Beyond

“Quando ho iniziato a lavorare a questo film ho pensato che il tema sarebbe stato crescere in una famiglia violenta: una storia su quanto sia terribilmente difficile essere poveri, venire da un altro paese, non parlare la lingua. Poi andando avanti con il lavoro di sceneggiatura ho pensato che sarebbe stato più interessante cambiare la storia dell’infanzia di Lena con la storia della sua vita da adulta e raccontare cosa voglia dire mentire a se stessi e alle persone che ci circondano”. Con queste parole la famosa attrice svedese Pernilla Wallgren, meglio conosciuta come Pernilla August (Fanny e Alexander, Con le migliori intenzioni, Star Wars – L’attacco dei cloni), delinea per sommi capi la trama di Beyond, il film che segna il suo esordio alla regia. Il lungometraggio è liberamente tratto dal bestseller Svinalängorna dell’autrice svedese-finlandese Susanna Alakoski, ed ha ottenuto il prestigioso Premio del pubblico alla 57ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Il passato, e il suo continuo tentativo di comunicare con il presente, è il protagonista di un viaggio intimo che traghetta, inesorabilmente, “l’oscurità e l’ombra, verso la verità e la luce”. Un verità amara quella di Lena, personaggio interpretato dalla brava Noomi Rapace (Uomini che odiano le donne), la quale deve affrontare la dura realtà di una madre in fin di vita ed il ritorno nella sua città natale, luogo in cui si annidano i ricordi più remoti, occultati nel tentativo di vivere una nuova vita. Un passato, il suo, fatto di violenza e silenzi, di grida e perdite dolorose. A raccontarlo sono numerosi flashback, mai in dissolvenza, mai virati fotograficamente, come a voler dimostrare che il prima e il dopo non possono essere annullati, né presentarsi in maniera parallela all’interno del discorso narrativo. Quelle di Beyond sono storie che si specchiano le une nelle altre, procedendo di pari passo, come nella scena in cui Lena vede se stessa da piccola tuffarsi in una piscina: la donna non può lasciare andare via quella parte del suo passato ma deve a tutti i costi inseguirla, compiendo lo stesso identico gesto – nuotare affannosamente nelle acque della vita. La macchina da presa restituisce così allo spettatore una soggettiva duplice, quella di Lena bambina e adulta, in uno sguardo unico ed “intimo”, pronto a svelarci gradualmente la storia di un’infanzia rubata. La protagonista, infatti, a soli 10 anni assume sulle proprie spalle il compito di gestire quella stabilità familiare che i genitori alcolizzati non sono in grado di tutelare.
In Beyond i frammenti di una vita vengono ricostruiti man mano che i ricordi si fanno più nitidi, esattamente come succedeva ne Il posto delle fragole di Bergman, importante punto di riferimento per la August, che a sua volta sembra aver assorbito alla perfezione la lezione del compianto maestro che la volle giovanissima in quel capolavoro che è Fanny e Alexander. Successivamente il grande regista svedese la scritturò anche per il ruolo della madre in Le migliori intenzioni, una sorta di autobiografia scritta per il cinema da Bergman e diretta da Bille August (futuro marito della August) – il film valse alla August la Palma d’Oro come migliore attrice nel 1992. Insieme, poi, lavorarono presso il Teatro Nazionale Svedese, portando in scena numerose opere, tra cui un riadattamento di Amleto e Casa di bambola, Il sogno, Racconto d’inverno, Maria Stuarda e Spettri. E la regista attinge da Bergman, soprattutto, un certo utilizzo degli spazi ed atmosfere fortemente marcate, che restituiscono il dramma della vita attraverso i gesti silenziosi dei personaggi, interpretati da un cast eccellente, in grado di restituire un senso di verità per mezzo di una recitazione lasciata spesso all’improvvisazione.
Beyond è quindi un piccolo gioiello, un film duro che evidenza prima di tutto il passaggio coraggioso della August al di dietro della macchina da presa, capace di appropriarsi del mezzo cinematografo con un’autorialità sensibile e personale.
Roberto Mazzarelli, da “pointblank.it”

Una mattina, Leena (Noomi Rapace) riceve una telefonata dall’ospedale della sua città natale: la madre, con cui ha tagliato i ponti da anni, è in fin di vita e ha chiesto di vederla per l’ultima volta. Lei riattacca, per paura di scoperchiare un vaso di Pandora pieno dei ricordi della sua infanzia travagliata, ma il marito la obbliga a non sottrarsi a quel passato che, comunque, le appartiene. Sarà l’inizio di un viaggio molto doloroso attraverso le memorie di un passato terribile, segnato dall’alcolismo e dalla violenza dei genitori nel quale Leena dovrà rituffarsi nel tentativo di non perdere la serenità conquistata nel presente. Tutta la storia è raccontata in soggettiva attraverso i due piani temporali che diventano un tutt’uno: la piccola Leena (la bravissima Tehilla Blad, che aveva già interpretato la versione bambina di Noomi Rapace nella trilogia dedicata ai libri di Stieg Larsson), si riaffaccia nel presente della Leena adulta, costruito nella serenità familiare conquistata con il marito Johan (Ola Rapace, marito di Noomi anche nella realtà) e le due figlie. Premio del pubblico alla 57esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, la pellicola diretta da Pernilla August – attrice feticcio a soli 12 anni di Ingmar Bergman nel suo film testamento Fanny e Alexander e all’esordio alla regia, dopo una piccola esperienza con un cortometraggio – è prima di tutto un film sull’infanzia violata, mutilata nei sentimenti, nelle certezze e negli affetti.
Con una sceneggiatura non originale (il film è tratto dal bestseller Svinalängorna della scrittrice svedese-finlandese Susanna Alakoski), Pernilla August confeziona un film intenso e struggente, con una poetica e uno stile asciutti e compatti. Il racconto intrecciato tra immagini del presente e flashback del passato scioglie, scena dopo scena, il nodo della resistenza emotiva di Leena alla sua infanzia e a quella di suo fratello, che lei accudiva come un figlio. Tutto è raccontato in soggettiva attraverso lo sguardo a volte tenero a volte rabbioso della protagonista, che ha trasformato l’amore per la sua vecchia famiglia in astio e paura. La difficile vita da emigrati (dalla Finlandia in Svezia), senza grandi risorse economiche, è stata per Leena bambina (intenta ad appuntare su un’agenda parole e significati di quel mondo distante) un crescendo di dolore che, tra le gare di nuoto e le liti dei genitori spesso e volentieri ubriachi, è culminato in un’irreversibile diaspora famigliare. La regista si appoggia nel suo racconto per immagini alla carica espressiva degli attori (straordinariamente intensa Noomi Rapace), a una fotografia cupa e dalle tonalità fredde e a una narrazione molto asciutta, con dialoghi scarni ma realisticamente eloquenti.
Monica Scillia, da “doppioschermo.it”

Presentata in concorso alla Settimana internazionale della Critica, l’opera prima di Pernilla August Svinalängorna (Beyond) commuove lo spettatore dall’inizio alla fine, senza cadere nella trappola della retorica e del mero pietismo. La giovane regista svedese, conosciuta dal grande pubblico per il ruolo da protagonista nella celebre pellicola di Ingmar Bergman Fanny e Alexander (1982), mette in scena una storia appassionante e appassionata, incentrata sulla figura di Leena (Noomi Rapace) e sul suo disastrato nucleo familiare.
Tratto dall’omonimo best seller di Susanna Alakoski e armoniosamente diviso tra presente e passato, grazie all’introduzione di intensi flashback, il film rivela gradualmente i segreti di una famiglia distrutta dall’abuso di alcol. Sposata con un uomo premuroso (Ola Rapace, marito di Noomi anche nella realtà) e madre di due splendide bambine, Leena riceve una telefonata dall’ospedale che le annuncia l’imminente morte della madre, Aili, con cui la donna ha tagliato i ponti ormai da molti anni. L’inaspettata notizia porta la protagonista a rivivere la sua infanzia, interamente trascorsa a prendersi cura di tutta la famiglia, a partire dal padre, Kimmo, un finlandese immigrato in Svezia, emarginato dalla piccola comunità cittadina. I numerosi flashback, ben integrati all’interno della vicenda, che non producono confusione o disturbo per lo spettatore, intessono una stretta e pregante relazione con il presente. La protagonista viene così mostrata in due distinte fasi della sua vita, quella dell’infanzia e quella della maturità.
Costretta a crescere prematuramente per far fronte a mostruosi ostacoli quotidiani, la giovane Leena (Theida Blad) mostra dolcezza, determinazione, forza di carattere e senso di responsabilità, al contrario della ‘Leena adulta’, riservata, piena di insicurezze e particolarmente fredda nei confronti delle figlie e del marito. L’incontro con la madre, segnata nel corpo e nell’anima delle ripetute violenze di Kimmo, ristabilisce un contatto con un passato volutamente rifiutato e rimosso da entrambe. La morte di Aili, che avviene in solitudine, dopo un’accesa discussione tra madre e figlia, consente a Leena di guardare oltre (come suggerisce il titolo), in direzione di un futuro sereno, con gli occhi sgombri dai fantasmi del passato. Libera di dare sfogo ai suoi sentimenti repressi, la protagonista si rifugia tre le braccia protettive della sua attuale famiglia, lasciandosi finalmente sopraffare dal dolore.
A livello visivo ed emotivo, le sequenze maggiormente riuscite riguardano l’inteso rapporto esistente tra Leena e il fratellino. A rafforzare il loro legame interviene la passione comune per il nuoto, trasmesso dalla madre, grande estimatrice di Esther Williams. È tra le quattro protettive pareti del bagno che la giovane protagonista insegna al fratellino a trattenere il respiro sott’acqua, per distrarlo dai continui e violenti litigi dei genitori. L’amore per il nuoto, che le permette di estraniarsi da una realtà familiare drammatica e soffocante, rappresenta l’unico legame che Leena mantiene con il suo passato.
Eccellenti le performance della giovanissima Theida Blad e di Noomi Rapace, dotate del fisique du rôle necessario per l’interpretazione di una nuotatrice professionista. Entrambe mostrano una recitazione spontanea, incisiva, ma non sovraesposta. La Rapace, famosa soprattutto per aver interpretato la trilogia Millennium, tratta dalla celebre penna di Stieg Larsson, si libera dal ruolo di Lisabeth Salander, manifestando una capacità attoriale intensa e realistica. L’unica riserva è rappresentata dalla scelta della colonna sonora, affidata a Erik Molberg Hansen, che alterna pezzi originali a musiche di Gustav Mahler e Fryderyk Chopin che sovraccaricano l’atmosfera drammatica del film.
Francesca Valeriani, da “drammaturgia.it”

Con una profonda e dolorosa opera sulla rimozione della memoria, passa alla regia l’attrice bergmaniana Pernilla August, avventuratasi anche nel mainstream sotto la mano di George Lucas, che l’ha voluta madre di Anakine Skywalker, futuro Darth Vader, nella pre-trilogia a quella del contatto col mito, per tutti gli appassionati della sci-fiction, che è Star Wars.
Navigando nelle atmosfere introspettive e dense di Ingmar Bergman nel capolavoro Fanny & Alexander, e nell’intimo Conversazioni private, alla regia sempre una bergmaniana, Liv Ullmann, su soggetto e sceneggiatura del Maestro, passato quest’ultimo al Festival di Venezia, proprio al Lido è approdata a presentare la sua opera prima, conquistando il premio della Settimana della Critica, per la capacità che ha avuto di coinvolgere emotivamente i presenti. Ora in uscita in sala per la distribuzione Sacher, date le premesse DOC nel campo dello sguardo sull’uomo e i suoi fantasmi, che le deriva dal passato, formativo, illustre, la August si è trovata a plasmare per il grande schermo il romanzo che già era stato in Svezia un caso, autrice Susanna Alakoski, dal titolo omonimo al film: Beyond (in svedese Svinalängorna). Attraversare, oltrepassare, può essere uno dei modi per tradurre queste parole, ed è proprio un varcare la soglia di un passato, che si è fatto di tutto per rimuovere, ciò a cui sarà costretta Leena, donna di origini finlandesi, ma svedese di adozione, e ritornare a farci i conti. Si risveglia nell’amore della sua stanza da letto, il marito accanto, le due figlie che accorrono a festeggiare con loro un giorno di festa. Ma arriverà una telefonata a squarciare quel velo di perfezione emotiva, che con tanta fatica si era tentato di rendere il presente. Rispondendo, sarà il passato a rifarsi presente: la madre, in ospedale, sta morendo…Inizia per lei, col marito che la spinge al passo, non conoscendo affatto quello che è stato prima di loro, un viaggio verso “casa”, che casa non è mai stata davvero, ma un incubo, soprattutto nello sguardo di una bambina (ma di qualsiasi bambino…) alla ricerca della stabilità emotiva di una famiglia. Con loro le due figlie, in una narrazione che procede nel parallelo narrativo del presente e del passato, che riscosso, non può che essere più vivo dell’oggi, se non si è avuto il tempo, modo, desiderio, di risolverlo. Viene da una famiglia di immigrati finlandesi, Leena, trasferitisi in Svezia per un salto di qualità, un nuovo inizio. Padre, madre, lei e il fratellino più piccolo. Mai integratisi del tutto, ma piombati nella nostalgia e il senso di inadeguatezza che trascinò nell’alcolismo, e nella rabbia, violenta, verso soprattuto la moglie, ma con echi distruttivi sui figli, il padre. Portando tutto questo alla tragica, dolorosa, ma, date le premesse, inevitabile, conclusione…Ha reazioni violente, fisiche, di esplosione di dissociazione identitaria Leena, ritrovando a poco a poco la verità del suo passato, reagendo rabbiosa anche verso quell’amore del marito, la presenza delle figlie, in quel momento fuori posto per lei. Ma avranno il coraggio di rimanere. Trovando lei il coraggio di dire addio, con un incontro, l’incontro che sarà in grado di portarla a andare avanti…Film sensibile, che appunto nel passato vive il suo momento più coinvolgente, non dimenticandosi di pungere i sentimenti di ognuno anche nel presente, si avvale su tutti della prova generosa di Noomi Rapace (la Lisbeth della trilogia “Millenium”), qui sorprendente nell’essere altro da un personaggio così caratterizzante come poteva essere quello della saga di Stieg Larsson, accompagnata dal marito e musicista Ola Rapace, appunto nel ruolo del marito. Grazie anche alla grande prova di maturità della piccola Tehilla Blad, nel ruolo di Leena da bambina, e del coinvolgimento intenso di tutti gli attori, dimostrando sensibilità piena sia nel comunicare che nel dirigere la donna, attrice e regista Pernilla August, Beyond conquista il cuore dello spettatore per la sua generosità, e la sua materia così esplosiva empaticamente. Dimostrando inevitabilmente di essere di chi è alle prime armi alla regia, cancella quella consapevolezza, facendo parlare la parte più interiore di ognuno, per lanciare uno spiraglio di speranza verso tutti coloro che pensano che il ricordo sia una condanna. Facendo anche riflettere su di un passato di non integrazione, che ha vissuto la Svezia – ma quanti altri paesi possono dirsi in questo stato, anche oggi (vedere alla voce Italia…)? – ricorda che senza entrarne a patti, con quel passato, in modo consapevole, sarà il futuro, ancorato a un presente fittizio, a essere in bilico. Save The Children.
Giacomo D’Alelio, da “zabriskiepoint.net”

L’infanzia e l’adolescenza sono due momenti delicatissimi della crescita e dello sviluppo psichico, in cui le esperienze negative e traumatiche diventano una fonte primaria di disagio e possono segnare per sempre la vita d’adulto.
A volte capita, nell’infanzia, di essere costretti a passare e sopportare situazioni difficili, che provocano paura o dolore insieme ad una situazione di impotenza. I bambini (e gli adolescenti) tendono a fidarsi molto degli adulti, soprattutto dei genitori, che hanno una grande credibilità ai loro occhi.
Per questo molto gravi sono i danni riportati dai bambini costretti ad assistere ai violenti e cronici litigi dei genitori, anche quando non si picchiano, ma che usano come stabile modalità di relazionarsi fra loro una grave violenza verbale, accompagnata, a volte, da violenza fisica, anche se non estrema.
In ogni caso non sono le esperienze ad avere un effetto traumatico, ma il loro riviverle come ricordo.
Un’infanzia di questo tipo è stata costretta a vivere Leena, la protagonista di “Beyond”, film d’esordio come regista dell’attrice Pernilla August (ex moglie di Bille e creatura di Ingmar Bergman, che le offrì il ruolo della governante in Fanny e Alexander).
Oggi Leena ha trent’anni ed è una donna apparentemente serena e appagata. È sposata con un uomo, Johan, con cui ha costruito una solida e felice famiglia, ed è madre di due piccole, bellissime bambine. Una mattina di un giorno di festa (S. Lucia) la tranquillità famigliare è improvvisamente sconvolta da una telefonata che risveglia in Leena i fantasmi del suo angoscioso passato. Al telefono una voce malferma di donna chiede di lei. È sua madre. Una madre dimenticata che non vede e non sente da moltissimi anni. Istintivamente scatta in lei un innato istinto di autodifesa che le fa interrompere bruscamente la comunicazione.
Quando il telefono squilla nuovamente, l’infermiera di un ospedale della sua città natale la informa che sua madre giace in un lettino di quell’ospedale, gravemente malata, e chiede di vederla per l’ultima volta, prima di morire.
Leena rimane interdetta, è sul punto di rifiutare, poi suo marito, convinto assertore della necessità di affrontare con fermezza i propri fantasmi per riuscire a liberarsene definitivamente, intuendo il suo conflitto interiore e la certezza che la moglie gli nasconda qualcosa di cupo e angoscioso del suo passato, la convince a partire insieme con lui e alle loro due bambine per andare a trovare la donna.
Comincia così il viaggio di Leena verso l’ospedale, che è anche un viaggio catartico nelle reminescenze e nelle emozioni del suo passato, un viaggio che ingloba le memorie di una infanzia fatta di brutalità e solitudine, una infanzia vissuta insieme al fratellino più piccolo all’ombra di una famiglia infelice, povera e disadattata.
Un orrore che aveva cercato di esorcizzare, impegnandosi nello sport e diventando una campionessa di nuoto o dedicandosi allo studio della nuova lingua che non conosceva.
Incontrare dopo tanti anni la madre, rivedere i luoghi della sua infanzia, visitare le stanze della sua vecchia casa, ritrovare gli oggetti un tempo familiari è, per Leena, come riaprire le vecchie ferite del suo cuore, mai del tutto rimarginate e ritrovare l’ombra di quei due genitori che nascondevano potenzialità di bene e di male chiuse nella loro anima; è come rivivere il trauma psicologico della bambina di allora, a cui è stato tolto il sorriso troppo presto.
I genitori, due finlandesi emigrati in Svezia in cerca di fortuna, che non si erano mai del tutto integrati nella nuova cultura e che vivevano la loro emarginazione tra abuso di alcol e litigi violenti, alternati a momenti di passionalità cieca e devastante, avevano un amore per i figli, sbagliato e controverso, segnato soprattutto da una madre incapace di opporsi ai soprusi del marito.
La regia alterna momenti di attualità a flashback del passato, intrecciando abilmente i due piani narrativi della storia, per ricostruire, tassello dopo tassello, il puzzle di una vita segnata inesorabilmente dal difficile e sofferto passato di violenza e di alcool dei genitori e il male oscuro del vivere di quella famiglia che non ha saputo offrire ai figli, sopratutto al maschio, gli strumenti giusti per diventare adulti.
È la morte imminente della madre che ricollega la Leena bambina alla Leena donna, come se rievocare il passato, a volte, serva per chiarire il presente, un presente ambiguo e insincero, con se stessi e con coloro che ci stanno attorno.
Il film di Pernilla August, che rivela la chiara impronta della cinematografia bergmaniana (impronta che la regista ha saputo abilmente elaborare in una prospettiva del tutto autonoma e personalizzata) e che si nutre di certe atmosfere della drammaturgia ibseniana, si caratterizza per la lucidità della scrittura e per una rappresentazione estetica del pudore che si fa etica del dolore e che affonda nelle piaghe del vivere disilluso, senza curarle. Per ciò il film è duro, cupo, freddo e tipicamente nordico, inquadrato nel contesto di una realtà che mette a nudo il tema del conflitto madre-figlia, attraverso l’esame intenso e tormentato dell’animo umano.
Accanto a questo si sviluppano, anche se non compiutamente, altri temi importanti, come: l’emarginazione sociale, la difficile integrazione degli immigrati, i problemi profondi legati alla dipendenza dall’alcool.
Tutto è raccontato attraverso lo sguardo di Leena, che ha trasformato le traumatiche esperienze dell’infanzia in un rapporto di odio-amore per la sua famiglia.
Solo all’annuncio della morte della madre potrà abbandonarsi ad un pianto liberatorio, che le farà mettere definitivamente ordine nello scomposto puzzle della sua vita e accettare la sua appartenenza a quella famiglia, che a modo suo l’ha amata, ma che l’ha costretta a subirne le debolezze e le violenze.
Leena ha il volto pallido e affilato di Noomi Rapace (la Lisbeth Salander della trilogia del “Millennium”), un’interprete che si conferma bravissima e capace di infondere al suo personaggio quel coinvolgimento psicologico ed esistenziale, che, oltre a rivelare impegno autentico, si rende necessario per dare al film quella dimensione reale che si insinua nella mente dello spettatore per rimanervi a lungo.
Per la prima volta al suo fianco, nel ruolo del marito Johan, l’attore e musicista svedese Ola Rapace, suo marito anche nella vita reale, che con lei condivide le difficoltà interpretative di un personaggio che sotto una solida sicurezza nasconde un grande e rasserenante senso etico e morale, capace di offrire alla moglie quel calore umano che le è stato negato da bambina.
Leena bambina è interpretata dalla giovanissima e sorprendente Tehilla Blad, una convincente e brava attrice quattordicenne, astro nascente della cinematografia svedese, anche lei interprete della trilogia “Millennium”, dove era sempre Noomi Rapace bambina.
Al suo esordio alla regia, Pernilla August costruisce un dramma gotico e freddo nella forma ma bollente nella sostanza, le cui premesse melodrammatiche, il ritmo lento e struggente, non sminuiscono in nessun modo la forza del film.
La morale è semplice e fondamentale per chi si trova a vivere i conflitti e le contraddizioni della condizione umana, per chi si trova costretto a soffrire e a cercare l’autostima e la dignità attraverso una serie di comportamenti estremi: imparare ad affrontare le insidie del crescere per apprendere a poco a poco il valore dei legami domestici che vivificano il rapporto con i propri familiari. In sintesi l’accettazione delle responsabilità adulte, beyond, aldilà, oltre.
da “filmscoop.it”

“Il nostro passato ci accompagnerà sempre”. Questa è la frase che la regista ama ripetere in ogni sua dichiarazione. Una frase che forse illumina più di ogni altra complessa analisi il disorientamento che si prova vedendo questa controversa opera prima. Un film che mescola una struttura convenzionale e macchinosa a rari ma sublimi momenti di cinema bergmaniano. Da Venezia 67

Beyond, Pernilla August, Noomi Rapace

“Il nostro passato ci accompagnerà sempre”. Questa è la frase che la regista ama ripetere in ogni sua dichiarazione. Una frase che forse illumina più di ogni altra complessa analisi il disorientamento che si prova vedendo questo controverso film. Il passato irrompe improvvisamente nella vita della giovane Lena (interpretata dalla ormai lanciatissima Noomi Rapace): irrompe nel suo felice matrimonio, nel suo fragile equilibrio, nella sua intimità conquistata. L’anziana madre, in fin di vita, vuole rivederla prima di morire e Lena – a sua volta giovane madre – si trova improvvisamente risucchiata nei sepolti ricordi. Ricordi intrisi di disfunzioni familiari, violenze domestiche e alcolismo. Ecco, come si può tradurre ancora in immagini una storia così tanto “raccontata”? Una tipizzazione così forte e dei contrasti umani così tante volte sviscerati? Pernilla August (regista esordiente ma con un curriculum da prestigiosa attrice che spazia da Ingmar Bergman a George Lucas) sceglie la strada più ovvia, orchestrando una fittissima catena di flashback che letteralmente ci fanno vedere passo dopo passo il percorso di riemersione che la protagonista vive riavvicinandosi ai suoi genitori, alla sua vecchia casa, alle sue vecchie cose. Lena ha bisogno di (ri)toccare con mano i suoi fantasmi passati per riuscire ad essere una buona madre nel presente. Ma il continuo alternarsi dei piani temporali, che strutturano un’infinità di rime interne, alla lunga risulta troppo prevedibile e macchinoso per far detonare vera emozione nello spettatore. Intento che, di contro, Pernilla August persegue ostinatamente sin dalla prima inquadratura in questa sorta di psicoanalisi filmata. Ed è paradossalmente nei rari momenti di stasi che il film riesce a convincere di più: nei momenti in cui la macchina da presa cessa il suo sfiancante movimento e si poggia sul dolente viso della Lena bambina che copre le orecchie dello spaventato fratellino; o ancora mentre scova un lieve sorriso nella Lena adulta che riabbraccia le due figlie e il marito in seguito alla sofferta morte della madre. Insomma: solo dopo che ogni faticosa “riemersione” è stata sottolineata e ci si può finalmente soffermare (bergmanianamente) sulla sensazione del momento, sulla struggente valenza di un singolo gesto o sul valore di un primo piano che sciocca ancora oggi per la sua intrinseca potenza. Schegge di cinema purissimo in una confezione sin troppo convenzionale.
Pietro Masciullo, da “sentieriselvaggi.it”

La rimozione. E’ immaginabile come la risacca, che porta a riva, ma per riportarsi nel fondo del mare quanto è emerso solo per un po’. Accade nella vita di noi tutti. Le alghe, i sassolini, la ghiaia, gli avanzi… sono i ricordi.
Quale autrice migliore avrebbe potuto raccontare tutto ciò, se non Pernilla August, una scoperta di Ingmar Bergman, che la volle tra gli interpeti di Fanny e Alexander (1982), film a cui Beyond si richiama? La stessa che, dieci anni dopo, ha vinto il premio per l’interpretazione al Festival di Cannes per Con le migliori intenzioni di Bille August, che è stato anche il suo secondo marito.
Beyond è uno straordinario film, liberamente tratto dal bestseller “Svinalängorna”, dell’autrice svedese-finlandese Susanna Alakoski. Lo avevano compreso bene quelli della Settimana della Critica, nell’ambito della Mostra del Cinema di Venezia 2010, avendo vinto come Miglior Film della Sezione. Beyond é l’esordio dietro la macchina da presa di Pernilla August.
La storia è quella di una famiglia svedese. Felice e durante la mattina del giorno di Santa Lucia. All’improvviso la giovane madre, Leena, riceve una telefonata che la informa che sua madre è ricoverata in gravissime condizioni. Contro la sua volontà, il marito decide di portarla, insieme alle due figlie ancora piccole, a trovare la donna. Per Leena è anche l’inizio di un doloroso viaggio interiore che la costringe a rievocare un passato cancellato con una forza di volontà impressionante. I genitori, due emigrati finlandesi che non si sono mai veramente sentiti a casa propria in Svezia, vivevano tra abuso di alcol e litigi violenti una passione devastante e cieca, mentre Leena e il fratellino cercavano di sopravvivere ciascuno a suo modo. La ragazzina vincendo gare di nuoto e annotando in un quadernetto i significati delle parole della nuova lingua, diversa da quella materna, il maschio chiudendosi in un suo mondo fino all’implosione. Per Leena, che ha scelto di perseguire la normalità a tutti i costi, mentendo a se stessa e agli altri, questa si rivela l’ultima occasione di affrontare quel mondo oscuro da cui proviene e che, nonostante tutto, le appartiene.
Il taglio realistico è degno del miglior Loach, reso soprattutto dall’uso della macchina a mano e dalla fotografia, molto anni Settanta, di Erik Molberg Hansen. Il film possiede la naturale poetica della lentezza, tipica del cinema d’autore svedese. Un continuo andare e ritornare. Onde che rigettano sulla rena tutto quanto è appartenuto ad un’infanzia ferita, ma che con forza, si vuol rimuovere e affondare nel dimenticatoio. Si necessita, come avviene sempre in questi casi, di sentirsi tutti un po’ vittime di carnefici rintracciabili nel nostro passato. Leena, infatti, non vuole più sentire parlare di quella madre alcolizzata che odiava ed amava un padre altrettanto disturbato. Ritrovare lei significa far riemergere quel passato, costato tanta sofferenza reprimendolo, con la consapevolezza di mentire a se stessi. Ma c’è anche un qualcosa in più, nel film della August: tutto quanto concerne l’emigrazione dei genitori finlandesi, assurti come emblema di una popolazione che ha avuto notevoli difficoltà d’inserimento. Tant’è che le barriere, linguistica e socioeconomica, diventano gli ostacoli determinanti di una convivenza non affatto semplice. Perciò, tutti, nel film si sopravvive: attori e spettatori, solidarizzano nella sofferenza del passato e di un presente ostile. Ci si ritrova esuli dal nostro passato, al modo di come ha sempre raccontato Dostoevskij.
Ottime le interpretazioni delle attrici, su tutte quella dell’attrice svedese, Noomi Rapace e quella della Leena bambina, incarnata da Tehilla Blad, astro nascente del cinema svedese.
Il cinema che fotografa la quotidianità e un presente, abbruttiti da un passato al quale si è necessariamente legati. Come barche, si galleggia. Qualche volta alla deriva, con il rischio di affondare. Cercando di andare sempre al di là, beyond. Non è detto che il vento spiri a favore.
Giancarlo Visitilli, da “cinerepublic.film.tv.it”

Una donna felicemente sposata con due bellissime bambine viene svegliata da una telefonata il giorno della Festa di Santa Lucia. Dietro la cornetta un fantasma, che lei aveva nascosto dentro di lei per anni, ma che prima o poi doveva riemergere… la madre.
Inizia così “Beyond” opera prima della regista svedese Pernilla August, attrice feticcio a soli 12 anni del grande Ingmar Bergman nel suo film testamento “Fanny e Alexander”, nonché sposata in seconde nozze con il cineasta danese Bille August.
Tratto dal bestseller di Susanna Alakoski “Svinalangorna”, il film si è aggiudicato al Festival di Venezia 2010 il Premio del Pubblico alla Settimana Internazionale della Critica. La Svezia raccontata dalla regista, come da tradizione cinematografica e teatrale, è molto lontana da quella delle pubblicità di Ikea.
Leena ha costruito la sua felicità presente sulla rimozione del suo passato doloroso e prima o poi, gli spettri di memoria Ibseniana ritornano e bisogna farci pace. Tutta la storia è raccontata in soggettiva attraverso i due piani temporali, quello del presente e quello del passato, che diventano un tutt’uno. Lo spettatore è lì con Leena adulta, interpretata da Noomi Rapace, e con lei bambina che ha le fattezze di Tehilla Blad, già suo alter ego giovane nella trilogia “Millennium”.
Assistiamo impotenti alla strategia di sopravvivenza della ragazzina davanti alle scene spaventose tra padre e madre alcolizzati, che venendo dalla Finlandia non si sono mai veramente integrati in Svezia. Con lei, c’è il piccolo Sakari, che diventerà l’agnello sacrificale di questa tragedia familiare. Le feste natalizie diventano un brutto ricordo, come in “Fanny e Alexander” e un notturno di Chopin fa da sottofondo. Ma vediamo anche Leena, che si confronta con la madre morente e le fa fumare l’ultima sigaretta.
Alla fine, il dolore di Leena troverà la sua catarsi in un pianto liberatorio. L’opera si chiude con una carezza alla madre in un bianco abbacinante che sfuma sui titoli di coda. In “Beyond” c’è tutta la storia artistica della regista con un finale di luce. Tra gli interpreti spiccano sez’altro i due attori ragazzini Tehilla Blad/Leena e il piccolo Junior Blad/Sakari, il cui sguardo catatonico arriva dritto negli occhi degli spettatori. Intensa Noomi Rapace, forte nella sua fragilità che ha accanto il marito (anche nella vita) Ola Rapace.
Ivana Faranda, da “ecodelcinema.com”

Svezia. Festa di Santa Lucia. Padre, madre e due figli si svegliano serenamente. Il telefono squilla. È la madre di Leena che la cerca. Leena riattacca. Il telefono squilla nuovamente: è un ospedale che la informa che sua madre sta per morire e vuole vederla. Leena non vuole raggiungerla ma il marito la obbliga. Quel viaggio e quella visita fanno riemergere il passato della donna e di suo fratello.
È un film sulla rimozione di ciò che ci ha ferito nell’infanzia l’opera prima di Pernilla August, attrice scoperta da Ingmar Bergman che le offrì un ruolo in Fanny e Alexander e che poi ha avuto e continua ad avere una carriera prestigiosa. È un film sulla rimozione perché ci fa sentire quasi fisicamente come la ricerca di una condizione di vita accettabile dopo le sofferenze patite in giovane età reclami sempre una vittima: la memoria del passato. Leena non vuole più sentire parlare di quella madre alcolizzata che odiava ed amava un padre altrettanto disturbato. Perché ritrovare lei significa far riemergere quel passato che, come nel miglior Ibsen, è costato tanta fatica seppellire mentendo a se stessi.
Nel film della August a ciò si aggiunge un ulteriore e altrettanto importante elemento: il padre e la madre di Leena erano emigranti finlandesi. La barriera linguistica e quella socioeconomica finiscono con l’erigersi a ulteriore e determinante ostacolo per una convivenza accettabile. Il film però, come accade nella vita, non sottolinea nei numerosi flashback solo i lati oscuri del vivere in famiglia.
Mostra anche i necessari tentativi messi in atto dai figli per tentare una sopravvivenza, per cercare cioè quel soffio di vita e di serenità che è indispensabile per la crescita di un essere umano.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

«Il male è nelle cose», pensava il protagonista di un romanzo del poeta milanese Maurizio Cucchi. Così in Beyond, prima prova dietro la macchina da presa dell’attrice bergmaniana Priscilla August, il male è insito in ogni inquadratura, in ogni primo piano, in ogni dettaglio. È un male sottile e impercettibile, stratificato nelle cose per addizione. Un male che si accumula con il tempo e si nutre di passato. Si insinua come un fluido fra le maglie dei vestiti, le tazze della colazione e le candeline per la torta di compleanno. Fino a che, prima che ce ne possiamo accorgere, si impadronisce della forma stessa del nostro presente, delle forma di ogni cosa. Ed esplode. Violentemente.
Leena – una Noomi Rapace in stato di grazia – è una donna che vive un idillio costruito su questo male. Ha due splendide bambine e un marito che adora. La sua fortuna però, ha fondamenta fragili, minate da un passato violento che ha nascosto alla sua coscienza come a quella dei suoi cari. Quando, improvvisamente, riceve una telefonata che la chiama al capezzale della madre morente, quel passato ritorna e sbriciola ogni cosa. In lei come fuori di lei. Comincia un viaggio verso l’ospedale dove la madre è ricoverata, che è assieme un andare e un ritornare. Un avvicinarsi e un regredire. L’incontro con la madre accende in Leena la polveriera dei suoi ricordi. La costringe a ritornare alla sua difficile infanzia da figlia di immigrati finlandesi in Svezia. Un padre sempre ubriaco e una madre impotente, pronta a perdonare ogni volta le percosse del marito.
I ricordi, come insegna Ibsen, sono sempre fantasmi. Che in Beyond si fanno brividi della pelle, unghie nella carne, espressioni del volto stralunate e tremori delle mani. La macchina da presa della August si incolla a Leena, riempiendo lo schermo delle sue pupille dilatate, dei suoi fremiti di angoscia, delle febbri del suo passato che ritorna e lei non riesce né ad accettare né a superare. Ma indugia anche su ciò che Leena tocca, sfiora, mangia, fuma. Quando è costretta a stare con la famiglia nel vecchio appartamento dove era cresciuta così da poter assistere la madre, ogni oggetto di quelle stanze le diviene ostile. Lava freneticamente le stoviglie, la tazza del cesso, strappa alcuni vestiti di dosso alle figlie perché erano i suoi da giovane, urla al marito di non toccare nulla. Vorrebbe dominare, da adulta, il mondo che l’ha violentata da bambina. Ma tutto è beyond, dietro, oltre: inafferrabile.
Priscilla August confezione un film inteso e drammatico, arricchito di quella lezione bergamniana che vuole la cinepresa vicino al cuore e alle rughe dei suoi personaggi. E non dimentica le parti fondamentali del dogma di von Trier affinché l’arroganza del cineasta si avvicini alla verità di ciò che accade sulla scena. Quello che più colpisce di questo Beyond è proprio la verità: l’autenticità del lavoro della macchina da presa sugli attori. Che trasforma l’occhio meccanico della telecamera in carezzevole sguardo.
Gabriele Pieroni, da “icine.it”

Mentre sta festeggiando Santa Lucia con le sue bambine e il marito, Leena riceve una telefonata dall’ospedale della sua città natale: sua madre è in fin di vita. Contro la sua volontà, il marito Johann decide di accompagnarla all’ospedale per rivedere la madre, di cui perfino le due figlie ignorano l’esistenza. E’ l’inizio di un viaggio a ritroso nel tempo per confrontarsi con un passato che Leena credeva di aver scordato, ma che si ripresenta in tutta la sua potenza.
Splendida interprete di Fanny e Alexander (Ingmar Bergman, 1982) e già presente a Venezia nel 2009 come protagonista di Una soluzione razionale, Pernilla August presenta nella Settimana Internazionale della Critica la sua opera di esordio alla regia, un dramma sul perdono, e sulla riconciliazione con il proprio passato, liberamente tratto dall’omonimo bestseller della scrittrice finlandese Susanna Alakoski.
Leena (Noomi Rapace, la Lisbeth Salander della Trilogia del Millennio, qui in un intenso ruolo drammatico) si trova improvvisamente costretta a fare i conti con ricordi di bambina cresciuta in una famiglia violenta e disgregata dalla estrema povertà e dall’alcolismo.
L’imminente morte della madre di Leena, Aili (Outi Mäenpää), bellezza già sfiorita in gioventù, consumata dall’alcool e dalle percosse di un marito sempre così ubriaco da non essere neppure in grado di lavorare, fa infatti riemergere i ricordi di una infanzia segnata da violenza e abbandono e dalla morte del fratello. Un passato che Leena aveva, con straordinaria forza di volontà, cancellato dalla propria memoria.
Mentre il marito Johan (l’attore Ola Rapace, anche nella vita compagno della protagonista) cerca di far breccia nel muro di silenzio di Leena, lo spettatore viene poco a poco trasportato dai flashback della protagonista in un inferno domestico, da cui la dodicenne Leena (Tehilla Blad, che ha interpretato la giovane Lisbeth Salander anche nella Trilogia del Millennio) riesce ad evadere solo frequentando con successo le lezioni di nuoto.
Pernilla August usa un punto di vista intimo e soggettivo, lavorando molto sulle atmosfere, senza trascurare le implicazioni meno personali e più “sociali” : quanto è difficile essere poveri, venire da un altro paese – in questo caso la Finlandia – e non parlare la lingua del paese in cui si vive.
Per molto tempo Leena ha mentito a se stessa, per sopravvivere e per costruirsi una normale vita affettiva accanto al marito e alle figlie. Il fluire dei ricordi è una operazione dolorosa ma necessaria per liberare i propri fantasmi e, forse, comprendere l’amore disperato che la madre nutriva, malgrado tutto, per l’uomo che le annientava la vita.
Il film scorre con tempi giusti, ambientazioni efficaci, bravi attori, ed è davvero molto bello e toccante.
di Ada Guglielmino, da “nonsolocinema.com”

Corpo a corpo con gli spettri del passato
Una famiglia felice in una mattina di festa. All’improvviso la giovane madre, Leena, riceve una telefonata che la informa che sua madre è ricoverata in gravissime condizioni. Contro la sua volontà, il marito decide di portarla, insieme alle due figlie ancora piccole, a trovare la donna. Per Leena è anche l’inizio di un doloroso viaggio interiore che la costringe a rievocare un passato cancellato con una forza di volontà impressionante. I genitori, due emigrati finlandesi che non si sono mai veramente sentiti a casa propria in Svezia, vivevano tra abuso di alcol e litigi violenti una passione devastante e cieca, mentre Leena e il fratellino cercavano di sopravvivere ciascuno a suo modo. La ragazzina vincendo gare di nuoto e annotando in un quadernetto i significati delle parole della nuova lingua, diversa da quella materna, il maschio chiudendosi in un suo mondo fino all’implosione. Per Leena, che ha scelto di perseguire la normalità a tutti i costi, mentendo a se stessa e agli altri, questa si rivela l’ultima occasione di affrontare quel mondo oscuro da cui proviene e che, nonostante tutto, le appartiene. (sinossi)
Vincitore del Premio Settimana Internazionale della Critica all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, arriva finalmente nelle sale italiane Beyond, esordio dietro la macchina da presa di Pernilla August (Orso d’Oro come miglior attrice nel 2003 per Om jag vänder mig om).
Tratto dal bestseller dell’autrice svedese-finlandese Susanna Alakoski, “Svinalängorna” (di prossima pubblicazione in Italia), non si può nascondere che a prima vista sembra tratti di una storia antica, purtroppo, come la notte dei tempi: la violenza perpetuata tra le mura domestiche, soffermandosi in particolare sui figli. L’ottica e la mano registica e di scrittura (sceneggiato dalla regista con Lolita Ray) si rivelano però originali, frutto dei suoi studi e di incontri – su tutti quello con Ingmar Bergman, il quale l’ha diretta al cinema, in tv e in teatro.
Nel mirino dell’obiettivo della cinepresa Leena (un’intensa Noomi Rapace), sta festeggiando Santa Lucia con suo marito (Ola Rapace) e le sue piccole, uno squillo e la voce tremante della madre torna da un passato obnubilato – «Ciao Leena sono mamma». Si può mentire a se stessi e al proprio marito rispondendogli che non era nessuno dall’altro capo del telefono? Fino a che punto ce lo si può raccontare?
La August, facendoci assumere in soggettiva il punto di vista della protagonista sembra quasi domandarci – tra i tanti interrogativi – attraverso la sua prima reazione di rabbia soffocata se una madre abbia il diritto di irrompere, perché malata, nella “nuova” vita della figlia così faticosamente costruita. Sostenuta dal marito (emerge una speciale intesa forse incrementata dall’essere sposati nella realtà, oltre che bravissimi interpreti) e dalle figlie, Leena è costretta a tornare alle sue radici. Un viaggio fisico verso il paese d’origine che si alterna con la riemersione del rimosso con un passato che torna a galla violentemente per la donna, elegantemente per lo spettatore per la tecnica narratologica del meta film. I piani si sovrappongono senza appesantire il cambio temporale, forse l’unico peso che può nascere nel cuore di chi osserva impotente è una morsa allo stomaco ed una ferita nell’animo in empatia con la piccola Leena (una sorprendente Tehilla Blad). Una bambina a cui si chiede di diventare adulta troppo in fretta facendo da madre a un padre ubriaco, facendo la donna di servizio con sua madre e materna nei confronti del fratellino più piccolo…troppo piccolo per reggere quella violenza ora sottile ora dirompente tra le mura domestiche. «Nel film i ricordi di Leena adulta sono quasi “fisici”» (dalle note di regia), come fotografie in movimento concretizzano sulla pellicola, marchiandola, quel dolore di infanzia di cui ancora non si è elaborato il lutto. Una storia intima, ma non intimista che ci ricorda le lucide parole di P. P. Pasolini: «È difficile dire con parole di figlio/ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio./Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,/ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore./Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere :/è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia» (da “Supplica a mia madre”):
Forte del suo background e dell’amore teatrale verso Ibsen, la August riesce a creare un viaggio al limen tra presente e passato assopito; è disarmante registrare l’abilità nel tracciare e scandagliare i frames e le sfumature dell’animo di Leena accompagnati, tra le varie tracce, dal Notturno di Chopin. In scena: la corrosione umana, quell’amore coniugale e familiare che dovrebbe proteggere e da cui, invece, nell’infanzia, bisogna proteggersi. Noomi Rapace ci aveva abituati ai suoi occhi neri e ombrosi nelle vesti di Lisbeth Salander nella Trilogia di Millenium, in Beyond quello stesso sguardo magnetico e comunicativo risale dal buio dell’oblio per farci pensare che uno spiraglio di luce per lei e il nuovo nucleo familiare potrà alla fine esserci.
Maria Lucia Tangorra, da “cineclandestino.it”

Il perdono, la riconciliazione, forse sono più utili a chi li dispensa che a chi ne è oggetto. Tratto dal romanzo di Susanna Alakoski, Beyond racconta la storia di Leena, una giovane madre di famiglia, un bel marito innamorato, due deliziose figliolette: una famigliola unita e felice. Ma la notizia del ricovero in ospedale della madre, in fin di vita, la rigetta nell’incubo che era stata la sua infanzia. Per anni Leena aveva accuratamente rimosso ogni traccia della sua esistenza precedente, al marito e alle figlie. Era stata una vita durissima, con due genitori di tragica incapacità, due fragili individui che le difficoltà della vita avevano spinto all’alcolismo e all’indigenza, pur essendo affezionati ai figli. Lena aveva dovuto sopportare un carico di problemi terribili, dovendo attutire i colpi che ricevevano anche per il più vulnerabile fratellino. Tanta responsabilità l’aveva segnata in modo irrimediabile. Costretta a rivedere la madre, deve fare i conti con un groviglio di sentimenti contraddittori, che rischiano di spezzare lei e di incrinare anche il suo rapporto con la famiglia.
Passare oltre (beyond) è l’unica via per salvarsi la vita, ma passare oltre dove e come? Senza l’accettazione e l’elaborazione, i traumi, schiacciati sotto una pietra tombale, fermentano e producono frutti avvelenati. Pernilla August, nota attrice bergmaniana, ha scelto per il suo esordio come regista la storia di una straziante devastazione affettiva, raccontata con un ritmico alternarsi di flashback e con una fotografia volutamente realistica, quasi documentaristica, sensazione accentuata dall’uso della camera a mano (viene in mente l’esperimento alla regia fatto da Gary Oldman nel 1997, Niente per bocca). La regista riesce a far bene risaltare la pietà (nonostante tutto) per i due sciagurati genitori, segnati nella loro debolezza da una vita di dura sopravvivenza, emigrati dalla Finlandia alla Svezia nell’illusione di una vita migliore, ben presto affogati nella miseria e nell’alcool nonostante la grande passione che li univa: una tangibile pietas che non impedisce di partecipare fino in fondo allo strazio affettivo della protagonista, vittima innocente e indifesa. Il film, cupo e dal finale non consolatorio, si avvale dell’ottima interpretazione di Noomi Rapace, non più nascosta sotto l’abbigliamento punk, i piercing e i tatuaggi di Lisbeth Salander, personaggio che le ha dato notorietà. Ottimo anche il resto del cast: Ola Rapace, il marito anche nella realtà, Outi Mäenpää la patetica madre e Ville Virtanen, lo straziante padre. La protagonista da bambina è interpretata da Tehilla Blad.
Si tratta di attori tutti da noi poco conosciuti, ma che con le loro facce normali contribuiscono all’efficacia della narrazione.
Giuliana Molteni, da “moviesushi.it”

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