Jane Eyre

Jane Eyre è un’orfana destinata a crescere in una scuola cattolica e molto rigida. Compiuti 18 anni, viene assunta da Mr. Edward Rochester come istitutrice della piccola Adele. Il padrone di casa riconosce immediatamente in Jane un animo affine e se ne innamora, celando i suoi sentimenti dietro una fredda e quasi ostile indifferenza. Lentamente, tra i due nasce un’amicizia e, quando l’uomo decide di dichiararsi all’umile istitutrice, lei, sorpresa, accetta di sposarlo. Purtroppo, il giorno del matrimonio, si scopre che Rochester nasconde un terribile segreto tra le mura della tenuta di Thornfield Hall. Jane decide di fuggire, ma qualcosa la terrà per sempre legata all’uomo che ama e, dopo anni, riuscirà a tornare da lui.
Un film capace di penetrare “fino alle più intime fibre dell’essere”, forse così l’avrebbe definito la stessa autrice del romanzo. Dalla prima scena di Jane Eyre, ci si ritrova completamente stregati, dolcemente intrappolati in una pellicola insolita, in una rilettura audace e considerevole dell’opera diCharlotte Bronte. La chiave di lettura è estremamente insolita e il giovane regista Cary Fukunaga, al suo secondo lavoro, porta avanti una storia immortale e appassionata, immergendola in un contesto gotico, misterioso e portando alla luce il lato più oscuro della vicenda. La sceneggiatura di Moira Buffini, apparsa nella Brit List del 2008, e reputata una delle migliori della produzione britannica, tratteggia la psicologia dei protagonisti dipingendo tra loro sottili e invisibili connessioni spirituali.
La pellicola si apre con la disperata fuga di Jane dalla tenuta di Rochester e ripercorre la storia con continue prolessi che evidenziano frammenti della sua tormentata infanzia. Inizialmente, pone l’attenzione sulle continue relazioni tra Jane e il mondo immaginario in cui, talvolta, il suo spirito si rifugia, fino al momento in cui, nella scuola dove viene educata, la sua amica Helen le sussurra una frase che porterà con sé per tutta la vita: “C’è un mondo invisibile tutto intorno a te, un regno di spiriti delegati a vegliare su di te, Jane.” Anche alla piccola Adele insegnerà a popolare la sua esistenza di elfi, folletti e spiriti benevoli e perfino Rochester si renderà conto del legame invisibile che lo vincola a Jane. Nella sua singolare dichiarazione d’amore, la definisce creatura rara e ultraterrena e, infine, ribadisce: “Qualche volta ho nei suoi confronti una sensazione curiosa, specialmente quando mi è vicina, come ora. Mi sembra di avere una corda nella parte sinistra nel mio petto strettamente legata a una corda analoga nella parte corrispondente della sua personcina. E se mare e terra si frapporranno tra noi, temo che quella congiunzione andrà spezzata, e ho la convinzione che comincerò a sanguinare dentro.. quanto a lei.. mi dimenticherà!”
Oltre ad enfatizzare il lato gotico del romanzo, Fukunaga riesce a realizzare ogni scena facendo partecipare l’intero paesaggio e ogni elemento della scenografia allo stato d’animo dei personaggi. La pioggia, il cielo d’acciaio che sovrasta i campi lunghi, il rigido paesaggio invernale della brughiera del Derbyshire, rispecchiano l’amore sofferto di Jane e, nella tranquilla campagna inglese della tenuta di Haddon Hall, dove sono state fatte le riprese, persino la luce, che si diffonde tra i rami, sembra raccontare la sua storia. La struggente colonna sonora del Premio Oscar Dario Marianelli traccia prepotentemente, con il violino o con le sonate al piano, invisibili binari, che fungono da linee guida per la fotografia e il montaggio. Le note e la fotografia sono le fondamenta su cui si poggia la storia e i bellissimi dialoghi tra i protagonisti sono soltanto la manifestazione più esplicita di quello che già, da soli, i primi piani e i dettagli riescono a comunicare. I campi lunghissimi, le immagini perfettamente simmetriche, le riprese dall’alto e le lente carrellate all’indietro sono impreziosite dagli stacchi violenti nel montaggio, ma soprattutto dall’interpretazione di Mia Wasikowska (al cinema anche con Restless diVan Sant ), austera e incantevole Jane Eyre, e di Michael Fassbender(Bastardi senza gloria, X-men – L’inizio, A Dangerous Method), avvenente e tormentato Rochester. Sicuramente la loro presenza conferisce un’impostazione notevolmente più appassionata e moderna rispetto alla versione elegante ma distaccata di Jane Eyre di Zeffirelli (1996). “Il cuore umano cela tesori, nel segreto tenuti, tra il silenzio sigillati; i pensieri, le speranze, i sogni, i piaceri, il cui incanto si infrangerebbe se venissero rivelati”(Evening Solace), scrisse la stessa Charlotte Bronte. Ecco perché la pellicola di Fukunaga affida questi tesori alla terra, alla pioggia e al gelo che, nel silenzio, racchiude tutti le speranze più intime. Soltanto il vento avrà la facoltà di rivelare i suoi segreti con flebili sussurri, percettibili solo tra spiriti affini legati da fili impalpabili che, per sempre, li terranno connessi l’uno all’altra, come Jane e il suo cupo Mr. Rochester.
Di Cristina Coccia, da storiadeifilm.it

Jane Eyre fugge da Thornfield Hall, una tenuta enorme ed isolata dove lavora come istitutrice per Adèle Varens, di cui è tutore l’opprimente padrone di casa, Edward Rochester. La maestosa dimora – e il carattere autoritario di Rochester – hanno messo a dura prova la sua resistenza. Jane non ha un posto dove andare e viene accolta dal pastore St. John Rivers e dalle sue sorelle. A Moor House, la residenza dei Rivers, Jane si riprende e ripercorre con la mente i tumultuosi eventi che l’hanno spinta a fuggire, domandandosi se il passato sia davvero passato…
Negli anni, al pari di altri classici come Orgoglio e Pregiudizio o Cime Tempestose, il celeberrimo romanzo di Charlotte Bronte è stato portato sugli schermi cinematografici e televisivi decine di volte. L’adattamento firmato nel’96 da Franco Zeffirelli – patinato, pomposo, un po’ troppo manieristico ed impersonale – è probabilmente quello che tutti ricordiamo meglio. Questa nuova appassionata versione, realizzata da Cary Fukunaga (già apprezzato regista di Sin Nombre) si avvale della sceneggiatura di Moira Buffini, che riesce nell’impresa di ridurre senza snaturare l’opera della Bronte; di restare fedele allo scritto mettendo in risalto soprattutto gli aspetti cupi e gotici della vicenda, guardando al di là del romanzo di formazione e della tormentata storia d’amore fra la giovane istitutrice ed il tenebroso padrone di casa.
A differenza dei predecessori, il regista sceglie di raccontare la storia narrata dalla Bronte senza seguire l’esatta cronologia degli eventi. Il film si apre dunque con Jane Eyre che, sconvolta, lascia l’isolata e lugubre dimora di Mr. Rochester e fugge nella brughiera. Poi, attraverso una serie di flash-back, verremo a conoscenza del passato e della sfortunata infanzia della protagonista, del suo arrivo a Thornfield Hall, e dello sbocciare del sentimento che la lega indissolubilmente al misterioso padrone di casa.
Mia Wasikowska e Michael Fassbender sono il maggior punto di forza della pellicola. Entrambi perfetti per i ruoli che sono stati chiamati a portare sullo schermo, offrono entrambi delle ottime prove attoriali.
Mia Wasikowska è un’ottima Jane e riesce perfettamente a far trasparire il turbine di emozioni che si agitano nel profondo della protagonista, nonostante l’apparente distaccata freddezza, imposta dalla rigida educazione ricevuta e dalle convenzioni sociali dell’epoca. Michael Fassbender è ombroso, sarcastico, umorale e rabbioso quanto basta per nascondere la frustazione dell’animo romantico ferito di Edward. Fra Jane e Rochester l’attrazione e la tensione sessuale è palpabile, anche se rinnegata e repressa dal rigido codice morale che i personaggi si autoimpongono.
Fra gli altri ottimi protagonisti, la sempre splendida Judi Dench nel ruolo della governante di casa Rochester, la bonaria signora Fairfax; Jamie Bell in quello del pastore St. John Rivers, missionario con un’idea assai strana dell’amore; Sally Hawkins nei panni dell’odiosa zia Sarah; Imogen Poots e Valentina Cervi.
Splendide le ambientazioni buie ed inquietanti, l’accurata ricostruzione dell’Inghilterra vittoriana attraverso i mille particolari delle imponenti scenografie ed i bellissimi e dettagliati costumi di Michael O’Connor. Un plauso particolare alla fotografia, ad opera di Adriano Goldman.
Da cineblog.it

Gli avvenimenti narrati da Charlotte Brontë nel romanzo omonimo, che siano quelli dell’infanzia difficile o della sua permanenza a Thornfield Hall come giovane istitutrice, in questo film vengono rispettati pur essendo presentati in un diverso ordine cronologico, attraverso i ricordi che emergono dalla mente di Jane dopo la sua esperienza a Thornfield. Una soluzione del genere non altera la corretta narrazione della vicenda, anzi: si tratta di una buona soluzione volta a trasporrere in maniera interessante un romanzo che già tante volte è stato oggetto di trasposizioni sia cinematografiche sia televisive.
L’obiettivo prefissato non viene raggiunto solo a livello narrativo, tagliando ove necessario senza omettere nulla di fondamentale, così come non viene raggiunto solo a livello visivo grazie agli ottimi costumi e alle ottime scenografie. Ciò che conta è che del romanzo sia stato salvato, meglio ancora esaltato, il cuore. Il temperamento di Jane che, attraverso i suoi dispiaceri di essere umano più volte maltrattato, si forgia e s’impone anche con personalità complesse come quella di Edward Rochester, riesce a emergere in tutta la sua umanità. Il temperamento di Rochester, per lei disorientante nei modi e nelle sue rivelazioni incomplete, emerge altrettanto nelle sue affascinanti sfaccettature e contraddizioni. Essendo l’incontro-scontro di tali personalità il cuore principale del romanzo, sullo schermo si ottiene, soprattutto si trasmette, l’altrettanta resa di pari intensità e spirito.
Certamente le location inglesi, specie quelle esterne nei parchi e nei boschi, hanno aiutato molto a conferire al film la giusta atmosfera, così come determinante è stata la cura riservata anche alla realizzazione degli interni ottenendo, in entrambi i casi, di restituire con molta fedeltà quanto descritto nel libro. La stessa cura si trova anche nella realizzazione delle inquadrature, dalla posizione dei personaggi all’uso delle candele che li accompagnano nei meandri notturni di Thornfield, con degli effetti di chiaro-scuro che coincidono con la cupa atmosfera della tenuta. L’uso del contrasto tra luce e ombra tornerà più avanti, quando il viso in primo piano di Jane sarà inquadrato nella penombra per essere improvvisamente illuminato dalle fiamme, del camino di fronte a lei, accese da Rochester. Accensione che, tra l’altro, pare alludere a un episodio futuro che coinvolgerà la tenuta e le loro vite.
Tuttavia la cura impiegata nella realizzazione del film non lo penalizza subordinandone la parte emotiva a quella visiva, ma la mantiene salda oltre che fedele a quanto trasmesso dalle pagine suggestive del romanzo. In ciò contribuisce soprattutto l’interpretazione degli attori, scelti di già provato talento – Judi Dench, nel ruolo della signora Fairfax e Michael Fassbender in quello di Rochester – fra i quali Mia Wasikowska risulta capace pur essendo agli inizi. Tutti al servizio di un film che si pone tra le tante versioni di questo romanzo ottocentesco, ma realizzato in modo tale da trasmetterne ancora la vitalità dell’essenza quanto il fascino della trama.
Di Tiziana Cappellini, da cinefile.biz

Jane Eyre è un’orfana affidata alle poche amorevoli cure di Mrs. Reed, una zia crudele che le negherà l’amore e rimetterà la sua (buona) educazione al collegio di Lowood. Dieci anni e troppe umiliazioni dopo ne uscirà temprata e desiderosa di cominciare una nuova vita a Thornfield, una tenuta immersa nella campagna dello Yorkshire, dove viene assunta come istitutrice. Tra una lezione di aritmetica e una di musica scontra e incontra l’inquieto Edward Rochester, signore della casa e presto del suo giovane cuore. Decisi a resistere al sentimento che li tormenta, vanno e tornano da Thornfield per non cedere alla tentazione di amarsi. Ma l’amore li vincerà e li condurrà all’altare, dove Jane scoprirà la natura dell’instabilità di Rochester. Incapace di gestire rivelazione e dolore si allontanerà dall’amato, scegliendo per sé una vita di silenzio e rassegnazione. Ma gli anni e la solitudine porteranno consiglio al suo cuore e alla sua intransigenza.
Non è facile ridurre il lungo e complesso romanzo di Charlotte Brontë senza il rischio di snaturarne o peggio epurarne pagine e anima. Ciò nondimeno riescono nell’impresa Moira Buffini, sceneggiatrice inglese, e Cary Joji Fukunaga, regista californiano, sceneggiando una versione struggente e ‘integrale’ di “Jane Eyre”. Popolare storia d’amore vittoriana di cui propongono una soluzione non lineare, che coglie la protagonista in media res e recupera nei flashback gli avvenimenti passati. Nella brughiera battuta con indistinguibile disperazione dalla Cathy di Emily Brontë, avanza a fatica e inciampa fiaccata la Jane di Mia Wasikowska, sospesa tra passato e futuro per dimenticare il presente e l’uomo che incontenibilmente lo abita. Jane Eyre, biograficamente prossima alla sua creatrice, è un’(anti)eroina in bilico tra diurno e notturno, tra un happy end mancato e un incipit riparatore, tra un romanzo gotico e uno di formazione, tra convenzioni borghesi ed evasioni fantastiche prodotte fin da bambina dalla sua mente visionaria ed eccitabile, che il film visualizza nei disegni, nella stanza rossa, nei presagi notturni, nelle allucinazioni dietro la porta e sotto la neve, nelle bizze del cavallo montato da Rochester.
La trasposizione di Fukunaga coglie il cuore di “Jane Eyre” e si insinua nei suoi movimenti, nei paesaggi mossi e negli ambienti scuri, rivelando un libro diviso in due, indeciso tra tradizione e rivoluzione. Dallemoorland britanniche muove allora una versione tutt’altro che moralista (e zeffirelliana), che radicalizza il conflitto tra Jane e il suo ambiente ritualizzato e attribuisce al Rochester volubile ed erotizzante di Michael Fassbender una funzione meno marginale. La prepotente volontà di sposare Jane del suo Rochester fa impallidire la prova di William Hurt nell’omonimo e impersonale dramma di Zeffirelli, che sopprime la proposta di bigamia e il sacrificio coniugale sopportato dal protagonista per sostenere il prestigio di famiglia con le ricchezze della moglie pazza e rimossa in soffitta. Fedele al testo ma sopra a ogni cosa alle diverse capacità di produzione del cinema, il regista si avvale di tutte le unità formali del mezzo e di due attori capaci di ‘riscaldare’ il freddo che affligge le case vittoriane, di accendere i personaggi letterari, di illuminarli e di chiuderli, di cogliere le possibilità implicite nel romanzo, di riprenderle e rimodellarne nei duetti dialogati che urlano intimi travagli e ‘brillano’ il mondo claustrofobico che Jane ed Edward si sono costruiti. Come Jane sul punto di cedere all’insistente offerta di St. John Rivers intende il richiamo di Rochester, così Mia Wasikowska e Michael Fassbender comprendono quello di Charlotte Brontë e avanzano alla ricerca di una vita mancata. Da rileggere e da (re)interpretare.
Di Marzia Gandolfi, da mymovies.it

È un gioco di flashback la nuova trasposizione cinematografica di Jane Eyre firmata Cary Fukunaga e che ha come protagonisti la giovane Mia Wasikowska e l’attore rivelazione del momento Michael Fassbender. La nuova Jane Eyre e il nuovo Rochester vivono il loro amore con una passione più slanciata e peccaminosa, dove è nel passato di entrambi che si annidano le forze opposte alla loro relazione.
Il classico di Charlotte Brontë acquista una componente più cupa e visionaria, ma il regista Fukunaga non si discosta dall’essenza del romanzo, confezionando una pellicola che trasmette alla perfezione la forza rivoluzionaria di questa passione proibita dalle regole sociali dell’età vittoriana.
Infine, non bisogna sottovalutare la bravura e la presenza scenica dei due protagonisti Mia Wasikowska e Michael Fassbender, già rodati attraverso i loro precedenti film (Alice in Wonderland per lei e A Dangerous Method per lui) ad avere una immagine allo stesso tempo composta e tormentata, che non ha paura del paragone con la Jane e il Rochester più famosi, ovvero Charlotte Gainsbourg e William Hurt, eroi romantici della versione di Franco Zeffirelli.
Di Federica Paladini, da elle.it

Quante volte Jane, e quante volte Rocherster. La prima trasposizione cinematografica è del 1910, l’ultima una serie televisiva della BBC, nel 2006. Ma perché ancora Jane? Perché fare un altro film?
Le generazioni è vero si avvicendano e i linguaggi mutano. L’ultima Jane cinematografica è stata Charlotte Gainsbourg, diretta nel ’95 da Zeffirelli, con William Hurt nella parte di un assai estraniato Eduard Rochester; il migliore resta l’indimenticabile Orson Welles, nella versione di Robert Stevenson, La porta proibita, con Joan Fontaine.
Esce il film e si legge, o rilegge, il romanzo. Sfugge così all’oblio una storia del XIX secolo, scritta da Charlotte, una delle sorelle Brönte. Tra le pagine è raccontato il coraggio, il riscatto e l’intelligenza di una giovane donna capace di una passione profonda, ma capace anche di rinunciarvi, per il rispetto di se stessa. Romantica e realista, idealista e concreta, Jane vuole essere libera e onesta. La sua bellezza è sfocata, emerge a tratti, per poi nascondersi di nuovo, ma è una delle donne più amate della letteratura ottocentesca, da Rochester e dai lettori.
Di nuovo al cinema, ora nella versione del californiano Cary Fukunaga (Sin Nombre), con la sceneggitura di Moira Buffini (Tradimenti all’inglese). Qualche sottrazione, qualche modifica – ma sarà lo spettatore ligio brontiano a farne scoperta – la passione è più esplicita; c’è più corpo, riscaldato tra legittimità e illegittimità. Locations reali, luci naturali e la macchina a mano che rileva con immediatezza la lotta interiore di Jane, divisa tra passione e una vita protetta nell’alveo delle convenzioni. Thornfield, al cinema è il magnifico Haddon Hall, nel Derbyshire, umido di una gelida pioggia che bagna anche le rose di maggio.
La tinta dominante è gotica e il mondo vittoriano è desunto dalle pitture di Mary Ellen Best, ma virando verso il monocromatico: il colore si accende con parsimonia solo quando interviene la natura, presente ma scarsamente vitale. La cronologia del romanzo è spezzata, ricostruita con lunghi flash back. Si parte dalla protagonista in fuga da Thonfield, e da Rochester, e soccorsa in fin di vita da St John Rivers, qui personaggio non sacrificato come in alcune passate versioni, ma funzionale alla contrapposizione tra amore e convenienza. Michael Fassbender erotizza lo schermo negando però la passionale crudeltà di Rochester, giocata sulla costruzione di equivoci che nel libro sostituiscono il contatto dei corpi. Jane, interpretata da Mia Vasikowska (I ragazzi stanno bene), conferma di non essere una fanciulla perseguitata, in fuga e bisognosa di ricovero; ha il coraggio e la percezione del valore dell’indipendenza. Per lei è certo che, se non può essere amore, almeno sia libertà.
Forse Jane è controcorrente ancor oggi. Da molte generazioni è l’emblema dell’antieroina che non capitalizza la sua bellezza. Non la possiede e non è sua preoccupazione costruirla. Jane, non va a cene eleganti. E’ bruttina, ma suscita una grande passione. E’ autonoma nei giudizi, intelligente e determinata. Non si omologa, ma osserva le regole, discutibili che siano, per rispettare se stessa; e senza eccessi e con passo certo è capace di sospingersi laddove sono felicità e dignità. Allora, per questo, ben venga Jane, ogni venticinque anni e sempre dalla parte delle bambine.
Di Fabrizia Centola, da nonsolocinema.com

“Jane Eyre” è un film drammatico diretto da Cary Fukunaga e basato sull’omonimo e celeberrimo romanzo inglese di Charlotte Bronte.
In “Jane Eyre” Jane è un’orfana con un’infanzia terribile. Affidata prima ad una zia che l’ha sempre odiata e rifiutata e poi ad un colleggio rigidissimo e crudele, Jane cambia vita quando trova lavoro come istitutrice presso la grande dimora di Edward Rochester. Quando la giovane e riservatissima Jane conosce di persona l’affascinante signor Rochester fra loro scatta subito qualcosa che però non riuscirà a manifestarsi apertamente con facilità a causa delle loro enormi differenze sociali…
Il nuovo “Jane Eyre” di Cary Fukunaga non si discosta poi molto dal suo celebre omonimo del 1996 firmato Franco Zeffirelli. Allora c’era la bravissima e magnetica Charlotte Gainsbourg, oggi c’è l’altrettanto capace e particolare Mia Wasikowska. La verità è che la storia di Jane Eyre è talmente bella e affascinante che bisognerebbe essere davvero delle nullità per riuscire a rovinarla.
Nel caso della versione 2011 di Fukunaga gli elementi vicenti di questa storia d’amore appassionata e appassionante rimangono intatti: di fatto guardare questo film è come leggere tutto d’un fiato un lungo romanzo di quelli che ti inchiodano alle pagine e che rendono impossibile smettere di leggere. Jane Eyre è un’eroina con la quale non si può non entrare in sintonia e in empatia. Le sue sofferenze, la sua dignità, la sua intelligenza, la sua capacità di amare in maniera totale – e pertanto coraggiosissima – fanno di lei un personaggio che si “attacca” al cuore di chi la legge o di chi la guarda.
Se avete voglia di un sempre splendido classico d’altri tempi affidatevi senza remore a “Jane Eyre”. Non vi deluderà.
Di Luisa Scarlata, da cineradar.it

“Jane Eyre”, scritto nel 1847 da Charlotte Brontë (la più anziana fra le tre sorelle inglesi), ha subito numerosi adattamenti cinematografici e televisivi. Il più recente è firmato Cary Joji Fukunaga (“Sin nombre”) e interpretato da Mia Wasikowska (“Alice in Wonderland”, “I ragazzi stanno bene”), Michael Fassbender (“Bastardi senza gloria”, “X-Men – L’inizio”) e Jamie Bell (“Billy Elliot”, “The Eagle”). Il regista, americano ma di origini giapponesi e svedesi, ha accettato ben volentieri di collaborare alla realizzazione del film, rivelando di aver già pensato in passato di lavorare sul romanzo.
Basata su tonalità cupe, quasi gotiche, la pellicola può contare di numerosi punti di forza: a cominciare dalle sorprendenti interpretazioni sia della Wasikowska, un volto promettente del cinema moderno ed in continua ascesa, sia di Fassbender, nel ruolo dell’ombroso e quasi byroniano Rochester. I due si completano e rendono in modo concreto e veritiero la repressa attrazione che intercorre tra i due protagonisti, costretti tra le formalità e le regole dell’epoca. I costumi (realizzati da Michael O’Connor) e le ambientazioni hanno contribuito alla perfetta ricostruzione dell’Inghilterra del diciannovesimo secolo e alla creazione delle atmosfere tetre che circondano Thornfield Hall. Nonostante una struttura temporale completamente diversa da quella del romanzo, il film è molto lineare e non presenta particolari difficoltà di comprensione anche a chi risulta essere completamente avulso alla vicenda. La fotografia del brasiliano Adriano Goldman incornicia perfettamente il lungometraggio, attenuando la differenza tra “lati luminosi” e “lati oscuri”, regalando alla dimora di Rochester uno stile paragonabile a quello dell’Overlook Hotel di “Shining”.
Il “Jane Eyre” di Cary Fukunaga è un delicato adattamento cinematografico di un classico della letteratura inglese in toni dark, ma non per questo ostico da digerire: le due ore della proiezione saranno un piacere sia per chi non è estraneo ai romanzi dell’epoca vittoriana, sia per chi ha solo intenzione di vedere un buon film.
Di Giulia Crucitti, da filmedvd.dvd.it

NEL 1857 USCÌ MADAME BOVARY, scritto da un maschio francese che rivendicava una totale identificazione con la sua scervellata eroina. Dieci anni prima, con lo pseudonimo maschile di Currer Bell, una signorina inglese aveva pubblicato il romanzo di una istitutrice caparbia e intelligente, con qualche tocco autobiografico. Orfana,maltrattata dagli zii, educata in una orribile scuola per ragazze, la povera Jane Eyre conquista il ricco e assai scontroso Edward Rochester. Al momento del sì, scopre che lui ha una prima moglie pazza e la tiene chiusa nella soffitta (chi altri avrebbe potuto far scempio, la notte prima, del velo nuziale nella stanza della futura sposa?). Lui le propone il concubinato, lei rifiuta, e con il cuore straziato scappa nella brughiera. Sotto la pioggia, certo, che si confonde con le lacrime.
Dopo una valanga di Jane Austen – nelle versioni in costume con Keira Knightley, ammodernate con zombie, ribattezzate Carrie Bradshaw o Bridget Jones – viene finalmente il turno di Charlotte Brontë (oltre che delle sue talentuose sorelle). Nelle sale è uscito Jane Eyre di Cary Fukunaga, regista mezzo californiano e mezzo giapponese che ha scelto per la sua prima pellicola in costume una coppia di attori bravissimi. Sono Mia Wasikowska, già Alice per Tim Burton, e Michael Fassbender, coppa Volpi a Venezia per Shame. Presto (speriamo) arriverà Cime tempestose di Andrea Arnold, dal romanzo di Emily Brontë, e con un attualissimo Heathcliff di pelle nera (non è un’invenzione da appassionati del multiculturalismo, era già nel romanzo). Le terza sorella scrittrice si chiama Anne. Da ragazzine avevano riempito quaderni di storie fantastiche in calligrafia minuscola. Pubblicarono un romanzo ciascuna nel 1847, oscurando rivali come Charles Dickens e William Thackeray, con La fiera delle vanità.
«Siamo tutte jane eyre», verrebbe voglia di dire alla fine dello splendido film, quando Jane e Rochester si ritrovano sotto un albero. Lei ha sentito il richiamo di una voce misteriosa, si è precipitata a Thornfield Hall, lo ha trovato malconcio, ma ancora innamorato. Mica facile però. Servono almeno un’infanzia difficile, una cocciutaggine non comune, un’idea di bellezza particolare: siamo nell’unico romanzo d’amore in cui entrambi ammettono di non essere avvenenti, e se lo dicono in faccia. Su tutto, la convinzione che bisogna combattere da sole, nella vita nessuno ti aiuterà.
Serve anche una certa disinvoltura, diciamo così, nei rapporti tra femmine. Mai, neanche per un momento, Jane Eyre si commuove per la sorte di Bertha Mason, la moglie pazza e incendiaria. Ha occhi solo per Rochester, vittima in gioventù di un matrimonio combinato e disastroso. Le femministe, al contrario, hanno rivolto la loro attenzione alla “matta nella soffitta” (diventato il titolo di un saggio sulla misoginia nella letterattura vittoriana) e sulle sue origini giamaicane (che hanno spinto Jeanne Rhys a scrivere Il grande mare dei Sargassi, per dare voce alla ragazza arrivata dalle colonie).
Basta un dialoghetto tratto dal film per capire quanto poco Jane Eyre appartiene alla cultura del piagnisteo (copyright Robert Hughes: il critico d’arte australiano che satireggia le minoranze in cerca di riscatto attraverso le quote). Bastano due battute per capire quanto poco la ragazza sia propensa alle lagne, e quanto invece abbia intenzione di prendere in mano il proprio destino, non importa se le condizioni di partenza sono a dir poco sfavorevoli. «Come tutte le istitutrici, lei avrà vissuto un’infanzia difficile e avrà una lunga storia di disgrazie da raccontarmi » provoca Rochester, la prima volta che si incontrano nel salottino. «Niente affatto» risponde lei, che invece l’infanzia tormentata l’ha avuta, eccome. Odiata dalla zia (che poi le giocherà un altro brutto tiro), in collegio vede morire di tubercolosi la sua unica amica. Ora fa da istitutrice a una viziata bambina francese in una tenuta fuori dal mondo, forse infestata dai fantasmi.
Jane Eyre tace sulle proprie disgrazie per non farsi compatire. Ma ha la lingua sciolta quando esprime le sue opinioni, o si dichiara in disaccordo con quelle altrui. Pronuncia le parole con aria dimessa – resta comunque una serva al cospetto del padrone – ma spesso son frecciate. Rochester, che ha l’aria di non essere stato mai contraddetto in vita sua, comincia a prenderci gusto. A convocare l’istitutrice sempre più spesso, anche per qualche passeggiata in campagna. Ad ammirare i disegni della ragazza, che «non sono copiati da nessuno» come precisa Jane. Pare chiaro adesso perché Madame Bovary ha dato origine alla parola bovarismo, perché Jane Austen sia l’antenata di ogni ragazza in cerca di marito, e perché invece Jane Eyre non ha il suo aggettivo.
E perché, se cerchiamo qualche Jane attorno a noi, fatichiamo a trovarla. Troppo indipendente per fare gruppo, e per lasciarsi scappare una parola sulla sorte condivisa dalle altre donne. Troppo intelligente per non trattare gli uomini alla pari, anche quando ne è innamorata pazza (e lui è l’unica compagnia possibile in mezzo alla brughiera). Troppo attaccata ai suoi principi per rassegnarsi a fare l’amante. Preferisce scappare, cambiar nome, ricominciare da capo.
Troppo? Be’ bisogna pure avere dei modelli, come diceva Woody Allen a Diane Keaton che lo aveva accusato: «Ma tu ti credi Dio». E tutte noi ci proviamo, a imitare Jane Eyre. Magari senza riuscirci sempre, magari a rischio di renderci antipatiche, ma ci proviamo. Del resto Rochester, che ama Jane e che, per vincere le resistenze della ragazza, cerca di farla ingelosire invitando a Thornfield Hall una bellona di nome Blanche, parla di lei come di «una rosa piena di spine». Viene in mente Cary Grant che diceva a Katharine Hepburn, inSusanna: «Mi potresti anche piacere, nei momenti di calma. È che con te non ci sono mai momenti di calma». Già, perché se vogliamo trovare a Jane Eyre una discendenza, la troviamo più facilmente nelle commedie sofisticate degli anni Trenta e Quaranta, che nelle commedie romantiche di oggi.
Jane Eyre è la fanciulla che osa aprire La porta proibita, come diceva il titolo italiano del vecchio film con Merle Oberon e Laurence Olivier, ricordandoci che sotto sotto c’è la storia di Barbablù. Il nuovo film ha il merito di ridare la giusta differenza di età ai due protagonisti: nel romanzo di Charlotte Brontë, tutto accade prima che Jane compia venti anni. Anche se quelli erano altri tempi, prendiamo esempio: conviene sbrigarsi a far le cose, senza considerarsi eternamente giovani (per esempio, in materia di figli).
Non vi consigliamo la pettinatura a crocchia, né certi vestiti accollati tutti uguali. Jane rifiuta perfino di mettersi una spilla, e mentre fa tappezzeria sopporta eroicamente le signore da salotto che sparlano delle istitutrici. Ma se Anna Wintour porta sempre lo stesso caschetto da anni, e da altrettanti non si cura dei pettegolezzi, forse qualcosa vorrà dire. Copiare Jane Eyre costa fatica, ma le soddisfazioni sono dolcissime.
Di Mariarosa Mancuso, da leiweb.it

La storia, nota a tutti, è una sorta di “Doppelganger”, ovvero un doppio della vita di una persona. E in realtà le analogie tra le figura di Jane femminista ante litteram dell’era Vittoriana e la vera vita della scrittrice sono veramente tante. Lei e le sue sorelle, tra cui Emily nota per “Cime tempestose”, crescono nella Clergy Daughter’s School di Cowan Bridge nel Lancashire dopo la morte della madre da piccole. Ne moriranno due di stenti. A quel punto alla povera Jane non resterà che diventare istitutrice di qualche ricca famiglia. E il suo fato la porta al cupo castello di Thornfield per occuparsi della piccola Adèle, pupilla del byroniano Edward Rochester. Sarà passione, ma avversata da un segreto inconfessabile e dalle convenzioni bigotte dell’epoca. Sua unica confidente la vecchia governante Mrs. Fairfax.
Il film inizia con la fuga di notte della nostra eroina sotto le note quasi horror di Dario Marinelli. Jane Eyre sarà accolta dalla famiglia caritatevole del pastore St. John Rivers. Con lui e le sue due sorelle tutto sembra andare meglio ma i nodi del passato ritornano e vanno sciolti. Dopo aver rifiutato la proposta di matrimonio del Pastore, Jane tornerà sui suoi passi per ritrovare l’unico uomo della sua vita.
Al di là della storia di una donna coraggiosa, “Jane Eyre” è un’esplorazione della profondità più oscure dell’essere umano. E tutto il film è su toni cupi, a cominciare dalla casa di Rochester, sita a Haddon Hall in Gran Bretagna fino agli abiti della protagonista.
Il suo incontro con Rochester è segnato da una caduta di cavallo del cavaliere. Ma pian piano, gli orizzonti si rischiarano almeno apparentemente. Jane trova per la prima volta una famiglia amorevole e due nuove sorelle. I personaggi femminili sono tutti molto belli e sfaccettati. La povera Jane è Mia Wasikowska, scoperta da Tim Burton in “Wonderland”, fortissima nella sua fragilità apparente. Accanto a lei la gran dama del cinema ingleseJudi Dench nei panni dell’anziana governante, ruolo solo apparentemente di secondo piano. I due uomini, Rochester e St. John sono come la luna e il sole. E il primo è un affascinante Michael Fassbender, recentemente premiato a Venezia. Anche lui, come Jane ha molto sofferto ma nasconde il suo dolore con la maschera del cinico. Tra l’altro, lotta al pari dell’eroina contro le convenzioni, innamorandosi e chiedendo in sposa una donna di classe sociale inferiore. Al contrario il pastore è un poveraccio che vuole solo chiudere la donna in trappola, relegandola come si faceva all’epoca a moglie e madre.
La chiave di lettura scelta da Fukunaga è molto gotica. Del resto il romanzo della Bronte rientra nel genere “Female Gothic” molto in voga dal tardo 700 al primo 800, scritto dalle donne per le donne per contrastare la loro condizione di “angelo del focolare”. C’è un’attenzione quasi viscontiana per i dettagli nella scelta delle location e dei costumi. Bella la fotografia e la musica di Dario Marinelli che omaggia palesemente i nostri “Goblin” e il pezzo principale della colonna sonora di “Suspiria” di Dario Argento.
Di Ivana Faranda, da ecodelcinema.com

Americano, madre svedese e padre giapponese, Cary Fukunaga aveva all’attivo il grande successo indipendente di Sin Nombre, ovviamente inedito in Italia, quando ha deciso di cimentarsi nell’impresa di un nuovo adattamento cinematografico del celebre romanzo vittoriano di Charlotte Brontë.
Imbattutosi nel copione scritto dalla sceneggiatrice di Tamara Drewe, Moira Buffini,Fukunaga ha fin dall’inizio dichiarato di voler lavorare con attenzione sui risvolti gotici della storia, dell’ambientazione e dei personaggi: e i risultati confermano queste intenzioni.
Il suo Jane Eyre è lontanissimo dalla celebre versione di Robert Stevensoninterpretata da Joan Fontaine e Orson Welles, così come dal più recente degli adattamenti, quello diretto da Zeffirelli con Charlotte Gainsbourg e William Hurt. Eppure rimane coerentissimo alla sua matrice letteraria, con un afflato di fedeltà che travalica le mere circostanze narrative.
Ricalcando la ricchezza interiore e il rigore formale del personaggio che gli da il titolo e di cui narra la parabola di vita, il film di Fukunaga si aggrappa alla ruvida e gelida materialità dei luoghi e di certe mentalità, ma lascia anche spirino folate di spiritualità, di mistero e di passioni.
Di spiriti, la Jane Eyre interpretata da una Mia Wasikowska che recita con la sordina e colpisce al cuore con le frequenze basse della sua ottima performance, parla fin dall’inizio. Spiriti, rumori, misteri, presagi e voci nella brughiera che rispecchiano l’irrazionale incontenibile delle passioni del cuore e della mente, che sembrano provenire dai racconti che si facevano Byron, Shelley e Polidori chiusi dalla villa di Diodati. E allora non appare un caso o un vezzo che il Rochester di Fassbender sia un personaggio decisamente byronesco: scapigliato, inquieto e volatile, quasi più rockstar ante litteram che poeta maledetto.
L’amore tra i due, di conseguenza, o come causa, è allora più viscerale e appassionato di quanto il cinema ci abbia abituato a vedere, più ossessionante nella sua irrinunciabile natura. Per questo, più centrale e dominante rispetto alle altre sfumature della storia.
Eppure, quello di Fukunaga non è un film “caldo”: perché, proprio come fatto daAndrea Arnold nell’altro recente adattamento brontiano, quello di “Cime tempestose”, dimore e brughiere sono messe in scena in tutta la loro ostica natura, in una nudità che non nasconde il buio, il freddo, lo scomodo e il doloroso. Ma rispetto a Wuthering Heights, Jane Eyre si perde meno nella ricercatezza fotografica che quasi contraddice la natura dura e pura dello sguardo, concedendosi un’eleganza pittorica mai levigata, nella quale il segno del pennello e della fatica son sempre percepibili.
Una fatica che è quella sopportata da Jane, fisica e morale, in qualsiasi contesto la mostri il film: dalla casa della zia Reed a quella solo in apparenza più ospitale di St.John Rivers, passando per la scuola Lowwood. E, ovviamente, in una Thornfield Hall mai così oscura e stregata, i cui cupi e monotoni corridoi s’illuminano solo al passare della Wasikowska.
Flebilmente ma intimamente, come quei rossori che balenano sulle guance dell’attrice che scaldano e coinvolgono perfino lo spettatore.
Di Federico Gironi, da comingsoon.it

E’ la trasposizione numero x, ma non sarà mica la più pregevole fra tutte? Abituati a pensare al “vecchio” come qualcosa di migliore a prescindere, ci si scorda che il ritardo d’epoca accusato sui lungometraggi precedenti è irrilevante ai fini qualitativi, senza contare che al cospetto della prova visione spesso sono proprio le età a lasciare il tempo che trovano. I canoni classici e teatrali su cui Delbert Mann, Stevenson e Zeffirelli avevano impostato i propri lavori vengono riposti senza nostalgia: Fukunaga coltiva negli occhi una Jane Eyre di passione implosiva che Mia Wasikowska — deliziosamente simile a una Monna Lisa ottocentesca — incarna nella sua bellezza minuta e geometrica. Si fa notare per la franchezza, eppure in lei tutto tace; cela ogni sentimento, ma al momento di rivelarsi non esita un istante a gettarsi tra le braccia di chi l’ha meritata. La formazione stroncata alla nascita sembra renderla paradossalmente donna nel corpo di bimba, costretta a espiare colpe altrui nel silenzio del proprio lento sbocciare. Di questo scrisse Charlotte Brontë molti anni or sono. Due secoli più tardi Fukunaga prolunga il racconto nel territorio cinematografico scegliendo un adattamento puntellato da colori e atmosfere; l’estetizzazione dei conflitti tra cuore e ragione trionfa nei contrasti cromatici, sempre tempestivi nel rilevare gli impulsi umorali a comando di una regia elegante e discreta. Fukunaga veglia senza intromettersi, lavorando sulle rifiniture mentre i protagonisti svolgono il grosso del lavoro giganteggiando in piena simbiosi. Se il livello medio delle trasposizioni libro-film fosse mediamente questo, la mancanza d’idee al cinema non sarebbe poi una carenza così dannosa.
Da cinerepublic.film.tv.it

Di Jane Eyre si contano, dal 1910 al 1996, almeno 18 versioni cinematografiche e 9 televisive. Senza contare i romanzi – prequel, spin off, variazioni sul tema – ad esso ispirati. L’ultima pellicola, in uscita sui nostri schermi, vede protagonisti le starMia Wasikowska e Michael Fassbender diretti da Cary Fukunaga.
Il successo delle vicende dell’eroina creata da Charlotte Brontë oltre 160 anni fa ha più di un motivo: su tutti l’indipendenza e la forza d’animo della donna, che la avvicinano alle protagoniste di Jane Austen, altro genio indimenticato della letteratura al femminile. Poi l’irresistibile fascino dell’amore impossibile fra Jane e Mr. Rochester. E senza dubbio l’ambientazione gotico vittoriana,ricca di elementi sinistri e spiritici.
Il film di Fukunaga, pur con qualche licenza nella costruzione della storia che è narrata attraverso un flashback e qualche cliché di troppo, si impegna nella ricostruzione accurata del dramma nell’Inghilterra del XIX secolo: dalle ambientazioni brumose e buie della campagna dello Yorkshire, agli interni illuminati dal fuoco di candele o camini, ai costumi dell’epoca, tutti cuciti a mano, come si faceva allora. Quelli della Eyre sono inizialmente grigi e austeri, come conveniva a una istitutrice, ma arricchiti da dettagli quasi invisibili – una riga o un puntino ton sur ton, la modernità di un tessuto froissé, un colletto di pizzo –in contrasto con le sete sgargianti, i fiocchi e i fiori degli abiti della sua rivale in amore, riccamente truccata e acconciata. L’agnizione finale trasforma l’abito ma non lo stile di Jane: stoffe, guanti, cappelli e gioielli tradiscono il nuovo benessere economico ma non la tendenza classy e minimal della donna.
Per la realizzazione degli outfit, il costumista Michael O’Connor si è ispirato ad abiti originali della prima metà dell’Ottocento ma anche ai quadri di Franz Winterhalter e Mary Ellen Best, e alle (prime) fotografie di Alec Soth e Hellen van Meene. Vite sottili dentro a corpini strettissimi, gonne lunghe gonfiate da sottovesti mutandoni e culotte, capelli raccolti per una moda affascinante ma non semplice da portare, tanto da far dire alla Wasikowska: “La costrizione del corsetto mi ha aiutata ad entrare nel ruolo di Jane e a comprendere la repressione che le donne dovevano subire in quell’epoca. Quando camminavo a lungo o correvo, era difficile respirare. E stranamente, nonostante l’enorme quantità di stoffa usata, i costumi erano tutt’altro che caldi”.
Di Francesca Felletti, da vogue.it

Si sentiva davvero il bisogno dell’ennesima trasposizione cinematografica del più noto romanzo di Charlotte Brontë? A centosessant’anni dalla pubblicazione e una ventina (tra grande e piccolo schermo) di adattamenti più tardi la domanda resta del tutto lecita ma di fronte al lavoro di Cary Fukunaga la risposta non potrebbe che essere affermativa.
Poco più che trentenne ma con alle spalle un’esperienza formativa eclettica e diversificata, il regista californiano dirige per Focus Features e BBC Films – garanzia di classe al cinema come in tv – un’opera che mantiene intatta l’essenza britannica del romanzo ma a cui la freschezza di uno sguardo giovane e “interculturale” (nelle origini come nella cinematografia) regala il pregio di una grande modernità.
Il carattere universale del racconto della Brontë – storia di un amore mistico e assoluto che lega indissolubilmente due anime davvero gemelle – non si stempera neppure nel nuovo millennio, dove la passionalità “casta” del romanticismo tardo-ottocentesco assume un ruolo paradossalmente sovversivo. Ritraendo un sentimento capace di trascendere la mera fisicità senza perdere in sensualità (ma, al contrario, amplificandola), Jane Eyre rappresenta infatti la risposta all’abuso contemporaneo di un erotismo eccessivamente esibito e al gusto per una precisione anatomica troppo spesso fine a se stessa, di fronte alla quale la maliziosa pretesa di scioccare lo spettatore ha ormai ceduto il posto alla noia del già visto.
Ed è nella vibrante interazione recitativa tra Mia Wasikowska (praticamente coetanea del suo personaggio) e Michael Fassbender – due tra gli interpreti, a ragione, più quotati del momento – che prende forma l’affinità elettiva tra la reietta Jane Eyre e l’ombroso Mr. Rochester: una corrispondenza spirituale che unisce a sé due esseri diversi, non conformi (per scelta) alle pratiche impositive di una vita sociale sterile. Non “due macchine senza sentimenti” ma due creature consumate da un fuoco incessante (concreto e simbolico), che si librano al di sopra dell’umano in un luogo popolato da spiriti e folletti, sussurri e grida, per ritrovarsi infine al limitare della vita, sempre più emarginati e per questo pronti ad affrontare insieme un destino di solitaria ma appagante condivisione.
La lettura moderna che Fukunaga applica al romanzo – convertito in lungo flashback dallo script diMoira Buffini – procede allora nel vivificare gli aspetti più progressisti del personaggio di Jane, prototipo (per non dire stereotipo) dell’eroina romantica equamente (ma dolorosamente) divisa tra la coerenza verso i propri principi e una passione impossibile da spegnere: nei dialoghi con la governante Fairfax (una Judi Dench che non poteva certamente mancare) così come nelle schermaglie silenziose con Rochester si assiste all’affermazione di una femminilità tutt’altro che remissiva, desiderosa di travalicare i confini di una domesticità imposta per assaporare gli orizzonti virili dell’avventura e della libertà.
Subordinata alle questioni di genere, la problematicità di una condizione sociale svantaggiata non viene tuttavia rimossa, diventando anch’essa un veicolo per attestare lo statuto indipendente di un personaggio estraneo ai codici del suo tempo: donna alle dipendenze di un uomo, orfana in una società in cui è il lignaggio a definire l’essenza di un individuo, Jane Eyre viene liberata dalle ragnatele dell’anacronismo per essere elevata da Fukunaga – come l’Elizabeth Bennet di Orgoglio e Pregiudizio da Joe Wright – a emblema attuale di ribellione verso norme ottuse e preconcette.
Le musiche di Dario Marianelli (compositore-feticcio del cinema di Wright) costituiscono allora un interessante trait d’union tra i lavori dei due giovani cineasti, divisi da un differente retroterra culturale ma inclini a rileggere il passato con una sensibilità affine e illuminata, prestando attenzione ai valori della scrittura letteraria come a quella cinematografica. Ancora privo di uno stile cristallizzato e autoriale quanto quello di Wright, Fukunaga manifesta però una precisa linea espressiva, da cui la formazione di stampo “fotografico” (nove, tra documentari e corti, i lavori di cui ha curato la cinematografia) traspare con evidenza.
Assistito (per la seconda volta) da Adriano Goldman, il regista si sofferma fin dalle primissime battute su scorci paesaggistici selvaggi, sui quali incombono le dominanti fredde del grigio e del blu; bagliori aranciati e violenti squarciano un cielo plumbeo mentre puntinismi rosati si stagliano con delicatezza sullo sfondo di un giardino in rigoglio: la tavolozza cromatica si fa strumento di traduzione interiore e i dialoghi, estratti come gemme dall’incastonatura del romanzo, brillano di rinnovata intensità, mai usurati dal tempo e ancora efficaci nel dare voce all’universalità dei sentimenti narrati.
Restia a lasciarsi risucchiare nel vortice dell’anonimato, la pellicola di Fukunaga si erge allora con fierezza a difesa di sè, facendosi testimonianza – con la voce, con lo sguardo – dell’immortalità di un capolavoro letterario che, plasmato dalle mani di un artista capace, può ancora esercitare con forza il proprio potere fascinatorio.
Da areviewfromthebridge.it

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