Il gioiellino

“A parte quei 14 miliardi di buco, l’azienda è un gioiellino“. Parole attribuite anni fa a Callisto Tanzi, fondatore della Parmalat, ex ‘colosso’ finanziario letteralmente crollato in una voragine che ha fagocitato migliaia di investitori, truffati da bilanci gonfiati, plusvalenze calcistiche, inciuci politici/bancari e giochi di prestigio economico tanto illegali quanto all’ordine del giorno finanziario.
Prendendo spunto dal crac più famoso dell’economia nazionale degli ultimi anni, Andrea Molaioli torna finalmente in sala quattro anni dopo il meritato boom di critica e di pubblico de La Ragazza del Lago con Il Gioiellino. Nel farlo pennella un’Italia di provincia, riuscita in pochi anni a sbarcare in Borsa e a tenere in scacco i mercati mondiali grazie a un inesistente conto realizzato con scanner e bianchetto. Nascondendosi dietro i ‘valori’, tanto sbandierati quanto avvelenati da una gestione aziendale da galera, e perfettamente rappresentati da una ‘Bibbia’ di plastica che fa bella mostra nella sala d’attesa della casa privata del Presidente del Consiglio, il Gioiellino di Molaioli a tratti annoia, angoscia ed inquieta, perché maledettamente reale e fastidiosamente attuale, ponendo al centro della scena non tanto il ‘Presidente’ dell’azienda, bensì l’irrequieto, stakanovista e solitario ‘ragioniere’, autentica ‘mente’ del crac che ha lo straordinario volto di un Toni Servillo sempre più monumentale.
La Leda, acronimo di Latte e Derivati Alimentari, è una delle tante aziende italiane riuscite negli ultimi anni ad espandersi in 5 continenti. Quotata in borsa e in perenne espansione verso nuovi mercati, la Leda si mostra agli occhi del mondo come un autentico ‘gioiellino’. Fondata da Amanzio Rastelli, l’azienda ha un tessuto prettamente famigliare. Ai posti di comando ci sono il figlio, la nipote e alcuni manager di fiducia, tra i quali un ragioniere, neanche laureato, ‘reale padrone’ di casa perché mente pensante di qualsiasi intreccio riguardante affari e finanze. E’ lui la mente che trasforma una società ad un passo dal fallimento in una delle aziende più stimate in Italia e all’estero. Peccato che le scelte fatte si rivelino sbagliate, il management inadeguato e il buco debitorio sempre più enorme, tanto da portare banche e politici a voltargli le spalle. La voragine è immensa ed è pronta ad inghiottire tutto, portando così i vertici all’ultima follia manageriale. I soldi non ci sono? E allora inventiamoceli…
Un caso spinoso, ancora attuale, a due anni dal crac finanziario che ha portato il mondo sull’orlo della recessione. Molaioli sceglie con coraggio il tema principale del suo secondo film da regista. Dopo il ‘giallo’ di provincia de La Ragazza del Lago, il regista passa ad una storia paradossalmente ancor più criminale, perché riuscita a distruggere finanziariamente migliaia di famiglie, facendoci scoprire immediatamente colpevoli e vittime, tessendo i fili di una trama a tutti conosciuta con cura e pazienza.
Proprio perché già ‘nota’, nel suo inevitabile epilogo, la vicenda narrata avanza in modo tentennante. Il film, dispiace dirlo, troppo spesso annoia, nel rappresentare e mostrarci i vari step che hanno visto la Leda prima decollare, toccare il cielo con un dito e volare sempre più in alto, per poi crollare vertiginosamente, schiantandosi a terra. Fasi per l’appunto già conosciute, ovvie, appesantite da uno script a tratti poco scorrevole e da un montaggio decisamente affine all’imponenza del tema trattato. D’altronde Molaioli non è Sorrentino, e Il Gioiellino non è Il Divo. Entrambi pellicole dal taglio politico e d’inchiesta, ma ‘ritmate’ in maniera decisamente differente dai due registi, qui accomunati non solo da alcune scelte registiche, e ‘musicali’, ma soprattutto da uno splendido e straordinario Toni Servillo.
E’ possibile che in Italia non si possa più fare un film impegnato senza Servillo? Domanda lecita, risposta sincera. Da tre anni a questa parte Servillo si è impossessato del cinema nazionale. Del cinema d’autore. E l’ha fatto con merito. Sembra incredibile a dirsi, ma l’attore si è ancora una volta superato. Il suo Ernesto Botta, vero protagonista del film, è magnifico. Un uomo che vive per il lavoro, che non vive al di fuori del lavoro. Un uomo solitario, silenzioso, irrequieto, ignorante nei modi ma astuto nel costruire castelli di carta finanziari. Un uomo che da’ vita ad un crac da 14 miliardi di euro sbandierando quei ‘valori’ ostentati e con orgoglio dichiarati dai vertici dell’azienda. Un uomo che non ha timore di niente e di nessuno, che attacca per non essere attaccato, che si presenta in manette ai giornalisti schierati augurandosi ” una morte lenta e dolorosa per voi e le voste famiglie. Servillo è una maschera del ‘male’, dietro la quale vive un personaggio misterioso, freddo, duro, che tiene letteralmente per le palle il ‘reale’ Presidente della Leda, Amanzio Rastelli, interpretato da un splendido Remo Girone , felicemente ritrovato, debole provinciale nel suo essere ancorato a pseudo ‘valori’ offuscati dai miliardi e seriamente convinto che prima del profitto ‘ci sia sempre l’etica’. L’etica della truffa sistematica. Al loro fianco una Sarah Felberbaum convincente e meritevole di maggiore attenzione dal cinema nazionale.
Trascinati in un’Italia che purtroppo è reale, tra falsi in bilancio che non sono più reato e loschi affari in cui è sempre e solo la politica ad asfaltare il percorso da intraprendere, Il Gioiellino di Molaioli mette in mostra un cinema di ‘qualità’, tecnicamente pregiato e ben costruito, tra ampi movimenti di macchina, primi piani stretti e le splendide ed incalzanti musiche di Teho Teardo, che decollano in una delle scene clou del film, quando Sorrentino verso il finale sembra sostituire Molaioli, se non fosse per l’argomento trattato, a volte eccessivamente ‘tecnico’ nello spiegarsi e ripetitivo nel raccontarsi, tanto da risultare poco scorrevole e a tratti noioso, e per questo decisamente poco appassionante nei confronti dello spettatore. La folle corsa criminale di Amanzio Rastelli ed Ernesto Botta è sicuramente troppo ‘veritiera’ per non colpire e lasciare il segno, in un paese in cui ancora oggi con una mano ci si fa il segno della croce, e con l’altra si ruba senza ritegno, ma l’andatura scelta è zoppicante, e purtroppo non del tutto convincente. Pregi e difetti di un film comunque ‘pensante’, e in grado di far accendere quella lampadina troppo spesso oscurata dal cinema commediante degli ultimi mesi.
da “cineblog.it”

Ernesto Botta, uomo sgradevole e introverso, è ragioniere presso l’azienda agro-alimentare della famiglia Rastelli, un ‘gioiellino’ quotato in Borsa e lanciato con disinvoltura su nuovi mercati internazionali. Abile nelle battaglie finanziarie e nelle alchimie di bilancio, Botta fa quadrare il cerchio e fa il lavoro sporco, ritagliandosi poche ore per un bicchiere di vino pregiato, un amplesso verticale sbrigativo e una conversazione in inglese su musicassetta. Costruita la propria fortuna su latte, merendine e biscotti, i Rastelli frequentano casa, chiesa e azienda con la medesima devozione, circondandosi di politici ed ecclesiastici sostenitori e fanatici del made in Italy. Nel tempo libero gestiscono squadre di calcio, sfrecciano con le Lamborghini sulle strade della provincia piemontese, restaurano monumenti, finanziano la cultura, sostengono gli enti morali, sperimentano attività turistiche e naturalmente accumulano debiti. La gestione spregiudicata e irresponsabile li condurrà in pochi anni sull’orlo del fallimento. Ma Ernesto Botta ha un asso nella manica e un piano di ‘lunga conservazione’: gonfiare i bilanci aziendali e inventarsi il denaro. “Bevete più latte” cantava un famoso jingle composto da Nino Rota per l’episodio felliniano di Boccaccio ’70, perché “il latte fa bene” ma può essere fatale se versato in un mare di debiti. Ispirata ai crac finanziari verificatisi negli ultimi anni e idealmente prossimo al caso Parmalat, l’opera seconda di Andrea Molaioli scava letteralmente nel terreno molle della finanza creativa e dissotterra gioielli, gioiellino e quello che resta del venduto per pagare i debiti o per fuggire in terrestri paradisi fiscali. Dopo aver girato un’opera di genere che parlava d’altro e provava a scrollarsi di dosso l’ovvio di troppo cinema italiano, Molaioli si trasferisce questa volta in Piemonte, dove torna a guardare la provincia come immagine di una società viziata e sofferente. Se La ragazza del lago avviava un’indagine introspettiva a partire da un corpo senza vita annegato e poi abbandonato sulla riva, Il gioiellino si concentra su una corporation affogata dai debiti e poi costretta alla bancarotta. Ancora una volta al centro della vicenda c’è Toni Servillo, gelido, impenetrabile e in statuaria tensione nell’interpretazione di un ragioniere fraudolento e trattenuto da ogni coinvolgimento affettivo. Il prestigiatore di Servillo, al servizio del ‘candido’ imprenditore di Remo Girone, che si è fatto da sé a colpi di latte, pallone e viaggi esotici, è l’anima pulsante di un film che approfondisce il comportamento sociale e privato di un imperatore del latte, dei suoi cortigiani, dei suoi cassieri, dei suoi contabili, dei suoi figli e dei suoi nipoti, la cui determinazione si volge in spregiudicatezza, degenerando in avidità e assenza di scrupoli. Molaioli dà allora forma antropomorfa all’insieme di teorie e prassi alla base di una politica finanziaria virtuale e drogata dentro la fotografia onirica e ‘fuori fuoco’ di Luca Bigazzi. L’unità del film è data proprio da questa riduzione del plurale nel singolare, che rivela sognatori megalomani sbrigliati in una cupidigia giocata a tutto campo con gusto del rischio e di una sfrontata sicurezza. Figure esaltate e gonfiate come i bilanci certificati sulle loro scrivanie, che anticipano la caduta e tracciano la parabola di un disfacimento morale. Persone prima che personaggi partoriti dalla benevolenza della provincia, che il regista osserva a distanza, senza simpatie o condanne, producendosi in un discorso sulla condizione dell’uomo che non concede tempo alla sua coscienza e intraprende un destino di distruzione. Giocatori d’azzardo che avevano tutto da nascondere e una faccia pulita da ‘dichiarare’.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

Servillo-Girone, truffatori senza cuore ne Il gioiellino di Molaioli
Presentato stamattina alla stampa il film impegnato Il gioiellino, opera seconda del regista de La ragazza del lago. Ispirata alla storia del crac della Parmalat, la pellicola rilancia i due monumentali attori nei ruoli dei criminali senza coscienza e riserva al grande pubblico piccole inaspettate sorprese e citazioni colte.
Dopo il trionfo del thriller La ragazza del lago il coraggioso regista Andrea Molaioli torna nelle sale con il secondo lungometraggio e stavolta a ispirarlo sono fatti di cronaca che gli italiani conoscono bene. Con Il gioiellino il promettente ex aiuto alla regia di Nanni Moretti dimostra di avere le gambe lunghe per correre da solo e lanciarsi in una nuova sfida del cinema italiano: raccontare una storia ingombrante su cui ancora non è stata fatta chiarezza. Al centro del suo secondo grande passo, fatto insieme alla coppia di sceneggiatori Ludovica Rampoldi (La doppia ora) e Gabriele Romagnoli, c’è il crac finanziario della Parmalat, sotto i riflettori della stampa qualche anno fa. Ma il regista ci tiene a far sapere che il suo non è un film sulla Parmalat, come dimostra anche l’uso di un marchio e di nomi fittizi, perché per l’aderenza alla realtà c’è già l’inchiesta giornalistica.
Per la seconda volta sotto la sua regia ritroviamo Toni Servillo, nei panni di un ragioniere duro come la pietra che contribuisce con le sue magagne a mandare sull’orlo del fallimento la Leda, l’azienda in cui lavora da anni con devozione. A chiamarlo Ernestino, un nomignolo che poco gli si addice, è il testardo imprenditore Rastelli, interpretato da un calibrato Remo Girone. Tra i due spicca la presenza della bella Sarah Felberbaum, nei panni di Laura, che scuote ulteriormente la loro piccola realtà quotidiana. Abbiamo incontrato stamattina il regista e i protagonisti di un film che guarda in faccia la realtà senza esitazioni, alternando la fiction a provocatori rimandi politici e culturali, e consegna al pubblico un quadro nero come la pece sul cui fondo non è depositata nemmeno una briciola di speranza.
Il gioiellino è una delle ultime produzioni italiane che hanno potuto beneficiare del “compianto Fus”, come l’ha definito il produttore Nicola Giuliano, e un’opera cinematografica che s’ispira al cinema impegnato degli anni ’70 e cita Il caso Mattei di Francesco Rosi. Il film sarà distribuito nelle sale questo fine settimana in 170 copie dalla Bim.
Una scena del film Il gioiellino Andrea, il tuo film è ispirato alla cronaca, ma rappresenta anche un feroce apologo morale che ci fa riflettere sugli ultimi anni del capitalismo italiano. Come si è sviluppato questo progetto? E che rapporto c’è tra l’adattamento della storia per lo schermo e l’inchiesta?
Andrea Molaioli: Quando cominciavano ad affiorare i primi segnali di quella che è deflagrata nella grande crisi globale in cui siamo ancora invischiati, mi stavo informando già sul mondo della finanza perché m’interessava e m’inquietava nello stesso tempo il fatto di non trovare una reciprocità tra le vicende e il contesto, la realtà a cui partecipiamo tutti ogni giorno in maniera attiva. Avevo l’impressione che la crisi arrivasse in maniera inaspettata e che non ci fossero soluzioni per essere arginata nel futuro. Con Ludovica Rampoldi e Gabriele Romagnoli ci siamo documentati e informati sulla materia e, approfondendola, ci siamo imbattuti in casi che ci sembravano emblematici della gestione un po’ scriteriata della finanza. Tra questi la Parmalat, che aveva elementi “folkloricamente” italiani e una gestione prettamente occidentale.
Però nel film non vengono usati i nomi dei personaggi reali anche se si fanno dei riferimenti molto precisi…
Andrea Molaioli: Se il film può essere letto come un’avvisaglia su ciò che siamo stati, siamo e potremmo tornare a essere, è una lettura che non appartiene alle nostre intenzioni, ma a un’interpretazione dello spettatore.
Noi ci siamo concentrati sui personaggi per conoscere maggiormente la storia, piuttosto che sviluppare un racconto in chiave d’inchiesta, e il terreno in cui certe concezioni perverse potessero alimentarsi.
Il legame tra cronaca e cinema ha caratterizzato una parte del cinema italiano degli anni ’70. Vi siete ispirati a questo filone?
Andrea Molaioli: Non c’è stato un riferimento particolare anche se un “film santino” è stato per noi Il caso Mattei di cui potrete scovare una piccola citazione.
Ludovica Rampoldi: Ci siamo ispirati a un cinema che si è perso l’abitudine di seguire ultimamente. Studiando tutti i casi di crac da italiani abbiamo notato una blanda schizofrenia che pervade tutti quelli che sono sull’orlo di un abisso e che si ostinano a dire che va tutto bene! Da questo punto di vista è importante la frase di Rastelli: “Il denaro è una cosa che serve a rovinarne molte altre”. Questa scissione ci sembrava molto nazionale!< Toni Servillo, protagonista del drammatico Il gioiellino Come hanno lavorato gli attori protagonisti sui propri personaggi? Vi siete documentati personalmente o vi siete affidati al copione? Remo Girone: Mi sono basato sulle indicazioni del regista e sulla sceneggiatura, per noi attori è sempre una fortuna lavorare con chi ha scritto e dare corpo a quello che era stato immaginato. Toni Servillo: Il mio è un personaggio meno esposto alle cronache, diversamente da quello che mi è già capitato (Il divo). Sapevo molto poco del mio personaggio e credo che anche il pubblico coraggioso, che mi auguro vedrà il film, ne sa poco. Non avevo l'impaccio di tante zavorre e potevo affidarmi alla fantasia. L'intenzione di Andrea era farci conoscere i personaggi di una storia che esula dall'inchiesta giornalistica e farceli vedere nell'intimo, in cui le loro coscienze montano rispetto ai fatti. Grazie al lavoro degli sceneggiatori e alla grazia di Andrea nella creazione e sul set abbiamo avuto molto materiale su cui lavorare e con cui interloquire senza appiattirci sulla cronaca. Signor Servillo, nel film la vediamo pronunciare la famosa frase "Maledetti comunisti!". Come si è confrontato con questa parte del suo personaggio? Toni Servillo: Noi attori, come i poeti, dobbiamo rendere palpitanti i nostri personaggi, interpretarli in maniera amorale. Se un attore fosse ideologico, dovrebbe cambiare mestiere. Direi che non ho avuto difficoltà... nella circostanza! D'altronde sbaglio o per raccontare l'Italia nell'ingerenza della criminalità, del potere qualcuno sia partito da Renzo e Lucia? Anche il cinema non ha il compito di aderire alla realtà, quello è un compito del giornalismo. Pensando alla sua filmografia e ai personaggi interpretati c'è un leit motiv frequente: il rapporto col denaro e la manipolazione del potere. Cosa puoi dirci di questa coincidenza? Toni Servillo: Ho avuto la fortuna di essere stato scelto da registi come Sorrentino, Incerti e Molaioli, per testimoniare il diverso rapporto tra epoca e potere e credo che questa sia una chiave interpretativa della realtà molto forte a cinema come a teatro. E' un modo affascinante per raccontare la realtà e il mondo che ci circonda. Sarah Felberbaum in un primo piano tratto dal film Il gioiellino Il personaggio di Sarah è l'unico inventato... Sarah Felberbaum: Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, la relazione tra il mio personaggio e il ragioniere Botta non è una mossa per far carriera. Laura è una donna che prova dei sentimenti, ma sa scindere l'amore dal lavoro. I protagonisti sono immersi in un'aura sacrale e la religione diventa una metafora della finanza. Come motivate la scelta di sottolineare questo aspetto? Andrea Molaioli: L'elemento mistico era molto funzionale alla facciata di chi si professa portatore di valori compiendo poi atti che contraddicono quegli stessi valori. E' qualcosa che accomuna gran parte dell'imprenditoria... e della politica: un portare valori che preserva da eventuali critiche successive e può fungere da maschera dietro cui nascondersi. Il credo religioso diventa una carta spesso giocata nella comunicazione. Anche il ruolo delle banche gioca una parte significativa nell'andamento del film... Andrea Molaioli: Quello che è accaduto è sotto gli occhi di tutti: le banche sono il fulcro nevralgico dell'economia del mondo, il più potente perché il meno accessibile e quindi poco criticabile. Altri poteri sono invece un po' più monitorati e siamo quindi più in grado di giudicarli. Nel film è molto significativa la scelta di lasciare sullo sfondo la moglie dell'imprenditore. C'è un motivo preciso? Andrea Molaioli: Il ruolo della moglie rispecchia una certa concezione della moglie di un imprenditore ma in generale di una figura maschile, un'immagine che non appartiene a una sola epoca. E' una moglie che sta dietro le quinte e non ha competenze per esprimersi su quello che avviene. Remo Girone: Il mio personaggio è sempre stato fedele alla moglie e questo è l'unico aspetto che lo avvicina a me. Remo Girone in un'immagine del film Il gioiellino Una scena che colpisce l'immaginario è quella in cui l'imprenditore va col figlio dal presidente del Consiglio e anziché riscuotere gli vende un giocatore della propria squadra. E' un episodio vero? Ludovica Rampoldi: Alcune fonti ci hanno raccontato di un incontro tra Calisto Tanzi, che andava a battere cassa, e Berlusconi che invece intavolò una trattativa per l'acquisto di Gilardino (nel film Zizinho). L'aspetto calcistico è marginale nel racconto. Si tratta di una vostra interpretazione o i fatti sono andati così? Andrea Molaioli: Il film non è un film sulla Parmalat e l'elemento del calcio ha a che fare con la nostra realtà quotidiana: viene spesso utilizzato da tanti imprenditori come biglietto da visita, come ritorno d'immagine. Non abbiamo investigato fino in fondo su quest'aspetto perché volevamo concentrarci su altri elementi per costruire un habitat per i personaggi. Ci siamo informati sulla gestione Tanzi e sulla squadra, ma non ci sembrava interessante mentre ci ha affascinato la figura del figlio, che rappresenta una nuova generazione di imprenditori. Le riprese non state realizzate a Parma. Come mai? Avete avuto difficoltà a girare lì? Il motivo è lo stesso motivo per cui non si fanno mai dei riferimenti espliciti all'azienda? Francesca Cima, produttrice: Non abbiamo nemmeno provato a girare a Parma perché avevamo fatto dei sopralluoghi e trovato delle location giuste ad Acqui Terme con l'aiuto della Film Commission del Piemonte. Se nel film non si parla di Parmalat e non si citano nomi reali è per la necessità di prudenza rispetto ai processi in corso. L'obiettivo era di prendere spunto da quella vicenda non accanirci sui suoi protagonisti: volevamo raccontare un fenomeno paradigmatico. Il caso Parmalat offriva un'aderenza ad alcune dinamiche della finanza che sono uguali in tutto il mondo e c'interessava un familismo significativo anche ai nostri giorni e di cui sono vittime i risparmiatori. Angela Cinicolo, da "movieplayer.it" Come può una ricca azienda italiana fallire miseramente, ingoiando i risparmi di migliaia di piccoli azionisti che hanno creduto nel suo nome e nella sua solidità economica? Prova a spiegarcelo Andrea Molaioli, che, dopo il grande successo del suo film d’esordio, La ragazza del lago (10 David di Donatello, 3 Nastri d’Argento, 4 Ciak d’Oro e 2 Globi d’Oro), torna nei cinema il 4 marzo con Il Gioiellino, scritto dallo stesso regista insieme a Ludovica Rampoldi e Gabriele Romagnoli. Amanzio Rastelli (Remo Girone) è il fondatore e presidente della Leda (Latte e Derivati Alimentari), florida azienda agro-alimentare del nord Italia, che negli anni Novanta è in piena espansione, “un gioiellino”, grazie anche all’appoggio del senatore Crusco (Renato Carpentieri) e ad un fidato gruppo di lavoro, tra cui spicca il ragioniere Ernesto Botta (Toni Servillo). Rastelli inserisce nei posti di comando i suoi parenti, dal figlio Matteo (Alessandro Adriano) a capo della squadra di calcio dell’azienda alla nipote Laura Aliprandi (Sarah Felberbaum), affidata alla guida di Botta. La quotazione in borsa e l’apertura ai mercati internazionali, tuttavia, non riescono ad essere adeguatamente gestiti da un management che, per mancata formazione o inadeguata esperienza, non è all’altezza della situazione, così la Leda s’indebita sempre di più e, nonostante i bilanci falsi, gli appoggi politici e le operazioni di finanza creativa, il crollo diventa inevitabile. Ispirato al crac Parmalat (il titolo è tratto proprio da una fase di Callisto Tanzi: “A parte quei 14 miliardi di buco, l’azienda è un gioiellino”), il film, secondo il regista, cerca di far luce su “sistemi che appaiono inaccessibili alla comprensione dei più, ma che investono drammaticamente la quotidianità di tutti i cittadini”. Aggiungono gli sceneggiatori: “La Leda rappresenta tutte quelle aziende, italiane e non, che hanno fatto del debito una strategia e del falso in bilancio uno strumento, che hanno scisso l’economia reale dalla finanza, che con una gestione creativa e disinvolta hanno truffato migliaia di risparmiatori. Non volevamo fare un film di denuncia né di inchiesta, ma raccontare personaggi, indagare i loro rapporti e capire il fondamento delle loro scelte. Abbiamo cercato di guardare il mondo con gli occhi dei nostri protagonisti, una banda di manager di provincia proiettati sulla scena della finanza mondiale, armati solo di un diploma di ragioneria e di una buona dose di spericolatezza nella gestione aziendale, capaci di tenere in scacco i mercati mondiali grazie a un conto finto realizzato con scanner e bianchetto (…). Capaci di muovere miliardi, ma relegati in vite grigie, impiegatizie. Con una fiducia cieca, paradossale, nel lavoro, nell’azienda e nel suo patrono. Sono queste contraddizioni che abbiamo voluto esplorare per tramutare una vicenda finanziaria in un racconto di uomini abituati a stare sull’orlo del precipizio”. Il Gioiellino dovrebbe essere proiettato nelle scuole e nelle università, non solo come esempio di grande cinema italiano, ma soprattutto per il suo valore didattico. Spesso si crea una frattura tra le intenzioni enunciate da regista e sceneggiatori e quello che davvero il film riesce a raccontare, ma non è questo il caso: Il Gioiellino mantiene tutte le promesse e lo fa in modo impeccabile. Mettere in scena una storia clamorosa e di grande impatto sociale come quella del crac Parmalat poteva essere insidioso, in quanto è fortissimo il rischio di cadere nella retorica e nel patetico, rischio completamente evitato da Molaioli. Ne Il Gioiellino, infatti, non ci sono le vittime del fallimento, i piccoli risparmiatori, la cui presenza si avverte solo attraverso i riferimenti dei telegiornali. Molaioli porta lo spettatore all’interno dell’azienda e delle sue logiche, cercando di spiegare il punto di vista non delle vittime (di facile comprensione ed empatia), ma dei carnefici. Carnefici che non vengono dipinti come mostri privi di scrupoli che vivono tra agi e vizi, bensì come gente comune: se il figlio di Rastelli gira in Lamborghini e la nipote veste firmato, la mente grigia del gruppo, Ernesto Botta, vive per l’azienda e abita in una casa modesta, passando il tempo libero a montare scaffali, e perfino Rastelli conduce un’esistenza tranquilla, preferendo lavare i piatti piuttosto che usare la lavastoviglie. Molaioli non esprime alcun giudizio morale, mostrando degli uomini che non avevano l’intenzione deliberata di far del male al prossimo, ma hanno agito in modo sconsiderato con l’unico intento di salvare la società: quando Botta pronuncia la frase – manifesto del film, “Se i soldi non ci sono, inventiamoceli”, nella scena successiva aggiunge che i soldi poi bisogna metterceli davvero, e quando i carabinieri vanno ad arrestarlo, Botta non cerca di salvarsi e di fuggire, ma è dietro la sua scrivania a mettere giù un piano di risanamento dell’azienda. Proprio i personaggi sono uno dei punti forti del film: con dialoghi strepitosi, battute efficaci e grande attenzione a gesti, sguardi e comportamenti, Molaioli riesce a renderne perfettamente la complessità, grazie anche ad un ottimo cast, in cui spicca il solito Toni Servillo, che si dimostra sempre di più l’attore giusto nel film giusto. Molto bravi anche Girone e la Felberbaum, ma un plauso particolare va a Lino Guanciale, che con una recitazione asciutta e misurata rende perfettamente la fragilità del direttore marketing, Filippo Magnaghi, schiacciato tra la voglia di fare la cosa giusta e la paura delle conseguenze. La scelta di Molaioli di mostrare il punto di vista dei “cattivi” non deve, però, essere fraintesa: non si tratta di un’improbabile operazione simpatia volta a giustificare l’ingiustificabile, ma della volontà di mostrare allo spettatore come simili drammi siano ancora più gravi perché possono accadere a chiunque e in qualunque momento, in quanto ad ingannare e derubare non è lo squalo dell’alta finanza, ma quel signore tanto perbene che compra il dolce di Natale nella pasticceria del paese. Annarita Vitrugno, da "directorscup.it" Dopo il convincente esordio de “La ragazza del lago”, giallo esistenziale accolto molto bene nel 2007 alla Settimana della Critica del festival di Venezia e vincitore l’anno seguente di ben dieci David di Donatello, la curiosità e le aspettative legate al ritorno dietro la macchina da presa di Andrea Molaioli non erano poche. Sulla carta il tema trattato poteva certo presentarsi come un terreno scivoloso, nel quale sarebbe stato sin troppo semplice scivolare nel retorico o nella stereotipizzazione. L’opera seconda di Molaioli infatti, pur curandosi bene di modificare tutti i nomi dei personaggi e delle aziende coinvolte, fa chiaramente riferimento al tragico scandalo di bancarotta fraudolenta e aggiotaggio che ha visto protagonisti in primo luogo l’amministratore delegato Callisto Tanzi e la sua azienda Parmalat negli anni novanta e nei primi anni duemila. Coadiuvato da una sceneggiatura firmata dallo stesso Molaioli insieme a Ludovica Rampoldi e Gabriele Romagnoli, “Il gioiellino” ripercorre con chiarezza e un invidiabile ritmo drammaturgico-narrativo genesi e sviluppo della frode finanziaria, mostrando gli avvenimenti con un’affascinante e realistica freddezza (elemento narrativo, questo, già centrale ne La ragazza del lago) ed evitando abilmente l’incalzante pericolo di cadere nella banalizzazione o nello scontato. Parafrasando il titolo di un film di Carlo Mazzacurati, l’impressione è che Molaioli con “Il gioiellino” (il nome con il quale Rastelli/Tanzi chiama orgogliosamente la sua azienda considerata simbolo del “made in Italy”) sia riuscito a trovare la giusta distanza rispetto a ciò che voleva rappresentare. Astenendosi così da coinvolgimenti emotivi comprensibili ma che avrebbero potuto portare fuori strada il film nel suo intento, per così dire, di documentazione cinematografica. L’opera, inoltre, è anche piuttosto stimolante e vivace dal punto di vista stilistico e Molaioli si propone come uno dei registi formalmente più interessanti del panorama cinematografico italiano contemporaneo. Quella che ne risulta è una rappresentazione agghiacciante e distaccata di un mondo finanziario marcio e totalmente privo di quei valori che invece Rastelli/Tanzi non perde occasione di millantare. Un mondo in cui naturalmente gli incroci con la politica (ma non solo) sono stretti e proficui. Per chiudere, qualche breve riflessione sulle interpretazioni. La prova di Toni Servillo nei panni del ragioniere Botta/Tonna, fido consigliere economico di Rastelli/Tanzi, è straordinaria nella sua misuratezza e rigidità. Se l’attore campano si conferma ad altissimi livelli recitativi, molto buone sono anche le prove di Remo Girotti (Rastelli/Tanzi) e dell’affascinante Sarah Felbelbaum (la nipote dell’amministratore delegato). Quest’ultima, per la prima volta alle prese con un ruolo importante, dimostra di saper dare profondità e credibilità ad un personaggio anche piuttosto sfaccettato e “Il gioiellino” potrebbe rappresentare per la sua carriera una notevole svolta. Luca Ottocento, da "cinezapping.com" La storia - appena mascherata - della Parmalat e di Callisto Tanzi, dal miracolo italiano allo sconvolgente fallimento. Ottime intenzioni, risultati un po' alterni nel nuovo film di Molaioli... Non c'e' dubbio che Il gioiellino fosse uno dei film italiani che attendevo con maggiore interesse. Non ero stato tra gli entusiasti de La ragazza sul lago, il precedente lavoro di Molaioli, che trovavo un prodotto interessante ma sopravvalutato. Gli estratti che avevo visto a Sorrento invece mi avevano fatto molto ben sperare su questo film, chiaramente debitore di Sorrentino, ma comunque molto forte e appassionante. Certo, mi rimaneva l'incognita Servillo (sarebbe stato eccessivamente servilliano come gli capita ultimamente?) e il dubbio sul perché un titolo del genere non sia arrivato a qualche festival importante. Si trattava dell'occasione di affrontare uno dei maggiori scandali italiani, quello di Parmalat e di Callisto Tanzi, che anche se vengono mascherati da pseudonimi, sono inconfondibili. Cosi, possiamo vedere un'analisi non solo dei malanni del capitalismo italiano, ma anche di alcune figure emblematiche della nostra società. Per esempio, si ripete spesso (troppo, in effetti) che i proprietari dell'azienda puntano sui valori, con l'idea di ironizzare sulla facciata pulita rispetto agli affari truffaldini. Ma si ha l'impressione che i veri squali non siano quelli falliti, ma quelli che si trovano nelle banche e che continuano a lavorare indisturbati, come dimostra la recente crisi economica. E anche la frecciata finale ai giornalisti, presunti cani da guardia del potere, è notevole, grazie a una battuta fulminante ("Non dovevamo sospendere i pacchi dono"). Va dato atto ai realizzatori di aver dato vita a un prodotto che non annoia mai, nonostante l'argomento non sia certo semplice e commerciale. Merito anche di una colonna sonora perfetta e appassionante, altro elemento che ha in comune con Sorrentino. E soprattutto nell'ultima parte c'è una forte tensione che affascina e inquieta allo stesso tempo. C'è purtroppo il solito problema di registi un po' troppo innamorati di Toni Servillo e che quindi si dilungano su di lui qualche secondo di troppo, lasciandogli sempre qualche scena madre dove scatenarsi, tra parolacce, sguardi cattivi, sfuriate, frasi fulminanti e maleducazione assortita. Insomma, l'equivalente italiano dei Pacino blast. Meglio, decisamente meglio (anche se ovviamente verrà trascurata) la prova di Remo Girone, che gioca più di sottrazione e che dà vita a un personaggio sfumato e complesso. Così così invece il personaggio della nipote del capo, che all'inizio sembra molto debole, non tanto per la prova (discreta) della Felberbaum, quanto perché alcuni sviluppi, come il rapporto con Servillo, sembrano allo stesso tempo scontati e fin troppo metaforici. Poi, soprattutto nel finale ha la possibilità di migliorare molto. Più che altro, ogni tanto si ha l'impressione che il montaggio sia troppo frenetico, senza che ci siano vere ragioni artistiche dietro, se non il desiderio di sembrare più 'moderni'. Va dato atto a Molaioli di aver realizzato un film coraggioso e fuori moda, benché decisamente imperfetto. Per questo, sarebbe auspicabile un buon riscontro di pubblico. Ma in quest'Italietta commediaciara, non mi sentirei di scommetterci... Colin McKenzie, da "badtaste.it" Andrea Molaioli torna alla regia dopo il pluripremiato La ragazza del lago (2007) e lo fa con quello che già allora fu il suo attore protagonista: Toni Servillo. L’attore napoletano è infatti l’interprete de Il gioiellino, opera liberamente ispirata alle vicende del crac Parmalat e ad altri episodi che hanno contraddistinto gli ultimi quindici anni italiani e internazionali, per quello scollamento fra economia reale e finanza che tanto ha danneggiato gli investitori di tutto il mondo. Ernesto Botta (Toni Servillo) è il braccio destro di Amanzio Rastelli (Remo Girone), proprietario della Leda, azienda agro-alimentare specializzata nella produzione di latte. I due portano avanti da decenni l’impresa con grande successo, facendo della Leda un marchio italiano di grande eco internazionale, grazie anche alle speculazioni che gli stessi dirigenti hanno attuato in tutto il mondo, ramificando la loro presenza dagli Stati Uniti alla Russia post-sovietica. Tuttavia Rastelli è un imprenditore all’antica che non riesce ad aderire agli assetti dell’economia del nuovo millennio, facendo arrancare l’azienda fino all’inverosimile. Botta aiuterà il Presidente ad uscire da più di un guaio, ma la società è inevitabilmente destinata al crac, esito non evitato neppure dal ricorso a stratagemmi illegali per coprire i bilanci passivi. “A parte quei 14 miliardi di buco, l’azienda è un gioiellino”, questa la frase attribuita a Calisto Tanzi che affascinò gli sceneggiatori de Il gioiellino, tanto da farne poi il titolo dell’opera. Il film di Molaioli possiede una drammaturgia quasi perfetta per il suo genere, con un ritmo sempre incalzante – nonostante le tematiche finanziarie non eccezionalmente avvincenti – una caratterizzazione dei personaggi ben calibrata, dialoghi e narrazione armonicamente posti e senza che mai uno di questi fattori cannibalizzi gli altri, per un marchingegno filmico di ottima fattura. Il gioiellino rientra a pieno diritto nel nuovo cinema politico italiano, segnato da opere che fanno della denuncia sociale e civica il sottotesto di una narrazione non afferente al genere classicamente impegnato, e, infatti, le recriminazioni proposte agiscono sottotraccia senza mai arrivare all’epidermide dell’opera. Ne sono dei nobili esempi film di mafia come Le conseguenze dell’amore (2004) o Una vita tranquilla (2010) – tutti interpretati dallo stesso Servillo – dove la problematica affrontata è sempre posta sottovoce rispetto ad una narrazione che investiga altri campi dell’essere umano. Il gioiellino, in ciò, non è da meno. Si potrebbe avere l’impressione che l’opera di Molaioli abbia come tema caratterizzante il crac di una nota società italiana, ma a guardar bene si capisce, invece, che il cuore del film è riposto nelle esistenze dei protagonisti, in una ragnatela di affetti, sentimenti e relazioni squisitamente umane, che vedono affacciarsi il contesto politico-economico solo come sfondo, per meglio caratterizzare e giustificare movimenti e motivazioni pertinenti ai personaggi, senza che il tema finanziario sovrasti mai l’indagine antropologica: questa è la chiave di volta che rende il film di Molaioli nient’affatto macchinoso, ma molto partecipato. Si assiste così non semplicemente ad un pamphlet civico, ma a una operazione meglio articolata, grazie ad una narrazione introspettiva ed emotiva. Chi era nel torto e chi nella ragione sarebbe stato fin troppo retorico gridarlo. Quello che serviva era, invece, uno sguardo originale su un tema più che noto: risultato che Molaioli centra appieno. Emanuele Protano, da "taxidrivers.it"

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