Fratellanza – Brotherhood

Tra aprile e giugno 1940 le truppe di Hitler s’impadroniscono della Danimarca. Da allora sono trascorsi esattamente sessanta anni, eppure non tutto il marcio che si annida nelle segrete del passato è stato tolto da quella terra. Sotto un equilibrio apparente, vi sono degli individui fuori controllo e totalmente ottusi per cui la classificazione dell’umanità in razze resta un principio incrollabile. Chi afferma, sostiene e fa esistere un’idea tanto volgare è una persona brutale come Jimmy.
Il suo problema consiste unicamente nella scelta che ha fatto tanto tempo fa. Per Lars, invece, accogliere la menzogna nazista rientra nel campo della necessità, mentre la ragione passa in secondo luogo. Il timido Lars inizialmente rifiuta di porsi la domanda giusta, ossia chiedere a se stesso il perché si sia lasciato convincere dai naziskin così su due piedi; tuttavia, quest’atto non sembra essere completamente ignorato dalla propria coscienza. Per lui, il timore di rimanere solo è stato l’appetito che richiedeva di essere sfamato per primo. Dopotutto, noi non siamo fatti per vivere in uno stato di parziale o totale solitudine: è il grido della vita. Il desiderio di sentirsi ben accetto all’interno di una comunità rassomiglia a qualcosa più che legittimo e conforme alla natura. Per questo, essere inscritti come membro in una qualsiasi società ha lo stesso valore di una bella ricompensa, in special modo per tutti coloro che si sentono incompresi in seno alla famiglia o vengono cacciati dall’esercito per bazzecole. Fratellanza per l’appunto. Ma, ciò che non è pensabile per eccellenza equivale a chiamare “amici” oppure “casa” una congrega di fanatici dell’odio legato al colore della pelle. Colpo di scena: l’esistenza di Lars e Jimmy può però cambiare, allorché i due si misurano con la realtà corporea dell’amore. Una passione omosessuale, che per “l’uomo nuovo” cresciuto a latte e Mein Kampf corrisponde né più né meno a un morbo da debellare. Questo, naturalmente, a patto di rifiutarsi di vedere dietro a quelle grandi pacche sulle spalle che si scambiano tra loro i camerati una forte attrazione verso individui dello stesso sesso. Se trasformare la propria filosofia di vita è l’unica soluzione intelligente, rinnegare la passata logica significa suicidarsi, in quanto non si può farla franca laddove si è circondati da tizi responsabili di mattanze reali e di un pessimo uso dell’immaginazione.
L’argomento del primo film dell’esordiente Nicolo Donato potrebbe a tutti gli effetti essere un pretesto per la stesura di articoli giornalistici o per conversazioni quotidiane sull’evoluzione del paradigma neo nazista in Europa. Ma, il regista danese di origini italiane non ci sta, preoccupandosi di assegnare un ruolo di primo piano allo spazio occupato dalla storia d’amore tra Jimmy e Lars. Comunque ciò non toglie che il tema della sua opera sia sviscerato facendo ricorso a metodi sociologico-statistici. Vincitore del premio Marc’Aurelio d’oro alla scorsa edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, Fratellanza-Brotherhood non presenta la frontalità e la piattezza tipiche di uno sguardo statico. La contrapposizione tra due opposti come violenza e affetto coglie meglio di ogni altra cosa la formula alla base del film: il Bene che assume il rischio di avanzare sul Male, seppure su un terreno quasi per niente favorevole ai rimorsi di coscienza.
Quella di Donato risulta una mise-en-scène suffragata da una veemenza che, neanche per un solo istante, appare un esercizio gratuito quanto un’analisi molto intelligente e sistematicamente politica sulla sopraffazione fisica del branco verso i più deboli. In termini visivi e persino plastici, la cinepresa non occupa per tutta la durata della pellicola una posizione che sia attribuibile ad alcun personaggio definito, tranne al punto di vista di Donato ovvero “l’uomo con la macchina da presa”. Spesso la profondità di campo imperante si accosta a inquadrature marcatamente fuori fuoco sullo sfondo, traducendo in immagini il principio graduale – oltre che la sensazione – di essere inghiottiti dall’ombra di una falsa fede. Una “complicazione” del linguaggio cinematografico che si raccorda obliquamente all’applicazione di una colonna sonora appartenente a tutt’altro genere di registro.
M. Cristina Caponi, da “zabriskiepoint.net”

Lars è un giovane militare allontanato dall’esercito dopo uno scandalo di natura sessuale. Rientrato a casa, non trova comprensione né aiuto nella sua famiglia borghese, che senza conoscere i motivi del suo esonero, lo vorrebbe reintegrato nella carriera militare. Un po’ per noia e un po’ per curiosità, Lars si avvicina a un gruppo neonazista, anche se sa che la propria sessualità non è gradita ai più. Accettato e apprezzato per la sua intelligenza e cultura, inizia a sentirsi a suo agio tra le teste rasate, e viene attratto da Jimmy, l’uomo forte del gruppo, che si prende cura del fratello tossicodipendente ed è ritenuto una colonna affidabile del movimento. Tra i due nasce una passione difficile da nascondere, e in qualche modo entrambi ne pagheranno le conseguenze.

Un’opera prima come Brotherhood, nel nostro paese, è altamente improbabile. Non perché sia un capolavoro – a nostro avviso è un buon film, ma non eccezionale – ma perché si confronta con una storia, personaggi e tematiche realmente esistenti e attuali, invece che col proprio ombelico autoriale e con la propria voglia di mettersi in mostra. Nicòlo Donato è l’esempio di un cineasta che ha una storia da raccontare, e invece di farlo nel modo patinato che sembrerebbe naturale per uno che ha un passato da fashion photographer (impossibile non ricordare gli esordi americani di tanti videomaker, glossy come le pagine delle riviste di moda e i videoclip) lo fa con un rigore, una necessità e un’essenzialità che sconcertano. Vedendo il film si è sempre un po”sul chi vive, in attesa di un eccesso che non arriva mai. Lontano dagli stereotipi ma interessato all’umanità dei personaggi, Donato dimostra, senza moralismo e intenti didascalici, come l’incapacità di comprendere e accettare l’altro dia vita a mostri che finiscono per divorarci. Forse proprio perché il suo è il punto di vista di un uomo intelligente, che fa proprio il motto “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”, trova anche un finale paradossale in cui si confonde definitivamente la linea tra buoni e cattivi, e l’intolleranza che colpisce a caso e ciecamente non ha colore né ideologia.

Possono fare anche sorridere questi naziskin pasticcioni e velleitari, improvvisati e impegnati solo in poco significative azioni dimostrative. Comprendiamo la loro solitudine, il loro sentirsi forti in quanto gruppo, i vuoti emotivi che la loro “fratellanza” riempie. Non simpatizziamo con loro ma li capiamo. E anche questo è un merito del film. Così come capiamo l’amore che nasce tra due esseri umani, qualunque sia il loro orientamento sessuale. L’amicizia, il tradimento, il tabù, la passione: temi affrontati da sempre in letteratura e al cinema e dunque non originali, vengono trattati da Donato con uno sguardo inedito e profondamente immerso nella società in cui vive. Il paesaggio freddo e desolato, con quella casa di legno in riva al mare gelido (teatro ai nostri occhi di impossibili e liberatorie nuotate), previsto ostello per ospiti stranieri e imprevisto nido d’amore, è la metafora perfetta di un mondo che si riscalda soltanto vedendo scorrere il sangue. Bravi e credibili gli attori, soprattutto l’intenso David Dencik nel ruolo di Jimmy, belle le musiche (pure composte dall’autore), e perfetta la durata: non sarà un film indimenticabile, ma ci sembra – per tornare al discorso dell’inizio – che abbia molto di quello che manca alle nostre opere prime, e spesso anche alle seconde e alle terze.
Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

“Brotherhood” è stato presentato al Festival Internazionale del Film di Roma 2009 vincendo il Marc’Aurelio d’oro come Miglior film. L’opera del regista e sceneggiatore Nicolo Donato è raccontata con un’intensità, delicatezza e sensibilità come se ne vedono poche. Il regista riesce fin da subito a far entrare lo spettatore nel mondo che ha delineato per il suo eroe, facendolo conoscere attraverso i suoi occhi, il ragazzo sembra quasi dire di seguirlo nel suo percorso di vita.
A Lars viene negato l’avanzamento di carriera che gli era stato proposto; amareggiato dalla situazione, decide di lasciare l’esercito. Quando mette al corrente i suoi genitori della cosa, la madre sembra tutt’altro che soddisfatta e cerca di fargli cambiare idea. Il padre non proferisce parola. Invitato a casa di un amico, fa la conoscenza di due nazi. C’è subito un forte attrito fra di loro visto le opposte idee in cui credono, ma al capo Lars fa una buona impressione per la sua dialettica e per come usa il cervello. Gli viene proposto di diventare un membro della loro “confraternita”; dopo un iniziale rifiuto, Lars accetta. A casa la convivenza con i genitori diventa pesante, così va a vivere a casa di uno dei confratelli, Jimmy. Tra loro si instaura da subito una forte intesa, che si trasforma in amore. Questo va contro quello in cui crede il gruppo e i problemi non si faranno attendere.
L’intento di Nicolo Donato è stato quello di raccontare una storia d’amore tra due esseri umani: questo non è un film sui gruppi nazi, né un film sui gay; a detta dello stesso regista, è una storia d’amore che si sviluppa in circostanze particolari e inserita in un’ambientazione scomoda. D’altronde le storie d’amore travagliate e zeppe di ostacoli sono quelle che si amano di più.
Variegate sono le tematiche che Donato sviluppa e sottolinea, prima fra tutte il rapporto filiale. Lars non si sente amato, ne rispettato in casa. Ciò che vuole non viene preso minimamente in considerazione, tanto meno ciò che è come essere umano. La madre, che porta i pantaloni in casa, vuole che sia la persona che a lei piace che sia, non la persona che suo figlio è. La figura paterna è inesistente e questo porta Lars a cercare quel senso di famiglia altrove. L’uomo non condivide le idee del gruppo di naziskin, coi quali viene in contatto, e si unisce a loro, non perché abbia cambiato il suo modo di pensare, ma perché vede nel gruppo quel senso di famiglia che a lui manca e di cui sente un estremo bisogno. Ha bisogno di essere riconosciuto, apprezzato e rispettato. Inoltre ha un bisogno inconscio di una figura paterna forte e rimane attratto dalla figura di Jimmy, che inizialmente è il suo punto di riferimento, per scoprire poi tutto un mondo di possibilità con lui.
L’amore è il tema che sta alla base del film. Lars trova un’atmosfera familiare e quell’amore che non riceve a casa. “Abbiamo bisogno d’amore e dircelo più spesso” il bene che si prova l’uno per l’altro.
Le parole del regista sembrano ovvie eppure sono le prime cose che si sottovalutano e si ritengono scontate. L’amore, il dare e mostrare amore, non è mai superfluo soprattutto di questi tempi in cui c’è una fruizione molto più spasmodica di quanto non fosse in passato. L’essere umano non può fare a meno dell’amore, qualsiasi sia la sua forma, l’amore incondizionato di un genitore verso suo figlio e viceversa, l’amicizia, la fratellanza, l’amore romantico.
Un altro aspetto di rilievo è la messa in scena della cattiveria umana. Gli uomini non nascono cattivi, sono le circostanze e la vita che portano l’essere umano a diventare cattivo. Il regista mostra con alcuni cenni la disumanizzazione in cui l’uomo può incorrere.
Per realizzare l’ambientazione nazi in cui i vari personaggi si muovono, Nicolo Donato ha preso ispirazione da un documentario che gli ha dato l’idea di quale contesto sociale scegliere per la sua storia d’amore. Inoltre ha fatto amicizia con un naziskin, oggi non più tale, che gli ha raccontato la realtà di quei gruppi e alcuni aneddoti presenti nel film. Uno di questi è che il nazi è biologico, crede nella salvaguardia della natura e, quindi, dell’ambiente. La sequenza che racconta questa realtà è delineata con ilarità, senza che sia una presa in giro.
La musica e la fotografia sono atte a innalzare la storia d’amore. La musica è soave, il tono del film è per lo più caldo e avvolgente. Un brano musicale è dello stesso regista, che ha iniziato a immaginarselo ancor prima di scrivere la sceneggiatura e poi lo ha scritto con alcuni cari amici. Era perfetto per l’introduzione del film. Donato ha lavorato molto con gli attori per far uscir fuori dai loro personaggi ciò che voleva. Li ha indirizzati a rimanere concentrati sui loro personaggi, non preoccupandosi di dove fosse posizionata la macchina da presa, e ad agire in modo libero. Ciò che voleva dal personaggio di Jimmy è che parlasse con gli occhi più che con la voce.
David Dencik ha reso perfettamente questa peculiarità, convogliando una notevole quantità di emozioni in Jimmy ed esprimendole con naturalezza.
“Brotherhood” è un film eccellente, Donato è riuscito abilmente a bilanciare gli elementi messi in campo, rendendolo un film energico e delicato al tempo stesso. È un film che merita di essere visto.
Francesca Caruso, da “filmscoop.it”

Dalle aspre montagne del Wyoming di Brokeback Mountain al desolato gelo danese dell’opera prima di Nicolo Donato: per parlare di omosessualità e pregiudizio il cinema degli ultimi tempi ha abbandonato l’estetica “queer” alla Priscilla, zepponi e paillettes, per muoversi sulla sottilissima linea di confine che separa amicizia virile e passione, cameratismo ed attrazione, machismo e gaiezza. I cowboys sudati, gli spartani anabolizzati, i tostissimi militari israeliani, gli skinheads ottusi di Fratellanza condividono infatti quell’ambiguità di fondo propria di ogni consesso ossessivamente maschile, il culto della forza e del corpo, l’idealizazzione del rapporto virile, il contatto fisico, il disprezzo verso le donne che rasenta la misoginia, l’esaltazione di un machismo tutto esteriore, muscoli, tatuaggi, jeans abusato ed attillato e soprattutto l’orrore per i gay (condiviso dall’entità più maschilista del mondo, il clero cattolico). Più che l’amour fou improvviso ed inatteso, il cui decorso è piuttosto prevedibile, Donato sembra più interessato alle dinamiche del branco, ai meccanismi istintivi del maschio alfa ed a quell’incancellabile, ineludibile zona d’ombra in cui l’ostilità si tramuta in attrazione ed attraverso la debolezza della carne un barlume di coscienza riesce a rischiarare la mente ottenebrata.

nicolo_donato-brotherhood2A ben guardare, un gruppo di naziskin presenta in nuce parecchie caratteristiche “omo”, messe benissimo in rilievo da Donato attraverso la studiata eliminazione di ogni personaggio femminile, le riprese ravvicinate di particolari fisici, mani, schiene, nuche rasate, tatuaggi, fino alla straordinaria sequenza del concerto nazirock, un magmatico groviglio di corpi maschili sudati, in cui l’aggressività diviene abbraccio, la forza tenerezza, la violenza desiderio. Molto attento in sede di riprese, abile nella direzione degli attori, preciso nella raffigurazione dello squallido ambiente dell’ultradestra, l’esordiente regista danese sembra soffrire i tempi del lungometraggio, che proprio verso il termine infatti cala di tensione e tenta di sopperire ad una certa prevedibilità affastellando ben tre finali, ognuno meno convincente dell’altro. Sentimentalmente mélo, Fratellanza non spiega come o perché nasca la passione, non indaga sull’omosessualità latente dei machos dalle teste rasate, né ha la velleità di affrontare l’argomento sotto l’aspetto politico, ma sembra più voler confermare l’adagio popolare “al cuor non si comanda”.
Giovanni Romani, da “cultframe.com”

Quest’opera di indubbio interesse rappresenta l’esordio del regista danese di origini italiane Nicolo Donato, ed ha vinto la scorsa edizione del Festival del Film di Roma; essa merita di esere segnalata soprattutto per la tematica che affronta, in maniera certamente didascalica, ma abbastanza corretta: l’amore omosessuale nell’ambito di un gruppo neonazista danese.

Si racconta di Lars, militare di leva cui viene negata una promozione per presunta omosessualità e che lasciando l’esercito, pur senza il consenso degli anaffettivi genitori, si imbatte in un gruppo di estrema destra, il cui leader lo prende a benvolere poiché lo ritiene più intelligente della media, convincendolo a farne parte.

Lars viene assegnato allo skinhead Jimmy, che ha compito di addestrarlo ideologicamente, mentre ristruttura una casa che funge da covo sulle rive di un lago, ma tra i due scoppia un’intensa passione che li costringerà a mettere in discussione le loro convinzioni fino ad un drammatico finale.

Il film è ben costruito, le sequenze sono tipiche di certo cinema underground, volutamente spoglie, dai colori quasi sbiaditi: avvince non tanto per la storia d’amore tra i due gay, nata nel contesto più ostile che possa esistere, quanto per la sistematica descrizione della mentalità, degli atteggiamenti, delle ritualità del gruppo di militanti, inclini alla violenza, soprattutto contro i gay ed i diversi in genere, e dei meccanismi psicologici di massa che portano persone mediocri e deluse dalla vita ad improvvisarsi pericolosi attivisti politici.
E’ interessante il confronto dei caratteri: Lars (Thure Lindharst) è una specie di anarcoide frustrato dal fallimento delle sue speranze di carriera, mentre Jimmy (David Dencik) è un militante nazista imbevuto di delirio ideologico, e segnato dai tatuaggi stile Terzo Reich; improvvisamente e un po’ improbabilmente, scoprono di essere fortemente legati l’uno all’altro. Nel descrivere la relazione tra i due e le ineluttabili gravi conseguenze, il regista è un po’ scontato, ma nell’insieme, anche grazie alla buona recitazione dei principali personaggi, il film regge, rispondendo sia pure in parte alle ambizioni sociologiche da cui trae fondamento.
L’opera fa ripensare al bellissimo “The Believer” di Henry Bean, di qualche anno fa, che delineava con grande rigore etico e senso del pathos le gesta dell’ebreo nazista Danny, ma è sicuramente inferiore per lucidità descrittiva, pur rimanendo opera degna di nota.
da “slowcult.com”

La diversità fiorisce anche quando affonda le radici nel terreno meno fertile, anche quando il sole del libero arbitrio è soffocato dalle nubi dell”omologazione e l”aria è resa irrespirabile dalla repressione. Nicolò Donato, regista danese di chiarissime origini italiane, al suo primo lungometraggio, la fa sbocciare nell”asfissiante morsa dell”estremismo politico, dove l”alterità può essere anche un peccato mortale.

Lars (Thure Lindhardt) si vede costretto a lasciare l”esercito perché sospettato di essere omosessuale; tornato a casa, la sua delusione e irrequietezza sono l”humus da cui nasce un progressivo avvicinamento a un gruppo neo-nazista, guidato dal carismatico Michael (Nicolas Bro), consumato oratore e abile organizzatore. In una Danimarca globalizzata e invasa da extracomunitari, neri e gay, la loro soluzione è l”aggressione brutale. Dapprima disgustato dalla loro ideologia violenta e xenofoba, Lars si fa lentamente ammaliare dal senso di fratellanza che lega i componenti del gruppo e dall”inebriante sensazione di onnipotenza regalata dall”esserne parte integrante: ex pluribus unum. Il pestaggio a un extracomunitario è la molla che lo spinge a unirsi definitivamente alla sua nuova famiglia: ad ospitarlo in una delle case del Nucleo è Jimmy (David Dencik), incaricato di ripararla, nonostante Lars abbia sottratto il posto all”interno della comunità al suo fratello tossico, Patrick (Morten Holst). Il rapporto di amicizia tra i due si trasforma presto in un”attrazione fisica irresistibile, un amore pericoloso nato tra chi fa dell”omofobia una bandiera.

Un contrasto insanabile che è la vera forza del film: la cruda bestialità dei pestaggi e dell”ideologia (la scena dei manifesti con il proiettile) opposta alle dolcissime scene che scandiscono i momenti del rapporto tra Lars e Jimmy che sembra perdersi nelle acque docili e sconfinate del mare che nasce vicino alla loro casa. Lo sforzo di mantenere nascosti i loro sentimenti si rivelerà ben presto inutile e i due dovranno subire la pesantissima ripercussione del gruppo. Senza farsi carico di intenti educativi o moralisti, Donato racconta la storia di un amore costretto a scontrarsi con la cieca violenza di chi ritiene di non aver nessun”altra maniera per far valere le proprie ragioni. L”odio e la repressione rendono lenta, difficile e faticosa la presenza di coscienza del più nobile degli slanci dell”animo umano, ma non possono cancellarlo. Se Donato gira con mano sensibile e delicata, va reso anche merito alla strepitosa interpretazione dei due protagonisti che dipingono personaggi di straordinaria umanità e particolare delicatezza.
Marco D’Amato, da “silenzio-in-sala.com”

L’amore ai tempi del… neonazismo! Ecco un sottotitolo perfetto (parafrasando uno dei narratori più grandi del Novecento) per “Brotherhood – Fratellanza”, pellicola del regista italo-danese Nicolo Donato, che arriva dalle fredde terre del nord Europa vincendo nel 2009 il Marc’Aurelio d’Oro come Miglior Film al Festival del Film di Roma. Quello che il regista porta sullo schermo è una meravigliosa storia d’amore – che sia omosessuale poco importa ai fini della narrazione – in una situazione assolutamente eccezionale: all’interno di un gruppo neonazista. Con questa pellicola vi addentrerete nei meandri della becera ideologia del neo fascismo, scoprendo, grazie alle accurate ricostruzioni, come agiscono e si muovono questi gruppi nella nostra società. Non c’è la volontà, da parte di Donato, di criticare l’operato e l’ideologia della nuova destra, quello che più interessa al giovane regista è scavare a fondo la psicologia dei suoi due personaggi: Jimmy, carismatico capogruppo, e Lars, il nuovo adepto. La narrazione scorre piacevole e non scade mai nel banale, allontanandosi ed evitando gli inutili stereotipi dell’omosessuale o del nazista. L’amore in questo caso è davvero la forza che spinge ad agire, a lottare per ritrovare la propria identità all’interno di una strana situazione, in cui Jimmy e Lars sono vittime e carnefici. Se sperate di andare a vedere un “Brokeback Mountain” all’europea siete completamente fuori strada: “Fratellanza” è tutt’altro. La sceneggiatura scorre limpida e senza sbavature, non esagerando mai, riuscendo a far accettare allo spettatore le più brutali situazioni. La necessità di mantenere la segretezza del rapporto per Jimmy e Lars è di fondamentale importanza per non perdere il senso di appartenenza. L’inizio del film è la perfetta riprova di quello che succederà in seguito: un pestaggio ai danni di un ignaro giovane omosessuale. A lasciare senza fiato è soprattutto la stupenda fotografia, soprattutto nelle scene di sesso. Donato riesce a far salire l’interesse grazie ad un uso sapiente della suspence, rivalorizzando quindi uno degli elementi che dovrebbe essere cardine di ogni buon film (o anche solo scena). La crudezza, la barbaria, i comportamenti beceri sono il contro altare perfetto per una meravigliosa storia d’amore, nel mondo oscurato e oscurantista della modernità. Da vedere!, qualora riusciate a trovare una sala che lo proietti.
Davide Monastra, da “ecodelcinema.com”

Raccontare una modernissima storia d’amore impossibile, una “Romeo e Giulietta” dei nostri tempi è, nelle parole del suo regista Nicolo Donato, l’ambizione di Brotherhood, film svedese in concorso, presentato oggi al Festival di Roma. Il paragone appare quanto mai stridente se si pensa che la passione scoppia qui tra due ragazzi (Jimmy e Lars); ma il raffronto continua a calzare, perchè di vero amore si tratta e certo impossibile: questa volta ad ostacolare il sentimento dei due giovani amanti è nientemeno che la loro appartenenza ad un gruppo neonazista, dedito alla violenza gratuita e alla discriminazione di immigrati e omosessuali.
Il protagonista Lars, confuso dopo aver lasciato l’esercito, si unisce ad un gruppo neonazista, dove conosce Jimmy; i due si trovano a vivere insieme nella casa che stanno sistemando per farne il nuovo quartier generale della banda. La passione non tarda a sbocciare, ma quando i compagni verranno a sapere del loro affaire, le conseguenze saranno tutt’altro che facili…
Donato spiega che a suggerirgli l’idea fu un documentario dal titolo Gay heroes and new nazis e che questo contesto lo interessava soprattutto come limite da superare, come ambiente paradossale in cui quel tipo di amore non sarebbe mai dovuto nascere. Ovviamente la scelta offre lo spunto allo spettatore per riflettere su come la mancata accettazione della propria identità possa portare ad aggredire con violenza negli altri ciò che non si accetta di sè. Un ragazzo gay che si professa nazista è la perfetta incarnazione di questo paradosso!
Splendidamente interpretato, Brotherhood deve la sua intensità soprattutto alle performance degli attori intensi e bravissimi; il film è stato girato nel tempo record di sole sei settimane, eppure non difetta in niente: una storia originale e molto provocatoria, un amore che trionfa, la violenza che viene mostrata in tutta la sua inutile stupidità, una regia all’altezza e attori che sono una vera rivelazione!
da “doppioschermo.it”

Dopo essere stato radiato dall’esercito, il giovane Lars finisce per far parte di una confraternita nazista, un gruppo di uomini giovani e non con gli stessi ideali politici e discriminatori che portarono alla Seconda Guerra Mondiale. Tra i veterani della congregazione c’è l’assorto Johnny. Con il passare del tempo la fratellanza acquista sempre più potere ed organizza blitz contro immigrati e gli omosessuali. In questo quadro ostile, per una sorta di crudele avversità della vita, i due uomini si trovano a vivere una storia d’amore in parallelo ad una situazione avversa che rende il tutto inconciliabile.
Il documentario Lo schermo velato (The Celluloid Closet) di Rob Epstein e Jeffrey Friedman ha fatto scuola negli ultimi quindici anni a partire dalla sua uscita. L’opera di Epstein e Friedman si occupava dell’occultamento da parte dei produttori di contenuti omosessuali nelle produzioni che vanno dal cinema muto (1895: due uomini che ballano il valzer in un film sperimentale di Thomas Edison) sino al 1995 (data di uscita del documentario). Negli anni successivi i registi che coraggiosamente hanno deciso di affrontare questa tematica si sono spinti gradualmente oltre il mascheramento (il velo del titolo) dei contenuti. Svolta decisiva la diede Ang Lee nel 2005 con il suo pluripremiato Brokeback Mountain, e da quel momento in poi il velo fu del tutto stracciato. Siamo arrivati nel 2009 con la comparsa senza tabù dell’ italo-danese Nicòlo Donato ed il suo Fratellanza – Brotherhood, lavoro costato ben quattro anni di realizzazione.
Donato, studioso di fotografia e cinema, ha un passato da filmaker di video musicali e per questo, tecnicamente, avrebbe potuto concedersi maggiori virtuosismi, ma il tutto resta sobrio, quasi catatonico. La sfera affettiva dei due naziskin non è molto accentuata, bisogna tirar fuori tutta l’empatia che un individuo ha dentro di sé, occorre dare maggiore attenzione ai gesti furtivi e freddi come la gelida Danimarca che circonda i personaggi. La pellicola appunto nasconde più di quanto si riesce a percepire, il regista ci mostra il suo sguardo sulla vicenda e sui desolati paesaggi che si fondono con gli stati d’animo, i colori sbiaditi e la minimizzazione dei sentimenti a buon mercato a cui il nostro cinema e buona parte quello americano ci hanno un minimo viziati. Per tutti questi elementi un po’ al di fuori della portata dello spettatore medio italiano è curioso il successo che il film è riuscito a riscuotere. Vuoi che sia stata una scelta forse politica ed etica, dopo le molteplici rappresaglie omofobe che hanno scosso la comunità della capitale nel 2009, vuoi perché è riuscito a smuovere gli animi più sensibili, ma Brotherhood è piaciuto tanto da vincere, inaspettatamente, la IV° edizione del Festival del Cinema di Roma. Un altro merito da attribuirgli è la ricostruzione della società moderna, sempre in continua evoluzione, ma in cui ci sono ancora numerosi gruppi di persone con una mentalità strettamente xenofobica, che non si sentono legati alla vita (in particolare a quella del prossimo) più di quanto non siano legati ai loro ideali politici, religiosi o più semplicemente retrogradi. Da non sottovalutare anche l’importanza del cast e la bravura dei tre interpreti principali: Thure Lindhardt (Lars), David Dencik (Jimmy) e Nicolas Bro (Michael). Per tutto questo è stato uno dei pochi film indipendenti presenti nella vetrina del Festival romano ad aver avuto la fortuna di trovare un distributore in Italia.
La “fratellanza” in questione occupa il posto dell’anima di tutti i suoi discepoli, svuotati da ogni sorta di umanità per far posto alle vessazioni senza logica che li porta a sentirsi uomini vivi. Si riapre così, in chiave simbolica e di pensiero, un capitolo della nostra storia, forse il più crudele che si sia mai stato scritto e vissuto. E’ noto ormai che la Shoa fu soprattutto un pretesto politico ma stando a qualche teoria occultistica c’è dissimulata una delle paure più dolorose dell’uomo: quella della morte. Lo stesso Hitler nascondeva gli orologi perché temeva il tempo che scorre, inconsciamente gli skinhead nazisti che ci descrive Donato fanno il gioco di Dio creando una sorte di selezione naturale come se fossero loro ad avere stretti nei pugni i dadi dell’universo. Come per gli Ebrei un tempo, la congrega fa violenza sugli immigrati, come fu per gli omosessuali (vedi il famoso “Paragrafo 175”) è così ancora oggi. Un sentimento tra due uomini in questo contesto era davvero inopportuno.
Si inciampa spesso in storie di amori impossibili ma Brotherhood si pone come dramma anticommerciale sottraendo ogni guisa di romanticismo, e la pellicola manca volutamente di quella poetica struggente che caratterizza gli amori reconditi e questo perché i protagonisti stessi sono sì immuni ai loro desideri come ogni tormento in amore che si rispetti, ma al contempo inetti ad ogni sorta di cambiamento. Lars e Johnny camminano sull’acqua di un mare in tempesta, prigionieri senza misericordia non della fratellanza ma del loro amore che inesorabilmente porta con se le sue amare antitesi.
Stefano Notaro, da “pointblank.it”

Trionfatore inaspettato dell’ultima edizione del Roma Film Festival, sbarca alla 25a edizione del Festival del cinema gay lesbico di Torino, fuori concorso, Fratellanza – Brotherhhod (Broderskab), interessante e discussa opera prima del regista italo-danese Nicolo’ Donato. Una violenta e commovente storia d’amore gay in ambiente neonazista che ha affascinato, commosso e sconvolto il pubblico presente (molto numeroso nonostante l’orario di proiezione non felicissimo!). Il film descrive fedelmente gli ambienti neonazisti danesi tanto che il regista rivela: “Oggi non ho timori perché ho raccontato solo una storia d’amore, malgrado in ambiente neonazista, ma quando giravamo avevo paura, avevamo tutti molta paura perché le location erano nei loro territori”. ”Volevo fare un film su una storia d’amore e l’ho inserito nel contesto neonazista – ha detto il regista – per mostrare come l’amore e’ piu’ forte di tutto e che non si puo’ dire di no al sentimento perche’ prima o poi emergera’, esige rispetto. In quel contesto neonazista in cui l’amore omosessuale non e’ accettato, in realta’ nasce lo stesso”.
Questa la storia di Brotherhood. Dopo aver lasciato l’esercito Lars si aggrega ad un gruppo neonazista danese, rimanendo coinvolto in raid contro omosessuali e minoranze etniche. Provato dal duro regime della fratellanza, a Lars viene affiancato l’esperto Jimmy che picchia gay e pachistani ma beve birra biologica perché bisogna rispettare la natura e che gli farà da mentore, testando la sua predisposizione e indottrinandolo alla lettura del Mein Kampf. Ma il rapporto tra i due uomini prende inaspettatamente la piega della passione, facendo nascere una tormentata storia d’amore vissuta in segreto. Il violento razzismo che guida il gruppo minerà il loro rapporto, mettendoli di fronte alla contraddizione delle proprie ideologie, dovendo scegliere se tradire le proprie idee o i propri sentimenti. In un crescendo di violenza e tensione, il film arriva all’inaspettato e drammatico epilogo.
Il racconto procede al ritmo della presa di coscienza dei due uomini, rispettando i loro pensieri e i loro sentimenti, Jimmy e Lars sono infatti i protagonisti assoluti di questa storia nata in un ambiente omofobo come pochi altri che è quello dei movimenti neonazisti, anche se la Chiesa cattolica in quanto a omofobia non si lascia bagnare il naso da nessuno. Lars una volta congedato dall’esercito procede a tentoni, deluso dalle accuse a lui rivolte dal suo superiore nell’esercito e con la volontà di sfuggire alla forte presa materna, pur non avendo nessuna simpatia per l’ideologia xenofoba, si ritrova a far parte di una fratellanza neonazista dove fa carriera rapidamente. Questa esperienza lo porterà a raggiungere la consapevolezza di sè e della propria omosessualità grazie all’incontro con Jimmy, colui che dovrebbe fargli da mentore.
In un contesto degradato di odio e ignoranza, di biechi istinti portati alla ribalta senza filtro della ragione, di obbedienza cieca che affascina i ragazzi senza speranza nè orizzonti nasce una bellissima storia d’amore. Il gruppo neonazista danese descritto nel film si configura come l’emanazione di un ricco che, per mano di un luogotenente, addestra giovani ragazzi per organizzare pestaggi di pakistani e gay e fare propaganda. Durante una festa con svastiche e gruppi rock Jimmy e Lars incrociano gli sguardi e, circondati da una piccola folla urlante, si ritrovano con i visi appiccicati insieme. Un approccio non premeditato forte e molto ben narrato, cullato dalla musica di Simon Brenting e Jesper Mechlenburg che sovrasta e riduce al silenzio la musica della festa, alienando i due ragazzi dal contesto e trasportandoli in un’altra dimensione che eslude e cancella il resto del mondo: l’amore.
Proprio la scelta di descrivere il contrasto tra la tenerezza che c’è fra Lars e Jimmy quando sono soli e la violenza del linguaggio del gruppo che nega assolutamente che un nazista possa essere gay, ma anche che i gay abbiano diritto di vivere, tra ciò che accade nella vita e ciò che le ideologie vorrebbero far accadare o negano, fa di questo film un importante documento sul fenomeno neonazista molto presente soprattutto nel Nord Europa e un sublime ritratto di innamoramento. Amore e odio raccontati mentre viaggiano uno di fianco all’altro, questo è Brotherhood.
da “cinezoom.it”

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