L’esplosivo piano di Bazil

Quando è ancora bambino, Bazil riconosce fra le foto che documentano la morte del padre, saltato in aria con una mina antiuomo durante una missione in Marocco, il marchio di una fabbrica di armamenti. Da grande, mentre fa il turno di notte a un videonoleggio, viene colpito alla fronte da una pallottola volante durante una sparatoria. Salvo per miracolo, Bazil si ritrova senza casa e senza lavoro, con la sola certezza che il proiettile che lo ha colpito e che ancora sta nella sua testa proviene da un’altra fabbrica d’armi. Dopo qualche notte trascorsa lungo la Senna e qualche giorno passato a fare l’artista di strada, viene invitato da un barbone a entrare a far parte di una famiglia di clochard creativi che vivono in un mondo di materiali riciclati. Assieme a loro, Bazil medita la sua vendetta contro i potenti signori della guerra.
I favolosi mondi di Jean Pierre Jeunet più invecchiano e più si fanno giovanili, gioiosamente immaturi. Allo stesso tempo, più le loro ambientazioni vanno collocandosi nel mondo reale (dai paesaggi postatomici di Delicatessen e La città perduta si passa alla Parigi contemporanea di Amélie e a quella pre-bellica di Una lunga domenica di passioni) e più le sue storie paiono trasformarsi in fiabe, racconti edificanti di personaggi in balia di un “favoloso destino”. Sempre meno dark e ciniche e sempre più giallo pastello o virate a seppia, le favole di Jeunet non smentiscono tuttavia un peculiare interesse per alieni e burattini. In L’esplosivo piano di Bazil lo ritroviamo nella banda dei clochard di Tire-Larigot, praticamente una summa di tutti i personaggi finora incontrati nelle sue opere precedenti: adulti bizzarri e mai cresciuti, freak dall’animo puro e un po’ autistico, artisti geniali in un mondo immaginario fatto di scarti e recuperi presi dal cinema e dai cartoni animati. Proprio come nei mondi dell’animazione, ognuna di queste bislacche marionette fa del proprio infantilismo e della sua ingenuità un punto di forza, la leva motrice per concepire trappole, invenzioni fantasiose e progettare una vendetta al contempo personale e universale contro due ricchi magnati dell’industria bellica. A sua volta, Jeunet converte in modo definitivo questa “regressione infantile” dei suoi personaggi in una questione di stile, lavorando principalmente su gag e dinamiche recuperate con inventiva dal muto e dal dominio di possibilità più elastiche e leggere della comicità slapstick.
Ancor più degli altri film di Jeunet, L’esplosivo piano di Bazil diventa perciò un lungo gioco, una recita di adulti bambini piena di idee fantasiose e affidata a un gruppo di grandi caratteristi guidati da un attore dalle fenomenali capacità mimiche come Dany Boon. L’espressività del creatore di Giù al nord trasforma Bazil in un eroe tenero e romantico a metà fra Chaplin e Bugs Bunny. In una tale avventura dalle possibilità infinite e surreali, Jeunet può dispiegare tutto il suo fantasioso arsenale di idee estrose e di brillanti creazioni. Tanto farsesco da suscitare qualche perplessità di fronte all’ingresso brutale dei drammi reali (le foto dei bambini mutilati). Eppure tanto incredibilmente immaginifico e pazzoide da realizzare un altro “favoloso mondo” dove solo caso e fantasia sono al potere.
Edoardo Becattini, da “mymovies.it”

Con il padre ucciso da una mina antiuomo, Bazil lavora senza eccessivo entusiasmo in una videoteca dove trascorre il tempo guardando in loop Il grande sonno. Una sera si trova suo malgrado sotto il fuoco incrociato di una banda di sconosciuti e un proiettile vagante gli si conficca nel cranio. Bazil sopravvive, perde casa e lavoro ma non l’ingenuità e la purezza che ne fanno un novello Candido. A differenza del personaggio di Voltaire, Bazil prende atto dell’esistenza del male e reagisce.
L’esplosivo piano di Bazil è un film sulla vendetta di quest’ultimo nei confronti dei mercanti d’armi che lucrano causando morti e feriti nel mondo. Il regista Jean-Pierre Jeunet racconta, senza alcun intento politico o di denuncia, una storia secondo il suo personalissimo stile narrativo e visivo che inizia a perdere colpi. Con Il favoloso mondo di Amélie il regista francese era riuscito ad ottenere uno sposalizio perfetto tra creatività, originalità ed emotività. I soliti colori bronzati, dorati e ramati delle immagini continuano ad avere un’estetica di notevole impatto visivo anche in Bazil e sono la copertina che meglio asseconda le situazioni surreali e le interpretazioni sopra le righe, ma hanno bisogno di essere “dimenticati” all’interno del racconto.
La banda di scalcinati personaggi che adotta Bazil, tra i quali un etnografo congolese, un ex uomo cannone, una giovane matematica e una contorsionista, pizzica le corde del grottesco ostacolando un po’ il coinvolgimento del pubblico. Il film vale ampiamente il prezzo del biglietto, perché Jean-Pierre Jeunet rimane un artista capace di un intrattenimento diverso, poetico, spesso ispirato ad atmosfere retrò e, come tale, arma a doppio taglio se un elemento dei forti che caratterizzano le sue opere non si allinea agli altri.
Antonio Bracco, da “comingsoon.it”

Bazil ha poca fortuna con le armi: quando ancora era in tenera età una mina gli porta via il padre nel mezzo del deserto del Marocco e, una volta diventato adulto, una pallottola vagante gli si conficca nella testa. Trascorso un lungo periodo in ospedale, durante il quale viene dato per morto, Bazil si risveglia quasi in piena forma per scoprire che la sua casa è stata data in affitto, le sue cose sono state rubate e il suo lavoro è stato affidato a un’altra persona. Solo e senza un soldo Bazil inizia a vivere come un clochard per strada.

A questo punto Bazil non ha più niente da perdere ma due fatti cambiano la sua vita. Per caso scopre che il responsabile di tutti i suoi problemi è una fabbrica di armi e munizioni, poi altrettanto per caso viene come adottato da una banda di strani personaggi che vivono in una discarica, un po’ rigattieri e un po’ talenti da circo. In compagnia dei suoi nuovi amici, Bazil prepara un piano (che definire esplosivo è perfetto) per vendicarsi di tutte le angherie che è stato costretto a subire per colpa della perfida industria bellica. Sarà una guerra all’ultimo colpo!
Jeunet si diverte a confezionare una bomba (narrativa) ad orologeria ricca di idee e invenzioni visive (il cui primato viene conteso solo da Michel Gondry). Prendete la dolce Amelie Poulain quando decide di vendicarsi con tanti piccoli scherzi con il perfido ortolano per come tratta il povero Lucien, trasformate svariate decine di oggetti recuperati in discarica in trappole degne di cartoni animati di Hanna & Barbera dando al quadro complessivo una valenza fortemente pacifista, quasi una dichiarazione deflagrante contro l’utilizzo di ogni tipo di arma. Non si può descrivere diversamente Mic Macs (il titolo originale francese).
Il nuovo lavoro di Jeunet è riconoscibile fin dalla prima inquadratura. La fotografia calda e dorata è merito di Bruno Delbonnel, che con Jeunet ha lavorato per Il meraviglioso mondo di Amelie e Una lunga domenica di passioni. La banda dei clochard di Tire-Larigot rappresenta una sorta di compendio del mondo di Jeunet fino a qui incontrato: personaggi adulti ma fondamentalmente bambini che quasi una caricatura grottesca di tipologie umane degna di un cartone animato, esasperando ossessioni e compulsioni in ciascuno di loro e anche il cast conferma quanto Jeunet sia legato agli attori dei suoi film più recenti (Yolande Moreau, Dominique Pinon solo per citarne un paio).
In una Parigi che sembra la Città dei bambini perduti, l’immaginario di Jean Pierre Jeunet diventa sempre più un cartoon in carne e ossa, un pirotecnico connubio di comicità slapstick e atmosfere fiabesche. Come nelle storie infantili, proprio nell’ingenuità risiede il punto di forza dei piccoli Davide della discarica che si trovano a competere con i due Davide, magnati dell’industria bellica.
Si attraversa Parigi tenendo la mano a Buster Keaton da una parte e a Bugs Bunny dall’altra, in un gioco ad orologeria che per ritmo e trovate potrà piacere molto a un pubblico infantile (tanto quanto a uno più adulto, ma anche a quello più cinefilo viste le continue citazioni). Comico e tragico nella sua mimica straordinaria il protagonista Dany Boon.
da “cineblog.it”

La creatività di Jean-Pierre Jeunet riesce nuovamente a sfornare una favola originale dalla storia fantasiosa, dai personaggi surreali e dal memorabile protagonista, un maestoso e chapliniano Dany Boon.
Aprile ’79. Un bambino perde il papà perché sfortunatamente una mina che stava cercando nel deserto esplode. Trent’anni dopo. Lo stesso bambino, ormai cresciuto, rischia di perdere la vita perché per caso una pallottola gli è penetrata in testa fuori dal negozio in cui lavorava. Una trama così basterebbe da sola a porre le basi di un film cupo, di un revenge movie alla Tarantino o alla To, ma quando c’è di mezzo il papà di Amélie Poulain e il gioco si fa duro sono i meno duri che cominciano a giocare. Così a fare la parte del “giustiziere” è un improbabile eroe dal cuore tenero e dai modi gentili, un sognatore fuori dalla norma che ha fantasia da vendere e amici che gli assomigliano per straordinarietà. Bazil infatti non si arrende di fronte ai dinieghi e alle perdite che il potere dall’alto gli ha inferto e, facendo leva su un’umanità sentimentale, aiutato da un’allegra combriccola di bizzarri rigattieri circensi, chiamati MicMac, realizza un impensabile piano per vendicarsi dei cattivi e consegnarli alla giustizia. E al popolo di internet.
Dany Boon in una sequenza del film L’esplosivo piano di Bazil La creatività di Jean-Pierre Jeunet riesce nuovamente a sfornare una storia fantasiosa, che mescola generi diversi producendo una favola originale che ricorda Big Fish e in cui un eterno Peter Pan fa i conti con la realtà, la propria. Bazil è un personaggio che sbuca fuori dal corpo lungo e dall’espressività intensa di Dany Boon, il quale riesce a dargli un tocco chapliniano senza pari. Boon non veste la bombetta e non afferra il bastone come aveva fatto Robert Downey Jr. in Charlot eppure gli basta zittirsi, scrollare il capo e allargare lo sguardo per ricordare in un baleno l’indimenticabile e adorabile vagabondo di Tempi moderni. Irresistibilmente buffo e romanticamente malinconico il mimo surreale del duo Boon-Jeunet si guadagna la scena rispolverando con impavida naturalezza le vecchie comiche del cinema muto e destreggiandosi in un repertorio ben congegnato di gesti e momenti arguti in cui non finisce mai per imbalsamarsi. Jeunet si affida consapevolmente al suo nuovo attore feticcio, l’ultimo – solo in ordine cronologico – che va ad aggiungersi alla folta schiera dei suoi proverbiali saltimbanchi francesi, di cui ritroviamo la faccia elastica di Dominique Pinon, il volto severo di André Dussollier e la matrona Yolande Moreau.
Dominique Pinon in una scena divertente del film L’esplosivo piano di Bazil Ma Jeunet non si serve dei meccanismi dei soliti piagnucolismi tragici né dei reiterati inserti da show brillante per mettere a punto la sua dolcissima ballata: come un orologiaio preciso il regista costruisce pazientemente un ingranaggio speciale in cui ogni marchingegno s’incastra con l’altro. Così tira in ballo la compagnia dei rigattieri, ognuno con una facoltà corporea o mentale eccezionale, per sviluppare i temi che da soli avrebbero affondato il protagonista, come lo smarrimento di un borderline ai margini della società delle convenzioni e dei giochi di potere. Come in Tideland gli scalmanati idioti rinchiusi nel loro intimo covo meccanico, tra vecchi rottami e invenzioni poetiche, offrono al protagonista la possibilità concreta di vivere nel suo strambo universo, al riparo da quell’imponente cielo cittadino che gli effetti visivi non dimenticano di enfatizzare. In questo modo allo spettatore si concede l’illusione di avere di fronte un film in cui tutto quello che s’immagina non è frutto della fantasia ma della realtà mirabolante dei suoi personaggi cartoonizzati.
Dany Boon con Julie Ferrier nel film L’esplosivo piano di Bazil L’esplosivo piano di Bazil segna il ritorno del regista di Delicatessen alla qualità artigianale e allo stile personale di un cineasta che sa ancora distinguersi in Europa e nel resto del mondo reinventando il cinema contemporaneo e la propria poetica. Jeunet rigenera con una fervida immaginazione la commedia sentimentale riportandola alle sfumature delicate di Jacques Tati e realizzando con una sapiente operazione di patchwork un calibrato e memorabile intreccio tragicomico umano da ridere e da piangere. Sul piano dell’immagine un effervescente dinamismo delle riprese, con inquadrature vivaci e dai tagli più vari, permette di esplorare l’universo estroso e ammucchiato di Bazil-Jeunet e di scandirne il ritmo come un carillon che incanta ma non è incantato. Le componenti tematiche, narrative ed estetiche del cinema di Jeunet trovano un equilibrio stabile nell’ingenua verve neoromantica de Il favoloso mondo di Amélie proprio come la tendenza del postmodernismo a incrociare citazioni (come l’appassionato omaggio a Humphrey Bogart) e autoreferenzialità (come il verso a Delicatessen e a La città perduta). Non mancano qualche vezzo che sfiora il manierismo né certe civetterie che adombrano la riuscita del film, come l’epilogo da slogan politico, ma di fronte al talento visionario di Jeunet e alla faccia da buffone di Boon si fa davvero fatica a ricordarli dopo qualche fotogramma.
Angela Cinicolo, da “movieplayer.it”

Ecco a voi il favoloso mondo di Jean Pierre Jeunet. Un mondo popolato di individui eccentrici e surreali, artigiani di congegni e garbugli che hanno del magico, abbracciati dai tentacoli di una realtà che sconfina nel sogno, poetici viandanti di una Parigi fiabesca, irradiata da una luce color dell’ambra, sospesa in un’atmosfera fuori dal tempo.
L’immaginifico regista francese, che ha incantato le platee mondiali con le policrome avventure della sua eroina Amélie (e si è dimostrato capace anche di opere di più profondo respiro, come l’incantevole “Una lunga domenica di passioni”), ci riprova, ancora una volta al fianco del fidato sceneggiatore Guillaume Laurant, con un film che rappresenta l’apoteosi sgangherata e impetuosa di una creatività sciolta da briglie o guinzaglio.
“L’esplosivo piano di Bazil” è la storia di un giovane uomo, il Bazil del titolo italiano, che si trova a essere due volte vittima della spietata industria delle armi. Quando, da piccolo, perde il padre, incappato in una mina antiuomo durante un’operazione di bonifica nel Sahara occidentale, e quando, adulto, capita suo malgrado al centro di un conflitto a fuoco fra malviventi, e una pallottola gli si conficca (senza più uscirne) nella fronte. Persi casa e lavoro dopo la disgrazia, Bazil, ormai un senzatetto che sopravvive di espedienti, viene adottato da una “famiglia” di derelitti che crea oggetti mirabolanti recuperando i pezzi di scarto della società abbiente. Il giovane, però, conosce il nome e l’indirizzo della fabbrica i cui manufatti gli hanno devastato l’esistenza. E, insieme ai nuovi compagni di strada, attuerà una vendetta roboante infiammando la rivalità fra i due principali produttori di armi di Francia.
Fra stabilimenti industriali che esplodono (ma senza vittime), agildonne che s’infiltrano dentro palazzi-fortezza, personaggi stralunati e gag a rotta di collo, Jeunet ci spinge con consumata abilità dentro la giostra di un film incalzante, che inchioda alla poltrona e diverte anche il più ombroso e accigliato degli spettatori. Uno spettacolo in cui l’inverosimiglianza la fa da padrone, ma che forse proprio per questo ci piace, come l’ipotesi, purtroppo utopica, che un branco di poveri diavoli armati solo della loro fantasia e vitalità possa mettere alla gogna magnati dell’industria bellica collusi con i governi, democratici o meno, di mezzo globo. Lo schermo deborda di creazioni visive straripanti, lontane mille miglia dalla politica dell’effetto digitale e del 3D, e cigolanti di una maestria artigiana non molto dissimile da quella degli amici rintronati di Bazil, in grado di ricreare un elicottero in un furgoncino dismesso. Regia e montaggio rendono un servizio ineccepibile allo scorrere della pellicola, nella mordente successione di inquadrature acrobatiche, scattanti carrelli e dettagli (vedi il caso dell’anatomia umana) tipically Jeunet. E l’immaginazione prende, talvolta, anche il sopravvento sulla coerenza estetica: una gioia per gli occhi i titoli di testa in stile Golden Age hollywoodiana, in raccordo a “Il grande sonno” di Hawks che il protagonista guarda in dvd, ma cosa ci azzeccano con il resto del film? Così come le fotografie dei bambini mutilati da mine e granate appaiono come una macabra e pietistica esibizione di dolore che non si amalgama al timbro dominante, e sulla cui opportunità ci si interroga.
Un cast formidabile arrichisce ulteriormente la straordinaria umanità incubata nel copione. Il Bazil di Dany Boon (“Giù al Nord”) è una figura di chapliniana goffaggine e maliconia, che si desidera abbracciare sfondando lo schermo, mentre, ramingo e affamato condivide gloria e incassi grami con una cantante di strada o quando si ingegna, per allentare la tensione, in esercizi cerebrali bizzarri. E se, nel gruppo dei barboni, non possiamo non riconoscere la sempre brava Yolande Moreau, ormai l’attrice più richiesta Oltralpe, uscito dagli annali del cinema francese d’autore, l’inossidabile André Dussolier, già voce narrante in “Amélie”, ci dispensa un ritratto d’armatore collezionista di reliquie d’esilarante, imperbile e patetico cinismo, un cattivo pasticcione destinato al sacrificio sull’altare dell’immancabile lieto fine.
Dario Gigante, da “cinezapping.com”

Una mina lo ha reso orfano. Una pallottola conficcata nel cervello gli fa vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo. Le armi hanno cambiato la vita del tenero e sensibile Bazil. Dimesso dall’ospedale, viene adottato da una scombiccherata banda di barboni, che vive in una grotta stracolma di oggetti di recupero. Un giorno Bazil riconosce in due tetri edifici il marchio dei fabbricanti di armi che gli hanno rovinato l’esistenza e, aiutato dalla sua nuova famiglia, decide di vendicarsi. Sette piccoli Davide senza mezzi, se non la loro fantasia, metteranno a punto un esplosivo piano contro i potenti Golia, super-ricchi mercanti di morte. Una divertente e surreale favola in perfetto stile Jeunet.
A sei anni da Una lunga domenica di passioni (2004) e a a dieci dal film francese che ha venduto nel mondo il maggior numero di biglietti, Il favoloso mondo di Amélie, Jean-Pierre Jeunet torna alla regia con il bizzarro, delizioso MicMacs, cui il titolo italiano L’esplosivo piano di Bazil non rende purtroppo giustizia nè del gioco di parole (“micmacs” significa “pasticci”) né alla sonorità del titolo francese. Una divertente sequenza di “pasticci” à tire-larigot (“a volontà” come quando si beve del buon vino) che strizza l’occhio alla comicità di Buster Keaton, Jacques Tati, Charlie Chaplin, al cinema di animazione e, nell’epilogo, a Sergio Leone.
Bazil (Dany Boon) è un tenero barbone, divenuto tale dopo che una pallottola vagante gli si è conficcata nel cervello ed è stato licenziato dal negozio di videonoleggio in cui lavorava. Mentre racimola qualche moneta facendo il mimo per le strade di Parigi, incontra Slammer (Jean-Pierre Marielle) che ha “trascorso tre quarti della sua vita in prigione” ed è stato graziato perché nel 1959 la ghigliottina si è inceppata e lo ha appena sfiorato. Slammer lo porta in una grotta-rifugio strapiena di oggetti di recupero in cui coabitano stravaganti e surreali personaggi, tutti con un particolare talento. A partire da Mamma Chow (Yolande Moreau) cuoca (quasi) sopraffina che fa da mamma a tutti, avendo tanti anni prima smarrito le sue due bambine nella Casa degli Specchi.
E poi l’”anima sensibile in un corpo flessibile” Elastic Girl (Julie Ferrer) che non si risparmia mai quando si tratta di aiutare gli altri, Remington (Omar Sy) che si esprime attraverso i vecchi proverbi francesi, un parlatore frenetico che compensa i silenzi di Tiny Pete (Michel Cremades), l’artista delle sculture automatizzate, tutte rigorosamente costruite con materiale di recupero. A completare la banda ci sono Calculator (Marie-Julie Baup) – un padre agrimensore e una mamma sarta – la regina delle misure e dei conti e Buster (l’attore preferito di Jeunet, Dominique Pinon) che fu nel Guinness dei Primati nel 1977 come uomo cannone e che tenta disperatamente di riconquistare un posto tra i record più curiosi del pianeta.
Questo eterogeneo e quanto mai stravagante gruppo popola la delicata favola diretta e cosceneggiata (con Guillaume Laurent) dal più visionario e immaginifico regista francese contemporaneo. Il complicato piano di Bazil ha, però, anche un risvolto serio: è un potente j’accuse nei confronti della guerra e dei mercanti di armi – i due attori André Dussolier e Nicolas Marie – resi ridicoli da Jeunet che ne ritrae con una buona dose di sarcarsmo, piccinerie e meschinità.
Sette barboni supereroi in cerca di vendetta – come i sette nani di Biancaneve, come i sette giocattoli protagonisti di Toy Story 3 – per un piano pieno di colpi di scena e in perfetto stile slapstick, messo a punto dall’artigiano Jeunet che si diverte e trascina il pubblico a divertirsi con lui.
La elaborata vendetta di Bazil prende forma a poco a poco, in sequenze colorate e buffe come numeri circensi, volutamente esagerate come un cartone animato, poetiche e surreali come Jeunet ci ha abituato a vedere la realtà.
Un gioiellino tutto da vedere, da assaporare e da non perdere.
Ada Guglielmino, da “nonsolocinema.com”

L’esplosivo piano di Bazil è un film davvero bizzarro, che lo stesso autore ha definito una commedia “a metà tra il cartoon e la slapstick”. La pellicola, il cui titolo originale poteva essere tradotto in “pasticci a più a non posso”, coniuga l’inventiva “esplosiva” e l’indiscutibile talento visivo di Jean-Pierre Jeunet con una trama che vede scontrarsi un’umanità gentile quanto marginalizzata e alcuni potentissimi fabbricanti e trafficanti d’armi parigini. Per evocarne il potere e il prestigio, nel film si vede che uno ha sulla scrivania una propria foto con Sarkozy, mentre dell’altro si dice che sia l’amante della moglie del primo ministro…
Scritto inizialmente per Jamel Debbouze, che sembra aver però deciso di ritirarsi dal cinema e che com’è noto è privo di una mano dopo un incidente avuto da ragazzo, il film sarebbe stato forse ancor più drammatico. Il protagonista interpretato da Dany Boon rimane invece orfano di padre, da bambino, e poi da adulto riceve un proiettile vagante in testa ed è costretto a tenerselo finché lo tiene in vita: queste le motivazioni che lo spingono a ingaggiare una personale guerra contro i produttori di mine e munizioni che gli hanno rovinato l’esistenza.
Su questo intreccio in partenza tutt’altro che comico, diversamente da Una lunga domenica di passioni (2004) l’antimilitarista Jeunet imbastisce una farsa che ha la sua forza nei due livelli su cui il regista si è da tempo specializzato: da un lato in quello della messa in scena, colma di autocitazioni e di citazioni cinefile (su tutti Sergio Leone ma nel film si vede anche una lunga sequenza da Il grande sonno di Hawks e non mancano rimandi alla saga di Toy Story e ad altri cartoon), dall’altro in quello della costruzione di personaggi visivamente e caratterialmente difficilmente dimenticabili.
Come in un fumetto, o in un film di animazione, i sette protagonisti del film (sette come i nani, ma anche come i giocattoli di Toy Story…) ripropongono infatti ruoli e silhouette fortemente tipizzati. Anche se nel cast ottimamente assortito non manca il complice di tutta una carriera Dominique Pinon, Jeunet riesce a proporre delle figure nuove per il suo cinema, come il protagonista Dany Boon, reso ancor più sensibile e spaesato dalla pallottola che ha in testa, la chioccia dei barboni Yolande Moreau, la contorsionista Julie Ferrier o i personaggi dei due industriali degli armamenti, André Dussollier e Nicolas Marié.
Sullo sfondo delle rocambolesche vicende del film c’è una Parigi i cui tetti con comignoli, i cui canali e palazzi sono ancora una volta, come ne Il favoloso mondo di Amélie (2001), l’ambientazione perfetta per una simile favola contemporanea. La morale è che l’unione fa la forza, e infatti nel finale è la generazione Youtube (oggi si sarebbe potuto citare Wikileaks) che rivela e sconfigge l’ipocrisia degli imprenditori di morte.
Claudio Panella, da “cultframe.com”

L’esplosivo piano di Bazil segna il ritorno dietro la macchina da presa da parte di Jean-Pierre Jeunet, a cinque anni di distanza dall’interessante e poco fortunato Una lunga domenica di passioni. È un ritorno alla commedia satirica per il regista transalpino, che in parte richiama alla memoria Delicatessen, film d’esordio che lo rese noto in patria e immediatamente oltre il territorio nazionale. Ma Jeunet è anche il regista di Il favoloso mondo di Amélie, opera che gli diede successo e piena notorietà internazionale, del quale Bazil conserva una certo candore evidentemente estraneo al suo cinema degli esordi.
La storia è bizzarra quanto più non potrebbe essere, e vede protagonista un uomo a cui le armi hanno segnato la vita in negativo: una mina in Marocco aveva ucciso il padre e, qualche anno dopo, un proiettile vagante gli si conficca nel cervello. Nonostante tutto sopravvive, dopo che i medici hanno fatto testa o croce nell’incertezza per l’estrazione della pallottola. Solo al mondo, costretto ad arrangiarsi come artista di strada, Bazil (Dany Boon) viene adottato da una banda di talentuosi rigattieri artistoidi e geniali che vivono di espedienti. Non solo talento, ma anche furbizia e ferocia, se serve; i rigattieri vivono in una sorta di caverna immersa nella ferraglia, sostanzialmente nascosti al mondo, e rispondono ai nomi d’arte di Remington, Calculator, Buster, Slammer, Elastic Girl, Tiny Pete e Mama Chow. Bazil si integra a meraviglia con l’eccentrica truppa, ma un giorno, mentre cammina accanto a due edifici, riconosce il logo dei fabbricanti di armi che hanno causato tutte le sue sofferenze. E così, aiutato dai suoi strambi compagni, elabora un piano per la vendetta. Perdenti emarginati contro magnati della guerra, chi vincerà la battaglia?
Davvero piacevole e ben orchestrata questa divertente commedia di Jean-Pierre Jeunet, il quale imprime alla pellicola il suo riconoscibile marchio autoriale, caratteristico di un cinema da sempre vivace e vitale, sia nello sviluppo narrativo che nell’estetica proposta. Di certo il nostro non si risparmia in estro e visività, ancora saldamente il suo immaginario a una scrittura efficace e snodata almeno quanto i suoi protagonisti. Tutti molto bravi, sia nei momenti corali che negli assoli individuali, gli attori diretti da Jeunet restituiscono personaggi a metà strada tra il fiabesco e un’attualità in cui l’emarginazione sociale è un triste leitmotiv delle metropoli d’occidente. Ma Jeneut non ha certo intenti di denuncia manifesta, più che altro vuol sfruttare l’ambientazione e i suoi personaggi per intraprendere la strada del burlesco e del paradossale, per far sorridere attraverso l’azione di antieroi grotteschi dal retrogusto malinconico e dalla vena surreale (omaggiando velatamente il grande Buster Keaton), che si trovano a confliggere con poteri forti dipinti da Jeunet e Laurent (lo storico co-autore del regista) con vesti caricaturali volutamente dissonanti rispetto al loro status sociale e alla loro pericolosità. Siamo a metà strada tra Delicatessen e Amélie, tra il grottesco e il surreale ma con l’aggiunta di una certa grazia, sempre e comunque oltre un realismo a tutti i costi che da queste parti non è mai stato di casa, perché il cinema del regista francese è passato anche per la fantascienza d’autore ma d’intrattenimento (Alien: la clonazione), e ha dunque sviluppato una certa duttilità e la capacità di spaziare all’interno dei generi.
L’estrema fantasia di Jeunet, in questo come in altri film, solletica naturalmente la curiosità in merito ai processi creativi. Da dove viene l’ispirazione di un tipo strambo come Bazil? E i rigattieri? E i mercanti di armi? “Come al solito, tutto è nato nello stesso momento – spiega il regista – Nel mio cuore, in tutti i miei film, c’è sempre l’idea di Thom Thumb (Pollicino). Riguardo ai mercanti d’armi era un’idea che da tanto mi girava in testa. E poi, cosa avrebbe potuto essere più diverso dai costruttori di armi dei rigattieri? Da li in poi – prosegue Jeunet – è stato facile immaginare che quella gang di sciacalli avrebbe unito le loro forze contro quei venditori di morte. Di nuovo Davide contro Golia… l’idea è nata in modo naturale”. E l’idea è risultata essere vincente, quanto meno agli occhi della critica, perché L’esplosivo piano di Bazil ha raccolto convinti applausi all’anteprima riservata alla stampa, palesandosi come una intelligente commedia in cui si riesce a ridere e a sorridere, caso sempre più raro nel cinema contemporaneo, senza perdere in qualità.
da “lankelot.eu”

Nel 2001 Jean-Pierre Jeunet incantava il pubblico di mezzo mondo con il sognante personaggio di Amélie Poulain, mentre qualche anno dopo, ricostruiva la prima guerra mondiale attraverso l’affresco multicromatico, a metà tra dramma personale e sociale, di Una domenica di passioni (protagonista sempre la Audrey Tatou lanciata al successo dal film precedente). Ora, a distanza di cinque anni Jeunet torna sul grande schermo affidando a DanyBoon (reduce dall’internazionale successo registico di Giù al Nord) il ruolo di una smarrita esistenza che metterà in gioco tutta la sua anarchica genialità per contrastare forze capitalistiche monumentali. La classica lotta di Davide contro Golia dunque, che rivive in chiave moderna ne L’esplosivo piano di Bazil, seguendo lo stile caratteristico del regista francese, che tra straripante creatività, comicità nera e cupo surrealismo, confeziona un’opera dall’anima bivalente: da un lato maniacalmente raffinata e colta, dall’altro difficilmente fruibile per il suo stile fortemente rapsodico.
L’eccentrico mondo di Bazil
Il cinefilo Bazil (lavora in una videoteca e recita le battute dei film a memoria) non ha una grande fortuna con le armi. Da piccolo ha perso il padre per via di una mina antiuomo nel deserto del Sahara, e oggi, a distanza di anni, è rimasto gravemente lesionato da un proiettile che gli si è conficcato nel cervello e che il chirurgo, affidando la decisione al caso di una moneta, ha deciso di non asportare, ma che potrebbe nondimeno causare da un momento all’altro la morte di Bazil. Per via dell’inopinato incidente, l’uomo ha perso in un sol colpo casa e lavoro, e ora si ritrova a girare per una Parigi periferica fatta di clochard e mimi da strada senz’arte (i primi) né parte (i secondi), munito solo del suo inesauribile buonumore. Finché non s’imbatterà in una scombinata combriccola di eccentrici rigattieri, che abitano in una grotta ‘di Ali Babà’ circondati dagli oggetti più stravaganti, e sono sette proprio come i nani di Biancaneve; come loro hanno nomignoli che svelano il loro bizzarro e straordinario talento: c’è Calculator (calcola e misura ogni cosa con un’occhiata), la cuoca e amorevole madre del gruppo Mama Chow, il geniale artigiano Tiny Pete, Buster (detentore del record come palla di cannone umana), Remington (un simpatico nero che parla solo per proverbi e vecchi adagi) e la contorsionista Elastic Girl (“un’anima sensibile in un corpo flessibile”). Bazil entrerà a far parte della loro grande ed eccentrica famiglia e, dopo aver per caso individuato le due società costruttrici delle armi che hanno così crudelmente cambiato le sorti della sua vita, metterà su, insieme all’improbabile combriccola di talentati robivecchi, un piano per mandare a rotoli le due aziende multimilionarie che proliferano giorno dopo giorno grazie alla morte e al dolore altrui. Infine, la vitalità umana di questi ‘reietti’ di società, supportati dalla loro disordinata follia, riuscirà a fronteggiare le amorali quanto perfette macchine sforna-soldi avversarie, capeggiate dalla perversa perfezione esistenziale dei due ‘mercanti di morte’ (uno colleziona reperti fisici di grandi nomi della storia, da Churchill a Mussolini; l’altro venera la sregolatezza di Rimbaud) che le guidano senza scrupolo alcuno.
Un ammaliante intrico di creatività
C’è uno spesso fil rouge che lega insieme e traina tutti i film di Jeunet, sia che si tratti delle gotiche atmosfere di Delicatessen o di quelle sognanti del Meraviglioso mondo di Amélie. Tutto il magma narrativo, una massa quasi informe di idee, sincronismi e sincretismi narrativi, giochi di parole e d’inquadrature, citazioni filmiche (qui si passa da Il grande Sonno a C’era una volta il West), e personaggi molto sopra le righe ma estremamente caratterizzati e affascinanti, ruota attorno a protagonisti ingenui o fin troppo savi che sfidano le regole dei mondi alterati in cui si trovano opponendovi la loro sconfinata voglia di onestà: morale e intellettuale. Ma c’è anche un altro archetipo sempre presente nei film di Jeunet, ed è il fato, spesso perfido e irriverente, che vessa i protagonisti in attesa di una loro reazione, che poi si materializzerà con la deflagrante rivelazione della missione che li attende. A questo schema non fa eccezione L’esplosivo piano di Bazil, in cui il forte debito verso le bande dessinée francesi, i registi visionari e sovversivi del calibro di Terry Gilliam, Tim Burton o i fratelli Coen, ma anche la mimica goffeggiante di Chaplin o Jacques Tati, si coniuga all’afflato poetico (percepibile anche nella seppiata fotografia atemporale) alla straordinaria capacità del regista di tirare fuori dal cilindro magico della sua fantasia congerie di individui squinternati con una loro fiabesca tipicità.
Micmacs à Tire-larigot
Il fervore immaginifico di Jeunet mette in scena (a partire sin dal titolo originale L’esplosivo piano di Bazil che si rifà a un modo di dire che incitava a far uscire il vino dalle bottiglie come fosse un suono) con L’esplosivo piano di Bazil la più classica dicotomia tra bene e male, tra vittime e carnefici, inquilini di un mondo tanto surreale quanto tristemente somigliante alla nostra società del consumo ossessivo, delle guerre perpetrate in virtù degli interessi economici, dei ricchi che si nutrono dei poveri (quasi in linea con i palazzinari cannibali di Delicatessen). Nell’incedere a tratti schizofrenico, a tratti delizioso di questo film, entra in gioco la denuncia di una società cinica e spietata, che colleziona soldi e ammennicoli sacrificando le vite di quella parte di mondo più sfortunato; una società che si svela confusionaria, ingiusta e folle come l’esplosivo mondo dipinto da Jeunet, attraverso la sua pregnante allegoria favolistica. E se la fiaba, di qualche tono meno nera di Delicatessen e decisamente meno amena de Il favoloso mondo di Amélie, si perde ogni tanto in qualche deriva narrativa, nella maniacale precisione scenica, o nel sobborgo esistenziale di personaggi fin troppo caratterizzati che fagocitano la trama, basta la geniale allure di qualche scena e del grottesco epilogo o la poesia di un abito che piroetta leggiadro (l’ultima creazione di Tiny Pete) per scacciare quel senso di caotica incompiutezza che ogni tanto trapela e lasciarsi rapire dalla commedia agrodolce, garbata e ricca di esilaranti espedienti e momenti quasi epifanici che va in scena davanti ai nostri occhi. Merito anche di un ingenuo quanto incisivo Dany Boon e di una pletora di comprimari fantastici (dall’attore feticcio di Jeunet, Dominic Pinon nei panni dell’uomo palla di cannone, all’eminentemente cinico André Dussolier magistralmente interpretato da Nicolas Thibault Fenouillet).
Con l’occhio rivolto a eminenti fonti d’ispirazione (da Terry Gilliam a Charlie Chaplin tanto per citarne un paio), il regista francese Jean-Pierre Jeunet (giunto al successo con Il favoloso mondo di Amelie, film dall’estetica immaginifica che condivide con quest’ultimo lavoro molta della poetica del regista) realizza un film che è una cuccagna di situazioni e personaggi il cui fascino sta proprio nel loro essere genuini e paradossali. Un’opera che avanza rapsodica come una mina vagante e che, nonostante la ricorrente sensazione di smarrimento, si rivela infine una deliziosa e lunatica fiaba nel contempo noir e ingenua, e che si muove sulle tracce di una giustizia sociale che, negata dal mondo, va inseguita mettendo in campo la giusta dose di ingegnosa follia e da parte la razionale necessità di rimettere ogni tassello narrativo al proprio posto, rompendo i rigorosi vincoli della logica narrativa.
VOTOGLOBALE7
Elena Pedoto, da “everyeye.it”

Amanti del cinema surreale francese e soprattutto quelli del grande autore onirico e visionario Jean-Pierre Jeunet potete gioire: dopo troppi anni (in Italia, visto il ritardo con cui esce Bazil, cosa imperdonabile, sono cinque – ultimo film Una lunga domenica di passione), ecco che torna il regista con una nuova pellicola, una sorta di fiaba che narra la rivincita dell’uomo qualunque contro due potenti multinazionali che gli hanno fatto gravi torti e non vogliono riconoscere nulla al malcapitato.
Protagonista Dany Boon (il regista del campione di incassi francese Giù al nord), che è il Bazil del titolo, un mite uomo, appassionato all’ultimo stadio di Bogart, che lavora mestamente in un videoclub che noleggia ancora le VHS. Una sera come tante, durante una sparatoria estranea a lui, mentre è sulla porta del negozio riceve una pallottola in testa: rimane vivo anche se i dottori (con un salomonico testa o croce) decidono di non togliere il proiettile dal cranio per non creargli problemi di sorta. Bazil perde il posto al videoclub, sostituito da una ragazza, ha violenti dolori che deve lenire con delle botte in testa ed esercizi mnemonici particolari, vive come capita del buon cuore dei cittadini che gli fanno elemosina in cambio dei suoi spettacolini improvvisati, ma è salvato solo dall’arrivo di Placard (Jean-Pierre Marielle), che lo introduce nella bizzarra corte dei miracoli della signora Tambouille (Yolande Moreau), composta da personaggi dotati ognuno di una particolare abilità: c’è chi è inventore con materiale povero e chi fa contorsioni, chi calcola numeri e distanze in pochi attimi oppure sa farsi sparare come uomo cannone. Casualmente Bazil viene a sapere da dove proviene la mina che ha fato saltare suo padre in passato e il proiettile che l’ha rovinato: decide a quel punto di iniziare una guerra personale, aiutato dai nuovi amici, per far saltare le due ditte di armi, situate una di fronte all’altra.
Lo stile dell’autore di Amélie e del quarto Alien è indiscutibile, per quanto strano e surreale è decisamente affascinante: i macchinari (dagli scarti) che vengono presentati sono totalmente estrosi (un topo meccanico o una camicia e gonna che ballano sorrette da una gruccia) e rigorosamente estratti da cose povere. Questo di Jeunet, amato in patria sin dall’esordio con Delicatessen ma ignorato completamente (tranne che per Amélie) presso il grande pubblico, è cinema puro, intelligente, vivace, ricco di trovate e con personaggi che fanno della semplicità dei gesti la loro bandiera. Muovono le mani e il corpo come nella migliore tradizione dei mimi, vivono l’avventura (una sorta di Mission: Impossible a basso contenuto tecnologico) senza enfasi, hanno i loro momenti di dolcezza e il denaro non diventa un problema una volta che hanno assorbito quel poco che gli serve per sopravvivere, tanto che la contorsionista fa i suoi esercizi anche nel frigo semivuoto.
Non esiste un attimo di stanca per tutta la durata, le battute sono sagaci e perfette, i cattivi (un volpone della commedia Made in France come André Dussollier, rivedete Tanguy con lui come protagonista, e Nicolas Marié) sono godibilissimi e abbiamo anche una morale non mielosa che non fa mai male. Ai lussuosi appartamenti dei cattivi, geometrici ed asettici, freddi, senza sentimenti e pieni di assurdi trofei (dita, cuore e unghie di personaggi famosi), si contrappone la realtà sporca, virata al solito al marrone, del rifugio dei disperati molto consapevoli e fieri, che non disdegnano l’azione pura e di mettersi in mezzo alle sparatorie.
Boon è fenomenale, ma anche tutti gli altri non sfigurano. Il film è un inno all’intelligenza di scena e alle trovate creative, ha buoni effetti, strizza l’occhio a Chaplin in vari punti e ci regala una storia delicata e divertente all’interno di un mondo surreale, dislocato territorialmente vicino alla metropoli ma spiritualmente lontano anni luce: non perdetevelo perché ne sarete davvero soddisfatti sotto tutti i punti di vista. La scena in cui un’auto sfonda il cartellone pubblicitario con il titolo originale del film (Micmacs à tire-larigot) è divertentissima (degna dei tempi che furono con i film dei cinque matti). Sappiamo che non è il genere di film che da noi è molto appetibile, ma se volete premiare qualcosa con i vostri sudati euro, Jeunet è sicuramente nel lotto.
Pietro Signorelli, da “cine-zone.it”

La nuova commedia del regista e sceneggiatore Jean – Pierre Jeunet è particolarmente divertente, piena di inventiva e con la sottolineatura di una forte tematica sociale.
Bazil lavora in un videonoleggio e per una strana coincidenza un proiettile gli si conficca in testa.
La fortuna di Bazil è che il corpo estraneo non lo uccide, ma non può neanche essere estratto, dovrà rimanere dov’è. Uscito dall’ospedale si ritrova senza casa e senza lavoro, decide di racimolare qualche spicciolo esibendosi di fronte a un ristorante. Viene subito notato da un rigattiere che lo porta dai suoi amici, diventati oramai una famiglia.
Bazil viene adottato dalla banda e si metterà subito a lavoro. Durante il suo giro di raccolta materiali, Bazil riconosce il logo dei fabbricanti d’armi, che hanno causato la morte del padre e che avrebbero potuto fare la stessa cosa con lui. Si mette in azione per vendicarsi e tutta la banda di rigattieri lo aiuta a portare a buon fine il suo piano, un piano molto ingegnoso.

Jean – Pierre Jeunet ha preso delle persone comuni, dei semplici rigattieri, che a prima vista non potrebbero minimamente sperare di sconfiggere un colosso come lo sono i fabbricanti d’armi, ha messo a confronto la forza e il cervello.
Bazil è astuto, ingegnoso, pieno di iniziativa e la sua gang è formata da persone con delle caratteristiche specifiche utili ad ogni parte del piano. Da una parte Jeunet ha delineato degli individui buoni, solidali, eccentrici, goffi, a volte poetici e soprattutto profondamente umani, dall’altra ha dato la voce a una realtà più che presente nella società odierna, quella dei mercanti d’armi, che a ben guardare sono delle persone normalissime: hanno una famiglia, dei figli, mangiano e bevono come chiunque e vogliono fare tanti soldi, non pensano al loro lavoro in maniera deprecabile, molti ne parlano come fosse una continua scoperta tecnologica, come un inventore che realizza un oggetto con caratteristiche più sofisticate del precedente.
La stessa cosa capita a questi individui, la differenza è che i loro prodotti sono venduti e usati per fare del male al prossimo, per causarne la morte. Questi individui dormono tranquilli, in fondo non sono loro a premere il grilletto o a piazzare una mina antiuomo che può togliere la vita a un bambino innocente, questo è quello che si dicono per tacitare la propria coscienza.
Un aspetto che emerge dai rapporti tra i vari rigattieri è il senso di famiglia che li unisce e il loro modo di comportarsi gli uni con gli altri li rende tali: in una famiglia ci si aiuta, ci si protegge e si resta uniti.

L’elemento fantasioso che l’autore ha cosparso lungo tutto l’arco narrativo deriva in primis proprio dal suo protagonista e dall’eccezionalità di ciò che gli accade all’inizio della storia. Questo permette di giocare fin dai titoli di testa che sono i titoli nei titoli di un altro film (idea che Jeunet aveva in mente di realizzare già da tempo). Jeunet non si è posto nessun limite, compresi riferimenti e citazioni. Il più forte riferimento sono i film di Sergio Leone, che l’autore ama molto.
Nel film ci sono tutte le cose che ama, non potrebbe realizzare un film in altro modo, a suo dire.
È una commedia slapstick alla Buster Keaton che si amalgama con un aspetto serio come lo sono le armi, senza diventare serioso o lezioso o moraleggiante. Il film mostra una realtà portando lo spettatore a riflettere senza che ci sia alcuna drammaticità.

In una sequenza in particolare, poi, Dany Boom cita Charlie Chaplin, nel modo di porsi ed esprimersi, ciò è nato dall’improvvisazione dell’attore senza che se ne rendesse conto, una mera coincidenza, che è piaciuta al regista tanto da non potersi esimere dallo scegliere come sottofondo musicale quello di “Luci della città”.
L’esplosivo piano di Bazil è veramente ricco di sorprese, colpi di scena e di creatività, dovute al modo personale e originale in cui Jeunet racconta le sue storie, uniche e irripetibili, con la presenza di peculiarità che fanno parte della sua poetica dal suo film d’esordio “Delicatessen” (1991) a “Il fantastico mondo di Amélie” (2001).
Tutti i suoi personaggi sono persone comuni con un dono speciale e con un non so che di poetico.
È un film che merita appieno di essere visto.
Francesca Caruso, da “cinemalia.it”

Marocco, deserto, mattino. Una bomba uccide un soldato francese. Anni dopo: Parigi, videoteca, sera. Una pallottola vagante si conficca nel cranio di Bazil (uno stralunato, convincente Dany Boon, reduce dal successo di Giù al Nord), figlio orfano del suddetto soldato. Miracolosamente sopravvissuto e scoperte la provenienze di bomba e pallottola, il giovane protagonista concentrerà ogni energia per vendicare tanta sofferenza, aiutato da una variegata gang improvvisata di rigattieri.
Torna al cinema, con cinquanta, benauguranti copie italiane, il Jean-Pierre Jeunet, geniale regista di Delicatessen, Alien: la clonazione, Il favoloso mondo di Amélie. Torna con una storia che sa di fiaba moderna, di favola costruita a mano, dopo aver rifiutato la regia di un Harry Potter e dopo il mezzo fiasco di Una lunga domenica di passioni. Aleggia su tutto l’innocenza (?) di un “gentile” contro i Golia oligarchici in questo ultimo lavoro del regista francese. Sarebbe troppo semplice e riduttivo relegare il protagonista nella schiera degli “Amélie” declinati al maschile: Bazil è in qualche modo la sua evoluzione, una rilettura acida e vendicativa del personaggio della Poulain, le cui prese di posizione contro i kattivi si limitavano a piccoli scherzi da discola delle elementari. Da Bazil esonda la dark side of the moon, si esplicita la vendetta , il calcolato, diabolico piano per sovvertire il singolo responsabile della malvagità, ma anche lo status quo che questo rappresenta. Un protagonista dalle molte sfaccettature, improntato al Bene, ma pronto a usare ogni mezzo per bloccare i fabbricanti di Male, condito da personaggi di un mondo altro, sconfitto e perdente. Un mondo quasi sotterraneo che sopravvive e lotta , nei meandri della caverna di spazzatura tecnologica, luogo abilmente creato dalla scenografa Aline Sonetto, dove si muovono con leggiadria i sette personaggi in cerca di vendica(u)tore.
Sempre presenti i feticci-impronte del cinema di Jeunet, dall’amore spassionato per gli oggetti e le loro possibili mutazioni sotto l’egida di una sfrenata fantasia – con la visione del mondo come un grande giocattolo da condividere con serenità – all’uso di contrasti e paradossi tra i set “reali” del lungo-Senna e i grattacieli debordanti e vagamente espressionisti che si palesano fieri oggetti di studio. Feticci assoluti come l’oggetto-principe nelle mani del demiurgo a 24 fotogrammi: l’attore, quel Dominique Pinon onnipresente nei film di Jeunet, con la sua bocca larga e la parlata timida e nervosa, che accompagna il regista fin dall’esordio in Delicatessen , dove interpretò magistralmente Louison, che sfidò il condominio cannibale grazie agli uomini rana e a una Amélie ante-litteram. Anche nel film girato a quattro mani con Marc Caro nel 1990, si profila una civiltà allo sbando, incarnata in una città senza passanti, senza vitalità, senza futuro. Una civiltà deformata come gli obiettivi utilizzati per descriverla, come i grandangoli che gonfiano e manipolano i volti e corpi, oggetti e luoghi. Si ride e sorride con Jeunet, ma lo sfondo nero e il Nulla che avanza affiorano in primo piano e persino la catartica gentilezza dei personaggi in qualche modo rimane offuscata dallo scenario in cui questa si esplicita, come fosse una rivoluzione riuscita che dovrà ricominciare, che non avrà mai fine, una speranza che è eterno circolo vizioso.
Che gusto tutto francese ha la cinefilia esplicitata da Jeunet, mai da orpello narcisistico, sempre omaggio gentile e appassionato, nel mescolare la scena finale di C’era una volta il West e i dialoghi Bogart/Bacall del Grande Sonno, ma anche nel portare in scena la lotta “inevitabile” dell’uomo contro la tecnologia invadente, tipica e topica di Buster Keaton. Si sente un persistente e coinvolgente profumo del Gilliam dei tempi migliori, in cui la scenografia visionaria e di metropoli disumanizzate schiacciavano personaggi anticonformisti rivoluzionari e ignari di esserlo. Bazil e Brazil si intersecano a distanza di decenni, nella metropoli dei pochi, freddi grattacieli che contengono l’insalubre, i sorrisi dei mercanti della morte e i topi nelle gabbie orwelliane, la burocrazia pericolosa quasi che fosse una pallottola. Questo racconta Jeunet, accompagnandoci nelle spire dell’Esplosivo piano di Bazil: a sovvertire sono sempre gli ultimi, i non allineati, i sette nani accompagnati da Biancaneve.
E allora sovvertiamole queste aziende della morte, queste fabbriche, che sulla Tiburtina producono sistemi sofisticatissimi di missili, queste aziende del bresciano che per onorare le armi organizzano una fiera annuale, spesso spacciata come mezza goliardata di sparuti cacciatori. Andiamo a chiedere alla banca dove lasciamo i nostri risparmi se con gli stessi vengano finanziati traffici nei Sud del mondo martoriati da guerre civili. Che un po’ di Bazil sia in tutti noi, pour plaisir!
Carlo Dutto, da “close-up.it”

Proprio in queste settimane si sta discutendo – in scrupoloso silenzio – una norma che consentirà al Governo italiano di modificare la legge 195/90 sul commercio di armamenti con la finalità di rilanciare l’esportazione nel mondo, calpestando ovviamente restrizioni, controlli e confini di carattere morale.
Con tempismo perfetto arriva nei cinema più fortunati il sesto lungometraggio del pirotecnico Jean-Pierre Jeunet, autore reso celebre da “Il favoloso mondo di Amélie” che nel 2001 spiazzò pubblico e critica con la sua storia eccentrica e incantata. Scritto con il fedelissimo Guillaume Laurant, “L’esplosivo piano di Bazil” nasce da un soggetto altrettanto bizzarro, dalla genesi destrutturata: lo spunto è una storia di Tom Thumb (un orfano che lotta contro un mostro) fusa con il concetto di vendetta e sviluppata appunto nel tema etico riguardante il traffico d’armi.

Bazil (Dany Boon, che ha raccolto il testimone dopo un rifiuto last minute di Jamel Debbouze) ha perso il padre in Marocco per colpa di una mina anti-uomo e anni dopo viene colpito a sua volta da una pallottola vagante durante il turno di notte in un videonoleggio. Si salva ma finisce per strada senza lavoro né una famiglia; un giorno incontra Slummer (Jean-Pierre Marielle), un vagabondo uscito da poco di galera che lo invita nella casa-caverna con i muri di metallo (eccellente lavoro della scenografa Aline Bonetto) condivisa con altri sei balzani rigattieri dai nomi evocativi: Mama Chow (Yolande Moreau), Elastic Girl (Julie Ferrier), Remington (Omar SY), Buster (Dominique Pinon), Tiny Pete (Michel Cremades) e Calculator (Marie-Julie Baup). Con il loro aiuto, Bazil cercherà rivalsa mirando i rispettivi amministratori delegati (interpretati da André Dussollier e Nicolas Marie) delle due diverse aziende produttrici di armi che hanno costruito la mina e il proiettile cause di sofferenza.

Si può girare una commedia spensierata muovendo al contempo una feroce critica alla società industriale e alla classe politica? È possibile giocando con i soldatini riuscire a smuovere le coscienze degli uomini? A guardare Jeunet, non sembra impossibile: il francese rovescia la scatola dei giochi sul pavimento delle periferie parigine e combina i pezzi uscendo dalla realtà per raggiungere una dimensione cartoonesca, caratterizzata da personaggi che sembrano usciti da un libro per ragazzi e da una serie di invenzioni fantastiche (come le sculture automatizzate prese in prestito dall’artista Gilbert Peyre).
Uno spettacolo scatenato, durante il quale si viene travolti dall’energia e dall’entusiasmo del regista che mostra tutta la sua abilità con le tecniche di ripresa, dispensa incursioni animate visionarie, farcisce il racconto con gustose reminiscenze fanciullesche (il modo di mangiare il “formaggino” del protagonista), lo adorna con stratagemmi figli dei nostri tempi (l’auto-product placement o l’utilizzo come espediente narrativo di YouTube), omaggia Carné, Leone, Chaplin, Bogart, Mission Impossible. Praticamente, un film nel film.

Uno sguardo ironico e caustico, irriverente e provocatorio, ma anche disordinato e chiassoso, attento al focus della vicenda e a descrivere gli intrecci tra manager, trafficanti d’armi e politica (di Sarkozy…) dietro un velo fatto di gag a mascherare con sarcasmo (la sequenza dei gamberoni è da infiocchettare) le responsabilità, l’ipocrisia e i vezzi del potere.
I meriti dell’efficacia di un lavoro che si muove stando in bilico sul filo dell’eccesso vanno anche ricercati in una sceneggiatura per lunghi tratti sbalorditiva e nel cast perfettamente amalgamato ed armonioso laddove, forse, è proprio Boon a mostrare qualche crepa; non perché non sia brillante o adatto al ruolo, ma perché si dedica più all’imitazione di “Charlot” e Tati piuttosto che inventarsi il suo Bazil.
Qualche vizio naturalmente c’è, come un calo di creatività nella parte centrale o quella scena – stridente – pregnante di retorica che mostra le foto dei bambini mutiliati dalle bombe; ma sono delle minuzie perché “L’esplosivo piano di Bazil ” è una dichiarazione d’amore al cinema e ai cinefili, un irresistibile godimento per occhi e orecchie, una delle più deliziose buffonate mai concepite e, visto il periodo natalizio, un piccolo regalo da scartare nelle sale sotto il grande schermo.
Voto: 7.5
Nicola Di Francesco, da “ondacinema.it”

Jean-Pierre Jeunet l’ha fatto ancora: ha creato un microcosmo di amabili emarginati, le cui vicende si svolgono parallelamente all’ordinaria quotidianità di Parigi. Se l’espediente dell’affabulazione al servizio di una vicenda edificante non è nuovo, certo lo è il peculiare metodo-Jeunet di metterlo in atto: per chi aveva nostalgia del favoloso mondo di Amélie Poulain, ecco una nuova fiaba che denuncia senza ammorbare, diverte senza essere sguaiata. A Jeunet il merito di trasmettere la sua morale pacifista senza scadere nella retorica.
Il film si apre con un prologo che narra l’antefatto: la morte del padre di Bazil a causa di una mina e l’assurdo episodio della sparatoria di cui lo stesso Bazil (Dany Boon) è spettatore, per puro caso. Si ritrova così con una pallottola conficcata nel cranio a vita.
Perso il lavoro e l’appartamento, viene “adottato” da una stravagante famiglia: ne fanno parte Placard (Jean-Pierre Marielle), un venditore ambulante miracolosamente scampato alla ghigliottina, nonché abile scassinatore; Tambouille (Yolande Moreau), la “mamma” di casa, le cui due figlie sono misteriosamente scomparse; Calculette (Marie-Julie Baup), una ragazzina capace di calcoli impossibili in pochi secondi; Petit Pierre (Michel Cremades), l’artista del gruppo, dotato di una forza straordinaria a dispetto dell’esile figura; la Môme Caoutchouc (Julie Ferrier), una contorsionista; Remington (Omar Sy), un uomo di colore che ama parlare per “giochi di parole” e Fracasse (Dominique Pinon, attore-feticcio di Jeunet), l’autore del record di uomo-cannone del 1977. Rifiutati dalla società, hanno fatto del recupero dei rifiuti chi un mestiere, chi un’arte. Saranno proprio loro ad aiutare Bazil a compiere la sua rocambolesca vendetta nei confronti dei commercianti d’armi colpevoli d’aver prodotto la pallottola che ha in testa e la mina che ha ucciso suo padre.
La storia è un pastiche di generi differenti: dal noir che compare sotto forma di citazione (nelle immagini del Grande sonno di Howard Hawks che Bazil guarda al videonoleggio) al film d’azione (è quella dei Micmacs À Tire-larigot, gli imbrogli a non finire, come recita il titolo originale); dal film sentimentale (la storia d’amore tra Bazil e la ragazza Caucciù), a quello comico (le innumerevoli situazioni paradossali e ironiche messe in scena) e al dramma (le tragedie di Bazil, ma anche quelle dei suoi “familiari”).
Caratterizzano l’atmosfera irripetibile del film la presenza dell’elemento circense (la contorsionista, il mimo, l’uomo-cannone); gag come quella dell’orchestrina che compare nella testa del protagonista in continuità con la musica fuori campo e gli stravaganti esercizi mentali che egli esegue di quando in quando.
Torna la componente delle piccole gioie percettivo-sensoriali che già contraddistingueva Il favoloso mondo di Amélie: laddove a Mademoiselle Poulain piaceva tuffare la mano in un sacco di legumi, rompere la crosta della crème brûlée con la punta del cucchiaino e far rimbalzare i sassi sul canale Saint Martin; Bazil adora spremersi in bocca formaggini senza scartarli e ancora, l’attitudine giocoso-consolatoria del protagonista è data dal fingere di parlare una lingua straniera d’invenzione (si veda la scena dell’offerta delle frittelle a tavola) e dalle sfide a una sorta di morra cinese (con cui Bazil recupera il suo cappello di lana e “vince” un bacio della ragazza Caucciù).
Per raccontarci questa parabola dei giorni nostri, Jeunet fa un uso abbondante di zoom e movimenti di macchina come carrellate e panoramiche, ricorrendo a inquadrature fisse con semplice stacco di montaggio solo quando strettamente necessario. Lungi dal distrarre dalla narrazione, questa modalità di regia conferisce al film un ritmo fluido ma non serrato e accentua l’aspetto “fiabesco” della vicenda: ogni inquadratura ha il sapore della scoperta, non sappiamo mai dove ci porterà e quello che sembrava un totale si restringe fino a mostrarci un dettaglio che non sospettavamo (come nella cesta di vimini del prologo in cui scopriamo il protagonista bambino in fuga dall’orfanotrofio) o si allarga fino a includere un altro personaggio (vedi la scena nel cimitero di Montmartre, dove scopriamo la presenza della ragazza Caucciù, oltre a Bazil e il mimo). A sostegno di questa fluidità di regia, interviene la fotografia di Tetsuo Nagata, che vela l’immagine di una trama soffusa e vagamente d’antan, dove un colore giallognolo prevale sul resto della scala cromatica.
Consolida il clima “folle e assurdo” della vicenda la colonna sonora, che costituisce una sorta di “basso continuo” piuttosto uniforme ma non monotono. Per le musiche originali, Raphaël Beau crea un mélange di rumori, fisarmonica, violini e pianoforte, racchiusi in ritmi di tango, valzer e marcette; mentre maestose musiche orchestrali sottolineano i momenti di maggiore tensione dell’azione. Spicca la canzone Tout l’amour que j’ai pour toi, per la presenza della voce, per la sonorità nettamente diversa dalle altre musiche del film (vi si avvicina solo il brano Pont De Crimée) e per la dirompente cadenza di paso doble: ancora una volta i ritmi di danza la fanno da padrone, come già i valzer di Yann Tiersen avevano accompagnato le vicende di Amélie Poulain. Sia in quel caso che nel nuovo film, è il suono della fisarmonica a connotare prevalentemente le musiche, conferendogli un sapore tra il parigino stereotipato e il gitano.
Oltre a uno stile sonoro tanto singolare, trovate geniali come la casa costruita con materiali di recupero dove abitano Bazil e famiglia e le improbabili invenzioni di Petit Pierre (il topolino meccanico, il bodybuilder a comando, ecc.), contribuiscono a creare un nuovo “favoloso mondo” in puro stile Jeunet.
Elisa Uffreduzzi, da “drammaturgia.it”

Mormorio compulsivo, favola fantastica, romantica… Steampunk, eccessivo, gemellare, impianto felliniano, rimorso bartoniano. Reazioni a catena della fantasia, della giostra dell’immaginario che i freni ha mollato, tra gli ingranaggi cinetici. “Mission Impossible” in una “Toy Story” di una gang di strani personaggi pronti a fare la guerra ai mercanti nel tempio. Nella caverna di Ali Babà, svuotando le strade, impressionando un cielo terso…
l’esplosivo piano di bazil – jean pierre jeunetDa bambino, Bazil ha perso il padre ucciso da una mina antiuomo. Da grande, mentre fa il turno di notte a un videonoleggio, un proiettile vagante lo colpisce alla testa. Quando esce dall’ospedale, si ritrova senza casa e senza lavoro, con la sola certezza di avere un conto in sospeso con i produttori di armi. Dopo qualche giorno trascorso a fare l’artista di strada e a dormire lungo la Senna, Bazil è “adottato” da un gruppo di clochard e comincia, grazie al loro aiuto, a meditare la propria vendetta contro i signori della guerra. In un mormorio compulsivo, favola fantastica, fantascientifica, romantica, grottesca che non conosce confini. Steampunk, eccessivo, gemellare, impianto felliniano, rimorso bartoniano. C’è una sola strada che accomuna il cinema di Jeunet, quella in cui puoi assistere a reazioni a catena della fantasia, della giostra dell’immaginario che i freni ha mollato, come in una meravigliosa manifestazione di arte cinetica. Tutto si muove. L’immobilità non esiste. Non lasciamoci dominare da antiquati concetti di tempo. Dimenticare le ore, i secondi e i minuti. Non fare resistenza alle metamorfosi. Vivere nel tempo. Essere statici. Essere statici ancora, con il movimento. Per una statica del movimento presente. Resistete alla paura angosciosa che ci porta a fermare il movimento, a pietrificare gli istanti e ad uccidere ciò che è vivo. Smettere di insistere su valori che si autodistruggono. Smettere di dipingere il tempo. Smettere di costruire cattedrali e piramidi destinate a cadere in rovina. Respirare profondamente. Vivere nel presente: vivere nel tempo e secondo il tempo, per una meravigliosa ed assoluta realtà. Dalle opere prime di un pubblicitario accompagnato da un fumettista, fino a cesellare nel divertissement eccentrico e feroce in chiave di humor nero, l’universo “bande dessinée” più visionario. Il cinema di Jeunet è come il mondo in un uovo, che sta tra la fantascienza e la presa in giro. Serve alle menti giovani e si serve di quelle invecchiate. Ed è qui che sta il potenziale per una grande commedia, ma anche per una grande tragedia, per una lunga domenica di passioni e un MicMacs à tire-larigot. In mezzo c’è l’adolescenza, quella percorsa da Jeunet, fonte di innegabile humour, resta un territorio dove non si scherza, ma si gioca seriamente. Quel luogo fra l’infanzia e l’età adulta può essere molto pericoloso, un campo di battaglia, una trincea dove si lotta per la propria identità. Se c’è un passaggio nella vita che più si avvicina a un viaggio mitico, quello è senza dubbio l’adolescenza. E’ proprio qui che Jeunet da la sensazione di non sapere chi è e cosa può fare. Il suo cinema sembra costellato da un mucchio di false partenze. Vorrebbe lasciare il segno senza sapere qual è il suo segno. È considerato un regista sopravvalutato da alcuni e un genio da altri. Come rispondere senza buttarsi in situazioni pericolose? E così Jeunet cammina da sempre sul filo e si addentra in lugubri angoli. Cinema contaminato che ci permette di tornare sul luogo del delitto per così dire, non solo il delitto dell’intreccio ma anche quello metafisico della perdita dell’innocenza. I “non so” di questo cinema possono diventare nostri. Possiamo mettere da parte, almeno per qualche ora, regole e preconcetti sulla vita e sul formalismo cinematografico e riconsiderare i grandi interrogativi dell’esistenza. Se ci siamo sbagliati la prima volta, ora possiamo tentare una risposta migliore, attraverso il tramite di questo adolescente. Ma, attenzione, questa magia è possibile solo con i migliori esempi del genere: Gilliam, Burton, Spielberg, Truffaut, Besson… Leone. Non c’è pericolo, seppur nell’eccedenza artefatta del corpo scenografico, il ritratto non è mai compromesso dalla presenza invasiva dell’autore che alita sul collo del povero corpo filmico, ne tira bruscamente i fili, gli ripulisce la camera (il disordine adolescenziale) con epurante nostalgia. Quando al contrario un regista come Jeunet ci riesce, si prova quel piacere indescrivibile che scaturisce da un atto di chiaroveggenza, la messa in comunicazione di mondi filmici che hanno il potere di parlare alle nostre parti più conflittuali, ancora feroci, animalesche, impaurite a lasciarsi andare. Sono voci che possono toccare quegli aspetti di noi stessi che non sono mai cresciuti, i luoghi interiori a lungo dimenticati (come la scatola dei ricordi di Amélie) che fremono ancora di eccessiva speranza. Questo cinema può suonare incredibilmente fantascientifico, magari profetico. Si ha la sensazione di intravedere un scorcio di futuro, di quello che potremmo diventare come specie. esplosivo piano di bazilJeunet a volte produce un nuovo suono grottesco, un nuovo sentimento romantico, un nuovo modo di essere fantastico, qualcosa che ci dice che i tempi stanno davvero cambiando. Non siamo quelli che eravamo prima. Se proprio si dovesse trovare una collocazione al modo di lavorare di Jeunet, che attraversa trasversalmente tutto l’universo visivo con i suoi generi, verrebbe da pensare ad una sentita propensione decostruttivista, non ovviamente nelle forme filosofiche, ma piuttosto nella capacità di caratterizzare il suo cinema sul rifiuto sempre più esplicito per ogni tentativo di descrizione sistematica. Siamo alle soglie del corpo film, quasi prossimi alla verità, ma non è ancora il momento. Siamo già ben dentro le viscere del più barocco, intorcicato e inestricabile dei cinema: gli elementi più disparati, giustapposti bruscamente e un linguaggio cinematografico imperfetto, sporco, manifestamente manipolato e manipolatorio, congiurano allo spiazzamento e alla perdita delle coordinate. C’è una forte pressione da parte del pubblico perchè l’immagine e il suono siano al servizio di un realismo banale, c’è una forte esigenza di avere dei film identici alla vita vera. Ma la vita vera si vive tutti i giorni. Fra le storie che ci sono state raccontate, le più attraenti sono quelle che abbiamo ascoltato da bambini, rannicchiati sotto le coperte, magari immaginate tra la mansarda e la cantina, dove Jeunet opera idealmente, scavalcando accomodanti piani intermedi. “Mission Impossible” in una “Toy Story” di una gang di strani personaggi pronti a fare la guerra ai mercanti nel tempio. Nella caverna di Ali Babà, svuotando le strade, impressionando un cielo terso…
Leonardo Lardieri, da “sentieriselvaggi.it”

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