Habemus Papam

I cardinali riuniti in Conclave nella Cappella Sistina procedono all’elezione del nuovo Papa. Smentendo tutti i pronostici viene nominato il cardinale Melville il quale accetta con titubanza l’elezione ma, al momento di presentarsi alla folla dal balcone centrale della basilica di San Pietro, si ritrae. Lo sgomento assale i cristiani in attesa ma, ancor più, i cardinali che debbono cercare di porre rimedio a questo evento mai verificatosi sotto questa forma. Si decide, pur con tutte le perplessità imposte dalla dottrina, di far accedere ai palazzi apostolici lo psicoanalista più bravo per tentare di far emergere le cause che hanno spinto l’alto prelato al diniego e favorirne un ripensamento. Lo psicoanalista fa però un riferimento alla moglie come la terapeuta più brava (dopo di lui). Il portavoce della Santa Sede decide allora di far uscire il Papa dalle Mura vaticane per avere anche un altro intervento che risolva la questione. Che invece si complica perché il Papa, approfittando di un momento di distrazione, scompare per le vie di Roma.
Con Habemus Papam siamo di fronte al film più maturo di un regista che ha saputo conservare intatti il proprio segno inconfondibile e le tematiche che gli stanno da sempre a cuore integrandoli con grande intelligenza e sensibilità a uno sguardo che si allarga a una dimensione che afferma di non condividere ma che qui osserva con la giusta dose di ironia che si fonde con un profondo rispetto.
Non è necessario fare riferimento a La messa è finita per leggere questo film. Erano altri tempi ed altro cinema. Anche per Nanni. Che qui torna con forza sul tema della profonda solitudine dell’essere umano ma sa che non la si può ipostatizzare assolutizzandola. C’è una bellissima scena (che potremmo definire ‘morettiana doc’) in cui, mentre sta facendo giocare i cardinali a pallavolo, l’analista afferma che la tremenda verità che Darwin ci ha lasciato è che nulla ha un senso. Proprio in quel momento lui, terapeuta privo dell’augusto paziente, sta cercando di darne uno a quegli uomini che non vengono descritti né alla Dan Brown né ridicolizzati. Si sorride e si ride certo anche delle loro debolezze ma sono e restano delle persone. Il Papa poi (interpretato da un sempre più grande Michel Piccoli) non è un uomo che dubita della propria fede come sarebbe stato facile pensare. Non è Pietro che, invitato da Cristo a camminare sull’acqua per raggiungerlo, affonda perché di fatto non crede al potere del suo Signore. Questo Papa, dallo sguardo intenso e dal sorriso luminoso, non è un pavido ma un umile. Conosce i propri limiti e anche le proprie passioni. Come quella del teatro che ha covato da sempre (qui il rimando, cambiato di segno, a Wojtyla sembra trasparente). È da questa consapevolezza che, progressivamente, gli deriva una grande forza. La forza di chi sa dire di no a Dio non per paura ma perché è convinto di non poterlo servire, attraverso l’umanità, come sarebbe necessario leggendo i segni dei tempi. Il Papa di Moretti si interroga e ci interroga, laici e credenti. Ogni volta che un film ci pone dei quesiti di fondo ci aiuta di fatto a sentirci meno soli e a liberarci, almeno un po’, dal più volte citato “deficit di accudimento”.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

10 anni dopo il trionfo de La Stanza del Figlio al Festival di Cannes, Nanni Moretti torna sulla Croisette con un film finalmente presentato alla stampa, a 24 ore dall’uscita nei cinema italiani. 11° titolo del regista, Habemus Papam ci regala un Moretti d’annata, lontano dalle sue ultime pellicole, decisamente ‘politiche’, e pronto ad addentrarsi nelle segrete stanze Vaticane, nel bel mezzo di un Conclave. Prendendo spunto dall’elezione Papale, Nannì, come lo chiamano in Francia, concentra la propria attenzione sulle angosce di un uomo, eletto ‘Dio in terra’ ma in realtà fragile come qualsiasi altro essere umano.
Travolto dall’imponente ed inattesa responsabilità appena consegnatagli, il Papa di Moretti ha il volto stanco, perplesso e sofferente di Michel Piccoli, finito in crisi depressiva nel momento stesso dell’annuncio fatto alla folla accalcatasi in Piazza San Pietro. Per cercare di aiutare il silente ed impaurito nuovo Pontefice, i cardinali si piegano alla psicanalisi e allo psicanalista ‘più bravo di tutti‘, non credente e alquanto irritabile, interpretato da uno straordinario Moretti, che strappa risate a scena aperta, tra trovate geniali, scene magnifiche e momenti di eccessiva stanca.
C’è chi lo ama, come il sottoscritto, e chi lo odia, come tanti altri. Nanni Moretti da sempre divide. Critica e pubblico, conquistando oppure lasciando totalmente indifferenti. Nel bene o nel male, un film di Moretti diventa sempre e comunque un ‘evento’, mediatico e non. Avvolto nel totale mistero per mesi, Habemus Papam è stato presentato in mattinata alla stampa nazionale, con annesso pressbook addirittura privo di sinossi ufficiale. Un’attesa tanto potente da aver spinto la 01 a lanciare il film in 500 copie, a partire da domani, ovvero quasi 150 in più rispetto a Il Caimano, ultimo film del regista, uscito nel 2006 e riuscito ad incassare quasi 8 milioni di euro.
Il tema trattato, d’altronde, è talmente curioso ed originale da non poter lasciare indifferenti. Un Papa appena eletto incapace di gestire il peso di un miliardo di fedeli, e le responsabilità conseguenti a quella stessa incoronazione. La strada della psicanalisi per provare a guarirlo, con lo straordinario tocco ‘morettiano’, qui ancor più surreale del solito, a completare il ricco quadro. L’opera convince però a tratti. Se l’inizio prende a piene mani da quelle che sono immagini di repertorio, con il funerale di Papa Giovanni Paolo II, il Conclave, con l’annessa scelta del nuovo Pontefice, va troppo per le lunghe. Moretti esagera, nel rimarcare i dubbi e le insicurezze dei cardinali, finendo per ‘addormentare’ il film. Fino a quando non entra in scena lui, con il suo fantastico personaggio. E qui la pellicola torna a volare alto, grazie ad una serie di dialoghi pungenti e a delle trovate, il torneo di pallavolo su tutte, semplicemente fantastiche.
Tecnicamente ‘importante’, con scenografie sontuose, una Cappella Sistina completamente ricostruita negli studi di Cinecittà, dei magnifici costumi e un’epica colonna sonora targata Franco Piersanti, Habemus Papam oscilla continuamente, tra commedia e dramma introspettivo, mostrandoci il volto inedito della Chiesa Cattolica, rappresentata da decine di cardinali che nel bel mezzo del Conclave pregano il Signore non per farsi eleggere, bensì per fuggire dall’incombente responsabilità, riempendo i momenti di pausa con partite a Scopone Scientifico. Un punto di vista toccato con garbo da Nanni, riuscito a non cadere nella facile ironia, mai macchiettistica ma anzi sorprendentemente originale, nel saper disegnare i tratti ‘umani’ di uomini che dall’esterno, troppo spesso, vengono visti quasi come ‘divinità’ in Terra.
Con straordinaria perfidia, Moretti si diverte a disegnare un fenomenale prototipo del giornalista televisivo ‘medio’ italiano, rimanendo comunque sempre dietro le quinte, ovvero all’ombra di un imponente Michel Piccoli, inedito Papa in crisi d’identità. Ed è qui, nel percorso introspettivo seguito da Piccoli per provare a capire e a superare i motivi dell’incalzante stato depressivo, che Moretti probabilmente si perde, tra detto e non detto, finendo per saltare continuamente da una situazione a tratti drammatica, quella del Papa in crisi, ad una drammaticamente surreale, e per questo esilarante, che lo vede direttamente protagonista, tra le mura Vaticane. Un pendolo continuo che finisce per far deragliare la pellicola da un binario preciso, dividendola in maniera quasi netta, e chissà se voluta.
Tralasciando la reale ‘credibilità’ della storia raccontata, con annesse tutte le paradossali svolte, l’ecumenico e poetico Habemus Papam ci regala comunque il ritorno di un grandissimo regista, aihnoi poco ‘prolifico’ dal punto di vista registico ma mai banale, e ancora una volta riuscito a conquistare attraverso una pellicola tanto particolare quanto coraggiosa, soprattutto nel finale, tecnicamente impeccabile e recitativamente sublime, a tratti imperfetta ma complessivamente più che notevole, e nettamente superiore a Il Caimano, tanto da farci gridare, con orgoglio nazionale, “fortunatamente Habemus Moretti“.
da “cineblog.it”

Il lato umano di Sua Santità… con rispetto
di Lorenzo Bianchi
Nanni Moretti racconta con ironia, arguzia e rispetto la crisi di un uomo che sente il peso della responsabilità d’essere il Santo Padre.
Quando si tratta di argomenti religiosi, soprattutto di Chiesa, in Italia si devono sempre usare i guanti e prendere le pinze: le precauzioni non sono mai troppe. Il rischio troppo alto. Nanni Moretti non è uno sprovveduto, e da laico riesce a creare una pellicola tanto intensa quanto rispettosa, mettendo in scena un argomento delicato al punto tale che pochi avrebbero saputo affrontarlo in maniera così attenta.
Il Papa è morto. Il periodo del conclave è alle porte, con Piazza San Pietro colma di fedeli in attesa del responso e del fatidico annuncio. I tempi si allungano, i cardinali arrivano alla difficile decisione solo dopo giorni, e il prescelto (Michel Piccoli) non sembra convinto della decisione. Titubante si avvia verso la finestra, e quando viene pronunciata la formula, un grido proviene dall’interno: il Papa è in crisi, non vuole uscire, fugge. Viene chiamato uno psicanalista laico (Nanni Moretti) per risolvere il problema, ma il suo apporto non sarà di grande aiuto. Durante un uscita segreta, dove il Papa è portato dalla ex moglie dello psicanalista (Margherita Buy), medico anche lei, il vescovo scompare, salvo riapparire dopo aver preso la decisione più importante della sua vita.
Nanni Moretti decide di affrontare la questione dell’elezione del Papa dal punto di vista umano e laico, mantenendo comunque il rispetto, senza scadere in facili ironie di basso profilo. Sin dalla magnifica sequenza della prima votazione per l’elezione del Sommo Pontefice, odiamo dalle voci over – nelle varie lingue – le preghiere dei cardinali che chiedono di non essere eletti, consapevoli dell’enorme responsabilità che il Capo della Chiesa porta sulle sue spalle. Questa è solo una delle splendide sequenze che si susseguono con un buon ritmo in questo film, riuscito sotto ogni punto di vista, a tratti, una vera delizia per gli occhi. Il regista sa analizzare con lucidità e ironia la tensione vissuta nel conclave, inserendo gag esilaranti, partite di scopa e tornei di pallavolo tra cardinali per stemperare la tensione di una scelta che sembra non arrivare mai. Una comicità mai fuori luogo accompagna lo spettatore in un meraviglioso macro montaggio alternato tra la solitudine del Papa e le dinamiche interne al Vaticano, dove i presenti, ingannati dal portavoce del Santo Padre – dunque ignari della sua assenza -, proseguono le loro attività in attesa di una soluzione. Michel Piccoli è perfetto nel ruolo di un Papa in crisi, capace di far traspirare l’ansia, pur mantenendo salda la Fede, con la preoccupazione e il timore di non essere all’altezza del suo compito, tanto da voler fuggire da un ambiente opprimente che gli impediva di ritrovare se stesso. Come di consueto non manca la satira sociale di Moretti verso un’informazione invadente, ignorante, mediocre e irrispettosa, oltre che verso alcuni psicanalisti che tendono a ripetere a tutti le stesse cose (il deficit d’accudimento passerà alla storia), senza davvero essere d’aiuto. Raffinata, ma chiara, la critica verso alcuni cardinali che di recente sono partiti per il conclave convinti di restare a Roma per il resto della loro vita e poi ritornati a casa con il muso lungo. Il finale è scioccante, con un utilizzo perfetto della musica che amplifica l’effetto drammatico – quasi apocalittico – di una sequenza intensa, che probabilmente resterà nella memoria.
Il risultato è estremamente positivo, con Moretti che si consacra come un grande regista italiano. È arrivata una risposta a Papaleo (‘te lo meriti Nanni Moretti’): sì, l’Italia, il cinema italiano, la sua grande tradizione, di Moretti, ne meriterebbe di più. Habemus Nanni.
da “persinsala.it”

La paurosa solitudine del potere
di Claudio Vettraino
Al cinema Quattro Fontane c’era tutta la stampa specializzata ad attendere il nuovo film di Nanni Moretti; dopo un’attiva ma non asfissiante campa pubblicitaria, il clima era quello della grande attesa, dell’evento. E in effetti ormai ogni nuova opera del regista brunicense (forse per la lunga elaborazione) assume l’alone del mito, una sorta di epifania a cui tutti gli sguardi sono – in qualche modo devono – essere rivolti.
Dopo Il caimano, che provocò non poche polemiche politiche (uscì nell’Aprile del 2006 a un mese dalle elezioni) e la maiuscola prova d’attore in Caos Calmo (2008), Moretti riesce ancora una volta a imporre spunti di riflessione critica sul nostro presente, unici e insuperabili, con la tagliente arma della sua ironia istrionica ed “egocentrica”, raccontando l’insostenibilità umana nei confronti di una responsabilità ritenuta troppo impegnativa, mista al profondo senso di solitudine (e di formalismo burocratico) del ruolo, della funzione e del potere che va a rappresentare.
Due temi che ricordano molto da vicino film quali L’uomo venuto dal Kremlino (1968), la storia di un sacerdote russo detenuto in un campo di lavoro in Siberia (interpretato da uno strepitoso Anthony Queen) che, appena ottenuta l’amnistia, viene eletto sorprendentemente Papa (anticipando ciò che successe alcuni decenni dopo con Karol Woitjla) e l’enigmatica personalità dell’uomo solo al comando del Divo di Paolo Sorrentino (2008), evocata anche nello spaesante finale de Il caimano, in cui lo stesso Moretti interpretava magistralmente la solitaria vacuità e quel cinico senso di impunità che avvolge ogni “potente” alle prese con i deliri e le croniche e insanabili contraddizioni del proprio esserci.
Habemus papam narra proprio di quel senso di inadeguatezza, di smarrimento, di amnesia che coglie il cardinale Melville eletto inaspettatamente Papa (Michel Piccoli), dell’inabilità esistenziale e psicologica, possiamo anche dire “spirituale”, ad affrontare il ruolo nella sua totalità e nella sua radicale solennità, guida di una Chiesa che ormai conta circa un miliardo di fedele sparsi in tutto il mondo. Per ovviare a questo improvviso sgomento, che si tramuta in un attacco di panico e, successivamente, nella voglia – forse inconscia del Pontefice – di un ritorno alla de-responsabilità del quotidiano, nello sforzo di ricordare ciò che è stato, colmare i buchi neri della sua vita, riuscire ad affrontare la sua ingombrante missione, la curia incarica uno psichiatra (Nanni Moretti) di indagare e risolvere un malessere – possibile fonte di un serio imbarazzo per la stessa istituzione ecclesiastica.
Proprio a partire da questa situazione – di per sé paradossale e surreale (ottimamente descritta dalla sceneggiatura scritta dallo stesso Moretti assieme a Francesco Piccoli e Federica Pontremoli) -, in cui lo psichiatra sente fin da subito l’impossibilità di affrontare e portare a termine il suo compito (per l’abissale, secolare distanza tra “anima” e inconscio”, come avverte il Cardinale Vicario Gregori, un grande Renato Scarpa), si snoda tutta la lotta interiore del Sommo Padre nell’affrontare le proprie incertezze e depressioni, conscio della umana limitatezza di fronte a prove cosi ardue. In bilico tra le Ragioni di Stato e l’intimo desiderio di verità che abita in ogni uomo, tra i formalismi del protocollo e l’ansia di svecchiare ambienti atavicamente predestinati all’obbedienza e alla rigidità del ruolo pastorale, il film scorre fino a un finale a sorpresa che non mancherà di suscitare polemiche e riflessioni.
Con passione e audacia, Moretti pone in evidenza- seppur in un complessivo registro da commedia – la crisi strutturale di quelle istituzioni, come la Chiesa e la psichiatria, che dovrebbero “tradizionalmente” infondere sicurezza e prospettive, soluzioni e speranze a chi soffre e si sente smarrito in un mondo sempre più caotico e indistinguibile nei suoi conflitti. Una decostruzione di funzioni rassicurati, di figure “paterne” inabili a dare conforto, che il regista aveva già ampiamente descritto in Sogni d’oro (1981), in cui, l’umanizzazione familiare del gigante Freud tende però alla sua ridicolizzazione, ne La messa è finita (1985), in cui Don Giulio parte – sconfitto da una realtà brutale che non può capire e dunque aiutare – per la Terra del Fuoco, e nel fallimento professionale e affettivo del padre-psicoterapeuta ne La stanza del figlio (2001).
Fin dal suo esordio in Super 8 con Io sono un autarchico (1976), passando per film diventati delle vere e proprie icone come Ecce bombo (1978) e Caro Diario (1993), Moretti, volente o nolente, si è sempre identificato in prima persona con il suo cinema, contribuendo alla costruzione di una “coscienza stilistica”, di un personaggio-maschera unico, un gusto personalissimo e un linguaggio inimitabile che va oltre le storie narrate. Viceversa da La stanza del figlio in poi, attraverso Il caimano e Caos Calmo, il regista nato in provincia di Bolzano, ma ormai romano d’adozione, ha sentito il bisogno di continuare a narrare pezzi importanti della sua vita e del suo essere esistenziale, “defilandosi”, dando maggiore spazio alla narrazione e alla costruzione psicologica dei personaggi e della trama, lasciando alla sensibilità dello spettatore il compito di riconoscere, nella complessa totalità della messa in scena, le tracce lasciate, i contributi indiretti dell’autore.
A dispetto di una straordinaria scenografia di Paola Bizzarri (ricostruzione integrale della cappella sistina a Cinecittà e dei rinascimentali spazi di Palazzo Farnese e Villa Medici a Roma) che danno davvero l’impressione di trovarsi nelle stanze e nei cortili del Vaticano, dei costumi impeccabili di Lina Nerli Taviani, dell’ottima prova di tutti gli attori, da quelli principali (Renato Scarpa, Dario Cantarelli, Jerzy Stuhr) alle ultime comparse, l’unica pecca del film risiede forse nella parte centrale, in cui sembra non riuscire a tenere insieme le sequenze e il fluire della narrazione, dando l’impressione di perdere il filo logico degli eventi, di sovrapporre quadri a quadri, scene a scene slegate tra loro, in una sorta di dialettica insondabile e sfuggente tra cruda realtà e patetica “immaginazione”, in cui lo spettatore può perdersi.
Ma al di là di questo limite “sensoriale”, ancora una volta Moretti è riuscito a far parlare d’altro, a spostare l’attenzione sui grandi temi dell’uomo contemporaneo; inadeguatezza del suo “essere al mondo”, solitudine, depressione, incomunicabilità dei sentimenti, uccisione delle proprie volontà e passioni a vantaggio di un’intima forma mentis inesistente e astratta, che da sempre, hanno fatto grande il suo cinema.
da “persinsala.it”

A cinque anni di distanza da “Il Caimano” e la parentesi da attore in “Caos Calmo”, Nanni Moretti torna dietro la macchina da presa allontanandosi dalle vicende politiche del film precedente, ed entrando in un mondo che in Italia è spesso un tabù, il Vaticano. L’ironia di Moretti, pur regalando al suo personaggio delle battute memorabili («Può chiamarlo Santità» «Mi pare un po’ troppo»), è messa spesso da parte per lasciare campo aperto al Papa Michel Piccoli, e alla sua indagine interiore sulle responsabilità di un ruolo che ritiene troppo grande per lui. Tuttavia il ruolo del Papa sembra essere solo un pretesto per parlare della fragilità di un uomo che potrebbe essere chiunque, in qualunque situazione, in qualunque parte del mondo. Ed è qui che il film si fa universale, seppur raccontando la storia di un Pontefice alle prese con il suo incarico, e quindi la storia di un personaggio totalmente fuori dall’ordinario.
Dopo la morte dell’ultimo Papa, i cardinali di tutto il mondo si riuniscono per eleggere il nuovo Pontefice: dopo ore di attesa viene eletto il cardinale Melville, che però non regge il peso della responsabilità e rinuncia a salutare i fedeli dal balcone di Piazza San Pietro. Il Vaticano è in fermento, finché il Papa non viene presentato nessuno può comunicare con l’esterno, ed è per questo che lo psicanalista chiamato per l’occasione (Nanni Moretti in piena forma), per giunta ateo, è costretto a restare in Vaticano finché il Papa non deciderà di cominciare il suo pontificato. Mentre l’angoscia dei cardinali viene alleviata dalle idee bizzarre dello psicanalista, il nuovo Papa fugge dal Vaticano perdendosi tra le vie di Roma, cercando di affrontare le sue debolezze e riflettendo sul valore della vita.
Moretti dipana due matasse ben distinte tra loro, due film quasi paralleli che si incontrano, si allontanano per poi abbracciarsi l’un l’altro: la drammatica storia di un Papa, ma soprattutto di un essere umano, oppresso dai timori, dalla debolezza e da un’inadeguatezza percepita come un’occasione per conoscere la vita. Dall’altra parte le vicende del professor Brezzi, un non credente in Vaticano, che in attesa di poter lasciare il suo soggiorno obbligato organizza tornei di pallavolo tra cardinali, parla loro di quote e scommesse, accenna al darwinismo, gioca a carte, e non si risparmia di sottolineare il prezzo della benzina nello Stato Pontificio. Un bellissimo binario parallelo sul quale il film è condotto con esperienza e ironia, con l’unica pecca di non voler osare troppo (il sarcasmo pungente del primo, irresistibile, incontro tra lo psicanalista e i cardinali viene messo da parte troppo presto). Diamo così il bentornato a Nanni Moretti: il cinema italiano non può che ringraziare.
da “livecity.it”

Ci vuole uno sguardo miope, o colmo di pregiudizi e malafede, per guardare un film come Habemus Papam e leggervi solo o perfino principalmente una riflessione sul papato, sulla Chiesa, sul rapporto con la fede. Perché il nuovo, straordinario film di Nanni Moretti è tanto chiaro e lineare quanto profondo e strutturato, e non merita il già ingiusto trattamento riservato a Il caimano, abbrutito da coloro che lo interpretarono come un film “su Berlusconi”.
Moretti è un iconoclasta, lo è sempre stato, ma non è nelle sue intenzioni prendere di mira, con il suo cinema e con questo film, né la politica in senso spicciolo né tantomeno l’istituzione cattolica e la sua massima guida spirituale.
Perché, e Habemus Papam lo racconta con straordinaria efficacia, le chiese – che siano confessionali, che siano fedi laiche come la psicoanalisi, che sia quella stessa politica che nel film è straordinariamente presente nella sua apparente assenza – sono crollate da tempo e forse non lo sanno. E a rimanere in piedi, tra le macerie in attesa di ricostruzione, sono gli uomini: uomini che non sanno più dove mettere le mani, segnati da una profonda deriva esistenziale, che procedono per tentativi, che fanno i conti con la loro inadeguatezza e coi loro sogni.
A Moretti interessano gli uomini, non le figure iconiche. Il suo personaggio lo ammette esplicitamente: vorrebbe parlare con l’uomo, non col Papa. E non può aiutarlo proprio perché sa chi è, qual è il suo ruolo, la sua icona.
Funereo e ieratico fin dalle immagini iniziali, Habemus Papam è un film che porta con sé un profondo senso di angoscia e di cupezza. Che racconta di personaggi soli e isolati: lo sono i cardinali chiusi in Vaticano; lo è il Papa Melville che, entrato in crisi, vede “sparire le persone”, che non trova aiuto in niente e nessuno; lo è il professore che dovrebbe curarlo, separato da una moglie che appare nel film ma non incrocia mai e che è sola a sua volta, costretta da sé stessa a negare ai figli l’esistenza di un nuovo compagno e ossessionata dal deficit di accudimento; lo è la guardia svizzera chiamata a fare da controfigura a un pontefice che non c’è.
Cosa fare allora, quando anche l’eredità di Darwin è la consapevolezza che nulla ha senso? Lasciarsi andare? Fuggire e basta? No, tutt’altro.
Rispetto al precedente Il Caimano, alla cupezza, alla malinconia e all’inquietudine Habemus Papam è infatti capace di associare – anzi, di contrapporre– delle risposte che vanno in direzione di una grande speranza.
Moretti e i suoi personaggi reagiscono, a modo loro, guardandosi dentro e ricominciando a tessere una tela di contatti, di socialità, di umanità, nel nome della leggerezza. Il Papa fuggitivo si perde nel mondo, nel sogno antico di un teatro che è anche metafora pura della (sua) vita, arrivando a comprendere che solo indossando una maschera, un ruolo, se ne potrà liberare esaltandolo, incontrando così gli altri e la loro risposta. L’analista “prigioniero” fa squadre dei cardinali, fa squadra con loro, e trova in una nuova dimensione comunitaria accettata con serenità il sollievo al suo isolamento.
I due personaggi – due facce della stessa medaglia, non a caso protagonisti di uno scambio di luoghi più che di ruoli – si ritrovano accettandosi, quindi. Accettando loro stessi e la loro condizione, quella di esuli in un mondo alieno e di rovine, ritrovano la speranza e il coraggio verso il futuro. La loro spiritualità, religiosa o laica che sia: la loro identità.
E Nanni Moretti, con la stessa serenità dolente, mette in scena la stessa accettazione, con un cinema tanto più maturo e dirompente quanto più capace di mescolare il dolore e la malinconia con la risata e l’energia, di dosare il freno e l’acceleratore, l’impeto provocatorio, ellittico e surreale con l’intimismo più tenero e toccante (grazie anche ad un grandissimo Michel Piccoli).
Essere il più bravo di tutti sarà anche un peso, ma Moretti mostra di saperlo reggere con classe davvero inusuale.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

“La Bibbia: una lezione nella quale nulla è scritto per il cinema”. Raymond Chandler avrebbe probabilmente apprezzato la lettura che ne fa Moretti quando, leggendo passi dal libro sacro, lo definisce un testo “sulla depressione”, in una scena in cui il suo personaggio (uno psicanalista di chiara fama) tenta di dare una risposta “logica” al comportamento di un Pontefice che (s)fugge alla comprensione, nonché ai suoi doveri di Vescovo di Roma.

Il regista, tornato dietro la macchina da presa a 5 anni da Il Caimano, si cimenta con un’opera spiazzante e singolare, in cui l’ironia e la poesia, si fondono in un unicum di surreale bellezza. Resteranno delusi coloro che si aspettavano una pellicola “critica” nei confronti della Chiesa o “scandalosamente” ispirata a certi eventi che l’hanno vista coinvolta. Habemus Papam non è nulla di tutto questo. E’, fondamentalmente, un film sulla coscienza. Quella straziata, confusa o vacillante di un qualsiasi essere umano. Fosse anche – sì – il Papa. Ma non solo…

All’indomani di un Conclave in cui ogni cardinale, nel profondo dei suoi pensieri che si addensano, rarefatti, nel silenzio della votazione, sembrerebbe voler allontanare da sè il Calice del papato, Melville – ora Pontefice – si ritrova schiacciato dal peso di un tale ruolo. Stretto tra il giubilo dei porporati e l’attesa fremente dei fedeli, il neo-Papa sente venire meno se stesso. E’ una crisi silenziosa la sua che, dopo l’urlo doloroso che gli ha impedito di mostrarsi al mondo, si dispiega in sgomenti silenzi e discorsi sussurrati, come dolorosi monologhi, ai suoi increduli interlocutori. Moretti è il medico che dovrebbe trovare la cura ma finisce per restare, suo malgrado, prigioniero in un universo altro, impossibilitato a varcare le mura vaticane che proteggono il segreto di quel Conclave incompiuto che diventa, per il mondo, un mistero.
L’assurdo prende, così, forma. In una Roma frenetica e distratta si aggira un uomo carico di mestizia. E’ uno sconosciuto, come tanti e, forte di questo, può essere “persona” e “personaggio”, dissimulare se stesso, fingersi un attore e, nella finzione di un ruolo, essere più vero del vero. Ricordare Cechov, rammentare brandelli della giovinezza e tentare, disperatamente, di dimenticare la responsabilità – enorme – del proprio presente.

Uno straordinario Michel Piccoli tocca di grazia e poesia una trama che sceglie la via dell’iperbole per raccontare l’umana debolezza e, senza rinunciare al grottesco, sa far esplodere la risata incastonandola, ad arte, nelle inquadrature della dorata “prigionia”della residenza vaticana. Questo è forse il film più immaginifico e, nel contempo, maturo di Moretti perché mai come in questo caso ha dovuto creare, escogitare… Si è documentato sulle modalità dell’elezione di un Pontefice ma ha dovuto ricostruire tutto, ricreando – con una perfetta scenografia che non svela mai il proprio artificio – quel microcosmo all’ombra della Cupola michelangiolesca, tra gli studi di Cinecittà e i palazzi patrizi della Capitale. Ha catturato gli alti prelati come in uno scatto di Giacomelli, con le tonache al vento, intenti nel gioco, per poi metterli ad un tavolo di carte e stuzzicare la loro vanità tentandoli con l’ipotesi di una vittoria, tra il chiaroscuro della bella fotografia di Alessandro Pesci. E non ha risparmiato se stesso, lo psichiatra più bravo di tutti, “condannato” dalla sua abilità all’impossibilità di un confronto.
Una Chiesa umana – troppo umana – che non vuole essere né giudizio, né biasimo ma lo spaccato di un mondo che racchiude in sé altri mondi e, come l’inconscio, ne mostra, strato dopo strato, la fragilità e la forza del tessuto. La cappa magna e la tenda del balcone papale si fanno così sipario strappato nella sublime fantasia di un finale che, nella realtà, non vedremo mai.
Eleonora Saracino, da “culframe.com”

Il Papa muore e in Vaticano si riunisce il conclave per la nuova elezione. Da qui prende il via il nuovo film di Nanni Moretti, Habemus Papam, che dall’uscita a metà aprile ha collezionato qualche polemica visto il tema trattato. Dopo una serie di fumate nere viene eletto il nuovo Pontefice, il cardinale Melville (Michel Piccoli) che ha una crisi di panico e non si sente per il momento in grado di adempiere ai suoi doveri, evento mai successo prima nella storia del Cattolicesimo. Non ne viene comunicato il nome e viene chiamato un eminente psicoanalista, il professor Brezzi (Nanni Moretti), per un consulto. Le cose non vanno come sperato e lo specialista si trova a dibattersi tra fede e scienza, mentre il Papa ne approfitta per scappare tra le vie di Roma e prendersi una pausa di riflessione.
Moretti ne fa una commedia che lo rispecchia in pieno, una summa del suo cinema con tutti i tic e le caratterizzazioni che conosciamo bene. L’ottimo Michel Piccoli rappresenta non una crisi della fede, come maldestramente interpretato dall’Avvenire, bensì una umanissima perdita di speranza, un senso di inadeguatezza nei confronti di un ruolo pesantissimo da portare con sé e adempiervi. L’umano Papa Piccoli ben rappresenta il peso che gli viene calato addosso, provocandogli un esaurimento nervoso.
Altra tipicità del regista romano, l’aver reso umanissimi i cardinali e il capo della Chiesa stesso: sarà questo in fondo che ha provocato le ire di alcuni organi di Chiesa, CEI compresa? Probabilissimo, visto il senso di lesa maestà da un punto di vista delle gerarchie ecclesiastiche, cosa che rende il film godibile e ne svela i possibili comportamenti di uomini di una certà età, dall’ossessione per la forma fisica, vedi cyclette, all’uso di sonniferi e tranquillanti e via dicendo.
Il morettiano torneo di pallavolo che viene allestito dall’analista in attesa che il pontefice si ristabilisca (non viene fatto sapere che è scappato…) riporta il tutto in seno alla commedia, anche e soprattutto di caratteri qual è il film, mentre l’interessato cerca di capire dentro di sé il senso di questa scelta e se ne è in grado. Sa che in realtà ha già preso la sua decisione e così andrà fino in fondo, rendendo pubblica la sua irremovibile decisione. Aderendo a quel “deficit di accudimento” ossessione di un altro analista, l’ex moglie del professore (un cameo di Margherita Buy).
Film giocato tutto sul filo dell’ironia e del paradosso, anche quando calca la mano in alcuni punti (il “nulla ha un senso” attribuito a Charles Darwin, la contrapposizione tra cattolicesimo e psicoanalisi), con la bellissima interpretazione di Piccoli e in generale di tutto il cast, conferma la statura di Moretti, se mai ce ne fosse stato bisogno.
Teresa Greco, da “sentireascoltare.com”

Un Conclave, in cui nessun cardinale vorrebbe assumersi il fardello del pontificato, elegge nuovo Papa un outsider francese, che, inizialmente sorpreso, non tarda a rendersi conto della gravosità del compito che gli è toccato in sorte e a percepire una personale inadeguatezza. Si rifiuta in un primo momento di affacciarsi al balcone per la pubblica presentazione del nuovo pontefice; quindi, nell’ambito del tentativo di ricorrere allo strumento della psicanalisi per risolvere il “problema”, il neoeletto (ma non proclamato) Papa Melville (interpretato da un immenso Michel Piccoli) riesce a fuggire alla vigilanza dei suoi custodi e dileguarsi per le vie di Roma, dove si affaccerà su un mondo intero, a lui sconosciuto.
“Habemus Papam” sarebbe piaciuto a Pirandello. Il soggetto e il tono della narrazione sembrano quelli di una novella del grande scrittore di Girgenti. Con l’autore de “Il fu Mattia Pascal”, il nuovo film di Nanni Moretti ha in comune anzitutto il gusto di un’ironia sardonica, dissacrante e smascherante, in equilibrio tra commedia e dramma. E appartiene a una tradizione allegorica, tipicamente latina, che rimanda da un lato alla commedia dell’arte (ricordando il teatro goldoniano ma anche quello di Molière), e dall’altro rinvia al racconto picaresco (quello cui appartiene, tra l’altro, il “Don Chisciotte”). Una tradizione che nel cinema è stata assunta, fra gli altri, da un maestro come Buñuel (si pensi a film come “Nazarin”, “Viridiana”, “La via lattea”, in cui sempre una parabola allegorica è sostenuta e alimentata da una continua ironia).
Non è un film sulla Chiesa, “Habemus Papam”, ma sulle istituzioni. E’ un film sul potere, sull’aspetto, la facies del potere. Contrariamente a “Il caimano”, che ci apparve non risolto nel suo confrontarsi in maniera diretta e immediata con una figura a dir poco ingombrante, “Habemus Papam” si sostiene leggero sulla grazia di un’ispirazione felice, perché è parabola universale, allegoria che trascende un’istituzione e l’attualità, con la vocazione di non parlare tanto dell’oggi, quanto di restare nel tempo.
Garbatamente iconoclasta, è un film liberatorio, perché incentrato sul dato umano. Siamo portati infatti a condividere e prendere le parti di quest’anima fragile, sperduta in un’istituzione più grande di lui: comprendiamo gradualmente quanto sia più grande lui, invece, rispetto all’istituzione che è chiamato a rappresentare. Perché ha il coraggio della verità: quello di svelare al mondo intero, sospeso in un’angosciosa e tragicomica attesa, l’autenticità dei propri sentimenti. Il non sentirsi all’altezza da parte di questo Papa non è indice di fragilità, ma di coraggio: il coraggio di non conformarsi ad un’istituzione che è tanto sclerotizzata quanto distante dal mondo, tanto paludata e seriosa, quanto sovranamente priva di ironia, tanto impermeabile all’esterno, quanto debole e spaventata.
Nella fallita vocazione attoriale di Papa Melville c’è la chiave per comprendere il personaggio ed il film. E’ un’opera incentrata sulla falsità delle apparenze, una falsità che solo l’arte può svelare. E la commedia è da sempre la forma giusta, quella più idonea, per togliere la maschera alle apparenze, per disinnescare, con una risata, l’oppressione costituita dalla facies, la facciata dell’Istituzione, con la sua pesantezza esteriore.
E la Chiesa (rectius: il Vaticano, lo Stato della Chiesa, le alte gerarchie episcopali) si presta più che mai a rappresentare l’Istituzione sclerotizzata per eccellenza. Moretti, con una semplicità disarmante, svela gli aspetti amabilmente ridicoli di liturgie e paludamenti.
L’ultimo film di Moretti s’inserisce in un solco già tracciato dal Bellocchio de “L’ora di religione” (2002), e, più ancora, dal Bellocchio allusivamente allegorico e catartico de “Il regista di matrimoni” (straordinario film del 2006 che, rispetto a “L’ora di religione”, appare molto meno grave, meno sofferto ma non meno dissacrante: anzi). Il papa che vaga disperso per le vie di Roma, poi, ricorda un po’ l’Aldo Moro libero a passeggio per Roma, nel finale-sogno di “Buongiorno, notte” (2003). Si menzionava poc’anzi Buñuel: ci piace immaginare che “Habemus Papam” avrebbe strappato più di un sorriso al regista di “Nazarin”, che Moretti in passato già aveva sfiorato con “La messa è finita” (1985).
Moretti ci svela, polverizzandola, l’infinita pesantezza di una forma che si pretende sostanza, ma è solo facciata.
Il film insiste molto sulla “facciata”: quella della Basilica di San Pietro – in molte scene ricostruita in studio. La facciata è forma, apparenza. In un’Istituzione secolare e (ormai non più troppo, per la verità) intangibile, come la Chiesa, la facciata barocca, impermeabile all’ironia, cela, più che tenebrosi misteri, un’umanità variegata, per la quale sarebbe anche possibile provare affetto, tanto è indifesa e fuori dal mondo.
L’ironia è il migliore strumento per smontare in un istante (basta un gesto, un’inquadratura, una guardia svizzera che cambia tono di voce) la pesantezza di ciò che si ritiene intoccabile.
Ecco: semmai “Habemus Papam” ha un limite, è quello di prendersela con un’istituzione verso la quale è sin troppo facile fare dell’ironia spicciola (le barzellette sui preti non le ha inventate Moretti e non sono certo il massimo di raffinatezza artistica). Infatti, dopo metà pellicola, le scene dedicate a prendersi gioco della seriosità cardinalizia sono quelle che un po’ stuccano, e sulle quali il regista avrebbe fatto bene a lavorare di lima (si pensi in particolare a tutta la sequenza del torneo di pallavolo). Ma la forza del film risiede nel fatto che la sua ironia, anche quella più “spicciola”, è posta al servizio di un’intuizione fenomenale (questa sì, inusitata): prendere un Papa appena eletto, che ancora nessuno conosce, e farlo fuggire per le strade di una capitale in cui appare esposto e smarrito, come lo sarebbe un bimbo che si è perso. E come un bimbo che si è smarrito, quest’uomo che ha il coraggio di corrispondere a se stesso – e di rinnegare (con il garbo dell’autenticità più disarmante) una gigantesca menzogna – appare, nel suo vagare per un mondo a lui completamente ignoto, alle prese con un percorso di formazione.
Un percorso che lo riconduce all’origine della sua più autentica passione: il teatro. Sarà un caso che l’autenticità che l’arte sa mostrare, passa attraverso la finzione? E che invece la forma che pretende di imporsi come veicolo di Verità suprema – quella del potere, dell’Istituzione – appare finta e ipocrita? La finzione della facciata viene smascherata proprio dall’arte: dal riso dissacrante della commedia dell’arte, delle maschere.
Niente è mai riuscito meglio delle maschere, nello smascherare la mascherata che tutto vuole apparire fuorché, appunto, una mascherata.
E Nanni Moretti, questo riesce a fare con il suo “Habemus Papam”. Levare la maschera all’istituzione che al mondo intero vuole apparire tutto fuorché una maschera. Quella che – forse più di ogni altra, forse archetipicamente – pretende di apparire somma e suprema e immediata Sostanza, deposito di Verità Assoluta: la Chiesa. Un’istituzione così anacronistica da preoccuparsi di distinguere “anima” e “inconscio”, rendendo di fatto impossibile all’analista cui ricorre di fare il suo mestiere.
Rispetto a Michel Piccoli, Nanni Moretti sa farsi piccolo, decentrando il suo egocentrismo: ma non ancora completamente, non ancora sino in fondo. Del resto, la demistificazione della psicanalisi non appare altrettanto riuscita e persuasiva – anche se si comprende come il film vorrebbe condurre in parallelo due diverse dissacrazioni. Da un lato quella del “sacro” paludato, dall’altro quella della “scienza”, altrettanto paludata e priva di autoironia, convinta invece della propria onnipotenza laica. Tuttavia il parallelo è zoppo: troppo riuscita e predominante la parte affidata alla vicenda del cardinale Melville. Invece, la vicenda racchiusa entro le mura vaticane, sino all’apice del torneo di pallavolo, appesantisce la pellicola, e non appare del tutto risolta. Forse anche per colpa dell’eccessivo peso specifico del personaggio-Moretti.
Nel frattempo, mentre il grande psicanalista riduce il suo ruolo a quello di un surreale allenatore di pallavolo, Melville vaga in giro disperso per le strade di Roma. Sgusciato via da una prigione, ha l’umiltà di confrontarsi con il mondo reale, e giunge per questa via a riscoprire la propria umanità. Sotto il vestito, sotto la maschera che l’ha depresso, ritrova nell’arte del teatro il sapore della vita autentica. Rigenerato, avrà il coraggio finalmente di metterci la faccia: e con serafica serenità, forte di una ritrovata interiorità, saprà dire la sua, con candore e immediata purezza: “non sono fatto per essere guida, ma per essere guidato”. Lui, scelto da parte di un collegio di inetti cardinali nessuno dei quali – come una formidabile scena iniziale rivela – ha il coraggio di assumersi un ruolo tanto ambizioso che nessun essere umano potrebbe essere ad esso adeguato (“guida spirituale dell’umanità”): proprio lui, Melville, con il sorriso sulle labbra di chi sa di corrispondere a se stesso, lascia attoniti i prelati. Melville, cui la “patata bollente” era stata affidata, se ne libera e la rimette nelle loro mani.
Al contrario del Celestino V di Dante, questo Melville di Michel Piccoli non “per viltade,fece il gran rifiuto”, ma per coraggio, dignità, umiltà, e ferma volontà di corrispondere a se stesso (tutte virtù intimamente cristiane). Il Papa in apparenza più inetto, è in realtà il più responsabile di tutti.
Senza mai andare a toccare la figura di Papa Ratzinger, Moretti, velatamente, ci consegna il ritratto di un Papa diametralmente opposto a quello attuale, cui appare completamente antitetico. Quello di Moretti è un non-Papa mite e umano, umile e autentico, che – come Papa – risulterebbe simpatico a tutti.
Ma in fondo è solo una favola. E come tutte le favole, segna la misura della distanza fra quello che il Potere effettivamente è, rispetto a quello che si sogna possa essere, con fantasia liberatoria e disvelante. Quel che si sogna tuttavia non sempre potrà essere. Dietro l’ennesima “facciata” – quella di un paradossale lieto fine – la commedia lascia intravvedere una realtà che è sempre stata, e sempre sarà, ben altra e ben diversa.
Stefano Santoli, da “filmscoop.it”

“Habemus Papam!” queste le parole che echeggiano nella piazza di San Pietro sciolto il Conclave ed eletto il successore del Papa appena deceduto. Il prescelto è il Cardinale Melville che però non sembra avere nessuna intenzione di affacciarsi al balcone per il rituale saluto ai fedeli. Di fronte alla folla impaziente di vedere il nuovo Papa, Melville si fa prendere dal panico, urla e scappa correndo attraverso le stanze del Vaticano come per sfuggire a un terribile incubo. Proprio quando gli sforzi per riportare Melville alle sue responsabilità appaiono vani, l’unica soluzione sembra essere quella di invocare l’aiuto della psicanalisi. L’insolito privilegio di varcare la soglia della Santa Sede non potrà che spettare al miglior psicanalista in circolazione.
“Habemus Papam!” queste le parole che echeggiano nella piazza di San Pietro sciolto il Conclave ed eletto il successore del Papa appena deceduto. Il prescelto è il Cardinale Melville che però non sembra avere nessuna intenzione di affacciarsi al balcone per il rituale saluto ai fedeli. Di fronte alla folla impaziente di vedere il nuovo Papa, Melville si fa prendere dal panico, urla e scappa correndo attraverso le stanze del Vaticano come per sfuggire a un terribile incubo. Proprio quando gli sforzi per riportare Melville alle sue responsabilità appaiono vani, l’unica soluzione sembra essere quella di invocare l’aiuto della psicanalisi. L’insolito privilegio di varcare la soglia della Santa Sede non potrà che spettare al miglior psicanalista in circolazione.
14 aprile 2011: anteprima stampa di Habemus Papam dove sorprendentemente si presenta Nanni Moretti, il quale aveva dichiarato pochi giorni prima di non avere intenzione di partecipare. I giornalisti non stanno nella pelle (non sono molte le occasioni per intervistarlo) e nel corso della conferenza uno di loro si alza e dà al regista una splendida notizia: “Il suo film è in concorso al festival di Cannes”. Moretti, che fino a quel momento aveva un volto segnato dalla stanchezza e dalle inutili domande di qualche giornalista, si apre in un sorriso e felice inizia a stringere le mani dei collaboratori presenti, ma anche di persone a caso che si trovano nei paraggi.
Finalmente l’illustre cineasta italiano, tanto amato dai francesi, torna al cinema con il suo nuovo film “Habemus Papam”, una commedia divertente, commovente, umana, frutto di una coproduzione Italia-Francia. “Faccio un film ogni morte di…” scherza Moretti; pochi, ma eccellenti viene naturale pensare.
Nanni Moretti anche questa volta ci fa uscire dalla sala appagati e migliori di prima, offrendoci un film dal soggetto e dalla sceneggiatura originalissimi, i cui autori sono lo stesso Moretti, Francesco Piccolo e Federica Pontremoli.
E’ doveroso dire prima di tutto che Habemus Papam non ha nessuna intenzione di attaccare la Chiesa o condurre un’inchiesta per scoprire cosa si cela al di là delle mura Vaticane. Moretti affronta il film con una curiosità naif volta a mettere in risalto l’umanità di coloro che abitano il Vaticano offrendoci un ritratto inedito e divertente di quel mondo.
Habemus papam è un film fatto di particolari apparentemente insignificanti ma che custodiscono al loro interno una profonda umanità e che diventano il fulcro del film, così come le figurazioni e le comparse diventano protagonisti dell’opera. E questo appare evidente constatando la maestria con la quale sono stati scelti gli attori che interpretano i cardinali. Ma la bravura degli attori non si ferma certo a loro ed emerge incontrastata nel grandioso Michel Piccoli che interpreta divinamente il ruolo del Pontefice. Piccoli è delicato nelle espressioni, nelle parole e nei silenzi e Moretti afferma di averlo scelto senza esitazioni appena terminato il provino a Parigi. Per quanto riguarda Margherita Buy non ci sono certo grandi sorprese. E poi il grande Moretti che continua a farci ridere e pensare con gusto.
Sì, perché Habemus Papam nonostante racconti in primo luogo la crisi di un uomo che è cardinale e che viene eletto Papa senza sentirsi in grado di ricoprire un ruolo di una tale responsabilità, è anche un film che fa sorridere. Basti pensare ai cardinali che, sperando di non essere scelti come pontefici, vengono dipinti come ragazzi che scongiurano l’interrogazione a scuola; sono anziani signori che si cimentano più o meno impacciati nelle schiacciate di palla a volo con tanto di pettorine colorate a seconda della squadra, e che se la spassano giocando a carte, in cui puntualmente c’è quello che vuole vincere sempre (il fantastico Camillo Milli nelle vesti di Pescardona) e quello che si offende e non vuole più giocare (Ulrich von Dobschütz); e poi c’è il cardinale che prende gli ansiolitici più forti e che si vergogna di dirlo, quello che di notte chiama la mamma e i tre cardinali dell’Oceania che non vedono l’ora di andare a fare colazione a Borgo Pio dove si dice facciano delle bombe buonissime.
E poi c’è l’umanità e la fragilità di Melville che non ne vuole sapere di fare il Papa e dopo una prima seduta con il Dottor Brezzi (Nanni Moretti) che si rivela subito fallimentare (niente domande sul sesso, sui desideri o sulla madre e soprattutto assenza di un’effettiva privacy), Melville sparisce. Tutti pensano che sia nelle sue stanze e che si stia gradualmente riprendendo, ma in realtà, durante un’uscita dal Vaticano per andare in visita da un’altra psicoanalista (Margherita Buy nei panni della ex moglie del Dottor Brezzi), Melville è scappato.
Il Papa comincia a vagare in incognito per Roma alla riscoperta di un mondo che aveva perso di vista da anni, mentre nella santa Sede, Nanni Moretti passeggia tranquillo e indisturbato, fa amicizia con i cardinali, con le guardie svizzere e le suore, gioca a carte e non dorme la notte per organizzare un grande torneo di palla a volo; “qui in Vaticano va tutto bene ripete ad alta voce il Dottor Brezzi”. Solo il portavoce (interpretato dal lodevole Jerzy Sthur) e pochi altri sono a conoscenza del fatto che il Papa non sia in Vaticano e, ritenendo opportuno tenere nascosta la grave assenza, per non far sorgere dubbi decidono di mettere nelle stanze del pontefice una guardia svizzera (il talentuoso Gianluca Gobbi), che non avrà altro che il compito di muovere di tanto in tanto le tende delle finestre per far capire che il pontefice c’è e sta bene.
E così, mentre in Vaticano dopo un primo momento di depressione generale si approfitta del clamoroso imprevisto per rilassarsi un po’, Melville spacciandosi per attore in crisi, si reca dalla psicoanalista, la quale rimanda tutte le insicurezze dell’uomo al “deficit di accudimento”. Melville inizia un percorso di progressiva conoscenza di sé stesso, dei suoi desideri, della passione viscerale per il teatro, del suo passato e si immerge nel mondo vero, da cui era stato lontano per troppo tempo; sale sugli autobus, entra nei bar, cena in una trattoria, usa un cellulare, una notte va in una cornetteria e si mangia una bomba.
Appare chiaro come Melville avesse accantonato per una vita una parte consistente di sé, e come ora non riuscisse più a tenerla repressa. Melville esplode e si fa cullare dalle note di “Todo cambia” per la strada, fa amicizia con una compagnia teatrale che è in tournée con “Il gabbiano” di Cechov e di cui lui conosce a memoria tutte le battute. Il suo più grande desiderio sarebbe quello di poter partecipare anche lui alla rappresentazione, ma questo sembra impossibile: è anziano e soprattutto ha un ruolo di grande responsabilità da cui non può continuare a sfuggire.
Un riferimento implicito è quello a Wojtyla, e alla sua passione per il teatro oltre a quando si parla del Papa appena morto come di “un pontefice che anche quando era malato non si sottraeva al suo dovere”, e poi le immagini del funerale presenti nei titoli di testa del film, che sono proprio quelle del funerale di Giovanni Paolo II.
Per quanto riguarda la scelta del nome Melville, Moretti spiega come non abbia nessun significato particolare; semplicemente durante la scrittura del film, il regista vide una retrospettiva di Jean-Pierre Melville al Festival di Torino e da lì l’ispirazione per il nome.
Le locations dove il film è stato girato sono tutte italiane: Palazzo Farnese, Villa Lante (il giardino) e Villa Medici (sala colazioni) e poi Cinecittà dove è stata ricostruita la Capella Sistina in scala originale. Il Vaticano si è rifiutato di concedere la disponibilità delle locations presso la Santa Sede ma non ha avuto da ridire sulla sceneggiatura, che il regista ha fatto leggere al Cardinal Ravasi, non per qualche motivo particolare ma semplicemente perché una volta messo il cavalletto per girare delle immagini di Piazza San Pietro, il Vaticano voleva essere a conoscenza di cosa si trattasse. Moretti ha affermato che lui avrebbe fatto il suo film indipendentemente dal pensiero del Vaticano.
Habemus Papam è infine un’opera che racconta in modo poetico, ironico e consapevole le debolezze dell’uomo, come se negli ultimi tempi si sentisse la necessità di raccontare l’umanità anche delle grandi personalità che hanno le redini del mondo; il riferimento automatico è al film vincitore dell’Oscar 2011 “Il discorso del re”. In conclusione, un film che non fa che aumentare il prestigio di Nanni moretti e che ci si augura abbia ottimi riscontri anche a Cannes 2011.
Giulia Coccovilli, da “storiadeifilm.it”

La storia – Eletto Papa, il cardinale Melville, adesso Papa Celestino VI, entra in crisi e in procinto di salutare i fedeli in Piazza San Pietro si rifiuta, in preda ad un attacco di panico. A soccorrerlo interviene il migliore psicoanalista di tutta Roma, Nanni Moretti, costretto a vivere tra i cardinali del conclave e a non oltrepassare le mura vaticane fino a quando Papa Celestino VI non supererà la propria crisi d’identità.
Interpretato da uno straordinario Michel Piccoli, che ricorda per la fisiognomica e per la sua passione per il teatro Papa Giovanni Paolo II, Papa Celestino VI è un Pontefice dal sorriso puro come quello di un bambino, goffo e irascibile di fronte al proprio senso d’inadeguatezza.
Mentre il neo Papa ribalta e frammenta la propria prospettiva monoculare scendendo in strada, vivendo tra le persone comuni e ipotizzando una vita da attore, Moretti, psicoanalista ateo che crede nella casualità dell’esistenza in senso darwinista, organizza un torneo di pallavolo tra i cardinali cristiani di tutto il mondo. L’ultimo film di Moretti – in corsa alla Palma d’oro al prossimo festival di Cannes – assottiglia le distanze tra gli uomini e le istituzioni che dovrebbero rappresentarli provando a sperimentare altri punti di vista. La paternità, tema ricorrente nella filmografia dell’autore, diventa oggetto di riflessione sulla contemporaneità. In questo caso però il padre è il sommo Pontefice e la crisi di cui è vittima Papa Celestino VI, ideale successore di Papa Celestino V che nel 1294 abdicò al proprio incarico accusando la Chiesa di corruzione, non è una crisi di fede, ma è una crisi che ha un carico prima individuale che istituzionale, di quella paternità che il Papa non crede essere pronto ad assumere.
Attraverso un continuo ribaltamento di prospettiva ricca di profonda umanità, Habemus Papam riflette sul magico non senso della precarietà dell’esistenza sperimentando le analogie tra i meccanismi comici e tragici della vita.
…in un tweet: Habemus Papam è forse tra i più bei film del Moretti della maturità.
Katiuscia Incarbone, da “duellanti.com”

Il cinema non basta più. E incredibilmente, per Moretti, diventa fluttuante, leggerissimo e “sconvolto” dall’esperienza dell’emozione. Per una volta quello che conta di più non sta nell’immagine, ma al di fuori dell’esperienza della visione. E “l’ultimo spettacolo” passa attraverso l’esercizio del piacere, della scelta, del libero arbitrio. Ma anche della consapevolezza che confusione e sgomento oggi, letteralmente, ci attanagliano. E la salvezza è solo (forse)…fuoricampo.
“L’analista spesso incontra sia assenza di contenitore o contenitore così danneggiato o poroso da maltenere il contenuto… Vi è dolore che non può essere sofferto, colpa che non può essere tollerata e rammarico che non può essere ricordato: tutti casi di contenuto senza adeguato contenitore. Mancando un costruttivo apparato contenitore-contenuto, l’esperienza emozionale non può reggere”.
J. e N. Symington in “Il pensiero clinico di Bion”
C’è qualcosa di anomalo in quest’ultimo lavoro di Nanni Moretti – film per molti aspetti del tutto dentro le coordinate narrative e tematiche del suo cinema, ma per altri invece assolutamente al di fuori. Come se il suo cinema (il contenitore) non fosse più in grado di sostenere le sue emozioni (il contenuto). Come se inquadrare, osservare, mettere in scena “non bastasse più”. E questo è davvero inquietante, e felicemente avvincente, per un cineasta che da sempre ha fatto dell’inquadratura il suo “centro tolemaico del cinema”, dove il quadro, ciò che sta dentro l’immagine cinema è il tutto, è il cinema. Come a dire, con un concetto forse un po’ forzato ma che in qualche modo racconta l’esperienza cinematografica di Moretti, che non esiste cinema se non dentro l’immagine cinematografica. Siamo ciò che vediamo, che raccontiamo, che rappresentiamo. Il racconto, le storie, sono nel “quadro”, ed è sufficiente osservare con attenzione la maggior parte delle accuratissime (e per certi aspetti persino “ossessive””) inquadrature del suo cinema per verificare quanto alta sia l’attenzione del regista per ciò che viene mostrato ( e non solo per ciò che viene detto o come viene detto, secondo una “mitologia” morettiana che spesso scambia/confonde il regista-autore con il personaggio che mette in scena).
In Habemus Papam abbiamo invece un poderoso, imprevedibile e dolcemente impalpabile rovesciamento di questo assunto del suo cinema. Che incredibilmente diventa fluttuante, leggerissimo e “sconvolto” dall’esperienza dell’emozione (il contenuto). Per una volta quello che conta di più non sta nel “quadro”, non sta nell’immagine, ma tutto sembra portarci verso una “nuova idea…forse fluttuando…in cerca di dimora di un pensiero, un’idea che nessuno reclama…” (W.R. Bion). Per una volta, e in questo anche con la forza di sconvolgere gli assunti di base del suo cinema, quello che conta sta nel “fuori campo”. Ma un “fuori campo” mentale, non solo visivo, prettamente fotografico. Ma mai avevamo percepito in un film di Nanni Moretti, la forza e l’assoluta libertà di raccontare quello che non si può vedere, non si può mostrare, ma si può solo immaginare, tutt’al più evocare. E così la vita privata del suo personaggio psicanalista, la sua separazione con la moglie-collega, è fuoricampo, la folla aspetta “fuori” dal campo dell’azione dei cardinali la fumata bianca, i cardinali aspettano “fuori” dalla stanza papale notizie sullo stato di salute del Papa, e la sua stessa “fuga” altri Habemus Papam Nanni Moretti Michel Piccolinon è che un fuoricampo dal suo ruolo, dal suo ingrato e pesantissimo compito di guida, e così possiamo finalmente vedere (come solo Bellocchio aveva fatto in quella breve scena con Aldo Moro vivo a passeggio per la città, in Buongiorno, notte) un Papa così umano da confondersi “cristianamente” nella folla, uomo tra gli uomini, confuso e sgomento come qualsiasi essere dotato di buona salute mentale può essere, in questi tempi. E così il nostro Papa Melville (sì, uno dei Papà della Nuovelle Vague, certo), può liberamente assaporare la vita, come una ciambella con la crema, la stessa che gli altri cardinali non potranno mangiare perché “costretti” (insieme allo psicanalista) in una clausura che gli impedisce di avere rapporti con il mondo esterno. Ma questa libertà non è assoluta, non è totale. Perché Melville ama il teatro, da cui era stato respinto in gioventù (ma non la sorella, che lui seguiva, altro elemento “invisibile” fortissimo del “fuori campo” morettiano), ama l’attore. E l’attore può muoversi liberamente, ma solo all’interno di una struttura rigida e ben definita, di un copione. Ed è proprio mentre assiste a una rappresentazione teatrale che avviene il “recupero” del fuggitivo, corpo/anima vittima di un percorso/copione scritto da altri, che non è in grado di interpretare. Ed allora non resta che esercitare il diritto di un’ultima esibizione, l’ultimo spettacolo, l’atto finale del libero arbitrio davanti un pubblico mondiale.
Non mancheranno, immaginiamo, le interpretazioni, tra il politico e il religioso, di questo Habemus Papam, che invece colpisce soprattutto per il suo lavoro sul senso dell’immagine cinematografica (e non solo…). Oggi il contenitore non sembra più in grado di mantenere il contenuto. Il cinema, in altre parole, non basta più. O meglio non basta più la rappresentazione di quello che vediamo attraverso l’immagine, per afferrare il senso di quello che ci accade intorno, ma soprattutto dentro di noi, abbiamo bisogno di “nuovi contenitori”. Per raccontarci, oggi, abbiamo bisogno di “un fuori campo”, qualcosa che sfugge all’immagine, qualcosa che sta “fuori dalla stanza”, che appare quasi impossibile afferrare. E allora torna la commedia, il gioco, l’esercizio del piacere. Che passi attraverso un cappuccino, una brioche, una partita a scopa o a pallavolo, oppure nel vagare per le strade di un città eterna in attesa, guardando i corpi di giovani che cantano, fluttuando, appunto, come un’anima disperata ma “liberata” dal peso del mondo. Sembra impossibile liberarsi dal dolore, anche scacciandolo nel “fuoricampo” della propria vita/memoria. E forse è lì, invece, che dobbiamo rimettere le mani e la testa e il cuore in gioco, a recuperare come eravamo e in quale momento, attimo, della nostra vita, ci siamo persi. Per una volta, per sempre, fuori dal cinema.
Federico Chiacchiari, da “sentieriselvaggi.it”

A cinque anni di distanza da Il Caimano, Nanni Moretti torna alla regia per raccontare la storia del cardinale Melville, la cui profonda crisi di identità culmina proprio con la sua elezione a sommo pontefice.
A volte bastano poche inquadrature per smontare congetture e ipotesi. In questo caso, Habemus Papam si serve della scena iniziale del film per non lasciare spazio a dubbi. Un conclave composto da centotto cardinali – riuniti per l’elezione del nuovo Papa – prega e rumoreggia affinché Dio non scelga nessuno di loro a ricoprire quel delicatissimo compito di traghettatori della Chiesa Cattolica. Forse sta tutta qui la genialità di una sceneggiatura straordinaria, un ribaltamento che rimanda all’umanità di un clero che è agli antipodi di quello accecato dalla sete di potere raccontato nei mainstream vaticani. Il cardinale Melville – interpretato con vera grazia dal decano Michel Piccoli – scappa dalle proprie stanze subito dopo l’elezione a sommo pontefice, ritenendosi incapace di ricoprire il ruolo che Dio ha scelto per lui. A fargli da contraltare nel suo lungo cammino errabondo, c’è uno psichiatra (il più bravo di tutti) che cercherà di ricondurlo alle responsabilità dettate dalla sua nomina a Papa.
Forse è un azzardo, ma questo Habemus Papam è il film che più di tutti – fra quelli di Nanni Moretti – sembra rimandare direttamente a Federico Fellini. Non tanto per la visionarietà delle immagini, quanto per quella crisi tanto sofferta dal maestro riminese e riversata con angoscia e determinazione in quel capolavoro che è 8 e 1/2. E come Guido Anselmi ricerca la sua identità in mezzo a una confusione sempre più totalizzante, così il Papa di Moretti, sfugge provvisoriamente alle sue responsabilità, ricercando la via smarrita con il ritorno alla vita civile. Non è facile vedere quel che c’è dentro Habemus Papam. Non è facile perché il regista con naturale spontaneità, ammette che è un’opera complessa, dove ognuno può ricercare la sua personalissima visione, ma soprattutto perché non punta il dito, non dà morali, non lancia anatemi né raccoglie risposte. Racconta, come Nanni Moretti sa fare benissimo, lo smarrimento al cospetto di un’epoca in cui il dialogo viene a mancare, e ciò che si legge all’orizzonte è una sorta di eremitismo sociale, in cui ognuno ripiega su se stesso le proprie frustrazioni.
Tante, troppe le citazioni per essere còlte in una sola visione. Dal gabbiano di Cechov alla finestra deserta di piazza San Pietro, inquadrata come “rappresentazione” teatrale, con il velluto rosso delle tende che ricorda quelle di un sipario atto a nascondere un proscenio ormai vuoto. E forse è qua che ancora una volta torna Fellini (la solitudine dell’uomo moderno nel teatro contemporaneo, quel senso di smarrimento dettato dalla solitudine che si prova dinanzi alle esigenze del reale. Ma a differenza dell’onirismo di Fellini, Moretti ha a disposizione un’arma che è da anni il marchio distintivo del suo cinema: l’ironia. Si ride – e tanto – in Habemus Papam, si ride per le situazioni grottesche in cui si ritrovano i personaggi, costretti dalle loro stesse regole a far fronte a una situazione insostenibile, impossibilitati a lasciare le stanze vaticane fino alla consacrazione pubblica del nuovo eletto.
Dialoghi surreali, spesso volti a contrapporre – con finta leggerezza – la visione cristiana a quella laica dell’esistenza (è questo il vero dramma del darwinismo, non c’è nessuna consolazione), traghettano verso un finale totalmente coerente con la struttura del film, ma ugualmente straniante. Non basterebbe l’analisi di un vaticanista ad affrontare le analogie che questo Papa condivide con i suoi fedeli, smarrito non dalla mancanza di fede, ma dalla lontananza del clero che lui stesso rappresenta dai dettami indicati da Dio. La risposta possibile di fronte all’inadeguatezza è la rinuncia, unica via di salvezza e redenzione. Habemus Nanni.
Pierpaolo Simone, da “nonsolocinema.com”

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