Into Paradiso

Ancora una volta la ‘Napoletanità’ (recentemente analizzata in film come Gorbaciof o Una vita tranquilla) con i suoi guizzi creativi, le sue contaminazioni razziali e criminali, è il cuore pulsante di un film (l’opera prima della video-maker e apprezzata regista di corti Paola Randi) che scivola lieve tra realtà e immaginazione, attualità e paradosso, in cui si scorge un tocco registico molto creativo e qualche, giustificabile, ingenuità.

‘Non è che io non voglio faticare, ma la fatica non ci sta’
Alfonso D’Onofrio (l’ottimo Gianfelice Imparato), ricercatore che ha trascorso un’intera vita a studiare la comunicazione tra cellule, viene licenziato in tronco. Avanti con l’età e senza una valida alternativa, questi si fa convincere dal suo migliore amico (proprietario del più volte arso al suolo e risorto Cinema La Fenice) a chiedere una raccomandazione al vecchio amico Vincenzo Cacace (Peppe Servillo), politico in ascesa, accortamente legato alla criminalità locale. Purtroppo per lo sfortunato Alfonso, anziché industriarsi per restituire il lavoro all’amico, il buon Vincenzo, da bravo politicante, lo seleziona per soddisfare una delicata richiesta (la consegna di uno speciale cadeau) dei suoi amici ‘importanti’. È così che l’ignaro Alfonso, convinto di essere in procinto di risolvere il suo problema di lavoro, si ritroverà invece nel bel mezzo di una faida tra gang rivali, costretto a riparare nel vicino Fondaco Paradiso, un fatiscente conglomerato abusivo dove vive in docile armonia la comunità srilankese, e dove poco dopo lo raggiungerà anche Vincenzo, che, visto il cattivo esito dell’operazione, rischia di fare una brutta fine. Lì, all’interno del ‘caseruoppolo’ abusivo eretto sopra il tetto, i due troveranno anche Gayan, ex campione di cricket oramai indigente, giunto a Napoli in cerca di un Paradiso che non c’è, costretto suo malgrado a fare da badante a un’anziana matrona che adora vincere a scacchi e guardare telenovelas. La convivenza forzata porterà Alfonso e Gayan a condividere scampoli del loro passato, inesorabilmente segnato dalla contaminazione di culture estremamente diverse fra di loro, ma che si rispecchia in un presente paradossalmente simile: due uomini spaesati in una terra ibrida di scugnizzi e srilankesi, straniera a entrambi. E se per Gayan lo status di straniero risulta lampante e risanabile (egli sogna di tornare nel suo Paese), per Alfonso, di colpo immerso in una piccola ed esotica comunità srilankese, lo status di straniero (inopinatamente disoccupato e irragionevolmente inseguito dalla malavita) nella sua stessa terra, appare più difficile da comprendere e sanare.

Chi è lo straniero?
Il ribaltamento del concetto di ‘immigrato’, tramite il personaggio di Alfonso catapultato nella comunità srilankese nel cuore di Napoli, l’accostamento, in maniera quasi teatrale, di tre individui estremamente diversi ma per qualche motivo ugualmente ‘inguaiati’, e l’inserimento di siparietti immaginifici a metà tra videoclip e fumetto (esaltati nei divertenti titoli di coda cartonati), fa dell’opera prima della Randi un film impegnato travestito da commedia, originale e godibile. Merito anche dell’ottimo Gianfelice Imparato (finalmente in veste di protagonista e non di caratterista) e delle buone prove dei due comprimari Peppe Servillo (fratello del più celebre Tony nonché voce degli Avion Travel) e Saman Anthony (al suo debutto sul grande schermo). La Randi, forse anche grazie alla sua ‘distante’ identità di milanese, trova una chiave di lettura che schiva il rischio dello stereotipo e della retorica, o della ‘macchietta filmica’, senza mancare, però, di rappresentare una Napoli verace (multietnica e creativa al punto giusto, contaminata dall’ombra della camorra e sempre molto attuale), in cui le difficoltà contribuiscono a dare vita a quel ‘camaleontismo’ napoletano spesso raccontato al cinema. Qualche falla di sceneggiatura, la fotografia un po’ troppo sgranata e un finale forse poco coraggioso, non inficiano in maniera sensibile la godibilità di una pellicola che ha il merito di svelare con ironia una certa, ‘gretta’ attualità (“è un politico, mangia tutto”), alla quale contrappone la voce della speranza, e che rende bene il potenziale registico della Randi, sicuramente perfettibile con l’esperienza.
Da apprezzare l’impegno di Paola Randi (qui alla sua opera prima) dimostrato nel confezionare questa commedia piena di contaminazioni artistiche e creative che rilegge quella stessa Napoli molte volte vista al cinema, con l’occhio vigile e accorto dello ‘straniero’ (milanese in terra napoletana). Le divertenti trovate narrative e la buona caratterizzazione dei protagonisti danno vita a una pellicola multi cromatica dal gusto raffinato, specie nell’uso combinato di generi diversi (dal fumetto al videoclip passando per il teatro), che nonostante qualche imperfezione si rivela il lavoro originale e onesto di una regista che senza dubbio possiede interessanti potenzialità.
VOTOGLOBALE6.5
da “everyeye.it”

Alfonso è un ricercatore universitario: timido, impacciato e drammaticamente precario. Alla notizia del suo licenziamento, decide di rivolgersi ad un vecchio amico d’infanzia, un politico in ascesa, nella speranza di ricevere una raccomandazione. Ottenuto il favore, viene coinvolto in una resa dei conti tra camorristi e, costretto a scappare, si rifugia nel piccolo appartamento sul tetto di Gayan, un ex campione di cricket srilankese. La convivenza forzata tra i due permetterà la nascita di una solidarietà umana che cambierà le loro vite.
Napoli è una città vitale, dove la multiculturalità – secondo la regista Paola Randi – detta legge, anche quando camorra e malavita seminano terrore. Il suo esordio al lungometraggio è un gioiello che brilla della luce vigorosa degli abitanti napoletani. Classicismo e sperimentazione si alternano come pesi di una bilancia che carica una storia complessa e ricca di riferimenti all’attualità. La rappresentazione della politica, infatti, è in linea con l’immagine dei governatori italiani; come dice Alfonso nel film, i “politici mangiano tutto”, dimostrando con un’espressione breve e incisiva l’arraffamento smanioso della classe dirigente italiana. La dignità osannata ma mancata del politicante sta in mezzo ai due estremi, Alfonso e Gayan. Il luogo dell’incontro tra quest’ultimi, chiamato realmente “Paradiso” dalla comunità singalese che ci abita, è un mondo a sè, distaccato da Napoli per tradizioni popolari ma vicino alla città per esuberanza di colori. Lo spaesamento di Alfonso è indice di un’ingenuità atavica che tende a perdonare tutto, a livellare su uno stesso piano ciò che è buono e cosa non lo è affatto, la gente per bene e i camorristi.
L’ironia con la quale la regista si diverte a raccontare queste contraddizioni passa attraverso scenette esilaranti che prendono in giro le abitudini private dei cittadini: l’ossessione per le telenovelas e l’incontentabile signora borghese che sfrutta Gayan come badante. La leggerezza che ne consegue smorza i toni tragici dell’intreccio, senza però appiattire i temi trattati. La denuncia di una malavita distruttiva rimane in primo piano. Ma allo stesso tempo la possibilità di una conciliazione tra due mondi diversi come quelli di Alfonso e Gayan mette il punto sulla speranza.
L’estrosità dello stile registico e la forza dei contenuti dimostrano come sia possibile contribuire alla resistenza del cinema italiano con coraggio e sfrontatezza. Malgrado qualche lieve caduta di sceneggiatura, un debutto del genere va difeso senza tentennamenti.
Nicoletta Dose, da “mymovies.it”

La commedia italiana sta vivendo un periodo estremamente positivo dal punto di vista degli incassi al botteghino. Le cifre parlano chiare, è un trionfo. Il pubblico fa la fila per andare a vedere Albanese, Bisio, Zalone e ne esce soddisfatto. Evidentemente si crea anche una sorta di spirale virtuosa che induce a tornare al cinema, dopo aver visto un film che è piaciuto. Ma esiste ancora spazio per un cinema che sia qualità e non quantità, in Italia? Prendiamo l’esempio di Into Paradiso, una commedia incentrata sul tema dell’immigrazione e della collusione tra politica e malavita, ambientata nel cuore della città di Napoli. Il film di Paola Randi p un piccolo gioiello di arguzia, una risata beffarda che annulla tutta la spazzatura gettata sulla città partenopea negli ultimi mesi, dando prova che si può ridere in modo intelligente di temi importanti.
Al centro della vicenda c’è Alfonso, un ricercatore universitario di mezza età lasciato a casa per i tagli dei fondi. Timido e impacciato ha come unica possibilità per uscire dal precariato quella di chiedere un favore a un amico di infanzia, diventato politico, per ottenere una raccomandazione. Un favore però si paga con un altro favore e, a sua insaputa, Alfonso, viene coinvolto in una vendetta tra camorristi. Riuscirà a fuggire nascondendosi nell’appartamento di Gayan, un ex campione di cricket srilankese, arrivato in Italia alla ricerca di un sogno e finito a fare il badante. Per una serie di sfortunate circostanze i due uomini dovranno convivere forzatamente per alcuni giorni, nonostante le migliaia di chilometri che separano le loro origini, piano piano inizieranno a conoscersi e a instaurare un rapporto, prima di solidarietà e poi di sincera amicizia.
Napoli è un crocevia di popoli, una città multiculturale, ma anche di malavita. A Napoli però la criminalità spesso è contrastata da solidarietà e solidi rapporti umani, anche e soprattutto tra i più disperati come gli extracomunitari. L’esordio alla regia di Paola Randi è una vera sorpresa, un film che si colloca sulla linea tracciata da film come Machan e il Pranzo di Ferragosto, produzioni dai budget ridotti che puntano su una solida sceneggiatura, scritta con sarcasmo e sagacia.
Il “paradiso” del titolo fa riferimento al casamento dove vive la comunità degli immigrati dello Sri Lanka, un piccolo eden dove si respira l’aria di pace, un enclave dove tutti si conoscono e tutti si aiutano. Il codice scelto dalla regista è quello dell’ironia, non si ride mai sguaiatamente ma si sorride a denti stretti seguendo le peripezie del omarino protagonista di tante sventure, affezionandosi pian piano alla sua anima candida, in mezzo a tante coscienze sporche.
Un nome da ricordare quello di Paola Randi, anche se probabilmente il titolo del suo film non arriverà certo nella top 10 degli incassi. Un film troppo intelligente per sfondare.
da “cineblog.it”

“Into Paradiso” è un’altra di quelle pellicole che fanno sperare in una rinascita nel cinema italiano e che accrescono la fiducia nei confronti dei registi esordienti. Esordiente, infatti, è Paola Randi, che però per essere alla sua prima pellicola cinematografica dimostra di avere un gran talento ed una buona ispirazione.

Avvalendosi di un cast che funziona davvero molto bene, strappato alle pellicole “poco commerciali” ma di valore del nostro Paese, la Randi riesce a realizzare un film a basso costo ma di alta qualità, con trovate genuine ed azzeccate in ogni dettaglio.
Alfonso (Gianfelice Imparato) è uno scienziato precario napoletano, un po’ troppo avanti con l’età per rimanere all’università a fare ancora ricerca. Infatti è una delle vittime dei tagli e viene licenziato, per cui si ritrova costretto a cercare aiuto altrove, senza più potersi dedicare alla cosa che più ama fare: studiare le cellule e scoprire di volta in volta il modo in cui comunicano. Alfonso è un uomo che oltre al suo lavoro non ha avuto nulla dalla vita. Vive sopra al cimitero, ricordando sempre la madre defunta attraverso una telenovela, “Palpitazioni d’amore” di grande successo. Gli viene consigliato di rivolgersi ad una vecchia conoscenza, un amico di infanzia adesso entrato in politica, Vincenzo Cacace (Peppe Servillo). Ma bisogna ricordare che siamo a Napoli e si tratta di politica: da questo connubio non viene fuori nulla di buono. Vincenzo Cacace deve rivolgersi a qualcuno al di sopra di lui e deve svolgere un piccolo “lavoretto” che decide di affidare proprio ad Alfonso in cambio di una raccomandazione all’università. L’ingenuo Alfonso si ritrova così coinvolto nelle questioni della malavita locale e finisce con il nascondersi in una fondaca popolata da srilankesi, dove incontra Gayan (Saman Anthony), vecchia gloria del baseball in Sri-Lanka, arrivato in Italia convinto di trovare il Paradiso. In realtà il Paradiso è il quartiere dove vive il fratello, in un’umile casetta e non nella villa di lusso in cui invece lavora come badante.
Le vite di Alfonso e di Gayan si incrociano inesorabilmente e tra malintesi e situazioni d’imbarazzo, tra i due nasce una profonda e sincera amicizia. Per una volta Napoli finisce sul grande schermo per una commedia drammatica che sfocia in un happy ending. Per una volta il tema centrale, seppur presente, non è la camorra, nè tantomeno la spazzatura, ma il significato profondo dell’amicizia e dell’integrazione tra i popoli, tra due razze completamente diverse eppure così vicine ed unite. Sri-Lanka chiama Napoli, la città finisce per essere rappresentata come il calderone multietnico in cui la convivenza forzata non sempre deve essere negativa e da disprezzare, perché un uomo “un po’ più olivastro” o troppo “nocciola” potrebbe finire col salvarti la vita, mentre i tuoi compaesani ti stanno cercando per farti fuori.
Paola Randi costruisce sapientemente una sceneggiatura dinamica, ricca di piccoli colpi di scena e battute appropriate con diversi stili utilizzati all’interno dello stesso progetto, dando vita ad un “film dentro al film” usando dei siparietti surreali che scavano a fondo nella personalità del protagonista. Alfonso è cresciuto, ma rimane un ingenuo sognatore, e si isola dal resto del mondo con i suoi tappi nelle orecchie. Alfonso è un uomo che si ritrova con una pistola in mano, scopre il potere di persuasione dell’arma, pur senza saperla usare e rimanendo in ogni caso pulito fino alla fine. Viene accusato di essere “senza palle” ma dimostra di sapere tirare fuori al momento più opportuno, quello in cui la sua vita è maggiormente a rischio, in cui capisce che deve uscire allo scoperto, perché rimanere sotto la protezione della comunità cingalese non sarebbe sufficiente per salvargli la vita.
“Into Paradiso” è l’incontro Italia-Sri-Lanka tra le strade pittoresche di Napoli, che fanno da sfondo in tutta la loro particolarità, senza bisogno di grosse aggiunte per rendere più efficace la fotografia. Paola Randi esordisce con un racconto tragicamente comico ma così genuino da suscitare il sorriso, senza avere intorno tutto il fasto delle trovate forzatamente comiche delle ultime uscite cinematografiche che hanno sfondato al botteghino. Molto probabilmente “Into Paradiso” passerà inosservato, ma per chi avesse voglia di vedere un film di buona qualità, semplice e pulito, rimane altamente consigliabile e rimaniamo in attesa di nuove sorprese da parte di questa abile regista.
da “cinezapping.com”

Cosa ci fanno un indiano che non è indiano ma srilankese, un criminale che in realtà è uno scienziato e un politico imbavagliato, tra pappe al pomodoro e statuette del presepio, in un “caseruoppolo” costruito su uno dei tetti del quartiere il Cavone di Napoli?
Fanno il nuovo film di Paola Randi intitolato “Into Paradiso”. È l’unica risposta da considerarsi plausibile. Se poi riconosciamo nel trio sopracitato, attori del calibro di Gianfelice Imparato e di Peppe Servillo, fratello del beneamato Toni, allora tutto vi sembrerà possibile, persino che una storia ambientata a Napoli sull’immigrazione possa non contenere stereotipi e cliché tipici del genere. Tale miracolo è reso possibile, non solo da un Servillo, che strapperemmo volentieri al mondo della musica, e da un Imparato, che vorremmo vedere più spesso attore principale, ma anche dallo sguardo insolito conferito a quest’ultimo dalla regista.
Precario, non più giovanissimo e catapultato in una realtà così differente come quella di una comunità srilankese, il personaggio di Imparato ben si predispone, infatti, allo spaesamento, alla ”ostranenia”, che la Randi è intenzionata a rappresentare. Risulta dunque chiara, curiosa e a tratti comicissima l’idea di cosa potrebbe succedere se un italiano fosse costretto a vivere come uno straniero nella propria città. Coraggiosi sono i risultati di tale convivenza ed esemplare è la capacità con cui le due etnie si uniscono per fronteggiare, seppure solo con i gli strumenti propri della loro identità, della loro cultura e del loro passato, i disagi della società in cui vivono.
Da ammirare le esplorazioni estetiche operate dalla regista, che vedono i personaggi muoversi in alcune scene in claymation (come nella serie animata svizzera “Pingu”), oppure ritagliati come fumetti sullo sfondo di un mare di cellule viste al telescopio.
Da ascoltare con attenzione le musiche, curate sempre da Servillo, che, per rinnovare l’idea di contaminazione tra le due culture, sostituisce al sitar la chitarra elettrica e alterna la lirica a pezzi ritmati in pieno stile “Slumdog”. Insomma davvero un’opera originale e destinata a far divertire, la prima di questa regista, che vi sorprenderà sapere nata, cresciuta e vissuta a Milano.
Cecilia Sabelli, da “ecodelcinema.com”

Presentato nella sezione Controcampo italiano alla 67° edizione del Festival del Cinema di Venezia, Into Paradiso è l’opera prima della regista Paola Randi; la pellicola racconta la storia di Alfonso (Gianfelice Imparato), uno scienziato napoletano che, dopo aver perso il lavoro, si trova costretto a chiedere una raccomandazione al suo vecchio amico d’infanzia e politico in carriera, Vincenzo Cacace (Peppe Servillo). Solo in seguito, quando suo malgrado verrà coinvolto in un regolamento di conti tra camorristi, Alfonso si renderà conto che l’amico è imbrigliato con la malavita locale.
Nel tentativo di sfuggire ai tirapiedì del bos, lo scienziato si nasconderà presso una comunità di srilankesi dove avrà modo di conoscere Gayan (Saman Anthony) che, giunto in Italia convinto di trovare il “paradiso”, si è ritrovato, invece, a vivere in una catapecchia abusiva.
Paola Randi, per questo suo debutto, ha scelto di presentare al suo pubblico la Napoli del multiculturalismo con l’intenzione di affrontare, attraverso i toni della commedia, temi difficili come immigrazione ed integrazione; quest’intenzione è già chiara a partire dal titolo dove il termine Into diventa programmatico costituendosi come neologismo che per assonanza rimanda, da un lato all’espressione dialettale, dall’altro al più universale in to inglese.
La cineasta, come ha lei stessa affermato, ha particolarmente a cuore il tema del multiculturalismo e lei stessa ama definirsi una migrante: lombarda di nascita e palermitana d’adozione, la sua vita, infatti, è stata segnata da continui spostamenti. La regista ha visto, così, nella città di Napoli lo scenario ideale per raccontare questa storia, ma se l’integrazione tra culture diverse è il tema centrale della pellicola, Into Paradiso ne abbraccia anche altri nel tentativo di ricostruire un quadro fedele non solo della città, ma dell’intero paese.
Il film affronta, quindi, temi come la malavita, la corruzione dei politici e il precariato, ma lo fa attraverso un umorismo di fondo che tende ad allegerirli nel loro insieme. In questo senso, molto si deve alla bravura degli attori che hanno saputo creare una sintonia perfetta regalando al pubblico momenti di reale comicità; e se da Gianfelice Imparato (Il divo, Gomorra, L’ora di religione) potevamo aspettarci una buona performance, è Peppe Servillo (Passione, Lascia perdere Gionny!) la vera sorpresa: conosciuto principalmente come voce degli Avion Travel, infatti, si è rivelato in questo film di una bravura inaspettata; come notevole è stata anche l’interpretazione di Saman Anthony, alla sua prima esperienza cinematografica qui in Italia.
Ma il film si arricchisce anche dei contributi di una regia mai banale che fa oscillare la narrazione tra realtà e immaginazione e affida alle tecniche di animazione la responsabilità di portare in scena i sogni ad occhi aperti di Alfonso, momenti di pura invenzione che danno alla pellicola un tocco in più di surrealismo. Eppure resta in piedi, nonstante tutto, l’impianto realistico di questa commedia che mai dà l’impressione di allontanarsi dall’attualità e che, anzi, continua a confermare la volontà della regista di parlare di problemi concreti.
L’unica nota di demerito del film é costituita dalla sua distribuzione che è stata forse troppo mirata; infatti, interessando in larga misura la Campania e qualche città del centro Italia ha completamente ignorato le sale del nord Italia (ad eccezione dei comuni della Lombardia). E’ un vero peccato, credo, che questa pellicola sia così poco visibile, in un momento in cui sono davvero pochi i prodotti di qualità proposti dal cinema italiano.
da “cinemaerrante.it”

Alla sua prima prova nel lungometraggio la Randi non lesina certo gli argomenti con i quali confrontarsi. In questo film, infatti, si parla di precariato, di integrazione e di intreccio camorra (imprenditoria) e politica. Ma per fortuna questa è una commedia, al servizio della quale, la regista mette il suo sguardo che, oltre ad essere naturalmente leggero, non è mai stereotipato. Da Venezia 66

Into ParadisoAlfonso è un ricercatore napoletano, timido e impacciato, che ha appena perso il lavoro. Gayan è un affascinante ex campione di cricket srilankese che non ha più un soldo. In una Napoli multietnica i loro destini s’intrecciano e si ritrovano a condividere giocoforza una catapecchia eretta abusivamente su un tetto di un palazzo nel cuore del quartiere srilankese della città, chiamato, appunto, Paradiso. Alfonso è costretto, per un tragicomico equivoco, a nascondersi da una banda di malavitosi e Gayan diviene dapprima ostaggio e poi suo unico alleato. Da questa paradossale convivenza nasce tra i due una speciale amicizia, un sodalizio che darà loro il coraggio di affrontare il proprio destino, cambiandolo per sempre.

Alla sua prima prova nel lungometraggio (dopo vari corti e una candidatura ai David per “La madonna della frutta” di cui era protagonista Isabella Ragonese) la Randi non lesina certo gli argomenti con i quali confrontarsi. In questo film, infatti, si parla di precariato, di integrazione e di intreccio camorra (imprenditoria) e politica. Ma per fortuna questa è una commedia, al servizio della quale, la regista mette il suo sguardo che, oltre ad essere naturalmente leggero, non è mai stereotipato. Il precario, infatti, non è il “solito” ragazzo sfruttato ma un ricercatore non più giovanissimo; la comunità srilankese non è “disperata” e “isolata” ma gioiosa e integrata; e pure la classe politico/camorrista non appare irresistibile, con Peppe Servillo che certamente non è stato scelto per “spaventare” lo spettatore. Fra le cose che colpiscono maggiormente in questo esordio c’è di sicuro il suo personale gusto cromatico che contribuisce non poco (insieme ad un lavoro quasi sperimentale sull’animazione e la rifrazione) alle virate “surreali” che la Randi dimostra di amare particolarmente, anche quando, magari, non risultano particolarmente giustificate sul piano della sceneggiatura.
Roberto Rosa, da “sentieriselvaggi.it”

“I morti stanno tranquilli, sono i vivi il vero problema”. È questa la battuta del film pronunciata dal protagonista Alfonso (Gianfelice Imparato), scelta come frase di lancio di questa commedia ironica e fantasiosa in cui i temi dell’immigrazione e dell’interazione tra etnie e culture diverse, raccontati con leggerezza, si fondono con quello ben più drammatico della criminalità e della malavita organizzata.
La pellicola racconta la storia di Alfonso, scienziato e ricercatore napoletano che, in seguito al proprio licenziamento, si trova costretto a chiedere aiuto al politico Vincenzo Cacace (Beppe Servillo). Questi lo coinvolge in un affare sporco e ben presto Alfonso è costretto a nascondersi dagli scagnozzi di un boss della camorra che lo vuole morto. Rifugiatosi in una catapecchia eretta abusivamente sul tetto di un palazzo nel cuore del quartiere srilankese della città, Alfonso incontra Gayan (Saman Anthony), ex campione di cricket senza più un soldo, appena arrivato in Italia con la convinzione di trovarvi il paradiso. I destini di questi tre personaggi, ai quali si aggiunge la cugina di Gayan, si intrecciano dando vita ad un valzer con venature sentimentali dai risvolti tragicomici.
Prodotto dalla Acaba Produzioni di Fabrizio Mosca, in associazione con Cinecittà Luce, Into Paradiso è l’opera prima di Paola Randi, che debutta nel lungometraggio dopo una serie di fortunati corti. L’idea del film nasce da un’immagine che si materializza davanti agli occhi della regista durante un viaggio a Napoli. Lo scenario è Piazza Dante: da una parte un gruppo di scugnizzi gioca a calcio con una pallina da tennis, e sul lato opposto un gruppo di ragazzini srilankesi gioca a cricket, sport molto amato in patria. La regista capisce subito che si tratta dell’immagine giusta per cominciare a scrivere una storia sull’immigrazione in Italia, tema da lei molto sentito per il lavoro svolto in organizzazioni che si occupano di interventi di cooperazione allo sviluppo. E Napoli è proprio una delle protagoniste del film, una Napoli multiculturale e cosmopolita, vera e propria metropoli contemporanea all’interno della quale la regista scopre una comunità, quella srilankese per l’appunto, abbastanza integrata ed organizzata sebbene poco conosciuta, nascosta ma allo stesso tempo sotto gli occhi di tutti.
Sebbene affrontati attraverso i toni della commedia, i temi dell’immigrazione e dell’integrazione culturale sono mostrati, comunque e senza mezzi termini, come un processo faticoso, nel quale è necessario impegnarsi in una reciproca conoscenza affinché le barriere culturali che impediscono agli individui di avvicinarsi cedano il passo ad un rapporto fatto di solidarietà e fiducia reciproca.
L’amicizia tra il timido ed impacciato Alfonso e l’affascinante Gayan scaturisce, infatti, da quella che, almeno inizialmente, possiamo definire una coabitazione forzata, mostrata tuttavia come un esempio positivo e foriero di arricchimento interiore.
Il finale del film, che ovviamente non sveleremo, ha i contorni della favola e regala allo spettatore un messaggio di speranza che gioca con l’analogia esistente tra il mondo delle cellule e la società contemporanea: secondo la regista, infatti, le regole del primo ricorderebbero da vicino i paradigmi della seconda, fungendo da espediente per fornire un’interessante chiave di interpretazione dei problemi che ci affliggono.
Il film è stato girato a basso costo utilizzando un cast composto prevalentemente da attori non professionisti o al loro debutto: oltre al già citato Saman Anthony, alla sua prima esperienza come attore in Italia, esordisce per la prima volta in assoluto anche la protagonista femminile del film Eloma Ran Janz.
Federico Larosa, da “taxidrivers.it”

Alfonso, ricercatore medico appena licenziato, è costretto a chiedere un favore, per sopravvivere, al suo ex compagno delle elementari Vincenzo Cacace, rampante imprenditore napoletano in procinto di entrare in politica grazie a collusioni con la camorra. Intanto, un ex campione di cricket cingalese in difficoltà economiche giunge a Napoli invitato dal fratello, che crede ricchissimo mentre invece fa il servitore da una vecchia megera. Il trio si ritroverà sui tetti di un quartiere nel mezzo dei “bassi” napoletani, abitato da immigrati cingalesi, per vivere un’avventura pericolosa…

E poi dicono che in Italia non ci sono i registi o le idee! Forse non ci sono produttori coraggiosi, né distributori intelligenti: a vedere questa opera prima della regista milanese (trapiantata a Roma) Paola Randi, sembrerebbe proprio così. Un film scoppiettante, brillante, divertente e nel contempo amarissimo, che sa essere favola ma anche spaccato sociale, che riesce a raccontare una situazione di disagio e di degrado senza i piagnistei degli indignati di professione né di chi si si prende sempre troppo sul serio. E che sa fare casting con furbizia e sagacia: il ruolo di Alfonso a Gianfelice Imparato è il riconoscimento di un talento troppo spesso sottoutilizzato dal mondo del cinema (e il grande attore di teatro ci si tuffa con tenero vigore), quello di Vincenzo a Peppe Servillo è una scommessa consapevole, date le performance così teatrali degli Avion Travel (la band di cui Servillo è leader), quello dello svagato ex-campione Gayan all’erculeo ed elegante Saman Anthony è una felice invenzione narrativa, oltreché una scelta indovinata.
E di narrazione è colmo Into Paradiso. La sceneggiatura, scritta a 10 mani (da giovani che hanno nel loro curriculum anche la scrittura dei film di Moccia, povera Italia!), è a volte poco fluida, a volte inceppantesi in dialoghi pretenziosi o stilisticamente troppo ricamati, ma sempre di disarmante sincerità, con sviluppi e scarti improvvisi e immagini da sogno direttamente provenienti dalle visioni di un Jeunet o di un Gondry.
Ma è la regia il punto forte di questa pellicola. La Randi dimostra, fin dai titoli di testa di notevolissima fattura, di essere tostissima con la macchina da presa. Sa dove piazzarla, sa come muoverla, sa come dirigerla. Sa come costruire le immagini, usando ogni mezzo, compresa l’animazione (fantastici i titoli di coda, che raccontano come vanno a finire i personaggi senza lo “spiegone” finale né le solite inquadrature del post-trama). Ha inventiva e poesia, e una poetica spiazzante che bisogna accettare per comprenderne appieno le sembianze.
E’ una favola, Into Paradiso. Già nel costo, soli 750.000 euro. E nella vicenda, iperrealista a volte e perfino ingenua, ma del tutto sincera. Unico neo, come al solito, la distribuzione: sole 30 copie, il minimo per raggiungere esclusivamente qualche capoluogo. I fortunati che vi abitano, non se lo lascino scappare, e facciano in fretta chè nel nostro paese le cose belle durano poco. Chi abita in provincia, se può, si metta in macchina e raggiunga la città dove si proietta il film: non se ne pentirà, ne siamo certi.
Davide Verazzani, da “nouvellevague.eu”

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