Biutiful

Uxbal ha due figli, Ana e Mateo che ama profondamente e una moglie, Marambra, con la quale c’è un rapporto conflittuale che li spinge a separazioni e a tentativi di riappacificamento. Uxbal vive di manodopera clandestina che sopravvive ammassata in tuguri (i cinesi) o cerca di far crescere il proprio figlio in condizioni comunque estremamente precarie come l’africana Ige. Uxbal si trova a confronto con la morte anche di minorenni. Uxbal attende la morte, la sua. Uxbal ha un cancro che gli lascia poco da vivere.
Per Alejandro Gonzales Inarritu è finalmente arrivato il film della maturità. Liberatosi dell’autoimposta necessità di far prevalere gli incastri di montaggio sulla qualità della sceneggiatura si autorizza in Biutiful a portare sullo schermo una storia tanto lineare quanto complessa e profonda. È come se quell’anello che Uxbal dona all’inizio del film (si scoprirà molto più tardi a chi) affermandone l’autenticità a dispetto di quello che ne ha detto la moglie, fosse un patto con lo spettatore. Non si cercherà più di mescolare le carte, di lavorare sulla dimensione degli scarti temporali per occultare eventuali vuoti di scrittura. Grazie al corpo/cinema di Xavier Bardem Inarritu si mette a nudo e ci costringe a ‘guardare’ il dolore, a sentirlo penetrare in noi, a condividerlo. Scegliendo però sin dall’inizio una delle città ‘da cartolina’ per eccellenza: Barcellona.
Se Woody Allen, spinto da esigenze di budget e con una punta di autoironia, ci aveva portato a spasso per i luoghi cari al turismo di massa Innaritu fa l’opposto. La Barcellona di Gaudì sta racchiusa in un lontano panorama. La città di cui percorriamo strade e vicoli è un organismo divorato, come quello del protagonista, da un cancro sociale che ha prodotto metastasi ovunque. Non c’è nulla di ‘biutiful’ se non forse, la speranza che cova nello sguardo di Mateo e in quella sua attesa di un viaggio premio sui Pirenei.
Pochi film hanno saputo far ‘sentire’ in modo così partecipe e lucido il magma ribollente di un animo in cui ai molteplici sensi di colpa sociale si mescola inestricabilmente la mancanza di una figura paterna (che si spera di ritrovare nell’aldilà) e, al contempo, il sentirsi padre fino all’estremo, fino all’ultimo. Fino a oltre la morte.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

La dignità nella sofferenza
articolo a cura di Antonio Cuomo
Nonostante il cambio di sceneggiatore, Inarritu segue la storia di Biutiful con il suo solito stile, con il suo abituale tono emotivamente coinvolto e coinvolgente, lasciandoci percepire la sofferenza dei suoi personaggi in scene toccanti e delicate. Un film forse non perfetto in ogni sua parte, ma efficace e compatto.
Non potrebbe essere più diverso da Babel il nuovo lavoro di Alejandro González Iñárritu. A quattro anni dai riconoscimenti del suo lavoro precedente, film corale che efficacemente intrecciava molteplici storyline ed altrettanti personaggi, il regista messicano decide di spostarsi a Barcellona e cambiare completamente rotta in Biutiful e di dedicarsi ad un unico protagonista: Uxbal, un uomo pieno di contraddizioni, coinvolto in affari poco leciti, che lo portano anche in contatto con i problemi delle comunità di immigrati cinesi ed africani, ma padre devoto che si dà da fare per occuparsi dei suoi figli, dei quali mantiene la custodia dopo la separazione dalla moglie Marambra, affetta da problemi di natura psicologica che ne minano la serenità, rendendo difficile la convivenza con lei. Di Uxbal conosciamo gli ultimi mesi di una vita complessa, portata prematuramente in dirittura finale da un cancro inoperabile; una vita in cui Uxbal non si tira indietro di fronte alle difficoltà, facendosi carico anche dei problemi di chi lo circonda, ultimi mesi in cui cerca di occuparsi della sicurezza futura dei suoi figli, ma anche far sì che loro, al contrario di quanto accaduto a lui nei confronti del padre, non lo dimentichino.
Javier Bardem in una sequenza di Biutiful A dar il volto ad Uxbal, troviamo un intenso Javier Bardem, attore ormai apprezzato da un pubblico sempre più vasto dopo le ultime interpretazioni, bravo nel portare sullo schermo con dignità e consapevolezza i diversi livelli del viaggio finale del suo personaggio, quello interiore, quello spirituale e quello puramente pratico, che si intrecciano sul suo volto man mano che la storia si dipana, trascinandosi verso l’inevitabile fine.
Il tema della paternità è centrale: l’Uxbal di Bardem non può non preoccuparsi del futuro dei suoi figli, ma egoisticamente non può nemmeno ignorare il timore di essere dimenticato. Uxbal non è solo sulla scena, perchè anche gli altri personaggi che si muovono attorno a lui con le loro storie ed i loro problemi, contribuiscono ad aggiungere indirettamente dettagli al personaggio che regge il peso del film, formando un quadro unitario, nel quale vengono approfonditi anche altri temi, in primo luogo quello attuale dell’immigrazione e, soprattutto, dell’integrazione delle comunità provenienti dall’estero, sempre più scottante data la situazione che si sta venendo a creare in molti paesi europei.
Javier Bardem nei panni del padre in Biutiful Iñárritu segue la storia di Biutiful con il suo solito stile, con il suo abituale tono emotivamente coinvolto e coinvolgente, lasciandoci percepire la sofferenza dei suoi personaggi in scene toccanti e delicate: è evidente la volontà dell’autore di mettere in scena storie che toccano nel profondo, confermandosi anche dopo un cambio di sceneggiatore, ma anche la sua capacità nel gestirle, evitando inutili eccessi e compiacimento nel mostrare la sofferenza umana. Ci resta nella memoria la semplicità dell’incipit, la delicatezza del dialogo tra Uxbal e la sua bambina, che viene richiamato e completato nel significato nel finale, ma non è l’unico momento che spicca in un film forse non perfetto in ogni sua parte, ma efficace e compatto.
da “www.movieplayer.it”

Piaccia o (soprattutto) non piaccia, Alejandro González Iñárritu è un autore. Questo è oramai innegabile. Perché avrà anche divorziato dallo sceneggiatore dei suoi tre film precedenti, Guillermo Arriaga, e avrà anche girato per la prima volta in Spagna ed in spagnolo, sua lingua madre. Ma l’arroganza con cui ostenta le sue capacità tecniche e soprattutto la riproposizione di un cinema del dolore fasullo e ricattatorio sono rimaste invariate.
Biutiful è una nuova proposizione di una catena pressoché ininterrotta di disgrazie, questa volta calate nello squallido contesto dei quartieri più degradati di Barcellona, dove vive e “lavora” Uxbal: sensitivo in grado di parlare con i morti; empatico gestore delle attività (clandestine ma legali) di gruppi di immigrati africani e cinesi che se la passano malissimo e che finiranno peggio; ex moglie bipolare e alcolizzata che lo tradisce col fratello; due figli sul groppone; malato terminale di un cancro alla prostata.
Senza Arriga, Iñárritu si scrive il suo film da solo, rinunciando alla struttura a incastri ma non negandosi una pretestuosa e narrativamente inutile circolarità suggerita da un prologo ad effetto ripreso nel finale, ma soprattutto dimostrando che la sua mano è più pesante di quella del collega. È come se il compiaciuto e di certo non lieve né discreto modo di girare del messicano avesse avuto una traduzione diretta nel trattamento di sentimenti e psicologie, senza nemmeno avere dalla propria la perizia che nel primo caso è comunque palese.
L’incedere di Biutiful è pesante e spietato, nonostante l’anelito spirituale delle vicede: non si lavora di fioretto ma si brandisce una mannaia, non si sussurra ma si proclama a gran voce. E c’è dell’inquietante nella programmaticità con cui si persegue la descrizione e la stimolazione del dolore, legato alle vicende di un uomo perseguitato da fantasmi e sensi di colpa e alla ricerca di un egoistica autoassoluzione.
In questo quadro, un Javier Bardem dalla consueta gran presenza fisica e (lui sì) sincero nel tentativo di ritrarre condizioni tanto estreme e disagiate, appare quasi sprecato.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Uxbal (Javier Bardem) ha due figli da tirare su e che gli sono stati affidati dopo che la moglie Marambra da cui è separato ha subito un crollo nervoso che non gli permette di accudirli, ma i problemi dell’uomo non finiscono certo qui visto che un cancro inoperabile gli sta lentamente divorando la vita, ma Uxbal è un padre devoto che non intende lasciare i figli in balia del destino.
Uxbal vive una doppia vita, quella di padre e quella sommersa che lo porta a contatto con il sottobosco della manodopera clandestina delle comunità di immigrati cinesi e africani che popolano i ghetti di una Barcellona nascosta, crepuscolare che vive e muore ad ogni tramonto.
Seguiremo l’evoluzione della malattia di Uxbal e il suo peregrinare tra angusti vicoli, scantinati e appartamenti dove i clandestini vivono stipati a decine, scopriremo l’altro volto di un padre che mentre pensa al futuro dei suoi figli si sporca le mani consapevole di dover un giorno pagarne il prezzo, ma la famiglia è tutto e Uxbal ha quasi esaurito il tempo.
A quattro anni dal corale Babel il regista messicano Alejandro González Iñárritu si separa artisticamente dal fidato co-sceneggiatore Guillermo Arriaga, per affrontare l’ultima tappa di una maturità artistica fortemente cercata e che con Biutiful diventa una realtà intensa, fatta di emozioni forti, immagini potenti e di un protagonista tanto intenso quanto realistico nel suo raccontare di una paternità fortemente sentita e di una vita che scivola via inesorabilmente.
Biutiful si pone come un nuovo punto di partenza per Iñárritu, una ricerca interiore che culmina in un singolo racconto dalle molteplici sfaccettature e dallo straordinario spessore emotivo, un degno epilogo per un percorso creativo multiplo che sino a ieri intrecciava ad arte destini e ora esplora in solitaria l’anima sofferente di un padre.
Iñárritu ha il coraggio di cambiare direzione, di esplorare altri lidi emotivi sfornando un film solido, toccante e inesorabilmente imperfetto e proprio per questo capace di arrivare dritto al cuore.
Pietro Ferraro, da “ilcinemaniaco.com”

Era molto atteso il ritorno dietro la macchina da presa da parte di Alejandro Gonzales Inarritu, soprattutto dopo il suo divorzio artistico con lo sceneggiatore storico Guillermo Arriaga, che tanto aveva contribuito al successo internazionale delle opere del regista messicano.
Uxbal è un giovane uomo che dalla vita ha ricevuto solo delusioni. Orfano di padre, si è costruito un’esistenza borderline trafficando nel commercio illegale di oggetti contraffatti e sfruttamento della manodopera clandestina. Non è però un uomo cattivo, cerca come può di aiutare il prossimo, nonostante abbia i giorni contanti per via di un male incurabile e viva una situazione familiare problematica con due figli poco più che bambini e una moglie colpita da una malattia psicologica. Prima di morire cerca di sistemare le esistenze delle persone che ama di più, ma inevitabilmente, come spesso accade quando si vuole riparare l’irreparabile, crea ancora più danni e dolore.
Biutiful è un dramma ambizioso dalle numerose sfaccettature psicologiche, dove tragedie personali, questioni sociali irrisolte e problematiche di un’umanità disperata fanno un tutt’uno. Il copione, che si avvale oltre alla collaborazione dello stesso Inarritu anche di Armando Bo e Nicolas Giacobone, non riesce però a trasmettere a pieno il senso tragico del racconto, piegandosi più volte su un eccessivo manierismo e un autocitazionismo a tratti fastidioso. C’è da chiedersi come mai il regista non riesca ad affrancarsi da storie estreme nelle quali i protagonisti sono colpiti da ogni sorta di sventura terrena. E’ anche vero che la vera natura di un essere umano viene a galla solo quando deve affrontare situazioni difficili, ma l’insistenza, da parte di Inarritu, verso situazioni sempre e comunque al limite rischiano a lungo andare di ghettizzarlo.
Nonostante quindi ci si trovi di fronte ad un film tutt’altro perfetto e con scelte di regia spesso discutibili, Biutiful può invece contare sulla straordinaria interpretazione di quel camaleontico attore che è Javier Bardem, che con questo ruolo sofferto ma incisivo si candida prepotentemente alla Palma d’Oro come migliore attore nonché il prossimo anno per un Acadamy Award.
Straordinaria la fotografia di Rodrigo Prieto che mette in luce una Barcellona non certo da cartolina, più vicina a una città sud americana sporca e disorganizzata che a una civile capitale europea.
Giorgio Lazzari, da “nonsolocinema.com”

10 anni dopo il folgorante esordio, Amores Perros, sette anni dopo la consacrazione internazionale, 21 grammi, e quattro anni dopo l’ennesima conferma, Babel, il messicano Alejandro Gonzalez Inarritu torna in sala con il devastante Biutiful, presentato all’ultimo Festival di Cannes e premiato con una Palma attoriale ex-aequo, finita non solo al nostro Elio Germano, per La Nostra vita, ma anche ad uno straordinario Javier Bardem.
In una Barcellona da inferno, sconosciuta ai nostri occhi, multietnica, sporca, povera, e delinquenziale, Inarritu abbandona gli intrecci linguistici e narrativi dell’ultimo film portato in sala per raccontarci una storia difficile, lineare, incentrata su un unico personaggio, toccando temi delicati come l’immigrazione, la paternità, la vita e soprattutto la morte, arrivando un’altra volta al cuore dello spettatore, folgorato da un mostruoso Bardem, vergognosamente dimenticato ai Golden Globes 2011.
Uxbal è un uomo stimato e al tempo stesso temuto, che protegge gli immigrati dalla legge mentre lui stesso sfrutta il loro lavoro, dotato di un dono spirituale che gli permette di parlare con i morti e condurli verso la luce, un padre di famiglia duro ed intransigente, un marito innamorato ma costretto a rimanere distante dalla moglie eroinomane, depressa e bipolare, un uomo la cui vita è così dura ed intensa da non potersi neanche permettere di morire in pace.
Biutifil ruota attorno alla figura possente e splendidamente scritta di quest’uomo, interpretato da un Javier Bardem sempre più intenso ed talmente bravo da lasciare sgomenti. L’attore spagnolo porta sulle spalle, nell’espressione degli occhi, nella voce stanca e trascinata, nelle rughe che solcano il suo viso, nel dolore fisico e nelle lacrime di dolore e pentimento che segnano il suo cammino la figura di un eroe tragico, costretto a dover sopravvivere all’ineluttabilità della vita per non lasciare i propri amati figli al nulla, ad una madre indifendibile e ad una società corrotta, sporca, violenta e apparentemente senza speranza.
Portandoci per mano in una Barcellona che è distanti anni luce da come l’abbiamo sempre vista, tanto in sala quanto in televisione, Inarritu concentra la propria attenzione su un solo uomo e sul suo incredibile mondo, tutt’altro che ‘Biutiful’, finendo per tratteggiare malamente alcuni dei tanti personaggi che lo popolano insieme a lui, intrecciando le proprie esistenze con la sua. Al fianco di un Bardem sensazionale una donna, una madre a cui nessuno affiderebbe neanche un pesce rosso, Marambra, portata in sala da una Maricel Álvare dai tratti quasi almodovariani, che stupisce, due figli desiderosi di una ‘famiglia normale’, ma costretti a dover sopportare due genitori che ‘a modo loro’ esternano un amore apparentemente diverso, oltre ad una serie di ‘immigrati’ le cui vite incrociano quella di Uxbal.
Cercando di disegnare con precisione anche i personaggi di contorno, Inarritu finisce per non convincere, esagerando con una visione ‘violenta’ della lotta spagnola all’immigrazione clandestina, attraverso una scena di ‘cariche poliziesche’ nel pieno di Barcellona che stupisce per quanto forzata ed eccessiva. Abbracciando anche il mondo dello sfruttamento nel mondo del lavoro di stampo cinese, con il business delle griffe false a dominare la scena, il regista messicano eccede, finendo per uscire troppo spesso dai binari faticosamente costruiti, con una storia a tinte omosessuali a dir poco gratuita, per poi concedersi addirittura un protagonista capace di parlare con i morti, da condurre per mano verso la luce.
Lasciando gli incastri temporali al recente passato, Inarritu compie indubbiamente un salto qualitativo all’interno del suo cinema, facendo per una volta respirare il montatore per poggiare l’intero film su una sceneggiatura tanto lineare quanto complessa nel raccontare un Universo di fame e di povertà, attraverso una città che dimentica Gaudì ed i panorami alleniani, per puntare il proprio sguardo su interi quartieri multietnici, vissuti da cinesi, senegalesi, pachistani, zingari, rumeni ed indonesiani, costretti quotidianamente a sopravvivere. A tratti poetico, con uno splendido inizio che come per magia si ricongiunge ad un finale liberatorio e ricco di speranza, Alejandro Gonzalez Inarritu conferma ancora una volta tutta la forza del suo cinema, sporco e drammatico, socialmente e politicamente impegnato, faticoso e devastante, anche attraverso un film imperfetto ma indimenticabile grazie al suo incredibile protagonista, dedicando l’intera opera a suo padre, a cui si deve l’indubbio merito di aver cresciuto un autentico talento cinematografico.
da “cineblog.it”

Quando il cinema vuole surrogare il mondo, ridurlo a rappresentazione, allora questo si ribella divincolandosi. Ma quando un brandello di mondo, quasi per caso, finisce impresso sulla pellicola, allora le immagini cominciano ad acquistare una vita quasi autonoma. Smettono di presumere e cominciano a raccontare. Il nuovo film di Inarritu, Biutiful, sta in questo secondo rapporto di grandezza rispetto al precedente Babel. Se il primo si era battuto tanto da sfiorare l’artifizio per costringere l’intera umanità alle regole delle 25 immagini al secondo, Biutiful, lascia che sia la storia singolare di un uomo a parlare dell’universale.
Uxbal (Javier Bardem, strepitoso) è un medium, uno che aiuta i morti a lasciare questo mondo se incatenati alla terra da qualche debito in sospeso. Ma è un mediatore anche in molte altre accezioni. Si occupa di piazzare clandestini cinesi nei cantieri di Barcellona, fa da grossista per i senegalesi che vendono borse false sulla Rambla. Ed è l’interlocutore principale fra i suoi due figli e la moglie che soffre di bipolarismo. Vive di stenti nel più multietnico quartiere di Barcellona, Santa Coloma,e deve mediare anche con se stesso. Nel senso che sa di non essere onesto, di vivere sulla pelle degli altri. Ma quella pelle lui la conosce e la rispetta, al contrario di una società per cui gli emarginati sono invisibili e dannati a priori. Mangia assieme alle famiglie dei senegalesi che butta sulle strade («Sono l’unico che gli dà un lavoro»), conosce i cinesi che sfrutta tanto da pagare una di loro come baby sitter per i suoi bambini. Quando hanno freddo, nel magazzino-prigione in cui sono rinchiusi, compra loro delle stufe a gas. Ma sono stufette economiche e pericolose, che si procura risparmiando sui soldi a lui concessi dal loro datore-aguzzino: per intascarsi la differenza. La tragedia sarà inevitabile. Tragico è l’aggettivo più appropriato per il protagonista di Inarritu. Che è Edipo, Ippolito e Prometeo al contempo. I greci definivano i loro personaggi tragici come né colpevoli, né innocenti. Subivano l’ira del destino senza averne attirato direttamente le cause, ma per il solo fatto di esistere in un determinato contesto, erano macchiati da una colpa atavica, da lavarsi con il sangue. Quando Uxbal viene colpito da un cancro alla prostata che non perdona, capisce lui stesso di essere una vittima di un cinismo più grande. Più grande di quello dietro cui ha mascherato i rapporti con la gente che sfrutta. Comincia allora a pensare a una riparazione, a cancellare i debiti che ha accumulato. Ma la Vita, secondo un’estetica alla Schopenauer, è più forte della volontà umana. Non resta che arrendersi all’inevitabile, al fallimento di ogni possibilità di redenzione. Eppure, oltre la tragedia, Inarritu delinea una flebile speranza. Che non è certezza di un futuro migliore, ma la forza immortale di un sentimento che può cambiare la vita, anche se non materialmente: l’ostinazione dell’amore di Uxbal. Un amore con le mani sporche e l’alito cattivo, certo, nell’orrore del mondo. Ma è la fiamma che continua a brillare nonostante la mancanza stessa di speranza, la mercificazione totale della vita dei deboli, la corsa inarrestabile del destino.
«Biutiful è la storia di un uomo che continua a portare una luce», ha detto Inarritu. Ed è un capolavoro che dovrebbe segnare il passo al buio che, di tanto in tanto, sembra attraversare la produzione italiana.
Gabriele Pieroni, da “icine.it”

Con “Biutiful” ritorna dietro la macchina da presa un regista e sceneggiatore molto amato in tutto il mondo: Alejandro Gonzáles Iñárritu. Differentemente dai film precedenti, qui l’autore porta sullo schermo la storia di redenzione di un solo uomo: “Biutiful è tutto quello che non ho mai fatto prima: una storia lineare imperniata su un personaggio” afferma il regista.
Dopo aver abituato lo spettatore alla sua impronta caratteristica, ovvero raccontare più storie che via via si intrecciano, con diversi linguaggi e in diversi paesi, oggi lo sorprende con una linea tutta nuova, senza però abbandonare alcune tematiche a lui care e il modo intimo e intenso di raccontarle.
Uxbal è separato dalla moglie e si prende cura dei suoi due figli. È un uomo che fa affari con gli immigrati, pagando per conto loro le bustarelle alla polizia, che chiude un occhio sui loro commerci per strada e Uxbal trae guadagno da questa necessità. Oltre a ciò l’uomo ha un dono spirituale, che gli permette di parlare con i morti e lo fa in cambio di denaro. Quando scopre, però, di avere una malattia seria, la situazione cambia e inizia a predisporre tutto per il futuro dei suoi bambini.
“Biutiful” è un film che nonostante la sua linearità, mette molta carne al fuoco, si addentra nel cuore e nell’animo del suo protagonista, tanto quanto in quello dei personaggi secondari, di cui lo spettatore può percepire il grosso fardello, che si portano addosso quotidianamente.
Uxbal ama profondamente i suoi figli, ma capita spesso che li rimproveri duramente; il dono che possiede dovrebbe mostrare la sua sensibilità, ma è attento solo al guadagno, così come l’amicizia, che sembra esistere con alcuni immigrati, si rivela essere solo a scopo lucrativo.
Durante l’arco del film Uxbal intraprende un viaggio interiore, che lo porta a rivedere il suo modo di essere, mostrandosi generoso e aperto nuovamente all’amore. L’intento del regista è stato quello di sviluppare un’esistenza complessa mostrandola nella sua semplicità. Il tema portante è quello della paternità, sia sulla paura di perdere un padre che su quella di essere padre, sempre alla ricerca del giusto equilibrio nel rapportarsi ai figli.
È un film sulla perdita: la perdita delle persone care e la perdita di se stessi. Uxbal è quello che è a causa delle disillusioni del proprio passato, è un uomo che si è indurito nel tempo, diventando cinico e distaccato da tutto tranne che dai suoi bambini, con i quali a volte si mostra, però, rigido.
L’ambientazione che Gonzáles Iñárritu ha scelto è Barcellona e nello specifico il quartiere di Santa Colonna e del vicino Badalona, dove senegalesi, cinesi, pachistani e molti altri vivono tutti insieme, parlando ognuno la sua lingua senza preoccuparsi o aver bisogno di integrarsi. Secondo l’esperienza che il regista ha fatto la maggior parte delle persone che arrivano da così lontano nelle città europee non lo fanno per integrarsi in una cultura, ma per sopravvivere e per aiutare quelli che hanno lasciato al loro Paese.
Tutto ciò per Gonzáles Iñárritu ha rappresentato un contesto perfetto in cui ambientare la pellicola.
Per quanto riguarda l’attore principale, che doveva incarnare Uxbal, il cineasta ha pensato a Javier Bardem fin dal profilarsi di quest’uomo nella sua mente. Bardem è semplicemente unico: ha la capacità di immergersi totalmente nel personaggio a cui dà vita, tanto da riuscire a raccontare un’altra vita senza che sia più lui. Per l’interpretazione di Uxbal, Bardem ha vinto il premio come Miglior Attore Protagonista a Cannes 2010, condividendolo con Elio Germano.
L’obiettivo finale che Gonzáles Iñárritu e Bardem volevano raggiungere è la trasformazione di quest’uomo duro e severo in un uomo liberato, che comprende la resa e acquisisce la saggezza.
“Biutiful” è un film intenso e intimo, che riesce a fotografare una realtà urbana in modo schietto e la complessità di una vita che cresce e si sviluppa in determinate situazioni di necessità.
Francesca Caruso, da “cinemalia.it”

Scordatevi la Barcellona festaiola e glamour del Barrio Gòtico e del Raval, di Gaudì e del Camp Nou. In “Biutiuful”, ultima fatica del messicano Inarritu, la cornice è il quartiere di Santa Coloma, livido, sporco ed abitato da un’umanità di lavoratori clandestini, ammassati in appartamenti fatiscenti o peggio in scantinati freddi e putridi. È qui che vive Uxbal padre di due bambini, con una ex moglie, vagamente mignotta e alle prese con alcolismo e crisi depressive. Uxbal lavora a stretto contatto con cinesi e senegalesi, di cui è una specie di caporale, pagando la polizia per proteggerli, ma al tempo stesso sfruttandone il lavoro. Non ha mai superato il trauma di essere cresciuto senza genitori e si ritrova un solo fratello cocainomane e puttaniere. Quando gli viene diagnosticato un male incurabile deve fare i conti una volta per tutti con il suo passato e con quello che accadrà senza di lui. Dopo aver descritto in giro per il mondo storie dalla struttura narrativa talvolta eccessivamente complessa, Iñárritu, stavolta, racconta in maniera lineare la vicenda di un uomo contraddittorio e imperfetto, ma con un grande attaccamento verso la prole, perseguitato dalla malattia dapprima con ostinato rifiuto, progressivamente come dolorosa ed inevitabile espiazione dei suoi tanti sensi di colpa. Javier Bardem, giustamente premiato come miglior attore all’ultimo Cannes, ci regala una magistrale interpretazione riuscendo, anche grazie alla macchina da presa di Iñárritu, sempre a pochi centimetri dal suo corpo, a far emergere tutte le sfumature di un personaggio irrimediabilmente malato nell’animo e nel fisico, eppure dotato di una personalissima spiritualità che gli rende possibile parlar con le anime dei morti, ed ossessionato dall’idea di lasciare i figli soli al mondo e di esserne in seguito dimenticato così come era successo a lui. Da sfondo alla vicenda la tragica esistenza degli immigrati clandestini, che a Barcellona, come in tutte le grandi città occidentali, vengono sfruttati e muoiono nell’assoluta indifferenza, sradicati dalle loro culture, senza possibilità alcuna di integrarsi con il mondo occidentale prima tanto agognato. Una pellicola assai dolorosa e cupa, ma in un certo senso catartica e comunque lontana da una mera pornografia dei sentimenti che un soggetto del genere poteva generare. Ps: Per scongiurare possibili tracolli emotivi si consiglia, in ogni caso, di tenere a portata di mano la filmografia completa di Frank Capra.
Vassili Casula, da “ecodelcinema.com”

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