Bhutto

La storia della vita tumultuosa e della morte violenta di Benazir Bhutto – eletta due volte Primo Ministro del Pakistan, dal 1988 al 1990 e dal 1993 al 1996 – raccontata attraverso interviste a chi l’ha conosciuta e ha avuto modo di lavorare e vivere al suo fianco…

È presto per scrivere la storia recente di un Paese tormentato come il Pakistan, diviso tra un’autorità centrale fragile, un esercito onnipotente, i servizi segreti che hanno il vizio di configurarsi come un vero e proprio contro-potere, e un dilagante fondamentalismo islamico che tende a destabilizzare l’intera area. Ed è, a maggior ragione, altrettanto presto per raccontare la storia di Benazir Bhutto, figlia dello storico Presidente Alì Bhutto, per tre volte Primo Ministro del Paese, deceduta nel 2007 in un attentato. Ci prova comunque Duane Baughman, anima storica dei democratici newyorkesi, finanziatore delle campagne elettorali di Bloomberg e della Clinton, con un documentario ben congegnato e costruito diretto insieme con Johnny O’Hara.

Sfruttando i molti canali a propria disposizione, Baughman ci offre un’ampia carrellata di testimonianze sulla vita e sulla storia recente del Pakistan e della sua eroina. Da Condoleeza Rice, Segretario di Stato statunitgense durante il secondo mandato di Bush Jr, a Pervez Musharraf, ex Presidente pakistano, accusato di avere una parte di responsabilità nel decesso della Bhutto, passando per ex-ambasciatori, amici personali della famiglia e, in alcuni casi, avversari politici, il documentario propone una raccolta densa e preziosa di materiale memorialistico. Unito a una sapiente raccolta di materiale d’archivio e a un montaggio che aiuta il pubblico a seguire senza annoiarsi un filo narrativo agile e lineare, questo aspetto contribuisce a fare di Bhutto un documentario solido ed efficace. Colpiscono in particolar modo le pudiche lacrime di Al Zardari, ex marito di Benazir e attuale Presidente pakistano, nel raccontare la scomparsa della moglie. Non è cosa da tutti i giorni riuscire a ottenere l’autorizzazione a mostrare il pianto di un capo di Stato. Soprattutto se popolato da 180milioni di musulmani.

Gli intenti di Baughman sono lontani dall’inchiesta sulle cause del decesso della Bhutto. Il documentario non si prefigge di proporre tracce per scovare esecutori materiali e mandanti di un omicidio politico in piena regola. Il documentario si propone di essere un affresco (semi)agiografico sulla vita di una donna che sorprendentemente è riuscita, a soli 35 anni, a far innamorare di sé decine di milioni di pakistani, il cui ricordo è ancora lungi dall’essersi sbiadito.

Pietro Salvatori, da “cinefile.biz”

La donna che sfidò l’integralismo

La vita dell’ex primo ministro pakistano Benazir Bhutto, prima donna a guidare una nazione islamica, si dispiega come un racconto di dimensioni shakespeariane. Educata a Harvard e Oxford, Benazir Bhutto decise sin dall’inizio di non vivere come una giovane ricca e viziata, ma di impegnarsi politicamente per il suo paese, secondo l’esempio del padre, il primo presidente democraticamente eletto del Pakistan, in seguito condannato a morte. (sinossi)

Da qualunque punto di vista la si esamini la figura di Benazir Bhutto porta in sé qualcosa di assolutamente straordinario. Una donna intelligente, colta e finanche molto bella che viene eletta per due volte da un massiccio voto popolare come primo ministro di un paese fortemente islamico come il Pakistan e sempre tenendo alta la bandiera della democrazia, ovvero quel tipo di forma di governo non esattamente molto frequente da incontrare nelle varie nazioni di quell’area geografica, rappresenta davvero un evento che speriamo non sia destinato a rimanere unico.
Non ci si può certo stupire, allora, di come il doveroso e necessario documentario intitolato per l’appunto Bhutto tenda nemmeno troppo implicitamente a prendere la parti di un personaggio di tale eccezionalità, un po’ alla maniera di quelli firmati in tempi più o meno recenti da Oliver Stone: il film diretto a quattro mani da Duane Baughman – autentica mente del progetto – e Johnny O’Hara, costruito in maniera classica inframezzando interviste a parenti ed amici del leader ad immagini di repertorio in alcuni casi davvero poco viste e parecchio interessanti sotto molti profili, ha comunque il non trascurabile merito di presentare i nudi fatti della cronaca, in modo tale che ognuna possa essere in grado di formarsi una propria opinione. Anche dando talvolta spazio a voci di segno nettamente contrario, come il j’accuse abbastanza circostanziato di Fatima, figlia di Murtaza, fratello maggiore di Benazir ucciso in un controverso attentato in Pakistan e da lei separato da opinioni politiche parecchio differenti.
L’evoluzione narrativa di Bhutto scorre comunque in modo assai fluido, intrecciando bene – attraverso la scelta formale di cui sopra – la Storia pakistana degli ultimi cinquant’anni con la parabola personale di Benazir Bhutto, anche per far capire meglio quanto i due aspetti fossero indissolubilmente legati l’uno all’altro. Il tutto orchestrato con un buon crescendoBhutto_testo drammaturgico fino al tragico finale (dai molti e non riconosciuti ufficialmente colpevoli o responsabili) che reca la data del 27 Dicembre 2007, riuscendo nella non facile impresa di fare “spettacolo” cinematografico – nel senso ovviamente non deteriore del termine – attraverso la tragedia scritta di una persona con pregi e difetti come tante altre ma a differenza della maggioranza con un obiettivo ben preciso nella mente: quello di rendere il suo paese realmente libero da un punto di vista squisitamente politico.
Un speranza concreta, quest’ultima, o un’utopia kennediana (in vita la Bhutto fu spesso accostata al popolare presidente americano) brutalmente spezzata nel modo violento che sappiamo? Secondo la suggestiva tesi propugnata dagli autori di Bhutto la morte è riuscita laddove la vita risultava ben lontana dall’aver completato un percorso, ovvero quello di gettare il seme della libertà nel controverso paese fulcro dell’area; l’opera intrapresa da Benazir è ora in mano al marito Asif Alì Zardari (attuale presidente della nazione) ed ai suoi tre figli, dei quali l’unico maschio, pressoché immediatamente dopo l’omicidio della madre, è stato nominato leader del Pakistan People Party, il partito politico in cui la famiglia Bhutto ha militato in ruoli cardine da più generazioni. Un cammino ancora lungo e irto di ostacoli verso quella democrazia realizzata tanto agognata ma con la concreta possibilità di essere completato, nonostante la prevedibile e ferrea opposizione dei gruppi più integralisti.
Forse un documentario come Bhutto, ancor prima che a ricordare l’esistenza di una donna in breve diventata punto di riferimento e vera e propria icona di un paese “difficile”, serve a dare a coloro che lo vedranno un segnale di speranza riguardo al fatto che un finale tragico possa davvero rappresentare un altro inizio e che un sacrificio annunciato – ed il film sottolinea con molta chiarezza quanto l’ultimo ritorno in Pakistan nel 2007 fosse rischioso, con piena consapevolezza della protagonista del documentario – possa non essere stato, una volta tanto, vano.

Daniele De Angelis, da “cineclandestino.it”

Col suo esempio Benazir Bhutto ha ispirato milioni di giovani donne musulmane, non solo pachistane, ma di tutto il mondo, le ha incoraggiate a lottare per i proprio ideali con coraggio aprendo loro la strada a mestieri di prestigio, allo sport, fornendo loro assistenza sanitaria. Nonostante gli aspetti controversi sfiorati dalla pellicola, l’eredità lasciata da Benazir Bhutto nel Pakistan di oggi non si cancella.

La donna che non conosceva la paura

E’ impossibile narrare la storia della Repubblica Islamica del Pakistan senza affrontare l’ascesa e la caduta della famiglia Bhutto, più volte definita dalla stampa internazionale ‘i Kennedy del Pakistan’ per le affinità in carisma, successo, potere, bellezza, eleganza con la celebre dinastia americana. I registi Duane Baughman e Johnny O’Hara affrontano il ritratto del membro più rappresentativo della potente famiglia, la volitiva Benazir Bhutto, il cui tragico decesso, avvenuto nel 2007 in seguito a un sanguinoso attentato suicida, rappresenta una delle pagine più drammatiche della storia recente. Il documentario, presentato a Roma alla presenza del figlio della Bhutto, Bilawal Bhutto Zardari, è stato assemblato a poche ore di distanza dalla morte di Benazir Bhutto ed è frutto di un accurato lavoro di montaggio di materiale d’archivio unito a una serie di importanti testimonianze scelte tra gli amici e sostenitori della donna, ma anche tra i suoi più acerrimi detrattori.

Una scena del documentario Bhutto Per comprendere a fondo la figura della leader del Partito del Popolo Pakistano, Baughman e O’Hara scelgono di partire affrontando la ricostruzione dell’ascesa al potere dell’influente genitore della leader politica, Zulfikar Ali Bhutto, primo presidente del Pakistan eletto democraticamente che guidò la nazione verso la modernizzazione prima che un colpo di stato militare non lo deponesse dalla carica di Primo Ministro, condannandolo all’impiccagione nel 1979. La figlia primogenita Benazir, cresciuta in una famiglia ricca e progressista ed educata a Harvard e Oxford, fu la prescelta per farsi carico della pesante eredità politica paterna e, con essa, dei nemici e degli odi sorti in seno alla nazione pachistana. A livello stilistico, Bhutto non brilla per originalità né offre una visione personale sulla materia trattata. La qualità del prodotto, ben lontana dall’acume di maestri come Errol Morris, non si eleva dalla media dei documentari storico-politici di matrice televisiva. La rigida alternanza interviste/materiali di repertorio permette pochi guizzi creativi, ma pur mantendo una linearità di fondo amplificata dalla scelta di esporre i fatti in ordine rigorosamente cronologico, il film si distingue per lucidità ed equilibrio. Baughman e O’Hara non hanno timore di accostarsi alla figura di Benazir Bhutto con sostanziale obiettività dipingendone luci e ombre, facendo uso di interviste contenenti opinioni negative sulla celebre leader, compresa quella dell’ex presidente Pervez Musharraf che ha accettato di parlare di fronte alla macchina da presa in cambio di una scatola di sigari cubani e di una bottiglia di champagne.

Una scena del film Bhutto Dal matrimonio combinato con l’ex playboy Asif Ali Zerdari, necessario per acquisire lo status di donna sposata e permettersi così la discesa in politica sedando in parte i pregiudizi della società islamica, alle accuse di corruzione rivolte alla ricca e popolare coppia dall’opposizione conservatrice, fino alle rivalità sorte in seno alla famiglia (le testimonianze della nipote Fatima rappresentano alcuni degli attacchi più feroci mossi a Benazir), i due registi ricostruiscono un quadro a tinte fosche della situazione politica e privata vissuta dalla Bhutto durante e dopo i due mandati a capo del governo pachistano. La popolarità e il carisma della leader del PPP, uniti all’uso delle struggenti testimonianze dei tre figli che ricordano gli ultimi momenti vissuti insieme alla madre in esilio a Dubai prima del suo ritorno in Pakistan, rappresentano un ulteriore tassello del complesso quadro che si va a comporre nel corso della pellicola senza mai sfiorare il rischio di scivolare nell’iconografia sacra, né tantomeno nella beatificazione del soggetto del film.

Una immagine del documentario Bhutto L’immagine della Bhutto che emerge è quella di una donna forte, ambiziosa, idealista, amata e sostenuta dal popolo pachistano, ma minata dalla fragilità del proprio potere politico. Il documentario si limita ad accennare la fitta rete di accadimenti politici al centro della quale la figura della leader pachistana si va a inserire, senza soffermarvisi troppo per mancanza di tempo. L’occupazione sovietica dell’Afghanistan, la corsa del Pakistan al nucleare, i dissidi interni alla nazione, l’ascesa dei talebani, l’influenza degli Stati Uniti alla base del sostegno dei nemici della famiglia Bhutto, molti sono i tasselli che vanno a comporre un intricato puzzle di eventi che necessiterebbero di un ulteriore approfondimento per comprendere a fondo la storia contemporanea dell’Oriente. Bhutto ha il merito di essere un prodotto utile, anche se non esaustivo, per la sua chiarezza e per la capacità di informare chiarendo punti oscuri a molti e restituendo il giusto peso a una dei leader politici più significativi del ventesimo secolo. Nonostante gli aspetti controversi sfiorati dalla pellicola, l’eredità lasciata da Benazir Bhutto nel Pakistan di oggi non si cancella. La leader del Partito del Popolo è stata la prima donna a prendere la guida del paese e ha lottato per il progresso, l’educazione, la sanità e per l’emancipazione femminile. Col suo esempio ha ispirato milioni di giovani donne musulmane, non solo pachistane, ma di tutto il mondo, le ha incoraggiate a lottare per i proprio ideali con coraggio aprendo loro la strada a mestieri di prestigio, allo sport, fornendo loro assistenza sanitaria. Chiunque voglia comprendere più a fondo la situazione politica attuale troverà notevoli motivi di interesse in questo lavoro, la cui visione è senza dubbio consigliata.

Valentina D’Amico, da “movieplayer.it”

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