire la nuova ingombrante presenza nel ménage domestico.

Mammuth-Depardieu, macina adagio chilometri, solo e testardo come un residuo jurassico dell’era della modernità, collezionando fallimenti e confermando il disprezzo con cui i suoi sfruttatori di un tempo lo avevano già marchiato. Una solitudine resa ancora più “rumorosa” dalle ripetute apparizioni di una fiamma perduta tragicamente in gioventù, fantasma della colpa segnata dalle cicatrici, un’Adjani il cui violetto degli occhi sembra invadere ogni volta l’intero schermo, restituendo tenerissimi sguardi in super 8 del vecchio amante.

Tutto sembra destinato a prendere le strade, già rodate altre volte dai due registi, dell’atto di ribellione anarco-individuale, dove la momentanea catarsi sembra la sola rivalsa possibile contro il moloch di un sistema di potere assunto come permanente e indistruttibile (lo spirito di vendetta contro l’inumanità dei padroni animava sia i due meschini disabili in Aaltra che la strana coppia Louise e Michel).

Mammuth%2C Gérard Depardieu%2C Yolande Moreau%2C Isabelle AdjaniE invece, In Mammuth, la palese inadeguatezza del protagonista al conformismo dell’inumano, la sottile crepa di consapevolezza che comincia a solcare il corpo del buon gigante, in apparenza paziente e distaccato di fronte ai torti subiti e alla miseria dei rapporti umani, si allarga in una voragine che inghiotte il senso comune, senza trasformarsi mai nell’atto auto-distruttivo e suicida che ci si sarebbe potuti attendere. Un coagulo di sensibilità che Mammuth-Depardieu dimostra di saper mettere a frutto, aiutato in questo dalla straordinarietà degli incontri che lo attendono sul ciglio della strada, a cominciare dalla nipotina artista Miss Ming, folle e saggiamente disadattata. C’entra sicuramente la gioventù, la poesia, l’eros innocente, la bellezza dove pochi la vedono. E c’entra la follia, l’incoscienza fatta dispositivo creativo. C’entra l’arte, in buona sostanza, art brut (“…creata dalla solitudine e da impulsi creativi puri e autentici – dove le preoccupazioni della concorrenza, l’acclamazione e la promozione sociale non interferiscono” J.Dubuffet), brut come barbari e selvaggi ci appaiono coloro che liberi e ostinati, con grazia di mammuth, percorrono il cammino senza fretta, per non perdere mai più il controllo del mezzo, e per godersi i colori e i profumi lungo la via.
Sergio Ponzio, da “schermaglie.it”

Una terza età ingombrante
Mammuth è un operaio che, appena compiuti i sessant’anni, decide di andare in pensione. Instancabile lavoratore, l’uomo non ha mai fatto una giornata di malattia, ma quando va a ritirare la pensione scopre che molti datori di lavoro in passato non gli hanno versato i contributi, per cui è necessario che lui affronti un viaggio a ritroso nella memoria, alla ricerca di chi possa fornirgli le dichiarazioni mancanti. In sella a una vecchia moto degli anni Settanta, una Mammuth, l’uomo torna nei luoghi del passato, tra il ricordo del primo amore morto in un incidente, che appare come un fantasma, e la nipote, linfa vitale da cui apprendere tutto il buono che ancora può avere dalla vita, nonostante tutti gli uomini che ha frequentato in passato gli facciano notare come sia sempre stato preso in giro…

Immensamente Depardieu: alla ricerca del senso della vita
Quale direzione ha preso la società occidentale, quale futuro per le nuove generazioni, il precariato, il mercato che si sposta a oriente… in questo momento di crisi, ogni generazione sembra avere più problemi di qualche tempo fa. Nuove difficoltà emergono, e soprattutto sembrano lontane le soluzioni o soltanto alcuni approcci virtuosi. Questo vale anche per la cosiddetta terza generazione, che di strada, per fortuna, ne ha già fatta, e in tempi probabilmente migliori del presente; e vale ovviamente per Mammuth, un’esplosione di carne che Gérard Depardieu veste e interpreta – o reinterpreta – quasi fosse materia informe da modellare sul momento. A tratti la sua figura, così sfatta e in deperimento, richiama alla memoria un altro corpo attoriale che ha fatto del suo disfacimento fisico un tratto distintivo: quel Mickey Rourke post-Sin City che in The Wrestler ha convinto tutti. E così è Mammuth, grasso che sborda, capelli color platino lunghi fino alla fine della schiena, postura e andamento da disabile, un disabile sociale. Mammuth è stato per tutta la sua vita ligio al dovere. Il suo ultimo impiego, operaio in un macello di maiali, l’ha affrontato quotidianamente con passione, collezionando la bellezza di zero assenze. Ora che è in pensione, però, lo investe quella specie di depressione da ozio forzato che colpisce molte persone quando smettono di lavorare. Si sentono inutili, e ogni cosa che fanno gli sembra un peso. È un grosso problema a livello sociale, un problema che diventa ancora più grande nel momento in cui Mammuth scopre che a causa del mancato versamento dei contributi, non potrà ricevere la pensione.
Il film rappresenta una piacevole riconferma da parte del duo di registi Delépine e Kervern dopo il grande successo di Louise-Michel. Anche in questo caso è lo humour a caratterizzare le scene, meno nero dei precedenti film ma allo stesso tempo forte e per certi versi commovente. Perché c’è il sentimento alla base del loro Cinema, e per dimostrare quanto tengano alla purezza di quest’arte, i due registi hanno deciso di girare con una pellicola che ormai è merce rara sul mercato, il Super16 reversibile, i cui colori saturi sono molti simili all’effetto dato dal Super8. Un progetto per molti aspetti sovversivo, dunque: i temi della vecchiaia, dell’avvicinarsi della morte, della solitudine e di quella disperata ricerca della desiderabilità sociale che sembra sempre più lontana, suonano come tradizionalmente “scomodi”.
Sono le figure femminili a salvare Mammuth dall’abbracciare la morte prima del tempo: la moglie Catherine, che lo ama incondizionatamente nonostante lo trovi insopportabile per tutte le sue ingenuità quotidiane; Yasmine, il primo amore della vita morta in un incidente proprio per colpa di Mammuth; e infine la nipote, una ragazza dotata di un’insolita freschezza e apertura mentale, che riattiva in Mammuth la voglia di vivere. Nonostante la vita sia veramente un viaggio e un percorso difficile, un po’ come guidare una vecchia moto degli anni Settanta lungo le strade dissestate e deserte della periferia francese.
Letizia Geron, da “spaziofilm.it”

Grosso, pesante e anacronistico come la moto che guida, Mammuth si ritrova in pensione dopo una vita di lavoro, e a dover compiere un viaggio donchisciottesco contro gli scogli della burocrazia per andare alla ricerca delle dichiarazioni mancanti dei suoi vecchi datori di lavoro. Un disadattato in un mondo più veloce di lui, con un’ombra del passato che continua a raggiungerlo in sogno e che continua ad amare anni dopo il tragico incidente.
Il film, geniale, di Delépine e Kervern, coppia rivelazione del nuovo Cinema Francese, è stralunato e graffiante, irrazionalmente divertente e intrinsecamente poetico, e vive tutto di questo straniamento che si riflette anche nello stile, scarno, affastellando piccole assurdità, alternando inquadrature fisse a lunghi piani sequenza. Per certi versi – e qui azzardiamo il paragone – viene da pensare ad alcuni lavori di Jarmush o di Kaurismaki, anche se i due registi francesi hanno una cifra stilistica tutta loro e toccano la più vasta gamma di emozioni mascherandole sotto un’apparente semplicità narrativa, personaggi folli e sprazzi di humor nero.
Si ride mentre se ne assapora l’amarezza e ci si commuove alla scoperta dell’anima poetica di Mammuth grazie alle stravaganze artistiche della nipotina. Giganteggia, in tutti i sensi, un Gérard Depardieu tanto tenero e smarrito quanto goffo e divertente, un uomo fuori tempo e fuori luogo che a 60 anni trova se stesso. Yolande Moreau è la moglie che con affetto convive con la sua inadeguatezza, con improvvisi slanci irresistibili (la scena del furto del cellulare è da antologia).
Non lasciatevi sfuggire questo piccolo capolavoro prima che sparisca totalmente dagli schermi (a Milano è in programmazione solo al Cinema Centrale), destino riservato a tutti i film che hanno qualcosa di nuovo da dire.
Voto: 7,5
Gabriella Aguzzi, da “quartopotere.com”

Delépine e Kerven non ci vanno leggeri, l’abbiamo già visto in Louise Michel. Si vede dalla prima inquadratura che non ci vanno leggeri: maiali squartati. Serge Pilardosse lavora in un mattatoio da molti anni, mai un assenza, mai un lamento, ma al momento di andare in pensione cos’è che riceve dai suoi colleghi? Un puzzle, che per altro non riesce a comporre. Serge Pilardosse ha lavorato da sempre e una volta “libero” non sa come affrontare la vita. Ha sessant’anni, una donna che lo ama e un mondo che non ha mai sperimentato. Un carrello del supermercato a prima vista può dare parecchi problemi…

Anche questa volta si parla della brutalità del lavoro, dove ci si “dimentica” di versare i contributi agli impiegati più devoti, come Serge, una bestia da macello. Ma, incoraggiato dalla moglie stufa di stare al banco del pesce, partirà con la sua vecchia moto Mammuth, in cerca dei suoi vecchi datori a cui chiedere dichiarazioni mancanti. È il viaggio di un uomo considerato imbecille, che alla soglia della vecchiaia si accorge che la vita è anche non far niente, prendere il sole in una piscina galleggiante, commuoversi per un uomo che piange, accogliere l’arte macabra di sua nipote, Miss Ming, e l’amore in tutte le sue forme. Gerard Depardieu è nudo in questo film, un mammuth visto di spalle completamente vulnerabile (e la Super16 reversibile è efficace in questo senso). Il fantasma del suo grande amore morto in un incidente gli ricorderà che deve essere fiero di quello che è, nonostante il mondo si faccia beffe di lui.
La poesia attraverso l’immondizia e i fossi del cimitero, i ragni, e la semplicità degli odori. Ogni scena è una piccola opera semplice, nessun personaggio, mai ordinario, cade nello stereotipo e la scelta di non basarsi su una sceneggiatura e di usare perlopiù attori non professionisti dà verità a una storia paradossale. I due registi dichiarano di non aver paura del ridicolo, sempre se per ridicolo si intenda esporre l’intimità della gente, qualunque essa sia, senza mai giudicarla. E’ un film fatto di piccole scoperte, di fotografia che nel ricordo si sgrana, di aggressività sfogata in gentilezza. Gerard Depardieu alla fine, rivalutato il suo “mammuth”, può guardare in faccia la telecamera. E la burocrazia, le scartoffie che ha cercato di recuperare per tutto il suo viaggio, si trasformano in Artoffie.
Mari Accardi, da “zabriskiepoint.net”

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