Il discorso del re

uca di York e secondogenito di re Giorgio V, Bertie è afflitto dall’infanzia da una grave forma di balbuzie che gli aliena la considerazione del padre, il favore della corte e l’affetto del popolo inglese. Figlio di un padre anaffettivo e padre affettuoso di Elisabetta (futura Elisabetta II) e Margaret, Bertie è costretto suo malgrado a parlare in pubblico e dentro i microfoni della radio, medium di successo degli anni Trenta. Sostituito il corpo con la viva voce, il Duca di York deve rieducare la balbuzie, buttare fuori le parole e trovare una voce. Lo soccorrono la devozione di Lady Lyon, sua premurosa consorte, e le tecniche poco convenzionali di Lionel Logue, logopedista di origine australiana. Tra spasmi, rilassamenti muscolari, tempi di uscita e articolazioni più o meno perfette, Bertie scalzerà il fratello “regneggiante”, salirà al trono col nome di Giorgio VI e troverà la corretta fonazione dentro il suo discorso più bello. Quello che ispirerà la sua nazione guidandola contro la Germania nazista.
Dopo aver raccontato la storia della Rivoluzione americana in nove ore, dentro una mini-serie e attraverso gli occhi del secondo presidente degli States (John Adams), Tom Hooper volge lo sguardo verso il vecchio continente, colto in tribolazione e alla vigilia del Secondo Conflitto Mondiale. Al centro del palcoscenico la cronaca del malinconico e addolorato Duca di York, figlio secondogenito dell’energico Giorgio V, inchiodato dalla balbuzie e da una complessata inferiorità di fronte allo spigliato fratello maggiore David. Crogiolo d’angoscia (im)medicabile e di squilibri emotivi sono quelle esitazioni, quei prolungamenti di suoni, quei continui blocchi silenti che impediscono a Bertie di esprimersi adeguatamente, ingenerando una sensazione di impotenza.
Il regista britannico si concentra sul vissuto interno del protagonista, rivelando le conseguenze emotive del disagio nel parlato ai tempi della radio e in assenza del visivo. Il discorso del re non si limita però a drammatizzare la stagione di vita più rilevante del nobile York e relaziona un profilo biografico di verità con un contesto storico drammatico e dentro l’Europa dei totalitarismi, prossima alle intemperanze strumentali e propagandistiche di Adolf Hitler. Non sfugge al re sensibile di Colin Firth e alla regia colta di Hooper l’abile oratoria del Führer, che intuì precocemente le strategie di negoziazione tra ascoltatore e (s)oggetto sonoro, il primo impegnato nel tentativo di ricostruire l’immagine della voce priva di corpo, il secondo istituendo un rapporto di credibilità se non addirittura di fede con la voce dall’altoparlante.
Se il mondo precipitava nell’abisso non era tempo di guardare al mondo con paura, soprattutto per un sovrano. Bertie, incoronato Giorgio VI, doveva ricucire dentro di sé il filo interrotto della relazione con l’altro, affrontando il suo popolo dietro al microfono e l’immaginario radiofonico. Fu un illuminato e poco allineato logopedista australiano a correggere il “mal di voce” di un re che voleva imporsi al silenzio. Lionel Logue sostituì col metodo il protocollo di corte, educando la balbuzie del suo blasonato allievo e incoraggiandolo a costruire la propria autostima, a riprendere il controllo della propria vita e a vincere prima la guerra con le parole e poi quella con le potenze dell’Asse.
A guadagnare la fluenza e a prendersi la parola è il ‘regale’ protagonista di Colin Firth, impeccabile nell’articolare legato, solenne nella riproposta plastico-fisica del suo sovrano e appropriato nell’interpretazione di un re che ‘ingessa’ emozioni e corporeità nel rispetto rigoroso della disciplina. Dietro al ‘re’ c’è l’incanto eccentrico di Geoffrey Rush, portatore di una “luccicanza” che brilla, rivelando la bellezza della musica (Shine) o quella di un uomo finalmente libero dalla paura di comunicare. Lunga vita al re (e al suo garbato precettore dell’eloquio).
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

Il re balbuziente
di Rinaldo Vignati
Il film di Tom Hooper su re Giorgio VI arriva nelle sale italiane nel momento più propizio, proprio a ridosso dell’annuncio delle candidature agli Oscar: sono ben 12 le categorie in cui la pellicola è in gara.
Il film inizia quando il protagonista non è ancora re, ma semplicemente il principe Albert, duca di York. Al trono è destinato il fratello maggiore, Edoardo. Solo dopo l’abdicazione di quest’ultimo (che abbandona la corona per sposare la pluridivorziata Wallis Simpson), Albert ne prende il posto, assumendo il nome di Giorgio VI. Fin dall’infanzia il futuro re soffre di una grave forma di balbuzie che gli rende quasi impossibile pronunciare discorsi pubblici. Dopo aver consultato, senza alcun successo, i più titolati luminari del campo, si rivolge a Lionel Logue, un australiano che lo sorprende con metodi eterodossi e con un atteggiamento ai limiti della provocazione (lo chiama Bertie, anziché “Altezza Reale”).
Il logopedista accetta di intervenire solo sugli aspetti “meccanici” del difetto, ma capisce che l’origine della balbuzie è di tipo psicologico e sta in un’educazione eccessivamente formale, rigida e punitiva. Il rapporto tra i due, dapprima solo professionale e poi – per quel che è possibile data la differenza di posizione – di vera amicizia, ci viene mostrato nel suo evolversi per alcuni anni, fino al decisivo discorso tenuto dal re all’indomani dell’entrata in guerra per incitare il popolo britannico a rimanere unito.
Se l’enfasi è posta soprattutto sul percorso psicologico del protagonista, e sulla contrapposizione sociologica con il suo medico/antagonista, Il discorso del re sottende anche precisi giudizi sulle figure storiche messe in scena. Nel ricostruire le vicende di Albert/Giorgio VI, il film mette in evidenza il suo forte senso del dovere, la sua comprensione del ruolo che la monarchia (pur in assenza di reali poteri decisionali) continuava a svolgere nella società britannica del tempo e quindi la sua capacità di agire come simbolo e baluardo di unità nazionale. Netta è la contrapposizione che viene istituita col fratello Edoardo. Nel dipingere questa contrapposizione Hooper va contro una certa storia da rotocalco la quale tende piuttosto a vedere in Edoardo il “re del popolo” per il suo rivoluzionario anteporre i sentimenti agli affari di stato e al potere. The people’s king era, non a caso, il titolo di una biografia (di Susan Williams, Palgrave Macmillan, 2004) che descriveva Edoardo come un re innovativo e genuinamente democratico e rappresentava l’abdicazione come il frutto di manovre di palazzo ordite dal primo ministro Stanley Baldwin.
Al contrario, Il discorso del re dipinge Edoardo come personaggio fatuo, incapace di assumersi responsabilità (mentre il popolo britannico si stringe intorno al discorso del suo re, lui e Wallis Simpson ci vengono mostrati mentre se ne stanno in Costa azzurra) e politicamente inaffidabile (vengono adombrate le sue simpatie per la Germania). Il vero “re del popolo” – è la tesi di questo film – fu invece proprio Giorgio VI con il suo senso della dignità dell’istituzione e la sua comprensione della gravità del momento.
Il discorso del re ha le buone, rassicuranti, qualità che ci si aspetta da una ricostruzione storica “made in Britain”: accuratezza, fluidità narrativa, dialoghi spiritosi, attori eccellenti (qui l’Oscar per Colin Firth è quasi sicuro – nel suo discorso di ringraziamento giocherà con le caratteristiche del suo personaggio?). Rispetto a certi classici biopics inglesi del passato più o meno recente (le pellicole di Richard Attenborough, per fare un nome), il film di Hooper ha un passo narrativo più svelto (e qualche semplificazione in più – a cui peraltro pone rimedio la sottigliezza psicologica degli interpreti).
da “nonsolocinema.com”

Punta in alto Tom Hooper, un solido curriculum televisivo e due film per il cinema alle spalle, con Il discorso del re (che ha già fruttato a Colin Firth un Golden Globe e che potrebbe anche permettergli di portare a casa un meritato Oscar) capace di coniugare l’eterea regalità inglese (in particolare quella intramontabile di casa Windsor) al fascino esoterico di un’amicizia inconsueta tra un piccolo e un grande uomo che giocano a scambiarsi di ruolo sullo sfondo di un’Inghilterra anni ’30 uggiosa e volubile.
The King’s Speech
Inghilterra 1936. Alla morte del re Giorgio V (Michael Gambon), e dopo la ‘scandalosa’ abdicazione al trono del suo primogenito Edoardo VIII (risoluto a sposare la pluri-divorziata americana Wallis Simpson), il secondogenito ‘Bertie’ (Duca di York e futuro re Giorgio VI), si ritrova a dover prendere in mano le redini di un’Inghilterra in tumulto, alle soglie della seconda guerra mondiale. Purtroppo Bertie soffre, sin da quand’era piccolo, di una grave forma di balbuzie nervosa che gli ha causato non solo l’alienazione del padre e un insanabile senso d’inferiorità nei confronti del più spavaldo fratello, ma anche seri problemi di ‘pubblica’ comunicazione. Visto il cruciale momento storico che lo attende, al quale si aggiunge l’allure mediatica dell’avvento della radiofonia, il re in fieri, essendosi già consultato invano con fior di esimi logopedisti, si rivolgerà su suggerimento della premurosa mogliettina (una pomposa e compita Bonham Carter), all’eccentrico terapista australiano Lionel Logue (Geoffrey Rush), noto per i suoi non ortodossi metodi terapeutici. A fronte di un rapporto burrascoso che si mostrerà a più riprese conflittualmente costruttivo, i due uomini si ritroveranno infine a viaggiare sulla stessa linea d’onda, accomunati dalla volontà di dar sfogo alla renitente voce del nuovo re (per caso) d’Inghilterra. Saranno i prodromi di un’amicizia sincera e duratura, testimone non solo del primo, ufficiale discorso del re che guiderà la nazione unita contro la Germania nazista, ma anche del crescendo di una solida ‘voce’ regale, infine libera dal fardello della balbuzie, che sosterrà la nazione in un importante e tormentato periodo storico segnato dal Secondo Conflitto Mondiale.
Duetti di personalità
Tom Hooper è un regista ancora poco conosciuto internazionalmente, ma già molto amato in terra inglese per le sue raffinate ‘operazioni’ televisive (Elizabeth I, Longford e John Adams) e due film per il cinema (Red Dust con Hilary Swank e la recente biografia sportiva Il maledetto United). In tutti i succitati lavori, il giovane regista inglese ha saputo catturare i favori del pubblico riportando su schermo l’eloquenza visiva di personaggi di indubbio carisma (si tratta sempre di lavori perlopiù biografici), rievocati da attori di grande tempra artistica (basti pensare alla Hellen Mirren di Elizabeth I o al Paul Giamatti di John Adams), fotografandoli non solo nei loro ruoli ‘istituzionali’ ma soprattutto nella loro complessità umana, fatta di grandi debolezze e incredibili passioni. Anche in questo film, confermando la regola del ‘duetto di personalità’ (la caratteristica di Hooper è quella di soffermarsi ad analizzare i suoi personaggi tramite legami molto forti che mettono in risalto tutte le loro peculiarità caratteriali, come il rapporto passionale e burrascoso tra Elizabeth I e il suo Earl of Essex o il sodalizio lavorativo tra l’allenatore Brian Clough e il suo fidato assistente Peter Thomas Taylor), Hooper sceglie di non battere la strada del resoconto agiografico del regnante, ma di studiare piuttosto le complessità interiori dell’uomo attraverso l’occhio di una persona a lui vicina, ovvero l’eccentrico logopedista Lionel. Tramite il filtro osservativo di Lionel (l’unico che si prenderà sin da subito numerose libertà, come quella di rivolgersi al re con un più che informale ‘Bertie’), Hooper ci mostra un re affascinante e spigoloso, diffidente e generoso, gravato dalle difficoltà personali e nazionali, che nelle fattezze di Colin Firth rivela tutto il senso di (in)adeguatezza provato per il ruolo cui è suo malgrado chiamato, e per il quale dovrà affrontare e superare molte delle sue remore. E sarà proprio grazie al mix di ‘sedute’ terapeutiche (esercizi di scioglimento fisico-mascellare) e schermaglie umane con il suo bizzarro terapista che il re imparerà, giorno dopo giorno, a non temere il giudizio altrui e a fidarsi invece delle proprie doti. Un impervio percorso di maturazione che lo porterà a ritrovare il ritmo del suo eloquio e di conseguenza anche se stesso.
Tra storia pubblica e privata
Il fine lavoro registico di Hooper non riguarda solo la vivida caratterizzazione del suo Giorgio VI, abilmente rievocato dalla grande prova attoriale di Firth, ma anche la perizia narrativa con cui questi inquadra e cesella le peculiarità di una nazione che si fa specchio di un’intera epoca. Piogge e foschie tipicamente londinesi si alternano agli spazi mai troppo maestosi di interni sobri e misurati, quasi a voler ritrarre un cupo mondo a misura d’uomo, corredato da scale, ascensori e vetri d’epoca, su cui s’infrangono i riflessi di due storie, una pubblica l’altra privata, che si fondono in un’unica voce storica, solennemente testimoniata dal ‘discorso’ di un Re che sarà per sedici, cruciali anni alla guida di quell’aristocratica Inghilterra radicata nelle opere di Shakespeare e nel grigiore dei suoi brumosi viali alberati. Tonalità, vocalità e personalità sono dunque la materia prima che Hooper plasma al meglio con una regia attenta e mai banale, in equilibrio tra comico e drammatico, affidando infine alla bravura del duetto Firth-Rush il compito di dare anima e corpo a un’opera (modulata sulle note dell’ottima score originale del francese Alexandre Desplat e storicizzata dalla fumosa e opaca fotografia di Danny Cohen) che non solo convince, ma a tratti rapisce.
Adorato dal pubblico inglese per i suoi encomiabili prodotti televisivi, Tom Hooper dirige con il suo inconfondibile tocco british un refrattario Colin Firth nei panni del balbuziente re Giorgio VI. L’ottima e poliedrica regia, gli incisivi e pungenti dialoghi e soprattutto il brillante duetto messo in piedi dai due magistrali protagonisti (Colin Firth e Geoffrey Rush) fanno del film di Hooper un piccolo capolavoro (in odore di nomination all’Oscar) che ha grandemente affascinato il pubblico inglese e non mancherà di affascinare il pubblico nostrano. Speriamo solo che in fase di doppiaggio non si perda tutto l’ardimento comunicativo offerto da un Colin Firth abilmente ingessato nel suo regale tartagliare.
VOTOGLOBALE8.5
Elena Pedoto, da “everyeye.it”

La storia – Dopo la morte di suo padre Re Giorgio V e l’abdicazione di suo fratello Edoardo VIII, Bertie, che soffre da tutta la vita di una forma debilitante di balbuzie, viene incoronato Re Giorgio VI d’Inghilterra. Con il suo paese sull’orlo della II Guerra Mondiale e disperatamente bisognoso di un leader, sua moglie, Elisabetta, organizza al marito un incontro con l’eccentrico logopedista Lionel Logue per aiutarlo a superare il suo problema.
Un microfono, un plongee, bocca asciutta, l’eco. Sin dai primi fotogrammi, Tom Hopper vuole condurci nell’universo distorto di Bertie, un uomo devastato dalla balbuzie, che gli impedisce di gestire una normale conversazione o pronunciare un discorso in pubblico. Peccato che il Bertie di cui si sta parlando non sia un commoner (un normale cittadino inglese, ndr.) quanto il futuro Re Giorgio VI, pronipote della Regina Vittoria e padre di Elisabetta II, una categoria che vive di retorica. Poca roba, insomma! Il manierismo di Hopper – che volutamente gioca con le inquadrature, in un esercizio di stile fondato sulla metafora visiva – non risulta tuttavia ridondante o fine a se stesso, anzi: come il suo protagonista – che ha serie difficoltà di comunicazione verbale – affida il racconto alle immagini, agli sguardi, ai non detti. Ma la vera bellezza intrisa in Il discorso del Re – accanto ad un piacevole fluire narrativo, alternato da gradevoli battute di puro british humour e che non sfocia mai nella pallosa ricostruzione alla BBC su Casa Windsor – sta proprio nella volontà di umanizzare, schernire (eh sì, ci sta!) e al tempo stesso sostenere un’autorità nella sua (dis)avventura comunicativa, coglierne il suo lato umano nelle sue insicurezze e nella sua vita quotidiana. Un’operazione, se ci è concesso il paragone, che ricorda la giusta dose di irriverenza e vita privata presente in The Queen di Stephen Frears.
Incantevole Colin Firth – difficile distaccarsi dalla sua oramai suggellata idea di british gentleman – accompagnato da un immenso Geoffrey Rush, che qui gioca a scimmiottare se stesso, in una macchietta di uomo australiano, ex attore shakespeariano fallito, che si diletta, paradossalmente, con la dizione inglese. Geniale.
…in un tweet: God save Colin Firth. E le dodici nominations agli Academy Awards.
Fabrizia Malgieri, da “duellanti.com”

Dopo aver vinto l’ultimo Toronto International Film Festival, approda in Italia “Il discorso del Re” di Tom Hooper. Ne è protagonista indiscusso l’attore inglese Colin Firth. Il re Giorgio VI, padre della regina d’Inghilterra Elisabetta, prende il posto di suo fratello Edoardo VIII, che abdica per amore della pluridivorziata americana Wallis Simpson. Ma il sovrano è affetto da una poco regale balbuzie. Arriverà in suo aiuto Lionel Logue, un logopedista australiano dai metodi molto poco ortodossi che lo tratta come un “commoner” qualsiasi. A cominciare dal fatto che lo chiama Bertie, suo nomignolo e non “Sua Maestà” come tutti. Tra i due, l’ex attore fallito e il complessato futuro Re, nascerà una profonda amicizia e alla fine, davanti a un microfono della BBC, Bertie/Giorgio VI supererà tutte le sue paure e diventerà per il Paese, che si avvia verso la Seconda Guerra Mondiale una guida per tutto il suo popolo. La chiave di lettura scelta dal regista è a tratti teatrale, soprattutto nella casa/studio di Lionel, con uno scalcagnato divano su una parete scrostata sicuramente non al livello di un’Altezza Reale. Ma è proprio lì che vengono sconfitti i fantasmi di Bertie, tra cui spicca il suo senso d’inferiorità nei confronti del fratello molto più brillante di lui. Gli sono accanto inoltre la moglie, futura regina, e le due figlie, le principessine Elisabetta e Margaret. Ed è stridente il contrasto tra lei e la scandalosa Wallis, ma anche tra il balbuziente Giorgio VI e il dittatore tedesco Hitler, che negli stessi anni incantava le masse con la sua agilità oratoria. “Il discorso del Re” è la storia di una grande amicizia, che prescinde da ogni barriera sociale. Alla fine risulta essere quasi la prova che gli uomini sono tutti uguali con le loro debolezze, nonostante le ragioni di stato. Dal punto di vista mediatico, invece, a cinquant’ anni dal famoso incontro/scontro televisivo Nixon/Kennedy che decretò la vittoria di quest’ultimo, fa un certo effetto pensare adesso ad un leader politico balbuziente, anche se il nostro eroe non era il solo, lo stesso Winston Churchill aveva grossi problemi di dizione, risolti da una specialissima dentiera. Notevole il cast, primo tra tutti uno Bertie/Colin Firth in stato di grazia ed il suo logopedista Lionel/Geoffrey Rush, già insignito dell’Oscar per il suo straordinario David Helfgott di “Shine”. Non sono da meno Helena Bonham Carter nei panni di Elisabetta e Guy Pearce, un fascinoso Edoardo VIII letteralmente in balia dell’amore. Firma la sceneggiatura David Seidler, che non a caso soffriva da piccolo di una grave forma di balbuzie e che considerava il Re balbuziente il suo eroe.
Ivana Faranda, da “ecodelcinema.com”

Ho dimenticato me stesso. Non sono io re?
Svegliati, mia assonnata maestà. Tu dormi.
Il nome del re non vale ventimila nomi?
All’armi! All’armi o mio nome.
W. Shakespeare, Riccardo II (III; 2)
Bertie, duca di York e secondogenito di Giorgio V (Michael Gambon), non impugna certo la spada come si addiceva ai leggendari monarchi del passato. Piuttosto la sente puntata alle spalle, sintomo di un’urgenza che mal si addice al suo desiderio di isolarsi dal mondo pubblico cui è destinato, ritratto di un re in fieri che sente su di sé tutto il peso dello scettro, gravato da un disturbo di balbuzie che lo porterà in viaggio dentro se stesso alla ricerca della propria voce. La regia sobria e mai invadente di Tom Hooper restituisce, nell’ultimo lavoro per il grande schermo Il discorso del Re, la figura spigolosa del futuro Giorgio VI, succeduto al fratello Edoardo VIII, poco incline ai doveri monarchici, interpretato da un cupo e affascinante Guy Pierce. Attento ai dettagli senza abbandonarsi al biopic romanzato, il regista inglese sfonda il velo superficiale della realtà storica per una dimensione interiore, dove doveri pubblici e tensioni private si fondono. Acclamato dal pubblico inglese per i riusciti prodotti televisivi – primo fra tutti la miserie HBO John Adams, vincitrice di 4 Golden Globe – Hooper si avvale ancora una volta di un duetto tra personalità che si scontrano, per offrire un quadro poliedrico da cui emerge ogni sfaccettatura caratteriale. La recitazione affabile di un pluripremiato Colin Firth, capace di calarsi in ruoli comici e drammatici senza perdere credibilità, emerge completamente nell’interpretazione scomoda del futuro re d’Inghilterra, che gli è valsa un Golden Globe. Al suo fianco l’eleganza di Geoffrey Rush, il logopedista Lionel Logue, avvezzo a metodi poco ortodossi, amico e maestro terapeutico. Il suo sguardo eccentrico filtra il mondo dell’irascibile Bertie, riuscendo a conquistarne la fiducia. Con una buona dose di esercizi fisico-mascellari e uno scavo psicologico difficile e tormentato il neo re riesce nel suo percorso di maturazione, testimoniato dal fatidico discorso che incantò tutti, confermandolo un abile condottiero alla testa di una nazione unita contro la Germania nazista.
L’Inghilterra uggiosa del 1936 è restituita dalla fotografia fosca di Danny Cohen, che alterna opachi e nebbiosi esterni agli spazi interni modesti e senza blasone, specchio di una monarchia lontana dagli eccessi, dove vige l’equilibrio della rigida forma. Il mezzo cinematografico è ridotto all’essenziale, abbandonandosi a leggere carrellate che sottolineano i momenti di transizione fisica e mentale di Bertie, accentuati da una musica sempre equilibrata, lirica ma mai epica, che si riduce a delicato sottofondo. Le pause e i silenzi sembrano rimbombare tra le pareti di edifici vicini ad un palcoscenico, dove il primo e il secondo attore danno sfoggio della propria bravura. L’impianto teatrale di questa pellicola rasenta la fredda oggettività, con effetti luce mai caldi, che riverberano non solo un’ansia tutta interiore ma anche lo spettro della Seconda Guerra mondiale. Anni in cui la retorica e l’oratoria del Führer andavano combattute con una voce ancora più forte e impavida, anni in cui la diffusione radiofonica scardinava l’unita di immagine e suono, capace di un potere invisibile che risuonava in un altrove misterioso. Il potere acusmatico di cui parlerà Chion, lo stesso su cui farà leva Orson Welles qualche anno dopo, adattando alla contemporaneità il celebre romanzo fantascientifico di Henry G. Wells, War of the Worlds, con il risultato di scatenare il panico del pubblico domestico. Con il sostegno di una sontuosa Helena Bonham Carter nei panni della moglie premurosa Elisabetta, l’ormai re – suo malgrado – scende in campo per una battaglia che è pubblica e privata insieme, dove il mostro dal lampeggiante rosso è uno scomodo microfono che amplifica al mondo il suo tartaglio, in un momento in cui vera protagonista è la voce stessa, aleatoria e non fisica. La sovranità è costretta a confrontarsi con il popolo, e da entità metatemporale dotata di un potere anche religioso si fa presenza tangibile e guida del Paese. Nell’ultima sequenza la macchina da presa segue Bertie tra corridoi e porte fino all’ultima stanza insonorizzata, al centro il mostro di ferro che aspetta imperturbabile. Da vero direttore d’orchestra Lionel dirige con gesti delicati il proprio re, come un allievo al primo saggio. Dal vuoto silenzio carico d’attesa, il suo eloquio risuona nell’etere e si spande nelle case, negli studi, per le strade e oltre, finalmente regale. Fiero della propria vittoria in campo aperto Giorgio VI emerge dall’oscurità per affacciarsi al mondo mentre lentamente, nelle menti del pubblico, si ricompatta la percezione sensoriale, prima dissociata di voce e immagine. Ora è di nuovo corpo.
Basato sulla vera storia di Giorgio VI d’Inghilterra e vincitore del People Choice’s Award al Festival di Toronto 2010 e di 5 nomination al British Indipendent Film Awards 2010, Il discorso del Re si rivela una pellicola di grande maestria, con l’inconfondibile tocco inglese che non cede la mano alla pomposità hollywoodiana degli ultimi tempi, spesso indiscreta compagna dei film in costume. Il discorso del Re si apre su uno spaccato sociale, culturale e storico preciso e puntuale, per immergersi poi sul versante psicologico, illuminando i relativi risvolti dell’uno sull’altro, per un prodotto che sa essere lineare e lontano dalla banalità, con la speranza che il doppiaggio italiano riesca a dare “voce” opportuna all’intensità dei balbettii di Colin Firth. Con 12 nomination, tra cui miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista (Colin Firth) e non protagonista (Geoffrey Rush), Il discorso del Re sarà presente all’83esima edizione degli Academy Awards, che verranno consegnati il 27 febbraio 2011.
Marta Gasparroni, da “pointblank.it

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