Cose dell’altro mondo

Un toro scappa da un furgone e corre impazzito tra la folla. Un uomo impugna un fucile e spara, incurante della gente. Non siamo nel Far West ma nel profondo Nord italiano, tra Treviso e Bassano del Grappa, dove vive l’industrialotto Mariso Golfetto (Diego Abatantuono), proprietario di una rete televisiva, su cui fa propaganda quotidiana contro gli immigrati di ogni coloreà, invocando uno tsunami purificatore “che affondi i barconi e li rispedisca ai loro paesi”.
Cose dell’altro mondo, recita il titolo più che azzeccato del terzo film di Francesco Patierno, in concorso a Controcampo al festival di Venezia e in uscita oggi nelle sale per Medusa. Invece no, molti dei dialoghi sono stati riportati fedelmente dallo stesso Patierno, che per il personaggio di Golfetto ha tratto spunto e ispirazione da un politico lombardo, indagato e arrestato per corruzione e recentemente accusato di traffico d’armi con l’Eritrea (!), e dal co-sceneggiatore Diego De Silva, vedi la scena aberrante del taxi con Vitaliano Trevisan. Ma non è solo satira o riproduzione grottesca della realtà, c’è una provocazione iniziale: che cosa accadrebbe se un giorno gli extracomunitari sparissero dall’Italia? Lo auspica il becero Golfetto, armato di sciabole e pistole, e avviene realmente. Dalla mattina alla sera scompaiono tutti, dal primo all’ultimo. Patierno non dà spiegazioni superflue, indaga il sentire comune della popolazione, che all’improvviso scopre di avere bisogno di quei derelitti, un esercito di manovalanza, badanti e prostitute.
Persino Golfetto si pente e fa mea culpa, va in chiesa a cercarne qualcuno che forse si è nascosto, non c’è più nessuno. Hai avuto quello che chiedevi, gli dice con tristezza il prete. In mezzo ci sono le storie parallele di Valerio Mastandrea, poliziotto romano con madre trevigiana e di Valentina Lodovini, maestra elementare incinta di un nero, volatilizzato anche lui. Dove siano finiti nessuno lo sa, neppure se mai torneranno. Patierno usa (e osa) il tono della commedia per raccontare in chiave surreale e amara uno dei più grandi deliri dei nostri tempi. Abatantuono è straordinario nella sua megalomania, Mastandrea malinconico ed efficace più del solito.
Marina Sanna, da “cinematografo.it”

Chiudete gli occhi…. immaginate la vostra città senza extracomunitari e immigrati… cosa ne resterebbe? Una risposta plausibile, per quando paradossale, ce la fornisce il regista napoletano Francesco Patierno, che alla sua seconda opera cinematografica, (dopo Il mattino ha l’oro in bocca del 2008) porta sulla schermo una sorniona commedia ambientata in un piccolo paese veneto.
Uscito nelle sale cinematografiche il 3 Settembre, distribuito dalla Medusa Film e prodotto dalla Rodeo Drive, Cose dell’altro mondo trae spunto, come sottolineato dai titoli di testa, da A day without a mexican, ultima opera dello scomparso Sergio Arau che nel 2004 ha proposto al suo pubblico un curioso ed interessante quesito: cosa succederebbe se, tutto d’un tratto, scomparissero tutti gli immigrati (clandestini e non) che vivono e lavorano, spesso in nero, in California? Semplice: si paralizzerebbe l’economia.
Patierno mantiene intatti il quesito di fondo e la modalità di sparizione, a cambiare sono ambientazione e personaggi: in uno sperduto paese immerso nel grigiore delle nebbie del Nord-Est italiano, Libero Golfetto (Diego Abadantuono) è un imprenditore arrogante ed ipocrita, che dai microfoni della sua TV privata lancia moniti contro l’immigrazione selvaggia e la difficile integrazione degli extracomunitari presso le nostre comunità, ma nel frattempo ne sfrutta la manovalanza nelle sue fabbriche e la dolcezza nelle sue abitudini fedifraghe.
E’ proprio da un suo discorso – che sembra prendere spunto da quelli di alcuni famosi politici nostrani – che prende avvio tutta la vicenda: invocando uno tzunami purificatore “che affondi i barconi e li rispedisca ai loro paesi”. Come ascoltato dal Signore, il” temporale purificatore” si scatena e il giorno seguente, la cittadina si sveglia in una sorta di trance. C’è qualcosa che non va. Anziani persi tra le vie del paese senza badanti, fabbriche vuote, classi senza studenti, addirittura la maestra Laura (Valentina Lodovini) si ritrova senza il padre del bambino che porta in grembo.
Il fenomeno si allarga dal paesino veneto a tutta Italia, tutti i Tg ne parlano: il Paese è completamente impantanato. Neanche il poliziotto Ariele (Valerio Mastrandrea) arrivato da Roma perché intrappolato tra l’amore per Laura e una madre con la sindrome di Alzheimer, riesce con le sue indagini a far luce su questo strano fenomeno.
Mentre le storie dei 3 personaggi si intrecciano, cominciano a sentirsi le conseguenze della scomparsa dello straniero: si parte da stereotipi – anche comici – come il ricco imprenditore che ritrovatosi senza servitù è costretto ad imparare a distinguere il bianco dal nero per fare il bucato, a quelli più seri che si riflettono in una economia totalmente bloccata, tanto che si ritorna a fare la spesa in un panorama post bellico.
Cose dell’altro mondo è certo una pellicola surreale ma piena di paradossi realistici: tra le parole di Abadantuono si nasconde la verità del nostro paese: ci lamentiamo continuamente degli immigrati che invadono le nostre città -( chi non l’ha mai fatto in vita sua?) – ma poi alla fine del film ci ritroviamo tutti a sperare che gli scomparsi ritornino. Come mai? addirittura l’imprenditore Abadantuono che poco prima aveva invocato un “apocaliss nau” si pente del suo peccato e prega in un “ritorno”.
E’ proprio questo il quesito di fondo – forse il kebab, e il sushi non sono ancora entrati nelle nostre abitudini alimentari – ma il film ci mostra come sia impossibile andare avanti in un paese senza extracomunitari. Si toccano temi importanti e ultra contemporanei: il razzismo, l‘ immigrazione e si sente il bisogno di trasformare i problemi di una convivenza ricca di diversità in novità e punti di forza per la società italiana
E’ un finale aperto quello del film. Forse la risposta è nell’animo di ognuno di noi, ognuno ha le proprie idee in riguardo, dopotutto ci si accorge dell’importanza delle cose solo quando si perdono… Cose dell’altro mondo ci racconta un probabile punto di vista utilizzando l’arma della commedia e del paradosso.
Claudia Ciardulli, da “cineocchio.altervista.org”

Una città del Nordest d’Italia. L’immigrazione incide sul tessuto sociale. L’industriale Golfetto non la sopporta nella maniera più assoluta e scarica tutta la sua xenofobia in uno spazio a lui riservato nella tv locale che finanzia. Intanto fa ritorno a casa Ariele, un poliziotto con madre con Alzheimer e un tempo compagno della maestra Laura che ora attende un figlio da un africano. Un mattino però, dopo un fenomeno temporalesco anomalo, tutti gli extracomunitari e gli stranieri in genere scompaiono dal territorio. Bisogna arrangiarsi da soli.
Il debito con Un giorno senza messicani viene correttamente pagato sin dai titoli di testa. Perché l’idea di base è la stessa: là la California qui il Nordest, identica la sparizione. Le similitudini si fermano però a questo punto perché lo sguardo e il punto di vista divergono e non solo per ovvie diversità di latitudini, usi e costumi. Se nel film di Sergio Arau e Jareli Arizmendi una parte consistente degli accadimenti veniva filtrata dai notiziari televisivi (con conseguente evidenziazione della manipolazione di massa) qui la televisione c’è ma la sua capacità di assoggettamento delle coscienze non si articola sulle notizie ma sulla visceralità più becera. Quando sentiamo blaterare Golfetto di cammelli e stati africani inesistenti viene immediatamente in mente (tanto per non fare nomi) Borghezio. La tecnica è la stessa, la volgarità analoga tanto che viene il dubbio che la produzione debba pagare all’eurodeputato parte dei diritti di sceneggiatura. Il film di Patierno trova la sua forza proprio nell’ignoranza che pervade il tessuto sociale traducendosi talvolta in violenza e che viene perfettamente esemplificata dal personaggio del taxista. Cose dell’altro mondo affronta il discorso della necessità della presenza degli immigrati per la stessa sopravvivenza del trend di vita proprio di coloro che più ne contrastano la presenza. Lo fa con i toni della commedia alternando la disinibita irruenza di un Abatantuono (che ogni tanto dimentica di interpretare un veneto e torna ad accenti milanesi) con la levità surrealmente efficace di Valerio Mastandrea, il quale interpreta un personaggio che si muove in una sorta di tempo sospeso in cui il compito primario sembra essere il reagire e non l’agire. L’esito è divertente e interessante. In più occasioni nella storia del cinema (e non solo) la commedia è riuscita a far arrivare a un vasto pubblico delle idee che il dramma o la riflessione ‘alta’ avrebbero costretto nella ristretta cerchia dei già convinti. Ogni volta che ciò accade è giusto felicitarsi abbandonando qualsiasi tipo di sopracciglio alzato.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

In una città del nord-est all’improvviso, dopo che un’industriale provincialotto e razzista ha pregato perché uno “tsunami purificatore” liberasse il posto dalla presenza degli extracomunitari, tutti i cittadini stranieri scompaiono senza lasciare traccia. E’ l’inizio di un caos interminabile, dal momento che vengono a mancare figure imprescindibili e insostituibili come badanti, spazzini, autisti, preti, ecc…
Presentato a Venezia nella sezione Controcampo e liberamente ispirato al film di Sergio Arau “A day withour a mexican”, questo “Cose dell’altro mondo” risulta sicuramente piacevole proprio per la trovata e le idee che ne formano il concetto di base. Purtroppo, però, questi elementi non sono affatto originali, trattandosi di una sorta di trasposizione da un altro film. Resta il fatto comunque di trovarci di fronte ad una commedia dai toni grotteschi e surreali che affronta simpaticamente, leggermente e poco retoricamente il tema del razzismo e dell’immigrazione, clandestina o meno, cercando di intrattenere lo spettatore con una serie di gag molto riuscite e con l’intrecciarsi di tre storie personali che in qualche modo rappresentano poi quelle universali. Fatto sta, comunque, che questo impianto concettuale, grottesco e surreale, che ben poteva lasciare spazio a trovate registiche, visive e stilistiche a dir poco singolari e particolari, non è sorretto da una forma sorprendente, entusiasmante o quantomeno vivace e creativa. Il tutto viene raccontato piattamente, con un andamento decisamente stagnante e a tratti inespressivo.
Le cose vanno diversamente sul fronte attori, dal momento che possiamo godere di un Abbatantuono più gigione e divertente che mai, nei panni dell’industriale ricalcato spudoratamente su un qualsiasi leghista infervorato e a tratti ignorante; di un Mastrandrea che si esibisce nel suo solito ruolo da sfigato/innamorato/tenero, conquistando come sempre lo spettatore con la sua innata e irresistibile faccia da schiaffi e con la sua trascinante e coinvolgente simpatia; e di una dolce e graziosa Valentina Lodovini che forse paga lo scotto di interpretare il personaggio meno riuscito del film, vestendo i panni di una maestra elementare, ex-di Mastrandrea, fidanzata con un uomo di colore da cui attende un bambino e, poi, dopo la sua sparizione, indecisa sul suo futuro sentimentale.
La domanda che accompagna tutta la visione della pellicola è: cosa succederebbe e come faremmo noi italiani, razzisti o meno, se davvero dalla nostra patria scomparissero tutti gli extracomunitari? Se ne renderà amaramente conto lo squallido, ma neanche tanto, industriale che si vedrà scomparire tutti gli operai senza poter più mandare avanti il lavoro, che non potrà più andare dalla prostituta tanto amata, che dovrà in qualche modo fare ammenda nella stessa trasmissione televisiva in cui aveva inveito proprio contro di loro per far sì che andassero via per sempre con i loro cammelli o barconi dal nostro paese.
Come giudicare nel suo complesso “Cose dell’altro mondo?”, questa è invece la domanda che accompagna il post-visione, domanda a cui difficilmente si può rispondere in maniera netta, dal momento che al cospetto della piattezza stilistica ed espressiva di cui sopra, ci troviamo di fronte comunque ad una storia piacevole, condita da alcune battute a dir poco riuscire e, come suddetto, da un cast perfettamente in parte e da una comicità abbastanza brillante. Senza sbilanciarci, allora, potremmo definire il film come una gradevole occasione di spensieratezza, con un pizzico di riflessione sociale, che avrebbe potuto essere una particolare e graffiante pellicola dai contenuti e dalla forma interessanti, risolvendosi invece in un semplice racconto atono e a tratti incolore. Nulla di sconvolgente, insomma, ma nemmeno deludente su tutti i fronti. Della serie, dunque, che chi “si accontenta gode”…seppur “così così”.
Alessandra Cavisi, da “livecity.it”

Si sentono offesi molti leghisti veneti. Il sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo della Lega Nord nega i permessi per girare nella “sua” città il film di Francesco Patierno. Sul web incalza la polemica. Va in scena alla Mostra del Cinema: “Cose dell’altro mondo” – ambientato in un nord-est produttivo e laborioso, che ci catapulta, con ironia e sarcasmo dentro il mondo leghista. Con tutto l’armamentario del caso: il kit del chiacchiericcio da bar, le tuonate mediatiche e elettorali di alcuni politicanti, le battute del teatrino razzista.
“Prendete i cammelli e tornate a casa”, minaccia con toni apocalittici Diego Abatantuono, bucando lo scherma di una emittente locale. E così sia. Lo aveva già fatto Segio Arau con “Un dìa sin mexicanos” raccontando la la storia di una giornata molto particolare della California, che si sveglia senza un terzo della sua popolazione, quella di origine ispanica. Riprende la scena, liberamente, Francesco Patierno e la porta in una bella, civile, produttiva città del nord-est. E ci scherza. Con tanto di ronde leghiste, classi separate, badanti sottopagate. Verrebbe da ridere se non fosse assolutamente drammatico.
Si sentono offesi elettori ed eletti in campo leghista. Uscita dalla sala in effetti tra le risate registro un certo sconforto. Le battute sopra le righe del film sono propriamente cose dell’altro mondo. Di quel mondo che grida, ancora “Roma ladrona” e lì a Roma ci sono proprio loro a governare. Che parla di “noialtri” ma su questo noi, decide, come partito e classe politica di scaricare il prezzo dei tagli. Anche nelle decantate amministrazioni locali che si vanta di amministrare con zelo. Il film è stato riconosciuto di interesse culturale nazionale dal Ministero per i Beni Culturali. Su questo parte la seconda interrogazione parlamentare, presentata dal deputato leghista Massimo Bitonci al Ministro per i Beni Culturali Gianfranco Galan, per verificare l’effettiva validità culturale della pellicola.
In testa ho la scena finale del film, sul fiume Sile. Il pensiero immancabilmente va al rituale dell’ampolla che ogni anno a metà settembre la Lega celebra alla Festa dei Popoli Padani. A questo punto sorrido assaporando l’uscita imminente di “Un giorno senza di loro”: sempre a Venezia, Fuoriconcorso. Andrà in scena il prossimo sabato 17 settembre. Sottotitolo: Lega Nord, la commedia è finita! Per la dignità, per i diritti, per la democrazia. Decisamente da non perdere! Aderisco all’appello della manifestazione e mi sento sollevata.
Maria Fiano per Sherwood.it

Patierno mette il dito nella piaga mostrando come, in un paese grossolanamente razzista e disorganizzato come l’Italia, la scomparsa degli immigrati paralizzi anche l’efficiente Nord, ma il regista non affonda la lama affrontando la questione solo in modo superficiale.
Immagina che…
E se un giorno i sogni proibiti della Lega Nord si avverassero e tutti gli immigrati, regolari e irregolari, si volatilizzassero improvvisamente sparendo da un’operosa cittadina del Nord Est, dalla Pianura Padana e dall’Italia intera che cosa accadrebbe? Il napoletano Francesco Patierno prova a rispondere a questa domanda con una commedia che strizza l’occhio alla fantapolitica più spinta toccando argomenti come immigrazione e integrazione, il tutto in maniera totalmente innocua. A rappresentare i due pilastri di Cose dell’altro mondo troviamo Diego Abatantuono e Valerio Mastandrea. Il primo è chiamato a interpretare un personaggio macchiettistico, un industriale veneto razzista e fedifrago che ha il vezzo di maltrattare verbalmente i suoi dipendenti con giochi di parole e insulti che finiscono puntualmente in una tramissione in onda sul web. Il secondo si cala nei panni di un agente di polizia stropicciato e single da quando ha tradito la bella fidanzata (Valentina Lodovini) che lo ha lasciato per mettersi con un aitante extracomunitario.
Abatantuono interpreta Golfetto in Cose dell’altro mondo di Francesco Patierno Patierno mette il dito nella piaga mostrando come, in un paese grossolanamente razzista e disorganizzato come l’Italia, la scomparsa degli immigrati paralizzi immediatamente anche l’efficiente Nord. Spariti spazzini, badanti, manovali, operai e autisti, la città si trasforma in un gomitolo di strade bloccate dai mezzi pesanti e dall’immondizia, invase da vecchietti spaesati e privi di assistenza. La critica a certe filosofie propagandistiche urlate ai quattro venti da ministri e senatori per accumulare voti è netta e la scelta di buttarla sul ridere sdrammatizzando la questione non è certo sbagliata, ma il regista non affonda la lama affrontando la questione solo in modo superficiale. Se sul piano di critica sociale non si va oltre una raffica di gag e siparietti che strappano più di una risata, alle ripercussioni dell’inspiegabile scomparsa a livello globale si aggiungono quelle nel privato dei tre personaggi principali, personaggi le cui motivazioni non vengono adeguatamente approfondite. Paradossalmente lo stereotipato Abatantuono, il cui Golfetto è un incrocio tra le varie maschere di nordico sborone interpretate dall’attore nel corso della sua carriera comica e qualche politico leghista, il poliziotto romano che fa ritorno dalla madre di Mastandrea e la maestrina progressista incarnata dalla Lodovini restano privi di un’identità ben definita.
Valentina Lodovini in Cose dell’altro mondo del 2011 Ariele/Mastandrea risulta efficace nonostante tutto perché là dove mancano indicazioni di regia decisive nella costruzione del personaggio, l’esperto attore ci mette del suo attingendo ai vari ruoli da sfigato che finge di essere un duro, ma sotto sotto ha un cuore d’oro, che lo hanno reso celebre. Più sfortunata la Lodovini che in ogni scena ambigua e problematica, a cominciare dalla scoperta della scomparsa del fidanzato, riesce solo a sfoderare il suo bel sorriso. Patierno getta qua e là semi di potenziale interesse (dalla gravidanza interrazziale al ritorno di fiamma per Ariele fino al sorprendente confronto finale con Abatantuono), ma senza permettere loro di germogliare e il finale aperto in questo caso, più che lasciare allo spettatore il compito di colmare le lacune, ha un sapore di incompiuto.A tratti il film sembra quasi perdere la bussola girando spesso a vuoto e lasciando qua e là vuoti narrativi e la fotografia piatta e grigia non aiuta certo a rendere accattivante il tutto, ma oltre alla naturale simpatia degli interpreti, un’ulteriore nota di merito proviene dalle musiche di Simone Cristicchi, vivaci e azzeccate senza mai risultare invasive.
Valentina D’Amico, da “movieplayer.it”

In un’imprecisata cittadina del Veneto accade un evento incredibile: improvvisamente tutti gli immigrati residenti nel Nord-Est spariscono nel nulla. Il clima fra i cittadini del borgo veneto non è mai stato dei più pacifici: continue illazioni e battute accompagnano quotidianamente atteggiamenti ancor più minacciosi nei confronti degli stranieri. Fra i principali artefici locali del clima di tensione spicca Golfetto, un ricco imprenditore che impartisce lezioni di razzismo in una trasmissione della rete televisiva di cui è proprietario. Al momento dell’inspiegabile dissolvimento degli immigrati, la comunità veneta si scopre incapace di fare a meno degli stranieri e anche Golfetto comincia a pentirsi della sua bieca condotta.
Presentato nella Sezione Controcampo Italiano della 68. Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, il nuovo film di Francesco Patierno è una commedia divertente e spigliata ma con un retrogusto amaro. Dopo aver fatto discutere l’opinione pubblica veneta per la raffigurazione razzista della popolazione, Cose dell’altro mondo vince la propria sfida davanti alle platee della kermesse veneziana riuscendo a strappare risate e, allo stesso tempo, facendo riflettere il pubblico su una tematica scottante e sempre attuale come quella dell’immigrazione. La costruzione narrativa della commedia è congeniata alla perfezione: Golfetto, interpretato da uno straripante Diego Abatantuono, incarna il prototipo dell’arido imprenditore di successo che si arroga il diritto di poter insultare e giudicare qualsiasi persona; Ariele e Laura sono un coppia di ex-fidanzati che si ritrova in un momento particolare della loro vita senza riuscire a cogliere l’occasione di stare di nuovo insieme. Nonostante non ne abbiano consapevolezza, la quotidianità dei protagonisti – così come quella dei loro concittadini – è totalmente dipendente da quegli extra-comunitari disprezzati o non considerati a sufficienza. L’inaspettato dileguamento degli immigrati costituirà uno scacco matto fatale per le convinzioni e per le abitudini di tutti i residenti della cittadina veneta.
L’arma vincente dell’opera di Patierno è la coraggiosa scelta di affrontare un argomento complesso e spinoso come l’immigrazione in modo ironico. Ben lontana da un’impostazione esasperante e drammatica, la pellicola scorre disinvolta mediante un tono mai serioso e pesante, arricchito dai guizzi di comicità regalati da Diego Abatantuono e Valerio Mastrandrea. L’apparenza vivace del film non deve però trarre in inganno: l’accurata descrizione della moltitudine dei personaggi crea un immediato stimolo all’immedesimazione con la figura più vicina alla propria sensibilità, rafforzando la possibilità di una riflessione personale ed intima sul tema. Nonostante le difficoltà emerse nel corso della realizzazione del film, tra le quali il noto divieto di girare a Treviso da parte del sindaco leghista Gobbo, Cose dell’altro mondo rappresenta un tentativo pienamente riuscito di coinvolgere gli spettatori a riconsiderare il proprio rapporto con il diverso mediante un avvicinamento frizzante e sincero.
Livio Meo, da “nonsolocinema.com”

Commedia fantasociologica dall’indiscussa importanza politica, con l’anima burbera ma sincera di un bravissimo Mastrandrea. Andrebbe davvero mostrato nelle scuole, e non solo quelle del Nord
Cosa accadrebbe se, di punto in bianco, in un contesto chiuso e xenofobo come quello di una cittadina del Veneto, tutti gli immigrati sparissero di colpo senza alcun tipo di spiegazione? L’unica risposta possibile è: il panico. Non tanto (e non subito) per una improbabile e ritrovata componente umana, ma per semplici ed ingestibili conseguenze pratiche ed economiche. Ed è su questa ipotesi che si basa Cose dell’altro mondo, terzo lungometraggio di quel Francesco Patierno che aveva stupito la critica con il suo durissimo esordio di Pater Familias e poi deluso con la sua seconda prova Il mattino ha l’oro in bocca. Il film è una sorta di remake di casa nostra di Un giorno senza messicani di Sergio Arau, che applicava questo pretesto fantasociologico in California, a danno però degli immigrati messicani.
Cose dell’altro mondo, al di là dei toni da commedia e dei momenti più sentimentali, racchiude un valore politico molto forte. L’assurdità della situazione rappresentata assume senza dubbio un significato metaforico, e tutti i meccanismi paventati nel post “sunami” (come lo chiama il cialtronesco imprenditore impersonato da Diego Abatantuono) sono evidentemente esasperati per acuire la drammaticità ed irrobustire l’insegnamento morale. Nondimeno, l’importanza di questa commedia fantastica è indiscussa, e il messaggio finale – meno scontato di quello che ci si potrebbe aspettare nel corso della visione – concede una certa indulgenza a tutte le possibili ingenuità tecniche o di scrittura. Ma la vera anima del film è Valerio Mastrandrea, impeccabilmente sempre a suo agio con personaggi apatici e vagamente borderline. Il suo poliziotto romano impiantato nel contesto veneto post-ronde, oltre a divertire moltissimo per mimica e schiettezza, riesce paradossalmente a dare alla vicenda un’anima (burbera ma sincera) che altrimenti non avrebbe potuto avere.
Inutile qualunque tipo di polemica, sia pre che post visione. La buona fede di Patierno e di questa sua operazione è incontestabile. E come ha proposto Simone Cristicchi (autore peraltro della colonna sonora) presentando il film a Venezia, Cose dell’altro mondo andrebbe davvero proiettato nelle scuole. E non solo in quelle del profondo nord.
Gianluca Grisolia, da “doppioschermo.it”

Sgonfiata la stupidissima polemica innestata dalla Lega Nord (ma quando si imparerà a vedere prima il film di criticarlo?), “Cose dell’altro mondo” di Francesco Patierno ha iniziato il suo iter distributivo, prima con un certo successo al Festival di Venezia, dove è stato presentato, e ora nelle sale in cui resiste da alcune settimane, a dimostrazione che la formula della commedia con temi “sociali” funziona ancora.
Certo, nessun paragone con la struttura tipica della, ormai lontana, “commedia all’ italiana”, che riusciva a farci ridere e riflettere comtaminando grottesco, ironia e rigore contenutistico, ma il film di Patierno, almeno in parte, disegna alcune problematiche del nostro disgraziato paese con acutezza e intelligenza. Si inizia quasi a modo di pamphlet: un imprenditore del nord, nella sua patetica televisione privata, lancia strali e insulti nei confronti degli extracomunitari- la solita pappa demente che neppure i ministri della repubblica ci risparmiano -, seppure l’unico amore della sua vita non sia la insopportabiile moglie, ma una prostituta nigeriana.
”Cose dell’altro mondo”Gli incoraggiamenti dell’uomo a espellere tutti gli extracomunitari, vengono ascoltati da una qualche forza misteriosa e onnipotente e, così, un giorno, il nord d’Italia si sveglia senza neppure uno di loro: scomparsi chissà dove e perché…
E succede ciò che, qualche volta auguriamo ai razzisti: gli anziani, senza badanti, diventano ingestibili, le industrie si fermano prive di manodopera, i servizi quotidiani diventano problematici, le campagne perdono raccoglitori, contadini, pastori. L’Italia si paralizza e lo scenario è, a dir poco, catastrofico.
”Cose dell’altro mondo”La chiave di lettura, si è detto, è il grottesco e Patierno, servito da un cast azzeccato, dominato da un Diego Abbatantuono alle prese con il solito personaggio eccessivo, ma sicuramente divertente, evita lo scontato politicamente corretto, mostrando il lato oscuro anche di quei personaggi, rappresentati, all’ inizio del film,come positivi e in cui abbiamo facilità di identificazione. Il regista ancora non mostra un taglio estetico personale, ma, oltre a dirigere con attenzione gli attori, cercando di non ridurli a una maschera e a costruire la sua storia in una location efficace, ci induce a sperare in un autore dalle idee chiare, non scontate, in un genere come la commedia di costume, assai degradato, benchè di ottimo successo commerciale, in questi anni.
Elisabetta Randaccio, da “cinemecum.it”

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