Hai paura del buio

Eva è una ragazza di poco più di vent’anni che lavora in una fabbrica a Bucarest. Nel suo ultimo giorno dopo che non le è stato rinnovato il contratto, decide di mettere in vendita tutto quello che possiede e di comprare un biglietto per l’Italia. Raggiunge la stazione di Melfi e trascorre la notte vagabondando senza meta finché trova un’auto aperta dove ripararsi dal freddo. La macchina appartiene ad Anna, giovane operaia presso la fabbrica della FIAT, che decide di accoglierla nella casa in cui vive assieme ai genitori e alla nonna malata.
Nel suo percorso come autore televisivo, Massimo Coppola si è mosso in una direzione opposta rispetto ai flussi e alle formule dei format popolari. Attraverso monologhi brand new, anti-reality di finzione e documentari sui ventenni ai margini di servizi e talk show, Coppola ha sempre cercato di mostrare, all’interno di un canale giovanile e “giovanilista” come Mtv, un’alternativa al pensiero comune e alla visione a senso unico sulle nuove generazioni. Dallo sguardo maturato coi ritratti giovanili di “Avere Ventanni” e da quel bisogno di porre una frattura fra rappresentazione e identità dei giovani d’oggi, sembra nascere anche il suo ingresso nel cinema di (cosiddetta) finzione.
Mentre la cronaca italiana dibatte su conflitti culturali e generazionali, tolleranza zero e zero futuro, Hai paura del buio pone un elemento di rottura nel modo di raccontare, tanto in televisione che al cinema, la politica d’immigrazione e la crisi del lavoro precario. Nonostante siano le due tematiche che disegnano il profilo politico del film, immigrazione e precariato si fanno presto latenti, rumori di fondo all’interno di un paesaggio sonoro dove predominano le risonanze delle fabbriche dell’entroterra lucano e la musica dei Joy Division. Dall’arrivo di Eva nella famiglia di Anna, Coppola mette infatti da parte un possibile discorso su pregiudizi, diffidenze o integrazione: avvicina le due ragazze per poi subito separarle in percorsi e passaggi che corrono paralleli. È l’accostamento e non lo scontro a interessargli, la giustapposizione e non la dialettica. Con questa finalità, fa propria la macchina a mano della (post) nouvelle vague del Godard di Due o tre cose che so di lei e del cinema rumeno contemporaneo, in cui l’estetica del pedinamento e dell’accarezzamento dei personaggi riesce a coniugare al presente il tempo del film e a costruire un linguaggio poetico e autentico.
La voce profonda di Ian Curtis accompagna il racconto di queste “due o tre cose” che il regista dimostra di sapere sui ventenni di oggi, agendo da testimone fra i percorsi delle due protagoniste: ragazze né tipiche né anomale, ma fragili e orgogliose quanto basta a creare un doppio ritratto femminile che abbatte ogni confine culturale. Allo stesso modo, il precariato lavorativo diviene precariato esistenziale, e l’universalità della paura del buio diviene paura delle oscurità dei rapporti familiari e della nostra stessa cultura.
Edoardo Becattini, da “mymovies.it”

La storia di due donne, e delle loro vite difficili. Due diverse realtà, lontane anche geograficamente. Due storie così diverse, ma due disagi così simili.
“Hai paura del buio” è il nuovo film di Massimo Coppola, conosciuto principalmente per le sue regie televisive e per la sua collaborazione con Mtv (qui presente come co-produttore). La pellicola è stata presentata in anteprima alla 67esima Mostra del Cinema di Venezia nell’ambito della Settimana Internazionale della Critica.
La storia del film è semplice, e le tematiche sono già state analizzate in numerose opere. Quello che rende interessante “Hai paura del buio” è il cercare di trattare questi stessi argomenti da un altro punto di vista, cercando di superare i soliti cliché, anche se poi la realtà che si osserva è sempre la stessa.
Eva vive a Bucarest, perde il lavoro e decide da un momento all’altro di partire per Melfi. Non ha nulla e nessuno a trattenerla. Non è noto cosa la spinge verso questa scelta, si percepisce solo che nasconde un oscuro segreto. A Melfi conosce casualmente Anna e viene ospitata dalla sua famiglia. Eva cerca di integrarsi, si crea degli affetti, ma ha sempre un suo lato oscuro: segue continuamente e spia la vita di una donna, un’estranea, in maniera sempre più ossessiva. Anna apparentemente ha una vita normale, vive in famiglia e ha un buon lavoro alla Fiat. In realtà soffre per i rapporti sempre più tesi con i suoi genitori, e a breve perde anche il lavoro perché la fabbrica viene chiusa per un incendio. Ha un unico affetto, sua nonna, molto anziana e malata, che vive con lei.
Ciò che rende queste donne tanto simili è la loro malattia del vivere, quel portare chiusa in se una rabbia tanto grande da non permettere loro di vivere serenamente la vita e pensare al futuro. Alla fine il segreto di Eva viene svelato, e Anna è costretta a delle scelte che cambiano radicalmente la sua vita. Entrambe riescono così ad aprirsi agli altri e ‘sbloccano’ la loro esistenza, congelata dalla rabbia. Quando entrambe riescono a confessare di avere ‘paura del buio’, di soffrire per il loro sentirsi troppo sole, e si rispecchiano nell’altra, allora è chiaro l’identico cammino di vita delle due protagoniste.
Non sempre il regista Massimo Coppola, anche sceneggiatore della pellicola, riesce nel suo tentativo di cambiare punto di vista. Eva viene caratterizzata secondo i cliché della ragazza romena che si trasferisce in Italia, è anche vero che così viene vista, solo come ‘la romena’ e non come essere umano. E’ grande infatti il suo stupore quando, finalmente, qualcuno cerca di capire i motivi del suo trasferimento a Melfi. Il disagio di Anna, con i suoi musi e i suoi silenzi, viene messo in scena come una crisi adolescenziale e Coppola non sempre riesce a dare il giusto spessore psicologico al personaggio.
Ottima la prova di Alexandra Pirici nei panni di Eva, un po’ troppo cupa e monocorde invece la prova di Erica Fontana, qui al suo esordio cinematografico.
“Hai paura del buio” ha una bella regia, fatta di passaggi rapidi dai piani sequenze ai primi piani, ed è valorizzato da un’accurata scelta dei brani musicali che rivela l’ambiente dove Coppola si è fatto la ossa.
Unica nota negativa, una estrema lentezza in alcuni punti e uno scorrere non sempre fluido.
La frase: “Perché sei venuta in Italia?”.
Giuliana Steri, da “filmup.leonardo.it”

Un’opera prima che sorprende per l’acutezza e la penetrazione dello sguardo e una fiducia nel potere dell’immagine sempre più rara tra i registi italiani. Massimo Coppola ha occhio per i volti e le cose e una sua cifra stilistica tutt’altro che trascurabile, eppure nel momento di tirare le somme il suo film perde un po’ le fila del discorso.
Eva ha vent’anni e vive a Bucarest, lavorando in una fabbrica. L’improvvisa perdita del suo lavoro la induce a muoversi verso l’Italia, in direzione di Melfi, sperduto paese in provincia di Potenza, noto per l’enorme insediamento della Fiat. Giunta a destinazione trova ospitalità casuale nella famiglia di Anna, sua coetanea, operaia della Fiat, già indurita dalle difficoltà della sua condizione. Dedicandosi alla nonna malata di Anna, Eva riesce a rimanere a Melfi, con lo scopo di ritrovare sua madre che l’ha abbandonata a Bucarest, nove anni prima, preferendo vivere in Italia e espiando la vigliaccheria del suo comportamento attraverso l’invio di soldi a casa.
Erica Fontana in una scena del film Hai paura del buio (2010) Dopo essersi fatto le ossa col documentario, Massimo Coppola approda alla sua opera prima di fiction sorprendendo per la densità e il controllo del suo cinema e per una fiducia nel potere dell’immagine sempre più rara tra i registi italiani. Hai paura del buio si confronta con le difficoltà del contemporaneo, rientrando in fabbrica e in famiglia, raccontando un mondo sociale alla deriva, attraverso il percorso parallelo delle due protagoniste, entrambe abili nel sottolineare le sfaccettature dei loro personaggi e sfuggendo dalle trappole pedanti del cinema civile sull’immigrazione. Ma se Erica Fontana a volte non riesce a scrollarsi di dosso un’eccessiva durezza, come nella frettolosa sequenza in discoteca, Alexandra Pirici (che avevamo già visto in Un’altra giovinezza) è una sorpresa notevole e Coppola ne segue il percorso pedinandola con i tempi giusti, fino al climax emotivo rappresentato dal lunghissimo piano sequenza del suo confronto con la madre, unico momento in cui la parola detta legge in un film che ha il coraggio di raccontare attraverso gli sguardi, gli spazi e i particolari. Sequenza coraggiosa costruita su una fine scrittura e sul volto e la fisicità eccellenti della Pirici che conferma, anche all’interno di una produzione italiana, che la gran parte della fortuna del nuovo cinema rumeno sta anche in una generazione di interpreti e di volti di grande intensità.
Alexandra Pirici in una scena del film Hai paura del buio Eppure Hai paura del buio pare finire cannibalizzato dalla centralità assoluta della sequenza appena descritta, rendendo molto meno deciso e centrato il percorso narrativo successivo. Grava infatti sul finale l’evidente difficoltà di tirare le fila di un discorso che appare strozzato in quello scambio di battute conclusive un po’ maldestro che finisce per comunicare il timore che non si sia stabilita la giusta connessione tra i due personaggi. Ma Coppola ha occhio per i volti e le cose e una sua cifra stilistica tutt’altro che trascurabile fatta di un uso intelligente della macchina a mano, sottolineature ricercate e un uso tagliente delle musiche, dove si saccheggia a piene mani dalla new wave e in particolare dai Joy Division che quasi monopolizzano lo score.
Adriano Aiello, da “movieplayer.it”

Storia di due destini solitari nel mare magnum della globalizzazione coatta. E’ quella di Eva a Anna, ragazze di appena vent’anni, le cui vite finiranno per incrociarsi sullo sfondo di una Melfi brulla e desolata, contraddistinta dall’incedere rumoroso dello stabilimento Fiat e dal ronzio delle pale eoliche.
Con “Hai paura del buio” Massimo Coppola tiene a battesimo il suo esordio da regista e dopo una lunga esperienza come documentarista e autore di programmi per Mtv (uno su tutti “Avere vent’anni), si avvicina timidamente all’universo cinema. E supera con disinvoltura questo banco di prova. Lo fa mettendo al bando le ideologie e immergendo la macchina da presa nella realtà alienata e sofferta delle protagoniste: entrambe operaie, Eva in una fabbrica di Bucarest da cui è appena stata licenziata, Anna alla SALT di Melfi, nel sud Italia, ambedue alle prese con le proprie complesse dinamiche familiari. Il viaggio che porterà Eva nel Bel Paese è lo stesso che la costringerà ad un drammatico faccia a faccia con il suo passato: una madre partita da Bucarest nove anni prima per rincorrere il ‘sogno italiano’ e mai più tornata, una donna vittima della più grande delle illusioni.
“Hai paura del buio” è il ritratto essenziale di due vite che scorrono parallele confrontandosi con gli stessi problemi sociali, le stesse paure e lo stesso background socio-politico: il confine tra un est retrò e un ovest presumibilmente industrializzato non è mai stato così labile.
Il punk dei Joy Division fa il resto: le irruzioni musicali della storica band inglese lungo il cammino di Eva verso Melfi, costruiscono un contrappunto necessario ed efficace alla narrazione silenziosa di questa storia.
Elisabetta Bartucca, da “film.35mm.it”

Scaduto il contratto in fabbrica, Eva (Alexandra Pirici) parte da Bucarest per raggiungere Melfi, paesino dell’entroterra meridionale italiano, da dove qualcuno continua a scriverle cartoline. La prima persona che incontra è Anna, giovane operaia FIAT, con padre disoccupato, mamma tuttofare e nonna malata costretta su un letto in casa loro. Probabilmente per fretta, la ragazza offre ospitalità ad Eva. Che è arrivata fino lì per mettersi sulle tracce di una donna, finendone per spiare ogni movimento. Fino alla resa dei conti.
Esordio al lungometraggio di finzione per Massimo Coppola, noto vj di Mtv (soprattutto per il programma “BrandNew”) e documentarista (nel 2007 il suo Bianciardi! venne presentato ai Venice Days), Hai paura del buio sembra procedere da un lato seguendo con doverosa attenzione l’insegnamento dell’ultimo cinema rumeno (e i suoi più noti rappresentanti, da Mungiu a Puiu, passando per il Francesca di Paunescu), quindi puntando molto su essenzialità e rigore per – come sottolineato dal regista stesso – “tentare di mettere ordine nel caos”, dall’altro misurandosi con l’innegabile bagaglio musical-culturale del suo autore, che attraverso un iPod trovato per caso da Eva insiste forse troppo con sottolineature diegetiche monotematiche (ma non abbiamo nulla contro i Joy Division, ci mancherebbe) alla lunga controproducenti (eccezion fatta, forse, per la sequenza della morte della nonna di Anna, contrappuntata dall’aumento di volume del televisore mentre canta Tiziano Ferro…): quello che resta, comunque, oltre ad alcuni snodi tanto necessari quanto forzati (com’è possibile che Anna, trovata Eva a dormire nella sua auto, decida così frettolosamente di portarla dentro casa? E, soprattutto, che il padre della prima ceda con tale noncuranza le chiavi dell’auto alla nuova arrivata?), è la solidità di un racconto che attraverso la splendida prova delle due protagoniste (con Erica Fontana all’esordio sul grande schermo) dimostra come alcuni percorsi di vita finiscano necessariamente per intrecciarsi. Da un lato affrontando a muso duro un’assenza durata 20 anni, dall’altro cominciando a riflettere sul peso di un’esistenza gravata da responsabilità prese forse troppo presto.
Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

Ci sono voluti molti anni, e una lunga serie di esperienze coerenti ma eterogenee, perché Massimo Coppola arrivasse a firmare il suo primo lungometraggio di finzione.
Noto presso il grande pubblico soprattutto come ex veejay di MTV, Coppola ha scelto per questo esordio un materiale che presenta diretti tratti di continuità con il suo precedente lavoro, in particolare con l’interessante serie documentaria televisiva Avere Ventanni.
Ancora una volta, infatti, al centro dello sguardo decisamente personale di Coppola ci sono generazioni giovani alle soglie dell’età adulta con tutte le problematiche a loro imposte dalla società in cui viviamo. Che, in questo caso, sono il (rapporto col mondo del) lavoro, l’immigrazione, il rapporto tra culture, il senso di chi si sia e di dove si voglia andare in un mondo che appare triste e ostile.
Le rivoluzione copernicana cercata e attuata dall’autore di Hai paura del buio è in fondo meno sconvolgente di quanto probabilmente si sperava. Ribaltare (in parte) i luoghi comuni sull’immigrazione rumena in Italia mostrando una ragazza moderna, in gamba, bella e determinata in contrapposizione con una coetanea che non è altrettanto “libera”, polarizzare la metropoli Bucarest e il piccolo centro di Melfi, sovvertire la logica relativa al lavoro salariato e alle dinamiche di fabbrica, come avviene nel racconto delle storie parallele e alternate di Eva e Anna, le due protagoniste del film, può forse sorprendere o destabilizzare “quelli che benpensano”, di certo non chi ha una visione del mondo più aperta e reale.
Ciò nonostante, sono da apprezzare gli sforzi di Coppola, che insegue quello che lui stesso definisce un “realismo attraverso l’astrazione” con uno sguardo registico magari un supponente ma di certo intelligente e dotato di un buon gusto per l’immagine e il sonoro.
Se dal punto di vista contenutistico la disperazione esistenziale delle due protagoniste e il loro (non) legame non sono poi così originali e finisce con l’essere paradossalmente strozzate da una narrazione improntata al massimo comun denominatore tra asetticità documentaristica e vicinanza fisico-emotica, Hai paura del buio si compone di strutture formali che costruiscono un’architettura audiovisiva di tutto rispetto.
Coppola alterna inquadrature riempite dal volto e dal corpo delle protagoniste con subitanee e geometriche aperture ai (non) luoghi urbani e rurali che racconta, e ad una presa diretta grezza e quasi aggressiva (che apre al mondo che non vediamo) oppone una colonna sonora costruita su un uso quasi sadico dei Joy Division.
E allora per usare una definizione cara al suo autore, Hai paura del buio è un film di sguardo, nel senso più ampio del termine. Un film fotograficamente bidimensionale, acusticamente impressionista, dove il contatto emotivo ed emozionale è quasi osteggiato e raggiungibile più attraverso suggestioni che non con le parole, a tratti (volutamente) goffe, che vengono pronunciate.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Il buio non è un problema, ma il vuoto può esserlo. Lo è sicuramente quando vuote restano le fabbriche. E la prima inquadratura del film lo indica bene: una lunga carrellata segue dall’alto un gruppo di operai che esce dallo stabilimento. Tra questi c’è Eva, una ragazza romena che, dopo il licenziamento, decide di vendere tutto, comprare un biglietto per l’Italia e insediarsi a Melfi. Qui conosce Anna, una ragazza molto simile a lei – lavora come operaia alla FIAT – che la ospita. Eva trascorre, quindi, le giornate in uno stato di profonda disillusione e apatia, ma conosce qualcosa che lo spettatore non sa. Spia, infatti, una donna dal misterioso comportamento. Riuscirà a incontrarla e a parlarle, in una delle sequenze più intense ed emotive del film. Una scena in cui il silenzio è tagliato solo dalle parole dure e dolorose pronunciate in rumeno dalle due donne e in cui Eva sfoga il rancore di una vita, mettendo sul piatto della bilancia affetto e soldi: “I soldi non ti abbracciano” afferma con strazio Eva e poco oltre continua “Coi soldi ho comprato tanto dolore”.
È una storia, quella narrata da questo lungometraggio, di estrema povertà che non lascia adito a speranze o a un filo di positività. Il regista Massimo Coppola ricerca un estremo realismo: la macchina da presa sembra volersi nascondere – ma paradossalmente in questo modo rivela se stessa – tanto che i protagonisti ci passano davanti oscurando la visuale, rimaniamo immersi nel buio quando qualche personaggio spegne la luce in una stanza o quando il treno entra in una galleria, e spesso vengono inquadrate – in maniera potremmo dire godardiana – zone inconsuete del campo, come gambe o piedi che salgono delle scale. Quella di variare il taglio delle inquadrature è una precisa scelta registica: si passa, infatti, numerose volte da un primo piano a un campo totale, da un mezzo primo piano a un campo medio, da un dettaglio a una figura intera. Con l’inserimento di qualche piano sequenza.
Tutto ciò con l’obiettivo di restituire la realtà nuda e cruda. Ma talvolta si va incontro a qualche forte contraddizione: nella realtà – che il film vorrebbe portare sullo schermo – chi ospiterebbe senza esitazioni una romena infiltratasi nella propria auto durante la notte? O peggio ancora chi il mattino successivo le farebbe guidare la macchina affidandogli le chiavi? Probabilmente nessuno. E allora è chiaro che questa parte del racconto è assolutamente poco verosimile. Per carità, nel cinema l’inverosimiglianza si ritrova ovunque, ne è un elemento fondante e spesso anche il punto di forza, ma in un film che deve restituire uno spezzone di cruda quotidianità, il comportamento e le azioni dei protagonisti non possono divergerne in tale maniera.
Da segnalare il sapiente e ricercato utilizzo di musiche diegetiche ed extradiegetiche, che si alternano a lunghe pause di silenzio. Ma non basta. Nel mondo di oggi, un mondo veloce, ipercinetico, dominato dalla virtualità del web e dalle capacità dei computer, dal 3D e dalle forti emozioni, occorre qualcosa in più per affascinare gli spettatori: ci vuole ritmo, forza, modernità – non è più tempo di Nouvelle Vague –, qualcosa di ricercato dal punto di vista visivo, molte parole e dialoghi pregnanti. Altrimenti è chiaro che gli italiani continueranno a fare le file al botteghino solo per i film comici (che pure sono da apprezzare per svariati motivi). Ed è un peccato perché Hai paura del buio è un lungometraggio che mette tanta carne al fuoco e che offre moltissimo materiale su cui riflettere e discutere: il problema dell’emigrazione, la povertà, la morte, l’abuso della donna e lo sfruttamento della prostituzione, il dramma della disoccupazione, la situazione della FIAT in particolare e del mondo del lavoro in generale.
Un film che mostra il buio della nostra epoca.
Ma non dell’oscurità bisogna aver paura oggi, bensì del vuoto. Del vuoto della fabbriche, dei sentimenti, della mente umana. Il vuoto di una vita.
Il rischio è che vuote rimangano anche le sale dei cinema. Sarebbe un peccato e un’occasione persa per riempire il cervello anziché svuotarlo.
Emanuele Marconi, da “persinsala.it”

Il cinema oggi offre a più battute pellicole estranee al grande circuito di distribuzione, spesso passate in sordina, altre volte non apprezzate quanto dovuto dal pubblico delle sale italiche. Per quanto più volte su queste pagine ci siamo soffermati nel discutere sulla condizione in cui verte il nostro cinema tante altre abbiamo apprezzato tanto pellicole d’autore quanto colossal dal budget milionario. Massimo Coppola ha un passato da operatore e regista televisivo, abituato ai fatti di cronaca e profondo conoscitore dei mezzi tecnici necessari alla realizzazione di un film. Con una notevole intelligenza ha dato forma ad un film che riesce a staccarsi dai canoni residui del cinema realista creando un interessante connubio di cinema d’attualità e rimembranze di vecchio cinema d’autore. Hai paura del buio si presenta come una pellicola dal sapore particolare, ricca di spunti e trampolino di lancio per appassionanti riflessioni.
Eva vive a Bucarest, ha vent’anni e un lavoro in fabbrica che, proprio come la sua città, non sembra poterle offrire grandi opportunità per il futuro. Quando l’azienda non le rinnova il contratto precario grazie al quale la ragazza riusciva ad ottenere sostentamento, Eva sceglie di vendere tutto quello che ha e di partire alla volta dell’Italia, ai suoi occhi terra di speranza e benessere.
Giunta a Melfi si ritrova a vagabondare per la città senza una meta, sola e priva di ogni sicurezza. Dopo una lunga ed amareggiante passeggiata trova riparo in un’automobile parcheggiata e tenta di riposarsi fino a quando, giunta alla porta, la proprietaria non si fa viva: il suo nome è Anna, una coetanea di Eva che, dopo aver compreso da sua difficile situazione, la invita a casa sua dove vive assieme ai genitori e alla malconcia nonna. Le vite di entrambe si dividono presto prendendo strade parallele e le loro vite, per quanto distanti, si fanno sempre più affini, lontane da pregiudizi razziali o da dilagante buonismo, prende forma un confronto umano, che prescinde da qualunque differenza, un racconto umano.
Hai paura del buio affronta delicate tematiche sociali senza mai abbandonarsi al becero populismo o alla facile indole buonista che il cinema contemporaneo tende spesso a drammatizzare: la pellicola racconta l’immigrazione nel senso più stretto e pulito, racconta le difficoltà e la precarietà professionale ed umana con cui immigrati, emigrati e cittadini sono costretti a fare i conti, senza categorie o linguaggi fuori dagli schemi. Eva ed Anna non sono due ragazze come tante altre ma neppure due giovani ribelli, sono esseri umani dall’infinita poliedricità che fanno i conti con il mondo di oggi. Vagamente condizionato da un’indole neorealista (ma anche nouvelle vague) e dall’ultima generazione di cineasti esteuropei, il cinema di Massimo Coppola attinge alla condizione sociale diffusa nel nostro continente, drammatica nella vita quotidiana quanto nelle scelte più estreme e fa di una delle tante comuni vicende di cronaca un film dall’interessante retrogusto. Senza mai lasciarsi andare ad alcun moralismo racconta con la sua cinepresa un mondo normale nella sua accezione più atipica: quella di Hai paura del buio è una delle tante, normali, storie fuori dagli schemi. Girato in maniera intelligente, con un’ottima consapevolezza del mezzo cinematografico, il film raccoglie le testimonianze che in un mondo frammentato come il nostro fanno, a loro modo, un pezzo di quotidianità. Le due attrici protagoniste offrono delle buoni interpretazioni, non avvantaggiate dall’esperienza ma indubbiamente di buono spessore. Le atmosfere create dalla rozza fotografia e dalla camera a mano rendono viva la dinamica regia del “direttore d’orchestra” Coppola, dal cognome altisonante e dalla notevole esperienza.
Hai paura del buio si distacca dal cinema di cronaca che da qualche anno imperversa nelle nostre sale. Intelligentemente, fa della cronaca un punto di forza non da demolire ma con cui giocare. Interessante, vale assolutamente la visione.
VOTOGLOBALE7
Stefano Camaioni, da “everyeye.it”

Due sguardi si incontrano, si sfiorano, si fondono. La macchina da presa si avvicina e segue emotivamente e fisicamente questo randez-vous di sentimenti, di dolori, di percorsi apparentemente distanti, ma in realtà decisamente affini. Massimo Coppola esordisce nel mondo della settima arte e lo fa con la stessa disinvoltura e abilità mostrata nei suoi documentari. Una ricerca del realismo che passa per l’astrazione, un linguaggio cinematografico che si dissolve per lasciar spazio all’occhio, alla pelle, alla fisicità, alla realtà più tangibile, lontana dalle illusioni e dagli stereotipi.

Lo sguardo di Coppola segue le vicende di due ragazze: Eva (Alexandra Pirici) ed Anna (Erica Fontana). Due protagoniste capaci di sfidare l’oblio in cui si sono ritrovate a vivere. Osservare il buio per poter percepire l’assenza e risalire verso la luce, affrontare il dolore per poterlo superare. Eva è un’operaia di Bucarest, da poco licenziata e pronta ad iniziare un percorso di crescita e formazione che la porterà ad un viaggio verso l’Italia, destinazione Melfi. Qui il suo cammino si incrocerà con quello di Anna, una taciturna lavoratrice nella fabbrica della Fiat, che la ospiterà nella sua casa. Le due ragazze sono in viaggio verso la stessa destinazione: il riappropriarsi della propria vita, guardandosi nel profondo del proprio io, abbandonando le finzioni, le falsità, lasciando alle spalle quella fitta e grigia nebbia in cui si stavano perdendo.

Hai paura del buio è dunque un delicato percorso formativo, una ricerca della propria vera essenza, pura; ciò che è stato smarrito dietro alla futilità degli oggetti, la freddezza del denaro. Perché in fondo, come afferma Eva nel film “I soldi non ti abbracciano” e comprano soltanto dolore. Il film ricerca la bellezza degli sguardi, la capacità di potersi osservare e capire, senza maschere, senza ruoli imposti, privi di un copione dettato da altri. Coppola compie tutto questo stravolgendo le regole, con una raffinata scelta registica, che ricalca la Nouvelle Vague di Jean-Luc Godard. Le inquadrature, per lo più realizzate con camera a spalla, creano una forte empatia con i personaggi e ne sottolineano le emozioni più forti. Lo spettatore diventa un tutt’uno con le due protagoniste, vivendone il dolore, i sospiri, i silenzi. Il regista ricorre inoltre a lunghi piani sequenza, il cui montaggio si mescola con le intense musiche dei Joy Division, band simbolo della scena Post Industriale, perfetta colonna sonora delle vicende di Anna ed Eva. La regia di Coppola segue da vicino, ma senza invadere o turbare gli spazi, osservando due percorsi, che si incrociano e diventano un tutt’uno. Alla ricerca dell’Io profondo e della Persona.
Leone Auciello, da “silenzio-in-sala.com”

Massimo Coppola è fin troppo consapevole di inscriversi in territori ultrabattuti dal nostro cinema, ed ha l’intelligenza di utilizzare tutta questa sovrastruttura preesistente come una sorta di acquario dove far nuotare due esistenze “attualissime”. Da Venezia 67
hai paura del buio?La prima immagine del film è un totale all’interno di una fabbrica. Operai, macchinari, tute blu. Quasi un riallacciare istantaneamente il filo di un discorso che il cinema italiano non ha mai chiuso, quello che chiamavano “impegno civile”, quello che “poteva cambiare le cose”. Il cinema che diventa speaker del disagio che attanaglia la pancia di una società. Ma poi si capisce che la fabbrica è situata in Romania, a Bucarest, nella periferia dell’Europa e del cinema. E quindi immigrazione, storie di marginalità, rivendicazione di una povertà cronica che vuole trovare sbocco e speranza in occidente. Nell’Italia di oggi. Massimo Coppola è fin troppo consapevole di inscriversi in territori ultrabattuti dal nostro cinema, ed ha l’intelligenza di utilizzare tutta questa sovrastruttura preesistente come una sorta di acquario dove far nuotare due esistenze “attualissime”. L’immigrata rumena Eva e la precaria operaia Anna sono come due facce di uno stesso disagio, percorsi diversi che si incontrano per specchiarsi e riconoscersi, vite speculari che inabissano ogni differenza (di nazionalità, di condizione economica, sociale, persino sentimentale). È proprio in questo naturale scoprirsi “uguali” che il film di Coppola riesce a trovare una sua valenza universale ed originale. Il dolore e i dubbi profondi di queste due ragazze sono solo in apparenza legati al denaro o alla questione lavoro (bellissima la frase di Eva rivolta alla madre che l’aveva abbandonata da bambina: “quanto dolore hai comprato con questi soldi?”) allargandosi all’intera condizione del vivere immersi nel nostro presente, che ha solo come punta dell’iceberg il problema lavorativo. E allora la ricerca spasmodica diventa quella di una identità, sfuggire dall’etichetta preconfezionata di rumena o operaia per iniziare ad assecondare ciò che si è veramente (Anna, la bravissima esordiente Erica Fontana, che si rifugia in un’università).
Il film di Coppola procede per sottrazione, ricordando a tratti lo stile dei fratelli Dardenne e intavolando una costruzione visiva secchissima nella sua aderenza carnale ai corpi delle due giovani protagoniste. Una scelta stilistica molto ambiziosa che a volte cede sotto il peso di se stessa e asciuga un po’ troppo l’impatto emozionale. Ma l’importanza di questo film va ricercata nella riscoperta dei volti, in quella sincera voglia di tornare a inquadrare i sentimenti nel loro nascere e crescere, per tentare faticosamente di superare la paura di ogni buio.
Pietro Masciullo, da “sentieriselvaggi.it”

Da MTV all’esordio come regista cinematografico, il percorso intrapreso da Massimo Coppola è quanto mai coerente. Ex Vj di MTV, autore dei programmi Brand New e Avere vent’anni, il regista di Salerno si esprime con l’esperienza di chi “questi giovani di vent’anni” li conosce realmente. Poco importa la differente nazionalità delle due protagoniste, la crisi dapprima lavorativa, poi esistenziale, colpisce le nuove generazioni, vittime principali di un malessere generalizzato. Lontano da riduttivi luoghi comuni, Coppola analizza dal profondo la vita di due fanciulle, impegnate, come molte loro coetanee, a sopravvivere, in uno scenario poco incoraggiante nutrito di disoccupazione e drammi relativi alla difficile condizione da immigrato.

Eva ha vent’anni, vive a Bucarest e per l’ultima volta esce dalla fabbrica che non le ha rinnovato il contratto di lavoro. La metropoli rumena è flagellata dalla disoccupazione, vendere tutto per poter comprare un biglietto per l’Italia, sembra essere l’unica soluzione per una ragazza che, eroina della Nouvelle Vogue moderna, non si arrende decisa a ricominciare. La peculiarità dei giovani di oggi, tristemente maturata in anni di crisi (ormai troppo lunghi, nonostante gli ottimisti per convenienza), è l’attitudine al sacrificio. Un tempo si partiva pieni di speranze, ma la crisi globale ha standardizzato oltre che i portafogli, anche le speranze dei ragazzi di tutta Europa, mantenendo costante una disillusione non difficile da percepire. Giunta a Melfi (luogo designato dalla FIAT per un insediamento capillare), dopo aver vagabondato, Eva passa la notte in un auto aperta. La proprietaria della vettura è Anna, coetanea della giovane rumena, operaia nella fabbrica FIAT, che decide di ospitarla in casa. Il loro incontro, il dolore condiviso, la solitudine e la sensazione di sconfitta, uniscono le due protagoniste in un viaggio parallelo non privo di rivelazioni.

M-TV generazionale, dove da sempre si cerca un contatto, a volte più facile, altre estremamente arduo, con le generazioni che saranno gli uomini e le donne di domani. L’operazione di sostenere il primo film di Massimo Coppola non sorprende, non solo perché ex Vj, ma soprattutto perché in perfetto mood con l’emittente di origine statunitense; non tanto nei colori e nel ritmo, figli di una programmazione improntata sulla musica con montaggio ed alternanza fra un programma e l’altro molto vicino ad un videoclip, quanto nella mirata ricerca del contatto generazionale che accompagni gli adolescenti nel mondo adulto. Forse Hai paura del buio non avrà la presunzione di assolvere a tale impegno, visto che l’esordiente Coppola lascia trasparire alcuni difetti frutto dell’inesperienza cinematografica; eppure l’esperimento sembra riuscito, soprattutto nella visione differente con la quale viene affrontato il tema dell’immigrazione, dove la protagonista Eva, è sempre meno stereotipata in quanto rumena in terra straniera e sempre più caratterizzata da una grande determinazione. Ottimo l’utilizzo delle musiche dei Joy Division.
Raffaele Serinelli, da “icine.it”

Eva, ragazza intraprendente e poco più che ventenne, perde il proprio posto di lavoro in una fabbrica di Bucarest. A seguito del mancato rinnovo del contratto lavorativo, la giovane Eva mette in vendita tutti gli oggetti di sua proprietà per riuscire ad acquistare un biglietto aereo per l’Italia. Giunta a Melfi, la ragazza romena vaga senza meta finché non conosce Anna, sua coetanea ed operaia in una fabbrica della Fiat, che la accoglie nella propria casa.

Eva e Anna si incontrano in un momento molto particolare della loro esistenza. Dopo aver perso il lavoro, Eva lascia la Romania e decide di spostarsi a Melfi per rintracciare la madre, emigrata in Italia nove anni prima. Anna vive con sofferenza la pesantezza del proprio lavoro e soprattutto la tormentata situazione familiare: con un padre disoccupato e una nonna malata, la stabilità economica della famiglia grava infatti pesantemente sulla ragazza. Con il passare dei minuti le paure di Eva e le incertezze di Anna emergono con prepotenza. Eva è ossessionata dalla figura della madre, ritrovata dopo molti anni e impiegata come badante presso una famiglia del paese; la ragazza romena segue gli spostamenti della madre e nutre una cocente gelosia nei confronti della bambina che la donna accudisce con tanta premura. Un incendio provoca invece la chiusura della fabbrica automobilistica in cui lavora Anna, che si ritrova disoccupata e costretta a meditare sul proprio futuro.

Nel suo lungometraggio d’esordio Massimo Coppola ha coraggiosamente deciso di affrontare argomenti inerenti alla situazione socio-politica dell’Italia odierna, confrontandosi con le scottanti tematiche dell’immigrazione e del precariato. In particolare le due protagoniste vivono entrambe lo smarrimento causato dalla perdita del lavoro e reagiscono in modo istintivo ed orgoglioso alla condizione di incertezza. Il giovane regista italiano, che nel 2007 presentò a Venezia il documentario Bianciardi!, sembra però tratteggiare il profilo di una situazione lavorativa ed esistenziale così delicata in modo piuttosto approssimativo, prestando più attenzione alla descrizione dei rapporti familiari delle ragazze e stimolando soltanto superficialmente una riflessione sulla precarietà. Hai paura del buio appare invece un’opera più accattivante dal punto di vista dell’analisi delle situazioni familiari vissute dalle protagoniste. L’instabilità che si respira fra le pareti di casa si ripercuote sugli atteggiamenti della stessa Anna, insicura e spesso rassegnata a subire le conseguenze di ciò che accade. Eva sfoga invece tutta la propria rabbia repressa e frustrazione durante un confronto con la madre, colpevole di averla abbandonata ed essersi sentita legittimata a farlo grazie al sostegno economico che ha sempre inviato a casa. Nell’opera di Massimo Coppola, la psicologia delle ragazze è delineata con semplicità e risulta così facilmente comprensibile allo spettatore, perfettamente consapevole delle sofferenze che affliggono i personaggi e quindi chiamato ad immedesimarsi nelle loro paure e debolezze.
Livio Meo, da “nonsolocinema.com”

Presentato durante la Settimana Internazionale della Critica, alla scorsa edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, Hai paura del buio è un film interessante, con un buon soggetto, che però non ha saputo sfruttare appieno le sue potenzialità.
Massimo Coppola, artista, autore di programmi televisivi e radiofonici, nonché regista, si è lasciato andare a uno stile sperimentale che richiama il cinema degli anni ’70 – prova ne siano i brani dei Joy Division – che poco sposa il tema affrontato nel film e il linguaggio cinematografico odierno cui il pubblico è abituato.
Il largo ricorso al fermo immagine e ai piani sequenza rallenta l’andamento della storia: ma tutto il film di Coppola scorre lento come la vita di Melfi e dintorni, dove le enormi pale eoliche sovrastano le colline. In questo deserto nostrano, si consuma il dramma di due giovani: una rumena giunta in Italia alla ricerca di una persona – di cui scopriamo l’identità solo alla fine – ed una giovane che, mentre il padre lavativo sta a casa a guardare la televisione, lavora nella fabbrica della Fiat per mantenere la famiglia e la nonna malata.
Tutto il film è pervaso da un’angoscia penetrante, di cui il buio perenne e i giochi di luce e ombra che nascondono i volti pei protagonisti, si fa portavoce. Il dramma di Eva e Anna ha un sapore mistery e un’aura da thriller: i dialoghi sono profondi e l’intreccio in generale è buono. Peccato solo per gli inutili virtuosismi cui si è abbandonato il regista, troppo legato, forse, alle stravaganze del suo mestiere di autore di installazioni artistiche.
Ciò che spazientisce maggiormente sono i brani musicali ad un volume assordante che improvvisamente si interrompono, lasciando il passo alla scena successiva ed interrompendo il continuum narrativo. Che sia voluto o meno, questo trucchetto cui il regista ricorre più volte nel corso del film, è davvero fastidioso. Degne di nota invece le interpretazioni delle giovani protagoniste, in primis la bella Alexandra Pirici, rumena, che nel 2007 ha preso parte al film Un’altra giovinezza di Francis Ford Coppola. Curiosa omonimia.
In un momento in cui imperano le commedie, più o meno impegnate, più o meno divertenti, Hai paura del buio esula dal panorama del cinema italiano delle ultime settimane, per inserirsi nel filone dei film d’autore, quelli che forse pochi vedranno, ma validi, da scoprire. Nonostante i peccatucci formali.
Daria Castelfranchi, da “filmfilm.it”

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