La fine è il mio inizio

La fine è il mio inizio è un film che, fedele al libro, racconta il dialogo fra un padre e un figlio diversi ma simili sotto molti punti di vista quando la fine del primo è ormai annunciata e vicina. Tiziano, interpretato da Bruno Ganz, ha accettato la sua morte con serena consapevolezza pensando a questo momento come ad una nuova esperienza dopo una vita vissuta con grande intensità; chiama a scrivere di questa sua ultima avventura il figlio Folco (Elio Germano) con il quale condivide le profonde riflessioni che ha sviluppato durante gli anni vissuti in oriente. Ne emerge un rigoroso testamento spirituale nel quale domina il ricordo della Cina, la volontà di Terzani di vivere e raccontare al mondo occidentale questa terra, l’orrore di quanto visto durante la guerra del Vietnam insieme a ricordi e suggestioni del passato come l’innamoramento, la paternità e il grande amore per il cosmo e per la natura. Attraversato dall’inevitabile malinconia e dal buonumore un po’ forzato comune a tutte le storie che trattano un argomento così delicato, il film di Jo Baier rimane molto lineare e rigoroso, senza grossi scossoni. Elio Germano bravo e intenso come sempre ma forse un po’defilato lascia il posto alla capacità istrionica e davvero camaleontica di Bruno Ganz del quale, purtroppo non si apprezza la splendida voce, essendo ovviamente doppiato. È strano vedere la storia di un grande italiano del nostro tempo recitata da un bravissimo attore straniero e la sensazione che ne deriva è po’ quella di essere stati preceduti, ma va ricordato che Tiziano Terzani era molto amato e apprezzato in Germania come corrispondente del settimanale Der Spiegel, è stato, soprattutto, un grande cittadino del mondo.
Caterina Liverani, da “indie-eye.it”

Gli ultimi giorni di vita del giornalista e scrittore Tiziano Terzani, raccontati dal figlio Folco nel libro La fine è il mio inizio, pubblicato postumo, rivivono al cinema nel film omonimo del regista Jo Baier, una coproduzione italo – tedesca (il titolo originale è Das Ende ist mein Anfang), in uscita il prossimo 1 aprile.
Sentendo l’avvicinarsi della morte, Terzani (Bruno Ganz) chiede al figlio Folco (Elio Germano), che vive a New York, di raggiungerlo nella casa di famiglia ad Orsigna, dove lui si è ritirato con la moglie Angela (Erika Pluhar).
Attraverso lunghe chiacchierate, Terzani racconta al figlio la sua vita, il suo lavoro, i suoi viaggi e le conclusioni a cui è arrivato sulla vita e sulla morte.
La fine è il mio inizio è un film difficile da catalogare e sicuramente sui generis.
Ma il primo aggettivo che mi viene in mente dopo aver visto il film è “coraggioso”: in un cinema sempre più fatto di immagini, che spesso punta troppo o soltanto sugli effetti speciali e visivi, Baier ha il coraggio di presentare una conversazione fatta film.
La fine è il mio inizio, infatti, non è altro che 98 minuti di dialogo quasi ininterrotto.
Una sola location (la vera casa della famiglia Terzani ad Orsigna), cinque personaggi (oltre a Tiziano, Folco e Angela ci sono la figlia Saskia/Andrea Osvàrt e il piccolo Novi/Nicolò Fitz-William Lay), nessun colpo di scena e nessun flashback.
Per non parlare del fatto che il film osa infrangere uno dei tabù della nostra società così ossessionata dalla giovinezza, mettendo al centro della storia un uomo anziano che parla della morte.
Una vera pazzia, come l’ha definita Elio Germano la prima volta che ha letto la sceneggiatura scritta da Folco Terzani e dal produttore Ulrich Limmer.
Non a caso il film è stato rifiutato dalla Mostra del Cinema di Venezia come dal Festival del Cinema di Roma.
Eppure non c’è un solo momento di noia: le parole di Terzani sono interessanti, mai banali, affascinanti, commoventi e quanto mai attuali e la straordinaria interpretazione di Bruno Ganz contribuisce a renderle vive, evitando la monotonia.
Nella sua semplicità, Ganz giganteggia sullo schermo anche solo con lo sguardo, mettendo in ombra il pur bravo Germano.
L’obiettivo di regista, sceneggiatori ed interpreti è quello di togliere il superfluo per concentrarsi unicamente sull’essenza del messaggio di Terzani, un messaggio di cui si vuole far arrivare la semplice, ma profonda verità, ragion per cui si è deciso di girare nella vera casa di Terzani e l’intera famiglia dello scrittore ha dato il suo contributo.
Un messaggio comunicato in modo asciutto e laico, evitando il rischio di trasformare lo scrittore in una sorta di santone o di filosofo moderno o di cadere nel patetico, accentuando i toni drammatici, cosa non facile considerando il fatto che il protagonista è un malato terminale.
Perfino la morte viene raccontata in modo delicato e poetico.
E in un film in cui l’unico lusso concesso al cinema è una splendida fotografia e una colonna sonora toccante, seppur discreta, sono proprio le parole ad essere dirompenti: l’inutilità della guerra, l’importanza della diversità, l’accettazione della morte, il rifiuto dell’omologazione e della logica del lusso e del profitto, la riscoperta dei veri valori della vita.
Soprattutto, secondo Terzani ogni uomo può cambiare se stesso e costruire la propria vita come meglio crede, una vita in cui riconoscersi e da amare, e tutto ciò che serve a tal fine è dentro l’uomo.
Parole che colpiscono nel profondo, proprio come il grande rispetto e la passione che tutto il cast, tecnico ed artistico, dimostra per un film che vuole parlare al cuore dell’uomo, sperando che questi non abbia perso la capacità e la voglia di ascoltare.
Annarita Vitrugno, da “directorscup.it”

La figura di Tiziano Terzani è una delle più influenti del panorama culturale italiano degli ultimi anni, giornalista, scrittore, viaggiatore e filosofo che ha raccontato l’estremo oriente e la sua spiritualità. A sette anni dalla morte, Jo Baier ne racconta gli ultimi giorni come un lungo dialogo letterario. Sentendo vicina la morte a causa di un cancro, Terzani chiama il figlio per raccontargli la sua vita, per confrontarsi con lui e per permettergli di scrivere il libro definitivo sulla sua vita. Il libro di Terzani, omonimo del film, è diventata una sceneggiatura del figlio Folco e di Ulrich Limmer (anche produttore) che racconta una precisa e difficile scelta di vita attraverso un dialogo familiare intenso.

Il film infatti, col pretesto di rendicontare un’esistenza, diventa una riflessione sui percorsi personali, professionali, spirituali, il confronto tra due persone più simili di quanto non pensino, il racconto torrenziale di una vita che delinea un quieto cammino verso la morte: Baier, che viene soprattutto dal reportage e dal documentario, trattiene lo spirito di Terzani attraverso i luoghi e i personaggi, non pontifica mai e porta a casa la difficile sfida di fare un film “chiuso” (ma in realtà apertissimo) tra due personaggi e nient’altro. Oltre a una sceneggiatura solida, dai dialoghi onnipresenti e mai invasivi, il film riesce perché sa far fruttare non solo una regia attenta, ma soprattutto il gioco degli attori, tra un Bruno Ganz (ben doppiato da Luca Biagini, nonostante l’accento toscano) saggio e ironico e un Elio Germano stavolta al servizio del suo collega, ma comunque efficace. Film ascetico eppure non ostico.
Emanuele Rauco, da “radiocinema.it”

Mancano poche settimane alla fine. Tiziano Terzani, da tempo malato di cancro, sta per morire. Mentre raccoglie i suoi ultimi pensieri, tra salutari risate e umane preoccupazioni, decide di richiamare il figlio Folco da New York per trascorrere con lui, nella sua casa di campagna, un momento di confronto confessionale. Quei dialoghi, registrati con devoto impegno dal figlio, diventeranno il libro “La fine è il mio inizio”.
Il film di Jo Baier è un atto di coraggio che sfida le dure leggi dell’intrattenimento perché è un’opera fatta di parole, silenzi e sguardi, pochi movimenti agitati e tante inquadrature delicate. Chiusi, e allo stesso tempo liberi, nella casa di campagna del giornalista, i protagonisti sono in burrasca, attendono con controllata pacatezza un dolore annunciato. Ma il desiderio di ribellarsi ad un programma stabilito di sofferenza viene incanalato in un senso più ampio di pace. La confessione arguta di un uomo che ripercorre, episodio dopo episodio (l’incontro con la moglie Angela, gli aneddoti sui due figli), paese dopo paese (Cina, Vietnam, Singapore), tutte le più grandi esperienze della sua vita, investe il figlio della responsabilità di registrare tutto perché, mentre il corpo se ne va, l’animo continui a vivere nella memoria di chi rimane.
Lo spettatore deve predisporsi all’ascolto, deve calibrare i propri istinti emotivi, lasciarsi andare alla commozione ma allo stesso tempo rimanere vigile di fronte al pensiero finale di un uomo che potrebbe sembrare esoterico (il contatto stretto con la natura, la predisposizione a riflessioni sull’universo, e l’abbigliamento da ‘santone’), ma che invece evita qualsiasi tentazione new age. Anche quando racconta del volo di una coccinella sull’Himalaya o delle cavallette che ricordano primavera, il suo personale panteismo naturalistico non rappresenta mai un punto d’arrivo ma un passaggio che chiama altro sapere. E così, anche alla fine della vita corporea, non smette di curiosare tra le profondità dell’anima, tentando – e infine trovando – un modo umanamente altissimo di andarsene.
Ridere per poter morire in pace, seppur con rabbia. E morire ridendo. Abbandonarsi a ciò che accomuna tutti gli uomini con accettazione, dimostrando che si può volgere lo sguardo al passato, ripensare a ciò che si è fatto e riconoscersi: fare la vita che si desidera è fattibile, dice il padre Tiziano al figlio Folco. Bruno Ganz e Elio Germano dimostrano di aver compreso la profondità del suo pensiero e, con dedizione e rispetto, rappresentano, il primo l’ingombrante ombra di un padre straordinario ma difficile da raggiungere, il secondo l’intelligente volontà di essere diverso dal genitore, pur ammirandone lo spirito da esploratore. Un’eredità aggraziata che, in tempi di distrazione cronica e rumore generalizzato, dimostra di essere un gioiello preziosissimo.
Nicoletta Dose, da “mymovies.it”

Tiziano Terzani, al termine della sua vita da reporter in viaggio per il mondo, si ritira a vivere con la moglie Angela nella sua casa nella campagna toscana. Chiama a sé, al proprio capezzale di uomo malato vicino alla morte, il figlio Folco che vive a New York. Gli vuole raccontare la storia della propria vita, soprattutto della sua fase spirituale d’isolamento sull’Himalaya, un’esperienza per lui decisiva di apertura nei riguardi dell’universo. Le sue stesse memorie sono raccolte in un libro dal figlio, e dopo la morte di Tiziano, Folco sparge le sue ceneri al vento dei monti della Toscana settentrionale.
C’è veramente tanto da imparare da un personaggio equilibrato, erudito e coraggioso come Tiziano Terzani, giornalista e scrittore, uomo di mondo, infaticabile, temerario guerriero del viaggio. Insegna al proprio figlio con la maestria del saggio centenario che guarda il mondo con gli occhi dell’anima e le palpebre di un cuore sempre aperto alle emozioni. Attua con il figlio Folco un dialogo aperto su quelli che sono i temi universali della vita, quali amore, natura, spiritualità, passione, morte. Folco lo guarda con gli occhi increduli del sognatore che ammira il carisma del proprio padre, senza capacitarsi però dell’essenza. Folco si perde fra la natura del luogo, dove gli alberi hanno gli occhi poiché conservano un’anima anche loro, e il vento sembra sussurrare parole di suadente armonia.
Diretto da Jo Baier e prodotto e sceneggiato da Ulrich Limmer, oltre che scritto anche dallo stesso figlio Folco, “La fine è il mio inizio” riesce ad evitare il taglio della facile oratoria linguistica, concentrandosi sulla parola vera, sull’intervista, per tracciare poi nel mezzo di tutto questo un percorso ricco di bagliori di poesia, sottolineata dalla meravigliosa colonna sonora del compositore Ludovico Einaudi (una sorta di omaggio al maestro Erik Satie). Bello è il rapporto tra padre e figlio, interpretati rispettivamente da Bruno Ganz (eccelso attore, perfetto per la parte di Tiziano Terzani) e da Elio Germano (bravo ma meno apprezzabile in questo caso, forse anche a causa del suo doppiaggio). Sono presenti a questa sorta di commemorazione anche la moglie Angela (Erika Pluhar) e la figlia Saskia (Andrea Osvárt). Complessivamente il film è un accorato omaggio a quella che è l’essenza del pensiero di Tiziano Terzani: un vero e proprio saggio morale sulla maniera di vivere al di fuori del consumismo che tutto consuma e divora, facendo disperdere nei sotterranei del dispiacere l’essenza delle varie personalità della gente, incapace sempre più di reagire di fronte alle tentazioni dei marchi distintivi in cui si viene suddivisi in base a ciò che una persona ha piuttosto a quel che si è.
Ecco, secondo Terzani vi è stata una vera e propria dispersione di valori, una dispersione che ha fatto dissolvere la voce interiore che richiama alla spiritualità, soggiogata dall’omologazione del pensiero umano. A conti fatti, il film riporta alla mente il toccante “Daddy Nostalgie” (1990) del regista francese Bertrand Tavernier: lì c’era una figlia che tornava dal padre in punto di morte per cercare di recuperare gli anni delle incomprensioni, e qui il figlio torna per cercare di capire il padre prima che lasci la sua amata Terra; le prospettive dei due film presentano delle evidenti similitudini (e infatti, a detta di Ulrich Limmer, Tavernier è uno dei suoi eroi). “La fine è il mio inizio” è una storia che segue le fila del caratteristico racconto di formazione, gravato solo in parte da una certa inevitabile verbosità. Un piccolo grande film sul recupero dei sentimenti sulla base delle esperienze di una vita. Del resto, ogni fine contiene sempre un nuovo inizio.
Federico Mattioni, da “filmedvd.dvd.it”

Sicuramente la biografia di Tiziano Terzani è stata un viaggio appassionato e avventuroso compiuto in tempi in cui gli ideali contavano veramente qualcosa (come dovrebbe sempre essere e non è più). La sua passione per l’Asia, per una rivoluzione (im)possibile, per un giornalismo schiavo di niente sono elementi che naturalmente chiedevano e chiedono di essere impressi su carta o su pellicola. Ed è per questo che Jo Baier, documentarista famosissimo in Germania, si è cimentato nell’impresa di portare sugli schermi l’autobiografia del celebre giornalista.
C’è da dire che svolgere visivamente La Fine è il Mio Inizio, non poteva essere impresa facile perché racchiudere, in un’ora e mezzo, un racconto così intenso comportava molte trappole. Purtroppo Baier è riuscito soltanto in maniera parziale a rendere il tutto. Va, comunque, riconosciuto il coraggio, da parte di un documentarista, per aver realizzato un film assolutamente teatrale, dove due persone dialogano infinitamente di tutto. Bravissimi Bruno Ganz ed Elio Germano, che in certi punti sembra quasi in soggezione davanti al maestro tedesco, ma è il panorama (spirituale e materiale), in cui la “confessione” di una vita si svolge, che spesso risulta assolutamente didascalico.
Se il messaggio di Tiziano Terzani era quello di un’armonia cosmica dove le vite delle persone che ami, e da cui sei amato, si fondono fino a confondersi, tutto questo non sembra essere uscito fuori. Nella resa di Baier, è soltanto il personaggio di Tiziano Terzani ad avere un vero sviluppo (anche da fermo), tutti gli altri sembrano mere appendici. La moglie che sembra quasi una domestica, la figlia che fa solo un cameo, persino il figlio che è coprotagonista, sembra essere soltanto un cronista neanche troppo preso dalla situazione (non per colpa di Elio Germano). Ed è per questo che quel movimento in cui tutto si ricompone sembra non esserci.
Però il film, per quanto non riuscito fino in fondo, ha il merito di far conoscere l’opera e i pensieri di un grandissimo cronista dei nostri tempi e in una cosa non si può biasimare Jo Baier: forse nessun altro regista sarebbe riuscito a rendere perfettamente tutta la vita che è in quelle pagine.
Renato Massaccesi, da “filmfilm.it”

Al termine della sua vita densa di avvenimenti, il grande viaggiatore, appassionato giornalista e autore di libri di successo, Tiziano Terzani, si ritira a vivere con sua moglie nell’appartata casa di famiglia in Toscana. Vede chiaro in se stesso, è preparato a chiudere il cerchio della sua vita. Convoca a sé il figlio Folco, che vive a New York. Gli vuole raccontare la storia della propria vita, l’infanzia e la giovinezza a Firenze, i tre decenni trascorsi come corrispondente dall’Asia per il Corriere della Sera e Repubblica, e infine lo sconvolgente viaggio dentro sé stesso, quando a causa del cancro si congeda dal giornalismo e si apre a esperienze spirituali in Asia. Tre anni presso un grande saggio nell’isolamento dell’Himalaya diventano per lui l’esperienza decisiva. Gli rendono possibile guardare alla morte pacatamente. Ora Tiziano vorrebbe trasmettere queste esperienze al figlio Folco. Attraverso i dialoghi tra i due nascono momenti di grande intimità e si possono sciogliere vecchie tensioni padre-figlio. Dopo la morte del padre, Folco sparge le sue ceneri al vento dei monti della Toscana settentrionale. E pubblicherà il libro come suo padre gli aveva chiesto: “La fine è il mio inizio”.

L’unico momento che conta veramente è adesso

“Quando impari qualcosa da un uomo anziano, afferri ciò che sa, allora già ne hai conoscenza da giovane.”
– Folco Terzani

Erano soprattutto tre punti che destavano l’interesse di Ulrich Limmer per il libro di Tiziano Terzani: il forte legame padre-figlio, la riflessione sulla morte, uno dei grandi tabù del nostro tempo e il messaggio che trasmette: un uomo può cambiare se stesso. E se fa questo, allora può cambiare anche il mondo.
Lo ha impressionato anche il fatto che la riflessione di Tiziano Terzani sulla morte non lo spinge a un irrigidimento, bensì a portare avanti la propria vita. “Puoi fare qualcosa, puoi cambiare qualcosa. Così si chiude il cerchio, per Tiziano Terzani, ma anche per lo spettatore” – dice Limmer – “che esce dal cinema con una conoscenza”.
Per Limmer era avvincente anche il personaggio in quanto tale. Limmer: “Tiziano era un contemporaneo affascinante, il suo impulso era di voler mettere in movimento qualcosa. Ed era un formidabile interprete di se stesso, uno che sapeva mettersi in scena in maniera eccellente. “Il suo modo di apparire – abiti bianchi, baffi neri e, al termine della sua vita, capelli e barba lunghi e bianchi – è rimasto imponente fino alla fine.
Fin dal principio il produttore Ulrich Limmer e il regista Jo Baier, avevano in mente un solo interprete: Bruno Ganz.
Il regista e il produttore si sono incontrati con Bruno Ganz, che già apprezzava i film di Jo Baier, e che già da tempo voleva lavorare con lui. Quando ha sentito che il film si sarebbe dovuto reggere senza nessun flashback né visite in Asia e che avrebbe ruotato solamente intorno al padre e al figlio in un unico luogo, la casa dei Terzani, “i suoi occhi sono diventati grandi così”, racconta Limmer. Ha detto soltanto “davvero?” – ed è stato conquistato.
Effettivamente ruoli simili, così ricchi di testo e monologhi sono rari nei film, una grossa sfida, anche per un attore con tanta esperienza e talento come Bruno Ganz. Jo Baier: “Lui fa delle cose grandissime, il film in gran parte poggia sulle sue spalle. Occorre essere eccellenti attori per non far diventare i testi monotoni”.
La sceneggiatura è stata scritta da Ulrich Limmer insieme a Folco Terzani. Limmer: “Fin dal principio mi era chiaro che avremmo scritto una sceneggiatura non drammatica. Un grosso rischio. Ma effettivamente anche nella vita reale non c’erano grandi conflitti tra le persone chiamate in causa, nessuna tragedia. Persino il fatto che Tiziano muoia, egli non lo intende come un dramma. L’unico dramma, se poi si vuole parlare di dramma, è l’esistenza stessa della morte”. Il film nasce perché le emozioni tra i personaggi sono molto forti e assolutamente credibili: un uomo, che presto morirà, racconta della sua vita e delle sue esperienze. Limmer: “In realtà un’idea folle, fare un film simile. Ma lo stimolo era proprio questo: abbandonare i sentieri già battuti dalla drammaturgia tradizionale, e al posto dei conflitti mettere al centro la parola, la narrazione”. Folco Terzani ne è stato subito affascinato. “Fare la riduzione cinematografica di un dialogo, dove tutto dipende solo dalla bravura degli attori, dove le parole fanno nascere immagini nella mente, immagini che non sono mostrate. E’ davvero una “grande” storia, che effettivamente richiede una “grande” produzione. La nostra scelta era girare un film assolutamente semplice. In questa semplicità tu puoi quindi ritrovare la grandezza della storia”.
Un compito affatto facile, tanto più si dovevano ridurre le vaste memorie di Terzani per la trasposizione cinematografica e concentrarle su punti essenziali e decisivi.
La parte del figlio Folco Terzani è interpretata da Elio Germano. Il produttore Ulrich Limmer ne era entusiasta da quando lo aveva visto nel film MIO FRATELLO E’ FIGLIO UNICO. Ha dovuto gestire un ruolo difficile, una parte che richiede un “ascolto attivo”. Dato che non parla tedesco, ha imparato a memoria le parole chiave nei monologhi di Bruno Ganz, per poter reagire nel modo appropriato. Lui ha una forte presenza fisica, le sue emozioni si sviluppano sul suo viso. La moglie di Tiziano, Angela, è interpretata dall’austriaca Erika Pluhar. Nel suo libro, Terzani caratterizza il rapporto con sua moglie in una semplice frase: “Lei è stata tutto per me”. Nel corso degli anni la donna, due volte madre, che ha sempre seguito suo marito nei più svariati angoli del mondo, si è avvicinata lei stessa alla scrittura. Si è fatta conoscere come autrice con le sue annotazioni sul periodo che ha trascorso in Cina e in Giappone. Descrive suo marito come qualcuno che aveva una grande curiosità verso gli uomini e le loro condizioni di vita, verso la politica e l’arte. “Quanto più egli vedeva, tanto più era affascinato dalla vita. Era uno scopritore, sempre a caccia, finché non comprendeva di cosa si trattava. Era questa la sua grande passione. Fondamentalmente lui era molto semplice. Possedeva un forte senso etico ed estetico. Gli stava estremamente a cuore, dice Angela Terzani, il messaggio: “Prenditi cura tu stesso della tua vita, prendila in mano e non delegarla. Questo rende sovrani, e allora non siamo più povere vittime. Così egli è vissuto, con la schiena dritta e un bell’aspetto, fino all’ultimo giorno”.
Forse è questo che quando era in vita già attirava fortemente le persone verso di lui – lui che non orientava mai la sua vita secondo nessuna tendenza, ma coltivava valori che sembravano così fuori moda come la famiglia, la libertà e l’indipendenza del pensiero. Angela Terzani sa usare bene questa popolarità: “Ora non è più qui per se stesso, ma per gli altri. Desiderava che il suo messaggio diventasse di tutti. Questo non ha più nulla a che fare con me e con i figli”.
Per questo motivo la famiglia ha anche deciso che le riprese si sarebbero potute svolgere nella loro casa. Angela Terzani: “Il modo in cui ha vissuto, ha il suo posto qui, qui è più vero che da qualsiasi altra parte, e questa è la cosa più importante: che sia vero.”
Bruno Ganz è d’accordo: “All’inizio era sconcertante. Tutto appartiene a questa persona, che però non è qui, c’è sua moglie, suo figlio, e dopo sua figlia. All’inizio il grado di difficoltà era alto. Ma poi nel corso del tempo si è verificato il contrario. Si è iniziato a pensare che fosse una cosa fantastica, girare esattamente nel posto dove si è svolta la fine della sua vita.” Angela Terzani ha ammirato il modo in cui Bruno Ganz ha riportato in vita le parole di suo marito. Una delle scene più autentiche e cruciali è per lei il racconto che descrive la sua esperienza sull’Himalaya. Una scena chiave per Bruno Ganz, per così dire la vetta che doveva scalare per interpretare questo personaggio. La scena, di quasi 10 minuti, è molto lunga, e Ganz l’ha recitata per intero senza interruzioni.
L’operatrice delle riprese Judith Kaufmann, premiata quest’anno per il film “Die Fremde (When we leave)” con il “Deutscher Kamerapreis”, ha trovato per il film immagini suggestive e ricche di variazioni. Per lei era importante che si restasse ad ascoltare, che si entrasse dentro la storia. La Kaufmann: “Uno non sta automaticamente ad ascoltare quando vede il viso di chi parla. Abbiamo ricercato immagini che non illustrano il testo, ma che gli aggiungono qualcosa. Immagini dalla natura. Il crepuscolo e l’atmosfera di luce naturalmente erano molto importanti nel tema della caducità”. Per Judith Kaufmann è il tema centrale del film: rimanere fedeli a se stessi, cercare la propria via, non lasciarsi impaurire.
Le riprese si sono svolte nella Toscana settentrionale, sulla scena originale nella casa dei Terzani. A lungo lo staff della produzione era andato in cerca di un’altra casa – tre membri dell’équipe hanno viaggiato attraverso l’Italia per sei settimane, ma non hanno trovato nulla di paragonabile. O erano case coloniche ancora in esercizio, nelle quali le condizioni per le riprese sarebbero state difficili, oppure erano case per le vacanze con piscina in giardino, il che sarebbe stato inappropriato, visto che nella casa dei Terzani non c’è piscina – e lì non c’entrerebbe neanche nulla.
In realtà non si voleva neppure invadere troppo la sfera intima della famiglia – dopotutto si trattava pur sempre di far salire su per la montagna un grosso apparato di oltre 40 persone. Tuttavia visto che non si trovava nessun altro luogo, si è ritornati in Toscana. Una decisione che si è rivelata una benedizione, poiché quel posto era un’incredibile fonte di ispirazione. Limmer: “Là ho compreso intuitivamente moltissimo di questa famiglia e della costellazione tra padre e figlio.” Quest’atmosfera particolare si è riversata anche sullo staff. Si lavorava con molta concentrazione, e nonostante ovviamente la sera si mangiava tutti insieme, si beveva e discuteva animatamente, ognuno cercava anche il silenzio.
Prima che il piccolo paese conseguisse una certa notorietà attraverso i Terzani, era un luogo dimenticato dal mondo. La vallata si trova al confine con l’Emilia Romagna. Il padre di Tiziano, un semplice operaio, lì aveva iniziato a sciare, su degli sci che si era costruito da solo con pezzi dello steccato del giardino. Tiziano veniva qui fin da quando era un bambino, e nel corso della sua vita il paesino di montagna, con i suoi pastori e i castagni, sono rimasti il suo rifugio.
Quanto più lontano era attirato nel mondo, tanto più questo nascondiglio tra i monti diveniva importante. Al Tiziano più attempato piaceva soprattutto il fatto che la tecnologia e l’industrializzazione non erano mai arrivati nella “sua” valle, che conservava la sua quiete. La particolarità di questo luogo influisce anche sull’autenticità del film – LA FINE E’ IL MIO INIZIO non è un prodotto di fantasia, ma la trasposizione cinematografica di una reale storia di famiglia e di vita.
da “quellicheilcinema.com”

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