La scuola è finita

Roma. giorni nostri, Istituto Pestalozzi, una scuola superiore pubblica come tante della periferia capitolina. Ci sono gli studenti, praticamente tutti, storditi dalla noia e da ogni divagazione giovanile immaginabile. E ci sono i professori, praticamente tutti, storditi da un lavoro che non amano più e che praticano per adolescenti che non sono minimamente interessati a lasciarsi istruire. In siffatto contesto ambientale Alex Donadei, studente in evidente difficoltà ma che usa dispensare pasticche colorate dalle stupefacenti prerogative, con grande felicità dei compagni e grosso imbarazzo da parte del corpo docente. Un bel giorno, in pieno delirio chimico, il buon Alex si butta perfino dal tetto a volo d’angelo, senza riportare conseguenze, ma c’è chi prova a salvarlo da se stesso e dal disinteresse di una famiglia difficile, con una madre single perennemente in cerca di compagni sbagliati: da tempo ci sta provando con stoica ostinazione Daria Quarenghi, professoressa di scienze che ha Alex come ‘cliente’ fisso del suo Centro d’ascolto. A lei per caso si aggiunge proprio il suo ex convivente, il Prof. Malarico, docente di Lettere e grande appassionato di musica rock, che si vede affibbiare Alex nella sua classe e decide di coinvolgere il ragazzo nel suo progetto musicale, dato che il giovane protagonista è un chitarrista di talento. Entrambi gli sforzi, troppo fuori dagli schemi di riferimento di un corretto rapporto tra docente e alunno, sono destinati al fallimento. Opera d’esordio dietro la macchina da presa di un docente di lettere di Roma, Valerio Jalongo, La scuola è finita tratteggia uno squarcio a tratti impressionante della scuola superiore italiana, forse non esente da occasionali forzature. Nel complesso però il film, nonostante la trama poco delineata, riesce a coinvolgere, anche grazie alla forza della colonna sonora di marca rock ed alla sorprendente naturalezza del giovane protagonista Fulvio Forti, all’esordio da attore. Da provare.
La scuola è finita, regia di Valerio Jalongo, con Valeria Golino, Vincenzo Amato, Fulvio Forti, Cecilia Broggini, Luciano de Luca, Roberta Fossile, Marcello Mazzarella, Paola Pace, Antonella Ponziani; drammatico; Italia; 2010; C.; dur. 85′
Voto 7=
Paolo Boschi, da “scanner.it”

Negli ultimi anni la scuola è stata il soggetto di alcuni interessanti film. “La scuola” di Daniele Luchetti e “Auguri professore” di Riccardo Milani, entrambi tratti da libri di Domenico Starnone, analizzavano la situazione tragicomica della scuola italiana, concentrandosi sulle figure degli insegnanti (un grande Silvio Orlando ne era il protagonista). “La scuola è finita” di Valerio Jalongo è un’ideale continuazione di quei film, riprendendone l’idea di descrivere e denunciare lo stato della scuola italiana attraverso le vicende di alunni e professori.
Alex (Fulvio Forti) è un alunno molto popolare: è lo spacciatore della scuola. I professori non lo tollerano, ad eccezione della professoressa Quarenghi (Valeria Golino) che allestisce per lui un centro d’ascolto dove Alex finalmente trova il modo di aprirsi, e del professor Talarico (Vincenzo Amato), ex marito della Quarenghi, che scopre in Alex un talento per la chitarra e cerca di coinvolgerlo in un progetto musicale.
Una scuola assente ingiustificata fa da cornice alle vicende intrecciate di questi tre personaggi, in cui i ruoli si scambiano pericolosamente e le istituzioni agiscono solo per reprimere.
Rispetto ai film con Silvio Orlando (o anche a “Io speriamo che me la cavo” con Paolo Villaggio), “La scuola è finita” denuncia però i mali della scuola senza ironia, senza suggerire una nuova via, una speranza. Neanche i professori motivati ce la possono fare oggi, anzi, talvolta possono peggiorare la situazione. Lo spaccato di vita di una scuola superiore della periferia di Roma può sembrare grottesca al mondo esterno, ma chi vive quotidianamente questa realtà ci troverà ben poco da ridere.
E’ coraggioso il tentativo di Jalongo di non rifugiarsi in una sceneggiatura che alleggerisca il messaggio a colpi di battute, andando dritto al cuore del problema (e rinunciando probabilmente a molti euro di incassi).
A prima vista “La scuola è finita” è il tipico film sull’alunno difficile, ma in realtà c’è dell’altro. E’ evidente che alunni, famiglie e professori sono tutti, ormai, corpi estranei all’istituzione della scuola: tutti, in qualche modo, suoi nemici. Chi non è allineato al sistema, che sia un alunno indisciplinato o un professore eccessivamente zelante, va punito, è un elemento di disturbo.
La sottotrama legata alla musica è un po’ debole dal punto di vista narrativo, ma ha un forte valore simbolico: i veri talenti degli studenti non vengono né incoraggiati né cercati dalla scuola, che dovrebbe educare allo studio, alla crescita, alla passione verso la cultura, invece di essere semplicemente un giudice freddo ed autoreferenziale. Tale sottotrama, inoltre, riesce perfettamente a rendere l’idea delle difficoltà di quei professori che, se da un lato provano a stimolare gli studenti, dall’altro, senza un punto di riferimento forte con cui confrontare le proprie iniziative extracurriculari, possono perdere di vista l’obiettivo (stimolare la voglia di cultura nell’adolescente) per riversare le proprie frustrazioni personali nell’attività con gli studenti, ad esclusivo danno dei ragazzi.
Non è sempre così, ovviamente, ma il rischio esiste e non ce lo possiamo permettere: punire e reprimere quando il danno è fatto non è sufficiente.
La questione è molto complessa, più di quanto un film possa concentrare in due ore scarse, che devono anche comprendere le storie dei personaggi. Non a caso “La scuola è finita” è stato tacciato di superficialità dalla critica.
E’ ovvio che Valerio Jalongo si concentri solo sugli aspetti negativi della situazione: l’alunno difficile che non viene aiutato, la famiglia che non è più un punto di riferimento, i professori frustrati che non riescono ad assumere sino in fondo il proprio ruolo di educatore, soprattutto quando l’istituzione si presenta solo per punire e mai per coordinare. La situazione della scuola pubblica è un nodo chiave per il futuro del paese, non può un film bastare a spiegarla o risolverla.
Nel cast spicca Valeria Golino, che con la consueta delicatezza tratteggia una donna divisa tra le sue aspirazioni lavorative e le sue frustrazioni personali, la quale non riesce a tenere separati i due ambiti e ne paga duramente le conseguenze.
Gli altri due personaggi principali, il professor Talarico (Vincenzo Amato) e Alex, l’alunno “difficile” (Fulvio Forti) sono gli altri due vertici di un triangolo sentimentale ed emotivo attorno al quale la vicenda si struttura e su cui i vari temi del film prendono una forma narrativa.
Apprezzabile la prova di Fulvio Forti in un ruolo complesso e sfaccettato come quello di Alex.
Negli ultimi anni la scuola è entrata nel cinema italiano, attraverso i film di Moccia e di Brizzi, con una rappresentazione superficiale e demagogica, quasi offensiva, in cui professori ed istituzione sono solo un mostro a più teste che reprime alunni con il pensiero perennemente altrove, giustificando di fatto il loro disinteresse. La vita scolastica è rappresentata come un male necessario, invece che come una fase fondamentale della crescita. Assecondare certe rappresentazioni significa mettere la testa sotto la sabbia e avallare i comportamenti sbagliati delle famiglie e della scuola stessa.
Complimenti a Jalongo per essere invece andato controcorrente con un film non facile né accattivante, sicuramente imperfetto ma senza dubbio scomodo e vero, in un momento in cui la cinematografia mondiale comincia ad interrogarsi con film e documentari sul ruolo della scuola e dell’educazione primaria e secondaria.
da “filmscoop.it”

Valerio Jalongo appartiene al Movimento Centoautori, spesso parla in rappresentanza dell’Associazione recentemente costituita. Con tanti altri colleghi era sul tappeto rosso del Festival di Roma, a protestare contro i tagli e contro Bondi (innalzava striscioni anche Paolo Sorrentino, che ormai gira i film negli Stati Uniti con Sean Penn ma non dimentica la solidarietà militante ai compagni meno fortunati). C’erano anche Italo Spinelli, che al festival portava “Gangor”, e Claudio Cupellini, che al festival portava “Una vita tranquilla”, Marc’Aurelio per il miglior attore a Toni Servillo: nell’armonioso mondo del cinema il crumiraggio non esiste. I soldi sono sempre meno, ma Valerio Jalongo ne ha trovati abbastanza per girare “La scuola è finita” (scritto assieme a Francesca Marciano, Daniele Luchetti, Alfredo Covelli). Quindi guardiamo il film come si guarda una sfera di cristallo, cercando di indovinare il futuro del cinema italiano se i Centoautori vincessero la loro battaglia. Jalongo vorrà perdonarci l’esame tecnico e ravvicinato (o forse no: anni fa avevamo criticato lo spot dei Centautori – assai scarso di idee, praticamente una serie di primi piani lamentosi di attori e registi che sembravano chiedere la carità convincendoci che “noi” e non “loro”, ne avremmo tratto vantaggio – e non gradì). Ambientato all’istituto Pestalozzi, dove lo studente Alex con l’orecchino e la felpa spaccia pastigliette della felicità invece di seguire le lezioni, registra gli sforzi di due insegnanti per rendere la scuola un posto migliore di quel che è attualmente. Purtroppo abbiamo visto “La classe” di Laurent Cantet, vincitore della Palma d’oro a Cannes: non fare confronti è impossibile. Per lo stato delle nostre scuole, innanzitutto. In Francia quando il prof dice “toglietevi il cappuccio”, gli studenti il cappuccio se lo tolgono senza fiatare. E per lo stato del cinema: la sceneggiatura è scarsa, quasi inesistente. Per dare qualcosa in pasto allo spettatore, supplisce la colonna sonora fornita da “Le Vibrazioni”. Alex viene affidato all’insegnante di sostegno, incaricata di seguire solo lui (o sono spreconi, o sono tutti promossi con la media del nove, cosa che sembra poco verosimile). Un altro insegnante cerca di rieducarlo suonando la chitarra assieme al discolo. Capita che i due insegnanti siano marito e moglie alla vigilia del divorzio, piuttosto litigiosi anche sul giovanotto da salvare. Queste le cose che non funzionano, qualche seduta di sceneggiatura in più le avrebbe potute migliorare. Quel che funziona – piuttosto bene – sono gli attori. Presi singolarmente e ancor più in coppia. Vincenzo Amato, già ammirato in “Nuovo mondo” di Emanuele Crialese, ha un’ottima chimica con Valeria Golino. Il debuttante Fulvio Forti ha una di quelle facce da guardare anche se fanno poco o nulla.
Mariarosa Mancuso, da “ilfoglio.it”

La scuola è finita di Valerio Jalongo, primo film italiano in concorso a Roma 2010, ora nelle sale italiane. Si sarebbe dovuto intitolare Laria, senza l’aposfrofo, come l’errore nel tema scritto dal protagonista del film. Un tema bello, poetico, sorprendente per tutti, tanto che nessuno crede sia stato realizzato dall’alunno. Nessuno immagina che tanta sensibilità sia saltata fuori all’improvviso, da un mare stagnante di noia e svogliatezza, di “normale” disagio giovanile italiano contemporaneo, potenziato, se non interamente provocato, dallo stato comatoso del contesto culturale imperante: famiglia sbandata, droga, cemento, tv, istituzione scolastica impotente o inadeguata, distratta, sfiancata.
Si è poi intitolato La scuola è finita , questo film interpretato da Vincenzo Amato, Valeria Golino e dal giovane Fulvio Forti, nel ruolo di Alex, il protagonista, per rendere più chiaro il messaggio amaro dell’opera.
Jalongo insegna al Rossellini (che forma figure professionali per il cinema e per la Tv) ed è un regista italiano (di finzione e documentario) che ama toccare temi sociali delicati. Dal 2005 partecipa all’esperienza di Ring e a quella dei Centoautori, e prima di questo suo terzo lungometraggio ha realizzato un documentario dal titolo Di me cosa ne sai, del 2009: un’inchiesta sulla storia del cinema italiano e sulle trasformazioni culturali nel nostro paese negli ultimi trent’anni.
L’autore de La Scuola è finita ribadisce al microfono, poco prima che il film inizi, il senso della protesta massiccia avvenuta il giorno prima sul red carpet: legge un testo che invita a smettere di cercare di essere furbi e a non fare nulla che possa dividere. “Bisogna cercare una grande riforma per un cinema e una tv migliori”. E nel suo film sulla scuola italiana, non quella dei licei, ma quella frequentata dalla maggior parte degli studenti, ovvero l’istituto professionale, la tv, quando irrompe all’improvviso per succhiare linfa da un fattaccio inesistente, inventato, da un doppio pasticciaccio mai avvenuto, fa venire a dire poco la nausea, per la sua furibonda sete di sciacallaggio cinico, barbarico, criminale. Continua Jalongo, prima del suo film intriso di momenti e spunti interessanti, e lega, in qualche modo, il senso della protesta del cinema al suo terzo lavoro di finzione: “Prima, chi usciva dal Rossellini trovava lavoro facilmente. Ora no!”
Poi introduce il giovane protagonista di La scuola è finita, un adolescente esangue con un’intelligenza addormentata, un paradigma privato dell’entusiasmo, derubato della passione, ancora prima che si accorga di averla, segregato nella solitudine e in un uso della droga che sembra inarrestabile tra i giovani.
Jalongo rifiuta per lui l’etichetta di ragazzo difficile, volendo ribadire quanto sia facile, oggi, rimanere senza la benzina per diventare uomini soddisfatti della propria bellezza, anche quando se ne possiede tanta. C’è una frase, forse la più bella del film, che chiarisce bene il senso dell’opera: “uno inizia col pensare di non essere capace e poi finisce col non essere più capace di fare niente.
La scuola è finita , dove già tanto è messo male. Anche questo porticciolo è impraticabile, sentenzia il film, arrugginito e senza luce (vedi la partita di basket al buio), coperto di scritte a bomboletta spray, con i buchi sulle porte delle aule, e la maggior parte dei professori che non vede l’ora di darsela a gambe.
Jalongo descrive il disastro della scuola italiana con un film diviso in capitoli e ricco di musica (la colonna sonora e la canzone cantata nella sequenza del concerto sono del gruppo musicale Le vibrazioni). Già, la musica, come l’arte in generale, l’unico appiglio ancora afferrabile per sentirsi vivi. Capita al giovane Alex, che per il resto se ne va sui tetti perchè “sto bene solo qua”, come capitava nell’ultimo film di Capuano, L’amore buio, a un altro adolescente, quello ancora più ai margini. Alex trova un varco tra una nota e l’altra, e poi trova anche il coraggio di appoggiarci sopra due parole. Una via d’uscita autoprodotta.
Nel complesso il film di Jalongo, scritto in collaborazione con Francesca Marciano, Alfredo Covelli e Daniele Luchetti, uno che di film sulla scuola se ne intende, è interessante e valido per una riflessione, l’ennesima che il cinema ci propone. E’ un film pulito, scorrevole, onesto, dignitoso e nobile. La descrizione del paesaggio, soprattutto, è precisa e si sente la grande esperienza del regista nel settore. E’ un buon film, La scuola è finita, ma non un ottimo film, perchè i personaggi non posseggono quell’autenticità, quel peso e quella profondità rare che fanno la differenza. Ed anche la forma non stupisce particolarmente, e non si distacca a sufficienza dalla maggior parte del realismo italiano contemporaneo. Non è il cinema il problema principale dell’Italia, come giustamente Jalongo ci ricorda con questo suo ultimo film, ma la speranza di trovare, un giorno, film nostrani che ci facciano saltare dalla sedia, beh, quella cerchiamo di non farla morire, o di non fargli fare la fine della scuola italiana.
Edoardo Zaccagnini, da “close-up.it”

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