Another year

Lo scorrere delle stagioni di un anno accompagna la vita di un gruppo di personaggi. Gerri, psicologa e Tom, geologo, sono sposati da decenni e hanno un figlio avvocato, il trentenne Joe che conduce vita indipendente ma non ha ancora una compagna. Gerri e Tom ospitano spesso Mary, segretaria nella clinica in cui lavora Gerri sempre in cerca di un uomo col quale condividere le proprie tensioni. A loro si aggiungerà Ken, vecchio amico di Tom e ora spesso ubriaco. In autunno Joe porterà un sorpresa che i genitori troveranno molto piacevole: Katie, una terapista occupazionale di cui si è innamorato ricambiato. L’inverno una morte improvvisa colpirà la famiglia.
Mike Leigh, dopo la variazione sul tema di Happy Go Lucky torna ai suoi soggetti preferiti: le persone (non i personaggi si badi bene) colte nel loro quotidiano con i piccoli/grandi problemi del vivere e con le piccole/grandi gioie (i pomodori coltivati nell’orto fuori città). Leigh è innanzitutto un grande sceneggiatore. Non c’è uno dei suoi caratteri che pronunci frasi che suonino false ma quello che soprattutto resta intatto nel suo fare cinema è la pietas nei confronti delle persone che ritrae in frammenti di vita in cui ci si può in tutto o in parte riconoscere anche se si vive a latitudini diverse. Sia chiaro che non si tratta di ‘pietismo’. I suoi protagonisti non si piangono addosso. Vivono le loro contraddizioni, ne soffrono, Leigh ci mostra le loro lacrime ma anche i loro sorrisi senza pretendere nè di fare della facile psicologia nè, in questo caso, di analizzare uno spaccato sociale particolarmente definito.
Da quel grande esploratore delle relazioni umane che è, Leigh ci ricorda in questo film che il tempo che scorre su e dentro di noi non può essere controllato ma non va neppure lasciato a se stesso. Siamo noi, ogni giorno, a caricarlo delle nostre aspettative, delle nostre tensioni, del nostro essere vivi. Basta guardarsi intorno e si troverà sempre qualcuno a cui dare e qualcuno da cui ricevere. Basta rinunciare a rinunciare.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

Crudelmente umano
di Roberto Escobar L’Espresso

Tutto è umano, teneramente e crudelmente umano, in “Another Year” (Gran Bretagna, 2010, 129’). Il film inizia su un silenzio ostinato: quello di Janet (Imelda Staunton, una sessantenne che siede di fronte a Tanya (Michelle Austin). È medico, Tanva, e Janet vuole qualcosa che l’aiuti a dormire. Nel suo sguardo ci sono le ombre d’un passato cupo e d’un presente senza attesa di futuro, Con dolcezza, l’altra cerca di “entrare” nella sua infelicità, ma lei ci si rinchiude, muta. Intanto, la macchina da presa si muove sui loro volti e sui loro corpi. Per un attimo, si intravede la sagoma del ventre gravido di Tanya. Così, come per caso, Mike Leigh mostra i due estremi fra i quali corrono le nostre vite: la speranza che le apre e la disperazione su cui possono chiudersi. Non c’è una storia vera e propria, nella splendida sceneggiatura dello stesso Leigh.
“AnotherYear” è diviso in quattro capitoli, uno per stagione, dalla primavera all’inverno. Nei pressi di Londra, e per lo più nella casa di Gerri (Ruth Sheen) e del marito Tom (Jim Broadbeat), si incontrano amici, parenti, colleghi di lavoro. A parte Tanya e Joe (Oliver Maltman), figlio trentenne di Gerri e Tom, si tratta di uomini e donne che sono stati giovani fra gli anni Sessanta e Settanta, proprio come Janet. I loro discorsi quotidiani hanno la semplicità e l’apparente casualità d’ogni discorso quotidiano. Si direbbero anche sereni, nei limiti in cui di norma a tutti noi capita d’esserlo.
Sereni certo sono Gerri e Tom – o Tom e Gerri, come si chiamano fra loro, divertiti. Lei è psicologa, lui è geologo. Si amano ancora, o almeno vivono ancora bene fianco a fianco. Con loro la vita è stata generosa. E serena dice d’essere Mary (Lesley Manville), un’amica,o forse solo una conoscente. Un po’ più giovane di loro, Mary è in attesa d’un amore. Lo è da anni, inutilmente. Ancora più inutilmente fantastica che sia Joe, quell’amore. Ma solo il malandato, grasso, triste Ken (Peter Wright) la vorrebbe. Man mano che i mesi seguono ai mesi, nasce il figlio di Tanya, Joe si fidanza con Katie (Karina Fernandez), di Ken si perdono le tracce… E quando “Another Year” finisce, attorno alla tavola apparecchiata di Gerri e Tom la serenità si intreccia con la disillusione, La macchina da presa si ferma sul volto di Marv, e ce ne mostra la chiusura muta, senza attesa di futuro. Proprio come su quello di Janet, all’inizio. È passato un anno, uno in più, e la vita sta come sempre in bilico fra speranza e disperazione.
Da L’espresso, 10 febbraio 2011

Che magone la famiglia anche quando è felice
di Natalia Aspesi La Repubblica

I 129 minuti di Another year sono scanditi dalle stagioni, primavera, estate, autunno, inverno, e ogni stagione ha il suo lavoro nell’ orto e i suoi eventi, piccoli eventi di vita di tutti: i protagonisti si chiamano Tom e Gerri, invecchiano e imbruttiscono insieme, lui con la pancetta lei con un impressionante doppio mento, e sono armoniosamente felici. Se si va a vederlo, perché il film si sa che è bello e si è in tanti ad amare il quasi settantenne inglese Mike Leigh, che lo ha scritto e diretto con la massima intensità, magari in un momento di particolare scontentezza personale, può darsi che si finisca col pensare: ma non è che anche al meglio, quando hai tutto quello che si deve avere, una bella famiglia serena e unita, un buon lavoro al servizio della comunità, una casa carina, gli amici, una passata giovinezza entusiasmante, la vita che passa e si allontana dall’ unica luce, quella della giovinezza, in attesa dell’ immancabile buio, sia comunque una schifezza? Forse Leigh non aveva questa intenzione, però mostrandoci lo sperdimento e l’ infelicità di chi invecchia in solitudine, non vuole neppure dirci che l’ unica soluzione per sopportare la vita sia la famiglia: una famiglia apparentemente invidiabile come quella del geologo Tom (Jim Broadbent) e della psicologa Gerri (Ruth Sheen), più o meno sessantenni, che vivono in osmosi di gusti e di gesti, e del trentenne figlio Joe dalle guance rotonde, avvocato dei poveri, che finalmente trova la fidanzata giusta, una terapista degli anziani, scialbetta ma giovane. No, anche la famiglia può essere insopportabile, fonte di disperazione e umiliazione: infatti Another year inizia con un breve preludio in cui appare una formidabile Imelda Staunton, che fu la protagonista di Il segreto di Vera Drake sempre di Leigh, Leone d’ Oro a Venezia nel 2004, e lei miglior attrice: chiusa in una sua impenetrabile disperazione, vuole dai medici solo qualcosa che la salvi dall’ insonnia e si rifiuta di indagare sul disastro della sua famiglia. Cosa vorrebbe, le chiedono: «Un’ altra vita, ma niente può cambiare». E alla fine del film c’ è il luttuoso aspro squallore dei rapporti tra il vecchio Ronnie, fratello di Tom, e l’ astioso figlio Carl, tornato a casa furibondo e intrattabile solo per il funerale della madre. Generosi, ma forse anche un pochino crudeli nel mostrare la loro solida unione, Tom e Gerri accolgono nei fine settimana gli amici senza famiglia: Ken (Peter Wight) che era un bell’ uomo ed ora è un malinconico ciccione zeppo di birra; e soprattutto Mary (Lesley Manville), forse cinquantenne, pettinata e vestita da ragazza, smaniosa d’ amore, troppo allegra e affannata, troppo chiacchierona e alcolica, disperata al punto di illudersi che il giovane Joe possa in qualche modo amarla. L’ hanno sopportata per tanto tempo Tom e Gerri, con indulgenza, ma quando Mary si scaglia contro la ragazza di Joe i due capiscono, e la allontano: la famiglia non si tocca. È inverno, dopo il desolato funerale-lampo della moglie, Ronnie è ospite dolente del fratello Tom, e ritorna a scusarsi una Mary senza più illusioni, immersa nel lutto della sua sconfitta, ammutolita, ferita. Arrivano attorno al tavolo i ricordi: quella coppia felice nel suo invecchiare giorno per giorno, che forse beve più di quanto dovrebbe, ha avuto una giovinezza viva, impegnata, intrisa del suo tempo: l’ incontro all’ università, il loro 68, l’ epocale concerto all’ isola di Wight, un memorabile viaggio lungo sette mesi, insieme e concedendosi tutto il meglio, dall’ Australia all’ Europa, attraversando l’ India e il Pakistan, il Kurdistan e l’ Afganistan. Hanno vissuto alla grande, ora hanno tutto ciò che desiderano, si amano ancora: ma allora perché si esce dal cinema con un tremendo magone? Gli attori, che sono già comparsi in altri film di Leigh, sono eccezionali, nella loro naturalezza. Ci si chiede: ma il nostro cinema accetterebbe come protagonista di una storia d’ amore coniugale un’ attrice bravissima e imbruttita dagli anni, non violentata dalla chirurgia estetica, simile a tutte le donne vere del mondo?
Da La Repubblica, 1 febbraio 2011

Mike Leigh e l’arte segreta di fare buon uso del tempo
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

E se il cinema invecchiando diventasse maestro nella difficile arte di invecchiare, per non dire di vivere? Se questo linguaggio fatto di spazio – ma soprattutto di tempo, anche se il tempo è sempre così difficile da filmare – ci mostrasse una santa volta come fare buon uso del tempo che ci è concesso, e anche di quello che ci siamo ormai lasciati alle spalle?
Naturalmente Mike Leigh non “insegna” proprio nulla. Però Another Year e i suoi strepitosi interpreti (ignorati a Cannes anche se meritavano una palma collettiva) ci mostrano con concretezza quasi dolorosa cosa (ci) facciamo quando agiamo in un modo o nell’altro nella nostra vita di relazione. Il tutto arpeggiando su una tastiera così ristretta che si stenta a credere possa uscirne una musica così ricca e profonda.
Quattro stagioni, un pugno di personaggi, qualche cena, molti tè, una partita a golf, un funerale. E una seduta dal medico che dà il “la” all’intero film. Allo straordinario regista di Naked, Segreti e bugie, Happy-Go-Lucky, uno dei più grandi (e dei meno vistosi) della nostra epoca, bastano poche inquadrature per evocare quarant’anni di amicizia, di amore coniugale, o di smarrimenti e delusioni sentimentali. Sempre prendendo il tema di lato, con qualche rapido affondo che scena dopo scena illumina vite, caratteri, scelte ed abbagli dei protagonisti.
C’è la coppia felice da sempre, lui geologo, lei psicologa (Jim Broadbent e Ruth Sheen), con figlio unico ormai in età da famiglia, che a volte (senza volere?) brandisce questa felicità quasi come un’arma . Ci sono gli amici single (termine che qui suona come un crudele eufemismo), con il loro corteo di rimpianti, occasioni mancate, incapacità croniche: come la svitata, adorabile, imperdonabile Mary, e il corpulento Ken, in guerra con la dittatura dei giovani (Lesley Manville e Peter Wight). E poi quel fratello maggiore ormai anziano, di cui ignoravamo l’esistenza, che incontriamo solo per il funerale della moglie. Funerale al quale il figlio si presenta in ritardo. Affrescando in pochi minuti di ostilità e risentimento decenni di inferno famigliare. Perché ogni scena spalanca un mondo grazie a un sottotesto ricco e vario come il sottosuolo esplorato dal protagonista, e alla bravura meravigliosa degli attori. Che sarebbe un vero delitto vedere doppiati.
Da Il Messaggero , 4 febbraio 2011

Le certezze di Tom e Gerri
di Dario Zonta L’Unità

Un altro anno nella vita di una coppia di cinquantenni: Tom (Jim Broadben) geologo al servizio dello Stato, e Gerri (Ruth Sheen) psicologa dei servizi sociali. Vivono in una casetta nella periferia di Londra, hanno una passione per l’orto che sfogano nel backyard di casa, hanno un figlio, Joe, in cerca di moglie, e un ristretto gruppo di amici con cui hanno rapporti sporadici fatti di partite a golf, domeniche davanti al grill, chiacchierate in allegria. Tra questi amici c’è una collega Mary (Lesley Manville), che frequenta assiduamente la casa dei nostri, interrompendo il loro quieto vivere con i suoi piccoli problemi che rivelano un disagio profondo. L’arrivo nella casa di Gerri e Tom della nuova fidanzata del figlio, crea un qualche scompiglio. I genitori sono protesi e attenti, il figlio emozionato, e la giovane donna attenta a compiacerli in tutto. A guastare la festa è l’ennesima visita di Mary, segretamente innamorata del giovane Tom, che reagisce in modo sempre più scomposto alla novità, fino a causare una reazione forte dei suoi amici. Altri piccoli e grandi accadimenti definiranno le stagioni di questa famiglia (come la morte della moglie del fratello maggiore di Tom e il funerale nella casa a Derby) fino a comporre il quadro di un altro anno. Ecco, questo Another Year è il nuovo lavoro di Mike Leigh. Di solito non ci piace abbandonarci agli elementi della trama di un film, pensando che sia giusto lasciare allo spettatore tutti i margini di sorpresa del caso. Per Another Year, però, facciamo un’eccezione, consapevoli del fatto che proprio la mancanza – apparente – di grandi eventi narrativi sia il punto di partenza del nuovo, incredibile, lavoro del maestro inglese: raccontare la vita di tutti i giorni, il quotidiano di una coppia nel corso di un anno di vita, selezionando quattro week end, uno per ogni stagione. Questa è la sfida più grande del cinema, quella a cui spesso proprio il cinema viene meno: entrare nel vissuto, nei momenti normali e scovare attraverso questi una qualche ragione più profonda che muove le cose della vita e l’esistenza delle persone. Non crediate che in Another Year non succeda niente, anzi il contrario. Il film è pieno di tante piccole cose, discussioni, confessioni, silenzi, attese, risate, arrabbiature…, e di tanti piccoli eventi che tutti insieme vanno a comporre il puzzle di una vita. Il mistero del film risiede altrove, nella capacità unica di Mike Leigh di restituire attraverso la sceneggiatura e il lavoro con gli attori quelle allusioni altrimenti invisibili al cinema.
AFFETTUOSO E CRUDELE
Lo sguardo di Leigh sugli uomini, è al tempo stesso crudele e estremamente affettuoso. È come un padre esigente e severo che scruta e critica i suoi figli per l’unico motivo che li ama, e pur criticandoli e strapazzandoli non potrebbe fare a meno di loro. È così che riesce a portare in primo piano e dare importanza a dettagli apparentemente insignificanti, a frasi lasciate a mezz’aria, espressioni incerte pause di silenzio. Non sono film di azione, ma di azioni emotive, perché dentro ai suoi personaggi tutto si muove, anche se rimangono placidamente seduti a sorseggiare una «cup of tea» o una pinta di birra al pub. In Another Year finiamo per odiare Gerri e Tom, così «giusti», simpatici, intelligenti, politicamente corretti, mai colti in fallo, nella loro casa così perfetta, frutto della loro relazione d’amore e d’amicizia costruita negli anni. La loro casa, che inizialmente ci appare come un luogo attraente, dove vorremmo essere accolti, proprio come il personaggio di Lesley Manning, che infatti cerca continuamente rifugio da loro, si rivela alla fine come una fortezza inespugnabile,un luogo chiuso e respingente dovenon sono ben accetti gli amici di vecchia data con i loro problemi e le loro ansie. Tom e Gerri rivelano la loro vera anima egoista e ipocrita, il loro essere incapaci di accettare chi è diverso da loro – anche se vecchio amico – perché mette in pericolo le certezze del loro piccolo mondo.
Da L’Unità, 4 febbraio 2010

Mike Leigh? Più inglese che mai
di Lilla Jordan Liberazione

Cosa è successo al Mike Leigh di Naked e Segreti e bugie? Blocco creativo o scelta minimalista a perdere? Il suo cinema stretto sulle vite di esseri a loro modo ciascuno straordinari (nella assoluta normalità) si è andata lentamente trasformando in un cinema di banalità a volte straordinarie. E non è un complimento. E’ il caso di questo sopravvalutato Another Year, esaltato a Cannes che del resto ama tutti i “maestri” e quando li adotta è per sempre.
Qui siamo costretti a fare penitenza osservando la vita della coppia sessantenne formata da Jim Broadbent e Ruth Sheen, imbruttiti ulteriormente da fotografia e trucco, a sottolineare la loro normalità.
Una coppia resistente, che ha imparato – dopo la pensione – a coltivare altre piccole passioni comuni quali l’orticello, gli amici e le classiche domeniche con barbecue nel giardinetto dietro casa. Loro reggono, ma gli amici in compenso sono un vero disastro. La ultracinquantenne affamata di marito, l’ex bellone rovinatosi con l’alcol, il figlio cicciottello che non trova la sua lei, etc. Passano le stagioni (proprio, uno-due-tre-quattro. Come un pendolo che conduce verso la morte) e tutto resta uguale: le disperazioni aumentano, il tempo peggiora e poi migliora inutilmente, mentre i due poveretti della coppia centrale tentano pazientemente di salvare il loro salvabile. Più o meno la storia che potremmo raccontare tutti noi, chi in un ruolo chi nell’altro. Ma il cinema non è fatto per l’ordinarietà. La sopporta solo se nasconde la luce dell’eccelso, dell’unico, dell’universale. Leigh invece ci relega nel cortiletto dell’Inghilterra e lì ci dimentica per tutta la durata del film, lasciandoci poi andar via assai più tristi e umidi di quando siamo entrati. Va bene la banalità del male, ma da Leigh – se è ancora un maestro – ci aspettiamo qualcos’altro.
Da Liberazione, 5 febbraio 2010

Una coppia non fa rima con famiglia
di Roberto Nepoti La Repubblica

I 129 minuti di “Another year” sono scanditi dalle stagioni, i protagonisti sono il geologo Tom e la psicologa Gerri, lui con la pancetta lei con il doppio mento, e sono felici. Mike Leigh ci spinge a riflettere sulla possibilità che anche con una bella famiglia serena e unita, la vita possa comunque essere una schifezza. L’ occasione di un funerale scatena i ricordi: l’ incontro della coppia all’ università, il ‘ 68, il concerto all’ isola di Wight, un viaggio di sette mesi dall´Australia all´Europa, attraversando l´India e il Pakistan, il Kurdistan e l’ Afganistan. Hanno vissuto alla grande, ora hanno tutto ciò che desiderano, e si amano ancora: ma allora perché si esce dal cinema con un tremendo magone? Gli attori, già comparsi in altri film di Leigh, sono eccezionali, nella loro naturalezza.
Da La Repubblica, 5 febbraio 2010

La felicità di Tom e Gerry un mistero tutto da scoprire
di Alessandra Levantesi La Stampa

Delle tante commedie vere come la vita che il regista inglese Mike Leigh ci ha regalato, questa è la più cechoviana per il modo in cui intreccia sui fili del quotidiano il tema dell’aspettativa (vana) di felicità. Cadenzato sui tempi delle quattro stagioni, Another year si svolge durante. altrettanti weekend nella casa dei londinesi Tom e Gerry, i quali sposati da oltre 30 anni vivono sereni uno accanto all’altro. Per questo motivo sono diventati il rifugio di amici che, malati di solitudine e frustrazione, cercano magari rifugio nell’alcool come fa Mary. Nel film non succede nulla di particolare: incarnati con estrema naturalezza da intonatissimi attori i personaggi si incontrano, chiacchierano, si confessano, ridono, piangono. Chi soffre seguita a soffrire e il segreto della felicità di Tom e Gerry – hanno avute di più oppure, semplicemente, non pretendono chissà che cosa? – rimane avvolto nel mistero.
Da La Stampa, 4 febbraio 2011

Foto di famiglia in un giardino
di Valerio Caprara Il Mattino

Può essere che un film come «Another Year» debba essere presentato e commentato sottovoce, senza spingerlo sulla ribalta dove si fronteggiano esperti e spettatori. Mike Leigh, del resto, è un regista ben poco glamour, che onora a modo suo la scuola britannica tenendosi equidistante dai prodotti accattivanti o spettacolari e quelli ultra-politicizzati o polemici alla Ken Loach: l’autore di «Segreti e bugie» e «Il segreto di Vera Drake» ama, in effetti, studiare i microcosmi familiari privilegiando una normalità che confina con lo squallore, dettagliandone le minime, se non minimalistiche peripezie e intensificando lo studio dei comportamenti senza l’ausilio d’invenzioni narrative o picchi di suspense, bensì grazie all’identificazione totale degli attori. Una scelta che lo rende un beniamino di festival, rassegne e assortite premiazioni, ma può risultare ostica a coloro che non credono nella psicologia e sociologia applicate sotto (apparente) vuoto di sceneggiatura al racconto audiovisivo di finzione: cosicché, in questo caso più che mai, un giudizio critico ragionevole si ritrova subordinato all’individuale propensione. Ecco, allora, centoventinove minuti di pellicola scanditi dal trascorrere delle stagioni e centrati sui protagonisti, il geologo Tom (Broadbent) e la psicologa Gerri (Sheen), appassionati, ahinoi, di giardinaggio e contornati da personaggi parimenti piccoloborghesi e «quotidiani» come la collega depressa, il figlio alquanto amorfo o l’amico campagnolo: Leigh è abile soprattutto nel dare informazioni sul passato del suo bestiario umano con qualche scambio di battute e nel dare conto delle «piccole tragedie senza importanza» che determinano la logica esistenziale di ciascuno. Ci vuole coraggio, insomma, nell’accompagnare facce sgradevoli e corpi stropicciati in un tour ripetitivo – cucinare, chiacchierare, ridere, disperarsi, ubriacarsi – dal quale dovrà sprigionarsi la scintilla della verità «ultima», dell’indecifrabilità dei rapporti, della peculiarità dei destini. Si sarà capito che si tratta di un cinema che costringe, con morbida forzatura, a spiare sino allo sfinimento le impercettibili variazioni di espressione, tic, postura e persino pensiero comunicate a grandezza di schermo dalla iper-disciplinata «naturalezza» degli interpreti. Il senso di malinconia che si prova alla fine del film dovrebbe costituire un altro dei suoi squisiti valori formativi e umanistici, ma non è strano che a qualcuno torni in mente una delle massime di Hitchcock: «Certi film sono pezzi vita. I miei sono pezzi di torta».
Da Il Mattino, 4 febbraio 2011

Microcosmo di emozioni tra due anziani innamorati
di Gian Luigi Rondi Il Tempo

Ancora, per Mike Leigh, pagine di vita. Come, anche di recente, ne “La felicità porta fortuna”, candidato all’Oscar 2009, e ne “Il segreto di Vera Drake”, Leone d’oro alla Mostra di Venezia nel 2004. Dalla primavera all’inverno. Quattro stagioni nell’esistenza di due coniugi già anziani, lui geologo, lei psicologa. Le loro professioni, però, restano di sfondo, in primo piano l’orto, che coltivano con passione, e gli amici e i parenti: un figlio e un fratello che si alternano tra le pieghe delle loro giornate pretendendo attenzione; un’amica non più giovane, attraversata da periodiche crisi sentimentali (tra l’altro è silenziosamente innamorata del figlio dei due che invece sta per fidanzarsi); un altro amico che, vedovo a sua volta, riunisce tutti i suoi in occasione del funerale della moglie, funestato, però, da atteggiamenti irosi e aggressivi di un suo figlio emerso quasi dal nulla dopo assenze ripetute … Personaggi, anche quelli più di fianco, incisi sempre con segni forti ma quasi minuziosi, per condurre avanti l’azione molto più con le loro psicologie che non con i loro gesti, di solito quieti, appena accennati, anche quelli dell’amica in crisi i cui tormenti affiorano soprattutto dai dialoghi, netti, precisi, e da una mimica dell’attrice che la interpreta (Lesley Manville) che si affida quasi soltanto a sfumature sottili, spesso addirittura interiori. Con i climi attorno che, anche quando i personaggi parlano molto, sembrano privilegiare solo il silenzio: nelle vite di tutti, nel loro modo di esprimersi, in quelle atmosfere in cui le delusioni, le amarezze e poi anche la morte (da uno ricordata in lacrime, da una altro sofferta nel presente con dignità severa) gravano, ma senza enfasi, per tutta la vicenda, finendo per diventare il colore stesso del film e della sua rappresentazione della realtà umana. Unico segno disteso e sereno, la presenza e i modi della coppia di anziani (Jim Broadbent e Ruth Sheen), non dissimili, per accenti sommessi, dal composto dolore del fratello vedovo (David Bradley). Recitato soprattutto in primo piano.
Da Il Tempo, 4 febbraio 2011

Un esperimento esoterico sul corpo degli attori
di Roberto Silvestri Il Manifesto

Passano le stagioni….primavera, estate, autunno, inverno. C’è una famiglia moderatamente agiata e anziana, lui ingegnere geologo, lei consulente medico-psicologo, e ci sono i loro amici. L’amore e la solitudine, la gioia e la tristezza, la speranza e la disperazione. L’evasione e la routine. Gli ospiti desiderati e quelli che si impongono un po’ troppo. Una partita di golf finita sul ridere, i ricordi di un lungo viaggio esotico, forse il top della felicità assieme al festival di Wight 1970 e alle utopie hippies accantonate. Molto whisky, l’orto, una cucina dal volto umano. Una nascita, un funerale, un campionato di serie minore che, anche questa volta, il Derby ha perso. Il tempo passa…Forse riuscire a sconfiggere la solitudine, inventare la complicità di coppia è un po’ come battere la morte. Chi ci riesce trasmetterà ai figli forza e consapevolezza.
Non ha sceneggiatura preventiva, né ossatura narrativa biologicamente corretta, questo film rigonfio di dialoghi e di psicologia, ambientato, oggi, nei sobborghi di Londra. E ha un budget più basso del solito (meno di 5 milioni di sterline). Prima delle riprese è poi mancato il fido produttore di sempre, Simon Channing Williams, a cui è dedicato Another Year (un altro anno), il nuovo esperimento di recitazione improvvisata, guidato da Mike Leigh.
Ormai un’istituzione del cinema pubblico inglese, il cineasta Mike Leigh, sedicente «socialista» («ma il Labour è stato troppo timoroso sulle questioni culturali», dichiara, e poi «in Gb bisogna fare come in Australia: rendere il voto obbligatorio per conquistare una democrazia più sana»), ha brevettato una ricetta segreta, esoterica e mai ortodossa, per ottenere il massimo dai suoi attori (una ventina questa volta, di cui sei principali, tre «sani» e tre «malsani»), sbriciolandone completamente la tecnica e trasformandoli in «mostri di umanità» (il tragitto opposto a quello di Andy Warhol, che faceva partorire il divino, fosse pure maligno, delle sue superstar). Personaggi che, come calamite, rapiscono il pubblico con un nonnulla, soprattutto giganteschi nei silenzi, quando non giocano la palla, e lo conducono, tra inquietudine e preoccupazione, gesti, sguardi e risate liberatorie, in un viaggio al termine delle emozioni. A questo punto Leigh, come un direttore d’orchestra dal tocco impressionista, le addenserà e isolerà, sovrapporrà o districherà lasciando al pubblico, mai distratto dagli incastri dell’azione, il finish interpretativo.
Il segreto del cinema di Leigh, unico, è che gli attori vengono progressivamente spogliati della loro corazza, il mestiere teatrale («spesso John Cassavetes non ci riusciva»), secondo Leigh, spesso paragonato a lui) e questo perché la lunga fase di prove (dove si fabbricano le atmosfere, le tonalità delle scene, le personalità e i «duetti») viene poi annullata nel «work in progress» delle riprese e della post-produzione che dà anche un bel colpo ai «mestiere di vivere» di chi interpreta Tom e Gergi (la coppia «solida») e di Leslie Manville e Peter Wight, rispettivamente Mary e Ken (i due loro amici, imprigionati da una solitudine senza ormai più speranza), mentre Joe, il figlio di Tom Gerri, compiuto un impeccabile rito di incorporamento con il padre, è pronto per «another life» e Ronnie, il fratello di Tom, che ha perduto la moglie, è in stato catatonico e confusionale, permettendo a Mary un monologo da mattatrice.
È per questa quasi magica conquista dei corpi e delle anime degli attori che, anche senza copione solido, Leigh convince sempre, Non è un caso che Jim Broadbent, nel film Tom, e sua moglie Gerri (Ruth Sheen), sono un geologo e una medico-psicologa, insomma sono un po’ il doppio del regista, capaci di scendere bene in profondità nelle viscere delle persone, isolandone le sostanze vitali e quelle mortifere.
Da Il Manifesto, 04 febbraio 2011

Paola Casella
Europa

Nessuno oggi meglio di Mike Leigh, il regista di Segreti e bugie e Il ritorno di Vera Drake, è capace di accendere i riflettori sulla quotidianità e sulla gente comune dando loro una centralità che il cinema di cassetta ignora. Questa volta Leigh racconta un anno nella vita di una coppia di anziani felicemente sposati e gli amici che si rifugiano periodicamente nella loro casa per cercare riparo alla solitudine e al senso di fallimento esistenziale.
Leigh mostra, con grande delicatezza, come ci siano persone che riescono a crearsi una vita felice e altre invece destinate ad andare alla deriva. E ci mostra come i grandi temi, dall’amore alla vecchiaia, dalla famiglia all’amicizia, possano essere esaminati anche all’interno della più totale normalità, del più piccolo dei microcosmi. Se qualcuno avesse un dubbio sul senso di un film in cui succede assai poco, basta che tenga a mente la breve scena iniziale con la bravissima Imelda Staunton, che contiene in sé tutto il messaggio di Leigh: per alcune persone l’unico modo per migliorare la propria vita sarebbe ricominciare tutto daccapo.
Da Europa, 5 febbraio 2010

Il cinema di Mike Leigh è fatto di vita vissuta, di intrecci di esistenze che si nutrono del quotidiano dove trovano spazio miserie e piccole gioie, disperazione e amore. Ancora una volta i personaggi del regista inglese parlano di noi, raccontano un’umanità che attinge dal vero e che si fa materia di racconto il cui valore, nonché il fascino, narrativo risiedono proprio nell’autentico.
Nel trascorrere di un anno, scandito dal passaggio delle stagioni, Leigh traccia la parabola di un’amicizia ma anche di un insieme di vite che, nel loro incrociarsi, sfiorarsi e scontrarsi, si avviano – inevitabilmente – verso un cambiamento. Il passare ineluttabile del tempo diventa così non solo il susseguirsi degli anni ma, fuori dall’ovvietà del suo naturale dispiegarsi, si fa unità di misura esistenziale per determinare le dimensioni di scelte, percorsi e decisioni che hanno fatto di noi ciò che siamo ma, non sempre, quello che vogliamo.

Una straordinaria Lesley Manville fa della sua Mary un concentrato di frustrazioni e miserie di agghiacciante realismo. La paura di attraversare il guado della mezza età e lo sgomento di fronte ad una verità che si sforza di non accettare rendono questo personaggio, nel contempo, sublime e urticante. Sublime perché la Manville rilascia, attraverso i gesti e le espressioni, tutto il dolore dell’animo umano desideroso di amore e schiacciato dalla solitudine; urticante perché la sua estenuante logorrea e l’isteria (etilica e non solo) ne fanno un insopportabile fardello che anche i suoi amici più intimi, come Gerri e Tom, trovano sempre più difficile da tollerare.
Leigh guarda i suoi protagonisti con spietato realismo, li mostra nelle loro debolezze e, attraverso l’umana fragilità legge il nostro mondo interiore e non. Ciò che accade nelle storie che racconta sono piccoli, grandi eventi che, pur nella consuetudine del quotidiano, spezzano equilibri, alterano rapporti, operano – insomma – quei cambiamenti endemici della vita.
Una “normalità” (o presunta tale) che non è sempre facile da narrare e da filmare ma in Another Year, il regista dimostra, ancora una volta, come il reale sia la materia ideale sulla quale plasma il suo cinema. La scelta felice degli attori, che permeano di verità i loro caratteri, rafforzano il senso di vitale realismo di ogni inquadratura commuovendoci e irritandoci, senza rinunciare al sorriso e alla riflessione. Lo “spettacolo”, qui, è nel quotidiano, nella messa in scena del consueto con la sua peculiare bellezza: quella (anche tragica) del vero.
Eleonora Saracino, da “cultframe.com”

Hortus conclusus
No, modificando il titolo italiano del film precedente di Leigh, la felicità non porta fortuna. O quanto meno non sembra portarla la felicità altrui. Tom e Gerri, i due coniugi sessantenni dal nome buffo, affiatati e innamorati, esponenti di una middle class colta e liberal, al centro del microcosmo messo in scena dal regista inglese non sono Poppy, o forse ne sono la versione invecchiata che alla ricerca ottimista della felicità (anche degli altri) ha sostituito la cura e difesa della propria. Il vitalismo anarchico della gioventù condito dello spirito di Wight, sopravvissuto all’epoca thatcheriana, ha lasciato il posto alla quieta raccolta e al godimento dei frutti ottenuti: il piccolo orto appena fuori città che la coppia lavora con dedizione e in armonia coi cambiamenti climatici rende con semplicissima efficacia, senza scivolare mai nel simbolico, il senso del loro way of life. La serenità epicurea di Gerri e Tom, priva di segreti o bugie che possano macchiarla, è il risultato di scelte personali, di sforzi consapevolmente mirati a quest’obiettivo e di coincidenze fortunate. La vita è stata generosa con loro ma loro hanno anche presumibilmente lottato per ottenere questo appezzamento di felicità. Se lo meritano, se lo tengono stretto. Ed è probabilmente in questo “tenerselo stretto” che si gioca la sostanza più drammatica dell’ultimo lavoro di Mike Leigh.
Formidabile studio sulla (in)felicità e sull’ambivalenza della reazione ad essa, Another year è scandito in quattro weekend, uno per stagione. Un anno, un altro anno, un anno come tutti gli altri (ambivalente già il titolo: progresso/immutabilità). Gli eventi della vita (nascita, morte, incontri cruciali) sono tutti fuori campo, in campo c’è ciò che di questi eventi si sedimenta tra le rughe dei volti e le incertezze rivelatrici dei gesti, ciò che la banale e conviviale quotidianità (barbecue, bevute al pub, pranzi, cene) lenisce o ulcera. Nonostante l’apparente bonarietà degli incontri, più che negli altri film di Leigh si avverte qui non solo la consapevolezza del tempo che scorre e fugge ma anche l’ombra della morte, la confortevole abitazione di Tom e Gerri prestandosi come un baluardo contro siffatte angosce. Mike Leigh lavora su e con questo materiale umano con la solita maestria, rifuggendo da un realismo piattamente fotografico così come dalla limitatezza dell’opera a tesi, rivelandone progressivamente la crudeltà sotterranea, mantenendo comunque uno sguardo instancabilmente umanista e mai giudicante. Another year col suo presunto ritmo pacioso e sorridente finisce così col mettere in crisi certezze e aspettative del pubblico (un campanello d’allarme dovrebbe già suonare nell’incipit col bellissimo cameo di Imelda Staunton), ricalibrando via via il rapporto tra e con i personaggi in scena e, in modo più sottile, sgretolando progressivamente l’idea di coralità per far emergere un penetrante ritratto di donna (la Mary impersonata da Leslie Manville, in una prova gigantesca in doloroso e urticante equilibrio tra macchietta e tragedia, apice di un cast al solito mirabile e mirabilmente preparatosi – il “preparatosi” è d’obbligo visto l’ormai collaudato metodo di lunghe prove che precede la stesura definitiva del copione – sotto l’occhio vigile e indagatore del regista).
Nella casa di Gerri e Tom trova accogliente riparo un piccolo gruppo di amici e parenti, che attorno al tavolo della cucina, in giardino, immersi nella chiacchiera amicale, cercano di riaversi dalle amarezze continue della loro esistenza, consolati dall’affetto degli ospiti e aiutandosi spesso con l’oblio dell’alcool (“less thinking, more drinking” si legge sulla maglietta di uno di loro). Uomini e donne feriti dalla vita e che non hanno forse avuto la stessa tenacia e la stessa fortuna dei padroni di casa: Mary, irrequieta collega di Gerri, bellezza sfiorita alla patetica ricerca di una freschezza perduta e disperatamente sola, Ken, amico di vecchia data sovrappeso e acciaccato e anch’esso oppresso dalla solitudine e dalla realtà della vecchiaia, il silenzioso Ronnie, fratello di Tom, impietrito dalla depressione e dalla recente vedovanza, in rotta con l’astioso figlio Carl (il figlio di Tom e Gerri invece, Joe, dopo una prima fase lievemente malinconica – tutti i suoi amici si sono sposati, lui ancora no – rientra presto nell’alveo della felicità/fortuna familiare trovando nell’allegra e un po’ sciapa Katie la sua dolce metà). Gerri e Tom, lei psicologa, lui ingegnere geologo, osservano queste persone con una tenerezza frenata dal distacco delle proprie inclinazioni professionali tendenti allo “scavo”, che sia la terra o la psiche umana. Negli sguardi che si scambiano complici durante gli sfoghi degli amici affiora un’ambiguità d’approccio in cui l’empatia sembra più di una volta scollinare nel paternalismo, l’amorevole comprensione lasciare il posto a un malcelato (e forse inconsapevole) senso di superiorità. S’insinua così nel disegno del rapporto tra loro e gli altri un dubbio destabilizzante: se la felicità di Gerri e Tom è misura dell’infelicità altrui, forse è vero anche il contrario, i due coniugi rafforzando la propria serenità e la solidità del proprio piccolo mondo proprio dall’accostamento con le miserie altrui. Miseria che va però allontanata non appena rischia di costituire una minaccia per la tranquillità dell’orto familiare, come accade in uno dei momenti più duri (e illuminanti) del film (l’allontanamento di Mary in seguito al suo comportamento sgarbato nei confronti della fidanzata di Joe, sul quale la donna aveva stoltamente messo gli occhi fantasticando un improbabile e salvifico nuovo amore).
La messa in scena di Leigh rifiuta sì ogni partigianeria o griglia univoca di lettura ma la macchina da presa rivela chiaramente dove concentrare sguardo e attenzione, fin dal potente incipit abitato dal volto indurito di Janet, donna di mezz’età che risponde ai tentativi di indagine sul suo malessere con poche parole smozzicate, opponendo all’offerta di comprensione professionale un muro di dolorosa durezza, un accenno borbottato al desiderio di un’altra vita e la reiterata testarda richiesta di qualcosa per dormire, solo quello e nient’altro (della donna non sapremo più nulla). Nel primo incontro (il secondo sarà con Gerri), l’obiettivo dopo esser rimasto fisso sul volto della Staunton si sposta leggermente per lasciar intravedere il pancione del medico, foriero di una gioia imminente, di una vita ancora da delineare: un piccolo movimento che traccia una linea di demarcazione netta tra due dimensioni esistenziali opposte. Sulla dialettica tra primo piano e gusto del dettaglio Leigh impernierà la costruzione del suo racconto, soffermandosi in particolare sui volti dei suoi protagonisti più tormentati (e in primis su Mary), campi di battaglia devastati da emozioni contrastanti, dalla lotta impari tra barlumi di speranza e ondate di disperazione, e riassestando senso del narrato e possibilità interpretative per forza di particolari che siano piccole azioni, oggetti o le indicazioni offerte dall’accurata costruzione (e gestione) degli ambienti, come sempre nel cinema di Leigh (si veda ad esempio come le vistose differenze tra le abitazioni dei due fratelli Tom e Ronnie raccontino più del loro rapporto, fatto verosimilmente di allontanamenti e incomprensioni macerate nel tempo, di quanto facciano le poche parole scambiate).
L’abitazione di Tom e Gerri da nido in cui cercare e trovare conforto rivela dunque anche il suo aspetto di fortezza da cui sentirsi esclusi. Nella parte conclusiva dell’ultimo segmento narrativo, in assenza dei padroni di casa, una Marie afflitta e ormai disincantata si ritrova assieme a Ronnie e al loro comune sconforto in stanze d’improvviso gelide, il freddo grigio-azzurro dell’inverno fuori invadendo anche gli interni (sempre esatti i toni della fotografia del fidato collaboratore Dick Pope). Con il ritorno dei coniugi, torna anche l’illusione del calore/colore, sciolta in un misurato abbraccio riconciliatorio. Rimane però la sensazione amara di una mancata compenetrazione tra felicità e infelicità, di un fallito meccanismo di vasi comunicanti, di un riequilibrio rimandato a mai. A suggellarla è lo splendido (e devastante) carrello finale che attorno all’ennesima tavola apparecchiata, senza uno stacco di montaggio, separa due gruppi netti, i discorsi gioiosi (e vagamente irritanti a fronte del dolore attiguo) su viaggi già fatti o ancora da fare degli uni e il mutismo sofferente degli altri. High hopes, bleak moments, nulla in mezzo, neanche la solidarietà tra gli umiliati. Mal comune non è mezzo gaudio; quando si è infelici si è irrimediabilmente soli. L’ultima inquadratura è per Mary, ripiegata nel suo isolamento, ormai sorda a tutto ciò che la circonda. Ma noi, e Mike Leigh, siamo con lei.
Michele Favara
Voto: 8
da “spietati.it”

Le quattro stagioni della vita
Another Year è animato da un campionario di personaggi che bucano lo schermo sia attraverso una scrittura solida, che li rende reali e tridimensionali, con dialoghi brillanti sceneggiati dallo stesso Leigh, sia grazie alle impeccabili interpretazioni di tutto il cast.
I rapporti interpersonali sono la base delle nostre esistenze, le scandiscono intervenendo sulle nostre emozioni, le riempiono o a volte sembrano svuotarle, ma nel complesso le rendono vite nel senso umano del termine. E’ questo che sembra dirci Mike Leigh con il suo nuovo lavoro, Another Year, presentato in concorso all’edizione 2010 del Festival di Cannes: il film è uno spaccato delle vite di alcuni personaggi collegati tra loro, un altro anno delle loro vite, tra gioie e dolori, nascita e morte, suddiviso narrativamente nel trascorrere delle quattro stagioni, partendo dalla primavera fino al successivo inverno, ma scandito in realtà dalle emozioni e dagli eventi che nel corso dell’anno, direttamente o indirettamente, riempiono le loro vite.
Un anno al termine del quale alcuni di loro possono percepire cambiamenti positivi, come può essere il caso di Tom e Gerri, geologo vicino alla pensione lui, psicologa lei, ma soprattutto del loro figlio Joe che conosce Katie e riesce ad instaurare con lei una relazione sentimentale stabile. Per Tanya è invece la nascita di un figlio l’evento che porta cambiamenti positivi nella sua vita. Invece per qualcun altro le cose cambiano in peggio, come è il caso di Ronnie, il fratello maggiore di Tom che perde la moglie Linda e si ritrova solo.
Ma per molti la situazione sembra restare immutata, e sono forse quei personaggi a cui il titolo fa maggiormente riferimento, quelli per cui un altro anno è passato senza che le loro vite siano mutate: è così per Mary, ospite più fissa del dovuto a casa di Tom e Gerri, reduce da un divorzio che l’ha segnata ed alla disperata ricerca di un compagno. Il suo aspetto, le sue maniere, rivelano una Jim Broadbent, Lesley Manville e Ruth Sheen nel film Another Yearvoglia di apparire più giovane di quanto sia, mentre il suo apparente ottimismo cerca di mascherare un senso di insoddisfazione impossibile da celare. E’ lo stesso per Ken, amico di vecchia data di Tom, ancora single e propenso ad affogare la sua desolazione nell’alcool, lasciatosi andare a sè stesso al punto da perdere interesse persino per la disperazione di Mary.
Un campionario di personaggi che danno vita ad Another Year e bucano lo schermo sia attraverso una scrittura solida, che li rende reali e tridimensionali, con dialoghi brillanti sceneggiati dallo stesso Leigh, sia grazie alle impeccabili interpretazioni di tutto il cast: Jim Broadbent è Tom ed al suo fianco è Ruth Sheen a rendere reale il personaggio di Gerri, ma i due funzionano in modo particolare come coppia, creando quella complicità tipica di chi condivide tanti anni di vita; ma colpiscono soprattutto Lesley Manville e Peter Wright, rispettivamente nei ruoli di Mary e Ken. La Manville è assolutamente magistrale nel mettere in scena i sentimenti contrastanti del suo personaggio, passando dall’allegria alla depressione nel giro di una battuta, nel reagire alle battute Primo piano di Lesley Manville dal film Another Year dei suoi colleghi.
Tutti gli interpreti sono aiutati, dicevamo, dai testi di Leigh, ma anche dalla sua regia, che con stile molto teatrale si tiene in un angolo e dà modo ai suoi attori di dar vita alla scena come se fossero su un palco, mettendo in scena sequenze articolate con pocchissimi stacchi di montaggio, che evidenziano l’alchimia venutasi a creare tra i membri del cast.
Non accade molto in Another Year, ma Leigh riesce ugualmente ad emozionare e coinvolgere lo spettatore, lasciandogli anche spunti su cui riflettere che permangono anche al termine della visione. E’ prerogativa dei grandi autori e Mike Leigh dimostra di esserlo.
Antonio Cuomo, da “movieplayer.it”

Dopo il vivace intermezzo, apparentemente più leggero di Happy Go Lucky, il regista Mike Leigh, fiore all’occhiello insieme al maestro Ken Loach di quel cinema di realismo sociale tanto caro agli inglesi, torna a parlare delle storie a lui più congeniali: persone comuni di grande carattere, immerse nella loro quotidiana realtà di gioie e dolori. Un cinema che porta in primo piano i dettagli della vita, amplificandone le meravigliose peculiarità, così come le contraddizioni e le amarezze.
Tom e Gerri (non i celebri topo e gatto, ma come loro molto affiatati) vivono alla periferia di Londra, in una di quelle casette a schiera con bovindo e giardino coltivato. Lui geologo (scava buche) e lei psicologa (cerca di alleviare le sofferenze dei pazienti), sono le due, perfette metà di una stessa mela: sempre più complici e innamorati, per loro il tempo trascorso sembra non aver scalfito affatto il rapporto, che anzi, di stagione in stagione pare sempre più saldo. Hanno un figlio trentenne, Joe, professionalmente appagato, ma ancora in cerca del vero amore, e sono circondati da una manciata di amici smarriti che cercano di confortare come possono: Mary (logorroica collega di Gerri, che affoga i suoi problemi esistenziali nei numerosi bicchieri di vino), o Kenny (l’amico d’infanzia di Tom), sempre più stretto nella morsa del cibo e della solitudine, o ancora Ronnie (fratello di Tom), uomo taciturno e solitario, restio ai contatti umani. La vita di Tom e Gerri, e quella dei loro amici, viene dunque fotografata nell’arco di quattro stagioni (non il dipanarsi lento e allegorico del film di Kim ki-duk, ma quello veloce e frenetico della nostra società occidentale), durante il quale, tra una tazza fumante di tè e un continuo fluire di vino, una nascita e una morte, le svolte positive di another year (un altro anno) si affiancheranno a quelle negative, ricalcando il tipicamente mutevole corso della vita.
Le anime buone di Leigh
La prima inquadratura getta un ponte fisionomico tra questo film e Il segreto di Vera Drake, indugiando in un primo piano sofferente di Imelda Staunton, l’inconsapevole mammana protagonista del succitato film, che nei minuti iniziali presta il suo volto a una donna sofferente d’insonnia e della vita, cui ne sostituirebbe volentieri un’altra. Forse proprio quella, successivamente narrata, vissuta da Tom e Gerri (magistralmente interpretati da Jim Broadbent e Ruth Sheen), ebbra di soddisfazioni e amore, ma che tuttavia non è la vera protagonista del film. È sullo sfondo di contraddizioni o amarezze sociali che Leigh ama far muovere le sue ‘persone buone’, anime mosse da buoni sentimenti (come Vera Drake) o inesorabilmente positive (come la Poppy di Happy Go Lucky) che pur osteggiate da condizioni avverse, non rinunciano a un sorriso, a inseguire il ‘bene’ o alla loro capricciosa indole. È il caso di Mary, l’amica instabile di Gerri, con un matrimonio finito e molti falsi amori alle spalle, incapace di rimettere in piedi la propria vita, e per questo gelosa dei suoi pochi affetti fino all’ossessione. Un personaggio di grande complessità umana, all’apparenza invidioso, ma capace di contagiare con la sua inesauribile simpatia, che finisce per essere (grazie anche alla superba interpretazione di Lesley Manville) la vera ruota motrice di tutto il film, attorno alla quale si muovono i destini degli altri, che Mary osserva con invidia o tenerezza, gioia o compassione. Dunque ancora una volta un’anima buona o comunque priva di malizia, capace di animare ogni situazione con splendida naturalezza.
Punti di vista
Impossibile non dare a Leigh ciò che appartiene a Leigh. Lo stile precipuo del regista inglese è inconfondibile anche in quest’ultimo lavoro, con inquadrature strette sui volti, o inquadrature parziali a scovare i dettagli, sempre sostenute da dialoghi incalzanti e mai stonati, attraversati da un umorismo denso e reale. Regista abilissimo nello sfruttare il contesto sociale per costruire mondi a volte desolati e di una cupezza desolante, eppure in grado di rischiararsi con una semplice parola, un abbraccio catartico, o un sorriso. Mondi sempre ricchi di quelle esistenze (qualcuno li ha definiti gli invisibili di Leigh) che di solito non abitano i film, ma che forse hanno molto più da dire dei soliti personaggi, che spesso e volentieri soffrono di duplicità molto umane (incarnando a un tempo bene e male), e dei quali è impossibile dire realmente di che pasta siano fatti.
Rimescolando sempre al meglio delle loro possibilità i suoi attori feticcio (Jim Broadbent, Ruth Sheen, Imelda Staunton e Lesley Manville, tanto per citarne alcuni), Leigh offre sempre il ritratto di realtà dalle doppie chiavi di lettura (l’altruismo colpevole di Vera Drake, il controverso ottimismo di Poppy e, in questo caso, l’opinabile buonismo di Tom e Gerri). Con subdola perizia, infatti, il regista inglese costruisce la perfetta coppia di anziani impeccacbili e amorevoli, dalla quale però traspaiono, occasionalmente, gesti o atteggiamenti controversi che inducono lo spettatore a chiedersi se siano davvero una coppia buona e generosa che si prodiga ad aiutare gli amici meno fortunati, o piuttosto una coppia boriosa e di un buonismo autoreferenziale che nell’infelicità degli altri trova la propria armonia, la possibilità di ergersi a paladina degli infelici. La duplice chiave interpretativa proietta lo spettatore nelle ipocrisie della propria vita, lasciandolo, mentre le voci si fanno sempre più sottili e il senso di solitudine sempre più denso, a indugiare sull’ultima, significativa inquadratura di un bicchiere. Alcuni lo vedranno mezzo pieno, altri mezzo vuoto.
Commento Finale:
Il due volte Palma d’oro regista Mike Leigh (nel ’93 per Naked e nel ’96 per Segreti e bugie), dopo la ‘felice’ parentesi di Happy go lucky, torna a focalizzare la sua attenzione sui disagi esistenziali delle persone comuni, buone, felici o infelici. Analizzando il corso di diverse esistenze umane che s’intrecciano nell’arco di un anno (il tempo che passa, le stagioni che mutano), Leigh ci offre un ritratto reale e intenso (dalle molteplici chiavi di lettura) del nostro mondo variegato, animato da persone e sentimenti controversi, ma sempre scandito dalle medesime gioie e dai medesimi dolori. Forse un po’ meno penetrante in quanto più corale di altri suoi film, rimane comunque un affresco societario di indubbia qualità umana e artistica.
Voto Finale:7.5
Elena Pedoto, da “everyeye.it”

Primavera, estate, autunno, inverno
La vita di Gerri e Tom, moglie e marito sessantenni uniti da amore e stima reciproci, procede di pari passo con il trascorrere delle stagioni. Con la loro casa accogliente Gerri e Tom, o Tom e Gerri se preferite, sono il punto di riferimento per il figlio Joe e per gli amici e parenti come Mary, Ken, Tanya, Jack, Ronnie. Nell’arco di un anno, dalla primavera all’inverno, le esistenze di costoro subiscono grandi e impercettibili mutamenti. Si avvicendano gioie e dispiaceri, momenti di speranza e fasi di depressione, nascite e lutti. È lo scorrere delle stagioni della vita.

Il flusso della vita alla periferia di Londra
«La vita» scriveva Pirandello «è un flusso continuo che noi cerchiamo d’arrestare, di fissare in forme stabili e determinate, dentro e fuori di noi, perché noi già siamo forme fissate, forme che si muovono in mezzo ad altre immobili, e che però possono seguire il flusso della vita, fino a tanto che, irrigidendosi man mano, il movimento, già a poco a poco rallentato, non cessi».
È proprio questo il flusso che Mike Leigh descrive nel suo ultimo film, che arriva nelle sale italiane dopo l’ottima accoglienza al Festival di Cannes. In Another Year troviamo Tom, un ingegnere geotecnico, e Gerri, una consulente psicologica. La coppia vive serenamente poco fuori Londra, dove trascorre il tempo libero coltivando l’orto secondo il ritmo delle stagioni e prendendosi cura di amici e parenti che bussano alla porta di casa. Il figlio Joe è insoddisfatto perché è l’unico tra i suoi amici a non essersi ancora sposato. Mary, segretaria nell’ospedale dove lavora Gerri, cerca di sopperire al desiderio di avere un compagno comprandosi un’auto usata. Ken, amico d’infanzia di Tom, è un gran bevitore e conduce una vita solitaria. E se in estate Tanya mette al mondo un figlio, l’inverno successivo Ronnie rimane improvvisamente vedovo.
Storie che si incrociano nell’arco di un anno. La vita, in fondo, è fatta di stagioni che si succedono portando con sé gioie e dispiaceri. Come un orto, può dare frutti saporiti ma richiede anche molto impegno e a volte sopraggiunge un acquazzone che rovina la fatica fatta. Quelle che Mike Leigh mette in scena sono le storie di gente comune, persone magari un po’ folli ma che si incontrano nella vita di tutti i giorni e a cui spesso non si fa nemmeno molta attenzione. E mentre la gente comune vive la propria quotidianità apparentemente sempre uguale a se stessa – in «forme fissate» direbbe Pirandello – il tempo scorre inesorabilmente.
Per creare questi personaggi e dare credibilità alle loro storie Leigh, come d’abitudine, ha dedicato molto tempo alle prove con gli attori, dando loro modo di far nascere i caratteri attraverso quell’improvvisazione su cui poi si basa la sceneggiatura definitiva. E in questa sua metodicità di lavoro il regista si affida a un gruppo di attori bravissimi che hanno tutti importanti esperienze teatrali alle spalle – dalla Royal Shakespeare Company al National Theatre – e con i quali Leigh ha instaurato da anni una collaborazione duratura sia sul set che sul palcoscenico. Significativo, in tal senso, è il cameo di Imelda Staunton, già straordinaria interprete de Il segreto di Vera Drake, alla quale il regista affida un ruolo molto piccolo ma esemplificativo di quel male di vivere quotidiano che aleggia per tutto il film.
Oltre che ai suoi attori di sempre, Leigh si affida anche al direttore della fotografia con cui collabora da vent’anni, Dick Pope, che ha saputo ricreare qui il naturale alternarsi delle stagioni, dal calore di una giornata estiva su un campo da golf della campagna inglese fino alle grigie atmosfere invernali di una cerimonia funebre nei sobborghi di Londra.
Mike Leigh conferma di essere indubbiamente uno degli autori che meglio sanno raffigurare, anche con delicata ironia, il tragico e il comico del quotidiano. Attraverso una regia essenziale, che procede per sottrazione, per non detto, per fuoricampo, il regista mette in scena storie di vita comune in un film che racconta un altro anno che è passato, mentre il flusso della vita continua.
Paolo Fragomeni, da “spaziogames.it”

Mike Leigh presenta in concorso al 63esimo Festival di Cannes una commedia agrodolce, dove i sentimenti, le emozioni e i rapporti umani hanno il ruolo predominante.
Another year rappresenta un titolo azzeccatissimo per questo film, nel senso che questa volta il regista ha voluto portare sul grande schermo non esistenze o avvenimenti straordinari che possano suscitare accese discussioni (si pensi per esempio al suo Il segreto di Vera Drake), ma la vita quotidiana, quasi banale, di una normalissima famiglia della classe media inglese.
Quello che ci mostra il regista è proprio un “altro” anno della loro esistenza, nel quale quello che accade potrebbe succedere tranquillamente anche alla maggior parte degli spettatori. Come in una sorta di reality cinematografico, Leigh concentra l’attenzione su una coppia non più giovanissima, ma molto attiva dal punto di vita lavorativo e sociale.
Tom (un Jim Broadbent sempre pronto alla battuta) è un geologo che segue progetti ambiziosi, mentre Gerri (Ruth Sheen) si divide tra la casa e la propria attività di assistente psicologica per anziani con disagi. La loro vita si divide tra il lavoro, i loro hobby (il giardinaggio) e la piccola cerchia di amicizie. In particolare il personaggio di Mary (Lesley Manville) è quello sul quale Leigh focalizza maggiormente l’attenzione, e che subirà nel corso della pellicola una forte evoluzione emotiva. Mary è una donna non più giovanissima, probabilmente vicino alla cinquantina ma che vive come una trentenne, che coltiva ancora sogni di aitanti amanti che la corteggiano continuamente; speranze sopratutto alimentate dai numerosi bicchieri di alcolici che accompagnano ogni sua giornata.
Il passaggio di Mary dall’illusione permanente alla disillusione cocente, che scatta quando il figlio di Tom e Gerri, del quale è segretamente innamorata, si trova una fidanzata, è uno dei momenti più alti di questa straordinaria pellicola, senza ombra di dubbio la migliore opera fino a questo momento vista a Cannes.
Il modo con il quale Mike Leigh riesce ad esprimere attraverso i suoi personaggi la vita è un qualcosa di veramente unico. Il regista inglese si conferma così uno degli autori più pregevoli in circolazione, in particolare nel riuscire a far emergere dai suoi attori quello che solitamente negli altri film è sottinteso o scontato.
Giorgio Lazzari, da “nonsolocinema.com”

Recensione di ALBERTO DI FELICE
Another YearL’ultimo lavoro di Mike Leigh passa per essere un film corale, ma non lo è davvero; allo stesso modo, passa per essere un film su come la vita si sussegue lungo le stagioni, ma non lo è del tutto. Tom (Jim Broadbent) e Gerri (Ruth Sheen) sono gli unici due personaggi ad aver abbracciato la coralità ed i «ritmi naturali» appena descritti: una coppia della media borghesia liberale nord-londinese, sulla prima sessantina, i cui gesti di affetto reciproco nella vita di tutti i giorni, scanditi tanto dalla compagnia di qualche amico quanto dal riassettare il proprio giardino secondo i cambi climatici, racchiudono un semplice—nonché tenero ed invidiabile—ideale di pienezza, regolarità e, con esse, felicità. Ma quando a loro si iniziano a contrapporre altre esistenze, ogni pensiero di armonia e comunione comincia ad apparire fors’anche una spietata ingiustizia.
Leigh non la fa sembrare tale, o almeno non ci dice chi stia commettendo l’ingiustizia, e al suo film manca qualsiasi accenno di tesi; non c’è da stupirsi, dunque, che nel pubblico possano incontrarsi reazioni molto diverse, probabilmente nessuna delle quali troppo interessata, circa cosa si debba ricavare da questa parabola aperta sull’ambivalenza della felicità. Una coppia come Tom e Gerri (complici sin dall’incontro dei nomi) ne ha in abbondanza e sa rinnovarla ad ogni giro di vento; tutti gli altri, a cominciare dall’amica loro assidua ed invadente frequentatrice Mary (Lesley Manville), sono immersi in una immutabile miseria.
Mary, a vederla, una ventenne che non fa che bere e fumare, ma che ora ha cinquant’anni, si sforza senza speranza di uscire da questo stato, principalmente proponendosi di trovare l’uomo dei sogni (con molto imbarazzo, si è convinta sia Joe [Oliver Maltman], figlio dei due); per Ken (Peter Wright) il treno è partito molto tempo fa e ora gli rimangono poco charme, molta birra e cibo, e la lamentazione. Ironicamente, quando lo vediamo per la prima volta è proprio su un treno: ma l’ironia di vedere quest’uomo che ha perso il treno nella vita su un treno lascia il posto ad un grande disagio nell’osservarlo. Un altro personaggio cui la vita non ha sorriso è Ronnie (David Bradley), il fratello di Tom, rimasto ora vedovo, al contrario di lui geologo nella metropoli, nel vecchio paesino in cui sono cresciuti; la sua famiglia da fratello povero dev’esser stata molto diversa da quella di Tom, come mostra l’irruzione in casa del figlio Carl (Martin Savage).
Mary, Ken e Ronnie sono forse dei perdenti responsabili della loro cattiva sorte, mentre Tom e Gerri hanno saputo costruirsi attivamente il loro appagamento quotidiano. Se come chi scrive avete meno di trent’anni, vorrete con tutti voi stessi non fare la loro stessa fine, consapevoli che sebbene ognuno sia responsabile di sé, basta anche pochissimo perché il tempo e le circostanze determinino e limitino le opzioni fra cui si può scegliere. Tom e Gerri in ogni caso non li condannano, mai apertamente: si prodigano anzi ad accoglierli, a rassicurarli e a farli sentire parte del loro mondo. Tempo e circostanze li avranno immiseriti, e appunto per questo hanno bisogno di loro.
L’ingiustizia e la crudeltà stanno proprio nel vestito salvifico che Tom e Gerri si sentono in dovere di indossare: lo indossano solo a patto che non possa essere macchiato, a patto cioè di non essere effettivamente coinvolti in quelle altre vite così diverse dalle loro. Così instabili ed indesiderabili, aliene. Il rapporto più rivelatore è quello con Mary, allorquando il comprensibile imbarazzo generato dal suo interesse per Joe e la reazione dei due portano a galla il distacco sociale con cui sempre l’hanno guardata. Mentre Joe presenta a pranzo la sua ragazza (Karina Fernandez), a fugare eventuali dubbi sulla sua inclinazione ad accasarsi, si riforma quella pienezza e felicità borghese dalla quale gente come Mary, Ken e Ronnie potranno al massimo ricevere una pacca sulla spalla, prima di vedersi chiudere la porta e sentirsi dire che al momento giusto è ora di tornare a casa.
da “cine-zone.it”

Recensione di AUGUSTO LEONE
Another YearFelici e infelici percorrono le medesime strade, lavorano nei medesimi uffici, siedono alla medesima tavola, gustano gli stessi vini, sono persino amici, insomma i loro destini si sfiorano, attraversano insieme stagioni ed anni, eppure non abitano lo stesso pianeta: ogni inquadratura, ogni dettaglio in Another Year è permeato da una tensione sotterranea, da una guerra tanto meno aperta e tanto più devastante fra l’immaginato paradiso degli uni e l’inferno degli altri.
Tom (Jim Broadbent) e Gerri ( Ruth Sheen), una affiatata coppia di 50enni, lui geologo, lei psicologa, organizzano spesso nella loro villetta nei sobborghi di Londra barbecue e cene durante i weekend per amici, colleghi di lavoro e parenti accomunati da sventure varie: così periodicamente corpi e volti sfatti dalla depressione, dall’alcol o dall’obesità disturbano, senza mandarlo in frantumi, il ritratto della famiglia perfetta, accogliente e fortunata persino nel figlio trentenne Joe (Oliver Maltman) e nella di lui simpatica fidanzata Katie (Karina Fernandez).
Non si tratta però di una serenità esibita, essa pare al contrario nutrirsi di bontà di carattere e del resto Leigh ne fa emergere soprattutto l’aspetto visibile, come se l’apparenza dell’idillio ne fosse anche la sostanza autentica: nella casa in cui i padroni portano il buffo nome di un fumetto non ci sono segreti da disseppellire e il tempo scorre in una pacifica accettazione del succedersi indifferente delle stagioni; lì, come insegnava il saggio Epicuro nel terzo secolo avanti Cristo, la felicità coincide con la soddisfazione dei piaceri naturali e necessari, i cibi coltivati nell’orto, un giardino e pochi amici scelti.
Tuttavia la disponibilità educata della serenità realizzata nella modestia diventa crudeltà insopportabile alla vista dei cuori in perenne tempesta, come lo sono Mary (Lesley Manville), la collega di Gerri, devota alla bottiglia e a un amore impossibile per il giovane Joe, il malandato ed obeso Ken (Peter Weigh), il nipote arrabbiato di Tom. Emerso dall’abisso, il dolore entra nella calda cucina illuminata dai progetti dei fidanzatini e dai ricordi di papà e mamma, si guarda attorno smarrito e cerca un angolo in cui nascondere la vergogna di esserci o mascherarla nell’allegria di un insulso monologo: a recitare la parte nel dramma sopravvivono unicamente i volti, ed essi abbandonati a se stessi sprofondano nello sconforto, si rianimano all’illusione, poi ancora sprofondano, si risollevano e così fino a morirne.
In Another Year la macchina da presa infatti non ha dubbi su quali siano le storie per le quali essa deve invocare la solidarietà conoscitiva dello spettatore: la pellicola si apre con l’apparizione di una donna di mezza età, Janet (Imelda Staunton), che rivoltasi al medico per avere sonniferi per le notti insonni, interrogata sul suo malessere, riesce appena a dire che vorrebbe un’altra vita, poi tace, non la si vede più. Se l’arte imita la vita, un film non può iniziare che da quel silenzio.
da “cine-zone.it”

E un altro giorno è andato…

Una coppia di mezz’età felicemente sposata affronta con pazienza le problematiche delle persone a loro vicine, sempre mossa dalla speranza che le cose possano migliorare. (sinossi)

Se non c’è due senza tre, prepariamoci al tris di Mike Leigh sulla Croisette: il regista britannico, già vincitore del premio come Miglior Regista nel 1993 con Naked e della Palma d’Oro nel 1996 con Segreti e bugie, rischia anche stavolta di portarsi via qualche prestigioso premio, confermando questa sua vocazione di regista da festival come pochi altri al mondo. Another Year, tra l’altro, è il classico film che potrebbe mettere d’accordo i giurati (di solito si usa questa scusa per inserire un film tra i favoriti…): attori tutti in parte e aderenti al testo, regia al solito non invasiva, storia quotidiana e universale in cui ritrovarsi. Eppure, se ci troviamo davanti ad un sicuro passo indietro rispetto ad esempio a La felicità porta fortuna e alla sua ricca comicità, qualcosa che non va dovrà pur esserci. Innanzitutto non giova al film la rigida suddivisione “stagionale”: contrariamente al Kim Ki-duk di Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, al quale ci si può tranquillamente avvicinare (se non altro per motivi di contingenza narrativa), Leigh rinchiude il suo film in interni, come sua abitudine, dove trovano l’habitat naturale i suoi splendidi attori (su tutti Jim Broadbent e Lesley Manville, ma perché far sparire così Imelda Staunton senza utilizzarla appieno?) rinunciando dunque a qualsiasi connotazione fotografica per le sue stagione. Queste dunque vengono utilizzate, e di conseguenza sacrificate, dal regista britannico sull’altare del simbolismo, con il quale connota ognuna di esse: nascita e morte, speranza e illusione, unioni e solitudini diventano dunque la materia di un centrifugato in cui far convergere tutti i consueti tratti del cinema di Leigh (il triste umorismo e la disperata speranza al centro della quotidiana lotta della – sua – gente comune). A ben vedere emerge anche un clamoroso conflitto tutto interno al film: se l’intenzione era quella di raccontare la banale quotidianità di vite non speciali e indefinibili (cifra fondamentale del cinema di Leigh dalla quale proprio non si scappa), raccontare come suggerisce il titoloAnother_Year_Mike_Leigh_foto_testo semplicemente un altro anno come tutti quelli che lo hanno preceduto e che lo seguiranno, perché appunto lavorare per simboli, attaccarsi a questi per raccontare di vite che (dovrebbero) uscire fuori dallo schermo? Saranno anche questioni di lana caprina, quantomeno concediamo il beneficio d’inventario, eppure ci è sembrato quantomeno fuori luogo, se non pretenziosa, questa scelta di affidarsi ad una spiccia simbologia sì umanista ma non umanissima.
Come umani sono tutti i personaggi del film, anche su questo dubbi non ce ne sono: il cinema di Leigh è stato fin dall’inizio un cinema di volti e di dialoghi, che deve tantissimo agli attori a cui si affida. Eppure, stavolta, qualche crepa nella messa in scena di questi “attori umani” si intravede: se è ridicolo affermare che un movimento di macchina effettuato alla fine di un toccante abbraccio, un leggero quasi impercettibile spostamento in avanti della mdp, ci ha ricordato il celebre “carrello di Kapò” (assurto a simbolo di un cinema che cerca, oscenamente, l’estetismo e l’edonismo…) con tutto il suo corollario etico (sinceramente demodé, con buona pace di Rivette che speriamo ci perdoni…), quello che possiamo dire tranquillamente è che a volte si respira un sentimentalismo troppo ricercato e artificioso, che potrebbe minare anche la credibilità del tutto (e infatti, alla lunga, la drammaturgia dell’opera ne risente e il pathos rimane un poco a mezz’aria). Dovrebbero esser bastate queste poche annotazioni per far intuire che Another Year non è certo un capolavoro, soprattutto per come vorrebbe richiamarsi alle atmosfere familiari e intime di un (quello sì) grande film come Segreti e bugie. Nonostante, e per amor di verità ci pare giusto fare quantomeno un esempio, alcune scene degne del miglior Leigh, in cui si rimane sospesi tra il grottesco e il tragico, tra cui spicca quella in cui l’amica di Gerri amoreggia spudoratamente con il figlio di quest’ultima, pur essendoci almeno una ventina d’anni di differenza. Succede anche questo nel mondo realmente assurdo di Mike Leigh…
Lorenzo Leone, da “cineclandestino.it”

Ciò che colpisce maggiormente dell’ultimo film di Mike Leigh, Another Year, è l’assoluto realismo: delle vicende, dei dialoghi, dei costumi, degli ambienti.
La famiglia di Gerri e Tom è una famiglia comune, come quelle che tutti noi conosciamo o di cui facciamo parte.
Loro stessi formano la coppia che tutti gli innamorati aspirano a diventare: una solida coppia over sessanta, ancora unita, che vive in una casa calda e accogliente, aperta a tutti gli amici.
Tom e Gerri – buffo accostamento di nomi perché i due fanno tutt’altro che punzecchiarsi l’uno con l’altra – coltivano con amore il loro orto attraverso il susseguirsi delle stagioni che, a sua volta, scandisce la narrazione.

Conducono una vita tranquilla, divisi tra le visite di Mary – collega di Gerri, insofferente e sempre pronta a piangere addosso alla sua devastata vita sentimentale – il weekend con l’amico Ken – che avverte l’avanzare degli anni come una spada di Damocle e si sente prigioniero della routine – e il figlio Joe che, dapprima infelice perché tutti i suoi amici si stanno sposando mentre lui è ancora solo, presenta a sorpresa la sua nuova ragazza, Katie, che è una ventata d’aria fresca nella casa dei genitori, oppressi dall’ingombrante presenza di Mary.
E proprio lei, Mary, anima comica del film, svampita, stravagante, giuliva ed esilarante: ma sostanzialmente sola. Una donna che dipende dalla sua amicizia con Gerri e Tom, che ha una cotta per Joe, più giovane di lei di dieci anni, che manifesta ostilità quando conosce la sua fidanzata e da allora viene allontanata.
E nel momento in cui la frequentazione con i suoi amici viene meno, si ritrova spaesata, in un abisso di solitudine con il quale, alla fine, deve fare i conti.
Another Year, un altro anno che passa senza che la vita di Mary subisca cambiamenti significativi.
La macchina da presa indugia sul suo sguardo vacuo, sul suo volto pensieroso e impaurito. L’occhio del regista si insinua nelle vite dei protagonisti, svelandone gli stati d’animo con grazia e delicatezza, senza portare alla commozione ovvia e senza suscitare noia.
Va reso senz’altro omaggio al lavoro della costumista perché Jaqueline Durran, già collaboratrice di Mike Leigh – per il cui Il segreto di Vera Drake vinse un BAFTA – ha fatto un lavoro egregio caratterizzando Mary con abiti sgargianti e sempre inappropriati alle occasioni, e Gerri con uno stile sobrio e un guardaroba fatto di ampie bluse dai toni caldi che valorizzano il suo volte dolce e comprensivo.
Si potrebbe dire che il film di Mike Leigh racconta quello che potrebbe raccontare una telecamera nascosta, con in più la grazia della sua regia e la fotografia che incornicia i sobborghi di Londra e l’orto coperto di brina. Another Year è un film intriso di realismo e poesia al tempo stesso, in cui i lunghi silenzi, gli abbracci e le lacrime, ricordano da vicino Segreti e Bugie, pur allontanandosi dalla lentezza che, a suo tempo, rese il film un po’ meno digeribile.
Daria Castelfranchi, da “cinemalia.it”

La summa di uno dei massimi narratori (e direttori di attori) del cinema contemporaneo che, in attesa di un film in costume sul pittore William Turner, scrive il capitolo definitivo sulla contemporaneità che conosce meglio, quella della piccola borghesia inglese formatasi all’Isola di Wight, transitata quasi indenne dalla contro-rivoluzione thatcheriana, ormai “destinata a passare alla storia” e a consegnare il testimone alla generazione successiva.
Quattro stagioni, riassunte in altrettanti weekend separati da dissolvenze in nero, di un anno qualunque di otto personaggi perfettamente caratterizzati indipendentemente dalla durata della loro presenza in scena, e osservati con distante oggettività entomologica. Mai Mike Legh aveva optato per un parco tanto ampio, raramente aveva scritto – sempre di pugno suo – una sceneggiatura talmente perfetta da non far quasi credere a un metodo di lavoro basato in parte sull’improvvisazione.
Tutto ruota intorno alla coppia di protagonisti, Tom e Gerri (sic) e alla loro abitazione, un autentico refugium peccatorum per una galassia di disadattati (spiccano la “schizzata” Mary e il figlio Joe, “l’erede”) che gravitano intorno agli unici personaggi apparentemente stabili, regolarmente sposati e impiegati (lei è psicologa, lui ingegnere geologo), disposti a trasferire nel privato il lavoro di lei per mettere in analisi un’intera società: del resto anche il prologo, con il cameo di un’Imelda Stanton in cura nel centro medico di Gerri, suggeriva lo svolgimento successivo.
Il regista, che torna sui temi ai lui cari, “la solitudine e la voglia di stare insieme, la famiglia e il rapporto tra genitori e figli, il rapporto tra il lavoro e la vita, il problema dell’età”, offre uno spaccato di precisione cechoviana, impreziosito dall’insinuazione di un dubbio di fondo: che i due protagonisti, spugne assorbenti degli altrui dolori, ne ricavino un sottilissimo autocompiacimento.
Sensazione che trova, se vogliamo, un presagio meteorologico in un weekend primaverile particolarmente piovoso in apertura e, soprattutto, la deflagrazione ultima in un raggelato inverno senza neve che inizia, non a caso, lontano dal comfort del nido d’amore dei due coniugi e che chiude il film palesando le contraddizioni di una famiglia (allargata) tutt’altro che compatta, che ha allevato anche una disturbante e disturbata pecora nera.
Il tutto raccontato senza facili scorciatoie né convenzionali picchi drammatici, con una mirabile modulazione di concitazione e quiete (all’interno di una messinscena priva di azione), di sorrisi e di bronci, di tensioni e distensioni, di sguardi obliqui e complesse strategie relazionali. E una rara ambiguità che contribuisce a farne un magistrale capo d’opera, lontanissimo da mode effimere, ma al contrario estremamente classico.
Voto: 8.5
Claudio Zito, da “ondacinema.it”

Accolto benissimo all’ultimo Festival di Cannes, dove la maggioranza dei critici lo avrebbero voluto vincitore, Another Year, segna il ritorno dietro la macchina da presa di Mike Leigh a due anni di distanza dal leggero e forse superfluo La felicità porta fortuna. Con questa nuova opera il pluripremiato cineasta inglese torna a raccontare con il suo tipico stile un’altra commedia umana, divisa fra toni lievi e drammatici. Quello che salta subito all’occhio vedendo Another Year è però la maggiore serenità che Mike Leigh infonde ai personaggi principali (Tom e Gerri), i quali, a differenza dei protagonisti dei suoi film precedenti (Segreti e Bugie, Tutto o Niente), vivono una vita felice e tranquilla, senza problemi e preoccupazioni di sorta. I momenti dolorosi, comunque presenti, scaturiscono tutti dai personaggi secondari, dagli amici della coppia, che di tanto in tanto si presentano a casa loro per sfogarsi, o più semplicemente per fuggire anche solo per poche ore dalla disperata e solitaria vita quotidiana. Tra questi la più presente è Mary, (interpretata da una straordinaria Ruth Sheen, qui alla sua quinta collaborazione col regista) collega di lavoro di Gerri, alcolizzata e depressa, incapace di avere un vita sentimentale stabile; l’unico tra tutti i personaggi minori a essere presente in tutti e quattro i capitoli che scandiscono la narrazione.

Mary, insieme a Ken e Carl , sono i portatori di quella visione pessimista e negativa della vita da sempre centrale nell’opera di Mike Leigh: è soprattutto a lei (ma anche agli altri due) che il regista affida i momenti più duri e amari, contrapponendoli alla tranquillità e alla gioia di Tom e Gerry e del loro unico figlio Joe. Questa scelta di caratterizzare in modo così netto i personaggi, dividendoli marcatamente fra tristi e felici, rappresenta l’unico punto debole di un film comunque bellissimo come Another year. A differenza delle altre opere di Mike Leigh, dove tutti i protagonisti, pur condividendo un presente triste se non apertamente disperato erano capaci di vivere anche dei momenti di pace, qui il cineasta inglese separa le diverse esistenze facendole collidere di tanto in tanto ma senza che questo possa in alcun modo influenzarle. Chi è triste, continua a rimanere tale, se non a peggiorare; chi è felice, al di là di qualche arrabbiatura o delusione, continua ad esserlo. L’unico elemento che unisce le diverse esistenze raccontate è il passare del tempo, l’amara constatazione che “un altro anno” è passato, che prima o poi tutto finirà, che presto o tardi tutti diventeranno storia. Ed è proprio questa consapevolezza, questa malinconica presa di coscienza, che riesce a far dimenticare quei limiti narrativi prima menzionati e a trasformare soprattutto i due protagonisti in una sorta di “eroi” quotidiani, rappresentanti di tutte quelle persone comuni che hanno vissuto il loro tempo all’ombra della Storia, dei grandi avvenimenti e dei grandi personaggi storici. E che hanno accettato, con amara ma serena e pacificata rassegnazione, il loro destino di persone qualunque.
Giulio Casadei, da “pointblank.it”

Una donna si reca in uno studio medico, perché non riesce a dormire. La dottoressa dice che le darà un farmaco, ma soltanto per una settimana: è altrove, diagnostica, la causa del male di lei. Interrogata dalla psicologa, la paziente – una superba Imelda Staunton – si rifiuta di scandagliare le ragioni del fallimento nella sua famiglia. Cos’è che potrebbe aiutarla, le domandano: “Un’altra vita, ma niente può cambiare”. Basterebbe questo perfetto incipit per mettere a fuoco il tema al centro dell’ultimo film di Mike Leigh: il rapporto con lo scorrer dei giorni per gli individui, nell’attimo in cui si rendono conto di stare allontanandosi dalla sola luce, quella della gioventù, per sempre più avvicinarsi alla meta obbligata, il grande sonno.

A tale scopo, il cineasta britannico sceglie la scansione delle quattro stagioni: un anno nell’esistenza di una coppia sulla sessantina, Tom e Gerri, felicemente sposati da decenni e genitori di un figlio trentenne, Joe, avvocato dei diseredati. Nella loro casa, sempre aperta agli amici, la presenza più costante è quella di Mary, una donna di mezz’età che non si rassegna allo scorrere del tempo e continua a sognare impossibili amori, dopo devastanti disavventure sentimentali; c’è poi Ken, già un bell’uomo, divenuto pian piano una persona triste, grassa ed imbottita di birra; infine, provvisorio ospite, Ronnie, fratello di Tom, che, rimasto vedovo, è investito dall’implacabile ostilità dell’unico figliolo, rifattosi vivo nell’occasione del funerale della madre.

I modi della messa in scena sono quelli del teatro (e qualche critico della generazione “schermica” lo ha, con una certa protervia, rimproverato a Leigh: come se il suo “Bleak Moments”, di chiara ispirazione cechoviana, non fosse per questo il bel film che è; e quasi non esistessero geniali cineasti, da Bergman a Rohmer, che hanno basato non piccola parte della loro opera sull’estetica del palcoscenico e sulla centralità della parola): i ritmi sono quelli, pacati e sovente eguali a se stessi, della quotidianità, dove la verità sta celata nelle pieghe della conversazione, salvo esplodere in una disperazione repentina, preludio a incresciosi imbarazzi od alla constatazione d’una disfatta (si veda la breve scena in cui Ken fa delle avances a Mary, ricavandone un furente rifiuto; o quella, quasi insostenibile, nella quale quest’ultima si scaglia contro la nuova fidanzata di Joe, del quale ella è senza speranza infatuata).

Chi intenda cavare dal film un elogio della famiglia quale unico rifugio al malessere della solitudine, viene contraddetto dalla malinconia incombente dopo la visione, che si chiude sul viso d’una Mary affranta figura del dolore. Non paiono esservi rimedi, allo strazio degli anni che passano: la pancetta di Tom, il vistoso doppio mento di Gerri sono i segni dell’avanzare della vecchiaia che nessuno risparmia e dalla quale neppure grazie ai ricordi d’una esistenza piena, felice – l’incontro all’università, un ’68 speso dalla parte giusta, il concerto all’isola di Wight, un lungo memorabile viaggio – si può trovar conforto. Magari l’arte, aiuta; qui, un manipolo d’attori formidabile guidato da un regista ai propri vertici, possono un poco lenire la pena, riconciliarci – quanto meno per la durata d’una pellicola – con quel goffo malinteso che chiamiamo vivere.
Francesco Troiano, da “tempimoderni.com”

Another year racconta un anno di vita di una famiglia e dei suoi amici attraverso l’alternarsi delle stagioni. Tom (Jim Broadbent), geologo, e Gerri (Ruth Sheen), psicologa, sono una coppia felice e profondamente innamorata che trascorre pacatamente l’esistenza coltivando di tanto in tanto il proprio orto. Attorno a loro il figlio trentenne Joe (Oliver Maltman) con la fidanzata Katie (Karina Fernandez), il fratello Ronnie (David Bradley) e gli amici di famiglia Mary (Lesley Manville) e Ken (Peter Wight), entrambi sofferenti di solitudine e insoddisfatti dalla vita. In più una serie di personaggi minori fra cui figli ribelli, donne incinte e altre che soffrono di un’insonnia tale da sentirsene completamente distrutte nel corpo e nell’anima.

Presentato all’ultimo festival di Cannes e candidato all’Oscar per la Miglior sceneggiatura originale, Another Year è il tredicesimo film di Mike Leigh, regista britannico dai toni tipicamente pacati e dall’accentuata sensibilità. Un’opera corale che si serve dei drammi e dei problemi dei vari personaggi della storia per rivolgersi invero all’umanità intera attraverso una strutturazione del tutto particolare. Il fulcro del discorso di Leight non sono infatti Tom e Gerri, i due protagonisti, anzi essi costituiscono una sorta di coppia atipica proprio per la loro incredibile perfezione mentre tutti coloro che li circondano, eccetto il figlio che si innamora di Katie, appaiono irrimediabilmente disperati. Una disperazione che a volte si ha il dubbio nasca proprio dalla frequentazione della coppia che assume le fattezze di modello irraggiungibile e che se da un lato diventa rifugio e luogo sicuro, dall’altro getta ancora più nello sconforto chi la pratica proprio perché rende evidente più che mai la propria condizione infelice. Mary, un divorzio alle spalle e una relazione andata male, cerca di convincersi in tutti i modi di essere una donna felice, indipendente e ancora sessualmente attraente, ma man mano che le sue deboli certezze si sgretolano si aggrappa sempre più a Gerri, forzando la desiderata intimità della sua famiglia, e alla bottiglia che le permette quel momentaneo e obliante stordimento. Stesso discorso per Ken che all’alcol preferisce il cibo e che si vede ripetutamente respinto da Mary, agognando un’unione che potrebbe congiungere le loro due solitudini, ma in questo senso la sceneggiatura di Leight è tutt’altro che scontata.

Quello che più sorprende è proprio la capacità del film di passare da un tono all’altro con una facilità estrema, alternando dialoghi e situazioni esilaranti a momenti di una tristezza spiazzante che producono a tratti un’angoscia quasi soffocante, che è poi il tono che realmente assume tutta la pellicola. Senza debolezze e buonismi, Another year presenta la vita così com’è, racconta dei drammi dell’esistenza contemporanea popolata da individui afflitti da un qualcosa che perfino loro stessi non sono in grado di riconoscere. È questo il significato della scena d’apertura che Leight ha riservato ad Imelda Staunton, una paziente di Gerri disperata e sofferente di insonnia, che la psicologa vorrebbe curare risalendo alle cause interne che l’hanno generata, ma lei non ne vuole sapere, non vuole aprirsi ed ammettere la sua condizione dinanzi a qualcun altro, vuole solo qualcosa per dormire. Ancora una volta il regista di Segreti e bugie e Il segreto di Vera Drake rivela la sua predilezione per le persone invisibili, gente del popolo che semplicemente vive ordinariamente e che, fortunatamente con qualche eccezione, si scontra ogni giorno con la realtà che spesso nasconde a se stessa, realizzando così un film senza una storia di fondo che si limita a registrare lo scorrere del tempo, il passaggio di un anno su un altro.
Tania Marrazzo, da “silenzio-in-sala.com”

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog